La presidente Park Geun-hye lo ha assicurato in una riunione coi vertici del ministero della Difesa in risposta all’annuncio di Pyongyang sull'ingresso in “uno stato di guerra” contro il Sud. La Corea del Nord starebbe sperimentando ordigni atomici basati sull'uranio arricchito invece che sul plutonio secondo il Washington Post, che riprende giudizi raccolti tra funzionari americani ed esperti indipendenti
Sembra ulteriormente alzarsi la temperatura tra le due Coree.
L’assemblea suprema del popolo, il Parlamento nordcoreano, ha approvato
il rafforzamento delle attività di sviluppo delle armi nucleari.
Allo stesso tempo, riferisce l’agenzia Kcna, la sessione plenaria ha
dato il via libera anche alla creazione di un apposito Ufficio “per lo
sviluppo dei piani spaziali”. Dall’altra parte del 38° parallelo la Corea del Sud aveva fatto sapere che “metterà in campo risposte militari forti e veloci contro le provocazioni della Corea del Nord, senza tenere conto delle conseguenze politiche”.
La presidente Park Geun-hye lo ha assicurato in una riunione coi vertici del ministero della Difesa in risposta all’annuncio del fine settimana di Pyongyang sull’ingresso in “uno stato di guerra” contro il Sud.
“Se c’è una provocazione contro la Corea del Sud e la sua gente, ci
dovrebbe essere una risposta forte iniziale senza alcuna considerazione
politica”. Il messaggio della presidente è di mettere da parte ogni
remora rispondendo con forza in caso di provocazioni della Corea del
Nord, promotrice di minacce quotidiane che ha fatto risalire la tensione
nella penisola.
“La ragione dell’esistenza dei militari – ha
aggiunto Park, nel resoconto dell’agenzia Yonhap – è di proteggere il
Paese e la sua gente dalle minacce”. Nelle ultime settimane, Pyongyang ha progressivamente alzato i toni della retorica con ripetute minacce di guerra contro il Sud in risposta alle esercitazioni militari congiunte denominate (‘Foal Eagle’) tra Corea del Sud e Usa,
partite a inizio marzo e destinate a chiudersi a fine aprile, oltre che
per la nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha varato una stretta alle sanzioni dopo il terzo test nucleare del 12 febbraio.
Intanto la Corea del Nord sembra avanzare verso programmi di ordigni atomici basati sull’uranio arricchito invece che sul plutonio,
come fatto finora. Almeno questa è l’ipotesi del Washington Post, che
riprende giudizi raccolti tra funzionari americani ed esperti
indipendenti, insospettiti dalle insolite misure adottate da Pyongyang
per nascondere i dettagli sull’arma nucleare usata il 12 febbraio, in
occasione del terzo test. Almeno due analisi sulla detonazione, scrive
il quotidiano Usa nel suo sito online, hanno confermato che gli effetti
dell’esplosione sono stati notevolmente contenuti, con la dispersione di poche tracce radioattive nell’atmosfera.
I
primi due esperimenti, del 2006 e del 2009, hanno usato il plutonio
delle scorte di materiale fissile che la Corea del Nord ha sviluppato a
fine anni ’90. Mentre, un test riuscito a base di uranio (a quanto
sembra il terzo) confermerebbe che Pyongyang ha trovato un altro
percorso per produrre armi atomiche mettendo a pieno
frutto l’abbondanza nel Paese di uranio naturale e nuove tecnologie di
arricchimento (highly enriched uranium, Heu). Queste ultime, inoltre,
sarebbero motivo di timori concreti e forti per la cooperazione tra il
regime comunista e l’Iran. Nei giorni dopo la detonazione, i sensori di
Usa e Corea del Sud non rilevarono tracce di gas radioattivi, rilasciati
di solito in questi casi, in nessuna delle 120 stazioni disposte per il
monitoraggio sul confine e sottovento rispetto al sito
di prova. Un aereo giapponese, invece, registrò un picco d’isotopo
radioattivo (Xeno-133), senza che i dati risultassero decisivi.
L’assenza di dati fisici potrebbe suggerire un tentativo deliberato da
parte della Corea del Nord di impedire il rilascio di gas rivelatori,
magari grazie ad una camera di detonazione scavata in profondità e
all’adozione di misure supplementari per prevenire la perdita di
radiazioni. “Ci sono poche informazioni, il che suggerisce che i
nordcoreani stanno facendo un buon lavoro di contenimento”, ha ammesso
uno dei funzionari citati in forma anonima dal Washington Post.
La tensioni per ora non hanno creato nessun intoppo anche questa mattina al distretto industriale di Kaesong,
ultimo progetto ancora in piedi di cooperazione economica congiunta tra
le due Coree. Malgrado le minacce di Pyongyang di “rapida chiusura” e
la decisione di tagliare la linea rossa militare”, il
ministero dell’Unificazione sudcoreano ha riferito che il Nord ha dato
il via libera al piano giornaliero sul movimento di persone e merci
attraverso il Comitato di gestione dell’area (Kidmac), ufficio congiunto
composto dai rappresentanti delle parti coinvolte. “Il Nord – ha
riferito il ministero – ha dato l’approvazione ad attraversare il
confine a 352 sudcoreani alle ore 8.30 del mattino”, ha detto un
funzionario del ministero citato dall’ agenzia Yonhap, secondo cui 853
persone dovrebbero nel complesso raggiungere il distretto a fronte di
355 rientri.
Kaesong, che la Corea del Sud ha chiarito di non
volerne in alcuno modo modificare il funzionamento, genera ogni anno
nelle casse nordcoreane flussi da 87 milioni di dollari,
in prevalenza grazie ai salari dei circa 53.000 lavoratori impiegati,
fornendo supporto a oltre 250.000 persone, includendo anche i familiari.
Il complesso, di cui il colosso Hyundai è capofila e che coinvolge 123
aziende, è il fiore all’occhiello nato dal vertice del 2000 a Pyongyang
tra il ‘caro leader’ Kim Jong-il e la controparte sudcoreana, il
presidente Kim Dae-jung.
Fonte
Due cose mi fanno rotolare macabramente dalle risate in questa storia.
La prima: i sedicenti esperti indipendenti che sistematicamente si appiattiscono sull'opinione governativa di turno con buona pace dell'indipendenza di giudizio.
La seconda: il distretto industriale condiviso tra nord e sub che funziona come niente fosse nonostante i promotori dello stesso siano pronti a cancellarsi vicendevolmente dalla cartina geografica. Mi resta solo il dubbio se questa sia sintomatico di un bluff grande come l'universo da entrambe le parti, o se denoti semplicemente il delirio e l'idiozia del denaro.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/04/2013
India, sì all’anti cancro low cost. Novartis perde il ricorso sul brevetto
Dopo sei anni di battaglia legale la Corte Suprema indiana ha respinto l'istanza dell’industria farmaceutica svizzera per il brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione
Sei anni di battaglia legale tra il colosso farmaceutico Novartis e l’India, ma già come avvenuto con Roche e Bayer i supremi giudici si sono messi una mano sulla coscienza dando torto a “Big Pharma”. La Corte Suprema indiana ha respinto il ricorso dell’industria farmaceutica svizzera relativo al brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici, secondo la tv Cnn Ibn, hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico low cost per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione. La sentenza arriva dopo anni di carte bollate e recriminazioni ingaggiata dal colosso elvetico per ottenere il rispetto delle leggi sulla proprietà intellettuale. Come motivazione la Corte Suprema ha argomentato che il Glivec “non è un prodotto innovativo” perché utilizza una molecola già nota e quindi non rientra nei criteri stabiliti per le “invenzioni”. Le associazioni indiane di difesa dei diritti umani esultano perché si tratta di una conferma dell’India come “farmacia dei poveri” mondiale.
Poco meno di un mese fa, il 5 marzo, l’India aveva respinto un altro ricorso; quello della società farmaceutica Bayer sempre contro una versione low cost di un farmaco anti cancro. L’industri tedesca si era rivolta alla Commissione di appello per la proprietà intellettuale (Ipab) per chiedere l’annullamento della decisione di cedere all’indiana Natco Pharma un brevetto per produrre a basso costo il Nexavar, usato per curare il tumore al fegato e ai reni. La Bayer vendeva il medicinale a circa 5.600 dollari per 120 compresse, ovvero la scorta per un mese, mentre il prezzo della versione generica indiana è di 175 dollari per la stessa dose. Un anno fa, il governo indiano aveva concesso il brevetto alla Natco Pharma con la motivazione che ”doveva essere alla portata della maggior parte dei malati”. Il 3 novembre del 2012 l’India aveva revocato il brevetto di un costoso medicinale anti epatite prodotto dalla svizzera Roche rompendo di fatto il monopolio detenuto dalla società. Anche in questo caso la Corte di appello indiana per i brevetti (Ipab) ha ritenuto il farmaco Pegasys, usato per curare l’epatite C, non ”un’invenzione’‘, tale quindi da essere protetta da un brevetto secondo il regime sulla tutela della proprietà intellettuale noto. La cura, che dura sei mesi costa oltre 8.700 dollari, una cifra enorme per larga parte dei malati cronici di epatite che sono in maggioranza tossicodipendenti. Il Pegasys è stato il primo farmaco brevettato in India dove oltre il 90% dei medicinali sono generici, ovvero ”copiati” da prodotti che sono frutto di anni di ricerca delle aziende occidentali. Si tratta di un annosa disputa ma che di recente, con la crisi economica globale, è diventata di primaria importanza per i rapporti tra l’India e le aziende occidentali.
Quello del paese asiatico è uno dei mercati più appetitosi al mondo con un giro d’affari stimato di 12 miliardi di dollari, ma anche con una legislazione in materia di proprietà intellettuale che si presta a molte interpretazioni, come si lamentano le case farmaceutiche. Contrastate da organizzazioni umanitarie come ”Medici Senza Frontiere” che si riforniscono dall’India per le loro campagne mondiali sulla sanità e anti Aids.
