Gli scandali per corruzione che hanno coinvolto numerosi pezzi da novanta del Partito Popolare sono costati molto cari al presidente del governo di destra di Madrid, Mariano Rajoy, che oggi ha dovuto dire addio al proprio incarico.
Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.
L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.
Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.
In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.
Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?
I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.
Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.
Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.
Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.
Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.
Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.
D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/06/2018
Da Camusso a Mattarella: “Viva la gabbia dei trattati europei”
E’ difficile prevedere come evolverà la vicenda riguardante la formazione del governo considerato i colpi di scena, le ripetute giravolte e le piroette compiute, in questi giorni, dai vari attori in campo, nessuno escluso.
Ciò che risulta palese, però, al di là dell’esito finale è che tutta questa vicenda si sviluppa intorno ad una gigantesca fiction: quella secondo la quale la Lega e il M5S sarebbero forze antisistema, pericolose per gli assetti della governance europea al punto tale da poterla mettere in pericolo.
E così i dibattiti televisivi si arrovellano sulla prima versione della bozza del contratto di governo (quella contenente l’uscita dall’euro e la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico), sulle pericolose pulsioni anti europeiste del povero Savona e su qualche eccentrica dichiarazione di Salvini.
E’ stata sufficiente questa percezione per mandare in tilt un intero sistema ed indurre il presidente Mattarella a rifiutare la lista dei ministri in nome dello spread e dei mercati; ma, dall’altro lato, questa mossa ha ulteriormente ridimensionato le già tiepidissime pulsioni antisistema dell’improbabile accoppiata Di Maio - Salvini, tutti protesi a rassicurare che giammai avrebbero davvero sfidato l’UE, ma si sarebbero limitati a richiedere la modifica di qualche regola.
Beninteso, che l’euro, i trattati, i mercati abbiano da tempo stracciato la nostra Costituzione e con essa anche la democrazia formale, è cosa nota almeno da quel 2011, in cui Draghi e Trichet riscrissero, con una letterina, la gerarchia delle fonti del nostro ordinamento e le priorità che la politica avrebbe dovuto inderogabilmente perseguire.
In fondo, anche la funzione “pedagogica” dei mercati che ci è stata candidamente spiegata dal Commissario Ue Ottinger, ha soltanto riportato alla memoria quelle parole che Schauble dedicò nel 2015 al popolo greco chiarendo che il risultato di un referendum non poteva certo cambiare politiche già decise dall’Unione Europea.
Insomma, diciamo che chi detiene le leve del potere non usa troppi giri di parole per chiarire chi decide davvero e soprattutto l’insindacabilità di quelle decisioni.
D’altronde è proprio questa insindacabilità il tratto distintivo di quella cornice giuridico normativa (i Trattati) sovraordinata alle Costituzioni: ma questo è anche il punto di debolezza e fragilità di un sistema le cui crepe cominciano ad affiorare in tutti i paesi. E quelle crepe attengono alla totale incompatibilità tra i trattati europei e la volontà popolare: comandare senza avere consenso non è cosa facile per nessuno e la crisi di egemonia di quella élite che si è autoproclamata al governo dell’Europa è un dato reale certificato in tutti i paesi ed oramai anche nel nostro.
La prima avvisaglia si era colta nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, tutto il resto ne è derivato come logica conseguenza.
E’ così persino un ricambio della classe politica (non credo si possa attribuire alla Lega e ai 5 Stelle altre caratteristiche) viene percepito come una seria minaccia per la governance europea producendo le reazioni scomposte alle quali abbiamo assistito in questi giorni.
Ma gli sviluppi di questa crisi istituzionale hanno nello stesso tempo smascherato tutti i danni prodotti, e quelli che ancora produce, quella sedicente sinistra che ha di fatto consegnato la bandiera (fittizia) dell’opposizione ai diktat finanziari, al caricaturale e razzista “prima gli italiani” del duo Di Maio - Salvini.
In questo contesto le desolanti parole della Camusso “Mattarella ha agito nell’interesse di una cosa fondamentale per l’Italia e i lavoratori, che sono i trattati internazionali. Non ho mai pensato che fosse possibile risolvere i problemi dell’Italia con l’Europa attraverso l’uscita dall’Europa, che sarebbe un gigantesco indebolimento. A lavoratori e pensionati tutto serve tranne che uscire dall’euro” fotografano appieno la complicità e la degenerazione culturale, valoriale e politica di quello che un tempo era considerato il più grande sindacato dei lavoratori.
Fa rabbia che tutta questa fiction si svolga in assenza di un movimento capace di delineare, come sta accadendo in Francia, una vera alternativa di sistema che parta dalla rottura della gabbia dell’Unione Europea, per affermare la centralità del lavoro, dei diritti sociali e della solidarietà sociale.
Ma fa anche ben sperare quella energia positiva e contagiosa che si è respirata nei due giorni dell’assemblea di Potere al Popolo di Napoli: una base di partenza per costruire un movimento vero e capace di interrompere questa gigantesca fiction nella quale oggi siamo immersi.
di Alessandro Giannelli - Piattaforma Eurostop e attivista sindacale Usb
L’articolo è stato evidentemente scritto qualche ora prima del varo del governo grillin-leghista, ma non perde certo per questo efficacia. Anzi...
Fonte
Ciò che risulta palese, però, al di là dell’esito finale è che tutta questa vicenda si sviluppa intorno ad una gigantesca fiction: quella secondo la quale la Lega e il M5S sarebbero forze antisistema, pericolose per gli assetti della governance europea al punto tale da poterla mettere in pericolo.
E così i dibattiti televisivi si arrovellano sulla prima versione della bozza del contratto di governo (quella contenente l’uscita dall’euro e la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico), sulle pericolose pulsioni anti europeiste del povero Savona e su qualche eccentrica dichiarazione di Salvini.
E’ stata sufficiente questa percezione per mandare in tilt un intero sistema ed indurre il presidente Mattarella a rifiutare la lista dei ministri in nome dello spread e dei mercati; ma, dall’altro lato, questa mossa ha ulteriormente ridimensionato le già tiepidissime pulsioni antisistema dell’improbabile accoppiata Di Maio - Salvini, tutti protesi a rassicurare che giammai avrebbero davvero sfidato l’UE, ma si sarebbero limitati a richiedere la modifica di qualche regola.
Beninteso, che l’euro, i trattati, i mercati abbiano da tempo stracciato la nostra Costituzione e con essa anche la democrazia formale, è cosa nota almeno da quel 2011, in cui Draghi e Trichet riscrissero, con una letterina, la gerarchia delle fonti del nostro ordinamento e le priorità che la politica avrebbe dovuto inderogabilmente perseguire.
In fondo, anche la funzione “pedagogica” dei mercati che ci è stata candidamente spiegata dal Commissario Ue Ottinger, ha soltanto riportato alla memoria quelle parole che Schauble dedicò nel 2015 al popolo greco chiarendo che il risultato di un referendum non poteva certo cambiare politiche già decise dall’Unione Europea.
Insomma, diciamo che chi detiene le leve del potere non usa troppi giri di parole per chiarire chi decide davvero e soprattutto l’insindacabilità di quelle decisioni.
