Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/10/2018
Arrestato Mimmo Lucano, sindaco di Riace
Ci sono arresti che non possono proprio sembrare “normali”.
La Guardia di finanza stamattina ha arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. L’arresto è stato posto in essere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica. Disposto anche il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem.
Domenico Lucano è diventato più conosciuto di quanto non lo è qualsiasi sindaco di un paese del Mezzogiorno per una ragione semplice: ha proposto, con le modeste risorse di cui dispone quel comune e quel territorio, un autentico laboratorio dell’integrazione. Un modello che funziona, toglie l’humus ai conflitti su base etnica o “di colore”, fa non solo “convivere” ma cooperare persone con culture ed esperienze molto, ma molto diverse.
Il reato di “immigrazione clandestina” è un’invenzione di Bossi e Fini, ed è il classico reato che produce “crimine” là dove non c’è. Fuggire da un paese in guerra o alla fame per i mutamenti climatici (o per le ruberie di “classi dirigenti”, complici servizievoli delle imprese occidentali) non è infatti un “reato”, ma una eventualità esplicitamente ammessa dalla legislazione internazionale.
Come fa una legge a creare criminali? Rendendo le persone “colpevoli” per il solo fatto di esistere e vivere, a prescindere dai comportamenti che terranno una volta entrati in un paese. Creando dei “colpevoli” quella legge impedisce che le persone possano trovare lavoro, ospitalità, attività regolari. Le costringe a stare in mezzo a una strada, creando così problemi di convivenza che altrimenti non esisterebbero o avrebbero dimensioni quasi irrilevanti.
Il “modello Riace” ha rotto questo schema, suggerendo così possibilità di integrazione – oltretutto a costo quasi zero! – e suscitando l’odio implacabile dei fasciorazzisti ora al governo. Lucano è così entrato spesso in polemica anche con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che è arrivato a definirlo “uno zero”.
Attacchi e indagini non sono nati oggi. Una fiction Rai sul “modello Riace” (con Beppe Fiorello nei panni del sindaco) non è mai stata mandata in onda, nonostante Mimmo fosse stato inserito nella lista delle personalità “più influenti al mondo”. Un anno fa la stessa procura aveva iscritto Lucano nel registro degli indagati con le ipotesi di concussione e truffa: in quel caso gli veniva contestato il sistema dei bonus e delle borse lavoro assegnati “al di fuori delle regolari procedure”.
Lo sappiamo, molti di voi penseranno: “ma una procura come quella di Locri, in un territorio dove da decine di anni i sindaci finiscono in galera perché espressione diretta della ‘ndrangheta, dove latitanti e faide non mancano, non ha proprio nulla di più importante da indagare?” Evidentemente le “pressioni dall’alto” vanno in altra direzione...
E’ naturalmente sempre possibile che un amministratore locale costretto a fare i salti mortali alle prese con un bilancio asfittico – il “patto di stabilità” europeo scende a catena da Bruxelles fino all’ultimo municipio di montagna – possa sbagliare in qualche passaggio burocratico; ma non sfugge che in questo caso non si sta parlando di “arricchimento personale”. Proprio l’accensione dei riflettori sull’esperienza di Riace, del resto, ha reso quell’amministrazione una “casa di vetro” (cosa che invece non si può certo dire per la Lega, partito del ministro).
Questa “operazione Xenia” – anche i nomi scelti a volte sono rivelazioni – somiglia insomma più a un attacco politico che non a una vera inchiesta “al di sopra di ogni sospetto”.
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01/10/2018
Dopo diciassette anni, il RIS conferma: Serena Mollicone potrebbe essere morta nella stazione dei Carabinieri
Serena Mollicone sparisce ad Arce, in provincia di Frosinone, il primo giugno del 2001. Due giorni dopo, il suo cadavere viene ritrovato in un bosco. Un sacco sulla testa, piedi e mani legati da nastro adesivo e filo di ferro. Cosa avvenne alla diciottenne da allora, fino all’anno scorso, è rimasto un mistero. Molti indagati, tante prove del DNA ma nessun risultato.
Nel 2008 si suicida il brigadiere Santino Tuzi, in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Arce.
Qualche giorno prima del suicidio, l’uomo era stato ascoltato come “persona informata dei fatti” dalla Procura di Cassino.
Il suicidio di Tuzi può essere collegato alla morte di Serena Mollicone?
Da quello che è emerso l’anno scorso, e confermato qualche giorno fa, parrebbe proprio di si.
Nel 2016 sempre la Procura di Cassino decide di non archiviare il caso, chiedendo una riesumazione del cadavere che affida al LABANOF di Milano (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense).
Il risultato arriva dopo 21 mesi: la perizia sostiene che le ferite sulla testa della ragazza sono compatibili con delle tracce rinvenute su una porta della caserma di Arce.
A questo punto ad intervenire è il RIS, il reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri.
Il risultato di questa nuova perizia è arrivato nei giorni scorsi, e conferma di fatto quello del LABANOF.
Non solo le ferite alla testa della ragazza sono compatibili con le tracce rinvenute sulla porta della caserma, ma anche il nastro adesivo utilizzato per legarla proverrebbe dalla stazione dei militari di Arce.
Il risultato delle due perizie va quindi a confermare l’ipotesi investigativa della Procura, che sta indagando per omicidio volontario ed occultamento di cadavere il maresciallo Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, la moglie Anna ed il figlio Marco. Risultano indagati anche altri due militari per concorso morale, istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi e favoreggiamento.
Una storiaccia di cronaca, uno dei tanti “misteri italiani”, ma non c’è solo questo.
Se le ipotesi della procura fossero confermate, saremmo di fronte ad un orrendo delitto commesso da un rappresentante dello Stato, con la complicità e la connivenza di due colleghi per “solidarietà di corpo” forse, o per rapporti personali, oppure per interesse.
Una delle tante vicende che vanno a mettere in discussione il rapporto – che dovrebbe essere necessariamente fiduciario – tra le forze dell’ordine e la collettività.
Negli ultimi anni, grazie alle battaglie della madre di Federico Aldrovandi, di Ilaria Cucchi e di tanti altri, stanno emergendo – in modo evidente anche per l’opinione pubblica – una serie di storie che dicono la stessa cosa: in Italia c’è un problema di gestione, controllo, valutazione, formazione e modalità operative rispetto a chi viene scelto per gestire l’ordine pubblico.
Problema che la politica, centrodestra e centrosinistra indifferentemente, hanno quasi sempre derubricato parlando di “singoli che sbagliano”, “mele marce”, “errori e scelte personali”.
Che gli agenti siano esseri umani è un dato di fatto, e come tali non sono infallibili: però statisticamente quello che avviene appare eccessivo, per giustificare sempre tutto attribuendo al singolo la responsabilità.
Appare evidente che il problema è di sistema, ed è di vecchia data: come viene effettuata la selezione di donne e uomini che devono svolgere un compito così delicato? Come vengono valutate le loro attitudini anche morali? Il livello di sensibilità e cultura necessarie a confrontarsi con una società sottoposta a sempre maggiori tensioni, in cambiamento, sempre più arrabbiata e spaventata per le condizioni oggettive in cui vive (grazie alle scelte delle classi dirigenti – ndr).
La vicenda di Arce può essere letta come storia di cronaca nera, come esempio di devianza individuale, o come questione che ha rilevanza collettive, ennesimo esempio di una situazione che esiste e che va tenuta in considerazione da tutti.
Fonte
Nel 2008 si suicida il brigadiere Santino Tuzi, in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Arce.
Qualche giorno prima del suicidio, l’uomo era stato ascoltato come “persona informata dei fatti” dalla Procura di Cassino.
Il suicidio di Tuzi può essere collegato alla morte di Serena Mollicone?
Da quello che è emerso l’anno scorso, e confermato qualche giorno fa, parrebbe proprio di si.
Nel 2016 sempre la Procura di Cassino decide di non archiviare il caso, chiedendo una riesumazione del cadavere che affida al LABANOF di Milano (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense).
Il risultato arriva dopo 21 mesi: la perizia sostiene che le ferite sulla testa della ragazza sono compatibili con delle tracce rinvenute su una porta della caserma di Arce.
A questo punto ad intervenire è il RIS, il reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri.
Il risultato di questa nuova perizia è arrivato nei giorni scorsi, e conferma di fatto quello del LABANOF.
Non solo le ferite alla testa della ragazza sono compatibili con le tracce rinvenute sulla porta della caserma, ma anche il nastro adesivo utilizzato per legarla proverrebbe dalla stazione dei militari di Arce.
Il risultato delle due perizie va quindi a confermare l’ipotesi investigativa della Procura, che sta indagando per omicidio volontario ed occultamento di cadavere il maresciallo Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, la moglie Anna ed il figlio Marco. Risultano indagati anche altri due militari per concorso morale, istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi e favoreggiamento.
Una storiaccia di cronaca, uno dei tanti “misteri italiani”, ma non c’è solo questo.
Se le ipotesi della procura fossero confermate, saremmo di fronte ad un orrendo delitto commesso da un rappresentante dello Stato, con la complicità e la connivenza di due colleghi per “solidarietà di corpo” forse, o per rapporti personali, oppure per interesse.
Una delle tante vicende che vanno a mettere in discussione il rapporto – che dovrebbe essere necessariamente fiduciario – tra le forze dell’ordine e la collettività.