Durissima la reazione della società: “La decisione della Corte suprema indiana scoraggia la ricerca di farmaci innovativi, essenziale per l’avanzamento della scienza medica al servizio dei pazienti. A Novartis non è mai stato riconosciuto un brevetto originale per Glivec in India. Siamo fermamente convinti che le innovazioni originali debbano essere riconosciute e tutelate da brevetti al fine di incoraggiare gli investimenti nell’innovazione medica, in particolare nel caso di bisogni clinici insoddisfatti” ha detto Ranjit Shahani, vice chairman e managing director di Novartis India Limited.
“Abbiamo portato avanti questo caso poiché crediamo che i brevetti tutelino l’innovazione e incoraggino i progressi medici, soprattutto per i bisogni clinici insoddisfatti”, ha aggiunto. “Questa sentenza rappresenta una battuta d’arresto per i pazienti e ostacolerà i progressi medici nelle patologie per le quali non sono ancora disponibili opzioni terapeutiche efficaci”. In una conferenza stampa a Mumbai trasmessa in diretta dalle tv indiane, Ranjani ha ricordato che il Glivec è “fornito gratuitamente al 95% dei pazienti indiani” nell’ambito delle iniziative dell’azienda svizzera per garantire l’accesso a farmaci salvavita alle fasce povere della popolazione. Il costoso farmaco elvetico è usato da 16 mila malati in India. “Novartis non ha quindi interessi commerciali su questo farmaco in India” ha aggiunto. Rispondendo a una domanda sulle ripercussioni del verdetto, il manager ha precisato che “Novartis continuerà a investire in India e a chiedere brevetti” per i suoi prodotti. Si è augurato inoltre che in futuro “possa migliorare il clima in cui si svolge la ricerca farmaceutica a beneficio delle aziende straniere e anche di quelle indiane”. Ha poi ricordato che dal 2005 “milioni di dollari di investimenti sono andati in Cina” a discapito dell’India dove manca un “ecosistema” favorevole alla tutela della proprietà intellettuale.
Fonte
E' un po' difficile farsi un'opinione univoca sul fatto in quanto da una parte ci sta Novartis (e il resto di Big Pharma che specula tranquillamente sulla salute della gente) che dice d'aver fornito il farmaco incriminato gratuitamente al 95% dei malati indiani, dall'altra c'è l'India e la sua industria farmaceutica che notoriamente vive e prolifica sui farmaci generici che necessitano di sentenze come questa sul mancato riconoscimento di brevetti altrui.
Mi sa che tra i due contendenti, come sempre ci rimette l'anello debole della catena: il malato.
Di una cosa sono certo, lo sviluppo e la ricerca medica - e non solo - dovrebbe essere completamente espropriante da qualsiasi interesse commerciale e privato, con buona pace delle stronzate sul progresso che senza i capitali privati non sarebbe possibile.
Sei anni di battaglia legale tra il colosso farmaceutico Novartis e l’India, ma già come avvenuto con Roche e Bayer i supremi giudici si sono messi una mano sulla coscienza dando torto a “Big Pharma”. La Corte Suprema indiana ha respinto il ricorso dell’industria farmaceutica svizzera relativo al brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici, secondo la tv Cnn Ibn, hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico low cost per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione. La sentenza arriva dopo anni di carte bollate e recriminazioni ingaggiata dal colosso elvetico per ottenere il rispetto delle leggi sulla proprietà intellettuale. Come motivazione la Corte Suprema ha argomentato che il Glivec “non è un prodotto innovativo” perché utilizza una molecola già nota e quindi non rientra nei criteri stabiliti per le “invenzioni”. Le associazioni indiane di difesa dei diritti umani esultano perché si tratta di una conferma dell’India come “farmacia dei poveri” mondiale.
Poco meno di un mese fa, il 5 marzo, l’India aveva respinto un altro ricorso; quello della società farmaceutica Bayer sempre contro una versione low cost di un farmaco anti cancro. L’industri tedesca si era rivolta alla Commissione di appello per la proprietà intellettuale (Ipab) per chiedere l’annullamento della decisione di cedere all’indiana Natco Pharma un brevetto per produrre a basso costo il Nexavar, usato per curare il tumore al fegato e ai reni. La Bayer vendeva il medicinale a circa 5.600 dollari per 120 compresse, ovvero la scorta per un mese, mentre il prezzo della versione generica indiana è di 175 dollari per la stessa dose. Un anno fa, il governo indiano aveva concesso il brevetto alla Natco Pharma con la motivazione che ”doveva essere alla portata della maggior parte dei malati”. Il 3 novembre del 2012 l’India aveva revocato il brevetto di un costoso medicinale anti epatite prodotto dalla svizzera Roche rompendo di fatto il monopolio detenuto dalla società. Anche in questo caso la Corte di appello indiana per i brevetti (Ipab) ha ritenuto il farmaco Pegasys, usato per curare l’epatite C, non ”un’invenzione’‘, tale quindi da essere protetta da un brevetto secondo il regime sulla tutela della proprietà intellettuale noto. La cura, che dura sei mesi costa oltre 8.700 dollari, una cifra enorme per larga parte dei malati cronici di epatite che sono in maggioranza tossicodipendenti. Il Pegasys è stato il primo farmaco brevettato in India dove oltre il 90% dei medicinali sono generici, ovvero ”copiati” da prodotti che sono frutto di anni di ricerca delle aziende occidentali. Si tratta di un annosa disputa ma che di recente, con la crisi economica globale, è diventata di primaria importanza per i rapporti tra l’India e le aziende occidentali.
Quello del paese asiatico è uno dei mercati più appetitosi al mondo con un giro d’affari stimato di 12 miliardi di dollari, ma anche con una legislazione in materia di proprietà intellettuale che si presta a molte interpretazioni, come si lamentano le case farmaceutiche. Contrastate da organizzazioni umanitarie come ”Medici Senza Frontiere” che si riforniscono dall’India per le loro campagne mondiali sulla sanità e anti Aids.
Durissima la reazione della società: “La decisione della Corte suprema indiana scoraggia la ricerca di farmaci innovativi, essenziale per l’avanzamento della scienza medica al servizio dei pazienti. A Novartis non è mai stato riconosciuto un brevetto originale per Glivec in India. Siamo fermamente convinti che le innovazioni originali debbano essere riconosciute e tutelate da brevetti al fine di incoraggiare gli investimenti nell’innovazione medica, in particolare nel caso di bisogni clinici insoddisfatti” ha detto Ranjit Shahani, vice chairman e managing director di Novartis India Limited.
“Abbiamo portato avanti questo caso poiché crediamo che i brevetti tutelino l’innovazione e incoraggino i progressi medici, soprattutto per i bisogni clinici insoddisfatti”, ha aggiunto. “Questa sentenza rappresenta una battuta d’arresto per i pazienti e ostacolerà i progressi medici nelle patologie per le quali non sono ancora disponibili opzioni terapeutiche efficaci”. In una conferenza stampa a Mumbai trasmessa in diretta dalle tv indiane, Ranjani ha ricordato che il Glivec è “fornito gratuitamente al 95% dei pazienti indiani” nell’ambito delle iniziative dell’azienda svizzera per garantire l’accesso a farmaci salvavita alle fasce povere della popolazione. Il costoso farmaco elvetico è usato da 16 mila malati in India. “Novartis non ha quindi interessi commerciali su questo farmaco in India” ha aggiunto. Rispondendo a una domanda sulle ripercussioni del verdetto, il manager ha precisato che “Novartis continuerà a investire in India e a chiedere brevetti” per i suoi prodotti. Si è augurato inoltre che in futuro “possa migliorare il clima in cui si svolge la ricerca farmaceutica a beneficio delle aziende straniere e anche di quelle indiane”. Ha poi ricordato che dal 2005 “milioni di dollari di investimenti sono andati in Cina” a discapito dell’India dove manca un “ecosistema” favorevole alla tutela della proprietà intellettuale.
Fonte
E' un po' difficile farsi un'opinione univoca sul fatto in quanto da una parte ci sta Novartis (e il resto di Big Pharma che specula tranquillamente sulla salute della gente) che dice d'aver fornito il farmaco incriminato gratuitamente al 95% dei malati indiani, dall'altra c'è l'India e la sua industria farmaceutica che notoriamente vive e prolifica sui farmaci generici che necessitano di sentenze come questa sul mancato riconoscimento di brevetti altrui.
Mi sa che tra i due contendenti, come sempre ci rimette l'anello debole della catena: il malato.
Di una cosa sono certo, lo sviluppo e la ricerca medica - e non solo - dovrebbe essere completamente espropriante da qualsiasi interesse commerciale e privato, con buona pace delle stronzate sul progresso che senza i capitali privati non sarebbe possibile.
01/04/2013
Riforma Fornero: dopo nove mesi più licenziati e più precari
Inchiesta di ilfattoquotidiano.it sui risultati della legge voluta dal governo Monti. Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato, metà ha perso il posto o ha visto peggiorare il proprio trattamento. Crollo delle collaborazioni. Brunetta: "In tre mesi spariti 57 mila posti a progetto". E i contenziosi sull'articolo 18 ingolfano i tribunali. Lo scontro tra norme rigide ed economia in recessione ha portato al fallimento degli obiettivi. Raccontate le vostre storie a ilfattoquotidiano.it
Dice la riforma Fornero che lo scopo è “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili” e quello di ribadire “il rilievo prioritario del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (…) quale forma comune di rapporto di lavoro”. Adesso che sono passati quasi nove mesi dalla sua entrata in vigore si può dire che quell’auspicio è purtroppo destinato a rimanere tale. In realtà le due grandi direttrici di riforma – in attesa dei nuovi ammortizzatori sociali, che dovrebbero entrare a regime nel 2017, se mai lo faranno – hanno già largamente fallito: da un lato infatti la riduzione delle tutele dell’articolo 18 ha dato il via ad una serie di licenziamenti individuali prima impossibili (riuscendo per di più a peggiorare la situazione del contenzioso in tribunale), dall’altro gli irrigidimenti sul’uso dei contratti flessibili ha portato alla perdita di posti di lavoro o a un peggioramento delle condizioni di quelli già esistenti (leggi la scheda: che cosa prevede la riforma Fornero).
D’altronde, come ha detto lo stesso ministro, questa non è una riforma fatta per uscire dalla recessione, per quello “servivano i soldi”, mentre le nuove norme andranno verificate in condizioni normali: rimane però da chiedersi perché introdurre norme che rendono più facili i licenziamenti e più rigide le assunzioni in un momento in cui la priorità dovrebbe essere assicurare un posto a più gente possibile. Ecco, dunque, per capire di che si parla, un riassunto per punti della riforma e dei suoi risultati in questi mesi.
