Negli Stati Uniti si assiste ad un boom di contagi da Covid-19, ma l’amministrazione del presidente Donald Trump è tornata alla carica chiedendo anche alla Corte suprema degli Stati Uniti di invalidare l’Affordable Care Act (Aca), conosciuta come Obamacare, che ha consentito a milioni di lavoratori di accedere parzialmente all’assistenza sanitaria.
Dopo anni di tentativi a tutti i livelli, l’amministrazione Trump aveva annunciato ieri che avrebbe chiesto alla Corte di dichiarare illegale l’Affordable Care Act, aprendo uno scontro politico frontale nelle elezioni presidenziali di novembre.
La presidente della Camera dei Rappresentanti, la democrats Nancy Pelosi, ha descritto l’iniziativa come “una incomprensibile crudeltà” nel mezzo dell’epidemia di coronavirus, che ha colpito gli Stati Uniti più duramente di qualunque altro Paese. Il candidato alla Casa Bianca Joe Biden ha definito l’iniziativa di Trump “crudele, senza cuore, cinica”.
Ma intanto proprio negli Stati Uniti è record di contagi per il terzo giorno consecutivo. Nella giornata di ieri sono state registrate oltre 44 mila nuove infezioni, con una crescita esponenziale in Florida e Texas, dove i governatori hanno annunciato un dietro front sulle riaperture e varato nuove chiusure di diverse attività pubbliche.
Il governatore del Texas, Abbott, ha ordinato la chiusura dei bar e di alcune attività ricreative all’aperto mentre a Houston, il livello di allerta è stato elevato al massimo facendo scattare nuovamente l’ordine di stare chiusi a casa.
Anche in Florida sono stati chiusi i bar. Le nuove infezioni in 24 ore sono state 8.942. In Florida sono stati rilevati 132.000 casi di Covid-19 complessivamente, di cui oltre 32.000 negli ultimi 7 giorni.
Le nuove restrizioni arrivano all’indomani dell’allarme lanciato dai Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) sul fatto che potrebbero essere 20 milioni gli americani infettati. I casi contabilizzati in America ad oggi risultano 2,46 milioni mentre i decessi sono 125.046 (dati Johns Hopkins University).
Il boom di contagi e lo spettro di nuovi lockdown ha scatenato un’ondata di vendite a Wall Street dove il Dow Jones è crollato del 2,8% e lo S&P 500 ha perso il 2,4%.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2020
31/03/2017
“Trump fa le televendite, ma può combinare disastri”. Intervista a Lucio Manisco
Intervista realizzata da Radio Città Aperta
Ringraziamo e salutiamo il giornalista Lucio Manisco per la sua disponibilità. Buongiorno Manisco.
Buongiorno a tutti voi.
Come spesso capita ricorriamo alla sua competenza per approfondire alcuni aspetti e fare un po’ il punto della situazione quest’oggi. C’eravamo sentiti l’ultima volta il giorno del discorso di insediamento di Donald Trump, senza troppe speranze rispetto al futuro... Giunge oggi la notizia di questo suo intervento protezionistico sul commercio internazionale, contro i prodotti dell’Unione europea, anche italiani... Sono ormai successe diverse cose, negli Usa, tra cui alcune clamorose porte in faccia contro cui Donald Trump si è trovato a sbattere. Pensiamo all’annullamento dell’Obamacare oppure ai problemi che sta avendo con il suo muslim ban. E’ possibile intanto fare una prima valutazione complessiva di questo presidente degli Stati Uniti?
Certo, certo, si può fare... Abbiamo letto l’articolo di oggi (ieri, ndr) del Wall Street Journal che ha fatto queste sensazionali rivelazioni. Si tratta di anticipazioni... ma più che anticipazioni idee un po’ vaghe, diciamo, propositi generici e non degli intenti veri e propri; o almeno questo è il senso dello stesso articolo del Wall Street Journal. Non bisogna dimenticare che Donald Trump parla a ruota libera, smentisce il giorno dopo quello che dice il giorno prima, quindi non so se vadano presi esattamente come oro colato questi suoi intenti punitivi nei confronti dell’Unione europea. Bisogna anche notare la coincidenza di queste anticipazioni con la conferma ufficiale della Brexit da parte di Teresa May. Può darsi che abbia anche voluto dare una mano alla grande nuova alleata che è, appunto, il premier britannico. Nell’insieme, dico che l’idea di contromisure protettive di Bruxelles è sempre stata nell’aria, da prima ancora dell’avvento di Bush. Trump non fa mistero delle sue antipatie per l’Unione europea, quindi l’idea di dividere alcuni paesi dell’Unione europea mettendoli contro l‘Unione stessa, sopratutto contro la Germania, può convalidare queste ipotesi. Io credo che non si tratti di una cosa molto seria. La questione del manzo è una questione di gusti europei. Il manzo è trattato con gli ormoni e anche peggio, è trattato con gli antibiotici, il che non viene menzionato dal Wall Street Journal. I consumatori europei sembra non gradiscano il prodotto, tutto qui. Né va dimenticato un altro fatto. Tutte le restrizioni imposte da Bruxelles sui prodotti geneticamente modificati, gli ogm, sono state ignorate sia per l’ignavia dell’Unione europea, sia perché sotto diverse etichette questi prodotti geneticamente mutati – che sono molto molto nocivi alla salute – riempiono i supermercati di Europa e, soprattutto, italiani. A proposito di Italia. Non possiamo non ricordare che tre settimane fa il presidente americano ha detto di avere l’Italia nel cuore. Le sue opinioni ovviamente sono geneticamente mutabili, come dicevamo prima, secondo le necessità e le esigenze che ha ogni volta che sbatte il muso contro l’opposizione del congresso o dell’opinione pubblica o dei magistrati americani. In tutte queste misure che spara quotidianamente dalla sua sedia, dalla Trump tower, io credo ci siano molti motivi di allarme, ma non riguardano esattamente le misure contro il formaggio francese...
