Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/04/2026

D’istruzione pubblica e di pensiero desiderante

Come gruppo di discussione formato da docenti impegnati nella critica della scuola azienda, vorremmo prendere parte al dibattito aperto dal film D’istruzione pubblica.

Non possiamo certo dire di essere a conoscenza di tutti gli attacchi che il film ha subito, ma, dopo averlo visto, ci sembra che molti di essi presentino un tratto comune. Ci riferiamo all’applicazione al tema in questione di un noto artificio retorico dal seguente schema: il film contesta la scuola azienda, la scuola azienda si dichiara in contrapposizione alla scuola di un tempo, quindi il film sostiene la scuola di un tempo. Lo scopo è evitare un confronto con i contenuti dell’opera, adattando all’occasione slogan contro la “scuola del passato” già pronti all’uso.

A noi sembra che D’istruzione pubblica non sia una proposta programmatica di modelli nuovi o vecchi, ma una visione critica dell’attualità. Il confronto col passato è certo presente, perché l’opera è incardinata su interviste a persone che hanno conosciuto anche una scuola diversa e, nell’analizzare l’esistente, non possono evitare di riferirsi alla propria esperienza. Tuttavia ciò resta solamente uno degli approcci argomentativi usati. Tanto è vero che, fra le persone intervistate, molte sono prodighe di attacchi anche al passato della scuola italiana.

Da parte di costoro, infatti, un oggetto di elogio esplicito c’è, ma non è “la scuola di un tempo”: è un susseguirsi di interventi legislativi e di lotte che, dalla scuola media unica del 1962 ai Decreti Delegati del 1974, la trasformarono profondamente.

Ed è qui che sta il punto.

Il film afferma che la scuola azienda nasca dallo smantellamento di quelle conquiste. Mentre, fra coloro che la sostengono “da sinistra”, c’è una folta schiera di docenti e non che la ritiene una realizzazione di obiettivi per i quali allora si lottava. Realizzazione parziale, imperfetta, con errata messa in pratica di principi travisati etc. Ma non quello che invece è anche secondo noi: la pura e semplice versione attuale del sistema educativo di cui il capitale ha bisogno. Probabilmente è per questo che Marco Meotto, in un suo contributo al dibattito, ha parafrasato il noto titolo leniniano.

Affermare che autonomia scolastica, PCTO, medicalizzazione, competenze etc. nascerebbero dalle lotte in ambito educativo degli anni ’60 e ’70, o sia pure da una loro errata interpretazione, costituisce un mastodontico assurdo logico. Se in tutti gli altri aspetti della società trionfano da più di trent’anni il neoliberismo, l’individualismo, il consumismo, il dominio dell’apparire sull’essere e la logica della concorrenza, come possono i governi e le riforme del medesimo periodo avere prodotto qualcosa di anche solo vagamente indirizzato verso la scuola che avrebbero voluto un Rodari o un Freire?

Questo è il pensiero desiderante di una parte di chi lavora o ha lavorato nella scuola pubblica provenendo da quella fertile stagione o riconoscendosi nei suoi orientamenti pedagogici e politici. Certamente università e scuole hanno costituito l’approdo professionale di una porzione non piccola dei militanti e delle militanti di allora, e molte delle loro idee hanno influenzato le pratiche didattiche dell’ultimo cinquantennio. Ma la scuola non è l’insieme delle idee di chi ci lavora.

In un lucido contributo al dibattito, Roberto Fineschi suddivide in tre segmenti il corpo docente, sostenendo che quello più cosciente e politicamente impegnato “esprime esattamente il punto di vista del film”. Fineschi pecca di ottimismo: proprio quel segmento è fortemente caratterizzato dal pensiero desiderante di cui parliamo, e dal suo interno provengono non pochi attacchi al film.

Anche quando scrive che “La scuola, nella pratica didattica dei docenti, è sostanzialmente impermeabile a tutto ciò, che passa come acqua fresca nell’indifferenza generale” e che “la vera strategia, specialmente dall’autonomia in poi, è semplicemente una politica di tagli”, lo studioso sorvola su aspetti del processo in atto che non può cogliere chi ha insegnato nella scuola dopo la riforma Berlinguer, ma non dopo la piena entrata a regime della 107 e del PNRR. Tuttavia, coglie il cuore della questione quando afferma: “Lo stato di fatto non è colpa, in prima istanza, né delle idee individuali di Rousseau né delle fondazioni create da Rockfeller, ma delle dinamiche oggettive di produzione e socializzazione del capitalismo crepuscolare”.