Numeri. Nei primi nove mesi del 2012 – analizzando il sistema delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro – risultano 640mila rapporti di lavoro interrotti con un licenziamento (tra individuali e collettivi), il che significa un aumento dell’11% sul 2011. Nello stesso periodo le dimissioni sono diminuite dell’8,7% passando da 1,22 milioni a 1,1 milioni. Vediamo come, invece, le assunzioni si sono divise tra i vari contratti disponibili nel terzo trimestre 2012, cioè con la riforma Fornero in vigore: oltre il 67% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a termine (1,65 milioni), solo il 17,5% a tempo indeterminato (430.912) e il 6,4% con contratti di collaborazione (156.845 unità). L’apprendistato ha riguardato appena il 2,5% delle assunzioni. Rispetto ai mesi precedenti si registra un crollo per le collaborazioni (-22,5%) e per gli “altri contratti” flessibili (-24,3%).
Le difficoltà sui nuovi contratti. Spiega l’ex ministro Renato Brunetta: “In 3 mesi, da luglio a settembre 2012, sono andati persi oltre 57 mila lavori “a progetto”, da luglio a dicembre 2012 circa 302mila posti di lavoro. E la situazione, già drammatica, è destinata a peggiorare. La Banca d’Italia ha stimato che nei prossimi mesi si assisterà a un’ulteriore flessione della domanda: il tasso di posti vacanti, già basso, si è ancora ridotto da 0,7 a 0,5% delle posizioni lavorative attive nel terzo trimestre. Mentre un’indagine del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro mostra chiaramente tutte le difficoltà dei datori di lavoro nell’utilizzo dei nuovi contratti: nei primi tre mesi del 2013 le imprese dell’industria e dei servizi hanno previsto di rinunciare a 80.200 posizioni.
Come se non bastasse il contratto di apprendistato, su cui la riforma Fornero ha puntato come canale privilegiato d’ingresso al lavoro, rimane pressoché inutilizzato: nel terzo trimestre 2013 ne saranno attivati appena 8.800 (il 3,9% dei flussi in ingresso programmati totali nel periodo). Addirittura nel secondo trimestre 2012, prima quindi dell’arrivo della riforma Fornero, se ne attivavano di più: circa 10.300”.
Da precari a disoccupati. Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato dopo la riforma Fornero e solo un altro 4% è passato ad un contratto flessibile con più tutele, mentre il 27% ha direttamente perso il lavoro e il 22% è scivolato verso un contratto peggiore. E’ il risultato di un sondaggio online dei giovani della Cgil a cui hanno partecipato 500 precari (i risultati, ovviamente, sono puramente indicativi). Spiega Tommaso Dilonardo, avvocato del lavoro, fondatore e presidente di Work in Progress, Centro di ricerche sociali sul lavoro e le nuove forme di occupazione: “Non è stata agevolata in modo elastico l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani, anzi: prima i contratti a progetto e simili venivano sì stipulati in modo illegittimo, ma consentivano l’ingresso nel mercato del lavoro. La riforma Fornero, invece, ha irrigidito i parametri e adesso gli imprenditori sono più timorosi nell’adottare questi contratti per la paura della trasformazione del contratto a tempo indeterminato”.
Da stabili a disoccupati. Ancora Dilonardo di Work in Progress: “Stiamo assistendo nelle aule di tribunale, ma anche nelle commissioni territoriali delle Direzioni provinciali del lavoro, a una grande crescita dei licenziamenti tra gli ultracinquantenni. Questo perché alle aziende costano molto di più rispetto ai colleghi giovani e, inoltre, dopo la legge Fornero, non è più previsto il reintegro. Se l’obiettivo del governo era di agevolare l’uscita dal mercato del lavoro, allora ci sono riusciti”.
Da partite Iva a più partite Iva. Rileva la Cgia di Mestre: “E’ stata una vera esplosione: nel 2012 sono state aperte 549.000 partite Iva. Di queste ultime, 211.500 (pari al 38,5% del totale) sono ascrivibili a giovani con meno di 35 anni. Se infatti rispetto al 2011 le aperture totali sono cresciute del 2,2%, tra i giovani l’aumento è stato quasi esponenziale: +8,1%”. I settori maggiormente interessati sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio, le professioni e le costruzioni, la zona il Mezzogiorno. Spiega il segretario Giuseppe Bortolussi: “L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive della riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi lavorino prevalentemente per un solo committente”. In sostanza, fissando paletti astratti come i 18mila euro di soglia minima di reddito si finisce per garantire l’uso di “partite Iva false” e per di più senza controlli.
Costo del lavoro. Nonostante il peso del fisco sul lavoro fosse già alto, la riforma Fornero l’ha ulteriormente aumentato. Lo denuncia un documento di febbraio della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro: colpa, per così dire, dell’aumento dei contributi dovuti per l’Aspi, dei nuovi fondi di solidarietà e dell’aumento delle aliquote previdenziali (che, in realtà, si sta scaricando anche sul netto che arriva in tasca ai precari). Conclusione: “Un elenco di criticità che fanno diventare illusoria la crescita dell’occupazione e che confermano la tendenza alla chiusura delle aziende”.
“Tsunami giudiziario”. E’ l’effetto della riforma Fornero sui tribunali del lavoro secondo Agi, associazione che raccoglie oltre 1.500 avvocati giuslavoristi: “Lo diciamo oggi – ha spiegato il presidente Fabio Rusconi – a distanza di qualche mese dall’entrata in vigore: ora si può fare una diagnosi e, a livello interpretativo, l’impatto del rito carente e lacunoso sull’articolo 18 è stato devastante, come uno tsunami”. La questione è molto tecnica, ma il processo del lavoro partorito dalla riforma è straordinariamente cavilloso e si è risolto, per opinione unanime di avvocati e magistrati, in “una moltiplicazione dei processi” e in “un aggravio del carico già esorbitante della giustizia del lavoro”.
Al 31 dicembre, spiega Agi, i ricorsi con il rito Fornero sono stati 610 in tutto, 260 tra gennaio e febbraio, numeri che raddoppiano e addirittura triplicano se si considera che per lamentele diverse dal licenziamento il ricorso va fatto separatamente. E’ tanto vero, ha raccontato Panorama, che al Tribunale di Milano esiste ormai un apposito “ufficio Fornero”.
Fonte
Se questa non è stata una "riforma" posta in essere con gli intenti più classisti di massacro sociale totale io sono Topolino!
Tanto per rincarare la dose su un argomento che avevo tralasciato nel dimenticatoio, agevolo il - come al solito interessante - approfondimento a cura di Riccardo Iacona.
Buona visione e animo, quanto meno per incanalare l'incazzatura.
Dice la riforma Fornero che lo scopo è “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili” e quello di ribadire “il rilievo prioritario del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (…) quale forma comune di rapporto di lavoro”. Adesso che sono passati quasi nove mesi dalla sua entrata in vigore si può dire che quell’auspicio è purtroppo destinato a rimanere tale. In realtà le due grandi direttrici di riforma – in attesa dei nuovi ammortizzatori sociali, che dovrebbero entrare a regime nel 2017, se mai lo faranno – hanno già largamente fallito: da un lato infatti la riduzione delle tutele dell’articolo 18 ha dato il via ad una serie di licenziamenti individuali prima impossibili (riuscendo per di più a peggiorare la situazione del contenzioso in tribunale), dall’altro gli irrigidimenti sul’uso dei contratti flessibili ha portato alla perdita di posti di lavoro o a un peggioramento delle condizioni di quelli già esistenti (leggi la scheda: che cosa prevede la riforma Fornero).
D’altronde, come ha detto lo stesso ministro, questa non è una riforma fatta per uscire dalla recessione, per quello “servivano i soldi”, mentre le nuove norme andranno verificate in condizioni normali: rimane però da chiedersi perché introdurre norme che rendono più facili i licenziamenti e più rigide le assunzioni in un momento in cui la priorità dovrebbe essere assicurare un posto a più gente possibile. Ecco, dunque, per capire di che si parla, un riassunto per punti della riforma e dei suoi risultati in questi mesi.
Numeri. Nei primi nove mesi del 2012 – analizzando il sistema delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro – risultano 640mila rapporti di lavoro interrotti con un licenziamento (tra individuali e collettivi), il che significa un aumento dell’11% sul 2011. Nello stesso periodo le dimissioni sono diminuite dell’8,7% passando da 1,22 milioni a 1,1 milioni. Vediamo come, invece, le assunzioni si sono divise tra i vari contratti disponibili nel terzo trimestre 2012, cioè con la riforma Fornero in vigore: oltre il 67% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a termine (1,65 milioni), solo il 17,5% a tempo indeterminato (430.912) e il 6,4% con contratti di collaborazione (156.845 unità). L’apprendistato ha riguardato appena il 2,5% delle assunzioni. Rispetto ai mesi precedenti si registra un crollo per le collaborazioni (-22,5%) e per gli “altri contratti” flessibili (-24,3%).
Le difficoltà sui nuovi contratti. Spiega l’ex ministro Renato Brunetta: “In 3 mesi, da luglio a settembre 2012, sono andati persi oltre 57 mila lavori “a progetto”, da luglio a dicembre 2012 circa 302mila posti di lavoro. E la situazione, già drammatica, è destinata a peggiorare. La Banca d’Italia ha stimato che nei prossimi mesi si assisterà a un’ulteriore flessione della domanda: il tasso di posti vacanti, già basso, si è ancora ridotto da 0,7 a 0,5% delle posizioni lavorative attive nel terzo trimestre. Mentre un’indagine del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro mostra chiaramente tutte le difficoltà dei datori di lavoro nell’utilizzo dei nuovi contratti: nei primi tre mesi del 2013 le imprese dell’industria e dei servizi hanno previsto di rinunciare a 80.200 posizioni.