D’altronde è proprio questa insindacabilità il tratto distintivo di quella cornice giuridico normativa (i Trattati) sovraordinata alle Costituzioni: ma questo è anche il punto di debolezza e fragilità di un sistema le cui crepe cominciano ad affiorare in tutti i paesi. E quelle crepe attengono alla totale incompatibilità tra i trattati europei e la volontà popolare: comandare senza avere consenso non è cosa facile per nessuno e la crisi di egemonia di quella élite che si è autoproclamata al governo dell’Europa è un dato reale certificato in tutti i paesi ed oramai anche nel nostro.
La prima avvisaglia si era colta nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, tutto il resto ne è derivato come logica conseguenza.
E’ così persino un ricambio della classe politica (non credo si possa attribuire alla Lega e ai 5 Stelle altre caratteristiche) viene percepito come una seria minaccia per la governance europea producendo le reazioni scomposte alle quali abbiamo assistito in questi giorni.
Ma gli sviluppi di questa crisi istituzionale hanno nello stesso tempo smascherato tutti i danni prodotti, e quelli che ancora produce, quella sedicente sinistra che ha di fatto consegnato la bandiera (fittizia) dell’opposizione ai diktat finanziari, al caricaturale e razzista “prima gli italiani” del duo Di Maio - Salvini.
In questo contesto le desolanti parole della Camusso “Mattarella ha agito nell’interesse di una cosa fondamentale per l’Italia e i lavoratori, che sono i trattati internazionali. Non ho mai pensato che fosse possibile risolvere i problemi dell’Italia con l’Europa attraverso l’uscita dall’Europa, che sarebbe un gigantesco indebolimento. A lavoratori e pensionati tutto serve tranne che uscire dall’euro” fotografano appieno la complicità e la degenerazione culturale, valoriale e politica di quello che un tempo era considerato il più grande sindacato dei lavoratori.
Fa rabbia che tutta questa fiction si svolga in assenza di un movimento capace di delineare, come sta accadendo in Francia, una vera alternativa di sistema che parta dalla rottura della gabbia dell’Unione Europea, per affermare la centralità del lavoro, dei diritti sociali e della solidarietà sociale.
Ma fa anche ben sperare quella energia positiva e contagiosa che si è respirata nei due giorni dell’assemblea di Potere al Popolo di Napoli: una base di partenza per costruire un movimento vero e capace di interrompere questa gigantesca fiction nella quale oggi siamo immersi.
di Alessandro Giannelli - Piattaforma Eurostop e attivista sindacale Usb
L’articolo è stato evidentemente scritto qualche ora prima del varo del governo grillin-leghista, ma non perde certo per questo efficacia. Anzi...
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Morto dopo una notte in caserma. Tutti assolti!
Giuseppe Uva è la terza faccia, da sinistra, di queste che vedete sorrette da sorelle, combattenti. Può essere che non l’abbiate mai sentito nominare. D’altronde questo è un paese in cui, quando la responsabilità di abusi e morti ricade sulle istituzioni di polizia, si insabbia la verità e la si depista continuamente.
Peppe era un operaio 43enne ed ebbe la sfortuna, una sera di 10 anni fa, di essere fermato dai carabinieri. Era giugno 2008.
Venne trattenuto, portato in caserma senza alcun motivo plausibile. Morì nel giro di una notte, dopo essere stato sottoposto a tso (trattamento sanitario obbligatorio), all’ospedale di Varese.
Il primo grado della sentenza è stato confermato oggi: tutti assolti i carabinieri e gli ufficiali coinvolti, perchè “il fatto non sussiste”.
Non sussistevano le urla di Giuseppe in caserma e riportate dal testimone Biggiogero, fermato insieme a lui.
Non sussistevano le testimonianze della guardia giurata e della dottoressa in pronto soccorso, a cui Giuseppe aveva detto di essere stato picchiato e dolorante per quello.
Non sussistevano i traumi sulla testa riscontrati sul cadavere di Peppe dai medici legali.
Non sussistevano le macchie di sangue trovategli sul cavallo del jeans a scendere.
Quanto pesa la vita di un operaio, forse ubriaco, per le istituzioni di questo paese? Se uno entra in una caserma con le sue gambe e ne esce in una bara, possibile che non sia mai responsabilità di nessuno?
Alla sorella di Giuseppe, che da 10 anni battaglia perchè chiarezza e verità vengano fatte su quella notte, il nostro sostegno più vivo. Forza Lucia Uva.
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Usa contro Unione Europea. Scattano i dazi. E’ guerra commerciale, per ora
Da mezzanotte quella che era una minaccia ventilata è la realtà.
L’amministrazione Trump applicherà i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Adesso non è solo la Cina a essere impegnata in uno scontro commerciale frontale con gli Usa. L’Unione Europea ha fatto sapere che risponderà con forza, “nelle prossime ore”, ai dazi “inaccettabili” imposti dall’amministrazione americana. Paradossalmente, mentre la crisi di governo in Italia sembra avviata a concludersi con la nascita di un esecutivo ‘politico’ guidato da Lega e M5S, i nuovi venti di una guerra commerciale globale a tutto campo hanno innervosito gli investitori, forse e anche di più del balletto tra Salvini, Di Maio e Quirinale.
Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, ha detto che l’UE imporrà immediatamente delle contro misure. “È un brutto giorno per il commercio mondiale”, ha dichiarato Juncker da Bruxelles. “Apriremo immediatamente una disputa internazionale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio e nelle prossime ore annunceremo contromisure per equilibrare le cose”.
“Quando si tratta di commercio mondiale, è totalmente inaccettabile che un paese imponga misure unilaterali”. L’affronto degli Stati Uniti, secondo le massime autorità europee, è un atto di “semplice e puro protezionismo“.
La Borsa di Wall Street aveva aperto gli scambi con lievi variazioni ma ben presto il Dow Jones ha preso la strada dei ribassi. L’ottimismo suscitato dalle notizie di un incontro tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini per riaprire la partita di governo è stato rapidamente offuscato dalla paura che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sfidino sul terreno dei dazi.
Le tensioni commerciali si erano già fatte sentire sulle contrattazioni di Borsa e sul mercato delle materie prime da quando in marzo il presidente Usa Donald Trump aveva deciso di imporre il 25% di dazi sull’acciaio importato e il 10% sull’alluminio provenienti da Ue, Canada e Messico. Bruxelles, infuriata, ha minacciato una rappresaglia immediata.
Nell’ambito della campagna“America First” voluta da Trump, Washington vuole imporre tariffe “punitive” su alluminio e acciaio alle importazioni provenienti dall’UE. Il Segretario Usa al Commercio, Wilbur Ross, ha riferito che l’escalation della disputa commerciale dipenderà dalla reazione del blocco europeo.
La guerra commerciale ha provocato turbolenze nei mercati, ma anche favorito i titoli di alcuni gruppi industriali della siderurgia statunitense come Steel Dynamics, AK Steel e US Steel che hanno guadagnano tra il 3,3% e il 4,4%, mentre il colosso dell’alluminio Alcoa ha fatto un balzo del 2,3%.
Fonte
L’amministrazione Trump applicherà i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Adesso non è solo la Cina a essere impegnata in uno scontro commerciale frontale con gli Usa. L’Unione Europea ha fatto sapere che risponderà con forza, “nelle prossime ore”, ai dazi “inaccettabili” imposti dall’amministrazione americana. Paradossalmente, mentre la crisi di governo in Italia sembra avviata a concludersi con la nascita di un esecutivo ‘politico’ guidato da Lega e M5S, i nuovi venti di una guerra commerciale globale a tutto campo hanno innervosito gli investitori, forse e anche di più del balletto tra Salvini, Di Maio e Quirinale.
Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, ha detto che l’UE imporrà immediatamente delle contro misure. “È un brutto giorno per il commercio mondiale”, ha dichiarato Juncker da Bruxelles. “Apriremo immediatamente una disputa internazionale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio e nelle prossime ore annunceremo contromisure per equilibrare le cose”.
“Quando si tratta di commercio mondiale, è totalmente inaccettabile che un paese imponga misure unilaterali”. L’affronto degli Stati Uniti, secondo le massime autorità europee, è un atto di “semplice e puro protezionismo“.
La Borsa di Wall Street aveva aperto gli scambi con lievi variazioni ma ben presto il Dow Jones ha preso la strada dei ribassi. L’ottimismo suscitato dalle notizie di un incontro tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini per riaprire la partita di governo è stato rapidamente offuscato dalla paura che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si sfidino sul terreno dei dazi.
Le tensioni commerciali si erano già fatte sentire sulle contrattazioni di Borsa e sul mercato delle materie prime da quando in marzo il presidente Usa Donald Trump aveva deciso di imporre il 25% di dazi sull’acciaio importato e il 10% sull’alluminio provenienti da Ue, Canada e Messico. Bruxelles, infuriata, ha minacciato una rappresaglia immediata.
Nell’ambito della campagna“America First” voluta da Trump, Washington vuole imporre tariffe “punitive” su alluminio e acciaio alle importazioni provenienti dall’UE. Il Segretario Usa al Commercio, Wilbur Ross, ha riferito che l’escalation della disputa commerciale dipenderà dalla reazione del blocco europeo.
La guerra commerciale ha provocato turbolenze nei mercati, ma anche favorito i titoli di alcuni gruppi industriali della siderurgia statunitense come Steel Dynamics, AK Steel e US Steel che hanno guadagnano tra il 3,3% e il 4,4%, mentre il colosso dell’alluminio Alcoa ha fatto un balzo del 2,3%.
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Ritorna lo “schema Beneduce”?
In un celebre saggio degli anni 2000, Licenziare i padroni?, Massimo Mucchetti, già editorialista del Corriere e Presidente della Commissione sulle Attività Produttive in quota Pd nelle passate legislature, racconta di un episodio tra Mussolini e Alberto Beneduce, Presidente dell’Iri.
L’Iri in quegli anni aveva rilevato aziende decotte facendo un regalo ai confindustriali. Beneduce doveva risanarle e poi rivenderle, tipica politica economica classista che socializzava le perdite e privatizzava i profitti. Al che Mussolini e Beneduce si resero conto che gli industriali non si volevano accollare le imprese dell’Iri. Mussolini si rivolse all’antifascista e socialista Beneduce con queste parole: ”lasci perdere Dottore, questi industriali sono dei coglioni, le aziende ce le teniamo noi”. Fu così che dalla socializzazione delle perdite si arrivò ai conglomerati pubblici, industriali e finanziari, che fecero la fortuna italiana nel dopoguerra.
Il grande marxista Pietro Grifone, nel capolavoro Il capitale finanziario in Italia, scritto al confino, descrisse l’Iri come conseguenza del massacro sociale ed economico attuato dal fascismo dal 1924 al 1929 con “quota 90” e l’ancoraggio della lira ai cambi fissi, che provocò immani distruzioni economiche sociali, a tal punto che si socializzarono enormi asset in perdita. Lo scenario del cambio fisso e della deflazione salariale simile a questi decenni in Italia.
E’ paradossale che a distanza di 80 anni si riproponga tale scenario. Il Corriere della sera il 27 maggio comunica che il “Piano B” di Paolo Savona prevede la nazionalizzazione della banca d’Italia, l’immissione di gran liquidità al sistema bancario per prevenire il collasso e, guarda un po’, la riproposizione dell’Iri.
L’Italia esce da dieci anni di deflazione con le ossa rotte, il 25% dell’apparato industriale perso, timidissimi segnali di ripresa che riguardano chi vive di export e che non coinvolgono più del 3% della popolazione. Lo scenario mondiale sta volgendo al peggio: sanzioni alla Russia, dazi di Trump, eurozona in rallentamento.
Le imprese italiane cercano un'àncora. I piccoli e medi imprenditori, scassati dalla crisi, vogliono la riproposizione dello “schema Beneduce” che consiste in: banche pubbliche, grandi imprese pubbliche che danno appalti e lavori al sistema delle Pmi, ricostituzione del mercato interno per pararsi dal probabile rallentamento del commercio mondiale, centralizzazione del risparmio (nuova Cassa Depositi e Presititi?) e mobilitazione del risparmio italiano ai fini dell’infrastrutturazione materiale ed immateriale del Paese, per aumentare la produttività totale dei fattori produttivi. Inoltre, le rivendicazione nazionali hanno come scopo quello di fronteggiare il sovranismo tedesco e francese che, nel frattempo, tesse alleanze internazionali e fa affari, dalla Russia alla Cina, un gioco che l’Italia si è preclusa in questi anni per non dar fastidio ad Usa e Ue. Il programma prevede un’alleanza di ferro con gli Usa e possibilità di manovra con paesi terzi. Con gli Usa si arriverebbe ad una partnership strategica che svii i dazi.
Ognuno per sé. Sul piano interno lo “schema Beneduce”, magistralmente descritto nei suoi saggi dal compianto economista Marcello de Cecco, provocherebbe un upgrade tecnologico con diffusione delle innovazioni al sistema delle Pmi del nord; inoltre ci sarebbero presidi produttivi nel Mezzogiorno dove si ricreerebbe un mercato di sbocco per i produttori del nord. E per questo i gialloverdi guardano alla Via della Seta.
Ancora una volta, gli interessi di classe della piccola e media imprenditoria (attenzione, ci sono anche grandi imprese nel gioco...) portano quest’ultima a far assumere alla struttura pubblica un ruolo direzionale che spinga e trascini il loro sistema.
80 anni e non sentirli...
Fonte
A livello macro ecnomico, quello esposto può anche essere un discorso interessante - al netto di contraddizioni insanabili come quella di fare accordi strategici con gli USA e poi guardare con bramosia alla via della seta, roba da schizofrenia geopolitica spinta... per non parlare di ridurre ancora una volta il sud a spugna della produzione industriale del nord - ma politicamente parlando i subalterni non se ne fanno un cazzo di iniezioni keynesiane per sostenere il capitale straccione di casa nostra.
L’Iri in quegli anni aveva rilevato aziende decotte facendo un regalo ai confindustriali. Beneduce doveva risanarle e poi rivenderle, tipica politica economica classista che socializzava le perdite e privatizzava i profitti. Al che Mussolini e Beneduce si resero conto che gli industriali non si volevano accollare le imprese dell’Iri. Mussolini si rivolse all’antifascista e socialista Beneduce con queste parole: ”lasci perdere Dottore, questi industriali sono dei coglioni, le aziende ce le teniamo noi”. Fu così che dalla socializzazione delle perdite si arrivò ai conglomerati pubblici, industriali e finanziari, che fecero la fortuna italiana nel dopoguerra.
Il grande marxista Pietro Grifone, nel capolavoro Il capitale finanziario in Italia, scritto al confino, descrisse l’Iri come conseguenza del massacro sociale ed economico attuato dal fascismo dal 1924 al 1929 con “quota 90” e l’ancoraggio della lira ai cambi fissi, che provocò immani distruzioni economiche sociali, a tal punto che si socializzarono enormi asset in perdita. Lo scenario del cambio fisso e della deflazione salariale simile a questi decenni in Italia.
