Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/10/2016
Clamoroso: il Financial Times molla Matteo Renzi
All’inizio furono i buoni uffici di Davide Serra, fondo Algebris e tessera PD, il finanziere che è stato ripagato con un inside trading che ha permesso di guadagnare sul rialzo delle popolari dopo un decreto e sul crollo di Mps dopo una serie di misure interne.
Renzi andava bene sul Financial Times: prometteva di fare la sponda liberista a Cameron, un approdo italiano per i capitali in cerca di affari e di essere un bastione contro l’austerità tedesca (quella che, nella lettura angloamericana della crisi impedisce la proliferazione dei capitali). Insomma, un’Italia dove la città tipo è molto più simile a Manchester che a Pescara. Una apertura di credito, da parte del quotidiano finanziario londinese, di proprietà giapponese, nella speranza di una rottura definitiva con i rigidi assetti di quel blocco di potere che (dalle grandi opere al management bancario, all’amministrazione dello stato, al ceto politico) è visto come un impedimento per un compiuto sbocco della globalizzazione in Italia.
In effetti Matteo, per compiacere quel mondo, di diplomazia ne ha messa tanta. Solo che il renzismo è un veloce movimento di parole, un compulsivo movimento di poteri quanto un immobile movimento politico. Tutta l’innovazione politico-finanziaria si è concretizzata nella richiesta di “flessibilità” a Bruxelles, qualche miliardata di sforamento del deficit per tirare a campare e Cameron, a suo tempo, è stato lasciato solo come uno Tsipras qualsiasi. La polpa che interessa alla City (dalle opere pubbliche, alle partecipate, alla spesa sanitaria) è rimasta o virtuale (vedi la vicenda della spending review) o in mano ai soliti soggetti. Per non parlare delle banche e dei tentativi, che alla City parranno davvero demode’, di mantenere i Patuelli (in oggetto ex segretario del PLI oggi presidente delle banche italiane) o i Profumo al timone degli istituti bancari.
Alla City piace un’Italia spartita tra grossi fondi di investimento non tra reduci di cene con Carrai e la Boschi. Eppure a capodanno 2015, dopo una decina di mesi di avventure del guitto di Rignano, Tony Barber, uno degli editorialisti più importanti del Financial Times tuonava convinto: “Renzi è l’ultima speranza per l’Italia”. Per non parlare del corsivo del Financial Times, sempre di Tony Barber, che campeggia sulle pagine del comitato del Si da luglio: “La salvezza dell’unione monetaria dipende dall’esito del referendum costituzionale italiano”. Insomma, sembrava tutto vero, specie se visto da un’Italia a reti unificate (grave problema democratico minimamente non affrontato) dove parla solo Renzi: da Matteo dipendono i destini dell’Italia e dell’Europa. Nemmeno De Gasperi aveva avuto tanta buona stampa nella City.
Ma, nel mondo finanziario di oggi, la regola è la volatilità e questo vale anche per la politica. Passano infatti solo quattro mesi e il salvatore dell’Italia e dell’Europa viene rappresentato dallo stesso Tony Barber, sempre sul Financial Times, come l’architetto di riforme costituzionali che “sono un ponte verso il nulla”!!! Da non credere se non fosse tutto vero. Barber punta il dito contro l’assetto dell’amministrazione pubblica, visto come simile a un mandarinato (impermeabile quindi alla City), l’apertura a Berlusconi sul ponte di Messina (conferma di un assetto di potere nelle opere pubbliche anch’esso impermeabile alla City) e intravede più rischiosa, per l’Italia, la crisi bancaria che il no al referendum (la verità, seppure rivelata con tardivo interesse). Oggi persino la vittoria di Renzi pare indigesta al quotidiano anglo-giapponese e all’editorialista che, ancora poche settimane fa, incoronava come novello Giovanni Sobieski (il salvatore dell’Europa dai turchi durante l’assedio di Vienna) proprio il presidente del consiglio italiano. Tony Barber, con la disinvoltura di un Alfano qualsiasi, oggi conclude infatti l’editoriale dicendo che una vittoria del “si” sarebbe un qualcosa di folle che salverebbe gli interessi tattici di Renzi e non quelli del paese.
E’ evidente che non c’è più un grosso fondo che crede, dal punto di vista strategico in Renzi, alla vigilia di tante mutazioni in Europa. E ricordiamo, se l’aumento dei tassi della Fed in dicembre avviene (il presidente della Fed di Chicago lo da come certo) e innesca una dinamica di rialzo dei bond italiani ci sarà da ballare parecchio, sul fronte del debito pubblico. Un ballo che, comunque vada, il Financial Times non vorrebbe fare con Matteo Renzi. Alla notizia è stata messa, ovviamente, la sordina. Al contrario se Tony Barber avesse finito di incoronare Renzi avremo visto la scena sulle consuete reti unificate. La saldatura Renzi-Mediaset-Rai non pare preoccupare un granché. Auguri comunque a tutti loro visto lo scenario.
Redazione
Fonte
Continua la caccia alle streghe di Erdogan. Parigi dà una mano
La caccia alle streghe in Turchia continua senza sosta. Sulla base dei poteri straordinari concessi al regime dallo stato d’emergenza, il governo ha deciso oggi di sospendere dal servizio altri 12.801 agenti di polizia accusati di essere vincolati alla rete guidata dal predicatore e magnate Fethullah Gulen, che secondo Ankara dal suo esilio statunitense avrebbe ispirato o addirittura diretto il tentato colpo di stato militare dello scorso 15 luglio. Secondo la Direzione Generale per la Sicurezza turca 2523 degli agenti sospesi sono ufficiali o direttori. Ogni poliziotto sospeso, ha avvisato il governo, verrà indagato e nel caso licenziato. Dal giorno seguente al fallito putsch sarebbero ormai 130 mila gli impiegati pubblici di vari settori – esercito, polizia, magistratura, scuola, università, ministeri, enti locali – sospesi e in buona parte licenziati.
Questo mentre ieri il Consiglio dei Ministri, rispondendo alla ‘sollecitazione’ del presidente Erdogan, ha deciso di prolungare di altri tre mesi lo stato di emergenza proclamato il 20 luglio scorso. «Lo stato di emergenza sarà prorogato per altri novanta giorni a partire dal 19 ottobre», ha detto il vice primo ministro di Ankara, Numan Kurtulmus nel corso di una conferenza stampa oggi. Ma Erdogan in realtà ha parlato nei giorni scorsi della necessità di prolungare i poteri straordinari concessi al governo di almeno un anno.
Sempre oggi la polizia, in assetto antisommossa, ha chiuso la redazione di un canale televisivo critico nei confronti del regime. Gli agenti hanno fatto irruzione negli studi della IMC Tv durante la diretta organizzata dal canale televisivo a proposito della chiusura da parte del governo di Hayatin Sesi TV, un’altra emittente sigillata poco prima dagli apparati di sicurezza. Così come Hayatin Sesi TV, IMC TV si occupa spesso del conflitto tra stato e comunità curda ed è stato inserito nella lista delle emittenti di cui il governo ha imposto la chiusura perché accusata di “diffondere propaganda terrorista”. Già lo scorso febbraio l’operatore satellitare turco Turksat aveva rescisso il contratto con IMC, adducendo a pretesto problemi di sicurezza nazionale, ma il canale aveva continuato a trasmettere attraverso il satellite Hotbird e internet. La maggior parti dei canali radiofonici e televisivi chiusi dal regime prima e dopo il tentativo di golpe non hanno in realtà nessuna relazione con la confraternita guidata da Gulen ma sono mezzi di informazione vicini alla sinistra, al movimento curdo e alle comunità alevite.
Il leader del principale partito di opposizione, il socialdemocratico e nazionalista Chp, Kemal Kilicdaroglu, ha parlato nei giorni scorsi di una Turchia come «prigione a cielo aperto», nelle cui carceri vi sono «scrittori, giornalisti e artisti».
Come se non bastasse, grazie alla complicità dei governi occidentali, la longa manus della repressione turca colpisce anche in Europa. Infatti l'operatore satellitare francese Eutelsat ha sospeso le trasmissioni dal Belgio della televisione curda MedNuce (La voce della Mesopotamia) su richiesta del regime di Ankara. "I funzionario di Eutelsat hanno ammesso di aver ricevuto una lettera dalla Turchia in cui chiedeva di sospendere le trasmissioni di MedNuce", hanno detto esponenti del Consiglio democratico curdo di Francia. Le trasmissioni, lanciate nel 2013, sono state sospese lunedì sera. Come ricorda oggi il sito EKurd Daily, Eutelsat aveva già sospeso le trasmissioni della televisione curda Roj all'inizio del 2012.