Questo è chiaro...
C’è il fatto – per esempio – che l’altro giorno ha abrogato tutte le misure vagamente cautelative per l’ambiente varate da Obama, E questa è una cosa veramente grave, perché la denuncia dei trattati di Parigi sul clima apre le porte alla distruzione del pianeta. Quindi credo che questa cosa dovrebbe veramente allarmare molto di più del fatto che i consumatori americani non potranno mangiare il Roquefort o il brie.
Per quello che riguarda altri aspetti interessanti... Da un lato bisogna dire che lui, quello che ha promesso in campagna elettorale, lo sta portando avanti o almeno ci sta provando. Come valutare, invece, i “no” che ha ricevuto, anche importanti: l’impossibilità di abrogare l’Obamacare, i problemi, significativi per il ricorso alla Corte suprema, che ha avuto rispetto al suo muslim ban... Lasciando perdere i giudizi di merito sulla qualità di questi provvedimenti, sembra non sia così facile per Donald Trump fare quello per cui ha vinto le elezioni. E’ una domanda che possiamo iniziare a porci?
Questa è una domanda più che giustificata. C’è anche il fatto che lui, in teoria, dispone praticamente di tutti i poteri, perché ha un Congresso dominato dai repubblicani, quindi ha il potere legislativo in mano, ha il potere esecutivo in quanto è presidente, e poi adesso si accinge a mettere alla Corte suprema un magistrato super conservatore, spostando quindi drasticamente all’estrema destra la suprema magistratura della repubblica stellata. Con tutto questo non riesce comunque ad andare avanti. Perché? Intanto c’è l’incapacità, l’inesperienza, non sa come trattare i vari ostacoli legislativi che vengono fuori ogni volta che fa un decreto sballato. L’Obamacare era un proposito negativo che è stato portata avanti dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti durante la presidenza Obama. I repubblicani sono bravissimi a bloccare qualsiasi decisione quando hanno la maggioranza, ma quando si tratta di presentare un’alternativa fanno disastri. Cosa che naturalmente ha diviso il voto dei repubblicani tra gli ultraconservatori e quelli che vogliono ridurre la spesa pubblica, per cui è andato a monte. Ma ci sono altre cose che sta affrontando che incontreranno naturalmente opposizione; da parte dell’opinione pubblica, che conta fino ad un certo punto in America, ma soprattutto dal Congresso.
Un’ultima battuta rispetto, invece, alle prospettive. Parliamo soprattutto di politica estera. Abbiamo visto come questa presunta o reale infiltrazione della Russia all’interno delle dinamiche elettorali degli Stati Uniti, in qualche modo d’intesa, così sembra, con il gruppo di lavoro di Trump... Che prospettive apre rispetto al ruolo degli Stati Uniti in politica estera? Sembra che Trump non abbia le idee chiarissime da questo punto di vista, né nei rapporti con la Russia, né rispetto a vicende strategiche come il Medioriente... Non si capisce quale sia la politica di questo presidente repubblicano un po’ sui generis...
È un presidente che crede nelle televendite, crede che basti annunciare alcune cose per poi portarle avanti. Per quello che riguarda le interferenze di Putin nelle elezioni americane, beh... sono cose da ridere... Non è quello il punto. Il punto sono i contatti, i rapporti economici che Trump ha avuto con Putin prima e anche durante la campagna elettorale, soprattutto con i grandi plutocrati russi. Il sospetto riguarda il passaggio di giganteschi ammontare di rubli o di dollari dalla Russia nelle tasche del candidato repubblicano di allora; e quello è un fatto piuttosto serio, perché naturalmente non si tratta più di irregolarità o di altre cose, ma si rischia l’accusa di alto gradimento. Quello è uno dei problemi che sta affrontando. Ci sono queste investigazioni del Congresso. C’è la Commissione del Senato che si occupa di queste cose, con un’apparente solidarietà tra il presidente della Commissione investigativa, repubblicano, e il vicepresidente democratico nel portare avanti questa inchiesta. Se si tratta soltanto di vedere se ci sono state collusioni nella campagna elettorale tra l’apparato elettorale di Trump e il governo russo... beh, credo che non verrà fuori molto. Oltretutto non c’è interesse, né da una parte né dall’altra, nel portare avanti questa inchiesta. Se si tratta di altre cose su menzionate, come il passaggio di ingenti somme di denaro dalla Russia a un candidato della presidenza degli Stati Uniti, beh, quelle sono cose molto più gravi.
Bene, Manisco, per il momento grazie, magari ci risentiamo più in là per continuare a seguire le gesta di questo presidente che, un pochino, onestamente, ci inquieta. E’ vera la tesi che tendenzialmente per l’umanità nulla di eccezionalmente buono è mai arrivato dalla presidenza degli Stati Uniti, però in questo caso forse parliamo di cose più preoccupanti...
Sarebbe il disastro del pianeta, che salta per aria...
Esattamente. La situazione forse è un po’ peggiore. Grazie, buona giornata e buon lavoro.
Arrivederci.
Fonte
Ringraziamo e salutiamo il giornalista Lucio Manisco per la sua disponibilità. Buongiorno Manisco.
Buongiorno a tutti voi.