E’ paradossale che a distanza di 80 anni si riproponga tale scenario. Il Corriere della sera il 27 maggio comunica che il “Piano B” di Paolo Savona prevede la nazionalizzazione della banca d’Italia, l’immissione di gran liquidità al sistema bancario per prevenire il collasso e, guarda un po’, la riproposizione dell’Iri.
L’Italia esce da dieci anni di deflazione con le ossa rotte, il 25% dell’apparato industriale perso, timidissimi segnali di ripresa che riguardano chi vive di export e che non coinvolgono più del 3% della popolazione. Lo scenario mondiale sta volgendo al peggio: sanzioni alla Russia, dazi di Trump, eurozona in rallentamento.
Le imprese italiane cercano un'àncora. I piccoli e medi imprenditori, scassati dalla crisi, vogliono la riproposizione dello “schema Beneduce” che consiste in: banche pubbliche, grandi imprese pubbliche che danno appalti e lavori al sistema delle Pmi, ricostituzione del mercato interno per pararsi dal probabile rallentamento del commercio mondiale, centralizzazione del risparmio (nuova Cassa Depositi e Presititi?) e mobilitazione del risparmio italiano ai fini dell’infrastrutturazione materiale ed immateriale del Paese, per aumentare la produttività totale dei fattori produttivi. Inoltre, le rivendicazione nazionali hanno come scopo quello di fronteggiare il sovranismo tedesco e francese che, nel frattempo, tesse alleanze internazionali e fa affari, dalla Russia alla Cina, un gioco che l’Italia si è preclusa in questi anni per non dar fastidio ad Usa e Ue. Il programma prevede un’alleanza di ferro con gli Usa e possibilità di manovra con paesi terzi. Con gli Usa si arriverebbe ad una partnership strategica che svii i dazi.
Ognuno per sé. Sul piano interno lo “schema Beneduce”, magistralmente descritto nei suoi saggi dal compianto economista Marcello de Cecco, provocherebbe un upgrade tecnologico con diffusione delle innovazioni al sistema delle Pmi del nord; inoltre ci sarebbero presidi produttivi nel Mezzogiorno dove si ricreerebbe un mercato di sbocco per i produttori del nord. E per questo i gialloverdi guardano alla Via della Seta.
Ancora una volta, gli interessi di classe della piccola e media imprenditoria (attenzione, ci sono anche grandi imprese nel gioco...) portano quest’ultima a far assumere alla struttura pubblica un ruolo direzionale che spinga e trascini il loro sistema.
80 anni e non sentirli...
Fonte
A livello macro ecnomico, quello esposto può anche essere un discorso interessante - al netto di contraddizioni insanabili come quella di fare accordi strategici con gli USA e poi guardare con bramosia alla via della seta, roba da schizofrenia geopolitica spinta... per non parlare di ridurre ancora una volta il sud a spugna della produzione industriale del nord - ma politicamente parlando i subalterni non se ne fanno un cazzo di iniezioni keynesiane per sostenere il capitale straccione di casa nostra.
Il governo e il gioco dell’Oca
E così, alla fine, si ritorna al punto di partenza, con la giostra della politique politicienne
che in poche ore ha fatto l’intero giro per tornare dov’era partita,
impossibilitata a trovare una via d’uscita da quel “bipopulismo
imperfetto” fotografato dalle elezioni del 4 marzo. Ogni attore in
commedia potrà finalmente ricominciare a recitare la sua parte laddove
l’aveva lasciata: la Lega e i Cinque Stelle potranno tornare a
promettere mari e monti facendo i conti senza l’oste di Bruxelles, il Pd
potrà riprendere la faida interna che dovrebbe portare alla nascita del
nuovo partito à la Macron, Forza Italia potrà continuare
lentamente ad estinguersi nella speranza che Berlusconi prima o poi
resusciti e la sinistra-sinistra potrà ricominciare ad inveire sui
social contro “il governo più di destra dalla caduta del regime
fascista” cercando così di esorcizzare la sua scomparsa dalla società
reale.
E’ difficile dire cosa abbia determinato la ricomposizione di un quadro istituzionale che solo poche ore fa sembrava avviato a nuove elezioni, ed altrettanto difficile capire chi, con la composizione dell’esecutivo che verrà ufficializzato oggi, abbia portato a casa se non “il risultato”, quantomeno un risultato. Almeno a prima vista Mattarella sembrerebbe riuscito a non perdere completamente la faccia, ottenendo almeno lo spostamento di Savona dal ministero dell’Economia a quello dei rapporti con l’Ue, ma la sensazione però è che si tratta di un palliativo. Se si fosse andati davvero alle elezioni il presidente della Repubblica (per conto dell’Unione Europea) si sarebbe trovato con ogni probabilità di fronte ad uno scenario ancora peggiore di quello attuale, con il polo populista che avrebbe fatto il pieno di voti sull’onda del veto della Ue ed il fronte europeista ancora più a pezzi di come si ritrova oggi. Anche le due formazioni populiste, che pure ottengono le tanto vituperate (e agognate) poltrone, non ne escono alla grande. Di Maio si è dimostrato nei fatti un novello “sor tentenna”, passando dall’impeachment alla collaborazione con dei tempi degni di un pilota di Formula Uno. Salvini invece, che pure di fronte alla pochezza del dirimpettaio ha giganteggiato, aveva fatto di Savona all’economia la sua linea del Piave e adesso spaccia per una vittoria la nomina di Tria facendo finta di ignorare la sconfitta, simbolica più che concreta, subita. C’è di più, però.
L’indisponibilità allo scontro con l’Unione Europea dimostrata in questo frangente tanto dai Cinque Stelle quanto dalla Lega la dice lunga sulla effettiva praticabilità dei programmi sociali contenuti nel loro contratto. L’abolizione della Legge Fornero e del Jobs Act, così come il reddito di cittadinanza resteranno nel cassetto dei sogni senza copertura economica. Più probabile (e facile) che nella ricerca del consenso entrambi i partiti si concentrino invece su quegli elementi di “populismo penale” che fanno parte del loro DNA. Del resto, come ha notato cinicamente qualcuno, i diritti sociali hanno un costo mentre i diritti umani no. Sia quando li concedi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimoni gay, ecc.) sia, come in questo caso, quando ti riproponi di calpestarli (xenofobia, respingimenti, ecc.). Dal canto loro sia il Pd che Forza Italia, se pure hanno scampato il “pericolo elezioni”, hanno anche dimostrato plasticamente la marginalità in cui sono attualmente confinate e da cui, almeno nel breve periodo, difficilmente riusciranno ad uscire.
Quello a cui abbiamo assistito è stato dunque soltanto un inutile balletto? Pensiamo di no. Come scrivevamo qualche giorno fa la linea di faglia tra i diritti sociali e l’architettura immodificabile dell’Unione Europea è emersa, forse per la prima volta, in tutta la sua centralità agli occhi di milioni di lavoratori. La questione è uscita dai convegni per addetti ai lavori ed è entrata nei bar e nei mercati. Ed è diventato finalmente chiaro che esiste un recinto economico-politico che non solo non si può scavalcare, ma a cui non ci si deve neppure avvicinare. E che la democrazia rappresentativa vale solo se si promette di non avvicinarsi a quel limite. Una lezione importante, ci sembra di poter dire, più per le masse dei subalterni che per quella sinistra unioneuropeista destinata a rimanere incastrata nel falso binomio sovranismo/europeismo.