Negli ultimi anni, grazie alle battaglie della madre di Federico Aldrovandi, di Ilaria Cucchi e di tanti altri, stanno emergendo – in modo evidente anche per l’opinione pubblica – una serie di storie che dicono la stessa cosa: in Italia c’è un problema di gestione, controllo, valutazione, formazione e modalità operative rispetto a chi viene scelto per gestire l’ordine pubblico.
Problema che la politica, centrodestra e centrosinistra indifferentemente, hanno quasi sempre derubricato parlando di “singoli che sbagliano”, “mele marce”, “errori e scelte personali”.
Che gli agenti siano esseri umani è un dato di fatto, e come tali non sono infallibili: però statisticamente quello che avviene appare eccessivo, per giustificare sempre tutto attribuendo al singolo la responsabilità.
Appare evidente che il problema è di sistema, ed è di vecchia data: come viene effettuata la selezione di donne e uomini che devono svolgere un compito così delicato? Come vengono valutate le loro attitudini anche morali? Il livello di sensibilità e cultura necessarie a confrontarsi con una società sottoposta a sempre maggiori tensioni, in cambiamento, sempre più arrabbiata e spaventata per le condizioni oggettive in cui vive (grazie alle scelte delle classi dirigenti – ndr).
La vicenda di Arce può essere letta come storia di cronaca nera, come esempio di devianza individuale, o come questione che ha rilevanza collettive, ennesimo esempio di una situazione che esiste e che va tenuta in considerazione da tutti.
Fonte
Il Grande Gioco sino-pakistano. Ecco perché ci interessa e agita gli Usa
Karachi. C’è un nuovo «Great Game» in Asia che può cambiare gli equilibri mondiali. È il progetto di «Corridoio sino-pakistano», 60 miliardi di dollari in autostrade, ferrovie, porti, terminal petroliferi – che solleva gli entusiasmi nei palazzi del potere di Islamabad, Lahore e Karachi ma anche le preoccupazioni degli americani che vedono in questo piano strategico del presidente cinese Xi Jinping una sfida alla loro egemonia sulle rotte oceaniche e dei rifornimenti energetici.
I TONI SONO QUELLI di una svolta epocale. «L’amicizia tra Cina e Pakistan sarà eterna: il corridoio è una pietra miliare nelle relazioni bilaterali e per l’economia di tutta la regione», dice a Lahore nell’antico palazzo coloniale del Raj britannico il governatore del Punjab Mohammad Sarwar, un businessman di successo che prima di rinunciare alla cittadinanza inglese militò con i laburisti e fu anche il primo deputato musulmano del parlamento di Londra.
Non è da meno a Karachi il governatore del Sindh. Siamo nella città natale di Mohammed Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, sorto drammaticamente dalla partizione con l’India del 1947.
«Karachi è una città strategica per pakistani e cinesi, qui passa il 60% dell’economia, il 90% dell’import-export e a Gwadar ci sono i terminali del petrolio saudita e del gas del Qatar», sottolinea Imran Ismail, come Sarwar un altro uomo d’affari nominato dal nuovo premier Imran Khan, il leader del Movimento per la giustizia (Pti) che con le elezioni vinte nel luglio scorso guida «un governo del cambiamento», in alternativa alle tradizionali dinastie dei Bhutto e degli Sharif e in alleanza con partiti radicali musulmani.
Promette lotta alla corruzione e una sorta di welfare state islamico. «Nessun musulmano può dirsi tale se non crede che il profeta Maometto sia l’ultimo profeta», proclama il neo-premier usando gli argomenti dei partiti più radicali.
«Mio marito non è soltanto un politico ma un leader», dichiara la terza moglie di Imran Khan, una sorta di predicatrice sufi che nelle occasioni ufficiali si presenta con il niqab a coprire interamente il volto ma senza nascondere grandi ambizioni.
Centimetri di stoffa che misurano distanze storiche. «In questa università con 44mila studenti venti anni fa solo il 4% delle donne metteva il velo», dice Mohammed Ajmal Khan vice-rettore dell’Università statale di Karachi.
«E QUESTO – AGGIUNGE – lo dobbiamo anche all’influenza di Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita». La quale, naturalmente, come uno dei maggiori finanziatori del Pakistan, è il primo paese che Imran Khan ha chiamato a fare la sua parte nel progetto del secolo tra Pechino e Islamabad.
«Vogliamo lavorare al successo del Corridoio. Manderemo anche dei team in Cina per imparare come si allevia la povertà e si distribuiscono due pasti al giorno ai poveri», questo è il primo tweet inviato dopo la vittoria elettorale da Imran Khan, popolare capitano vincitore del mondiale di cricket nel ‘92.
Non è un caso che l’ex playboy, ormai devoto dell’Islam e che piace anche ai generali – i veri detentori del potere in Pakistan – abbia sottolineato in maniera così clamorosa i legami con la Cina.
«È stato il Pakistan che nel 1972 aprì la strada allo storico viaggio di Nixon in Cina proprio grazie ai nostri buoni rapporti con Pechino.
E ora i cinesi hanno deciso di stanziare 46 miliardi di dollari, il maggiore investimento straniero nella storia del Pakistan: questo significa in maniera concreta di come stanno cambiando gli equilibri internazionali, un messaggio anche per Washington», dice nel suo ufficio di Islamabad Ahmad Chaudry, direttore dell’Istituto di Studi Strategici.
CON GLI STATI UNITI non corre buon sangue. Il presidente Donald Trump non è soddisfatto della mancata collaborazione con Islamabad in Afghanistan e nella lotta al terrorismo, dimenticando che furono proprio gli Stati Uniti a volere che il Pakistan usasse i jihadisti, allora chiamati mujaheddin, per sconfiggere negli anni '80 l’Unione Sovietica che nel 1979 aveva occupato Kabul. Così Washington ha bloccato 300milioni di contributi alle forze armate pakistane e ora mette i bastoni tra le ruote a Islamabad che per risollevare la sua economia vorrebbe ricorrere ai prestiti del Fondo monetario.
Gli Stati Uniti si oppongono perché dicono che questi soldi andranno a rifondere i debiti del Pakistan con la Cina. E quando il segretario di Stato Mike Pompeo il 5 settembre è andato in visita a Islamabad il suo omologo pakistano non è neppure andato all’aeroporto a riceverlo.
LA RIPICCA DI POMPEO è stata una delle visite americane più brevi della storia: si è fermato solo due ore, giusto il tempo per una fugace stretta di mano al nuovo premier.
Sullo sfondo ci sono i rapporti con l’India che occupa dal 1947 metà del Kashmir: Washington in questi anni, anche con i contratti militari, ha palesemente favorito gli indiani. Una tensione perenne tra due Paesi con l’atomica in un’area nevralgica del mondo.
Perché gli americani sono cosi nervosi per l’influenza di Pechino in Pakistan? Il corridoio sino-pakistano è imperniato sul porto di Gwadar con cui la Cina intende aggirare lo Stretto di Malacca, riducendo di oltre 10 mila chilometri e 26 giorni la distanza marittima dagli strategici giacimenti di idrocarburi nella regione del Golfo. Con questo progetto la Cina si sottrae al controllo della marina americana che oggi, volendo, potrebbe chiudere quando vuole i rubinetti del rifornimento energetico cinese.
IL «CHINA-PAKISTAN Economic Corridor» (Cpsc) prevede entro il 2030 una rete imponente di infrastrutture, comprese quelle energetiche, che collegheranno il porto pachistano di Gwadar con la città di Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang, a 3.200 chilometri di distanza.
Gwadar si affaccia sull’Oceano Indiano, sulle rotte del 44% per cento delle importazioni di greggio di Pechino (ma anche del 66% dell’India e del 75% del Giappone). Pechino non ha sbocchi sul Mare Arabico, una spina nel fianco per il paese perché gran parte delle merci in uscita ed entrata via mare devono attraversare l’Oceano Indiano e incunearsi nello Stretto di Malacca per raggiungere i porti del Mar cinese meridionale. Attraverso lo Stretto passano ogni giorno sulle petroliere oltre dieci milioni di barili di greggio.
IL CORRIDOIO FERROVIARIO e stradale destinato a collegare Kashgar con Gwadar cambia drasticamente la situazione: i container potrebbero raggiungere le coste del Pakistan via terra evitando lo Stretto. Oggi una portacontainer impiega 45 giorni dalla Cina al Medio Oriente mentre dal porto di Gwadar ne servono dieci. L’iniziativa si inserisce nella strategia cinese definita «filo di perle» che consiste nel consolidare partnership strategiche con gli stati asiatici piazzando capisaldi lungo una linea marittima che collega il Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala e poi all’Oceano Indiano e al Mar Rosso. Pechino ha insediato distaccamenti in porti tailandesi e birmani, nello Sri Lanka, in Bangladesh e a Gwadar in Pakistan.
GLI ACCORDI DEL PAKISTAN con la Cina segnalano le profonde trasformazioni in corso nell’ordine mondiale: ecco perché negli Stati Uniti il nuovo «Grande Gioco» asiatico viene considerato una sfida diretta alla superpotenza americana.