Come spesso capita ricorriamo alla sua competenza per approfondire alcuni aspetti e fare un po’ il punto della situazione quest’oggi. C’eravamo sentiti l’ultima volta il giorno del discorso di insediamento di Donald Trump, senza troppe speranze rispetto al futuro... Giunge oggi la notizia di questo suo intervento protezionistico sul commercio internazionale, contro i prodotti dell’Unione europea, anche italiani... Sono ormai successe diverse cose, negli Usa, tra cui alcune clamorose porte in faccia contro cui Donald Trump si è trovato a sbattere. Pensiamo all’annullamento dell’Obamacare oppure ai problemi che sta avendo con il suo muslim ban. E’ possibile intanto fare una prima valutazione complessiva di questo presidente degli Stati Uniti?
Certo, certo, si può fare... Abbiamo letto l’articolo di oggi (ieri, ndr) del Wall Street Journal che ha fatto queste sensazionali rivelazioni. Si tratta di anticipazioni... ma più che anticipazioni idee un po’ vaghe, diciamo, propositi generici e non degli intenti veri e propri; o almeno questo è il senso dello stesso articolo del Wall Street Journal. Non bisogna dimenticare che Donald Trump parla a ruota libera, smentisce il giorno dopo quello che dice il giorno prima, quindi non so se vadano presi esattamente come oro colato questi suoi intenti punitivi nei confronti dell’Unione europea. Bisogna anche notare la coincidenza di queste anticipazioni con la conferma ufficiale della Brexit da parte di Teresa May. Può darsi che abbia anche voluto dare una mano alla grande nuova alleata che è, appunto, il premier britannico. Nell’insieme, dico che l’idea di contromisure protettive di Bruxelles è sempre stata nell’aria, da prima ancora dell’avvento di Bush. Trump non fa mistero delle sue antipatie per l’Unione europea, quindi l’idea di dividere alcuni paesi dell’Unione europea mettendoli contro l‘Unione stessa, sopratutto contro la Germania, può convalidare queste ipotesi. Io credo che non si tratti di una cosa molto seria. La questione del manzo è una questione di gusti europei. Il manzo è trattato con gli ormoni e anche peggio, è trattato con gli antibiotici, il che non viene menzionato dal Wall Street Journal. I consumatori europei sembra non gradiscano il prodotto, tutto qui. Né va dimenticato un altro fatto. Tutte le restrizioni imposte da Bruxelles sui prodotti geneticamente modificati, gli ogm, sono state ignorate sia per l’ignavia dell’Unione europea, sia perché sotto diverse etichette questi prodotti geneticamente mutati – che sono molto molto nocivi alla salute – riempiono i supermercati di Europa e, soprattutto, italiani. A proposito di Italia. Non possiamo non ricordare che tre settimane fa il presidente americano ha detto di avere l’Italia nel cuore. Le sue opinioni ovviamente sono geneticamente mutabili, come dicevamo prima, secondo le necessità e le esigenze che ha ogni volta che sbatte il muso contro l’opposizione del congresso o dell’opinione pubblica o dei magistrati americani. In tutte queste misure che spara quotidianamente dalla sua sedia, dalla Trump tower, io credo ci siano molti motivi di allarme, ma non riguardano esattamente le misure contro il formaggio francese...
Questo è chiaro...
C’è il fatto – per esempio – che l’altro giorno ha abrogato tutte le misure vagamente cautelative per l’ambiente varate da Obama, E questa è una cosa veramente grave, perché la denuncia dei trattati di Parigi sul clima apre le porte alla distruzione del pianeta. Quindi credo che questa cosa dovrebbe veramente allarmare molto di più del fatto che i consumatori americani non potranno mangiare il Roquefort o il brie.
Per quello che riguarda altri aspetti interessanti... Da un lato bisogna dire che lui, quello che ha promesso in campagna elettorale, lo sta portando avanti o almeno ci sta provando. Come valutare, invece, i “no” che ha ricevuto, anche importanti: l’impossibilità di abrogare l’Obamacare, i problemi, significativi per il ricorso alla Corte suprema, che ha avuto rispetto al suo muslim ban... Lasciando perdere i giudizi di merito sulla qualità di questi provvedimenti, sembra non sia così facile per Donald Trump fare quello per cui ha vinto le elezioni. E’ una domanda che possiamo iniziare a porci?
Questa è una domanda più che giustificata. C’è anche il fatto che lui, in teoria, dispone praticamente di tutti i poteri, perché ha un Congresso dominato dai repubblicani, quindi ha il potere legislativo in mano, ha il potere esecutivo in quanto è presidente, e poi adesso si accinge a mettere alla Corte suprema un magistrato super conservatore, spostando quindi drasticamente all’estrema destra la suprema magistratura della repubblica stellata. Con tutto questo non riesce comunque ad andare avanti. Perché? Intanto c’è l’incapacità, l’inesperienza, non sa come trattare i vari ostacoli legislativi che vengono fuori ogni volta che fa un decreto sballato. L’Obamacare era un proposito negativo che è stato portata avanti dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti durante la presidenza Obama. I repubblicani sono bravissimi a bloccare qualsiasi decisione quando hanno la maggioranza, ma quando si tratta di presentare un’alternativa fanno disastri. Cosa che naturalmente ha diviso il voto dei repubblicani tra gli ultraconservatori e quelli che vogliono ridurre la spesa pubblica, per cui è andato a monte. Ma ci sono altre cose che sta affrontando che incontreranno naturalmente opposizione; da parte dell’opinione pubblica, che conta fino ad un certo punto in America, ma soprattutto dal Congresso.