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E’ difficile dire cosa abbia determinato la ricomposizione di un quadro istituzionale che solo poche ore fa sembrava avviato a nuove elezioni, ed altrettanto difficile capire chi, con la composizione dell’esecutivo che verrà ufficializzato oggi, abbia portato a casa se non “il risultato”, quantomeno un risultato. Almeno a prima vista Mattarella sembrerebbe riuscito a non perdere completamente la faccia, ottenendo almeno lo spostamento di Savona dal ministero dell’Economia a quello dei rapporti con l’Ue, ma la sensazione però è che si tratta di un palliativo. Se si fosse andati davvero alle elezioni il presidente della Repubblica (per conto dell’Unione Europea) si sarebbe trovato con ogni probabilità di fronte ad uno scenario ancora peggiore di quello attuale, con il polo populista che avrebbe fatto il pieno di voti sull’onda del veto della Ue ed il fronte europeista ancora più a pezzi di come si ritrova oggi. Anche le due formazioni populiste, che pure ottengono le tanto vituperate (e agognate) poltrone, non ne escono alla grande. Di Maio si è dimostrato nei fatti un novello “sor tentenna”, passando dall’impeachment alla collaborazione con dei tempi degni di un pilota di Formula Uno. Salvini invece, che pure di fronte alla pochezza del dirimpettaio ha giganteggiato, aveva fatto di Savona all’economia la sua linea del Piave e adesso spaccia per una vittoria la nomina di Tria facendo finta di ignorare la sconfitta, simbolica più che concreta, subita. C’è di più, però.
L’indisponibilità allo scontro con l’Unione Europea dimostrata in questo frangente tanto dai Cinque Stelle quanto dalla Lega la dice lunga sulla effettiva praticabilità dei programmi sociali contenuti nel loro contratto. L’abolizione della Legge Fornero e del Jobs Act, così come il reddito di cittadinanza resteranno nel cassetto dei sogni senza copertura economica. Più probabile (e facile) che nella ricerca del consenso entrambi i partiti si concentrino invece su quegli elementi di “populismo penale” che fanno parte del loro DNA. Del resto, come ha notato cinicamente qualcuno, i diritti sociali hanno un costo mentre i diritti umani no. Sia quando li concedi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimoni gay, ecc.) sia, come in questo caso, quando ti riproponi di calpestarli (xenofobia, respingimenti, ecc.). Dal canto loro sia il Pd che Forza Italia, se pure hanno scampato il “pericolo elezioni”, hanno anche dimostrato plasticamente la marginalità in cui sono attualmente confinate e da cui, almeno nel breve periodo, difficilmente riusciranno ad uscire.
Quello a cui abbiamo assistito è stato dunque soltanto un inutile balletto? Pensiamo di no. Come scrivevamo qualche giorno fa la linea di faglia tra i diritti sociali e l’architettura immodificabile dell’Unione Europea è emersa, forse per la prima volta, in tutta la sua centralità agli occhi di milioni di lavoratori. La questione è uscita dai convegni per addetti ai lavori ed è entrata nei bar e nei mercati. Ed è diventato finalmente chiaro che esiste un recinto economico-politico che non solo non si può scavalcare, ma a cui non ci si deve neppure avvicinare. E che la democrazia rappresentativa vale solo se si promette di non avvicinarsi a quel limite. Una lezione importante, ci sembra di poter dire, più per le masse dei subalterni che per quella sinistra unioneuropeista destinata a rimanere incastrata nel falso binomio sovranismo/europeismo.
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Conte, un governo oscuro, egemonizzato dalla Lega
Proprio un bel governo del cambiamento ci ha regalato una compagine, il Movimento 5 stelle, che era partita, col 32%, per essere il centro del sistema politico ed è arrivata, in poche settimane, a fare la ruota di scorta della Lega. Un partito che ha quasi la metà dei voti del Movimento 5 stelle. Ma che, a differenza del M5S, ha le idee chiare su come muoversi e cosa fare.
Cosa ci sia, di cambiamento, in un governo dove c’è l’ex avvocato di Andreotti (Bongiorno), l’ex diplomatico del governo Monti (Moavero), l’ex estensore del programma di Forza Italia con Brunetta (Tria), l’allieva del democristianissimo Scotti (Trenta) e anche un ex, di nuovo famoso del governo Ciampi (Savona) ce lo devono spiegare Di Maio e soci. E magari, già che ci sono, ci spieghino cosa ci sia di dinamico in un esecutivo dove si tenta un equilibrio tra eurofili ed euroscettici, due pianeti diversi (Moavero e Savona). Ci sarà, quello sicuro, la dinamica delle polemiche, delle inversioni di rotta per la gioia dei giornalisti e di chi specula in borsa giocando sulla volatilità.
Ci sarebbe da chiedere quanto ci sia di innovativo in un governo dove il presidente del consiglio è vicino alla Cei e devoto di Padre Pio, il ministro della famiglia è un noto omofobo e nemico della educazione gender (sic), quello dell’educazione è un fan dell’educazione privata, di quella pubblica intesa come produzione di carne da macello del mercato. Notevole davvero, un bel governo del cambiamento. Altro che green economy, economia circolare, ripubblicizzazione di questo o quel servizio. Il modello economico che si intravede è quello della Lega anni ’90: primato della fabbrichetta, riforma delle tasse che favorisce i consumi dei ricchi e, ciliegina, anche aumento dell’Iva (come sostiene Tria) in modo, paradossale, da colmare in parte il buco di bilancio dovuto alla flat tax. Così le persone normali pagano tre volte: con una riduzione delle tasse quasi nulla, la polpa spetta ai ricchi, con la diminuzione delle prestazioni dello stato sociale causa flat-tax, con l’aumento dell’Iva. Ci saranno momenti drammatici, anche perchè la congiuntura economica internazionale non promette niente di nuovo, e non solo per il rischio guerra dei dazi. Ci saranno però momenti comici. E per questo candidiamo, come main actor, Barbara Lezzi. Ministro per gli affari del mezzogiorno. Ministero nato, oltre che per piazzare la Lezzi, dopo le polemiche sul fatto che nel comico contratto di governo non c’era una parola sulle politiche per il sud. Questo ministero non realmente citato nel programma, ovviamente, non ha portafoglio. Ma ha la Lezzi. Ormai leggendaria nella stampa mainstream per le gaffe tipo “il Pil quest’anno è aumentato grazie ai condizionatori d’aria”.
Buon ultimo, per la parte finale dello spettacolo, Matteo Salvini. Messo agli interni, se mantiene metà della promesse elettorali, tra sgomberi di occupanti case e centri sociali, manganellate ai manifestanti, licenza di sparare e respingimenti in mare dei profughi si candida a fare spettacolo. E tanto più questo governo sarà paralizzato, dai veti delle sue componenti o dall’impossibilità a procedere, tanto più dovrà fare spettacolo.
Diciamoci una cosa, il M5S ha dato una grossa fregatura ai suoi elettori. Ha speso il 32% che aveva per piazzare una parte del proprio gruppo dirigente. Su un programma, leghista, molto diverso sia dalle attese dell’elettorato che dalla squadra di governo che si era formata appena prima dalle elezioni. Potrebbe essere questa la prova di governo che finirà per sgonfiare la bolla elettorale chiamata M5S. Tra scelte di destra e disillusioni reali.