Fonte
I TONI SONO QUELLI di una svolta epocale. «L’amicizia tra Cina e Pakistan sarà eterna: il corridoio è una pietra miliare nelle relazioni bilaterali e per l’economia di tutta la regione», dice a Lahore nell’antico palazzo coloniale del Raj britannico il governatore del Punjab Mohammad Sarwar, un businessman di successo che prima di rinunciare alla cittadinanza inglese militò con i laburisti e fu anche il primo deputato musulmano del parlamento di Londra.
Non è da meno a Karachi il governatore del Sindh. Siamo nella città natale di Mohammed Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan, sorto drammaticamente dalla partizione con l’India del 1947.
«Karachi è una città strategica per pakistani e cinesi, qui passa il 60% dell’economia, il 90% dell’import-export e a Gwadar ci sono i terminali del petrolio saudita e del gas del Qatar», sottolinea Imran Ismail, come Sarwar un altro uomo d’affari nominato dal nuovo premier Imran Khan, il leader del Movimento per la giustizia (Pti) che con le elezioni vinte nel luglio scorso guida «un governo del cambiamento», in alternativa alle tradizionali dinastie dei Bhutto e degli Sharif e in alleanza con partiti radicali musulmani.
Promette lotta alla corruzione e una sorta di welfare state islamico. «Nessun musulmano può dirsi tale se non crede che il profeta Maometto sia l’ultimo profeta», proclama il neo-premier usando gli argomenti dei partiti più radicali.
«Mio marito non è soltanto un politico ma un leader», dichiara la terza moglie di Imran Khan, una sorta di predicatrice sufi che nelle occasioni ufficiali si presenta con il niqab a coprire interamente il volto ma senza nascondere grandi ambizioni.
Centimetri di stoffa che misurano distanze storiche. «In questa università con 44mila studenti venti anni fa solo il 4% delle donne metteva il velo», dice Mohammed Ajmal Khan vice-rettore dell’Università statale di Karachi.
«E QUESTO – AGGIUNGE – lo dobbiamo anche all’influenza di Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita». La quale, naturalmente, come uno dei maggiori finanziatori del Pakistan, è il primo paese che Imran Khan ha chiamato a fare la sua parte nel progetto del secolo tra Pechino e Islamabad.
«Vogliamo lavorare al successo del Corridoio. Manderemo anche dei team in Cina per imparare come si allevia la povertà e si distribuiscono due pasti al giorno ai poveri», questo è il primo tweet inviato dopo la vittoria elettorale da Imran Khan, popolare capitano vincitore del mondiale di cricket nel ‘92.
Non è un caso che l’ex playboy, ormai devoto dell’Islam e che piace anche ai generali – i veri detentori del potere in Pakistan – abbia sottolineato in maniera così clamorosa i legami con la Cina.
«È stato il Pakistan che nel 1972 aprì la strada allo storico viaggio di Nixon in Cina proprio grazie ai nostri buoni rapporti con Pechino.
E ora i cinesi hanno deciso di stanziare 46 miliardi di dollari, il maggiore investimento straniero nella storia del Pakistan: questo significa in maniera concreta di come stanno cambiando gli equilibri internazionali, un messaggio anche per Washington», dice nel suo ufficio di Islamabad Ahmad Chaudry, direttore dell’Istituto di Studi Strategici.
CON GLI STATI UNITI non corre buon sangue. Il presidente Donald Trump non è soddisfatto della mancata collaborazione con Islamabad in Afghanistan e nella lotta al terrorismo, dimenticando che furono proprio gli Stati Uniti a volere che il Pakistan usasse i jihadisti, allora chiamati mujaheddin, per sconfiggere negli anni '80 l’Unione Sovietica che nel 1979 aveva occupato Kabul. Così Washington ha bloccato 300milioni di contributi alle forze armate pakistane e ora mette i bastoni tra le ruote a Islamabad che per risollevare la sua economia vorrebbe ricorrere ai prestiti del Fondo monetario.
Gli Stati Uniti si oppongono perché dicono che questi soldi andranno a rifondere i debiti del Pakistan con la Cina. E quando il segretario di Stato Mike Pompeo il 5 settembre è andato in visita a Islamabad il suo omologo pakistano non è neppure andato all’aeroporto a riceverlo.
LA RIPICCA DI POMPEO è stata una delle visite americane più brevi della storia: si è fermato solo due ore, giusto il tempo per una fugace stretta di mano al nuovo premier.
Sullo sfondo ci sono i rapporti con l’India che occupa dal 1947 metà del Kashmir: Washington in questi anni, anche con i contratti militari, ha palesemente favorito gli indiani. Una tensione perenne tra due Paesi con l’atomica in un’area nevralgica del mondo.
Perché gli americani sono cosi nervosi per l’influenza di Pechino in Pakistan? Il corridoio sino-pakistano è imperniato sul porto di Gwadar con cui la Cina intende aggirare lo Stretto di Malacca, riducendo di oltre 10 mila chilometri e 26 giorni la distanza marittima dagli strategici giacimenti di idrocarburi nella regione del Golfo. Con questo progetto la Cina si sottrae al controllo della marina americana che oggi, volendo, potrebbe chiudere quando vuole i rubinetti del rifornimento energetico cinese.
IL «CHINA-PAKISTAN Economic Corridor» (Cpsc) prevede entro il 2030 una rete imponente di infrastrutture, comprese quelle energetiche, che collegheranno il porto pachistano di Gwadar con la città di Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang, a 3.200 chilometri di distanza.
Gwadar si affaccia sull’Oceano Indiano, sulle rotte del 44% per cento delle importazioni di greggio di Pechino (ma anche del 66% dell’India e del 75% del Giappone). Pechino non ha sbocchi sul Mare Arabico, una spina nel fianco per il paese perché gran parte delle merci in uscita ed entrata via mare devono attraversare l’Oceano Indiano e incunearsi nello Stretto di Malacca per raggiungere i porti del Mar cinese meridionale. Attraverso lo Stretto passano ogni giorno sulle petroliere oltre dieci milioni di barili di greggio.
IL CORRIDOIO FERROVIARIO e stradale destinato a collegare Kashgar con Gwadar cambia drasticamente la situazione: i container potrebbero raggiungere le coste del Pakistan via terra evitando lo Stretto. Oggi una portacontainer impiega 45 giorni dalla Cina al Medio Oriente mentre dal porto di Gwadar ne servono dieci. L’iniziativa si inserisce nella strategia cinese definita «filo di perle» che consiste nel consolidare partnership strategiche con gli stati asiatici piazzando capisaldi lungo una linea marittima che collega il Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala e poi all’Oceano Indiano e al Mar Rosso. Pechino ha insediato distaccamenti in porti tailandesi e birmani, nello Sri Lanka, in Bangladesh e a Gwadar in Pakistan.
GLI ACCORDI DEL PAKISTAN con la Cina segnalano le profonde trasformazioni in corso nell’ordine mondiale: ecco perché negli Stati Uniti il nuovo «Grande Gioco» asiatico viene considerato una sfida diretta alla superpotenza americana.
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Medio Oriente - Torna il Consiglio di Cooperazione del Golfo?
di Francesca La Bella
A più di un anno dall’inizio della crisi, i Ministri degli esteri dei
Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) si sono ritrovati
allo stesso tavolo per discutere del futuro della loro alleanza.
L’incontro di New York, svoltosi a margine dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite e guidato dalla mediazione del Segretario di Stato USA
Mike Pompeo, ha visto la partecipazione, al fianco dei sei Paesi CCG,
dei rappresentanti di Egitto e Giordania. Un tentativo di dare
nuova linfa ad una organizzazione che sembrava aver segnato la propria
fine con il rifiuto del Qatar di sottostare alle richieste di Arabia
Saudita ed alleati, grazie alla guida di alcuni Paesi forti dell’area ed alla supervisione statunitense.
Viene, però, da chiedersi “perché ora?”. Le relazioni tra i Paesi della penisola arabica non
sembrano essere radicalmente mutate, né il ribelle Qatar sembra pronto a
fare un passo indietro adeguandosi alla linea dettata da Riyadh.
Le dichiarazioni dei due principali contendenti sembrano, infatti,
andare in direzione contraria ad un tentativo di riconciliazione. Poche
ore dopo il meeting, il Ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed
bin Abdulrahman Al Thani, ha sottolineato come permanga una situazione
di stallo e come il perdurare del blocco nei confronti di Doha da parte
dell’Arabia Saudita mini ogni possibilità di ripresa dell’alleanza
regionale. Al Thani ha, inoltre, dichiarato che, attualmente, il
Consiglio di Cooperazione del Golfo è paralizzato ed incapace di
riprendere il proprio lavoro. Pochi giorni prima il Ministro degli
Esteri dell’Arabia Saudita, Adel al-Jubeir, aveva, invece, sottolineato
come Riyad e le altre nazioni promotrici del blocco fossero disposte a
mantenersi intransigenti anche per decenni fino alla definitiva
soddisfazione delle richieste da parte di Doha. All’orizzonte
non sembra, dunque, prefigurarsi una pacifica soluzione della questione
che lasci entrambe le parti soddisfatte dalla mediazione ed, allo stesso
modo, gli altri Paesi CCG non sembrano pronti a caricarsi sulle spalle
l’onere di una difficile riconciliazione.