Un’ultima battuta rispetto, invece, alle prospettive. Parliamo soprattutto di politica estera. Abbiamo visto come questa presunta o reale infiltrazione della Russia all’interno delle dinamiche elettorali degli Stati Uniti, in qualche modo d’intesa, così sembra, con il gruppo di lavoro di Trump... Che prospettive apre rispetto al ruolo degli Stati Uniti in politica estera? Sembra che Trump non abbia le idee chiarissime da questo punto di vista, né nei rapporti con la Russia, né rispetto a vicende strategiche come il Medioriente... Non si capisce quale sia la politica di questo presidente repubblicano un po’ sui generis...
È un presidente che crede nelle televendite, crede che basti annunciare alcune cose per poi portarle avanti. Per quello che riguarda le interferenze di Putin nelle elezioni americane, beh... sono cose da ridere... Non è quello il punto. Il punto sono i contatti, i rapporti economici che Trump ha avuto con Putin prima e anche durante la campagna elettorale, soprattutto con i grandi plutocrati russi. Il sospetto riguarda il passaggio di giganteschi ammontare di rubli o di dollari dalla Russia nelle tasche del candidato repubblicano di allora; e quello è un fatto piuttosto serio, perché naturalmente non si tratta più di irregolarità o di altre cose, ma si rischia l’accusa di alto gradimento. Quello è uno dei problemi che sta affrontando. Ci sono queste investigazioni del Congresso. C’è la Commissione del Senato che si occupa di queste cose, con un’apparente solidarietà tra il presidente della Commissione investigativa, repubblicano, e il vicepresidente democratico nel portare avanti questa inchiesta. Se si tratta soltanto di vedere se ci sono state collusioni nella campagna elettorale tra l’apparato elettorale di Trump e il governo russo... beh, credo che non verrà fuori molto. Oltretutto non c’è interesse, né da una parte né dall’altra, nel portare avanti questa inchiesta. Se si tratta di altre cose su menzionate, come il passaggio di ingenti somme di denaro dalla Russia a un candidato della presidenza degli Stati Uniti, beh, quelle sono cose molto più gravi.
Bene, Manisco, per il momento grazie, magari ci risentiamo più in là per continuare a seguire le gesta di questo presidente che, un pochino, onestamente, ci inquieta. E’ vera la tesi che tendenzialmente per l’umanità nulla di eccezionalmente buono è mai arrivato dalla presidenza degli Stati Uniti, però in questo caso forse parliamo di cose più preoccupanti...
Sarebbe il disastro del pianeta, che salta per aria...
Esattamente. La situazione forse è un po’ peggiore. Grazie, buona giornata e buon lavoro.
Arrivederci.
Fonte
20/10/2015
Il giudizio storico su Obama
Obama sta entrando nell’ultimo anno della sua presidenza ed è tempo di un primo bilancio storico. Marc Bloch sostenne che i contemporanei hanno diritto ad essere i primi a scrivere la storia del proprio tempo.
Ovviamente, si tratta sempre di una storia diversa da quella che scriveranno le generazioni a venire: nessuno, come i contemporanei, sarà mai in grado di apprezzare le più sottili sfumature di linguaggio, le pieghe della mentalità, i particolari delle istituzioni e dell’economia, in una parola, il “colore di quel tempo”.
In compenso, i posteri godranno il vantaggio del distacco, conosceranno cose prima segrete, individueranno meglio le tendenze e lo stesso giudizio storico dei contemporanei sarà un pezzo della loro analisi. Dunque, due forme di conoscenza diverse ma non per questo una di maggior pregio dell’altra, ed in qualche modo, complementari.
Dunque, che giudizio possiamo iniziare a formarci di questa presidenza? Obama arrivò alla Casa Bianca in un momento certo non facile: la crisi finanziaria si era appena conclamata, la situazione in Iraq ed Afghanistan si era incancrenita, la crisi georgiana rivelava al mondo una Russia tornata potenza decisa a ripristinare la propria influenza di area e le olimpiadi di Pechino rivelavano una Cina in anticipo di circa venti anni sul ruolino di marcia immaginato. Ed il progetto monopolare americano entrava in crisi mentre sorgeva la sfida degli emergenti per un mondo multipolare. Obama promise l’uscita dalla crisi, la riforma della finanza, una cauta ripresa delle politiche di welfarestate (riforma sanitaria), una parziale redistribuzione della ricchezza ed una America sempre unica superpotenza, ma prima fra pari, insomma un progetto egemonico fatto di forza ma anche di consenso, a metà fra il mono-polarismo unilateralista di Bush e il progetto multicentrico degli emergenti.
Vediamo i risultati: la crisi ha superato il primo momento, per riaffacciarsi (prevalentemente sul versante europeo) nel 2010-11 ed, anche in questa occasione, il momento peggiore è stato superato, ma ora ci sono preoccupazioni per gli emergenti (Cina, Brasile, Russia), l’Europa tarda a riprendersi e gli stessi Usa registrano una ripresa ben lontana dal rimbalzo di altre occasioni, sostenuto dagli animal spirits del suo capitalismo.
Per certi versi la sensazione è che la crisi stia per diventare meno acuta ma endemica, per adagiarsi in una lunga stagnazione.
Peraltro, la riforma della finanza è restata in larga parte sulla carta e, sostanzialmente non se ne parla più, nonostante sia ormai vicina la scadenza del 2018 come data limite per la sua entrata in vigore. Ed il capitalismo raider ha ripreso vigorosamente le pratiche di sempre. Non solo il sistema è restato uguale, ma non è stato neppure riformato nei suoi aspetti più discutibili. Su questo piano siamo al punto di partenza.
La riforma sanitaria, che avrebbe dovuto assicurare cure gratuite a 46 milioni di americani si è rivelata il classico topolino partorito dalla montagna. Quanto alla redistribuzione della ricchezza, il divario fra ricchi e poveri ha continuato tranquillamente a crescere come prima, macellando il ceto medio.