Redazione, 1 giugno 2018
Fonte
Cosa ci sia, di cambiamento, in un governo dove c’è l’ex avvocato di Andreotti (Bongiorno), l’ex diplomatico del governo Monti (Moavero), l’ex estensore del programma di Forza Italia con Brunetta (Tria), l’allieva del democristianissimo Scotti (Trenta) e anche un ex, di nuovo famoso del governo Ciampi (Savona) ce lo devono spiegare Di Maio e soci. E magari, già che ci sono, ci spieghino cosa ci sia di dinamico in un esecutivo dove si tenta un equilibrio tra eurofili ed euroscettici, due pianeti diversi (Moavero e Savona). Ci sarà, quello sicuro, la dinamica delle polemiche, delle inversioni di rotta per la gioia dei giornalisti e di chi specula in borsa giocando sulla volatilità.
Ci sarebbe da chiedere quanto ci sia di innovativo in un governo dove il presidente del consiglio è vicino alla Cei e devoto di Padre Pio, il ministro della famiglia è un noto omofobo e nemico della educazione gender (sic), quello dell’educazione è un fan dell’educazione privata, di quella pubblica intesa come produzione di carne da macello del mercato. Notevole davvero, un bel governo del cambiamento. Altro che green economy, economia circolare, ripubblicizzazione di questo o quel servizio. Il modello economico che si intravede è quello della Lega anni ’90: primato della fabbrichetta, riforma delle tasse che favorisce i consumi dei ricchi e, ciliegina, anche aumento dell’Iva (come sostiene Tria) in modo, paradossale, da colmare in parte il buco di bilancio dovuto alla flat tax. Così le persone normali pagano tre volte: con una riduzione delle tasse quasi nulla, la polpa spetta ai ricchi, con la diminuzione delle prestazioni dello stato sociale causa flat-tax, con l’aumento dell’Iva. Ci saranno momenti drammatici, anche perchè la congiuntura economica internazionale non promette niente di nuovo, e non solo per il rischio guerra dei dazi. Ci saranno però momenti comici. E per questo candidiamo, come main actor, Barbara Lezzi. Ministro per gli affari del mezzogiorno. Ministero nato, oltre che per piazzare la Lezzi, dopo le polemiche sul fatto che nel comico contratto di governo non c’era una parola sulle politiche per il sud. Questo ministero non realmente citato nel programma, ovviamente, non ha portafoglio. Ma ha la Lezzi. Ormai leggendaria nella stampa mainstream per le gaffe tipo “il Pil quest’anno è aumentato grazie ai condizionatori d’aria”.
Buon ultimo, per la parte finale dello spettacolo, Matteo Salvini. Messo agli interni, se mantiene metà della promesse elettorali, tra sgomberi di occupanti case e centri sociali, manganellate ai manifestanti, licenza di sparare e respingimenti in mare dei profughi si candida a fare spettacolo. E tanto più questo governo sarà paralizzato, dai veti delle sue componenti o dall’impossibilità a procedere, tanto più dovrà fare spettacolo.
Diciamoci una cosa, il M5S ha dato una grossa fregatura ai suoi elettori. Ha speso il 32% che aveva per piazzare una parte del proprio gruppo dirigente. Su un programma, leghista, molto diverso sia dalle attese dell’elettorato che dalla squadra di governo che si era formata appena prima dalle elezioni. Potrebbe essere questa la prova di governo che finirà per sgonfiare la bolla elettorale chiamata M5S. Tra scelte di destra e disillusioni reali.
Redazione, 1 giugno 2018
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Governo Conte, il “compromesso storico” tra fasciorazzismo e Unione Europea
Sei tecnici, sette grillini e sei leghisti. Il compromesso che regge la composizione del governo “politico” è trasparente fin dall’equilibrio delle componenti nella squadra. Solo che “i tecnici” occupano le caselle chiave – presidenza del consiglio, economia, politiche europee, esteri, difesa, più l’ambiente per altre ragioni – da cui si controllano e gestiscono i rapporti con l’istituzione sovraordinata, l’Unione Europea. Mentre grillini e leghisti si insediano in ministeri che dipenderanno, per poter funzionare, da risorse che sta ad altri erogare o mettere a disposizione.
Sbrigativamente, Enzo Moavero Milanesi agli esteri ha il compito di tranquillizzare il resto della Ue sul fatto che l’Italia non darà strattoni insopportabili alla struttura comunitaria. Può garantirlo come silenzioso ex ministro delle politiche comunitarie nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, i più eterodiretti degli ultimi otto anni.
Giovanni Tria all’economia copre la casella più sensibile in modo sufficientemente elastico. Nella sua produzione recente, infatti, sposa a volte le critiche alla moneta unica (e alle politiche della Germania) avanzate da Paolo Savona ma, pur ritenendo l’uscita dall’euro una possibilità teorica, ha sempre considerato questa eventualità un rischio troppo alto, con troppe variabili negative. Ha scritto libri insieme a Renato Brunetta, quindi è ben visto negli ambienti berlusconiani, tanto da sposare l’ipotesi flat tax fin da tempi insospettabili, finanziandola con aumenti dell’Iva che andrebbero a ridurre sensibilmente i consumi popolari. Diciamo che la sua posizione nell’Eurogruppo – il consiglio dei ministri economici dell’eurozona – sarà un po’ meno sdraiata di quanto non sia stata quella di Padoan e predecessori, ma non così ruvida e “divisiva” quanto quella di Paolo Savona.
Quest’ultimo rappresenta da solo la piccola vittoria di Salvini sul piano del rapporto con l’Ue, visto che si insedia nel ministero apposito. Che non ha poteri decisionali autonomi, ma consente di trattare con l’Unione da una posizione – certamente meno forte che non il ministero dell’economia – sufficientemente fastidiosa nel sollevare problemi quando si sceglie di farlo.
Del resto, la tensione internazionale innescata dai dazi introdotti da Donald Trump anche su acciaio e alluminio europei (con contromisure che stanno per partire da Bruxelles) illumina la nascita di questo governo anche da altri punti di vista. Più d’uno, per esempio, ha sottolineato come l’impennata dello spread, martedì 29, sia stata frenata da massicci acquisti di titoli di stato italiani da parte di fondi di investimento statunitensi. Un modo per contenere la pressione dei “mercati europei” su un paese membro che potrebbe mostrarsi, ancora una volta, più suddito degli Stati Uniti che non della Germania merkeliana.
“Tecnica” anche Elisabetta Trenta, ex ufficiale dell’esercito, vicedirettrice dei master in intelligence e sicurezza presso l’università privata Link Campus; ha partecipato ad attività militari e civili in Italia e all’estero su incarico del ministero della Difesa. Un funzionario esperto, insomma, a cavallo tra funzioni militari e da servizi segreti, che pur essendo “in quota Cinque Stelle” costituisce col suo curriculum una garanzia sul fatto che l’internità al sistema Nato non subirà scostamenti neppure millimetrici.
Sistemate la Ue e la Nato, cosa resta? Tutti gli altri ministeri hanno implicazioni sostanzialmente “interne”. Se avranno le risorse, potranno cercare di realizzare almeno parti del “contratto di programma”, altrimenti dovranno cercare di prendere iniziative sostanzialmente pubblicitarie, a basso costo, ma spendibili nella propaganda.