La diversità di fase potrebbe, dunque, essere determinata più dall’esterno che dall’interno. Gli
Stati Uniti potrebbero, infatti, essere particolarmente interessati ad
un congelamento della crisi in vista della creazione della Middle East
Strategic Alliance (MESA). Una sorta di “NATO araba” in funzione di
contenimento dell’influenza iraniana che comprenderebbe Arabia
Saudita, Bahrain, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti e Kuwait oltre a
Egitto, Giordania e Marocco. Un progetto di ampio respiro che ambisce a
contrastare l’iniziativa politica di Teheran nel Golfo Persico e
nell’intero Medioriente, rafforzando l’effetto destabilizzante delle
sanzioni economiche. Dal punto di vista statunitense, il blocco nei
confronti del Qatar, per quanto probabilmente considerato più che
legittimo, rischia di favorire l’Iran ed indebolisce la capacità di
Washington di definire la propria politica nell’area. Una creazione come
la MESA potrebbe, inoltre, permettere all’amministrazione Trump di
ridefinire le proprie relazioni con alcuni Paesi mediorientali. Imponendo
la propria mediazione, gli USA sperano, infatti, di riprendere le
redini di un rapporto che negli anni è mutato portando alcune potenze
d’area a cercare di, e in alcuni casi a riuscire a, emanciparsi dalla
guida statunitense. E’ questo sicuramente il caso dell’Egitto, ma anche
l’Arabia Saudita sembra aver intrapreso un percorso per provare a
seguire una propria politica d’area totalmente indipendente e tesa
all’esclusiva difesa degli interessi nazionali.
Indice di questo contrasto è, ad
esempio, l’acceso dibattito in merito al prezzo del petrolio. A fronte
del rifiuto saudita e degli altri membri OPEC di aumentare la produzione
di petrolio per indurre un abbassamento del prezzo di mercato che ha
ormai superato gli 80 dollari al barile, Trump ha preso parola
all’Assemblea Generale tuonando contro l’irresponsabile rifiuto e ha
tenuto a sottolineare che gli Stati Uniti “difendono molti dei
Paesi OPEC senza chiedere nulla in cambio, ma che questi ricambiano
prendendosi i vantaggi di un alto prezzo del petrolio”. Un atto
di accusa chiaramente diretto a colpire il tradizione alleato saudita
che acquista ancor maggiore significato alla luce dell’incontro CCG di
poco successivo. Un do ut des a cui Riyad non è detto che voglia
aderire.
Quel pasticciaccio del decreto Genova
A 46 giorni dal crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto, entra in vigore il decreto per Genova, con la firma del presidente Sergio Mattarella e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Il governo fa filtrare il nome del super commissario straordinario che sarà chiamato a guidare la ricostruzione, la cui nomina avverrà a stretto giro con un decreto del premier Giuseppe Conte: Claudio Andrea Gemme.
L’informazione mainstream fornisce una biografia del commissario straordinario che ricalca più lo stile agiografico con cui venivano narrate le vite dei santi che una descrizione “asettica” del suo operato, omettendo alcuni particolari rilevanti di questo uomo cardine della trama di poteri politico-economici della Seconda Repubblica.
Non stupisce che sia stato Edoardo Rixi, il sottosegretario leghista alle infrastrutture a definirlo un professionista capace e conosce bene Genova.
Gemme era uno dei “papabili” candidati sindaco per il centro-destra a Genova alle precedenti elezioni amministrative avvenute un anno e mezzo fa, per cui è stato selezionato un profilo “simile”, quello dell’attuale sindaco Bucci proveniente dall'imprenditoria che è stato “imposto” dalla Lega a tutto il centro-destra.
Pochi mesi prima, nel gennaio del 2017, era stato candidato per essere presidente della Confindustria locale.
Gemma è un uomo della Lega Nord, che si è fatto notare pubblicamente già nella primavera del 2008 come vicino a questa formazione politica, e per la precisione “un uomo” di Roberto Castelli e quindi legato a tutto ciò che ha significato questa figura per il peso del Carroccio nell’economia nazionale e nei territori dove governava da tempo nell’Italia Settentrionale.
Nel luglio 2008 Tremonti affida al manager di Ansaldo Sistemi Integrati, un ruolo ai vertici della società del Tesoro che gestisce l’anagrafe tributaria, la Sogei.
Ma è un anno dopo che la carriera di Gemme fa “un salto di qualità”. Nell’agosto del 2009 viene infatti scelto dal Ministero dell’Economia, insieme a Pietro Cucci, Giuseppe Cerruti, Bortolo Mainardi e Giuseppe Spampinato per entrare nel Consiglio d’Amministrazione di ANAS per 3 anni.
È bene ricordare come le inchieste del 2016 sulla “Dama Nera” dell’ANAS Antonella Accroglianò, ex dirigente dell’Ente, abbiano portato alla luce il sistema di spartizione politica delle poltrone di ANAS e il malaffare della concessione degli appalti che, se non hanno toccato direttamente Gemme, hanno di fatto aperto il “vaso di pandora” sulla gestione dell’Ente costruttore di strade.
A Gemme spetta un compito molto delicato, che è quello del lancio della Società sul piano internazionale per cui diviene coordinatore del ramo che gestiste le operazioni internazionali sul fronte della “costruzione” di infrastrutture viarie.
Le mire del gruppo si concentrano su Algeria, Iraq e Libia, proprio il Paese che nel 2011 subirà l’escalation della guerra civile e dell’intervento internazionale “a guida” anglo-francese.
L’affare più importante per ANAS è la costruzione dell’autostrada Ras Adir-Emsaad che attraversa il Paese Libico dai confini con la Tunisia a ovest fino ai confini con l’Egitto a Est, un opera del valore stimato di circa 3 miliardi di dollari, per una autostrada di quasi 2000 km da costruire in vent’anni con il primo dei 4 lotti, del valore di 815 milioni, affidato alla Maltauro, ditta famosa tra l’altro per l’edificazione della villa del di Silvio Berlusconi in un paradiso turistico.
L’autostrada, che è figlia del trattato del 2008, in cui l’Italia riconosce le proprie responsabilità coloniali e si impegna a “compensare” ciò che ha fatto nel Paese africano, è un gigantesco affare in cui entrano gradi player delle costruzioni italiani, tra cui Impregilo, uno dei fiori all’occhiello della strategia di penetrazione del Bel Paese in Africa.
ANAS diventa advisor con compiti complessi e avrebbe dovuto svolgere ruoli delicati dell’intera attività, essendo General Contractor, con funzione di pianificazione dei progetti, la loro convalidazione, la realizzazione di gare d’appalto e l’alta sorveglianza dei lavori.
Al centro dell’intera operazione c’è Gemme, che è un referente della Lega, ma i sogni del big business nostrano sfumano con l’inizio della “guerra civile” che è ancora in corso, e che vede proprio allora nel personale politico del Carroccio una delle voci più “critiche” nel corso che stava prendendo la piega degli eventi con l’escalation bellica non certo per fini umanitari.
Su quanti e quali fossero gli affari italiani in Libia e a che cordate politiche fossero legati esiste una vasta letteratura, come sui legami che si andavano “infittendo” tra il governo italiano e il sistema di potere libico che ora è un bene rimuovere dal dibattito pubblico, specie se figure centrali di quella configurazione di rapporti si apprestano ad avere ruoli chiavi nella politica attuale: immaginarsi poi andare ad indagare su come siano state ottenute tali commesse per ANAS che prevalse nel ruolo di Advisor.
Da allora naturalmente, Gemme, uomo del blocco di potere politico-economico, ha assunto altri ruoli di primo piano, che ne fanno un figura chiave dell’establishment e che ora vengono sbandierati come ottimi requisiti per gestire questo “business”.
Come riporta il Sole 24 Ore di sabato 29 settembre, parlando del decreto: “Secondo il provvedimento – 46 articoli che valgono in tutto 645 milioni, di cui 360 fino al 2029 come garanzie pubblica per il rifacimento del viadotto – il commissario avrà un ruolo cruciale: opererà in deroga a ogni disposizione di legge extrapenale, fatti salvi i vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’UE, e affiderà i lavori con una procedura negoziata senza previa pubblicazione”.
Un potere immenso e preoccupante, come avevamo avuto modo di sottolineare in un intervento precedente ad un mese dal crollo del ponte.
Il business della “ricostruzione” e la salvaguardia degli interessi imprenditoriali sono le vere priorità del disegno politico che sta dietro al decreto, che è stato teatro di uno scontro duro tra i vari interessi economici e i propri referenti politici consumato sulla pelle dei genovesi, partorendo un sistema di lottizzazione teso ad una spartizione della torta in grado di creare meno malumori possibili.
La creazioni di una Zona Logistica Semplificata che arriva fino alla Lombardia (Melzo) e all’Emilia (Piacenza) e della Zona Economica Speciale, sul modello di quelle approvate per il porto di Napoli e Gioia Tauro andranno indagate con cura, sebbene indiscrezioni che abbiamo riportato in una analisi precedente sovra-citata indicassero quale scenario aprissero.
Certamente Genova cambierà volto, ma non nel senso auspicato dai suoi cittadini, ed occorrerà vigliare non poco sulle conseguenze che il decreto porterà con se...
Autostrade per l’Italia, anche se è ritenuta “responsabile dell’evento”, e quindi esclusa dalla ricostruzione dello stesso, non pagherà per il disastro: se entro 30 giorni dalla richiesta del Commissario, il versamento della somma per la ricostruzione del viadotto non sarà effettuata, scatterà un fondo di garanzia pubblico e/o privato (con relativi interessi) che ne garantirà il finanziamento e cui il decreto ha dato copertura.
