Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/09/2015

Siria - Obama contro Putin all'Onu, ma poi cede all'accordo

Sul palcoscenico dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ieri è andato in scena lo spettacolo del botta e risposta russo e statunitense sulle politiche delle super potenze in Medio Oriente. Obama, dallo scranno Onu, ha difeso la politica Usa, attaccato Damasco (unico responsabile della crisi, ha detto il presidente), rigettato una sua possibile partecipazione all’eventuale governo di transizione, accusato la Russia di atti unilaterali, a partire dall’annessione della Crimea.

Pochi minuti dopo è toccato al presidente russo: Putin ha denigrato la strategia Usa, accusato Washington e alleati del Golfo di aver infiammato le tensioni finanziando gruppi terroristi, ribadito la necessità di riconoscere Assad, unica soluzione alla guerra civile.

Posizioni distanti. A parole. Perché la realtà dei fatti, dettata dagli equilibri militari e politici sul campo, è ben diversa: le due super potenze fingono una guerra fredda che non c’è. Quella che c’è è la volontà di uscire puliti dalla crisi siriana, salvaguardando i propri interessi strategici ed economici, perché – com’è ovvio – nessuno lavora mosso dall’interesse di tutelare il popolo siriano.

A margine dell’Assemblea Generale Onu, i due si sono incontrati, per la prima volta da due anni, e hanno discusso a porte chiuse per oltre un’ora e mezza. E le parole, utili a mantenere le posizioni di fronte ai media e alle rispettive opinioni pubbliche, hanno lasciato spazio alla tutela degli interessi reciproci.

Dopo l’apertura di Obama, nel discorso all’Assemblea, al dialogo con Russia e Iran, nell’incontro tra i due presidenti Mosca e Washington hanno deciso di lavorare insieme, su un terreno comune: “Abbiamo punti in comune e abbiamo differenze – ha detto Putin ai giornalisti – Penso che ci sia un modo per cooperare sui problemi che stiamo affrontanto”.

Ovvero, raid congiunti e coordinati contro l’Isis in Siria: Putin l’ha definita una nuova coalizione globale, come quella che sconfisse la Germania nazista di Hitler. Questa potrebbe essere la scappatoia, che tiene per ora a lato la questione scottante, la presenza o meno del presidente Assad. Mosca lo vuole, Washington no. Si giungerà ad un compromesso: Assad potrebbe prendere parte alla transizione politica in un negoziato con le opposizioni volto alla formazione di un governo di unità. E in una seconda fase lasciare spazio ad una figura del suo establishment, meno problematica e che salvi la faccia (e gli interessi) di tutti gli attori regionali e globali.

Un segnale chiaro dell’intenzione, dettata dalla necessità, di dialogare l’ha data lo stesso Obama: l’amministrazione Usa ha sospeso il costosissimo programma di addestramento dei ribelli moderati. Un programma fallimentare, smascherato dalle ultime vicende, a partire dalla consegna dell’equipaggiamento militare da parte di un’unità appena addestrata ai miliziani di al-Nusra. La decisione segue l’ammissione del generale Austin, capo delle operazioni militari nell’area, secondo il quale i combattenti effettivi preparati dagli Usa non sono più di 4 o 5.
All’assenza di una strategia statunitense fa da contraltare la massiccia presenza dell’asse sciita, sostenuto dalla Russia: 150mila miliziani combattono nel campo siriano, guidati da Teheran, sola forza ad oggi – a parte i combattenti kurdi – a tenere le posizioni contro i gruppi islamisti che controllano oltre un terzo del paese. Fa da contraltare anche il centro di coordinamento messo in piedi a Baghdad da russi, siriani, iraniani e iracheni e volto a definire e gestire le operazioni militari nei due paesi invasi dallo Stato Islamico.

Sullo sfondo resta una proposta russa, riportata dal vice ministro degli Esteri di Mosca, Bogdanov: entro ottobre potrebbe partire un nuovo tavolo del negoziato a cui prenderanno parte Stati Uniti, Russia, Turchia, Egitto ed Iran. Per uscire dalla crisi siriana con un accordo che ormai è palesemente necessario, soprattutto per chi in 4 anni non è riuscito a rovesciare Assad.

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Cacciata dall’occupazione perché promiscua

Quando ho occupato, assieme ad alcuni ragazzi, la casa dove abitavamo insieme, non pensavo di trovare lì persone che mi avrebbero giudicata. Attorno ai compagni si realizzano molte aspettative. Sono tutti buoni, dalla parte giusta, meravigliosi, antifascisti, antirazzisti, antisessisti. Non ho avuto alcun problema ad essere l’unica donna tra gli uomini. È vero che i primi tempi mi sono data molto da fare nella cura della casa. Mi sentivo in obbligo, come se qualcuno mi avesse fatto il lavaggio del cervello e io non riuscissi a liberarmi del ruolo di cura che ti consegnano alla nascita se tu sei femmina.

Pulivo, cucinavo, mentre loro parlavano di rivoluzioni e lotte contro il sistema. A volte è facile spostare le lotte altrove senza però mettere in discussione nulla di quello che accade vicino a te. Uno di loro faceva il “capetto” e tutti pendevano dalle sue labbra, e a me era permesso intervenire a meno che per i tanti impegni dentro o fuori casa non potessi partecipare. In realtà preferivo pensare all’orto. Facevo la spesa risparmiando. Cercavo di sedare inimicizie e atteggiamenti competitivi. A poco a poco per me fu naturale dormire prima con uno e poi con l’altro. In vari periodi della nostra convivenza ho fatto sesso con ognuno di loro. Piaceva a me e piaceva a tutti. Saldava la nostra convivenza e salvo un caso in cui uno di loro manifestò gelosia nei miei confronti andò tutto a meraviglia. Fu così almeno fino all’arrivo di Manuela.

Più giovane di me, disse che aveva bisogno di stare lontana da contesti che non la stimolavano intellettualmente, così decidemmo che sarebbe potuta restare. C’è stato un breve periodo in cui lei tentava di ingraziarsi me per avere ruolo in quel gruppo. Poi andò a letto con uno degli occupanti e tutto cambiò. Lei partecipava a tutte le assemblee vicina al suo compagno. Interveniva spesso e la sua voce veniva ascoltata seriamente. Nel frattempo io continuavo ad accettare le lusinghe dei compagni che mi baciavano e abbracciavano perché ero una magnifica cuoca, il perno dell’occupazione, senza di me non ci sarebbe stato quello spazio e quindi continuavo a cucinare, pulire, e nel mio tempo libero studiavo molto.