Come se non bastasse il contratto di apprendistato, su cui la riforma Fornero ha puntato come canale privilegiato d’ingresso al lavoro, rimane pressoché inutilizzato: nel terzo trimestre 2013 ne saranno attivati appena 8.800 (il 3,9% dei flussi in ingresso programmati totali nel periodo). Addirittura nel secondo trimestre 2012, prima quindi dell’arrivo della riforma Fornero, se ne attivavano di più: circa 10.300”.
Da precari a disoccupati. Solo il 5% dei precari è stato stabilizzato dopo la riforma Fornero e solo un altro 4% è passato ad un contratto flessibile con più tutele, mentre il 27% ha direttamente perso il lavoro e il 22% è scivolato verso un contratto peggiore. E’ il risultato di un sondaggio online dei giovani della Cgil a cui hanno partecipato 500 precari (i risultati, ovviamente, sono puramente indicativi). Spiega Tommaso Dilonardo, avvocato del lavoro, fondatore e presidente di Work in Progress, Centro di ricerche sociali sul lavoro e le nuove forme di occupazione: “Non è stata agevolata in modo elastico l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani, anzi: prima i contratti a progetto e simili venivano sì stipulati in modo illegittimo, ma consentivano l’ingresso nel mercato del lavoro. La riforma Fornero, invece, ha irrigidito i parametri e adesso gli imprenditori sono più timorosi nell’adottare questi contratti per la paura della trasformazione del contratto a tempo indeterminato”.
Da stabili a disoccupati. Ancora Dilonardo di Work in Progress: “Stiamo assistendo nelle aule di tribunale, ma anche nelle commissioni territoriali delle Direzioni provinciali del lavoro, a una grande crescita dei licenziamenti tra gli ultracinquantenni. Questo perché alle aziende costano molto di più rispetto ai colleghi giovani e, inoltre, dopo la legge Fornero, non è più previsto il reintegro. Se l’obiettivo del governo era di agevolare l’uscita dal mercato del lavoro, allora ci sono riusciti”.
Da partite Iva a più partite Iva. Rileva la Cgia di Mestre: “E’ stata una vera esplosione: nel 2012 sono state aperte 549.000 partite Iva. Di queste ultime, 211.500 (pari al 38,5% del totale) sono ascrivibili a giovani con meno di 35 anni. Se infatti rispetto al 2011 le aperture totali sono cresciute del 2,2%, tra i giovani l’aumento è stato quasi esponenziale: +8,1%”. I settori maggiormente interessati sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio, le professioni e le costruzioni, la zona il Mezzogiorno. Spiega il segretario Giuseppe Bortolussi: “L’aumento del numero delle partite Iva in capo ai giovani lascia presagire, nonostante le misure restrittive della riforma del ministro Fornero, che questi nuovi autonomi lavorino prevalentemente per un solo committente”. In sostanza, fissando paletti astratti come i 18mila euro di soglia minima di reddito si finisce per garantire l’uso di “partite Iva false” e per di più senza controlli.
Costo del lavoro. Nonostante il peso del fisco sul lavoro fosse già alto, la riforma Fornero l’ha ulteriormente aumentato. Lo denuncia un documento di febbraio della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro: colpa, per così dire, dell’aumento dei contributi dovuti per l’Aspi, dei nuovi fondi di solidarietà e dell’aumento delle aliquote previdenziali (che, in realtà, si sta scaricando anche sul netto che arriva in tasca ai precari). Conclusione: “Un elenco di criticità che fanno diventare illusoria la crescita dell’occupazione e che confermano la tendenza alla chiusura delle aziende”.
“Tsunami giudiziario”. E’ l’effetto della riforma Fornero sui tribunali del lavoro secondo Agi, associazione che raccoglie oltre 1.500 avvocati giuslavoristi: “Lo diciamo oggi – ha spiegato il presidente Fabio Rusconi – a distanza di qualche mese dall’entrata in vigore: ora si può fare una diagnosi e, a livello interpretativo, l’impatto del rito carente e lacunoso sull’articolo 18 è stato devastante, come uno tsunami”. La questione è molto tecnica, ma il processo del lavoro partorito dalla riforma è straordinariamente cavilloso e si è risolto, per opinione unanime di avvocati e magistrati, in “una moltiplicazione dei processi” e in “un aggravio del carico già esorbitante della giustizia del lavoro”.
Al 31 dicembre, spiega Agi, i ricorsi con il rito Fornero sono stati 610 in tutto, 260 tra gennaio e febbraio, numeri che raddoppiano e addirittura triplicano se si considera che per lamentele diverse dal licenziamento il ricorso va fatto separatamente. E’ tanto vero, ha raccontato Panorama, che al Tribunale di Milano esiste ormai un apposito “ufficio Fornero”.
Fonte
Se questa non è stata una "riforma" posta in essere con gli intenti più classisti di massacro sociale totale io sono Topolino!
Tanto per rincarare la dose su un argomento che avevo tralasciato nel dimenticatoio, agevolo il - come al solito interessante - approfondimento a cura di Riccardo Iacona.
Buona visione e animo, quanto meno per incanalare l'incazzatura.
La trappola per italiani di Giorgio Napolitano. Scatterà?
L'ultima mossa politica di Giorgio Napolitano prima della scadenza del mandato presidenziale, può essere sia una cartuccia che si rivela sparata a salve che un pericoloso tiro di cecchino sul corpo di questo paese. L'esito del colpo di carabina tirato al paese è incerto, l'ha detto lo stesso Napolitano, ma il bersaglio è chiaro. Ma andiamo per gradi.
Il mese successivo alle elezioni di febbraio è stato solo una lenta agonia per Pierluigi Bersani e la maggioranza che l'ha eletto segretario del Pd. Agonia forse evitabile, visto che era chiaro dalla sera del 25 febbraio non c'erano margini politici per un governo Pd-Sel appoggiato dall'esterno, ma anche in un certo senso obbligata dalla legge elettorale. Legge che ha ha fornito, alla Camera, un numero di deputati al centrosinistra spropositato rispetto all'effettivo peso politico. E che ha comunque spinto Pierluigi Bersani, forte di questa maggioranza in una delle due camere, a cercare appoggio oltre l'impossibile. Finita questa fase un pò scontata, ma anche utile per le diplomazie parallele che hanno lavorato per uscire dallo stallo di febbraio, si è passati ai giochi politici seri.
Ed è in questo contesto, e negli ultimissimi giorni, che è arrivata la mossa di Giorgio Napolitano. In due atti. Il primo è stato quello di spedire Pierluigi Bersani, e Sel, nello spazio profondo di un preincarico dal quale non è ancora ufficialmente uscito (e dal quale sia Bersani che Vendola forse mentalmente e politicamente non usciranno mai). Il secondo quello di nominare, novità assoluta nella storia della Repubblica, una commissione di dieci saggi che indirizzi i futuri possibili accordi di governo. E' nella lista dei saggi nominati, e quindi nel dettaglio, che sta il demonio della trappola tesa a questo paese. Ci sono infatti diversi nomi di indubbio prestigio, capacità professionale e scientifica (Onida, Giovannini ad esempio), ma due sono i personaggi che danno il senso politico dell'operazione. Che più che essere un tentativo ecumenico di risoluzione dei vari conflitti politici rappresenta davvero un preciso esercizio di selezione tra chi conta in politica e chi no. Prima di tutto, in area Pd, per quanto riguarda le riforme istituzionale c'è Luciano Violante. Non un nome ma IL nome storico di garanzia per tutti gli accordi, e i tentativi di accordo, tra centrodestra e centrosinistra. Dall'assetto proprietario delle tv, al tentativo di "riformare" la magistratura alle riforme istituzionali vere e proprie. Il cantore delle esigenze dei "ragazzi di Salò" e colui che ha avuto il potere di ammonire, pubblicamente e alle camere, Berlusconi. Sul fatto che il centrosinistra, in caso di violazione delle intese da parte del centrodestra, avrebbe rimesso in discussione gli accordi sulle tv Mediaset (il bello è che il centrosinistra, dopo questo sfacciato episodio, ha continuato a prendere i voti antiberlusconiani. Potenza della credulità popolare).
A Violante si accompagna quindi Quagliariello che, da diverso tempo, è il pontiere in area centrodestra per le grandi intese e le riforme istituzionali. La vera matrice delle due commissioni dei saggi passa quindi attraverso l'intesa tra i personaggi indicati. Se tra Violante e Quagliarello fluiranno bozze, discussioni, intese l'intero asse delle due commissioni prenderà quota. Già ma cosa sono queste due commissioni? Poco più di un niente, mediaticamente gonfiato, o un tentativo di commissariamento dei partiti sui futuri contenuti, e protagonisti, di governo? Sono vere entrambe le versioni, finché lo scenario politico rimane quello attuale. Con i veti incrociati, che vanno sciolti in un senso o in un altro, tra i cartelli elettorali.
Soffermiamoci però sull'eventuale successo delle commissioni Napolitano. Avremmo due gruppi di saggi, i cui criteri di nomina sono discrezionali e sulla cui costituzionalità ci sarebbe da discutere, che di fatto rappresenterebbero un commissariamento, su procedure e contenuti, dell'intero parlamento. O, se si preferisce, avremmo una sorta di incubatore delle possibili intese tra pdl e ciò che resterà del pd dopo la resa dei conti interna al riparo dalla dialettica parlamentare. Allo stesso tempo, vista la scadenza indefinita della commissione, avremmo l'indirizzo politico voluto da Napolitano, che esclude Sel come mezzo Pd, in grado di condizionare i futuri assetti di governo ed istituzionali ben oltre la fine del suo mandato. Già, ma quale è l'indirizzo politico di Napolitano?
Prima di tutto rimandiamo ad un articolo del settembre scorso quando questo scenario, invisibile agli elettori di centrosinistra (esempi aurei di credulità popolare progressista), si stava preparando.
Per farla breve, attraverso la presidenza Napolitano passa la consapevolezza, nelle reti istituzionali, che si debba chiudere il cerchio del funzionamento dei processi governamentali spezzato negli ultimi anni della seconda repubblica, a partire dalla esplosione della crisi dei subprime. Questo cerchio si chiude necessariamente espellendo, dal novero dei diritti come da quello della rappresentanza reale, l'ampia porzione di società incompatibile con i processi di ristrutturazione economica e finanziaria dell'Ue e dell'eurozona. Piaccia o non piaccia, e a chi scrive al momento pare poco di più che un fan club allargato di un uomo di spettacolo, il M5S ha avuto un risultato elettorale che ha impedito la chiusura di questo cerchio. Passato l'effetto choc ad oltre un mese dal risultato elettorale Napolitano, come annunciato in Europa, lavora attorno ad un nuovo tentativo di chiusura non tanto di una nuova maggioranza ma di un processo di governamentalità compatibile con le (pericolose) ristrutturazioni Ue-eurozona.