Fonte
Questo mentre ieri il Consiglio dei Ministri, rispondendo alla ‘sollecitazione’ del presidente Erdogan, ha deciso di prolungare di altri tre mesi lo stato di emergenza proclamato il 20 luglio scorso. «Lo stato di emergenza sarà prorogato per altri novanta giorni a partire dal 19 ottobre», ha detto il vice primo ministro di Ankara, Numan Kurtulmus nel corso di una conferenza stampa oggi. Ma Erdogan in realtà ha parlato nei giorni scorsi della necessità di prolungare i poteri straordinari concessi al governo di almeno un anno.
Sempre oggi la polizia, in assetto antisommossa, ha chiuso la redazione di un canale televisivo critico nei confronti del regime. Gli agenti hanno fatto irruzione negli studi della IMC Tv durante la diretta organizzata dal canale televisivo a proposito della chiusura da parte del governo di Hayatin Sesi TV, un’altra emittente sigillata poco prima dagli apparati di sicurezza. Così come Hayatin Sesi TV, IMC TV si occupa spesso del conflitto tra stato e comunità curda ed è stato inserito nella lista delle emittenti di cui il governo ha imposto la chiusura perché accusata di “diffondere propaganda terrorista”. Già lo scorso febbraio l’operatore satellitare turco Turksat aveva rescisso il contratto con IMC, adducendo a pretesto problemi di sicurezza nazionale, ma il canale aveva continuato a trasmettere attraverso il satellite Hotbird e internet. La maggior parti dei canali radiofonici e televisivi chiusi dal regime prima e dopo il tentativo di golpe non hanno in realtà nessuna relazione con la confraternita guidata da Gulen ma sono mezzi di informazione vicini alla sinistra, al movimento curdo e alle comunità alevite.
Il leader del principale partito di opposizione, il socialdemocratico e nazionalista Chp, Kemal Kilicdaroglu, ha parlato nei giorni scorsi di una Turchia come «prigione a cielo aperto», nelle cui carceri vi sono «scrittori, giornalisti e artisti».
Come se non bastasse, grazie alla complicità dei governi occidentali, la longa manus della repressione turca colpisce anche in Europa. Infatti l'operatore satellitare francese Eutelsat ha sospeso le trasmissioni dal Belgio della televisione curda MedNuce (La voce della Mesopotamia) su richiesta del regime di Ankara. "I funzionario di Eutelsat hanno ammesso di aver ricevuto una lettera dalla Turchia in cui chiedeva di sospendere le trasmissioni di MedNuce", hanno detto esponenti del Consiglio democratico curdo di Francia. Le trasmissioni, lanciate nel 2013, sono state sospese lunedì sera. Come ricorda oggi il sito EKurd Daily, Eutelsat aveva già sospeso le trasmissioni della televisione curda Roj all'inizio del 2012.
Fonte
04/10/2016
W. Münchau: Il Necessario Cambio di Rotta della Sinistra in Europa
Sul Financial Times, W. Münchau paragona la situazione economico-politica attuale a quella degli anni ’30. Le posizioni centriste, liberiste e “moderate” non sono più vincenti come lo furono negli anni ’80 e ’90, e i partiti dell’establishment che non lo capiscono favoriscono solo la crescita di movimenti “estremisti”. I partiti di centro-sinistra che insistono oggi con le politiche deflazionistiche ricordano i socialdemocratici tedeschi che negli anni ’20 e ’30 diedero la sponda alle politiche di austerità, favorendo l’ascesa del nazismo. Nell’eurozona, nota Münchau, la possibilità di stimolo fiscale a livello dei singoli paesi è fortemente ostacolata dalla moneta unica.
(Sebbene queste siano tutte cose che qui abbiamo sempre detto, notate l’importanza di trovarle scritte sul Financial Times...)
di Wolfgang Münchau, 02 ottobre 2016
Gli espertoni della politica ci avevano detto che la Brexit non poteva avvenire e che Donald Trump non poteva vincere le primarie dei repubblicani. Alcuni ci hanno raccontato anche un’altra storia: che i partiti di centro-sinistra possono vincere le elezioni solo se stanno al centro. In particolare, ci dicono che Jeremy Corbyn, leader del partito laburista britannico, non potrà diventare Primo Ministro.
È proprio vero? Molti espertoni, me incluso, si sono formati durante gli anni ’80 o dopo. I partiti di centro-sinistra allora vincenti erano quelli che definivano il proprio ruolo non come alternativo al sistema capitalista globale, ma come volto a redistribuirne i profitti. I loro leader – Bill Clinton negli USA, Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schröder in Germania, e altri – erano per lo più centristi.
Ciò che funzionava in quel periodo, però, non è necessariamente vero sempre. Ad esempio, il governo moderato e pro-establishment dei Socialdemocratici in Germania negli anni ’20 e ’30 fallì nel modo più orribile. Il parallelismo più importante tra gli anni ’30 e oggi sta nel modo in cui le democrazie stanno reagendo a periodi molto lunghi di austerità. I partiti estremisti guadagnano sempre più consensi quando i partiti mainstream non sono in grado di proporre delle alternative.
Una storia che dovrebbe essere un ammonimento per i partiti di centro-sinistra è quella del Partito Socialdemocratico nella Repubblica di Weimar, che vide crollare il proprio consenso dal 37,9 percento nel 1919 al 18,3 percento nel marzo 1933 (l’ultima elezione libera). Nel corso di quel periodo, il partito era diventato sempre più centrista, e aveva finito per sostenere le politiche economiche deflazioniste. Si trattò di una decisione catastrofica, perché portò gli elettori a spostare il proprio voto verso i Nazisti o i Comunisti.
Molti partiti socialisti o socialdemocratici nell’Unione Europea hanno sostenuto le politiche di austerità fin dall’inizio della crisi finanziaria, e ne stanno ora pagando il prezzo politico. I Democratici negli Stati Uniti, i neo-laburisti nel Regno Unito, la SPD in Germania, sono stati alcuni dei più entusiasti tra quelli che hanno deregolamentato i mercati finanziari. La SPD ha inoltre appoggiato il patto di stabilità dell’eurozona negli anni ’90 e la regola del pareggio di bilancio in Costituzione in Germania, che è entrata in vigore nel 2011. L’incapacità del partito di apprendere dalla propria storia è sbalorditiva. Sebbene la SPD a parole sia tutta a favore di maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture, non è assolutamente in grado di realizzare nulla a causa del proprio impegno per il pareggio di bilancio.
Non mi sorprende che il centro-sinistra in Germania e nel Regno Unito non riesca a vincere le elezioni. Non sappiamo se Corbyn potrà farcela. Ciò che sappiamo è che i suoi predecessori più moderati non ci sono riusciti, almeno non dall’inizio della crisi finanziaria, che è stata uno dei più grandi eventi economici del nostro tempo. Ha ridefinito la politica.
Tutto questo dove ci porterà? Da un punto di vista economico non c’è nulla di estremo nell’argomento a favore di maggiori programmi di investimento, specialmente dopo anni di consolidamento fiscale. Eppure l’unico partito politico, tra quelli dell’establishment, che offre questa possibilità in Europa è quello di Corbyn, che promette 500 miliardi di sterline di investimenti. In Germania, solo la Linke, il partito successore dei comunisti della Germania Est, è favorevole a importanti aumenti negli investimenti. Nel resto del continente, dovete spostarvi decisamente verso gli estremi dello spettro politico per trovare qualcuno che sostenga un tale stimolo economico tramite investimenti.
E quindi quando un partito dell’establishment, come il partito laburista, offre uno spostamento nelle politiche macroeconomiche che avrebbe la possibilità di mettere fine alle sofferenze post-crisi, deve essere preso sul serio. Se i Conservatori attualmente al governo fanno pasticci nel gestire la Brexit, e potrebbero farli, le elezioni del 2020 nel Regno Unito potrebbero essere una partita aperta.
Nell’eurozona le scelte sono ancora più estreme. I cittadini dell’eurozona hanno solo due strade verso maggiori investimenti. La prima è uscire dall’euro, essendo l’unica via lecita con cui un paese può sfuggire alle regole fiscali che limitano gli investimenti a livello nazionale. Questa è la scelta fornita dai partiti estremisti.
La seconda opzione sarebbe quella di un programma di investimento a livello dell’intera eurozona, gestito centralmente e finanziato con titoli di debito comunitari o, più direttamente, stampando moneta. L’emissione di eurobond e la monetizzazione del debito sono ritenute però entrambe irrealistiche a causa dell’opposizione tedesca. Pertanto, a meno che non optiate per i partiti estremisti, non vi resta alcuna scelta reale.
Che dire del programma di investimenti della stessa Commissione Europea? A guardare bene è soltanto fumo, un’irrilevanza macroeconomica priva di fondi.
La mia previsione è che la politica si adeguerà alle necessità economiche come ha già fatto negli anni ’80, ma questa volta nella direzione opposta. C’è però la possibilità che vada a finire come negli anni ’30. È difficile dirlo. Ciò di cui sono certo è che il consenso schiacciante a favore delle politiche economiche centriste e liberiste si sta spezzando, e questo influenzerà il modo in cui vediamo i leader come Corbyn.