Un giorno uno di loro, molto ubriaco, mi abbracciò e andammo a letto insieme. Il sesso fu godibile. Mi fece molto ridere il modo in cui mi parlava. Poi sussurrò all’orecchio che la tipa che avevamo accettato di includere nel nostro gruppo diceva in giro che il fatto che io andassi a letto con tutti diventava una distrazione. Toglieva armonia al gruppo. E mi disprezzava molto, contrariamente a quello che pensava dei compagni la cui promiscuità non era minimamente messa in discussione. In realtà era lei che aveva assunto un atteggiamento molto competitivo e che mi dava sostanzialmente della zoccola perché era forse gelosa del suo partner, con il quale avevo fatto sesso anch’io, o perché semplicemente voleva diventare intima, ancora più parte del gruppo di quanto fossi io.

Non diedi peso alla cosa, pensai che l’ubriaco straparlava e continuai la mia vita divisa tra mille impegni e la militanza di gruppo. Un giorno il “capetto” disse che era necessario che io fossi presente alla riunione serale. Avevano qualcosa da dirmi, così andai. Erano lì schierati, come se volessero fucilarmi da un momento all’altro. Nessuno sedette accanto a me e fu lei, l’altra, ad aprire l’assemblea con un intervento che poneva l’accento sull’importanza dell’azione militante del gruppo e sul fatto che sarebbe stato davvero terribile se qualunque cosa avesse il potere di ledere quell’equilibrio.

Continuò il capetto che mi fece una vera e propria paternale. Non accennò al fatto che aveva più volte goduto sessualmente della mia compagnia. Disse che forse sarebbe stato il caso di allontanarmi perché la mia presenza destabilizzava un po’ tutti. Chiesi chi fossero quelli destabilizzati della mia presenza, a parte l’altra donna lì presente, e nessuno seppe dirmi senza abbassare gli occhi per non incontrare il mio sguardo. Volevano che io me ne andassi in quanto “zoccola”, senza alcun dubbio. Di mezzo c’era un atteggiamento sessista e paternalista e anche la solita mania di controllo e di accentramento di certe donne che non sanno far di meglio che cercare una nemica per distruggerla. Agli occhi degli altri. Agli occhi del mondo intero.

Dissi che meritavo di restare perché quel posto l’avevo costruito con le mie stesse mani. Avevo sgobbato per farlo diventare molto più abitabile e poi non avevo alcun luogo in cui andare. La tizia allora disse che sarebbero stati certamente comprensivi. Per gentile concessione potevo restare ma non troppo a lungo. Mi davano il tempo – che carini – di cercare un altro posto in cui stare. Avevano grande rispetto per me ma a quanto pare non facevo gioco di squadra. Forse intendevano che non ero disponibile a seguire la loro morale in fatto di sesso ma non mi pare che qualcuno di loro sia mai stato messo in discussione, e, come al solito, è una donna quella che deve fuggire via con una lettera scarlatta attaccata al corpo.

Avevo già intenzione di andare all’estero, perché l’Italia non mi offriva molte possibilità. Perciò decisi di anticipare la mia partenza e dopo aver spedito le mie cose, con pacchi destinati alla casa di un mio amico, salutai tutti e presi il primo volo disponibile. Di loro non ho poi saputo granché. Ogni tanto leggo sul loro blog interventi della tizia che pensa di essere il padreterno. Credo che abbiano deciso di ospitare anche un’altra persona, un’amica della tizia, cacciata però poco tempo dopo con chissà quali pretesti. Io me la godo, qui dove sto, e voglio solo ricordare questi fatti, accaduti un po’ di tempo fa, perché è giusto dire che se non si fa la rivoluzione nel proprio privato, nell’intimità, non c’è rivoluzione che tu possa fare fuori.

Ho scoperto, a mie spese, che le dinamiche di un gruppo, per quanto “compagno”, sono esattamente le stesse che in qualunque altro posto. E, per finire, affermo che continua a piacermi fare sesso con molti uomini. Così sono io. Se tu e tu e tu non lo tollerate allora immagino che voi siete compagn* tanto quanto può esserlo un fascista qualunque. Non sono io quella sbagliata. E non mi convincerete del contrario.

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Di nuovo alta la tensione in Burkina Faso tra golpisti e militari

Tensione ancora alta in Burkina Faso, dove resta forte il rischio di uno scontro militare tra l’esercito, sostenitore delle autorità transitorie, e gli ex golpisti del reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp) del generale Gilbert Diendéré. “L’esercito ha comunicato alla popolazione di tenersi lontano dal quartiere di Ouaga 2000, che è presidiato dalle truppe regolari e dove nei pressi del palazzo presidenziale è ancora asserragliato il Rsp - spiegano dalla capitale - e anche l’area del centro città è stata isolata dalle truppe; qui si trovano la sede della televisione nazionale e i vecchi palazzi del governo, dove in questi giorni si riuniscono le autorità provvisorie: tutte strutture strategiche”.

Tra i due gruppi di militari dunque “sembra esserci un braccio di ferro”, continuano le fonti, dopo il rifiuto del Rsp di completare il disarmo previsto dagli accordi raggiunti la scorsa settimana. Patti che, tuttavia, sono stati rispettati solo in parte anche dall’esercito regolare, che avrebbe dovuto acquartierarsi a 50 chilometri dalla città, e, secondo quanto appreso dall’agenzia MISNA si sarebbero verificate anche “rappresaglie contro i familiari delle ex guardie presidenziali”.

I soldati del Reggimento di sicurezza presidenziale (Rsp), responsabili del colpo di stato del 17 settembre a Ouagadougou, si rifiutano di consegnare le armi alle forze di sicurezza regolari nonostante le autorità provvisorie del Burkina Faso siano tornate al potere.