Chi ricostruirà il Ponte ancora nessuno lo sa. Fincantieri non ha i requisiti necessari per la qualificazione OG3, ma potrebbe essere a capo di una cordata di imprese, in cui potrebbe essere coinvolto solo nella fornitura dell’infrastruttura in acciaio e nel project management, senza essere coinvolta in altre attività. La Pizzarotti si è detta interessata anche nel caso di un Pivot pubblico...
La concessione, che sta seguendo un iter standard della revoca già avviato dal governo ad agosto, teoricamente durerà fino al 2038.
Nell’aprile di quest’anno Delrio aveva concordato con la UE una proroga 2038-2042 per finanziare la Gronda ma l’atto integrativo è fermo.
Stiamo parlando di una società di cui vogliamo mettere in evidenza due dati.
Ha macinato profitti extra, dal 10% a più del 18% a seconda degli anni, perché le stime del traffico sono state sempre inferiori a quelle reali e appellandosi ad una clausola del contratto di concessione che gli permette di “recuperare” le perdite nell’unico anno che ha visto un decremento del traffico a causa dell’impatto della crisi mondiale sull’Italia non ha mai restituito l’extra-gettito che teoricamente doveva alimentare un fondo attraverso il quale lo stato ogni cinque anni doveva recuperare il gap.
Particolare non irrilevante, non ha mai alzato le stime del traffico dal 2013 nonostante questo crescesse costantemente ogni anno.
Solo nel 2017 i ricavi da pedaggio “reali” erano pari a 3.321 milioni di euro, contro i 2.856 “stimati” con un più 16,3% – si noti che la stima era pressoché identica alla realtà del 2013!
“Ma alla fine, la libera impresa dov’è?”, si chiede, Laura Serafini, giornalista del Sole 24 Ore in un articolo del 20 settembre in cui viene analizzata la concessione ed i bilanci della società.
E se se lo domanda perfino il giornale di Confindustria...
La fine del braccio di ferro dell’ex ministro delle infrastrutture Di Pietro sugli extra-profitti di Autostrade, ingaggiato nel 2006, ma non della “storia” della concessione, avviene con una convezione “anomala” in quanto approvata per legge nel 2008, successiva all’esito di un contenzioso finito alla UE, che si è espressa a favore della tutela dei diritti acquisiti del Privato.
L’Unione Europea ha difeso l’operato di Autostrade, il governo Berlusconi l’ha suggellato e nel 2013 un Decreto Ministeriale del ministro Lupi ha approvato l’atto aggiuntivo ora vigente.
Nel testo di più di duecento pagine compilato dalla commissione ispettiva del MIT riguardo alla gestione di Autostrade emerge un aspetto rilevante.
Stando ai dati, risulta che dal 1982 ad oggi l’importo per i lavori strutturali del ponte sono stati pari a 24 milioni 610 mila 500 euro. Colpisce che il 98% di questa somma è stata spesa prima del 1999 (anno della privatizzazione della rete autostradale). Da quell’anno in poi Aspi ha investito sul ponte Morandi il 2% delle somme complessive. Nel dettaglio, in 19 anni – dal 1999 ad agosto 2018 – sono stati spesi 23mila euro annui, per un totale di 470 mila euro.
Sì avete capito bene, alla luce dell’extra-gettito ottenuto con stime ribassate del traffico e mai restituite ad un sistema di potere che gli garantiva una rendita sicura, per un monopolio naturale che potrebbe terminare nel 2038, ASPI ha speso per la manutenzione di un ponte costruito a metà degli anni '60, l’equivalente del costo di un lussuoso bilocale nel centro cittadino della Superba...
Nel corso delle indagini stanno emergendo le varie e reiterate richieste di monitoraggio ed interventi rilevanti da parte di varie aziende “preposte” alle verifiche del tutto inascoltate.
Nel documento di 225 pagine, acquisito dalla Procura della Repubblica emergono, come riportato da Ivan Cimmarusti, nel Sole 24 Ore di mercoledì 26 settembre: “procedure di controllo strutturale inadeguate, documenti sulla situazione della sicurezza di cui non ci sarebbe traccia, investimenti per lavori ridotti all’osso e verifiche sul progetto di restauro affidate ad una società priva dei requisiti previsti dalla legge”.
Appare evidente che l’unica soluzione concreta plausibile, alla luce di quanto verificato, sia la nazionalizzazione, mentre la strada del governo si orienta verso un lungo contenzioso che di fatto rischia di non cambiare di una virgola la situazione di un monopolio naturale che ha dimostrato la sua tragica inefficienza, il suo cinismo cronico nell’intascare extra-profitti, senza avere la minima cura della manutenzione e senza che gli attori politici in campo muovessero un dito per impedire che questo si tramutasse nella catastrofe del 14 agosto.
Anche per questo, ci serve un popolo nelle strade ad iniziare dalla manifestazione del 20 ottobre a Roma promossa dall’Unione Sindacale di Base, Potere Al Popolo e altri movimenti e forze politico-sociali, per costruire una opposizione sociale che costruisca una alternativa di sistema che “rompa” con tutto ciò che è stata la gestione dei beni pubblici fino ad ora.
Fonte
Il governo fa filtrare il nome del super commissario straordinario che sarà chiamato a guidare la ricostruzione, la cui nomina avverrà a stretto giro con un decreto del premier Giuseppe Conte: Claudio Andrea Gemme.
L’informazione mainstream fornisce una biografia del commissario straordinario che ricalca più lo stile agiografico con cui venivano narrate le vite dei santi che una descrizione “asettica” del suo operato, omettendo alcuni particolari rilevanti di questo uomo cardine della trama di poteri politico-economici della Seconda Repubblica.
Non stupisce che sia stato Edoardo Rixi, il sottosegretario leghista alle infrastrutture a definirlo un professionista capace e conosce bene Genova.
Gemme era uno dei “papabili” candidati sindaco per il centro-destra a Genova alle precedenti elezioni amministrative avvenute un anno e mezzo fa, per cui è stato selezionato un profilo “simile”, quello dell’attuale sindaco Bucci proveniente dall'imprenditoria che è stato “imposto” dalla Lega a tutto il centro-destra.
Pochi mesi prima, nel gennaio del 2017, era stato candidato per essere presidente della Confindustria locale.
Gemma è un uomo della Lega Nord, che si è fatto notare pubblicamente già nella primavera del 2008 come vicino a questa formazione politica, e per la precisione “un uomo” di Roberto Castelli e quindi legato a tutto ciò che ha significato questa figura per il peso del Carroccio nell’economia nazionale e nei territori dove governava da tempo nell’Italia Settentrionale.
Nel luglio 2008 Tremonti affida al manager di Ansaldo Sistemi Integrati, un ruolo ai vertici della società del Tesoro che gestisce l’anagrafe tributaria, la Sogei.
Ma è un anno dopo che la carriera di Gemme fa “un salto di qualità”. Nell’agosto del 2009 viene infatti scelto dal Ministero dell’Economia, insieme a Pietro Cucci, Giuseppe Cerruti, Bortolo Mainardi e Giuseppe Spampinato per entrare nel Consiglio d’Amministrazione di ANAS per 3 anni.
È bene ricordare come le inchieste del 2016 sulla “Dama Nera” dell’ANAS Antonella Accroglianò, ex dirigente dell’Ente, abbiano portato alla luce il sistema di spartizione politica delle poltrone di ANAS e il malaffare della concessione degli appalti che, se non hanno toccato direttamente Gemme, hanno di fatto aperto il “vaso di pandora” sulla gestione dell’Ente costruttore di strade.
A Gemme spetta un compito molto delicato, che è quello del lancio della Società sul piano internazionale per cui diviene coordinatore del ramo che gestiste le operazioni internazionali sul fronte della “costruzione” di infrastrutture viarie.
Le mire del gruppo si concentrano su Algeria, Iraq e Libia, proprio il Paese che nel 2011 subirà l’escalation della guerra civile e dell’intervento internazionale “a guida” anglo-francese.
L’affare più importante per ANAS è la costruzione dell’autostrada Ras Adir-Emsaad che attraversa il Paese Libico dai confini con la Tunisia a ovest fino ai confini con l’Egitto a Est, un opera del valore stimato di circa 3 miliardi di dollari, per una autostrada di quasi 2000 km da costruire in vent’anni con il primo dei 4 lotti, del valore di 815 milioni, affidato alla Maltauro, ditta famosa tra l’altro per l’edificazione della villa del di Silvio Berlusconi in un paradiso turistico.
L’autostrada, che è figlia del trattato del 2008, in cui l’Italia riconosce le proprie responsabilità coloniali e si impegna a “compensare” ciò che ha fatto nel Paese africano, è un gigantesco affare in cui entrano gradi player delle costruzioni italiani, tra cui Impregilo, uno dei fiori all’occhiello della strategia di penetrazione del Bel Paese in Africa.
ANAS diventa advisor con compiti complessi e avrebbe dovuto svolgere ruoli delicati dell’intera attività, essendo General Contractor, con funzione di pianificazione dei progetti, la loro convalidazione, la realizzazione di gare d’appalto e l’alta sorveglianza dei lavori.