Fonte
Anche Munchau dimostra che il capitale non sa più come uscirne. Se davanti agli spettri di un ritorno degli estremismi (nazista in particolare) l'unica cosa ce si riesce a proporre è il keynesismo, significa che le idee stanno proprio a zero.
(Sebbene queste siano tutte cose che qui abbiamo sempre detto, notate l’importanza di trovarle scritte sul Financial Times...)
di Wolfgang Münchau, 02 ottobre 2016
Gli espertoni della politica ci avevano detto che la Brexit non poteva avvenire e che Donald Trump non poteva vincere le primarie dei repubblicani. Alcuni ci hanno raccontato anche un’altra storia: che i partiti di centro-sinistra possono vincere le elezioni solo se stanno al centro. In particolare, ci dicono che Jeremy Corbyn, leader del partito laburista britannico, non potrà diventare Primo Ministro.
È proprio vero? Molti espertoni, me incluso, si sono formati durante gli anni ’80 o dopo. I partiti di centro-sinistra allora vincenti erano quelli che definivano il proprio ruolo non come alternativo al sistema capitalista globale, ma come volto a redistribuirne i profitti. I loro leader – Bill Clinton negli USA, Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schröder in Germania, e altri – erano per lo più centristi.
Ciò che funzionava in quel periodo, però, non è necessariamente vero sempre. Ad esempio, il governo moderato e pro-establishment dei Socialdemocratici in Germania negli anni ’20 e ’30 fallì nel modo più orribile. Il parallelismo più importante tra gli anni ’30 e oggi sta nel modo in cui le democrazie stanno reagendo a periodi molto lunghi di austerità. I partiti estremisti guadagnano sempre più consensi quando i partiti mainstream non sono in grado di proporre delle alternative.
Una storia che dovrebbe essere un ammonimento per i partiti di centro-sinistra è quella del Partito Socialdemocratico nella Repubblica di Weimar, che vide crollare il proprio consenso dal 37,9 percento nel 1919 al 18,3 percento nel marzo 1933 (l’ultima elezione libera). Nel corso di quel periodo, il partito era diventato sempre più centrista, e aveva finito per sostenere le politiche economiche deflazioniste. Si trattò di una decisione catastrofica, perché portò gli elettori a spostare il proprio voto verso i Nazisti o i Comunisti.
Molti partiti socialisti o socialdemocratici nell’Unione Europea hanno sostenuto le politiche di austerità fin dall’inizio della crisi finanziaria, e ne stanno ora pagando il prezzo politico. I Democratici negli Stati Uniti, i neo-laburisti nel Regno Unito, la SPD in Germania, sono stati alcuni dei più entusiasti tra quelli che hanno deregolamentato i mercati finanziari. La SPD ha inoltre appoggiato il patto di stabilità dell’eurozona negli anni ’90 e la regola del pareggio di bilancio in Costituzione in Germania, che è entrata in vigore nel 2011. L’incapacità del partito di apprendere dalla propria storia è sbalorditiva. Sebbene la SPD a parole sia tutta a favore di maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture, non è assolutamente in grado di realizzare nulla a causa del proprio impegno per il pareggio di bilancio.
Non mi sorprende che il centro-sinistra in Germania e nel Regno Unito non riesca a vincere le elezioni. Non sappiamo se Corbyn potrà farcela. Ciò che sappiamo è che i suoi predecessori più moderati non ci sono riusciti, almeno non dall’inizio della crisi finanziaria, che è stata uno dei più grandi eventi economici del nostro tempo. Ha ridefinito la politica.
Tutto questo dove ci porterà? Da un punto di vista economico non c’è nulla di estremo nell’argomento a favore di maggiori programmi di investimento, specialmente dopo anni di consolidamento fiscale. Eppure l’unico partito politico, tra quelli dell’establishment, che offre questa possibilità in Europa è quello di Corbyn, che promette 500 miliardi di sterline di investimenti. In Germania, solo la Linke, il partito successore dei comunisti della Germania Est, è favorevole a importanti aumenti negli investimenti. Nel resto del continente, dovete spostarvi decisamente verso gli estremi dello spettro politico per trovare qualcuno che sostenga un tale stimolo economico tramite investimenti.
E quindi quando un partito dell’establishment, come il partito laburista, offre uno spostamento nelle politiche macroeconomiche che avrebbe la possibilità di mettere fine alle sofferenze post-crisi, deve essere preso sul serio. Se i Conservatori attualmente al governo fanno pasticci nel gestire la Brexit, e potrebbero farli, le elezioni del 2020 nel Regno Unito potrebbero essere una partita aperta.
Nell’eurozona le scelte sono ancora più estreme. I cittadini dell’eurozona hanno solo due strade verso maggiori investimenti. La prima è uscire dall’euro, essendo l’unica via lecita con cui un paese può sfuggire alle regole fiscali che limitano gli investimenti a livello nazionale. Questa è la scelta fornita dai partiti estremisti.
La seconda opzione sarebbe quella di un programma di investimento a livello dell’intera eurozona, gestito centralmente e finanziato con titoli di debito comunitari o, più direttamente, stampando moneta. L’emissione di eurobond e la monetizzazione del debito sono ritenute però entrambe irrealistiche a causa dell’opposizione tedesca. Pertanto, a meno che non optiate per i partiti estremisti, non vi resta alcuna scelta reale.
Che dire del programma di investimenti della stessa Commissione Europea? A guardare bene è soltanto fumo, un’irrilevanza macroeconomica priva di fondi.
La mia previsione è che la politica si adeguerà alle necessità economiche come ha già fatto negli anni ’80, ma questa volta nella direzione opposta. C’è però la possibilità che vada a finire come negli anni ’30. È difficile dirlo. Ciò di cui sono certo è che il consenso schiacciante a favore delle politiche economiche centriste e liberiste si sta spezzando, e questo influenzerà il modo in cui vediamo i leader come Corbyn.
Fonte
Anche Munchau dimostra che il capitale non sa più come uscirne. Se davanti agli spettri di un ritorno degli estremismi (nazista in particolare) l'unica cosa ce si riesce a proporre è il keynesismo, significa che le idee stanno proprio a zero.
La “democratica” Clinton voleva far fuori Assange con un drone
“Non possiamo proprio mandare un drone contro questo ragazzo?”
La domanda – piuttosto cruda e diretta, diciamo così – è stata formulata da Hillary Clinton mentre era ancora capo del Dipartimento di Stato Usa, il ministero degli esteri. Quindi nel pieno della sua potenza politica e militare nella prima amministrazione Obama, molto prima di ripresentarsi come candidata alla presidenza.
L'obiettivo del drone che poi non partì – per considerazioni politiche, non certo militari – era Julian Assange, fondatore di Wikileaks, il sito che pubblica documenti riservati o segreti di ogni parte del mondo che arrivano in suo possesso. Un tipo di citizen journalism piuttosto ruvido e, si conferma anche in questo caso, assai rischioso. Se il vertice politico degli Stati Uniti chiede ai militari e alle “agenzie” di verificare la possibilità di farti fuori in modo asettico, non puoi proprio dormire tranquillo. Neanche all'interno dell'ambasciata ecuadoriana a Londra, dove Assange si è rifugiato e vive dal giugno 2012 in qualità di rifugiato politico.
Il sito True Pundit ha pubblicato due giorni fa un lungo articolo su ragioni e modalità della richiesta della Clinton, ricostruendola dettagliatamente. Una piccola bombetta, in una campagna elettorale che vede opposti due figuri di cui il pianeta intero deve diffidare (Trump è contemporaneamente sotto botta perché non paga le tasse da 18 anni, ha fatto affari con l'Iran quando era ancora nella lista degli “stati canaglia” e amenità varie).
Assange e Wikileaks hanno goduto di ottima fama presso i liberal a stelle e strisce fin quando alla presidenza c'era George Bush (2000-08), poi i neo amministratori del mondo pensavano di poter essere lasciati in pace.
Ma è bastato il primo anno di amministrazione Obama, e qualche documento pubblicato di troppo, a cambiare l'immagine di Assange da simpatico facinoroso a Frankenstein fuori controllo. A quel punto Wikileaks è diventato un covo da chiudere. L'offensiva, fin dall'inizio, è stata guidata da Hillary Clinton, visto che i problemi creati dai leaks riguardavano quasi esclusivamente la politica estera degli Stati Uniti, propagandisticamente descritta come “esportazione della democrazia” ma uscente come un mostro sanguinario da ogni mail del Pentagono o del Dipartimento di Stato. Qualcuno potrebbe obiettare che la realtà lo aveva dimostrato a sufficienza, certo; ma c'è sempre chi ci crede solo se lo vede scritto, perché incapace – da solo – di riconoscere i segni nel reale.