Si guardi ai risultati che si delineano dalla giornata di sabato: ri-legittimazione del governo Monti, un unicum della storia repubblicana, che si era dimesso e in un'altra legislatura; istituzione di due commissioni di saggi, oltre che di due speciali alla camera e al senato. Tutto questo dispositivo assieme, in maniera ignota, se funzionerà, guiderà passaggi delicatissimi come il dpef, la liquidazione di parte dei debiti dello stato a banche ed imprese, la tares, l'iva. Con un governo Monti che, fino a nuovo ordine, è legittimato nei vertici Ue ed eurozona. Il tutto con i due più importanti saggi della commissione, Violante e Quagliarello, che rischiano di essere i dominus della vita repubblicana senza essere stati eletti da nessuno in quel ruolo ma nominati da un presidente di fatto scaduto.
Si cercherà, nella dialettica Violante-Quagliariello, di mettere mano ad una forma stato più autoritaria ed agile, in linea con fiscal compact e pareggio di bilancio, dando qualche concessione all'immagine (sul numero di parlamentari, sulla fine del bicameralismo perfetto). Si cercherà di metabolizzare istituzionalmente il recente Two pack, l'accordo continentale sul controllo della legge di stabilità che rende inutile la sovranità popolare. E si cercherà di trovare soluzione politica all'impasse. Soluzione che, nella formula Violante-Quagliariello, passa attraverso la resa del Pd rispetto a qualsiasi velleità di rappresentanza, anche simbolica, a sinistra e il definitivo sganciamento dal sindacato assieme all'istituzione di leggi draconiane sul lavoro e sulla produttività. Per non parlare del processo di estinzione della spesa pubblica e di supporto alle voragini bancarie nazionali e continentali.
Per il pdl si tratterebbe di rendere finalmente certo, per Mediaset e per il paese, il processo di uscita di Berlusconi dai guai giudiziari prima e dalla vita politica poi. Lasciando Cologno Monzese come solido player dell'ormai difficile mercato della tv generalista e della raccolta pubblicitaria.
Per mettere in piedi tutta questa possibile architettura Napolitano, facendo finta di ascoltare Bersani, ha dato retta al potente Olivero, presidente delle Acli, ascoltato in Vaticano e della corrente vincente di Scelta Civica. Costruendo una lista di saggi che proverà ad aiutare, definendo i contenuti "di salvezza nazionale", l'emersione di una maggioranza. Che, se ci sarà, sarà ottenuta facendo fuori mezzo Pd, quello contrario alle larghe intese, Sel e riducendo il movimento a 5 stelle a folkloristico, magari chiassoso, esempio di rinnovata partecipazione popolare alla vita delle istituzioni.
In questo senso la commissione di saggi potrebbe essere anche il luogo dove passano sia il nome del nuovo presidente del consiglio sia di quello della repubblica. Visto con occhi europei, specie quelli di Bruxelles o di Francoforte, l'esperimento è compatibile con quel che chiede l'"Europa" e potrebbe anche funzionare. Visto con occhi italiani si tratta di un tentativo che può fallire per molte variabili. Si va dal desiderio di forzare la mano elettoralmente da parte di uno dei contendenti, alle resistenze di parte del Pd, al precipitare della crisi sociale o alla conclamata impossibilità di risolvere in termini materiali la crisi liberista e bancaria.
La trappola per italiani di Napolitano nel frattempo è stata piazzata. Il fatto che scatti o meno dipende, come spesso in questi casi, da variabili anche molto sottili.
Talleyrand, che di sottigliezze del potere se ne intendeva persino più di Andreotti, dei governanti spesso diceva "siate ai loro piedi ma mai nelle loro mani". Il problema è che un intero paese rischia di finire, per una nuova lunga stagione, proprio nelle loro mani. Se invece la trappola non scatterà si tratterà di comprendere i benefici del caos istituzionale. Comprensione per la quale il paese sembra ancora acerbo. Vent'anni di seconda repubblica, e del suo pessimo abito mentale prima ancora che politico, non passano in un istante.
Per Senza Soste, nique la police.
31 marzo 2013
Fonte
Forse questa è l'analisi sui recenti risvolti della politica nazionale che meglio riesce ad insinuarsi nel disegno di Napolitano tentando di offrirne una chiave di lettura il più pragmatica possibile.
Il mese successivo alle elezioni di febbraio è stato solo una lenta agonia per Pierluigi Bersani e la maggioranza che l'ha eletto segretario del Pd. Agonia forse evitabile, visto che era chiaro dalla sera del 25 febbraio non c'erano margini politici per un governo Pd-Sel appoggiato dall'esterno, ma anche in un certo senso obbligata dalla legge elettorale. Legge che ha ha fornito, alla Camera, un numero di deputati al centrosinistra spropositato rispetto all'effettivo peso politico. E che ha comunque spinto Pierluigi Bersani, forte di questa maggioranza in una delle due camere, a cercare appoggio oltre l'impossibile. Finita questa fase un pò scontata, ma anche utile per le diplomazie parallele che hanno lavorato per uscire dallo stallo di febbraio, si è passati ai giochi politici seri.
Ed è in questo contesto, e negli ultimissimi giorni, che è arrivata la mossa di Giorgio Napolitano. In due atti. Il primo è stato quello di spedire Pierluigi Bersani, e Sel, nello spazio profondo di un preincarico dal quale non è ancora ufficialmente uscito (e dal quale sia Bersani che Vendola forse mentalmente e politicamente non usciranno mai). Il secondo quello di nominare, novità assoluta nella storia della Repubblica, una commissione di dieci saggi che indirizzi i futuri possibili accordi di governo. E' nella lista dei saggi nominati, e quindi nel dettaglio, che sta il demonio della trappola tesa a questo paese. Ci sono infatti diversi nomi di indubbio prestigio, capacità professionale e scientifica (Onida, Giovannini ad esempio), ma due sono i personaggi che danno il senso politico dell'operazione. Che più che essere un tentativo ecumenico di risoluzione dei vari conflitti politici rappresenta davvero un preciso esercizio di selezione tra chi conta in politica e chi no. Prima di tutto, in area Pd, per quanto riguarda le riforme istituzionale c'è Luciano Violante. Non un nome ma IL nome storico di garanzia per tutti gli accordi, e i tentativi di accordo, tra centrodestra e centrosinistra. Dall'assetto proprietario delle tv, al tentativo di "riformare" la magistratura alle riforme istituzionali vere e proprie. Il cantore delle esigenze dei "ragazzi di Salò" e colui che ha avuto il potere di ammonire, pubblicamente e alle camere, Berlusconi. Sul fatto che il centrosinistra, in caso di violazione delle intese da parte del centrodestra, avrebbe rimesso in discussione gli accordi sulle tv Mediaset (il bello è che il centrosinistra, dopo questo sfacciato episodio, ha continuato a prendere i voti antiberlusconiani. Potenza della credulità popolare).
A Violante si accompagna quindi Quagliariello che, da diverso tempo, è il pontiere in area centrodestra per le grandi intese e le riforme istituzionali. La vera matrice delle due commissioni dei saggi passa quindi attraverso l'intesa tra i personaggi indicati. Se tra Violante e Quagliarello fluiranno bozze, discussioni, intese l'intero asse delle due commissioni prenderà quota. Già ma cosa sono queste due commissioni? Poco più di un niente, mediaticamente gonfiato, o un tentativo di commissariamento dei partiti sui futuri contenuti, e protagonisti, di governo? Sono vere entrambe le versioni, finché lo scenario politico rimane quello attuale. Con i veti incrociati, che vanno sciolti in un senso o in un altro, tra i cartelli elettorali.
Soffermiamoci però sull'eventuale successo delle commissioni Napolitano. Avremmo due gruppi di saggi, i cui criteri di nomina sono discrezionali e sulla cui costituzionalità ci sarebbe da discutere, che di fatto rappresenterebbero un commissariamento, su procedure e contenuti, dell'intero parlamento. O, se si preferisce, avremmo una sorta di incubatore delle possibili intese tra pdl e ciò che resterà del pd dopo la resa dei conti interna al riparo dalla dialettica parlamentare. Allo stesso tempo, vista la scadenza indefinita della commissione, avremmo l'indirizzo politico voluto da Napolitano, che esclude Sel come mezzo Pd, in grado di condizionare i futuri assetti di governo ed istituzionali ben oltre la fine del suo mandato. Già, ma quale è l'indirizzo politico di Napolitano?
Prima di tutto rimandiamo ad un articolo del settembre scorso quando questo scenario, invisibile agli elettori di centrosinistra (esempi aurei di credulità popolare progressista), si stava preparando.
Per farla breve, attraverso la presidenza Napolitano passa la consapevolezza, nelle reti istituzionali, che si debba chiudere il cerchio del funzionamento dei processi governamentali spezzato negli ultimi anni della seconda repubblica, a partire dalla esplosione della crisi dei subprime. Questo cerchio si chiude necessariamente espellendo, dal novero dei diritti come da quello della rappresentanza reale, l'ampia porzione di società incompatibile con i processi di ristrutturazione economica e finanziaria dell'Ue e dell'eurozona. Piaccia o non piaccia, e a chi scrive al momento pare poco di più che un fan club allargato di un uomo di spettacolo, il M5S ha avuto un risultato elettorale che ha impedito la chiusura di questo cerchio. Passato l'effetto choc ad oltre un mese dal risultato elettorale Napolitano, come annunciato in Europa, lavora attorno ad un nuovo tentativo di chiusura non tanto di una nuova maggioranza ma di un processo di governamentalità compatibile con le (pericolose) ristrutturazioni Ue-eurozona.