In un comunicato, il governo ha accusato alcuni membri dell’Rsp di aver preso in ostaggio i soldati incaricati di disarmarli e anche alcuni compagni della guardia presidenziale che volevano ubbidire agli ordini delle autorità ristabilite. Il generale Gilbert Diendéré, che era a capo dei golpisti, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie in merito alla questione. Il presidente Michel Kafando ha istituito una commissione che valuti chi debba essere ritenuto responsabile del golpe ed essere giudicato di conseguenza. Inoltre il governo ha congelato i conti di Diendéré e di altre tredici persone coinvolte nel colpo di stato.

Da parte loro, movimenti popolari come Balai Citoyen hanno invitato la società civile a restare mobilitata: continua infatti la diffidenza di queste forze per i risultati dell’ultima mediazione internazionale,vista come troppo favorevole agli uomini di Diendéré.

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29/09/2015

Benni. Perché ho rifiutato il premio De Sica

Stefano Benni, scrittore e non solo, ha rifiutato il premio Vittorio De Sica, assegnatogli furbescamente dal ministro Franceschini per mascherare con un nomina indubbiamente di sinistra una linea di politica culturale e dell'istruzione decisamente elitaria, classista, censitaria. Insomma: di destra estrema.

Qui di seguito la motivazione ufficiale, che lo stesso Benni ha deciso di rendere nota in seguito al diffondersi metastatico di motivazioni strambe sui vari media.

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Poiché sono uscite notizie un po' imprecise a riguardo, ecco il testo della motivazione con cui il Lupo Benni non ha accettato il premio Vittorio De Sica:

Gentili responsabili del premio De Sica e gentile Ministro Franceschini, vi ringrazio per la vostra stima e per il premio che volete attribuirmi.

I premi sono uno diverso dall'altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall'appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo.

Scelgo quindi di non accettare. Come i governi precedenti, questo governo (con l'opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l'ultima risorsa e la meno necessaria.

Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all'estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare.

Vi faccio i sinceri auguri di una bella cerimonia e stimo molti dei premiati, ma mi piacerebbe che subito dopo l'evento il governo riflettesse se vuole continuare in questo clima di decreti distruttivi e improvvisati, privilegi intoccabili e processi alle opinioni. Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell'intelligenza.

Comprendo il vostro desiderio di ricordare il grande Vittorio De Sica, e voi comprenderete il mio piccolo disagio.

Un cordiale saluto e buon lavoro

Stefano Benni

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Dalla Catalogna un no a Ue, Euro e Nato che parla a tutto il Mediterraneo

Le elezioni regionali catalane hanno segnato un importante risultato. Intanto, nonostante una martellante campagna intimidatoria nei confronti delle forze indipendentiste portata avanti dal mondo finanziario, dai poteri forti interni e addirittura da alcuni leader politici internazionali – Merkel, Cameron, Obama, Sarkozy – i movimenti che si battono per l’autodeterminazione della Catalogna hanno ottenuto un risultato che sfiora la maggioranza assoluta dei voti e ottiene quella assoluta dei seggi.

E ciò nonostante uno storico tasso di affluenza alle urne che ha favorito indubbiamente i partiti nazionalisti spagnoli grazie alla “mobilitazione straordinaria” di parte dell’elettorato conservatore e unionista tradizionalmente meno attivo.

L’altro risultato importante delle elezioni regionali catalane di ieri è stata la grande affermazione della Candidatura d’Unità Popolare, la Cup. All’interno di un panorama politico che, al di là del diverso giudizio sull’indipendenza, sostiene trasversalmente i diktat dell’Unione Europea e le politiche neoliberiste e di austerità, o comunque si limita anche a sinistra a critiche relative e a proposte di aggiustamento e di impossibile miglioramento, l’affermazione straordinaria della Cup – 8.2% dei voti e 10 seggi – dimostra che è possibile, per una forza che mette apertamente in discussione i dogmi del capitalismo e la permanenza all’interno dell’Eurozona e della Nato, conquistare radicamento sociale e credibilità di massa.

Esattamente il contrario di quanto hanno fatto in questi ultimi anni diversi partiti della sinistra radicale europea che hanno visto i propri slogan e propositi infrangersi contro il muro del dogma della permanenza all’interno dell’Unione Europea, dei suoi apparati coercitivi, dei suoi meccanismi autoritari.

L’affermazione di una coalizione politica autenticamente anticapitalista come la Cup, che non teme di pronunciarsi apertamente per la rottura dell’Unione Europea e per l’inizio di una campagna di disobbedienza di massa rispetto alle imposizioni di Madrid e di Bruxelles, non può che essere salutata come una buona notizia e come un segnale che va raccolto e rilanciato anche negli altri paesi, in particolare in quelli maggiormente stretti nella morsa del processo di integrazione imperialista del continente.

L’ottimo risultato conseguito dalla sinistra anticapitalista catalana è il frutto di una coerente e intelligente campagna che assieme alla questione nazionale pone come centrale anche quella sociale, in una concezione all’interno della quale non ci può essere liberazione dall’oppressione nazionale senza una contemporanea liberazione dallo sfruttamento capitalistico. Una forza anticapitalista, per intendersi, che non lotta per creare un nuovo stato qualunque esso sia, ma che concepisce la rottura degli assetti istituzionali come aspetto, tappa e volano per una altrettanto necessaria rottura del sistema economico e delle relazioni sociali vigenti.

Molti dei voti che hanno permesso l’exploit della Cup arrivano da ex elettori di partiti come Erc – repubblicano ma socialdemocratico ed europeista – o come la sezione locale della Sinistra Unita o dagli eco-socialisti di ICV, incapaci di indicare ai settori popolari una prospettiva chiara di lotta e di trasformazione, tanto sulla questione nazionale quanto rispetto alla rottura della gabbia dell’Unione Europea. La stessa ambiguità che in Catalogna ha fortemente penalizzato Podemos, movimento le cui precedenti caratteristiche antisistema sembrano affievolirsi man mano che passa il tempo e che la sua direzione sceglie di spuntare alcune delle storiche rivendicazioni di rottura.