Da questo punto di vista, ancora una volta, quello che sta messo peggio è Luigi Di Maio. Si è messo alla testa di tre ministeri accorpati in uno – sviluppo economico, lavoro e politiche sociali – nella speranza di poter tracciare qualcosa che somigli almeno alla lontana al “reddito di cittadinanza” tanto atteso al Sud. Non ci addentriamo qui nei dettagli della proposta originale (lo abbiamo fatto già più volte), ma qualsiasi iniziativa su questo terreno è una sicura fonte di spesa, tanto più grande quanto maggiore è la platea interessata (oltre 10 milioni di persone, almeno) e l’entità del “sostegno” immaginato.
Non ci vuole molto a immaginare che su questo fronte il ministro dell’economia, pressato dai 26 “colleghi” in quel di Bruxelles, avrà spesso facile gioco nel far calare le iniziative verso lo zero. In ogni caso, c’è poi Sergio Mattarella con la penna rossa in mano, pronto a cassare le proposte di legge con copertura finanziaria nulla, incerta o insufficiente.
Chi sta in una botte di ferro, all’apparenza, è Matteo Salvini. La “sicurezza” si può fare con pochi soldi aggiuntivi (10.000 poliziotti in più, pagati magari riducendo drasticamente le spese per l’accoglienza di migranti e profughi, non sono un costo insopportabile). Ed è fin troppo facile attendersi da subito iniziative “clamorose”, tipo l’espulsione immediata dell’immigrato spenna-piccioni postato ieri sulla sua pagina Fb poco prima di chiudere il patto con Di Maio e Mattarella...
Scherzi a parte, i comportamenti pratici delle cosiddette “forze dell’ordine” rischiano rapidamente di andare fuori controllo, e la sentenza assolutoria nel processo d’appello per l’uccisione di Giuseppe Uva – giunta proprio ieri – puzza lontano un miglio di “nuova cultura giuridica”.
Lo stesso si potrebbe dire per le “politiche della famiglia”, con minacce non velate di metter mano – reazionaria – alla legge sull’aborto e altri diritti civili (anche questi gratuiti, sul piano delle risorse finanziarie).
Lo schema logico è sempre lo stesso, però. Il compromesso con l’Unione Europea e la Nato facilita la neutralità dei “mercati” rispetto al nostro paese, ma al prezzo di politiche di bilancio completamente in linea con Bruxelles. Ossia con zero o quasi risorse per realizzare il “contratto di programma”; anzi, con tagli e “riforme” che dovrebbero andare in direzione completamente opposta (a cominciare dalle pensioni – ci chiedono di tagliare quelle di reversibilità, ricalcolcare anche quelle in essere con il metodo “contributivo”, riducendole così di brutto, ecc).
Sorge immediata, insomma, la necessità di “compensare” questa impossibilità di effettuare il promesso “cambiamento” con misure di grande impatto mediatico e psicologico, ma dal costo irrilevante. Il fasciorazzismo leghista, su questo fronte, ha un arsenale ben più vasto e “populista” della stucchevole litania grillina sui “vitalizi” (da cui verranno ricavati, a conti fatti, quattro spiccioli).
Questo governo ha comunque un vantaggio enorme, mai avuto da nessun governo precedente: non ha un’opposizione parlamentare credibile come alternativa. Né nell’immediato, né in prospettiva. Pd e berlusconiani, infatti, non potranno contestare misure di politica economica concordate fin nei dettagli con la Commissione Europea (pena il farsi a loro volta una impensabile fama di euroscettici tardivi). I berlusconiani, oltretutto, non potranno neanche contestare le misure fasciorazziste e/o bigotte che hanno sempre sostenuto di voler realizzare. Per il Pd (in cui sta per riconfluire anche la finta “sinistra” di LeU, specie se ne esce – come sembra – Renzi) si apre invece un sottilissimo spazio critico, quasi soltanto sui “diritti civili”.
Ma non sarà facile neanche questo. L’ultimo baluardo immaginario all’ondata di destra era stato individuato in Sergio Mattarella, incensato per aver domenica sera sbarrato al strada alla prima versione del governo Conte. Qualche furbo ha fatto breccia nel cuore di qualche ingenuo chiamando alla mobilitazione – oggi – in favore del Presidente della Repubblica. Chissà come saranno ridotti ora, nel vedere che le mosse di Mattarella non erano affatto motivate da un “rigurgito antifascista”, ma solo da un ferreo “comando europeista”. Ottenute le correzioni necessarie a “rassicurare i mercati”, infatti, ha approvato con un sorriso l’ingresso di Salvini al Viminale. In tempi di lacrime e sangue, un fasciorazzista alla guida della polizia può far comodo anche “all’Europa”...
A noi sembra chiaro che questa situazione, infine, brucia definitivamente ogni residuo spazio per immaginari “contenitori larghissimi” dai contorni vaghissimi, tutti giocati su qualche nome noto e senza forze sociali dietro.
C’è invece uno spazio enorme per esercitare – ma sul serio, non nei talk show – una opposizione sociale e politica che non fa sconti a nessuno e prova a costruire ex novo il “blocco sociale” popolare, fatto di tutte le figure sfruttate – in qualsiasi modo e con qualsiasi contratto lo siano – e con qualche idea finalmente chiara sui veri nemici che si trova di fronte: il piccolo capitale perdente di questo paese, ridotto a scommettere sui fasciorazzisti come ultima spiaggia, e il grande capitale finanziario e multinazionale, arroccato dietro le “istituzioni dell’Unione Europea”.
Facciamo sommessamente notare, ancora una volta, che questo governo è un compromesso tra fasciorazzismo ed europeismo, perfettamente equilibrato tra ministri politici di destra e tecnici di provata fedeltà comunitaria.
E’ ora di rendersi indipendenti da questa melma e alzarsi in piedi per camminare. Ci vediamo in piazza, a Roma, il 16 giugno, per la prima tappa.
Fonte
Sbrigativamente, Enzo Moavero Milanesi agli esteri ha il compito di tranquillizzare il resto della Ue sul fatto che l’Italia non darà strattoni insopportabili alla struttura comunitaria. Può garantirlo come silenzioso ex ministro delle politiche comunitarie nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, i più eterodiretti degli ultimi otto anni.
Giovanni Tria all’economia copre la casella più sensibile in modo sufficientemente elastico. Nella sua produzione recente, infatti, sposa a volte le critiche alla moneta unica (e alle politiche della Germania) avanzate da Paolo Savona ma, pur ritenendo l’uscita dall’euro una possibilità teorica, ha sempre considerato questa eventualità un rischio troppo alto, con troppe variabili negative. Ha scritto libri insieme a Renato Brunetta, quindi è ben visto negli ambienti berlusconiani, tanto da sposare l’ipotesi flat tax fin da tempi insospettabili, finanziandola con aumenti dell’Iva che andrebbero a ridurre sensibilmente i consumi popolari. Diciamo che la sua posizione nell’Eurogruppo – il consiglio dei ministri economici dell’eurozona – sarà un po’ meno sdraiata di quanto non sia stata quella di Padoan e predecessori, ma non così ruvida e “divisiva” quanto quella di Paolo Savona.
Quest’ultimo rappresenta da solo la piccola vittoria di Salvini sul piano del rapporto con l’Ue, visto che si insedia nel ministero apposito. Che non ha poteri decisionali autonomi, ma consente di trattare con l’Unione da una posizione – certamente meno forte che non il ministero dell’economia – sufficientemente fastidiosa nel sollevare problemi quando si sceglie di farlo.