Si guardi ai risultati che si delineano dalla giornata di sabato: ri-legittimazione del governo Monti, un unicum della storia repubblicana, che si era dimesso e in un'altra legislatura; istituzione di due commissioni di saggi, oltre che di due speciali alla camera e al senato. Tutto questo dispositivo assieme, in maniera ignota, se funzionerà, guiderà passaggi delicatissimi come il dpef, la liquidazione di parte dei debiti dello stato a banche ed imprese, la tares, l'iva. Con un governo Monti che, fino a nuovo ordine, è legittimato nei vertici Ue ed eurozona. Il tutto con i due più importanti saggi della commissione, Violante e Quagliarello, che rischiano di essere i dominus della vita repubblicana senza essere stati eletti da nessuno in quel ruolo ma nominati da un presidente di fatto scaduto.
Si cercherà, nella dialettica Violante-Quagliariello, di mettere mano ad una forma stato più autoritaria ed agile, in linea con fiscal compact e pareggio di bilancio, dando qualche concessione all'immagine (sul numero di parlamentari, sulla fine del bicameralismo perfetto). Si cercherà di metabolizzare istituzionalmente il recente Two pack, l'accordo continentale sul controllo della legge di stabilità che rende inutile la sovranità popolare. E si cercherà di trovare soluzione politica all'impasse. Soluzione che, nella formula Violante-Quagliariello, passa attraverso la resa del Pd rispetto a qualsiasi velleità di rappresentanza, anche simbolica, a sinistra e il definitivo sganciamento dal sindacato assieme all'istituzione di leggi draconiane sul lavoro e sulla produttività. Per non parlare del processo di estinzione della spesa pubblica e di supporto alle voragini bancarie nazionali e continentali.
Per il pdl si tratterebbe di rendere finalmente certo, per Mediaset e per il paese, il processo di uscita di Berlusconi dai guai giudiziari prima e dalla vita politica poi. Lasciando Cologno Monzese come solido player dell'ormai difficile mercato della tv generalista e della raccolta pubblicitaria.
Per mettere in piedi tutta questa possibile architettura Napolitano, facendo finta di ascoltare Bersani, ha dato retta al potente Olivero, presidente delle Acli, ascoltato in Vaticano e della corrente vincente di Scelta Civica. Costruendo una lista di saggi che proverà ad aiutare, definendo i contenuti "di salvezza nazionale", l'emersione di una maggioranza. Che, se ci sarà, sarà ottenuta facendo fuori mezzo Pd, quello contrario alle larghe intese, Sel e riducendo il movimento a 5 stelle a folkloristico, magari chiassoso, esempio di rinnovata partecipazione popolare alla vita delle istituzioni.
In questo senso la commissione di saggi potrebbe essere anche il luogo dove passano sia il nome del nuovo presidente del consiglio sia di quello della repubblica. Visto con occhi europei, specie quelli di Bruxelles o di Francoforte, l'esperimento è compatibile con quel che chiede l'"Europa" e potrebbe anche funzionare. Visto con occhi italiani si tratta di un tentativo che può fallire per molte variabili. Si va dal desiderio di forzare la mano elettoralmente da parte di uno dei contendenti, alle resistenze di parte del Pd, al precipitare della crisi sociale o alla conclamata impossibilità di risolvere in termini materiali la crisi liberista e bancaria.
La trappola per italiani di Napolitano nel frattempo è stata piazzata. Il fatto che scatti o meno dipende, come spesso in questi casi, da variabili anche molto sottili.
Talleyrand, che di sottigliezze del potere se ne intendeva persino più di Andreotti, dei governanti spesso diceva "siate ai loro piedi ma mai nelle loro mani". Il problema è che un intero paese rischia di finire, per una nuova lunga stagione, proprio nelle loro mani. Se invece la trappola non scatterà si tratterà di comprendere i benefici del caos istituzionale. Comprensione per la quale il paese sembra ancora acerbo. Vent'anni di seconda repubblica, e del suo pessimo abito mentale prima ancora che politico, non passano in un istante.
Per Senza Soste, nique la police.
31 marzo 2013
Fonte
Forse questa è l'analisi sui recenti risvolti della politica nazionale che meglio riesce ad insinuarsi nel disegno di Napolitano tentando di offrirne una chiave di lettura il più pragmatica possibile.
Bin Laden porta male
E' morto un altro dei componenti del commando che uccise, secondo la
versione ufficiale, Osama Bin Laden (strano come i nomi famosi passino
nel quasi nulla in così poco tempo).
Brett D. Shadle, 31 anni, lo scorso giovedì si è schiantato al suolo nel deserto dell'Arizona. Stava facendo dei lanci d'addestramento a bassa quota. Si sarebbe scontrato con un altro soldato dei Navy Seal, che invece è ancora vivo e in “condizioni stabili”.
È una maledizione molto selettiva, quella che ha colpito i 25 componenti del gruppo – il «Team Six» - indicati come protagonisti dell'incursione di Abbottabad, maggio 2011, che mise fine alla storia del fondatore di Al Qaeda, quel principe saudita che aveva combattuto i sovietici in Afghanistan assistito proprio dagli americani.
Dei 25 membri del “dream team”, infatti, ne sono rimasti in vita ora soltanto due. Che si può immaginare vivano ora nel terrore. Un “incidente” con un elicottero Chinook ne aveva infatti eliminati ben 22 pochi mesi dopo l'evento dell'anno.
Uno dei due sopravvissuti, Matt Bissonnette, sotto lo pseudonimo di Mark Owen ha invece scritto il libro, No easy day, poi diventato la base del film Zero dark thirty, di Kathryn Bigelow. Bissonette, accusato di aver rivelato troppi dettagli della missione che si discostavano dalla versioni dell'amministrazione Obama, è stato già minacciato di morte. Per sua fortuna non è più un militare Usa, visto che è stato congedato “con disonore”. La sua eventuale morte non potrà dunque essere addebitata a “tragico incidente in servizio”.
Si è attribuito da solo il ruolo di esecutore materiale dell'uccisione di Bin Laden. Ed ora, a parte i proventi non certo limitati del suo libro (compresi i diritti venduti per un film colossal) va lamentando di essere rimasto “senza assistenza”. In un mondo pieno di jihadisti...
Fonte
Quando si dice i casi della vita...
Brett D. Shadle, 31 anni, lo scorso giovedì si è schiantato al suolo nel deserto dell'Arizona. Stava facendo dei lanci d'addestramento a bassa quota. Si sarebbe scontrato con un altro soldato dei Navy Seal, che invece è ancora vivo e in “condizioni stabili”.
È una maledizione molto selettiva, quella che ha colpito i 25 componenti del gruppo – il «Team Six» - indicati come protagonisti dell'incursione di Abbottabad, maggio 2011, che mise fine alla storia del fondatore di Al Qaeda, quel principe saudita che aveva combattuto i sovietici in Afghanistan assistito proprio dagli americani.
Dei 25 membri del “dream team”, infatti, ne sono rimasti in vita ora soltanto due. Che si può immaginare vivano ora nel terrore. Un “incidente” con un elicottero Chinook ne aveva infatti eliminati ben 22 pochi mesi dopo l'evento dell'anno.
Uno dei due sopravvissuti, Matt Bissonnette, sotto lo pseudonimo di Mark Owen ha invece scritto il libro, No easy day, poi diventato la base del film Zero dark thirty, di Kathryn Bigelow. Bissonette, accusato di aver rivelato troppi dettagli della missione che si discostavano dalla versioni dell'amministrazione Obama, è stato già minacciato di morte. Per sua fortuna non è più un militare Usa, visto che è stato congedato “con disonore”. La sua eventuale morte non potrà dunque essere addebitata a “tragico incidente in servizio”.
Si è attribuito da solo il ruolo di esecutore materiale dell'uccisione di Bin Laden. Ed ora, a parte i proventi non certo limitati del suo libro (compresi i diritti venduti per un film colossal) va lamentando di essere rimasto “senza assistenza”. In un mondo pieno di jihadisti...
Fonte
Quando si dice i casi della vita...
Sempre più ricchi: la crisi è il paradiso dei super-miliardari
Usa, Cina e Gran Bretagna: è il “podio” mondiale degli ultra-ricchi, secondo l’agenzia “Wealth-X” che collabora con le prime 8 grandi banche
del mondo e monitora la dislocazione delle maggiori ricchezze del
pianeta, non solo finanziarie ma anche immobiliari. “Tesori” costituiti
da auto di lusso, aerei privati, yacht, opere d’arte. Dopo sei anni
consecutivi di recessione, negli Usa come in Europa e in Giappone si tende a sostenere che, nella grande crisi, ci rimettono un po’ tutti, ricchi e poveri. Non è affatto così: la crisi
favorisce ulteriormente i più ricchi, scrive Alfredo Zaiat su
“Rebelion”, analizzando la panoramica di “Wealth-X” sull’affollamento
planetario di nababbi, i cui ricavi superano il miliardo di dollari.
Americani, cinesi e inglesi. E poi, nell’ordine: tedeschi, indiani e
russi. A seguire, Hong Kong, Svizzera, Brasile e Canada. “Oligarchi”
iper-facoltosi, le cui fortune superano la ricchezza nazionale di interi
paesi.
«L’instabilità economica negli ultimi anni non ha recato alcun danno a questo ridotto gruppo che monopolizza grandi patrimoni, che in alcuni casi superano il Pil dei paesi periferici», scrive Zaiat in un intervento ripreso da “Come Don Chisciotte”. «Il numero di ultra-miliardari si è incrementato, così come la loro ricchezza, malgrado la prolungata situazione di incertezza economica globale». Secondo “Forbes”, le file degli ultra-miliardari del mondo hanno raggiunto i massimi storici: 1.426 persone vantano un valore patrimoniale di 5.400 miliardi di dollari. Mentre non accenna ad allentarsi la peggior crisi economica globale dalla Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso, aumentano in modo esorbitante i patrimoni degli appartenenti al più esclusivo club della Terra: nel solo 2012, l’incremento del loro “tesoro” ammonterebbe a 760 miliardi di dollari.