Non pare che il registro della politica interna e della politica economico finanziaria esibisca un bilancio positivo, anzi direi che viaggiamo fra il tre e mezzo ed il quattro meno meno. In compenso, in politica estera, i risultati sono decisamente peggiori ed il voto è ancora più basso. Obama (unico caso di premio Nobel per la pace a futura memoria) fece ben sperare per le promesse di soluzione delle crisi mediorientali e, per la verità, andò anche un po’ al di là del segno con il discorso del Cairo in cui si sbracciò a rassicurare l’Islam che l’Occidente non è suo nemico, anzi è amico, anzi è disposto a portargli il caffè a letto. Va bene: un po’ di enfasi diplomatica. Dopo vennero le primavere arabe nelle quali non seppe bene cosa fare, e giocò male la carta libica, con il risultato di mettere in giro questa mina vagante di una Libia tribalizzata che – forse, insisto: forse – trova solo ora una qualche composizione. Poi il colpo di Stato in Egitto nel quale ha sostenuto i militari: possiamo anche capire che i Fratelli Musulmani erano peggio, ma così siamo tornati alla casella di partenza come nel gioco dell’oca. Poi la guerra civile in Siria, dove ha alternato minacce e blandizie senza ottenere nulla con le prime e peggiorando tutto con le seconde. Ad un certo punto (settembre 2014) sembrava che sarebbe intervenuto entro 48 ore, ma poi bastò una mezza mossa di Putin e non se ne parlò più. Nel frattempo, cercò una via di uscita onorevole da Iraq ed Afghanistan, ma non trovandola, si risolse ad un ritiro precipitoso e senza misure prudenziali. Risultato: trovarsi fra i piedi l’Isis contro il quale ha stimolato la nascita di una coalizione di paesi islamici che è l’alleanza più inutile della storia. Gli Usa dicono di fare una guerra aerea spietata all’Isis, ma le truppe fondamentalisti dilagano lo stesso.
Questo anche perché ha scelleratamente deciso di attaccare briga con la Russia per la questione ucraina nella quale protegge il governo fascistoide di una nazione inventata che rivendica il possesso di province da sempre russofone (come il Donbass) o semplicemente russe (come la Crimea).
Il tutto al prezzi di far saltare quel minimo di equilibrio fra potenze che si era creato. Non amo affatto Putin, ma in questa storia Obama si sta comportando come un cavallo ubriaco che non sa dove andare ma scalcia in tutte le direzioni.
Insomma, se dovessi scrivere il paragrafo a lui dedicato in un libro di storia, lo intitolerei “Il Presidente che non sapeva fare la guerra, ma non sapeva fare neppure la pace”.
Fonte
Per farla breve, un disastro.
Ovviamente, si tratta sempre di una storia diversa da quella che scriveranno le generazioni a venire: nessuno, come i contemporanei, sarà mai in grado di apprezzare le più sottili sfumature di linguaggio, le pieghe della mentalità, i particolari delle istituzioni e dell’economia, in una parola, il “colore di quel tempo”.
In compenso, i posteri godranno il vantaggio del distacco, conosceranno cose prima segrete, individueranno meglio le tendenze e lo stesso giudizio storico dei contemporanei sarà un pezzo della loro analisi. Dunque, due forme di conoscenza diverse ma non per questo una di maggior pregio dell’altra, ed in qualche modo, complementari.
Dunque, che giudizio possiamo iniziare a formarci di questa presidenza? Obama arrivò alla Casa Bianca in un momento certo non facile: la crisi finanziaria si era appena conclamata, la situazione in Iraq ed Afghanistan si era incancrenita, la crisi georgiana rivelava al mondo una Russia tornata potenza decisa a ripristinare la propria influenza di area e le olimpiadi di Pechino rivelavano una Cina in anticipo di circa venti anni sul ruolino di marcia immaginato. Ed il progetto monopolare americano entrava in crisi mentre sorgeva la sfida degli emergenti per un mondo multipolare. Obama promise l’uscita dalla crisi, la riforma della finanza, una cauta ripresa delle politiche di welfarestate (riforma sanitaria), una parziale redistribuzione della ricchezza ed una America sempre unica superpotenza, ma prima fra pari, insomma un progetto egemonico fatto di forza ma anche di consenso, a metà fra il mono-polarismo unilateralista di Bush e il progetto multicentrico degli emergenti.
Vediamo i risultati: la crisi ha superato il primo momento, per riaffacciarsi (prevalentemente sul versante europeo) nel 2010-11 ed, anche in questa occasione, il momento peggiore è stato superato, ma ora ci sono preoccupazioni per gli emergenti (Cina, Brasile, Russia), l’Europa tarda a riprendersi e gli stessi Usa registrano una ripresa ben lontana dal rimbalzo di altre occasioni, sostenuto dagli animal spirits del suo capitalismo.
Per certi versi la sensazione è che la crisi stia per diventare meno acuta ma endemica, per adagiarsi in una lunga stagnazione.
Peraltro, la riforma della finanza è restata in larga parte sulla carta e, sostanzialmente non se ne parla più, nonostante sia ormai vicina la scadenza del 2018 come data limite per la sua entrata in vigore. Ed il capitalismo raider ha ripreso vigorosamente le pratiche di sempre. Non solo il sistema è restato uguale, ma non è stato neppure riformato nei suoi aspetti più discutibili. Su questo piano siamo al punto di partenza.
La riforma sanitaria, che avrebbe dovuto assicurare cure gratuite a 46 milioni di americani si è rivelata il classico topolino partorito dalla montagna. Quanto alla redistribuzione della ricchezza, il divario fra ricchi e poveri ha continuato tranquillamente a crescere come prima, macellando il ceto medio.