Al centro dell’intera operazione c’è Gemme, che è un referente della Lega, ma i sogni del big business nostrano sfumano con l’inizio della “guerra civile” che è ancora in corso, e che vede proprio allora nel personale politico del Carroccio una delle voci più “critiche” nel corso che stava prendendo la piega degli eventi con l’escalation bellica non certo per fini umanitari.
Su quanti e quali fossero gli affari italiani in Libia e a che cordate politiche fossero legati esiste una vasta letteratura, come sui legami che si andavano “infittendo” tra il governo italiano e il sistema di potere libico che ora è un bene rimuovere dal dibattito pubblico, specie se figure centrali di quella configurazione di rapporti si apprestano ad avere ruoli chiavi nella politica attuale: immaginarsi poi andare ad indagare su come siano state ottenute tali commesse per ANAS che prevalse nel ruolo di Advisor.
Da allora naturalmente, Gemme, uomo del blocco di potere politico-economico, ha assunto altri ruoli di primo piano, che ne fanno un figura chiave dell’establishment e che ora vengono sbandierati come ottimi requisiti per gestire questo “business”.
Come riporta il Sole 24 Ore di sabato 29 settembre, parlando del decreto: “Secondo il provvedimento – 46 articoli che valgono in tutto 645 milioni, di cui 360 fino al 2029 come garanzie pubblica per il rifacimento del viadotto – il commissario avrà un ruolo cruciale: opererà in deroga a ogni disposizione di legge extrapenale, fatti salvi i vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’UE, e affiderà i lavori con una procedura negoziata senza previa pubblicazione”.
Un potere immenso e preoccupante, come avevamo avuto modo di sottolineare in un intervento precedente ad un mese dal crollo del ponte.
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Il business della “ricostruzione” e la salvaguardia degli interessi imprenditoriali sono le vere priorità del disegno politico che sta dietro al decreto, che è stato teatro di uno scontro duro tra i vari interessi economici e i propri referenti politici consumato sulla pelle dei genovesi, partorendo un sistema di lottizzazione teso ad una spartizione della torta in grado di creare meno malumori possibili.
La creazioni di una Zona Logistica Semplificata che arriva fino alla Lombardia (Melzo) e all’Emilia (Piacenza) e della Zona Economica Speciale, sul modello di quelle approvate per il porto di Napoli e Gioia Tauro andranno indagate con cura, sebbene indiscrezioni che abbiamo riportato in una analisi precedente sovra-citata indicassero quale scenario aprissero.
Certamente Genova cambierà volto, ma non nel senso auspicato dai suoi cittadini, ed occorrerà vigliare non poco sulle conseguenze che il decreto porterà con se...
Autostrade per l’Italia, anche se è ritenuta “responsabile dell’evento”, e quindi esclusa dalla ricostruzione dello stesso, non pagherà per il disastro: se entro 30 giorni dalla richiesta del Commissario, il versamento della somma per la ricostruzione del viadotto non sarà effettuata, scatterà un fondo di garanzia pubblico e/o privato (con relativi interessi) che ne garantirà il finanziamento e cui il decreto ha dato copertura.
Chi ricostruirà il Ponte ancora nessuno lo sa. Fincantieri non ha i requisiti necessari per la qualificazione OG3, ma potrebbe essere a capo di una cordata di imprese, in cui potrebbe essere coinvolto solo nella fornitura dell’infrastruttura in acciaio e nel project management, senza essere coinvolta in altre attività. La Pizzarotti si è detta interessata anche nel caso di un Pivot pubblico...
La concessione, che sta seguendo un iter standard della revoca già avviato dal governo ad agosto, teoricamente durerà fino al 2038.
Nell’aprile di quest’anno Delrio aveva concordato con la UE una proroga 2038-2042 per finanziare la Gronda ma l’atto integrativo è fermo.
Stiamo parlando di una società di cui vogliamo mettere in evidenza due dati.
Ha macinato profitti extra, dal 10% a più del 18% a seconda degli anni, perché le stime del traffico sono state sempre inferiori a quelle reali e appellandosi ad una clausola del contratto di concessione che gli permette di “recuperare” le perdite nell’unico anno che ha visto un decremento del traffico a causa dell’impatto della crisi mondiale sull’Italia non ha mai restituito l’extra-gettito che teoricamente doveva alimentare un fondo attraverso il quale lo stato ogni cinque anni doveva recuperare il gap.
Particolare non irrilevante, non ha mai alzato le stime del traffico dal 2013 nonostante questo crescesse costantemente ogni anno.
Solo nel 2017 i ricavi da pedaggio “reali” erano pari a 3.321 milioni di euro, contro i 2.856 “stimati” con un più 16,3% – si noti che la stima era pressoché identica alla realtà del 2013!
“Ma alla fine, la libera impresa dov’è?”, si chiede, Laura Serafini, giornalista del Sole 24 Ore in un articolo del 20 settembre in cui viene analizzata la concessione ed i bilanci della società.
E se se lo domanda perfino il giornale di Confindustria...
La fine del braccio di ferro dell’ex ministro delle infrastrutture Di Pietro sugli extra-profitti di Autostrade, ingaggiato nel 2006, ma non della “storia” della concessione, avviene con una convezione “anomala” in quanto approvata per legge nel 2008, successiva all’esito di un contenzioso finito alla UE, che si è espressa a favore della tutela dei diritti acquisiti del Privato.
L’Unione Europea ha difeso l’operato di Autostrade, il governo Berlusconi l’ha suggellato e nel 2013 un Decreto Ministeriale del ministro Lupi ha approvato l’atto aggiuntivo ora vigente.
Nel testo di più di duecento pagine compilato dalla commissione ispettiva del MIT riguardo alla gestione di Autostrade emerge un aspetto rilevante.
Stando ai dati, risulta che dal 1982 ad oggi l’importo per i lavori strutturali del ponte sono stati pari a 24 milioni 610 mila 500 euro. Colpisce che il 98% di questa somma è stata spesa prima del 1999 (anno della privatizzazione della rete autostradale). Da quell’anno in poi Aspi ha investito sul ponte Morandi il 2% delle somme complessive. Nel dettaglio, in 19 anni – dal 1999 ad agosto 2018 – sono stati spesi 23mila euro annui, per un totale di 470 mila euro.
Sì avete capito bene, alla luce dell’extra-gettito ottenuto con stime ribassate del traffico e mai restituite ad un sistema di potere che gli garantiva una rendita sicura, per un monopolio naturale che potrebbe terminare nel 2038, ASPI ha speso per la manutenzione di un ponte costruito a metà degli anni '60, l’equivalente del costo di un lussuoso bilocale nel centro cittadino della Superba...
Nel corso delle indagini stanno emergendo le varie e reiterate richieste di monitoraggio ed interventi rilevanti da parte di varie aziende “preposte” alle verifiche del tutto inascoltate.
Nel documento di 225 pagine, acquisito dalla Procura della Repubblica emergono, come riportato da Ivan Cimmarusti, nel Sole 24 Ore di mercoledì 26 settembre: “procedure di controllo strutturale inadeguate, documenti sulla situazione della sicurezza di cui non ci sarebbe traccia, investimenti per lavori ridotti all’osso e verifiche sul progetto di restauro affidate ad una società priva dei requisiti previsti dalla legge”.
*****
Appare evidente che l’unica soluzione concreta plausibile, alla luce di quanto verificato, sia la nazionalizzazione, mentre la strada del governo si orienta verso un lungo contenzioso che di fatto rischia di non cambiare di una virgola la situazione di un monopolio naturale che ha dimostrato la sua tragica inefficienza, il suo cinismo cronico nell’intascare extra-profitti, senza avere la minima cura della manutenzione e senza che gli attori politici in campo muovessero un dito per impedire che questo si tramutasse nella catastrofe del 14 agosto.
Anche per questo, ci serve un popolo nelle strade ad iniziare dalla manifestazione del 20 ottobre a Roma promossa dall’Unione Sindacale di Base, Potere Al Popolo e altri movimenti e forze politico-sociali, per costruire una opposizione sociale che costruisca una alternativa di sistema che “rompa” con tutto ciò che è stata la gestione dei beni pubblici fino ad ora.
Fonte
La manovra del polipo
di Alessandra Daniele
“Mostrati forte quando sei debole, e debole quando sei forte” – Sun Tzu
Col promo della legge di Bilancio, il governo Grilloverde ha firmato un’altra bella cambiale in bianco zeppa di promesse propagandistiche.
“Sarà la Manovra del Popolo”. “Aboliremo la povertà”. “Il nostro orizzonte politico è il 2050”. Le astronavi da combattimento sono già al largo dei Bastioni di Orione.
Il Grilloverde non teme la reazione negativa dei mercati.
Se l’augura.
Perché un violento attacco speculativo a cui dare la colpa del mancato mantenimento delle promesse è proprio quello che gli servirebbe.
I mercati sembrano però intenzionati a sobbollire l’Italia a fiamma bassa e immersione graduale. Come un polipo in brodo.
Il Grilloverde per adesso non teme neanche di perdere la fiducia dei suoi followers. Sa che hanno ancora un disperato bisogno di credergli, convinti di non avere nessun’altra speranza. E che all’illusione della Manovra del Popolo s’aggrapperanno finché gli sarà possibile, nonostante la cialtroneria, l’arroganza, l’incapacità, e persino la disumanità dimostrate da Lega e M5S.