Che nel campo indipendentista diventi centrale e determinante una forza politica antagonista come quella incarnata dalla Cup è positivo anche per l’opera di demistificazione che questa coalizione compie nei confronti della strumentalizzazione della rivendicazione indipendentista operata dall’ex governatore. Artur Mas, infatti, è responsabile di politiche rigoriste e autoritarie non dissimili da quelle applicate in tutto lo stato dalla destra spagnolista sotto dettatura della Troika. Il comune intento di creare un nuovo stato repubblicano catalano non può nascondere le evidenti differenze ideologiche e di programma tra forze che rappresentano gli interessi di settori sociali distanti quando non opposti.

Il drammatico impatto sociale delle politiche imposte ai singoli stati dall’Unione Europea dopo il manifestarsi della più grave crisi del capitalismo nell’ultimo secolo ha scatenato in Catalogna una vasta e crescente mobilitazione indipendentista, in un contesto in cui alle rivendicazioni di carattere sociale si sono sovrapposte quelle nazionali.

Bene fa la Cup a tentare di contendere ai settori sovranisti della borghesia catalana – che intendono l’indipendenza da Madrid esclusivamente come una leva per gestire al meglio i propri interessi – l’egemonia all’interno del vasto fronte che lotta per l’autodeterminazione, contestando i tagli, le privatizzazioni, la repressione dei movimenti sociali e mettendo in discussione, come già detto, Ue e Nato.

Se il flop di Podemos può essere considerato un segnale estendibile anche allo scenario politico statale in vista delle elezioni legislative spagnole di fine anno, nel campo unionista il boom sperimentato da Ciutadanos indica che il sistema politico sul quale si è basato il paese a partire dalla morte di Franco e dall’autoriforma del franchismo sembra trovare un nuovo punto di equilibrio che movimenti populisti come Podemos non sono in grado di mettere in discussione. Se è vero infatti che il Partito Popolare crolla e che i socialisti perdono molta del proprio consenso – anche se rimangono una forza politica tra le principali – è vero anche che molti dei voti in fuga dai due partiti dell’establishment vengono attratti da una formazione come Ciutadanos, anch’essa di natura populista e schierata a destra su posizioni centraliste e liberiste nonostante l’utilizzo di un messaggio “anticasta”. Il vecchio regime bipartitico fondato sull’alternanza tra PP e PSOE sembra puntare, per sopravvivere, a trasformarsi in tripartitico, mantenendo così intatta la propria natura autoritaria e antipopolare. Se non saprà uscire dalle ambiguità che contraddistinguono la propria linea Podemos rischia seriamente di seguire la parabola che ha già consumato Syriza e di diventare la quarta gamba di un sistema politico-istituzionale spagnolo inamovibile quanto oppressivo.

Rete dei Comunisti - 28 settembre 2015

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Sulla situazione in Catalogna segnaliamo:

Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia

Banche, imprese, Ue e Liga: tutti contro la Catalogna indipendente

Catalogna. “Rompere con Madrid, l’Ue e l’Euro, non pagare il debito”: la Cup detta la linea

Eurostop in marcia, anche in Catalogna

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Competitività. Una copertura ideologica per un attacco di classe

“L’Italia deve tornare a competere”. Una affermazione che industriali e capi di governo in questi anni continuano a mettere un po’ ovunque. Come si fa in cucina per il prezzemolo; più o meno come fa la sinistra con il suo “facciamo come…”. Fa scena, mette d’accordo (più o meno) tutti o comunque tanti. Poi ci si chiede: come? Come tornare a competere? La risposta in questi giorni viene dal presidente di Confindustria, Squinzi.

di Carmine Tomeo

Il presidente dell’associazione degli industriali la risposta ce l’ha: il contratto collettivo di lavoro “deve essere il vero motore del cambiamento”, ma affinché possa svolgere questa funzione, “deve essere un contratto innovativo”. Qual è l’innovazione? Anche qui la risposta è quasi scontata: “a più flessibilità ed efficienza potrebbe corrispondere maggior salario”, dice Squinzi che, magnanimo (sic!) dichiara che gli industriali sono “disposti a offrire aumenti salariali in cambio, ad esempio, di maggiore flessibilità nelle mansioni”. Eccola l’innovazione del capo dei padroni italiani. La proposta, in realtà, non è nuova. È perfettamente in linea con quella lanciata da Marchionne poche settimane fa, quando in un incontro con le organizzazioni sindacali nel giorno della prima assemblea del gruppo ad Amsterdam, l’Ad di Fca aveva parlato di un contratto specifico con aumenti salariali legati agli obiettivi aziendali. In quell’occasione Marchionne aveva definito (bontà sua) questa proposta come la fine “di relazioni industriali stagnanti basate su sterili contrapposizioni tra capitale e lavoro.”

Già in quell’occasione i sindacati collaborativi (mi si perdoni l’eufemismo) avevano mostrato di gradire l’idea di Marchionne; in questi giorni, quegli stessi sindacati, hanno mostrato di gradire la proposta di Squinzi. Un atteggiamento che non meraviglia affatto, ma è sempre utile ricordare a quale livello di accondiscendenza siano giunti Cisl e Uil nelle relazioni sindacali. Tanto per fare un esempio, la leader della Cisl, Annamaria Furlan, appare quasi entusiasta quando risponde che “Da subito dobbiamo iniziare a lavorare al nuovo modello: il contratto nazionale deve garantire il potere d’acquisto, quello di secondo livello territoriale e aziendale punta alla produttività”. Ovviamente anche la Uil è disposta a rivedere il modello contrattuale nei termini dettati dal padronato, mentre la Cgil si mostra cauta ma non chiude la porta in faccia agli industriali.

C’è da chiedersi, a questo punto, se il problema del nostro Paese è una scarsa produttività per cui risulta necessaria una maggiore flessibilità dei lavoratori così da condensare i tempi di lavoro (perché questo è l’obiettivo non esplicitamente dichiarato dal padronato). A leggere l’Istat si direbbe proprio di no. Secondo l’istituto nazionale di statistica in Italia “Complessivamente, nel periodo 1995-2014 la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%”; mentre “Nella fase più recente (2009-2014) la produttività del lavoro è cresciuta dello 0,6% medio annuo”, ben più alta della produttività del capitale, che nello stesso periodo è stata dello 0,1%. Ma i padroni preferiscono puntare su un maggiore rendimento dei lavoratori, su un più intenso sfruttamento del lavoro. In sostanza, gli industriali chiedono di “contrattare” sulla facoltà loro di spremere una maggiore quantità di lavoro per estrarre più profitto. Una soluzione assolutamente logica dal punto di vista del capitale, visto che, in un periodo di crisi (specie se prolungata come quella che stiamo vivendo), non c’è un interesse imprenditoriale ad investire, sapendo di non poter ricavare profitto dalle spese sostenute in investimenti di capitale fisso.