Non pare che il registro della politica interna e della politica economico finanziaria esibisca un bilancio positivo, anzi direi che viaggiamo fra il tre e mezzo ed il quattro meno meno. In compenso, in politica estera, i risultati sono decisamente peggiori ed il voto è ancora più basso. Obama (unico caso di premio Nobel per la pace a futura memoria) fece ben sperare per le promesse di soluzione delle crisi mediorientali e, per la verità, andò anche un po’ al di là del segno con il discorso del Cairo in cui si sbracciò a rassicurare l’Islam che l’Occidente non è suo nemico, anzi è amico, anzi è disposto a portargli il caffè a letto. Va bene: un po’ di enfasi diplomatica. Dopo vennero le primavere arabe nelle quali non seppe bene cosa fare, e giocò male la carta libica, con il risultato di mettere in giro questa mina vagante di una Libia tribalizzata che – forse, insisto: forse – trova solo ora una qualche composizione. Poi il colpo di Stato in Egitto nel quale ha sostenuto i militari: possiamo anche capire che i Fratelli Musulmani erano peggio, ma così siamo tornati alla casella di partenza come nel gioco dell’oca. Poi la guerra civile in Siria, dove ha alternato minacce e blandizie senza ottenere nulla con le prime e peggiorando tutto con le seconde. Ad un certo punto (settembre 2014) sembrava che sarebbe intervenuto entro 48 ore, ma poi bastò una mezza mossa di Putin e non se ne parlò più. Nel frattempo, cercò una via di uscita onorevole da Iraq ed Afghanistan, ma non trovandola, si risolse ad un ritiro precipitoso e senza misure prudenziali. Risultato: trovarsi fra i piedi l’Isis contro il quale ha stimolato la nascita di una coalizione di paesi islamici che è l’alleanza più inutile della storia. Gli Usa dicono di fare una guerra aerea spietata all’Isis, ma le truppe fondamentalisti dilagano lo stesso.
Questo anche perché ha scelleratamente deciso di attaccare briga con la Russia per la questione ucraina nella quale protegge il governo fascistoide di una nazione inventata che rivendica il possesso di province da sempre russofone (come il Donbass) o semplicemente russe (come la Crimea).
Il tutto al prezzi di far saltare quel minimo di equilibrio fra potenze che si era creato. Non amo affatto Putin, ma in questa storia Obama si sta comportando come un cavallo ubriaco che non sa dove andare ma scalcia in tutte le direzioni.
Insomma, se dovessi scrivere il paragrafo a lui dedicato in un libro di storia, lo intitolerei “Il Presidente che non sapeva fare la guerra, ma non sapeva fare neppure la pace”.
Fonte
Per farla breve, un disastro.
07/07/2015
Obamacare tra rincari e fusioni
di Michele Paris
A pochi giorni dalla decisiva sentenza della Corte Suprema americana che ha salvato i sussidi federali destinati agli acquirenti di polizze sanitarie private, come previsto dalla riforma “Obamacare”, moltissime compagnie di assicurazioni stanno richiedendo pesantissimi aumenti dei premi pagati dai loro clienti.
La ragione principale della probabile impennata del costo delle polizze sarebbe l’errore commesso dalle compagnie private nello stimare l’importo dei rimborsi da erogare per i servizi sanitari di cui hanno usufruito i sottoscrittori. In Minnesota, la società Blue Cross and Blue Shield ha ad esempio perso 135 milioni di dollari nel 2014 sulle proprie polizze individuali, visto che i rimborsi pagati hanno rappresentato il 115% del totale delle entrate derivanti dai premi assicurativi.
Molte compagnie si sono trovate in questa situazione dopo avere accertato che i loro nuovi clienti erano in media più malati del previsto, mentre troppo bassa è risultata la quota dei sottoscrittori di polizze generalmente sani. Poiché la riforma prevede che agli individui con “condizioni pre-esistenti” non possa essere più negata l’assicurazione sanitaria, ciò ha determinato le proposte spesso sostanziose di aumento dei premi per il prossimo anno.
Secondo la riforma Obamacare o, ufficialmente, Affordable Care Act (ACA), aumenti dei premi superiori al 10% stabiliti dalle compagnie di assicurazioni devono essere dichiarati pubblicamente e passare attraverso un processo di revisione del governo federale tramite apposite commissioni. Tuttavia, non esiste un vero e proprio meccanismo che consenta di bloccare gli aumenti e le commissioni stesse appaiono spesso fin troppo ben disposte verso gli assicuratori.
Emblematico è il caso dello stato dell’Oregon, dove la commissione incaricata ha concesso in alcuni casi aumenti dei premi molto più alti di quanto richiesto da alcune compagnie private. Health Net aveva richiesto rialzi pari in media al 9% e ha ottenuto un 34,8%; Health Co-op, invece, aveva chiesto un 5,3% di aumento e ha finito col ricevere un’autorizzazione per far salire i premi fino al 19,9%.
La già citata Blue Cross and Blue Shield, una delle principali compagnie private americane operanti nel settore sanitario, ha richiesto aumenti molto più ingenti, tra cui in media del 23% in Illinois, del 25% in North Carolina, del 31% in Oklahoma, del 36% in Tennessee e addirittura del 51% in New Mexico e del 54% in Minnesota.
Questa
e altre compagnie di assicurazioni private si sono ritrovate con un
fiume di nuovi clienti grazie alla riforma sanitaria del 2010. L’ACA ha
stabilito tra l’altro che tutti gli americani al di sopra di un certo
reddito sono costretti ad acquistare una polizza sul mercato privato, se
non dispongono di una qualche copertura tramite il loro datore di
lavoro o uno dei programmi federali.