Del resto, la tensione internazionale innescata dai dazi introdotti da Donald Trump anche su acciaio e alluminio europei (con contromisure che stanno per partire da Bruxelles) illumina la nascita di questo governo anche da altri punti di vista. Più d’uno, per esempio, ha sottolineato come l’impennata dello spread, martedì 29, sia stata frenata da massicci acquisti di titoli di stato italiani da parte di fondi di investimento statunitensi. Un modo per contenere la pressione dei “mercati europei” su un paese membro che potrebbe mostrarsi, ancora una volta, più suddito degli Stati Uniti che non della Germania merkeliana.
“Tecnica” anche Elisabetta Trenta, ex ufficiale dell’esercito, vicedirettrice dei master in intelligence e sicurezza presso l’università privata Link Campus; ha partecipato ad attività militari e civili in Italia e all’estero su incarico del ministero della Difesa. Un funzionario esperto, insomma, a cavallo tra funzioni militari e da servizi segreti, che pur essendo “in quota Cinque Stelle” costituisce col suo curriculum una garanzia sul fatto che l’internità al sistema Nato non subirà scostamenti neppure millimetrici.
Sistemate la Ue e la Nato, cosa resta? Tutti gli altri ministeri hanno implicazioni sostanzialmente “interne”. Se avranno le risorse, potranno cercare di realizzare almeno parti del “contratto di programma”, altrimenti dovranno cercare di prendere iniziative sostanzialmente pubblicitarie, a basso costo, ma spendibili nella propaganda.
Da questo punto di vista, ancora una volta, quello che sta messo peggio è Luigi Di Maio. Si è messo alla testa di tre ministeri accorpati in uno – sviluppo economico, lavoro e politiche sociali – nella speranza di poter tracciare qualcosa che somigli almeno alla lontana al “reddito di cittadinanza” tanto atteso al Sud. Non ci addentriamo qui nei dettagli della proposta originale (lo abbiamo fatto già più volte), ma qualsiasi iniziativa su questo terreno è una sicura fonte di spesa, tanto più grande quanto maggiore è la platea interessata (oltre 10 milioni di persone, almeno) e l’entità del “sostegno” immaginato.
Non ci vuole molto a immaginare che su questo fronte il ministro dell’economia, pressato dai 26 “colleghi” in quel di Bruxelles, avrà spesso facile gioco nel far calare le iniziative verso lo zero. In ogni caso, c’è poi Sergio Mattarella con la penna rossa in mano, pronto a cassare le proposte di legge con copertura finanziaria nulla, incerta o insufficiente.
Chi sta in una botte di ferro, all’apparenza, è Matteo Salvini. La “sicurezza” si può fare con pochi soldi aggiuntivi (10.000 poliziotti in più, pagati magari riducendo drasticamente le spese per l’accoglienza di migranti e profughi, non sono un costo insopportabile). Ed è fin troppo facile attendersi da subito iniziative “clamorose”, tipo l’espulsione immediata dell’immigrato spenna-piccioni postato ieri sulla sua pagina Fb poco prima di chiudere il patto con Di Maio e Mattarella...
Scherzi a parte, i comportamenti pratici delle cosiddette “forze dell’ordine” rischiano rapidamente di andare fuori controllo, e la sentenza assolutoria nel processo d’appello per l’uccisione di Giuseppe Uva – giunta proprio ieri – puzza lontano un miglio di “nuova cultura giuridica”.
Lo stesso si potrebbe dire per le “politiche della famiglia”, con minacce non velate di metter mano – reazionaria – alla legge sull’aborto e altri diritti civili (anche questi gratuiti, sul piano delle risorse finanziarie).
Lo schema logico è sempre lo stesso, però. Il compromesso con l’Unione Europea e la Nato facilita la neutralità dei “mercati” rispetto al nostro paese, ma al prezzo di politiche di bilancio completamente in linea con Bruxelles. Ossia con zero o quasi risorse per realizzare il “contratto di programma”; anzi, con tagli e “riforme” che dovrebbero andare in direzione completamente opposta (a cominciare dalle pensioni – ci chiedono di tagliare quelle di reversibilità, ricalcolcare anche quelle in essere con il metodo “contributivo”, riducendole così di brutto, ecc).
Sorge immediata, insomma, la necessità di “compensare” questa impossibilità di effettuare il promesso “cambiamento” con misure di grande impatto mediatico e psicologico, ma dal costo irrilevante. Il fasciorazzismo leghista, su questo fronte, ha un arsenale ben più vasto e “populista” della stucchevole litania grillina sui “vitalizi” (da cui verranno ricavati, a conti fatti, quattro spiccioli).
Questo governo ha comunque un vantaggio enorme, mai avuto da nessun governo precedente: non ha un’opposizione parlamentare credibile come alternativa. Né nell’immediato, né in prospettiva. Pd e berlusconiani, infatti, non potranno contestare misure di politica economica concordate fin nei dettagli con la Commissione Europea (pena il farsi a loro volta una impensabile fama di euroscettici tardivi). I berlusconiani, oltretutto, non potranno neanche contestare le misure fasciorazziste e/o bigotte che hanno sempre sostenuto di voler realizzare. Per il Pd (in cui sta per riconfluire anche la finta “sinistra” di LeU, specie se ne esce – come sembra – Renzi) si apre invece un sottilissimo spazio critico, quasi soltanto sui “diritti civili”.
Ma non sarà facile neanche questo. L’ultimo baluardo immaginario all’ondata di destra era stato individuato in Sergio Mattarella, incensato per aver domenica sera sbarrato al strada alla prima versione del governo Conte. Qualche furbo ha fatto breccia nel cuore di qualche ingenuo chiamando alla mobilitazione – oggi – in favore del Presidente della Repubblica. Chissà come saranno ridotti ora, nel vedere che le mosse di Mattarella non erano affatto motivate da un “rigurgito antifascista”, ma solo da un ferreo “comando europeista”. Ottenute le correzioni necessarie a “rassicurare i mercati”, infatti, ha approvato con un sorriso l’ingresso di Salvini al Viminale. In tempi di lacrime e sangue, un fasciorazzista alla guida della polizia può far comodo anche “all’Europa”...
A noi sembra chiaro che questa situazione, infine, brucia definitivamente ogni residuo spazio per immaginari “contenitori larghissimi” dai contorni vaghissimi, tutti giocati su qualche nome noto e senza forze sociali dietro.
C’è invece uno spazio enorme per esercitare – ma sul serio, non nei talk show – una opposizione sociale e politica che non fa sconti a nessuno e prova a costruire ex novo il “blocco sociale” popolare, fatto di tutte le figure sfruttate – in qualsiasi modo e con qualsiasi contratto lo siano – e con qualche idea finalmente chiara sui veri nemici che si trova di fronte: il piccolo capitale perdente di questo paese, ridotto a scommettere sui fasciorazzisti come ultima spiaggia, e il grande capitale finanziario e multinazionale, arroccato dietro le “istituzioni dell’Unione Europea”.
Facciamo sommessamente notare, ancora una volta, che questo governo è un compromesso tra fasciorazzismo ed europeismo, perfettamente equilibrato tra ministri politici di destra e tecnici di provata fedeltà comunitaria.
E’ ora di rendersi indipendenti da questa melma e alzarsi in piedi per camminare. Ci vediamo in piazza, a Roma, il 16 giugno, per la prima tappa.
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