Una soluzione che, al contempo, rende i lavoratori molto più ricattabili dietro il falso mito della fine del conflitto tra capitale e lavoro (per dirla con Marchionne) o del fatto che così non si fa torto a nessuno (per dirla con Squinzi). Tutti felici e contenti sulla stessa barca, a sentire il padronato.

Tutti felici, tranne i lavoratori, ovviamente, che vedrebbero aumentato il grado di ricattabilità a cui sarebbero soggetti. La flessibilità che Squinzi pretende dai lavoratori, infatti, è una necessità del capitale di riempire di lavoro ogni porosità del ciclo produttivo, di condensare nello stesso arco di tempo una maggiore quantità di lavoro. In sintesi, di estorcere al lavoratore una maggiore quantità di lavoro. Questa è la flessibilità che è richiesta; questa è la “cooperazione” di cui tanto spesso si parla. Il modello Marchionne, già sperimentato ed al quale Squinzi si unisce, è questo qui. E non si evince da nessuna parte che un lavoratore Fca guadagni più di un lavoratore metalmeccanico di pari livello, né che si senta gratificato dalla “cooperazione” con l’azienda. “Un operaio di terzo livello Fca-Cnh guadagna mediamente 750 euro lordi annui di meno di un suo pari livello di un’altra fabbrica metalmeccanica”, aveva affermato Landini, commentando la proposta di Marchionne.

E per chi non sarà flessibile? In quel caso c’è sempre il Jobs Act ed una serie di altri strumenti normativi che il padrone può usare per far tornare al lavoratore lo spirito di cooperazione.

P.s.: a proposto dell’accostamento iniziale tra modi di dire adatti a molte occasioni. De “L’Italia deve tornare a competere” abbiamo detto; del prezzemolo, in questo momento, non ci interessa. E allora rivolgiamoci a quelli del “facciamo come…”.

Una domanda: non sarebbe il caso di concentrarci su proposte contro l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e restituire centralità al conflitto capitale-lavoro (lo cita pure Marchionne, dovremmo farlo a maggior ragione noi), così da ridare una connotazione di classe al conflitto sociale? Non sarebbe questo un migliore utilizzo delle nostre energie (quelle che rimangono), anziché consumarle nella artificiosa costruzione di un contenitore vuoto spacciato per soggetto politico unitario?

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I bombardamenti sauditi polverizzano il patrimonio dello Yemen


di Chiara Cruciati – Il Manifesto

La guerra con­tro lo Yemen è una guerra occulta: oltre 4mila morti, 1 milione di sfol­lati interni, 21 milioni di per­sone senza accesso costante a cibo e acqua. Alla deva­sta­zione subita dalla popo­la­zione civile se ne aggiunge un’altra: quella alle immense ric­chezze archeo­lo­gi­che e archi­tet­to­ni­che di un paese che è stato culla della civiltà araba e isla­mica. Sana’a, Marib, Aden: città, che ad ogni angolo nar­rano la sto­ria del mondo arabo e il suo incon­tro con popoli asia­tici e afri­cani, sono in mace­rie. «Para­diso»: que­sto signi­fica in arabo il nome Aden, la città por­tuale a sud, tar­get dei vio­lenti raid della coa­li­zione anti-Houthi gui­data dall’Arabia Sau­dita.

Quello che lo Stato Isla­mico sta facendo in Iraq e in Siria, can­cel­lando Pal­mira e Nim­rud, Riyadh lo sta facendo in Yemen, nel silen­zio del mondo. Ne abbiamo par­lato con Lamya Kha­lidi, archeo­loga stau­ni­tense di ori­gini pale­sti­nesi al Cen­tro Nazio­nale della Ricerca Scien­ti­fica (Cnrs) fran­cese. Lamya ha vis­suto in Yemen per otto anni e lo segue dal 2001. Oggi moni­tora i danni pro­vo­cati dal con­flitto in corso.

Dopo oltre cin­que mesi di guerra, è pos­si­bile fare un bilan­cio dei siti distrutti o dan­neg­giati, sti­mare le per­dite per il patri­mo­nio yeme­nita?

È dif­fi­cile dare i dati esatti, nep­pure le auto­rità locali sono in grado di muo­versi sul campo per docu­men­tare i dan­neg­gia­menti. Al momento, comun­que, il bilan­cio è ter­ri­bile. L’ultimo rap­porto del Mini­stero degli Interni risale al 19 luglio e com­prende 43 siti (moschee, siti archeo­lo­gici e luoghi turi­stici). Ritengo che tale numero sia aumen­tato a dismi­sura negli ultimi due mesi a causa della vio­lenza dei bom­bar­da­menti. È impos­si­bile sti­mare il numero di reperti dan­neg­giati o distrutti. Pos­siamo farlo nel caso del Museo di Dha­mar, pol­ve­riz­zato in un bom­bar­da­mento aereo: cono­sce­vamo prima il numero di oggetti lì con­ser­vati, non ser­vono altre stime, si è perso tutto. E non dimen­ti­chiamo che i raid, il caos e la povertà faci­li­tano i sac­cheg­giamento di siti e musei. Ci sono poi siti che sono stati bom­bar­dati più volte, come l’antica diga di Marib o i siti di Bara­qish e Sir­wah, risa­lenti al primo mil­len­nio a.C.

Tra i siti più noti, sim­boli dell’impatto della distru­zione di un’eredità mon­diale, quali sono ormai persi per sem­pre?