A coloro che non hanno sottoscritto una polizza, pur essendo obbligati per legge, viene applicata invece una sanzione, il cui importo aumenta di anno in anno. Questi ultimi sono in larga misura gli americani più sani che, con la loro scelta, avrebbero determinato l’aumento dei premi degli assicurati.
La decisione di non acquistare una polizza privata è dettata però talvolta dalla necessità, visto che, nonostante i sussidi garantiti dal governo, spesso i rimborsi della copertura sanitaria acquistata prevedono franchigie che possono ammontare anche a varie migliaia di dollari.
Per il ministro della Sanità americano, Sylvia Burwell, l’impatto dell’aumento dei premi potrebbe essere ridotto ricercando annualmente sui mercati delle polizze private (“exchanges”), creati dai singoli stati o dal governo di Washington, il prodotto più conveniente o adatto a ogni acquirente.
Secondo una ricerca indipendente, però, il cambiamento dei piani assicurativi comporta il rischio della perdita della possibilità di continuare a essere visitati dai propri medici di fiducia e, prevedibilmente, premi più bassi significano meno servizi a disposizione e una scelta più limitata di medici e ospedali dove ricevere assistenza.
Questo aspetto appare cruciale nell’impianto della riforma voluta da Obama, dal momento che una delle conseguenze dell’ACA è e sarà quella di giungere a un vero e proprio razionamento dell’assistenza sanitaria, ovviamente non per coloro che possono permettersi di pagare di tasca propria i servizi migliori.
Un altro fattore che sta determinando l’aumento vertiginoso dei premi delle polizze, secondo alcuni, è poi una disposizione prevista dall’ACA e propagandata da Obama come un’iniziativa favorevole agli assicurati. Essa consiste nell’obbligo imposto alle compagnie di spendere almeno l’80% dei premi incassati in servizi sanitari offerti ai loro clienti.
Se, tuttavia, i margini di profitto delle compagnie risultano troppo bassi, questa norma finisce per produrre aumenti dei premi, sui quali, come già ricordato, il governo svolge solo opera di supervisione. Tutto quello che il presidente americano ha potuto dire sulla questione è stato invitare i sottoscrittori di polizze a fare pressioni sulle commissioni statali chiamate a valutare le richieste di aumenti per ridurli al minimo possibile.
Gli aumenti annunciati in questi giorni rivelano così ancora una volta il vero carattere della riforma di Obama, scritta sostanzialmente per favorire una riduzione dei costi sanitari e gli interessi economici delle compagnie private. Ciò è stato riconosciuto in maniera indiretta qualche giorno fa anche dal New York Times, solitamente strenuo difensore dell’ACA, il quale in seguito all’impennata dei premi è giunto a interrogarsi apertamente sulla stessa “efficacia della legge sanitaria”.
Le scosse di assestamento nel settore sanitario USA determinate dall’avvento dell’ACA si stanno facendo sentire infine anche ai vertici delle compagnie assicurative private, sotto forma di fusioni. Una di esse è stata annunciata proprio la scorsa settimana e, se approvata come previsto dal governo, promette di essere la più importante di sempre nel settore sanitario.
Aetna
Inc. e Humana Inc., rispettivamente la terza e la quarta più grande
compagnia americana per fatturato in ambito assicurativo sanitario,
dovrebbero diventare nei prossimi mesi un’unica compagnia con più di 33
milioni di clienti e ricavi per circa 115 miliardi di dollari. La
fusione darà vita a una singola entità destinata a diventare il secondo
operatore USA in questo settore, dopo United HealthGroup.
Secondo l’amministratore delegato di Aetna, Mark Bertolini, a dare l’impulso alla fusione sarebbe stata l’ACA e i cambiamenti che la riforma ha determinato in questo settore, a cominciare dal drastico allargamento del mercato delle polizze individuali, a discapito di quelle garantite agli americani dalle aziende per cui lavorano.
I giganti del settore “healthcare”, soprattutto, stanno manovrando per conquistare la fetta più grande possibile del nuovo mercato ancora fluido aperto dalla riforma di Obama. In ogni caso, come di consueto, nonostante gli annunci le fusioni porteranno con ogni probabilità ristrutturazioni delle compagnie coinvolte con conseguenti tagli dei costi e dei posti di lavoro.
Quella tra Aetna e Humana è solo la più recente operazione in un’ondata di fusioni e acquisizioni nel campo delle assicurazioni sanitarie seguita all’entrata in vigore dell’ACA nel 2010. Solo nei primi sei mesi del 2015, infatti, sono già state registrate operazioni di questo genere negli Stati Uniti per un valore stimato di quasi 300 miliardi di dollari.
Fonte
A pochi giorni dalla decisiva sentenza della Corte Suprema americana che ha salvato i sussidi federali destinati agli acquirenti di polizze sanitarie private, come previsto dalla riforma “Obamacare”, moltissime compagnie di assicurazioni stanno richiedendo pesantissimi aumenti dei premi pagati dai loro clienti.
La ragione principale della probabile impennata del costo delle polizze sarebbe l’errore commesso dalle compagnie private nello stimare l’importo dei rimborsi da erogare per i servizi sanitari di cui hanno usufruito i sottoscrittori. In Minnesota, la società Blue Cross and Blue Shield ha ad esempio perso 135 milioni di dollari nel 2014 sulle proprie polizze individuali, visto che i rimborsi pagati hanno rappresentato il 115% del totale delle entrate derivanti dai premi assicurativi.
Molte compagnie si sono trovate in questa situazione dopo avere accertato che i loro nuovi clienti erano in media più malati del previsto, mentre troppo bassa è risultata la quota dei sottoscrittori di polizze generalmente sani. Poiché la riforma prevede che agli individui con “condizioni pre-esistenti” non possa essere più negata l’assicurazione sanitaria, ciò ha determinato le proposte spesso sostanziose di aumento dei premi per il prossimo anno.