Il ministro della Cultura Bonisoli, quota M5S, ha definito gli immigrati “piante infestanti”.
In parlamento di alternative non ce ne sono. C’è il semivivo Berlusconi, di fatto socio occulto della maggioranza, col quale Salvini s’è consultato più d’una volta mentre si elaborava il trailer della legge di Bilancio, presumibilmente sulla cosiddetta “Pace Fiscale” cara al loro elettorato.
Razzismo e condoni. “No all’invasione”, sì all’evasione.
E poi c’è il PD, o quel che ne rimane, responsabile diretto quanto Berlusconi dell’attuale rovina politica, economica, etica e culturale del paese. Una setta ancora guidata da Matteo Renzi verso il suicidio collettivo rituale.
Di rado lo scenario politico italiano è stato più disperante.
L’Italia post-berlusconiana è una landa desolata percorsa da grotteschi Cazzari di ventura che parlano in post-italiano, proclamandosi fieri paladini d’un paese del quale non conoscono più la lingua, la storia, e nemmeno la geografia, acclamati da seguaci così disperati da crederli l’ultima possibilità di salvezza.
All’orizzonte svolazzano gli avvoltoi della tecnocrazia finanziaria, aspettando di pasteggiare coi resti dell’Italia, quando tutte le cambiali saranno inevitabilmente scadute, insieme al Quantitative Easing.
E il polipo sarà cotto.
Fonte
“Mostrati forte quando sei debole, e debole quando sei forte” – Sun Tzu
Col promo della legge di Bilancio, il governo Grilloverde ha firmato un’altra bella cambiale in bianco zeppa di promesse propagandistiche.
“Sarà la Manovra del Popolo”. “Aboliremo la povertà”. “Il nostro orizzonte politico è il 2050”. Le astronavi da combattimento sono già al largo dei Bastioni di Orione.
Il Grilloverde non teme la reazione negativa dei mercati.
Se l’augura.
Perché un violento attacco speculativo a cui dare la colpa del mancato mantenimento delle promesse è proprio quello che gli servirebbe.
I mercati sembrano però intenzionati a sobbollire l’Italia a fiamma bassa e immersione graduale. Come un polipo in brodo.
Il Grilloverde per adesso non teme neanche di perdere la fiducia dei suoi followers. Sa che hanno ancora un disperato bisogno di credergli, convinti di non avere nessun’altra speranza. E che all’illusione della Manovra del Popolo s’aggrapperanno finché gli sarà possibile, nonostante la cialtroneria, l’arroganza, l’incapacità, e persino la disumanità dimostrate da Lega e M5S.
Il ministro della Cultura Bonisoli, quota M5S, ha definito gli immigrati “piante infestanti”.
In parlamento di alternative non ce ne sono. C’è il semivivo Berlusconi, di fatto socio occulto della maggioranza, col quale Salvini s’è consultato più d’una volta mentre si elaborava il trailer della legge di Bilancio, presumibilmente sulla cosiddetta “Pace Fiscale” cara al loro elettorato.
Razzismo e condoni. “No all’invasione”, sì all’evasione.
E poi c’è il PD, o quel che ne rimane, responsabile diretto quanto Berlusconi dell’attuale rovina politica, economica, etica e culturale del paese. Una setta ancora guidata da Matteo Renzi verso il suicidio collettivo rituale.
Di rado lo scenario politico italiano è stato più disperante.
L’Italia post-berlusconiana è una landa desolata percorsa da grotteschi Cazzari di ventura che parlano in post-italiano, proclamandosi fieri paladini d’un paese del quale non conoscono più la lingua, la storia, e nemmeno la geografia, acclamati da seguaci così disperati da crederli l’ultima possibilità di salvezza.
All’orizzonte svolazzano gli avvoltoi della tecnocrazia finanziaria, aspettando di pasteggiare coi resti dell’Italia, quando tutte le cambiali saranno inevitabilmente scadute, insieme al Quantitative Easing.
E il polipo sarà cotto.
Fonte
Una lotta continua... I 70 anni di Giorgio Cremaschi
Giorgio Cremaschi – una vita passata tra Fiom e movimenti, fino alla costituzione prima di Eurostop e subito dopo di Potere al Popolo (di cui è uno dei portavoce nazionali) – compie oggi 70 anni.
L’intervista di Contropiano prova a fissare i passaggi utili a tutti gli attivisti, oggi, di una esperienza certamente non comune.
70 anni passati militando, cominciando quindi grosso modo dal ’68. Che vuol dire?
Da prima. Ancora prima, perché mi sono iscritto alla Fgci nel 1967, quindi prima che iniziasse il ’68, e avevo cominciato da studente a partecipare alle manifestazioni per il Vietnam.
In che città?
A Bologna. A Bologna, da studente bolognese, liceale, ho partecipato al ’66 alle prime manifestazioni, per lo meno da parte mia. Ce n’erano state altre, ma le mie prime manifestazioni sono iniziate nel ’66 contro la guerra nel Vietnam. Non avevo ancora 18 anni, ma diciamo che per me – al di là del fatto di aver fatto una scelta di campo, di classe, di considerarmi comunista più o meno da quando ho messo i calzoni lunghi – il mio impegno militante inizia sul Vietnam. Penso che sia tipico di una generazione.
Assolutamente sì... Diciamo quando è stata la svolta, il momento in cui si comincia a dire: va bene, dedico la mia vita a questo tipo di attività?
Ma... Da un lato ho sempre fatto il militante, nel senso che io ero studente-lavoratore, stavo nella sezione universitaria del Pci, lavoravo non per lavorare, ma semplicemente per poter essere libero... Allora si poteva, questa è la differenza con l’oggi. Uno trovava un lavoro e poi quel lavoro gli permetteva di fare quel che cavolo voleva, questo è il vero cambiamento. Oggi, invece, devi fare tutto quello che vogliono per trovare un lavoro. Cioè, il lavoro era allora il punto di partenza, oggi è il punto di arrivo nella vita di un giovane. Questo dice anche quanto siamo tornati indietro. Quindi, da studente di scienze politiche – in realtà poi abbastanza trascurato, e soprattutto da lavoratore – partecipavo al ’68, ’69, ‘70, i movimenti, le lotte... Forse, se posso dire, se c’è un segno del destino che riguarda la mia vita è quando il 2 ottobre del 1968 sono stato arrestato e ho fatto qualche giorno di galera, perché siamo andati come studenti a Bologna a contestare il congresso dei medici del lavoro. Dicevamo che la malattia principale dei lavoratori era lo sfruttamento; ma i medici del lavoro era la prima malattia che negavano. Ci furono scontri con la polizia... Io fui arrestato, ma poi ho continuato a fare il militante...
Una svolta professionale, diciamo... Ma quando diventa una professione militante, dentro un’organizzazione?
Ho iniziato allora e da allora ho continuato a seguire come studente le lotte sociali ecc. La mia svolta vera invece è stata nel sindacato, nel sindacato vero e proprio. Sono entrato, come succedeva allora, quasi per caso... Nel 1974 l’Flm (i tre sindacati dei metalmeccanici si erano unti in una sola federazione, ndr) aveva appena conquistato le 150 ore (per gli operai che volevano acquisire un titolo di studio, ndr). Claudio Sabattini – che è stato uno dei miei maestri, anzi il mio maestro sindacale e politico, anche se poi ci ho litigato un vita, ma insomma... – era segretario della Fiom di Brescia. Claudio Sabattini è stato il mio maestro politico sin dai tempi dell’università a Bologna e per un lungo tempo siamo stati nella stessa collocazione a sinistra nel sindacato e nel PCI. Ci divise poi profondamente la svolta della Bolognina di Occhetto, che Sabattini approvò e che io invece contrastai duramente. In quell’occasione ci dividemmo anche in CGIL perché io partecipai con Fausto Bertinotti alla costruzione della mozione alternativa di sinistra di Essere Sindacato, mentre Sabattini si schierò con la maggioranza. Fu anche un conflitto tra amici, con dei momenti dolorosi per me e credo anche per lui.
Ma torniamo al 1974.. Allora non avevano nessuno a Brescia che in quel momento fosse in grado di fare il lavoro di organizzazione dei corsi, e quindi l’ho fatto io. Mi sono trasferito a Brescia, facendo questa scelta per un breve stage, come si dice, che aveva il compito specifico di organizzare i corsi delle 150 ore. Un’esperienza bellissima...
E quindi ti sei presentato a Brescia...
Mi sono presentato a Brescia... Devo dire che qui c’è una storia terribile da raccontare... Ci sono quei segni del destino che ti segnano. Avrei dovuto essere a Brescia il 28 maggio perché dovevo incontrare gli insegnanti che avevano una parte rilevante di quelli nei corsi che avrei dovuto organizzare. Quelli che sono in piazza della Loggia, nell’attentato fascista, facevano parte di un gruppo di insegnanti che poi avrebbero fatto i corsi delle 150 ore. E io dovevo andare alla manifestazione con loro... Solo che la sera prima, il 27 maggio, mi è venuta la febbre a 40. E quindi non sono andato...
Non sei andato in piazza...
Non sono andato in piazza con loro, altrimenti avrei dovuto essere insieme a quelli che poi sono morti nella strage. Intendo questo, quando dico che sono segni nella vita...
Gli esordi hard che ti segnano...