Vista l’ampiezza della distru­zione, dob­biamo divi­dere i danni a patri­moni tan­gi­bili in cin­que cate­go­rie: le città; i monu­menti come moschee, cit­ta­delle, forti; i siti archeo­lo­gici; i reperti archeo­lo­gici; e i musei.
Il museo di Dha­mar è un signi­fi­ca­tivo esem­pio della por­tata della per­dita. Il museo ospi­tava decine di migliaia di reperti, alla cui cata­lo­ga­zione hanno lavo­rato molti archeo­lo­gici yeme­niti e stra­nieri. Si tro­vava in un sito archeo­lo­gico, sca­vato prima della costru­zione del museo. È stato pol­ve­riz­zato in un secondo, non rie­sco a capire come nes­suno possa rea­gire. Se il museo nazio­nale egi­ziano del Cairo fosse bom­bar­dato, il mondo si mobi­li­te­rebbe, scioc­cato e disgu­stato. Quando il museo di Mosul è stato van­da­liz­zato, i video hanno fatto il giro del mondo e la rea­zione della gente è stata duris­sima. Qui stiamo par­lando di musei nazio­nali, isti­tu­zioni nazio­nali che pro­teg­gono tesori ine­sti­ma­bili.

I siti archeo­lo­gici sono nume­rosi, molti sono stati col­piti all’inizio del con­flitto dalla coa­li­zione sau­dita e poi bom­bar­dati di nuovi, nono­stante gli sforzi di Une­sco e archeo­logi di pro­teg­gere un patri­mo­nio mon­diale. Tra que­sti la diga di Marib, ancora oggi tar­get, è un’impresa del genio inge­gne­ri­stico del primo mil­len­nio a.C. quando a gover­nare lo Yemen era la dina­stia Sabei. Un’altra città della stessa epoca, Bara­qish, restau­rata da un team ita­liano, è stata col­pita solo pochi giorni fa: il tem­pio di Nakrah, com­ple­ta­mente ristrutturato dagli ita­liani, il tem­pio di Ath­tar, le mura cit­ta­dine e anche la casa usata dal team, sono ridotti in mace­rie.

Se par­liamo di città, clas­si­fi­cate siti Une­sco per la loro archi­tet­tura moz­za­fiato, unica, la lista è lunga: è dif­fi­cile tro­vare in Yemen un vil­lag­gio che non abbia la sua par­ti­co­la­rità. Il più ovvio atto di van­da­li­smo sono i raid con­tro le città vec­chie di Sana’a e Shi­bam, entrambe patri­mo­nio dell’umanità. Meno note sono Zabid, Saada e Wadi Dhahr, in lista per l’ingresso all’Unesco.

E poi ci sono i monu­menti, moschee e cit­ta­delle, tombe sacre, distrutti dai raid aerei o van­da­liz­zati da gruppi come Isis e al Qaeda, che vi vedono forme di ido­la­tria. Non è qual­cosa di nuovo in Yemen: da quando ci lavoro, da 15 anni, i mili­ziani Wah­habi spesso arri­vano dall’Arabia Sau­dita per distrug­gere l’eredità yeme­nita. Ma que­ste moschee e tombe sono parte di un’identità ric­chis­sima e antica, che intrec­cia insieme l’Islam reli­gioso e quello cul­tu­rale.

Molti non sanno di quanto sia esteso il patri­mo­nio yeme­nita, della sua uni­ver­sa­lità. È un paese con una cul­tura che è un mosaico di ele­menti, dall’Asia sudoc­ci­den­tale, dall’Africa dell’Est, dal Medio Oriente. È un incre­di­bile mix di popoli, suoni, sapori, este­tica, archi­tet­tura che si sono uniti natu­ral­mente, in un modo bel­lis­simo, con sullo sfondo uno dei pae­saggi più vari al mondo. Ora tutto ciò è in pericolo.

Pensa che in futuro sarà pos­si­bile recu­pe­rare parte di que­sta ere­dità? O si tratta di danni irre­pa­ra­bili?

La prin­ci­pale tra­ge­dia sono le vit­time civili e la pro­fon­dità dei danni alle infra­strut­ture e alle case. Quando la crisi finirà, il recu­pero di que­sto patri­mo­nio non sarà una prio­rità. In ogni caso, si potrà recu­pe­rare solo quello che esi­ste ancora. Quello che è stato distrutto, è perso per sem­pre, è inso­sti­tui­bile. I bom­bar­da­menti con­ti­nui con­tro alcuni siti e la demo­li­zione com­pleta di altri lasciano ben poca spe­ranza. Quello che l’Isis sta com­piendo in Siria e Iraq con­tro i patri­moni locali è esat­ta­mente lo stesso di quello che Riyadh fa in Yemen.

Ci sono orga­niz­za­zioni inter­na­zio­nali che stanno ten­tando di fare pres­sioni sui sau­diti per pro­teg­gere que­sta ere­dità?

Quello che sta suc­ce­dendo in Yemen sta avve­nendo nel silen­zio asso­luto del mondo. Non c’è nep­pure una buona coper­tura media­tica. Intanto la gente è ter­ro­riz­zata, i raid sono così vio­lenti e col­pi­scono pesan­te­mente le aree abi­tate, intere fami­glie non sanno dove andare o cosa fare. Que­sta è la dimo­stra­zione che la coa­li­zione bom­barda indi­scri­mi­na­ta­mente, senza pre­oc­cu­parsi di vite umane, patri­mo­nio o diritto inter­na­zio­nale. I rac­conti di amici e col­le­ghi rima­sti in Yemen mi ricor­dano l’attacco israe­liano con­tro Gaza della scorsa estate.

Nel caso del patri­mo­nio sto­rico, i raid sono sì indi­scri­mi­nati ma anche molto pre­cisi. Alcuni siti sono nel mezzo del deserto, come la diga di Marib. Puoi col­pirla solo con coor­di­nate pre­cise. E poi lo rifai, per set­ti­mane: è chia­ra­mente una distru­zione voluta per­ché quel sito non minac­cia nes­suno. Non ci sono strade vicino, né vil­laggi intorno. L’Unesco ha con­se­gnato all’Arabia Sau­dita una lista di siti pro­tetti, ma Riyadh è indif­fe­rente. La pres­sione che viene fatta sui sau­diti è nulla: i ten­ta­tivi di pro­te­zione non sono pro­por­zio­nali al livello di distru­zione. L’Unesco cerca di fare la sua parte ma non ha influenza. Nes­suno ascolta.