Del resto, gli autori del film si mostrano consapevoli della necessità di affrontare il tema sotto questa luce. Altrimenti non si spiegherebbe perché D’istruzione pubblica sia il terzo capitolo di una trilogia dedicata al neoliberismo e ai suoi effetti sulle nostre vite.

Se il capitolo precedente riguardava la demolizione della sanità pubblica, e se, in coda a questo terzo lavoro, se ne annuncia un quarto sul tema della guerra, è evidente che chi sta dietro la macchina da presa intende leggere i fenomeni come interconnessi e cercarne le radici strutturali nelle dinamiche dell’assetto socio-economico vigente. E per lo spettatore medio il film riesce a “squarciare il velo di Maya”.

Chi non è addentro al dibattito sulla scuola pubblica sente i racconti di ministri, giullari ministeriali, cinema e fiction Rai sulle “magnifiche sorti e progressive” della nuova pedagogia, che modernizza ed emancipa a colpi di inclusione e soft skills: guardando questo film, può cominciare a dubitare di una simile oleografia.

Ma se poi quello spettatore si trova davanti la descrizione di un istituto che, dentro questo modello sociale e regime di politica educativa, riesce a realizzare una controtendenza perché il suo dirigente ha idee pedagogiche fuori dal coro e i docenti lo seguono, allora pensiamo che l’interpretazione materialistica dei processi si allontani.

Nel film si vedono alunni che non rispecchiano nemmeno lontanamente le preoccupanti lacune di bambini e adolescenti che frequentano le scuole di oggi. E l’unica lettura ricavabile dall’interno dell’opera è che loro sono “così bravi” perché frequentano quell’istituto.

Prendendo a prestito un’espressione brechtiana: il film dice cose vere, ma non dice come stanno veramente le cose.

D’istruzione pubblica ha il merito (enorme, a nostro avviso) di essere il primo film, tra quelli rivolti a un pubblico non solo militante, che critica la scuola di oggi in quanto scuola azienda. E aprire una strada non è mai facile. Ma per proseguire lungo quella strada si deve allargare il dibattito al rapporto tra la scuola e il resto della società, e approfondirlo cercando di andare al nesso che lega la scuola azienda ai caratteri attuali della ristrutturazione capitalistica.

Due prospettive che nel film sono in parte appena accennate e in parte sostituite da una critica attestata sul mero piano pedagogico, al massimo con generici riferimenti al neoliberismo.

La nostra idea in proposito è che si dovrebbe affrontare il tema cercando di sviluppare le intuizioni contenute nelle opere del compianto Lucio Russo, a cui il film, non a caso, è dedicato. Ossia studiando la scuola azienda come scuola di una società capitalistica fortemente terziarizzata in seguito allo spostamento altrove delle fasi produttive del ciclo economico in gran parte dei settori.

Una società in cui non è più funzionale alle esigenze del capitale avere una grossa fetta della popolazione idonea a mandare avanti un imponente apparato produttivo, il quale necessitava di un sapere complesso, per quanto piegato a interessi alieni a chi lavora.

La scuola che formava i portatori di quel sapere era rispondente agli interessi del capitale in quella fase storica. Via via che tali condizioni trapassavano in altre, vertici politici, mode culturali e scuole di pensiero pedagogico hanno virato sempre più verso ciò che abbiamo oggi e che il film rappresenta impietosamente. Ma individuare le cause del processo nelle strategie di quei vertici politici e nelle loro riforme, o negli indirizzi pedagogici in voga, è un capovolgimento della realtà.

L’Occidente di oggi è una società di venditori e consumatori, che si specchia nello svuotamento di contenuti cognitivi caratteristico della “didattica per competenze” e della “scuola affettuosa”. Con l’effetto collaterale di masse sempre meno pensanti, che per le classi dominanti non guasta.

Le idee pedagogiche non sono tutte uguali, e non sono tutte ugualmente idonee a qualunque modello di sistema educativo. Ma non c’è pedagogia critica, emancipatrice o rivoluzionaria che resterebbe tale calata nella realtà materiale della scuola azienda.

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