Il punto di rottura – nella semi tolleranza statunitense e clintoniana – è stato raggiunto nel novembre 2010, quando Wikileas ha annunciato la prossima pubblicazione a puntate del Cablegate, una gigantesca rassegna di documenti riservati che hanno come focus l'operato del governo e della diplomazia statunitense nel mondo. 251.287 documenti contenenti informazioni confidenziali inviate da 274 ambasciate americane in tutto il mondo al dipartimento di Stato degli Stati Uniti, a Washington.
Martedì 23 novembre 2010, poco dopo le 8 del mattino, al piano più alto (Mogano Row) del Dipartimento di stato, si tenta di formulare una strategia per evitare che Assange rilasci i documenti riservati che coprono il periodo dal 1966 al 2010. La paura era che la pubblicazione potesse ostacolare la futura raccolta di informazioni da parte degli Stati Uniti, compromettendo le corrispondenze private e di intelligence condivise con i governi stranieri e i leader dell'opposizione nei paesi sgraditi a Washington. Una manna per giornali e tv, un disastro per la potenza egemone.
Viene fuori che il Dipartimento di Stato della Clinton stava facendo pressione sul presidente Obama e la sua cerchia interna della Casa Bianca, contattando anche capi di stato a livello internazionale, per cercare di impedire la consegna dei cablo di Assange ai giornali; come piano b, se questo sforzo non avesse prodotto risultati apprezzabili, individuare una strategia di comunicazione per la riduzione del danno.
Quella mattina il vertice del Dipartimento era impegnato in una sorta di brain storming di ipotesi miranti a fermare Wikileaks, quando ad un certo punto una Clinton “frustrata”, riferiscono le fonti, sbottò con una domanda definitiva: "Non possiamo semplicemente mandare un drone contro questo ragazzo?"
Non era una battuta. Hillary Clinton chiese apertamente ai militari “un semplice rimedio per mettere a tacere Assange e Wikileaks”, riferiscono fonti – ovviamente anonime – del Dipartimento di Stato. La domanda sollevò inizialmente una risata generale in sala, che si è però rapidamente spenta perché il segretario continuava a parlare in maniera concisa e decisa. Assange, dopo tutto, era secondo la Clinton un bersaglio relativamente facile, visto che "andava in giro liberamente a ficcare il suo naso”, senza alcun timore di rappresaglie da parte degli Stati Uniti.
La Clinton era già arrabbiata per un precedente scoop dell'organizzazione di Assange, in quello stesso 2010, che aveva divulgato documenti segreti Usa sulla guerra in Afghanistan nel mese di luglio e la guerra in Iraq. In quei giorni Assange era relativamente libero (era stato fermato e rilasciato dalla polizia inglese per un mandato di cattura europeo inseguito a una denuncia per stupro – in realtà un rapporto sessuale consenziente, ma senza uso del preservativo – avanzata da una probabile agente israeliana in Svezia, unico paese europeo a classificare come “stupro” una situazione del genere).
La Clinton, riferiscono le fonti, “stava letteralmente fumando” perché ogni documento del Dipartimento di Stato inviato durante l'amministrazione Obama era stato firmato da lei. Sfortunata proprio, con le mail, 'sta signora...
La proposta di usare un drone è stata poi scartata durante la riunione, e ci si orientò per l'ipotesi di mettere una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Assange.
Subito dopo la conclusione della sessione di brain storming, una dei principali collaboratori di Clinton, il direttore della politica di pianificazione del Dipartimento di Stato, Ann-Marie Slaughter, scrisse una mail alla Clinton, al capo di stato maggiore Cheryl Mills, e agli aiutanti Huma Abebin e Jacob Sullivan contenente "un memorandum SP sulle possibili strategie legali e non giuridiche su Wikileaks". Il linguaggio diplomatico è molto eufemistico, sappiamo, ma quel “non giuridiche” resta un esempio quasi insuperabile di “narrazione tossica” per descrivere un'ipotesi di omicidio si Stato.
Inutile dire che nessuno dei nominati nell'articolo ha ritenuto di dover rispondere per confermare o smentire la ricostruzione.
Quindi l'America si trova a dover scegliere tra uno speculatore edilizio, evasore fiscale e razzista e una signora che davanti a un qualsiasi problema politico-mediatico chiama il Pentagono o la Cia e gli ordina di sparare contro qualcuno. Sarà irriverente, ma ci torna alla mente Max Paiella che imitava Gianni Alemanno: “sta per nevicare, chiamo esercito?”.
Purtroppo, chiunque scelgano, per il mondo ci sarà poco da ridere…
Fonte
La domanda – piuttosto cruda e diretta, diciamo così – è stata formulata da Hillary Clinton mentre era ancora capo del Dipartimento di Stato Usa, il ministero degli esteri. Quindi nel pieno della sua potenza politica e militare nella prima amministrazione Obama, molto prima di ripresentarsi come candidata alla presidenza.
L'obiettivo del drone che poi non partì – per considerazioni politiche, non certo militari – era Julian Assange, fondatore di Wikileaks, il sito che pubblica documenti riservati o segreti di ogni parte del mondo che arrivano in suo possesso. Un tipo di citizen journalism piuttosto ruvido e, si conferma anche in questo caso, assai rischioso. Se il vertice politico degli Stati Uniti chiede ai militari e alle “agenzie” di verificare la possibilità di farti fuori in modo asettico, non puoi proprio dormire tranquillo. Neanche all'interno dell'ambasciata ecuadoriana a Londra, dove Assange si è rifugiato e vive dal giugno 2012 in qualità di rifugiato politico.
Il sito True Pundit ha pubblicato due giorni fa un lungo articolo su ragioni e modalità della richiesta della Clinton, ricostruendola dettagliatamente. Una piccola bombetta, in una campagna elettorale che vede opposti due figuri di cui il pianeta intero deve diffidare (Trump è contemporaneamente sotto botta perché non paga le tasse da 18 anni, ha fatto affari con l'Iran quando era ancora nella lista degli “stati canaglia” e amenità varie).
Assange e Wikileaks hanno goduto di ottima fama presso i liberal a stelle e strisce fin quando alla presidenza c'era George Bush (2000-08), poi i neo amministratori del mondo pensavano di poter essere lasciati in pace.
Ma è bastato il primo anno di amministrazione Obama, e qualche documento pubblicato di troppo, a cambiare l'immagine di Assange da simpatico facinoroso a Frankenstein fuori controllo. A quel punto Wikileaks è diventato un covo da chiudere. L'offensiva, fin dall'inizio, è stata guidata da Hillary Clinton, visto che i problemi creati dai leaks riguardavano quasi esclusivamente la politica estera degli Stati Uniti, propagandisticamente descritta come “esportazione della democrazia” ma uscente come un mostro sanguinario da ogni mail del Pentagono o del Dipartimento di Stato. Qualcuno potrebbe obiettare che la realtà lo aveva dimostrato a sufficienza, certo; ma c'è sempre chi ci crede solo se lo vede scritto, perché incapace – da solo – di riconoscere i segni nel reale.
Il punto di rottura – nella semi tolleranza statunitense e clintoniana – è stato raggiunto nel novembre 2010, quando Wikileas ha annunciato la prossima pubblicazione a puntate del Cablegate, una gigantesca rassegna di documenti riservati che hanno come focus l'operato del governo e della diplomazia statunitense nel mondo. 251.287 documenti contenenti informazioni confidenziali inviate da 274 ambasciate americane in tutto il mondo al dipartimento di Stato degli Stati Uniti, a Washington.
Martedì 23 novembre 2010, poco dopo le 8 del mattino, al piano più alto (Mogano Row) del Dipartimento di stato, si tenta di formulare una strategia per evitare che Assange rilasci i documenti riservati che coprono il periodo dal 1966 al 2010. La paura era che la pubblicazione potesse ostacolare la futura raccolta di informazioni da parte degli Stati Uniti, compromettendo le corrispondenze private e di intelligence condivise con i governi stranieri e i leader dell'opposizione nei paesi sgraditi a Washington. Una manna per giornali e tv, un disastro per la potenza egemone.
Viene fuori che il Dipartimento di Stato della Clinton stava facendo pressione sul presidente Obama e la sua cerchia interna della Casa Bianca, contattando anche capi di stato a livello internazionale, per cercare di impedire la consegna dei cablo di Assange ai giornali; come piano b, se questo sforzo non avesse prodotto risultati apprezzabili, individuare una strategia di comunicazione per la riduzione del danno.
Quella mattina il vertice del Dipartimento era impegnato in una sorta di brain storming di ipotesi miranti a fermare Wikileaks, quando ad un certo punto una Clinton “frustrata”, riferiscono le fonti, sbottò con una domanda definitiva: "Non possiamo semplicemente mandare un drone contro questo ragazzo?"