In un edi­to­riale sul New York Times, lei ha par­lato di “van­da­lismo sau­dita”. Qual è l’obiettivo di Riyadh quando distrugge i sim­boli di un paese con una sto­ria mil­le­na­ria? Imporre la pro­pria nar­ra­tiva, la pro­pria auto­rità?

Non so quale sia l’obiettivo, ma posso dire che si tratta di una distru­zione cal­co­lata: cono­sco que­sti siti, dove si tro­vano, quali sono abi­tati e quali no, e so che non è facile col­pirli a meno che non lo si voglia. Dall’altro lato abbiamo città come Sana’a e Shi­bam, siti Une­sco, chia­ra­mente molto popo­lati: è evi­dente che siano affol­lati di civili e siano sede di un patri­mo­nio impor­tante. I sau­diti, che in mano hanno una lista no-fly, non rispon­dono alle domande sul per­ché stanno com­piendo una simile distru­zione. Non penso lo faranno fino a quando i loro alleati, gli Stati Uniti e l’Europa, invie­ranno loro un equi­pag­gia­mento ad alta pre­ci­sione che pro­voca distru­zione di massa. Nes­suno li sta accu­sando di cri­mini con­tro l’umanità. Si tratta di puro van­da­li­smo, esat­ta­mente quello che com­pie l’Isis in Siria.

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Paesi baltici: “democrazia” intermittente tra sfilate di SS e “minaccia russa”

Crescono gli allarmi per le manifestazioni più eclatanti e, in diverse occasioni, sfacciatamente provocatorie, di neofascismo, antisemitismo, neonazismo, revisionismo storico, in vari paesi dell'Europa orientale. La questione ha toccato picchi di aperta esternazione, anche simbolica, con l'apparizione dei battaglioni neonazisti in Ucraina, i cui capimanipolo sono stati a suo tempo addestrati da istruttori USA, quindi usati sul fronte del Donbass, dove hanno terrorizzato la popolazione civile, “istituzionalizzati” dal potere golpista di Kiev e, ovviamente, bellamente ignorati – quando non addirittura romanzescamente riverniciati di buonismo – dalla maggior parte dei media nostrani.

Ma, prima e oltre che in Ucraina, dove l'eroicizzazione di elementi e gruppi a suo tempo al servizio delle SS è frutto della “democratizzazione” degli ultimi anni, l'area di più radicata e stagionata memoria nazista è quella del Baltico. Negli ultimi tempi anche in Polonia e in Moldavia si assiste a un crescendo di distruzione di monumenti dedicati ai soldati sovietici caduti nella Seconda guerra mondiale e alla rimozione dei resti di militari dell'Armata Rossa dai cimiteri e loro trasferimento in località remote. Nel migliore dei casi, i monumenti vengono trasferiti in periferie lontane delle città; in altre occasioni, si recintano aree apposite in cui vengono raccolti busti, monumenti, targhe legati alle gesta dei soldati rossi o che in qualche modo ricordino il periodo sovietico – è stato così, a suo tempo, nella stessa Russia – e, più di recente, in alcuni di quei paesi, è scoppiata la moda dei “musei dell'occupazione sovietica”, a volte semplicemente “musei dell'occupazione”, equiparando il periodo sovietico all'invasione nazista. In Estonia, i veterani russi dell'Armata Rossa, anche i decorati come Eroi dell'Unione Sovietica, sono equiparati per legge agli scagnozzi locali al soldo delle SS naziste: alle parate vengono fatti sfilare insieme come “partecipanti alla Seconda guerra mondiale”! Si demoliscono i monumenti ai caduti sovietici, ma si investono solide cifre in quelli alle Divisioni SS baltiche, i cui reduci possono riunirsi ufficialmente, in uniforme nazista, a differenza dei veterani rossi, cui si vietano le assemblee e persino l'esibizione di decorazioni sovietiche. Il 16 marzo è già dal 1994 pressoché ricorrenza ufficiale in Lettonia, a ricordo dell'ingresso in battaglia delle Divisioni lettoni, contro l’Armata Rossa e nelle file delle SS. E se i membri del Comitato antifascista lettone organizzano controparate con la bandiera dell'Urss, a finire in galera sono proprio loro, per esibizione di “simboli antistatali” e non i nazisti della Legione volontaria SS.

Il sempre più traballante primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk – costretto ora a inventarsi anche falsi attentati, per cercare di risollevare l'audience intorno alla sua persona – non escogita nulla di nuovo, quando parla di “Untermenschen” a proposito dei russi che vivono in Ucraina o quando, come nel gennaio scorso, nell'intervista alla TV tedesca ARD, aveva parlato di “aggressione dell'Urss alla Germania e all'Ucraina” nel 1941: nei paesi baltici, gli omaggi alle ex SS locali, i pianti contro la “occupazione sovietica”  o l'esclusione dalla categoria dei vivi di chiunque non sia “nativo etnico”, sono da tempo istituzionalizzati.

Per la verità, ogni tanto anche lì sono costretti a fare qualche passo indietro, quando il passato di qualcuno di quegli “eroi” rischia davvero di compromettere il paese agli occhi della comunità internazionale che, se volge la testa o addirittura amplifica gli urli sulla “invasione bolscevica delle piccole repubbliche” baltiche, è costretta a esternare commenti sdegnati a proposito dell'oltraggio ad alcuni “principi fondanti” della democrazia, come è il caso dell'olocausto. E' così che in Lituania lo scandalo è scoppiato quando si è scoperto che un “eroe nazionale” aveva partecipato, durante la guerra, non solo alle uccisioni di cittadini sovietici – e questo poteva passare: anzi, per questo aveva avuto una medaglia – ma anche alle stragi di ebrei. Dopo quindici anni che Pranas Končius, combattente antisovietico della cosiddetta Unione dei partigiani per la libertà della Lituania (attiva dal 1944 fino a metà anni '50) era stato insignito dell'ordine della Croce di Vytis, la presidente Dalja Gribauskajte si è vista costretta a cancellare il provvedimento, “in considerazione dell'appello del Centro per il genocidio e la resistenza”, che accusava Končius di aver partecipato ad almeno tre fucilazioni in massa di donne e bambini ebrei lituani. Sottufficiale dell'esercito lituano, con l'occupazione tedesca Končius entrò a far parte della polizia al servizio dei nazisti; nel '44, con il ritorno del potere sovietico, si dette alla macchia nelle file dei cosiddetti “fratelli dei boschi”. Accerchiate le bande più volte dai reparti del Ministero degli interni, Končius riuscì sempre a sottrarsi alla cattura, fino al 1965, allorché fu ucciso in un ultimo scontro a fuoco con la polizia sovietica.