Lo conferma la speciale “classifica” dei dieci maggiori paesi-rifugio dei detentori di capitali smisurati, realizzata dai professionisti della “Wealth-X”. In vetta, ovviamente, gli Stati Uniti: che ospitano ben 480 ultra-ricchi, 333 più della Cina, con un “portafoglio” da 2.055 miliardi di dollari. Nonostante la recessione, nel 2012 sono entrati a far parte del “super-clan” 25 nuovi ricchi, che si stima possiedano una media di 4.300 milioni di dollari ciascuno. Secondo l’ultima lista di “Forbes”, l’uomo più ricco degli Usa è il patron della Microsoft, Bill Gates, con 67 miliardi di dollari, seguito da Warren Buffett con 53. Lo Stato della California è il posto di residenza preferito dai Re Mida, seguito da New York, Texas, Florida e Illinois. Piazza d’onore per la Cina, che “schiera” 147 ultra-ricchi, dotati di 380 miliardi di dollari, in media 2.600 milioni per ognuno dei neo-miliardari cinesi.
Shanghai, Guangzhou, Shenzen, Pechino e Hangzhuo sono le cinque città con maggior presenza di ricchissimi. Zong Qinghou, che gestisce il gruppo “Hangzhou Wahaha”, azienda leader delle bevande del paese, ha una fortuna pari 11.600 milioni di dollari: è lui l’uomo più danaroso del paese. Al terzo posto la Gran Bretagna, primo “paradiso” europeo dei ricchissimi: 140 super-facoltosi, con oltre 3 miliardi di dollari a testa, per un totale di 430 miliardi. Nonostante la recessione, è in aumento il numero dei miliardari inglesi, così come il loro patrimonio, cresciuto del 4%. “Soltanto” al quarto posto la Germania, con 137 ultra-ricchi e 550 miliardi di dollari. Amburgo, Monaco e Düsseldorf sono le tre città preferite dai magnati tedeschi, i più ricchi dei quali vantano fortune personali da 4 miliardi di euro. Il più facoltoso è Karl Albrecht, con un “portafoglio” di 26 miliardi; Albrecht è proprietario della catena di supermercati “Aldi Sud”, che ha 4.600 punti vendita in nove paesi.
A ridosso della Germania si piazza l’India, con i suoi 109 ultra-ricchi, per un totale di 190 miliardi di dollari. «L’economia indiana è considerata come una nuova potenza», annota Zaiat, e la quantità di miliardari distribuiti a Dehli e dintorni, oltre alla magnitudine della nuova ricchezza indiana «mette in evidenza anche la diseguaglianza socio-economica». Si stima che gli indiani più ricchi possiedano un patrimonio di 1.700 milioni di dollari, con Mukesh Ambani (petrochimica, petrolio, gas) al primo posto con un capitale di 21 miliardi e mezzo. Al sesto posto nella graduatoria di “Wealth-X” figura la Russia, con 97 “oligarchi” in possesso di 380 miliardi di dollari. «Il numero di miliardari russi non è molto alto – rileva Zaiat – ma i patrimoni di chi appartiene a questo gruppo ristretto è di 3.900 milioni di dollari in media», il che porta la Russia al secondo posto come ricchezza complessiva, anche se “solo” al sesto per il numero di ricchi.
Anche a Mosca la tendenza è in crescita, e il numero dei russi “d’oro” è aumentato del 17% rispetto all’anno precedente. Dall’alto dei suoi 17.600 milioni di dollari, Alisher Usmanov è lo Zio Paperone di Mosca. Ben più ricco l’ottantaquattrenne Ka-Shing Li, il super-miliardario di Hong Kong, che guida una lista di 64 “colleghi”, con in cassaforte 190 miliardi di dollari. Non sfigura naturalmente la Svizzera, all’ottavo posto con 57 ultra-ricchi e 125 miliardi in loro possesso. Alla faccia della crisi europea, anche i maxi-patrimoni elvetici nel 2012 sono aumentati del 3%, mentre è addirittura del 7% l’incremento dei ricchissimi. “Wealth-X” si chiede il motivo per cui la Svizzera attragga così tanto i miliardari, e la risposta è facile: i suoi benefici fiscali e le leggi sulla privacy permettono di mantenere intatto il “tesoro”, anche se in realtà i possessori non risiedono permanentemente nella Conferedazione cantonale. Poco al di sotto della Svizzera emergono i 49 nuovi ricchi del Brasile coi loro 300 miliardi di dollari, in crescita del 3,5% nell’ultimo anno: il “re” è Eike Batista, un uomo da 19.400 milioni di dollari. Fanalino di coda, per così dire, il Canada: 40 ricconi, con in tasca 105 miliardi di dollari.
Fonte
«L’instabilità economica negli ultimi anni non ha recato alcun danno a questo ridotto gruppo che monopolizza grandi patrimoni, che in alcuni casi superano il Pil dei paesi periferici», scrive Zaiat in un intervento ripreso da “Come Don Chisciotte”. «Il numero di ultra-miliardari si è incrementato, così come la loro ricchezza, malgrado la prolungata situazione di incertezza economica globale». Secondo “Forbes”, le file degli ultra-miliardari del mondo hanno raggiunto i massimi storici: 1.426 persone vantano un valore patrimoniale di 5.400 miliardi di dollari. Mentre non accenna ad allentarsi la peggior crisi economica globale dalla Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso, aumentano in modo esorbitante i patrimoni degli appartenenti al più esclusivo club della Terra: nel solo 2012, l’incremento del loro “tesoro” ammonterebbe a 760 miliardi di dollari.
Lo conferma la speciale “classifica” dei dieci maggiori paesi-rifugio dei detentori di capitali smisurati, realizzata dai professionisti della “Wealth-X”. In vetta, ovviamente, gli Stati Uniti: che ospitano ben 480 ultra-ricchi, 333 più della Cina, con un “portafoglio” da 2.055 miliardi di dollari. Nonostante la recessione, nel 2012 sono entrati a far parte del “super-clan” 25 nuovi ricchi, che si stima possiedano una media di 4.300 milioni di dollari ciascuno. Secondo l’ultima lista di “Forbes”, l’uomo più ricco degli Usa è il patron della Microsoft, Bill Gates, con 67 miliardi di dollari, seguito da Warren Buffett con 53. Lo Stato della California è il posto di residenza preferito dai Re Mida, seguito da New York, Texas, Florida e Illinois. Piazza d’onore per la Cina, che “schiera” 147 ultra-ricchi, dotati di 380 miliardi di dollari, in media 2.600 milioni per ognuno dei neo-miliardari cinesi.
Shanghai, Guangzhou, Shenzen, Pechino e Hangzhuo sono le cinque città con maggior presenza di ricchissimi. Zong Qinghou, che gestisce il gruppo “Hangzhou Wahaha”, azienda leader delle bevande del paese, ha una fortuna pari 11.600 milioni di dollari: è lui l’uomo più danaroso del paese. Al terzo posto la Gran Bretagna, primo “paradiso” europeo dei ricchissimi: 140 super-facoltosi, con oltre 3 miliardi di dollari a testa, per un totale di 430 miliardi. Nonostante la recessione, è in aumento il numero dei miliardari inglesi, così come il loro patrimonio, cresciuto del 4%. “Soltanto” al quarto posto la Germania, con 137 ultra-ricchi e 550 miliardi di dollari. Amburgo, Monaco e Düsseldorf sono le tre città preferite dai magnati tedeschi, i più ricchi dei quali vantano fortune personali da 4 miliardi di euro. Il più facoltoso è Karl Albrecht, con un “portafoglio” di 26 miliardi; Albrecht è proprietario della catena di supermercati “Aldi Sud”, che ha 4.600 punti vendita in nove paesi.
A ridosso della Germania si piazza l’India, con i suoi 109 ultra-ricchi, per un totale di 190 miliardi di dollari. «L’economia indiana è considerata come una nuova potenza», annota Zaiat, e la quantità di miliardari distribuiti a Dehli e dintorni, oltre alla magnitudine della nuova ricchezza indiana «mette in evidenza anche la diseguaglianza socio-economica». Si stima che gli indiani più ricchi possiedano un patrimonio di 1.700 milioni di dollari, con Mukesh Ambani (petrochimica, petrolio, gas) al primo posto con un capitale di 21 miliardi e mezzo. Al sesto posto nella graduatoria di “Wealth-X” figura la Russia, con 97 “oligarchi” in possesso di 380 miliardi di dollari. «Il numero di miliardari russi non è molto alto – rileva Zaiat – ma i patrimoni di chi appartiene a questo gruppo ristretto è di 3.900 milioni di dollari in media», il che porta la Russia al secondo posto come ricchezza complessiva, anche se “solo” al sesto per il numero di ricchi.
Anche a Mosca la tendenza è in crescita, e il numero dei russi “d’oro” è aumentato del 17% rispetto all’anno precedente. Dall’alto dei suoi 17.600 milioni di dollari, Alisher Usmanov è lo Zio Paperone di Mosca. Ben più ricco l’ottantaquattrenne Ka-Shing Li, il super-miliardario di Hong Kong, che guida una lista di 64 “colleghi”, con in cassaforte 190 miliardi di dollari. Non sfigura naturalmente la Svizzera, all’ottavo posto con 57 ultra-ricchi e 125 miliardi in loro possesso. Alla faccia della crisi europea, anche i maxi-patrimoni elvetici nel 2012 sono aumentati del 3%, mentre è addirittura del 7% l’incremento dei ricchissimi. “Wealth-X” si chiede il motivo per cui la Svizzera attragga così tanto i miliardari, e la risposta è facile: i suoi benefici fiscali e le leggi sulla privacy permettono di mantenere intatto il “tesoro”, anche se in realtà i possessori non risiedono permanentemente nella Conferedazione cantonale. Poco al di sotto della Svizzera emergono i 49 nuovi ricchi del Brasile coi loro 300 miliardi di dollari, in crescita del 3,5% nell’ultimo anno: il “re” è Eike Batista, un uomo da 19.400 milioni di dollari. Fanalino di coda, per così dire, il Canada: 40 ricconi, con in tasca 105 miliardi di dollari.
Fonte
La7, da Cecchi Gori a Telecom: un ventennio alla rincorsa del terzo polo tv
Né bravi né fortunati. La7 non ha mai avuto proprietari che abbiano saputo trasformarla nel terzo polo televisivo per fare realmente concorrenza a Rai e Mediaset.