Non era una battuta. Hillary Clinton chiese apertamente ai militari “un semplice rimedio per mettere a tacere Assange e Wikileaks”, riferiscono fonti – ovviamente anonime – del Dipartimento di Stato. La domanda sollevò inizialmente una risata generale in sala, che si è però rapidamente spenta perché il segretario continuava a parlare in maniera concisa e decisa. Assange, dopo tutto, era secondo la Clinton un bersaglio relativamente facile, visto che "andava in giro liberamente a ficcare il suo naso”, senza alcun timore di rappresaglie da parte degli Stati Uniti.
La Clinton era già arrabbiata per un precedente scoop dell'organizzazione di Assange, in quello stesso 2010, che aveva divulgato documenti segreti Usa sulla guerra in Afghanistan nel mese di luglio e la guerra in Iraq. In quei giorni Assange era relativamente libero (era stato fermato e rilasciato dalla polizia inglese per un mandato di cattura europeo inseguito a una denuncia per stupro – in realtà un rapporto sessuale consenziente, ma senza uso del preservativo – avanzata da una probabile agente israeliana in Svezia, unico paese europeo a classificare come “stupro” una situazione del genere).
La Clinton, riferiscono le fonti, “stava letteralmente fumando” perché ogni documento del Dipartimento di Stato inviato durante l'amministrazione Obama era stato firmato da lei. Sfortunata proprio, con le mail, 'sta signora...
La proposta di usare un drone è stata poi scartata durante la riunione, e ci si orientò per l'ipotesi di mettere una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Assange.
Subito dopo la conclusione della sessione di brain storming, una dei principali collaboratori di Clinton, il direttore della politica di pianificazione del Dipartimento di Stato, Ann-Marie Slaughter, scrisse una mail alla Clinton, al capo di stato maggiore Cheryl Mills, e agli aiutanti Huma Abebin e Jacob Sullivan contenente "un memorandum SP sulle possibili strategie legali e non giuridiche su Wikileaks". Il linguaggio diplomatico è molto eufemistico, sappiamo, ma quel “non giuridiche” resta un esempio quasi insuperabile di “narrazione tossica” per descrivere un'ipotesi di omicidio si Stato.
Inutile dire che nessuno dei nominati nell'articolo ha ritenuto di dover rispondere per confermare o smentire la ricostruzione.
Quindi l'America si trova a dover scegliere tra uno speculatore edilizio, evasore fiscale e razzista e una signora che davanti a un qualsiasi problema politico-mediatico chiama il Pentagono o la Cia e gli ordina di sparare contro qualcuno. Sarà irriverente, ma ci torna alla mente Max Paiella che imitava Gianni Alemanno: “sta per nevicare, chiamo esercito?”.
Purtroppo, chiunque scelgano, per il mondo ci sarà poco da ridere…
Fonte
Genova. Inizia la rivolta dei lavoratori Amiu?
A leggere stamattina gli ineffabili bollettini on line dei giornali locali (Secolo XIX e Repubblica-Genova) ieri a Genova non è successo niente. Eppure, ieri mattina alla sala Chiamata del Porto, è andata in porto una durissima contestazione dei lavoratori dell'igiene urbana AMIU nei confronti dei sindacati confederali e autonomi che spadroneggiano nell'azienda tutt'ora totalmente pubblica.
I sindacati confederali e autonomi avevano infatti indetto una assemblea pubblica per far approvare il nuovo contratto di settore, approvazione contestata in tutta Italia e che sta ricevendo parecchi voti contrari. A Genova la situazione è però ancora più complicata in quanto è in dirittura di arrivo la procedura di privatizzazione di AMIU le cui quote saranno cedute alla multiutility IREN, l'unica ad aver presentato bando pubblico di acquisizione.
I lavoratori contestano il nuovo contratto ma la rabbia è aumentata dal processo di privatizzazione che i sindacati hanno la faccia tosta di nascondere. In realtà, Cgil, Cisl, Uil e Fiadel, in perfetta assonanza con il Sindaco Doria, considerano, con sprezzo del ridicolo, IREN come un partner pubblico. Come tutti sanno invece, IREN è una multiutility privata che controlla tra l'altro la gestione dell'acqua a Genova. Sindacati confederali e giunta di centrosinistra dovrebbero battersi per la ripubblicizzazione dell'acqua come richiesto da un referendum nazionale e invece prendono in giro i lavoratori sostenendo di aver salvato il carattere pubblico di AMIU.
Come spesso accade in questi casi, ieri l'assemblea pubblica con oltre 500 lavoratori si è svolta in un clima di confusione. USB e il coordinamento ULA (Unione Lavoratori AMIU) volantinavano fuori dalla sala contro il nuovo contratto e contro la svendita di AMIU mentre, all'interno, i sindacati tenevano il solito teatrino surreale sostenendo di aver ottenuto una grande vittoria. La confusione tra i lavoratori è molto alta in quanto nei mesi scorsi i confederali avevano indetto parecchi scioperi contro la privatizzazione. Peccato che gli stessi burocrati che al mattino sfilavano con slogan rivoluzionari, al pomeriggio si incontravano con il Sindaco per stabilire le regole della privatizzazione. Questo atteggiamento indecente è una caratteristica tipica dei sindacati genovesi: tutta la Cgil, nei mesi scorsi, è scesa in piazza anche contro la Giunta ma l'avvicinarsi delle elezioni comunali sembra aver compattato Sindaco e organizzazioni sindacali terrorizzati da una possibile sconfitta del centrosinistra. Visto che di cambiare politica non se ne parla proprio, il modo migliore rimane quello di ingannare i lavoratori. E continuare con le privatizzazioni, la svendita del patrimonio industriale etc..
Durante l'assemblea un buon gruppo, ben oltre la metà, ieri ha contestato duramente e ha abbandonato la sala lasciando i burocrati di fronte a pochissimi lavoratori. Le immagini parlano chiaro. I lavoratori hanno lasciato la sala perché stufi di essere ingannati.
E' ovviamente presto per capire se i lavoratori hanno assunto la consapevolezza necessaria in questa fase e sono pronti ad abbandonare i sindacati complici. Sicuramente i giornali locali tacciono perché sanno che la contestazione ai sindacalisti è anche una contestazione al Sindaco e al PD che stanno riorganizzandosi per le prossime elezioni. Altro che manipolo di sobillatori esterni, come sostengono alcuni burocrati, la contestazione arriva dall'interno dell'azienda che non è pacificata come vorrebbero lorsignori.
Per il sindacato di base USB e per i lavoratori combattivi comunque quello di ieri è un ottimo risultato. Se cade la maschera del sindacato complice e di una politica pronta solo a seguire le direttive liberiste della UE è un buon viatico per riprendere il filo di una lotta decisiva contro le privatizzazioni e contro l'impoverimento cittadino. E progettare un futuro diverso per la città di Genova.
Fonte
Usa allo sbando, sulla Siria escalation con la Russia
La tregua sulla Siria siglata a Ginevra lo scorso 10 settembre sembrava potesse condurre a un aumento della collaborazione tra Stati Uniti e Russia su vari fronti oltre che a una diminuzione dei combattimenti nel paese mediorientale martoriato da anni di guerra. Ma è stato esattamente il contrario. Il fallimento dell’accordo tra Mosca e Washington, boicottato dalle petromonarchie e da Israele e da alcuni apparati statunitensi – come spiegare altrimenti il bombardamento da parte dei caccia Usa di una base militare siriana in pieno ‘cessate il fuoco’? – sta portando ad un rapido incrudimento dei rapporti tra le due grandi potenze.
Usa e Russia miravano a congelare la situazione in Siria, dove di fatto nessuna delle potenze coinvolte può prevalere del tutto su quelle concorrenti; ma le contraddizioni della politica estera e della strategia globale statunitense hanno di fatto impedito che gli interessi comuni dei due paesi si saldassero in maniera duratura a partire dallo scenario siriano. Se da una parte il Pentagono continua a sostenere le milizie curde contro Daesh, dall’altra parte la Cia si è incaricata di armare quelle fondamentaliste che in realtà operano sotto lo stretto controllo della Turchia, il cui obiettivo principale, attraverso l’invasione militare della Siria del nord, è impedire che a liberare Aleppo siano le Ypg e l’esercito siriano. Gli Stati Uniti, nella maniera contraddittoria e altalenante che contraddistingue ormai stabilmente il comportamento di una potenza che sembra aver perso la bussola oltre all’egemonia, hanno tentato di imporre a Russia, Siria, Iran ed Hezbollah un inaccettabile cedimento su Aleppo, la città sulla quale di fatto si gioca il futuro del conflitto. Washington, subalterna alle pressioni e agli interessi dei sauditi e di Ankara – che pensa di poter ‘governare’, anche se parzialmente in contraddizione con i propri – ha tentato di utilizzare il cessate il fuoco per sdoganare e proteggere i jihadisti di al Nusra e altre milizie salafite, che hanno approfittato della tregua per riorganizzarsi e riarmarsi, anche grazie all’arrivo di rifornimenti da parte di Riad e di altri sponsor. Un gioco che il fronte capitanato da Mosca non ha potuto accettare; la strage di soldati siriani da parte dei bombardieri Usa ha permesso alle forze lealiste di riprendere una feroce offensiva, a suon di bombardamenti dal cielo e da terra, contro i quartieri di Aleppo occupati dai jihadisti, alcuni dei quali – a costo di un alto numero di vite umane – sono stati via via riconquistati dalle truppe di Damasco e dai suoi alleati.