Proprio a quei “fratelli dei boschi”, che agivano non solo in Lituania, ma in tutti i paesi baltici, è dedicato il monumento inaugurato lo scorso 11 settembre a Ile, in Lettonia, alla presenza di alte cariche militari ed esponenti della repubblica, tra cui lo speaker della Sejm, il parlamento lettone. Attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni '50, i “fratelli dei boschi” erano composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS e si resero responsabili dell'uccisione di alcune migliaia di civili sovietici. Di recente, una pubblicazione del Ministero degli esteri di Riga – in Lettonia, nel 1935, gli ebrei costituivano il 5% della popolazione – contiene una perla del tipo: “solo dopo l'indipendenza, nel 1991, si è cominciato a studiare la storia dell'olocausto in Lettonia, durante l'occupazione nazista e sovietica, dal 1940 al 1956” e si sono portati alla luce “aspetti prima distorti dalla propaganda e disinformazione nazista e sovietica”. Bontà sua, si ammette che “alcuni elementi locali” aiutarono i battaglioni di sterminio delle SS anche in Lettonia, per essere poi trasferiti in Russia e Bielorussia; nel massacro di 25mila ebrei del ghetto di Riga, la polizia lettone, secondo la pubblicazione, svolse “solo”(!) il lavoro di sorveglianza, nelle cosiddette “Schutzmannschaften”.

Nei tre paesi baltici, l'odio per le nazionalità diverse si è sempre manifestato sotto forma della loro estraniazione ufficiale dalla vita sociale e pubblica. Se in Estonia, sin dagli anni '20 si sottoposero a emarginazione, discriminazione e saccheggio quelle decine di migliaia (di quel milione di emigrati bianchi russi dopo la rivoluzione d'Ottobre) di “fratelli di classe” russi fuggiti alla “peste bolscevica”, solo per il fatto di non essere estoni puri, ecco che oggi addirittura il preambolo della Costituzione lettone sancisce ufficialmente il principio per cui chi non è lettone è “non cittadino”, e in tale categoria rientra quasi il 15% della popolazione. Vi si parla infatti esclusivamente di “terre lettoni storiche”, “nazione lettone”, “lingua e cultura lettoni”. Nessuna menzione del 27% di popolazione russa, 3,5% bielorussa, 2,2% ucraina e altrettanto polacca; semplicemente, non esistono: non votano, non hanno lingua propria, insomma, come anticipava 90 anni fa il bulgakoviano Poligraf Poligrafič “alla persona senza documenti è severamente vietato esistere”.

Ma tant'è, in nome della “indipendenza”! Recentemente, Oleg Nazarov, del Club Zinovev, scriveva che “il 10 ottobre 1939 fu firmato il trattato sovietico-lituano di mutua assistenza, secondo cui l'Urss passava alla Lituania la città di Vilna (l'attuale capitale Vilnius) e la regione di Vilna. Su tale conseguenza della cosiddetta "occupazione sovietica" (la cui negazione è punibile per legge) i politici lituani tacciono. Non ricordano che durante "l'occupazione" la popolazione della Lituania era in crescita e ora invece si riduce. Tale silenzio non è un caso. La Lituania, che era nell'Urss la vetrina delle conquiste del socialismo, nei 24 anni dalla sua indipendenza non ha ottenuto prosperità, ma si è trasformata in una colonia dell'UE”. Nel complesso, a partire dal 1920 e durante la guerra civile scatenata dagli eserciti bianchi e dalle potenze straniere contro la giovane Repubblica sovietica russa, la Lituania è passata attraverso l'occupazione polacca di vasti territori, mire bielorusse su altri, dittatura fascista e “lituanizzazione” di territori e popolazione e, infine, invasione nazista. Alla fine della guerra il paese riacquistò i territori persi e inoltre, scrive Nazarov – non certo imputabile di simpatie staliniane – si allargò grazie a Stalin con altre aree, in precedenza tedesche o bielorusse. Nel 1990, in occasione del 50° dei trattati sottoscritti dall'Urss con le repubbliche baltiche, “Meždunarodnaja Žizn”, pubblicava alcuni rapporti inviati nel 1939 a Mosca da fiduciari o plenipotenziari sovietici. In tali rapporti si evidenziava come quei vari patti (di mutua assistenza, commerciali o di non aggressione) facessero sorgere forte apprensione nelle classi dominanti di quei paesi: apprensione per la possibile “bolscevizzazione” che sarebbe seguita all'arrivo di reparti dell'Armata Rossa a difesa delle basi concesse all'Urss e che erano invece salutati con entusiasmo dalle forze rivoluzionarie, convinte della prossima fine dei regimi fascisti locali.

Dunque, ancora una volta, si rileva come il nucleo centrale di ogni contrapposizione – nazionale, culturale, religiosa, ecc. – abbia una radice di classe e come l'odierna canea attorno alla presunta “minaccia russa” o a qualunque tema che abbia a che fare con l'esperienza sovietica, risponda a precisi interessi di classe. Gli atti di contrizione per l'olocausto nazista tacciono di fronte alle odierne sfilate degli ultimi avanzi di quelli che Der Spiegel, nel 2009, definiva “Die Komplizen”, se si tratta di abbattere le frontiere di fronte ai capitali occidentali; le genuflessioni quotidiane dinanzi all'icona della democrazia liberale passano in secondo piano allorché sono in gioco gli interessi del polo imperialista europeo, che ha bisogno di allargare il proprio mercato interno e la propria riserva di forza lavoro. Così che, ben vengano gli eredi delle Waffen SS a irrobustire la UE e a cedere territori alle esigenze dell'Alleanza atlantica contro la “minaccia russa”: dopo tutto, si tratta di repubbliche democratiche, anche se la democrazia è limitata a una fetta sola della popolazione.

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