E adesso rischia anche lo smantellamento di parte del palinsesto perché
costa troppo per un canale tv che, solo a fine 2012, ha perso 120 milioni di euro e negli ultimi dieci anni ha accumulato un rosso complessivo da un miliardo. Il nuovo proprietario Urbano Cairo, nato come collaboratore di Silvio Berlusconi a Mediaset, poi diventato editore di settimanali di gossip e anche presidente del Torino calcio,
ha dichiarato che non toglierà risorse ai programmi d’informazione,
cuore pulsante della rete. Peccato però che i costi della rete lievitino
proprio perché ci sono molti programmi realizzati attraverso consulenze esterne, a partire da una parte dello stesso tg di Enrico Mentana e da Omnibus (che la mattina e la sera riassume i principali eventi del giorno). Del resto, Cairo ha comprato La7, messa in vendita dal gruppo Telecom Italia, solo per salvaguardare il suo redditizio incarico di concessionario pubblicitario.
Nel 2012, gli spot di La7 hanno raccolto quasi 162 milioni di euro, in
calo, ma facendo molto meglio della media di mercato nonostante la
crisi.
Anche in passato, comunque, a La7 non è mai andata molto meglio. Nata nel 1974 col nome di Tele Monte Carlo (TMC), canale in italiano della tv del principato di Monaco, passa sotto la proprietà della tv brasiliana Rede Globo e, dalla primavera del 1993, entra a far parte del gruppo Ferruzzi, all’epoca guidato da Raul Gardini. Fino a quell’anno il gruppo di Ravenna era uno dei più importanti del Paese, avendo coltivato affari in svariati settori: dall’agroindustria alla produzione di zucchero grazie a Eridania (azienda attiva tutt’ora), dalla farmaceutica all’editoria (col Messaggero) fino alla chimica, dopo aver ottenuto il controllo del polo nazionale della Montedison. Coi primi anni Novanta, però, scoppia Tangentopoli e nel luglio 1993 Gardini si suicida a Milano, poco prima di essere arrestato con l’accusa di aver pagato mazzette ai politici per la nascita di Enimont, società creata dalla fusione delle attività chimica di Eni e Montedison. Inizia così la crisi definitiva del gruppo Ferruzzi e Tele Monte Carlo si ritrova di nuovo sul mercato. Questa volta per acquistarla c’è Vittorio Cecchi Gori.
Nel 1995 il produttore cinematografico compra TMC e trasforma il canale che già possedeva, Videomusic, in TMC2. E’ adesso che s’inizia a intravedere in Italia la possibilità concreta di creare un terzo polo, in alternativa a Rai e Mediaset. Sembra un matrimonio perfetto: Cecchi Gori produce film, possiede quindi un importante catalogo di titoli da mandare in onda e con Videomusic può creare un gruppo da 150 miliardi di ricavi pubblicitari in vecchie lire, che dà lavoro a 370 dipendenti. Impegnato in politica come senatore del Partito Popolare (ex Dc) e presidente della Fiorentina (che però fallisce sotto la sua proprietà), Cecchi Gori è costretto a vendere quasi tutto nel 2000 (TMC compresa) per far fronte ai debiti. Mantiene solo la proprietà di alcune sale cinematografiche, ma dopo un anno inizia il crollo definitivo con le disavventure giudiziarie: dalle indagini per riciclaggio fino alla bancarotta fraudolenta.
Tele Monte Carlo si separa quindi da Cecchi Gori e finisce in dote a Seat Pagine Gialle nell’agosto del 2000. Agli inizi del nuovo secolo, Tele Monte Carlo è ancora vista come futuro terzo polo tv e questa volta la trasformazione in degno rivale di Rai e Mediaset sembra possibile grazie all’integrazione tra internet, tv e anche telefonia visto che, dal novembre 2000, Seat P.G. entra a far parte del gruppo Telecom. A guidare Seat c’è Lorenzo Pellicioli, che diventa successivamente amminitratore di De Agostini e consigliere di amministrazione delle assicurazioni Generali. Mentre il gruppo Telecom è diretto da Roberto Colaninno, uno dei “capitani coraggiosi” di Massimo D’Alema. Mentre per Silvio Berlusconi diventerà il capocordata dei 21 “capitani coraggiosi” che hanno rilevato Alitalia tra il 2007 e il 2008. Comunque, TMC non decolla neanche questa volta e, tuttora, nemmeno la compagnia di bandiera tricolore gode di buona salute.
Nel frattempo, Tele Monte Carlo si trasforma in La7 e passa poi sotto l’egida di Marco Tronchetti Provera, guida operativa della Pirelli e nuovo azionista di riferimento del gruppo Telecom. Ma l’avventura nelle telecomunicazioni non porta bene al capo dell’azienda di pneumatici. Nel settembre 2006 lascia la presidenza di Telecom in rotta col governo Prodi e con le indagini in corso per lo scandalo dei dossieraggi illegali della security Telecom. Ad agevolare la buonuscita di Tronchetti Provera da La7 e da tutto il gruppo Telecom sono quindi intervenute le solite banche Intesa e Mediobanca, affiancate dalle Generali e dalla spagnola Telefónica, che per la causa hanno negli anni incassato ingentissime perdite: il saldo nel quinquennio supera abbondantemente i 5 miliardi di euro. Sono questi editori che hanno venduto di recente il canale tv a Urbano Cairo, confermando ancora una volta (almeno) il finale sulla storia dell’emittente: La7 ha avuto diversi e numerosi proprietari, tutti di primo piano sul fronte economico italiano e sempre in stretti rapporti con la politica. Ma con nessuno è riuscita a imporsi come terzo polo tv. Sarà stata solo colpa dell’emittente?
Fonte
Vicende come quelle di La7 dimostrano che il libero mercato esiste solo nella sua concezione teorica.
Anche in passato, comunque, a La7 non è mai andata molto meglio. Nata nel 1974 col nome di Tele Monte Carlo (TMC), canale in italiano della tv del principato di Monaco, passa sotto la proprietà della tv brasiliana Rede Globo e, dalla primavera del 1993, entra a far parte del gruppo Ferruzzi, all’epoca guidato da Raul Gardini. Fino a quell’anno il gruppo di Ravenna era uno dei più importanti del Paese, avendo coltivato affari in svariati settori: dall’agroindustria alla produzione di zucchero grazie a Eridania (azienda attiva tutt’ora), dalla farmaceutica all’editoria (col Messaggero) fino alla chimica, dopo aver ottenuto il controllo del polo nazionale della Montedison. Coi primi anni Novanta, però, scoppia Tangentopoli e nel luglio 1993 Gardini si suicida a Milano, poco prima di essere arrestato con l’accusa di aver pagato mazzette ai politici per la nascita di Enimont, società creata dalla fusione delle attività chimica di Eni e Montedison. Inizia così la crisi definitiva del gruppo Ferruzzi e Tele Monte Carlo si ritrova di nuovo sul mercato. Questa volta per acquistarla c’è Vittorio Cecchi Gori.
Nel 1995 il produttore cinematografico compra TMC e trasforma il canale che già possedeva, Videomusic, in TMC2. E’ adesso che s’inizia a intravedere in Italia la possibilità concreta di creare un terzo polo, in alternativa a Rai e Mediaset. Sembra un matrimonio perfetto: Cecchi Gori produce film, possiede quindi un importante catalogo di titoli da mandare in onda e con Videomusic può creare un gruppo da 150 miliardi di ricavi pubblicitari in vecchie lire, che dà lavoro a 370 dipendenti. Impegnato in politica come senatore del Partito Popolare (ex Dc) e presidente della Fiorentina (che però fallisce sotto la sua proprietà), Cecchi Gori è costretto a vendere quasi tutto nel 2000 (TMC compresa) per far fronte ai debiti. Mantiene solo la proprietà di alcune sale cinematografiche, ma dopo un anno inizia il crollo definitivo con le disavventure giudiziarie: dalle indagini per riciclaggio fino alla bancarotta fraudolenta.
Tele Monte Carlo si separa quindi da Cecchi Gori e finisce in dote a Seat Pagine Gialle nell’agosto del 2000. Agli inizi del nuovo secolo, Tele Monte Carlo è ancora vista come futuro terzo polo tv e questa volta la trasformazione in degno rivale di Rai e Mediaset sembra possibile grazie all’integrazione tra internet, tv e anche telefonia visto che, dal novembre 2000, Seat P.G. entra a far parte del gruppo Telecom. A guidare Seat c’è Lorenzo Pellicioli, che diventa successivamente amminitratore di De Agostini e consigliere di amministrazione delle assicurazioni Generali. Mentre il gruppo Telecom è diretto da Roberto Colaninno, uno dei “capitani coraggiosi” di Massimo D’Alema. Mentre per Silvio Berlusconi diventerà il capocordata dei 21 “capitani coraggiosi” che hanno rilevato Alitalia tra il 2007 e il 2008. Comunque, TMC non decolla neanche questa volta e, tuttora, nemmeno la compagnia di bandiera tricolore gode di buona salute.
Nel frattempo, Tele Monte Carlo si trasforma in La7 e passa poi sotto l’egida di Marco Tronchetti Provera, guida operativa della Pirelli e nuovo azionista di riferimento del gruppo Telecom. Ma l’avventura nelle telecomunicazioni non porta bene al capo dell’azienda di pneumatici. Nel settembre 2006 lascia la presidenza di Telecom in rotta col governo Prodi e con le indagini in corso per lo scandalo dei dossieraggi illegali della security Telecom. Ad agevolare la buonuscita di Tronchetti Provera da La7 e da tutto il gruppo Telecom sono quindi intervenute le solite banche Intesa e Mediobanca, affiancate dalle Generali e dalla spagnola Telefónica, che per la causa hanno negli anni incassato ingentissime perdite: il saldo nel quinquennio supera abbondantemente i 5 miliardi di euro. Sono questi editori che hanno venduto di recente il canale tv a Urbano Cairo, confermando ancora una volta (almeno) il finale sulla storia dell’emittente: La7 ha avuto diversi e numerosi proprietari, tutti di primo piano sul fronte economico italiano e sempre in stretti rapporti con la politica. Ma con nessuno è riuscita a imporsi come terzo polo tv. Sarà stata solo colpa dell’emittente?
Fonte
Vicende come quelle di La7 dimostrano che il libero mercato esiste solo nella sua concezione teorica.
Iscriviti a:
Post (Atom)