Di fronte all’ennesimo passo falso che ha finito per favorire gli avversari dimostrando la debolezza di Washington, la Casa Bianca ha reagito puntando direttamente a Mosca. Obama ha ordinato l’aumento del flusso dei rifornimenti diretti e indiretti ai cosiddetti ‘ribelli’, compresi quelli che pure fanno parte della lista nera occidentale in quanto considerati ‘terroristi’. La ‘nuova’ dottrina, che ripercorre di fatto quella già adottata da Washington negli anni scorsi, prima di dar vita alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, è ora ‘più armi alle opposizioni’, compresi micidiali missili terra-aria, senza più distinzioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra ‘moderati’ ed ‘estremisti’.
Anche se gli analisti e gli strateghi americani vogliono evitare lo scontro diretto, pensano di poter convincere (obbligare) Putin a diminuire il proprio sostegno al governo siriano perché troppo oneroso sul fronte delle relazioni politiche, economiche e militari internazionali. E minacciano un innalzamento della tensione in aree in cui la Russia è impegnata in prima persona a difendere le proprie posizioni, come l’Ucraina.
E’ sicuramente vero che Mosca non è affatto disposta a sostenere Damasco quali che siano le conseguenze sul fronte dei rapporti con l’occidente e gli Stati Uniti in particolare, ma è anche vero che non può mollare l’osso proprio ora che la situazione in Siria pende a favore delle forze lealiste.
A poco più di un anno dal suo inatteso e massiccio intervento diretto nel paese spaccato da una guerra civile diventata immediatamente una ‘guerra per procura’ tra un numero assai elevato di protagonisti, Mosca è riuscita a recuperare un certo protagonismo internazionale e ad imporsi come potenza globale anche su un piano finora mai praticato, quello militare. L’intervento dei caccia, dei carri armati e di alcune migliaia di suoi soldati ha permesso alle forze lealiste di passare al contrattacco e di strappare agli avversari una consistente fetta di territorio, facendo fallire i piani di vittoria militare completa di Ankara e delle petromonarchie, obbligando Washington alla trattativa e inducendo la Turchia a cercare la riconciliazione con Mosca dopo la rottura seguita all’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione di Ankara.
Un passo indietro troppo netto a questo punto non è possibile, Mosca ha troppo da perdere, e così i suoi alleati. Negli ultimi giorni l’amministrazione russa ha rinforzato il suo contingente militare in Siria, inviando uomini, mezzi e caccia a Latakia ed in altre basi, per segnare una superiorità netta sul campo laddove gli Stati Uniti sono assenti ed operano per ‘interposta persona’, attraverso quelle milizie estremiste che ora arma per impedire che perdano troppo terreno riducendo così l’influenza degli Usa nel paese.
Un gioco sfacciato, quello di Washington, che contribuisce a legittimare il maggiore sforzo militare russo e la voce grossa di Mosca nei rapporti con gli Stati Uniti. Nei giorni scorsi Sergej Lavrov ha denunciato “che lo scopo degli Usa era quello di risparmiare” i jihadisti di “al Nusra, probabilmente per qualche piano B”. “Gli Stati Uniti e la Coalizione – ha aggiunto il ministro degli Esteri russo – non possono e, infatti si rifiutano, di separare l'opposizione da Jabhat al Nusra e dai terroristi che si sono uniti ad essa. Invece noi vediamo che sempre più gruppi si uniscono ad Al Nusra. Ogni volta che noi colpiamo Jabhat Al Nusra ci dicono che questo non va fatto, perché vicino a loro, tra di loro, ci sono persone buone".
Di fatto siamo di nuovo in piena escalation. Ieri sera la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni accordo bilaterale con la Russia rispetto ai negoziati miranti a trovare un accordo generale sulla situazione in Siria. Una decisione arrivata dopo che Putin aveva annunciato, presentandola come una reazione obbligata alle ‘azioni ostili’ recentemente intraprese dagli Usa, la sospensione degli accordi siglati nel 2000 a proposito della distruzione di una parte dei rispettivi arsenali nucleari. Il capo del Cremlino ha inviato al parlamento un disegno di legge che subordina la distruzione del plutonio in coordinamento con Washington alla cancellazione di tutte le sanzioni statunitensi contro la Russia. Non solo. Le condizioni previste per un ritorno alla collaborazione sul tema della non proliferazione nucleare e anzi al relativo smantellamento dei reciproci arsenali includono anche “La riduzione delle infrastrutture militari e dei contingenti americani schierati nei territori dei Paesi entrati a far parte della Nato dopo il 1° settembre 2000, ai livelli in cui si trovavano nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo” sul plutonio.
Ma ambienti vicini alla Casa Bianca discutono in queste ore proprio dell'inasprimento delle sanzioni già comminate contro Mosca dopo il rifiuto da parte della Russia di subire il golpe filo atlantista in Ucraina e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Questo mentre il New York Times ha di fatto svergognato e sbugiardato il segretario di Stato statunitense John Kerry. In una conversazione, registrata durante un colloquio tra Kerry e un gruppo di sostenitori dei ribelli siriani a New York – il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, non ha potuto negarne l’autenticità – il segretario di Stato si è lamentato del fatto che Obama abbia disatteso la sua richiesta di intervento militare diretto contro le forze del governo siriano. "Credo che voi guardiate a tre o quattro persone dell'amministrazione che hanno sostenuto l'uso della forza, e ho perso – ha detto Kerry ai siriani – ho difeso l'uso della forza (...) ma le cose si sono evolute in modo diverso". "Il problema è (...) secondo i nostri legali noi non abbiamo un fondamento per intervenire se manca una risoluzione del Consiglio di sicurezza. I russi sono stati invitati, noi no. (...) L'unico motivo per cui ci consentono di volare (in Siria, ndr) è perché colpiamo l'Isis. Se colpissimo Assad, dovremmo eliminare tutte le loro difese aeree e non abbiamo una giustificazione legale per farlo. Per il momento, la teoria legale americana non comprende il cosiddetto diritto a proteggere. Nessuno è più frustrato di me".
E’ ovvio che a partire da certe ‘frustrazioni’ è davvero difficile che possa nascere un negoziato durevole con la Russia e il governo di Damasco...
Fonte
Usa e Russia miravano a congelare la situazione in Siria, dove di fatto nessuna delle potenze coinvolte può prevalere del tutto su quelle concorrenti; ma le contraddizioni della politica estera e della strategia globale statunitense hanno di fatto impedito che gli interessi comuni dei due paesi si saldassero in maniera duratura a partire dallo scenario siriano. Se da una parte il Pentagono continua a sostenere le milizie curde contro Daesh, dall’altra parte la Cia si è incaricata di armare quelle fondamentaliste che in realtà operano sotto lo stretto controllo della Turchia, il cui obiettivo principale, attraverso l’invasione militare della Siria del nord, è impedire che a liberare Aleppo siano le Ypg e l’esercito siriano. Gli Stati Uniti, nella maniera contraddittoria e altalenante che contraddistingue ormai stabilmente il comportamento di una potenza che sembra aver perso la bussola oltre all’egemonia, hanno tentato di imporre a Russia, Siria, Iran ed Hezbollah un inaccettabile cedimento su Aleppo, la città sulla quale di fatto si gioca il futuro del conflitto. Washington, subalterna alle pressioni e agli interessi dei sauditi e di Ankara – che pensa di poter ‘governare’, anche se parzialmente in contraddizione con i propri – ha tentato di utilizzare il cessate il fuoco per sdoganare e proteggere i jihadisti di al Nusra e altre milizie salafite, che hanno approfittato della tregua per riorganizzarsi e riarmarsi, anche grazie all’arrivo di rifornimenti da parte di Riad e di altri sponsor. Un gioco che il fronte capitanato da Mosca non ha potuto accettare; la strage di soldati siriani da parte dei bombardieri Usa ha permesso alle forze lealiste di riprendere una feroce offensiva, a suon di bombardamenti dal cielo e da terra, contro i quartieri di Aleppo occupati dai jihadisti, alcuni dei quali – a costo di un alto numero di vite umane – sono stati via via riconquistati dalle truppe di Damasco e dai suoi alleati.
Di fronte all’ennesimo passo falso che ha finito per favorire gli avversari dimostrando la debolezza di Washington, la Casa Bianca ha reagito puntando direttamente a Mosca. Obama ha ordinato l’aumento del flusso dei rifornimenti diretti e indiretti ai cosiddetti ‘ribelli’, compresi quelli che pure fanno parte della lista nera occidentale in quanto considerati ‘terroristi’. La ‘nuova’ dottrina, che ripercorre di fatto quella già adottata da Washington negli anni scorsi, prima di dar vita alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, è ora ‘più armi alle opposizioni’, compresi micidiali missili terra-aria, senza più distinzioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra ‘moderati’ ed ‘estremisti’.