Secondo la riforma Obamacare o, ufficialmente, Affordable Care Act (ACA), aumenti dei premi superiori al 10% stabiliti dalle compagnie di assicurazioni devono essere dichiarati pubblicamente e passare attraverso un processo di revisione del governo federale tramite apposite commissioni. Tuttavia, non esiste un vero e proprio meccanismo che consenta di bloccare gli aumenti e le commissioni stesse appaiono spesso fin troppo ben disposte verso gli assicuratori.
Emblematico è il caso dello stato dell’Oregon, dove la commissione incaricata ha concesso in alcuni casi aumenti dei premi molto più alti di quanto richiesto da alcune compagnie private. Health Net aveva richiesto rialzi pari in media al 9% e ha ottenuto un 34,8%; Health Co-op, invece, aveva chiesto un 5,3% di aumento e ha finito col ricevere un’autorizzazione per far salire i premi fino al 19,9%.
La già citata Blue Cross and Blue Shield, una delle principali compagnie private americane operanti nel settore sanitario, ha richiesto aumenti molto più ingenti, tra cui in media del 23% in Illinois, del 25% in North Carolina, del 31% in Oklahoma, del 36% in Tennessee e addirittura del 51% in New Mexico e del 54% in Minnesota.
A coloro che non hanno sottoscritto una polizza, pur essendo obbligati per legge, viene applicata invece una sanzione, il cui importo aumenta di anno in anno. Questi ultimi sono in larga misura gli americani più sani che, con la loro scelta, avrebbero determinato l’aumento dei premi degli assicurati.
La decisione di non acquistare una polizza privata è dettata però talvolta dalla necessità, visto che, nonostante i sussidi garantiti dal governo, spesso i rimborsi della copertura sanitaria acquistata prevedono franchigie che possono ammontare anche a varie migliaia di dollari.
Per il ministro della Sanità americano, Sylvia Burwell, l’impatto dell’aumento dei premi potrebbe essere ridotto ricercando annualmente sui mercati delle polizze private (“exchanges”), creati dai singoli stati o dal governo di Washington, il prodotto più conveniente o adatto a ogni acquirente.
Secondo una ricerca indipendente, però, il cambiamento dei piani assicurativi comporta il rischio della perdita della possibilità di continuare a essere visitati dai propri medici di fiducia e, prevedibilmente, premi più bassi significano meno servizi a disposizione e una scelta più limitata di medici e ospedali dove ricevere assistenza.
Questo aspetto appare cruciale nell’impianto della riforma voluta da Obama, dal momento che una delle conseguenze dell’ACA è e sarà quella di giungere a un vero e proprio razionamento dell’assistenza sanitaria, ovviamente non per coloro che possono permettersi di pagare di tasca propria i servizi migliori.
Un altro fattore che sta determinando l’aumento vertiginoso dei premi delle polizze, secondo alcuni, è poi una disposizione prevista dall’ACA e propagandata da Obama come un’iniziativa favorevole agli assicurati. Essa consiste nell’obbligo imposto alle compagnie di spendere almeno l’80% dei premi incassati in servizi sanitari offerti ai loro clienti.
Se, tuttavia, i margini di profitto delle compagnie risultano troppo bassi, questa norma finisce per produrre aumenti dei premi, sui quali, come già ricordato, il governo svolge solo opera di supervisione. Tutto quello che il presidente americano ha potuto dire sulla questione è stato invitare i sottoscrittori di polizze a fare pressioni sulle commissioni statali chiamate a valutare le richieste di aumenti per ridurli al minimo possibile.
Gli aumenti annunciati in questi giorni rivelano così ancora una volta il vero carattere della riforma di Obama, scritta sostanzialmente per favorire una riduzione dei costi sanitari e gli interessi economici delle compagnie private. Ciò è stato riconosciuto in maniera indiretta qualche giorno fa anche dal New York Times, solitamente strenuo difensore dell’ACA, il quale in seguito all’impennata dei premi è giunto a interrogarsi apertamente sulla stessa “efficacia della legge sanitaria”.
Le scosse di assestamento nel settore sanitario USA determinate dall’avvento dell’ACA si stanno facendo sentire infine anche ai vertici delle compagnie assicurative private, sotto forma di fusioni. Una di esse è stata annunciata proprio la scorsa settimana e, se approvata come previsto dal governo, promette di essere la più importante di sempre nel settore sanitario.
Secondo l’amministratore delegato di Aetna, Mark Bertolini, a dare l’impulso alla fusione sarebbe stata l’ACA e i cambiamenti che la riforma ha determinato in questo settore, a cominciare dal drastico allargamento del mercato delle polizze individuali, a discapito di quelle garantite agli americani dalle aziende per cui lavorano.
I giganti del settore “healthcare”, soprattutto, stanno manovrando per conquistare la fetta più grande possibile del nuovo mercato ancora fluido aperto dalla riforma di Obama. In ogni caso, come di consueto, nonostante gli annunci le fusioni porteranno con ogni probabilità ristrutturazioni delle compagnie coinvolte con conseguenti tagli dei costi e dei posti di lavoro.
Quella tra Aetna e Humana è solo la più recente operazione in un’ondata di fusioni e acquisizioni nel campo delle assicurazioni sanitarie seguita all’entrata in vigore dell’ACA nel 2010. Solo nei primi sei mesi del 2015, infatti, sono già state registrate operazioni di questo genere negli Stati Uniti per un valore stimato di quasi 300 miliardi di dollari.
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