Anche se gli analisti e gli strateghi americani vogliono evitare lo scontro diretto, pensano di poter convincere (obbligare) Putin a diminuire il proprio sostegno al governo siriano perché troppo oneroso sul fronte delle relazioni politiche, economiche e militari internazionali. E minacciano un innalzamento della tensione in aree in cui la Russia è impegnata in prima persona a difendere le proprie posizioni, come l’Ucraina.
E’ sicuramente vero che Mosca non è affatto disposta a sostenere Damasco quali che siano le conseguenze sul fronte dei rapporti con l’occidente e gli Stati Uniti in particolare, ma è anche vero che non può mollare l’osso proprio ora che la situazione in Siria pende a favore delle forze lealiste.
A poco più di un anno dal suo inatteso e massiccio intervento diretto nel paese spaccato da una guerra civile diventata immediatamente una ‘guerra per procura’ tra un numero assai elevato di protagonisti, Mosca è riuscita a recuperare un certo protagonismo internazionale e ad imporsi come potenza globale anche su un piano finora mai praticato, quello militare. L’intervento dei caccia, dei carri armati e di alcune migliaia di suoi soldati ha permesso alle forze lealiste di passare al contrattacco e di strappare agli avversari una consistente fetta di territorio, facendo fallire i piani di vittoria militare completa di Ankara e delle petromonarchie, obbligando Washington alla trattativa e inducendo la Turchia a cercare la riconciliazione con Mosca dopo la rottura seguita all’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione di Ankara.
Un passo indietro troppo netto a questo punto non è possibile, Mosca ha troppo da perdere, e così i suoi alleati. Negli ultimi giorni l’amministrazione russa ha rinforzato il suo contingente militare in Siria, inviando uomini, mezzi e caccia a Latakia ed in altre basi, per segnare una superiorità netta sul campo laddove gli Stati Uniti sono assenti ed operano per ‘interposta persona’, attraverso quelle milizie estremiste che ora arma per impedire che perdano troppo terreno riducendo così l’influenza degli Usa nel paese.
Un gioco sfacciato, quello di Washington, che contribuisce a legittimare il maggiore sforzo militare russo e la voce grossa di Mosca nei rapporti con gli Stati Uniti. Nei giorni scorsi Sergej Lavrov ha denunciato “che lo scopo degli Usa era quello di risparmiare” i jihadisti di “al Nusra, probabilmente per qualche piano B”. “Gli Stati Uniti e la Coalizione – ha aggiunto il ministro degli Esteri russo – non possono e, infatti si rifiutano, di separare l'opposizione da Jabhat al Nusra e dai terroristi che si sono uniti ad essa. Invece noi vediamo che sempre più gruppi si uniscono ad Al Nusra. Ogni volta che noi colpiamo Jabhat Al Nusra ci dicono che questo non va fatto, perché vicino a loro, tra di loro, ci sono persone buone".
Di fatto siamo di nuovo in piena escalation. Ieri sera la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni accordo bilaterale con la Russia rispetto ai negoziati miranti a trovare un accordo generale sulla situazione in Siria. Una decisione arrivata dopo che Putin aveva annunciato, presentandola come una reazione obbligata alle ‘azioni ostili’ recentemente intraprese dagli Usa, la sospensione degli accordi siglati nel 2000 a proposito della distruzione di una parte dei rispettivi arsenali nucleari. Il capo del Cremlino ha inviato al parlamento un disegno di legge che subordina la distruzione del plutonio in coordinamento con Washington alla cancellazione di tutte le sanzioni statunitensi contro la Russia. Non solo. Le condizioni previste per un ritorno alla collaborazione sul tema della non proliferazione nucleare e anzi al relativo smantellamento dei reciproci arsenali includono anche “La riduzione delle infrastrutture militari e dei contingenti americani schierati nei territori dei Paesi entrati a far parte della Nato dopo il 1° settembre 2000, ai livelli in cui si trovavano nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo” sul plutonio.
Ma ambienti vicini alla Casa Bianca discutono in queste ore proprio dell'inasprimento delle sanzioni già comminate contro Mosca dopo il rifiuto da parte della Russia di subire il golpe filo atlantista in Ucraina e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Questo mentre il New York Times ha di fatto svergognato e sbugiardato il segretario di Stato statunitense John Kerry. In una conversazione, registrata durante un colloquio tra Kerry e un gruppo di sostenitori dei ribelli siriani a New York – il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, non ha potuto negarne l’autenticità – il segretario di Stato si è lamentato del fatto che Obama abbia disatteso la sua richiesta di intervento militare diretto contro le forze del governo siriano. "Credo che voi guardiate a tre o quattro persone dell'amministrazione che hanno sostenuto l'uso della forza, e ho perso – ha detto Kerry ai siriani – ho difeso l'uso della forza (...) ma le cose si sono evolute in modo diverso". "Il problema è (...) secondo i nostri legali noi non abbiamo un fondamento per intervenire se manca una risoluzione del Consiglio di sicurezza. I russi sono stati invitati, noi no. (...) L'unico motivo per cui ci consentono di volare (in Siria, ndr) è perché colpiamo l'Isis. Se colpissimo Assad, dovremmo eliminare tutte le loro difese aeree e non abbiamo una giustificazione legale per farlo. Per il momento, la teoria legale americana non comprende il cosiddetto diritto a proteggere. Nessuno è più frustrato di me".
E’ ovvio che a partire da certe ‘frustrazioni’ è davvero difficile che possa nascere un negoziato durevole con la Russia e il governo di Damasco...
Fonte
Polonia. Sciopero delle donne contro i limiti all’aborto
Per la seconda volta in pochi giorni molte decine di migliaia di donne polacche vestite di nero sono scese in strada nelle città polacche grandi e piccole per protestare contro il disegno di legge che limita ulteriormente il diritto all'aborto in un Paese che ha già una delle norme più restrittive d'Europa e del mondo. Coloro che hanno partecipato si sono astenute dal lavoro o rifiutate di fare le faccende domestiche o di andare a scuola, in una sorta di sciopero ispirato a quello delle donne realizzato in Islanda nel 1975. La protesta è stata ribattezzata "BlackMonday", cioè 'lunedì nero'. Da segnalare che l'amministrazione comunale di Czestochowa, nel sud della Polonia, ha concesso alle dipendenti di prendere il giorno libero.
Le manifestanti che hanno raccolto l'appello del comitato "Salviamo le donne" hanno sventolato bandiere e cartelli neri con su scritto "Stop ai fanatici al potere", "Abbiamo bisogno di cure mediche, non di quelle del Vaticano" e "Vogliamo medici, non polizia".
La prima marcia di protesta si è svolta sabato scorso, dopo che la scorsa settimana sono iniziati i lavori parlamentari sulla proposta di legge di iniziativa popolare depositata dal comitato "Stop all'aborto", animato da varie forze di destra e ultracattoliche e sostenuto dal governo, che prevede il ricorso all'interruzione di gravidanza solo in caso di rischio grave per la vita o la salute della madre.
La legge sull'aborto attualmente in vigore in Polonia prevede l'interruzione di gravidanza soltanto in tre casi: rischio per la vita o la salute della madre, esami prenatali che indicano una grave patologia irreversibile per il feto, gravidanza frutto di violenza o incesto. La nuova proposta prevede l'interruzione della gravidanza soltanto nel primo caso. Chi pratica l'aborto illegalmente rischia fino a cinque anni di prigione contro gli attuali due e anche la donna che decide di abortire è soggetta alla pena detentiva.
Il comitato che anima le proteste ha annunciato anche una raccolta di firme a sostegno di un'iniziativa legislativa europea che garantisca l'accesso a un'interruzione di gravidanza legale, all'educazione sessuale e alla contraccezione.
Il cosiddetto fronte pro-vita sta organizzando, dal canto suo, le controproteste e la Conferenza dei vescovi polacchi ha chiesto ai cattolici di pregare affinché scenda "la luce dello Spirito santo su tutti i polacchi che proteggono la vita umana dal concepimento alla morte naturale" (!). I cosiddetti attivisti "pro-vita" hanno scelto il colore bianco come simbolo della loro protesta.
Fonte
Le manifestanti che hanno raccolto l'appello del comitato "Salviamo le donne" hanno sventolato bandiere e cartelli neri con su scritto "Stop ai fanatici al potere", "Abbiamo bisogno di cure mediche, non di quelle del Vaticano" e "Vogliamo medici, non polizia".
La prima marcia di protesta si è svolta sabato scorso, dopo che la scorsa settimana sono iniziati i lavori parlamentari sulla proposta di legge di iniziativa popolare depositata dal comitato "Stop all'aborto", animato da varie forze di destra e ultracattoliche e sostenuto dal governo, che prevede il ricorso all'interruzione di gravidanza solo in caso di rischio grave per la vita o la salute della madre.
La legge sull'aborto attualmente in vigore in Polonia prevede l'interruzione di gravidanza soltanto in tre casi: rischio per la vita o la salute della madre, esami prenatali che indicano una grave patologia irreversibile per il feto, gravidanza frutto di violenza o incesto. La nuova proposta prevede l'interruzione della gravidanza soltanto nel primo caso. Chi pratica l'aborto illegalmente rischia fino a cinque anni di prigione contro gli attuali due e anche la donna che decide di abortire è soggetta alla pena detentiva.
Il comitato che anima le proteste ha annunciato anche una raccolta di firme a sostegno di un'iniziativa legislativa europea che garantisca l'accesso a un'interruzione di gravidanza legale, all'educazione sessuale e alla contraccezione.
Il cosiddetto fronte pro-vita sta organizzando, dal canto suo, le controproteste e la Conferenza dei vescovi polacchi ha chiesto ai cattolici di pregare affinché scenda "la luce dello Spirito santo su tutti i polacchi che proteggono la vita umana dal concepimento alla morte naturale" (!). I cosiddetti attivisti "pro-vita" hanno scelto il colore bianco come simbolo della loro protesta.
Fonte
Anche la pizza finisce robotizzata. La disoccupazione colpirà pure gli automi?
La notizia arriva dagli Stati Uniti, logicamente, e viene ripresa con entusiasmo da Repubblica, con logica altrettanto ferrea.
Laggiù ha cominciato ad operare una nuova startup dal nome Zume Pizza. Non farebbe nulla di rivoluzionario – porta pizze a domicilio – se non fosse che il pizzaiolo è un robot. Montato sul furgone della distribuzione, cuoce la pizza durante il viaggio e quindi il consumatore può finalmente mangiarsene una calda. "Abbattiamo costi e tempi di produzione grazie ai nostri pizzaioli robot, ma senza rinunciare alla qualità del prodotto finito", afferma uno dei due fondatori della società, Alex Garden.
Lasciamo da parte tutte le considerazioni italiane sull'argomento (da “te la mangi tu, quella schifezza” – che ha un senso di buon gusto inoppugnabile – fino al disperante “dove andremo a finire, signora mia!”) ed anche tutte le alternative possibili (dal farti la pizza da solo alla pizza surgelata del supermercato). E lasciamo anche da parte ogni sacrosanta ironia sulle abitudini alimentari americane, ai limiti dell'horror puro. Sappiamo bene che purtroppo la demenza commercializzata attecchisce ovunque (quante battute sono state spese sull'arrivo in Italia di McDonald's?).
La questione rilevante è infatti il processo di automazione della produzione che arriva a insinuarsi anche nelle mansioni considerate poco robotizzabili, come la ristorazione o la cura della persona (stanno già per entrare in produzione dei robot-badanti, ci dicono). Perché non allineabili lungo un catena di montaggio per la produzione di massa e comunque relegate a una dimensione uno-a-uno. Se anche queste mansioni vengono robotizzate resta uno spazio ancora più limitato per il lavoro manuale (e persino intellettuale) fatto da esseri umani.
Non siamo passatisti. Non consiglieremmo mai di distruggere i robot impegnati nella produzione (ci possono essere eccezioni illuminanti, ma non è questo il tema). Il progresso tecnologico applicato alla produzione è per un verso inevitabile, per un altro assolutamente progressivo. La possibilità concreta, scientificamente provata e ormai effettivamente operante, di liberare l'uomo dalla fatica ripetitiva, dalla necessità di distruggersi fisicamente per guadagnarsi da vivere, è un'opportunità epocale.
C'è un problema, però. In ambito capitalistico questa possibilità di liberazione è pervertita nel suo opposto: pochi lavoratori a dannarsi oltre i limiti fisiologici della fatica tollerabile (allungamento della giornata lavorativa, aumento dei ritmi, eliminazione di riposi, notti, festività, ecc.) e una quota di disoccupati che tende rapidamente a coincidere con la maggioranza della popolazione (si veda per esempio qui). Di fatto, i sempre meno lavoratori vengono istintivamente trattati come robot, "purtroppo fragili o sensibili", in attesa di poterli sostituire con un ammasso di ferraglia. La "liberazione dal lavoro" assume insomma i connotati della disoccupazione di massa.
Problema che ne implica immediatamente – o progressivamente, nella realtà empirica – un altro: chi consumerà merci e servizi prodotti con l'automazione?
In ambito capitalistico non c'è soluzione. Il profitto è l'unico obiettivo di ogni singola impresa, che non si cura affatto degli aspetti sistemici. È anche la contraddizione generale di quella che viene genericamente chiamata “politica dell'offerta” e che, tirata al limite (come sta avvenendo nella realtà della produzione automatizzata), implica – sì – costi di produzione bassissimi, ma anche la progressiva scomparsa di una domanda solvibile.
I bisogni degli esseri umani sono praticamente infiniti. Ma in ambito capitalistico quel che serve a soddisfare un bisogno va comprato. E, come recita il comandamento di Milton Friedman, "non esistono pasti gratis". Dunque, a meno di non essere un imprenditore o un rentier (proprietario di terre... e di quello che c'è sotto), bisogna avere un lavoro, vendere per un salario la propria forza lavoro. Ma se la maggior parte della produzione e dei servizi è automatizzata il lavoro diventa una chimera. Non per caso, alcuni imprenditori della Silicon Valley – quelli che i robottini o i robottoni li creano, modellano, programmano e vendono – hanno cominciato a proporre l'istituzione di un reddito di cittadinanza. Si stanno insomma rendendo conto che risparmiare sul lavoro e sul suo costo ha una controindicazione per loro scabrosa: ammazza la platea dei potenziali clienti. Insomma: c'è bisogno di dare pasti gratis, e anche qualche cosa di più.
Gli apparenti paradossi sono a questo punto pressoché infiniti: ti pago poco per lavorare molto, ma poi devo chiedere che lo Stato dia a milioni di altri come te un equivalente del salario perché si possa comprare anche se non si lavora. Non occorre essere dialettici provetti per capire che, se sono gli imprenditori a proporlo, il reddito garantito non ha nulla di rivoluzionario. Per i potenziali beneficiari, ci mancherebbe, può diventare la manna dal cielo. Ma sul piano sistemico è di fatto una misura tardo keynesiana: negli anni '30 si era arrivati a pagare gente che scavava buche per poi riempirle, solo per creare una domanda solvibile; ora si propone di raggiungere lo stesso risultato saltando la farsa di un lavoro inutile, anche se comunque faticoso.
Il motivo sta in un altro apparente paradosso: le potenzialità della produzione automatizzata sono quantitativamente quasi senza limiti, ma il modello neoliberista restringe progressivamente la platea dei consumatori con soldi. I primi produttori che automatizzano la produzione hanno ovviamente un vantaggio, che – purtroppo per loro – dura solo il tempo necessario perché i concorrenti facciano lo stesso. La quantità di merci fabbricabile si espande in proporzione inversa al numero degli occupati.
Non è finita. Il dogma neoliberista è solo la veste ideologica della "centralità dell'impresa privata". E questo dogma – dominante al punto di essere chiamato anche "pensiero unico" – predica da oltre 40 anni che lo Stato si deve ritirare dalla vita economica, ridurre la spesa, tagliare servizi e welfare, pensioni e sanità. Figuriamoci se può concepire un "reddito di cittadinanza" o, che è lo stesso, un salario garantito...
Tra l'altro, l'aborrita "politica keynesiana" era concepita come politica temporanea, necessaria a rimettere in moto un meccanismo inceppato per poi rientrare nei ranghi a fine crisi. Qui invece la funzione di "foraggiatore del consumo" dovrebbe essere sistemica, tendenzialmente eterna (l'automazione è irreversibile, anzi tendenzialmente onnivora, come si capisce da Zume Pizza). E diventa difficile capire dove lo Stato potrebbe trovare le risorse necessarie se – come dettato dal dogma liberista – non deve intervenire come produttore in prima persona e al contempo deve anche ridurre al minimo infinitesimo la tassazione sulle imprese.
Nessuno, in ambito capitalistico, può fermare questa dinamica impazzita. Può spezzarla solo un'implosione sistemica (in forma di guerra guerreggiata globale) oppure una rivoluzione; o un mix dei due momenti. Non certo la "stagnazione secolare" di cui parlano ormai i principali protagonisti della scena economica globale (vedi anche qui).
E quindi il robottino pizzaiolo, per quanto non senta la fatica, non pretenda le ferie e le otto ore, non scioperi mai e non chieda la 104... rischia anche lui di restare disoccupato prima del tempo. Per scarsità di clienti...
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)