Esatto. I casi della vita, ecc. Da allora sono rimasto a Brescia. Poi ho avuto varie vicissitudini. A Brescia ho imparato la concretezza della lotta di classe. A Brescia allora c’era una classe operaia di una generosità enorme...
Citiamo qualche fabbrica, di quelle di allora...
Tutte le siderurgiche, a cominciare dall’Iveco. Io ricordo sempre – anzi, l’anno prossimo mi hanno detto i compagni che vogliono festeggiare – le 30 ore di sciopero, nel 1979, alla Om-Iveco, allora si chiamava ancora Om così. Perché la Fiat aveva rifiutato un collocamento obbligatorio di un disabile. Mario Bianchi, si chiamava. Riuscimmo a organizzare una lotta. Lui fece un presidio con la tenda, con un suo calessino davanti alla fabbrica; ci fu il ricorso, ma nel frattempo ci furono 30 ore di sciopero. Sciopero e corteo per Mario Bianchi, fatti solo per quello. E alla fine vincemmo la vertenza. Mario Bianchi entrò dentro la Fiat.
Ed erano anni molto complicati... Nel ’79 siamo in un passaggio storico complesso, diciamo...
Diciamo che sì, nel ’79 c’è una storia duplice... Il ’79, da un lato, è l’anno dell’ultimo contratto vincente dei metalmeccanici.
Poi arriva l’80...
Esatto. L’ultimo contratto vincente fatto con l’occupazione delle fabbriche. L’Italsider di Taranto fu occupata, fu una grandissima lotta, presìdi nelle strade... Io ricordo allora le critiche della Cgil alle nostre forme di lotta. Mi ricordo una riunione in cui un segretario della Cgil disse che certe forme di lotta che noi avevano adottato...
E chi era?
Neanche uno dei peggiori, era Rinaldo Scheda... Il quale però disse che certe forme di lotta come il blocco dei treni, cose che noi avevamo fatto, “non erano le forme di lotta naturali del movimento operaio”.
Beh, c’era stato già il ’76, la svolta della Cgil sui “sacrifici”...
Sì, certo. Però Brescia era, in quel caso lì, un po’ diversa... Perché a Brescia – forse per tante ragioni – lo scontro del ’69–70 si era ri-alimentato dopo la strage. Bisogna ricordare che la strage aveva comportato un’insorgenza operaia enorme. Tutte le fabbriche erano state occupate, c’erano stati mesi e mesi in cui la città era controllata dagli operai. Quindi, il mio battesimo del fuoco nasce da quel mondo lì. Allora ho visto la durezza dello scontro di classe per conquistare risultati... Si parla oggi delle domeniche al lavoro... Allora i siderurgici bresciani lavoravano tutti la domenica. Si decise di fare una lotta dei siderurgici per avere un turno di riposo la domenica, che voleva dire – per capirci – il passare da 21 a 20 turni. E questo avrebbe permesso – non che non si lavorasse mai la domenica – che non tutti lavorassero sempre la domenica.
Lì c’è una specificità, perché l’altoforno non si può spegnere mai...
Esatto. Costò 300 ore di sciopero questa lotta e portò alla conquista della domenica. Ecco, questo per dire cosa furono in grado di fare i siderurgici bresciani. A Brescia c’era una classe operaia, ripeto, di una grande forza e generosità, che aveva contro un padronato particolarmente feroce. Nel quale nasceva anche il mondo di oggi. Io ricordo gli anni ’80 a Brescia. Brescia era dominata dallo scontro sociale di classe tra noi – l’Flm, non solo la Fiom, la Flm – e Lucchini, che era il “padrone nuovo”... Lucchini rappresentava a Brescia in qualche modo l’impresa e il mercato. Lucchini era un padrone terribile, feroce nelle sue aziende; che però politicamente era vicino alla “sinistra”, a una sua parte, ossia al gruppo dirigente “migliorista” del Pci. Uno che si presentava cioè come un “antisistema nel sistema”, contro i vecchi padroni...
Chi erano i migliorisiti del Pci? Spiegamolo per i più giovani...
I miglioristi... Lucchini era amico di Napolitano e di tutto il gruppo dirigente. Io negli anni ’80 ero segretario della Fiom di Brescia. Il segretario della federazione del Pci, con cui litigavo su tutto, parlo degli anni ’80, si chiamava Giampiero Borghini, che poi è diventato di Forza Italia. Questo per capirci. Però quello che voglio dire è che a Brescia si poteva vedere, in qualche modo – già alla fine degli anni ’70 – la nascita del craxismo e poi del berlusconismo... Cioè forze del potere che, stando dentro il potere, si presentano come “contro il potere”. Lucchini era contro l’establishment tradizionale degli industriali, si presentava come “nuovo”, apriva... Aveva con sé tutta una serie di personaggi della “sinistra” del Pci e soprattutto del Psi di allora. Quelli che spiegavano che bisognava stare con Lucchini perché “c’era il mercato”, ecc. Dico questo perché l’esperienza con Lucchini mi ha vaccinato. Mi ha vaccinato da tutti i successivi 30 anni, dalle svolte pro-mercato della “sinistra”... Forse per questo che mi sono conservato come che sono...
Hai fatto un overdose di “sinistra di mercato”...
Esatto.
Quindi non ti potevi più ammalare...
La formazione che ho avuto, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 a Brescia, dove c’era un lotta di classe durissima contro padroni che all’esterno si presentavano come “progressisti”, mi ha vaccinato contro tutte le degenerazioni successive della “sinistra”. Mi ha messo in una condizione – poi – di tenere quella che in tutta la mia vita ho considerato la “linea guida” dei miei comportamenti (anche se non sono sempre ci sono riuscito). Cioè la “lotta su due fronti”, come la chiamava anche un grande rivoluzionario come Victor Serge. La lotta su due fronti è una lotta contro il nemico di classe, ma anche contro le degenerazioni, le complicità e le svendite che ci sono nel tuo campo. E devo dire che è quello che ho fatto fino ad adesso.
Ho vissuto direttamente e pianto, dai cancelli della OM IVECO di Brescia la sconfitta alla Fiat e subito l’ho sentita come un punto di svolta strategico a favore dei padroni. Tuttavia negli anni ‘80 Brescia, dove ero segretario della Fiom, era un punto di resistenza e tenuta a livello nazionale. E anche di scontro con la svolta moderata del sindacato in quegli anni. Allora ho avuti i miei più duri conflitti con Lama, Trentin e una volta persino con Garavini. Da quelle dure battaglie politiche – allora si scherzava assai meno di oggi – ho imparato molto. Ma sinceramente se ci ripenso alla luce dell’oggi, beh, credo di aver avuto ragione.
E' in questo percorso che a a un certo punto – siamo già negli anni ’90, quindi dopo la caduta del Muro – tutto precipita molto più velocemente. Vissuti dall’interno della Fiom, e quindi della Cgil, come te li sei vissuti fino a che non hai messo la parola fine a quel tipo di militanza?
La dico brutalmente. Non mi sono mai considerato della Cgil, mi sono sempre considerato della Fiom. Non sono mai stato un dirigente dalla Cgil. Poi ovviamente so perfettamente che le due cose si intrecciavano. Però io sono sempre stato della Fiom. E penso che la Fiom abbia vissuto stagioni diverse. Mentre negli anni ’80 la Cgil ha subito sull’onda della sconfitta alla Fiat, il processo di normalizzazione del sindacato. Penso che negli anni ’90 la Fiom sia stata la forza che ha provato ad andare in controtendenza, proprio insieme ad altre, ma io credo sia stata la più grande. Non voglio nascondere i meriti di tanti altri – il sindacalismo di base, ecc – che hanno fatto una battaglia enorme in quegli anni...
Ma in altri settori...
In altri settori, certo... Però nell’immaginario, nella lotta contro le imprese, contro il padronato, la Fiom degli anni ’90 – fino a metà degli anni 2000 – è stata un’organizzazione che ha cercato di andare in controtendenza. E’ andata in controtendenza sul piano sociale e contrattuale, cercando di forzare i limiti della concertazione, con scioperi, vertenze, lotte. E’ andata in controtendenza anche sul piano politico... Negli anni '70 la FLM unitaria era l’anima e la forza della sinistra sindacale, critica verso le politiche delle compatibilità e di unità nazionale che si andavano realizzando. Ricordo i grandiosi sciopero e manifestazione dei metalmeccanici a Roma il 2 dicembre del 1977, rivolti esplicitamente contro il governo Andreotti sostenuto dall’astensione del PCI. Dentro la Fiom eravamo tra i contrari al compromesso storico, e ricordo che noi vicini politicamente a Claudio Sabattini, venivamo chiamati “sandinisti” dal socialista Del Turco, perché accusati di volere conflitto a tutti i costi. Poi i sandinisti vinsero in Nicaragua e Del Turco abbandonò la definizione... Voglio sempre ricordare che nel 2001 a Genova, la Fiom, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, decise – e questo è uno dei meriti di Claudio Sabattini – di rimanere in manifestazione, mentre Cofferati e la Cgil si ritirarono. E’ bene ricordarlo questo perché oggi sento una storia che dice: “la Fiom e la Cgil...” Per la Cgil è vero; per la Fiom non è vero. Non è assolutamente vero. Per 15 anni c’è stata una polarizzazione tra ciò che rappresentava la Fiom e ciò che rappresentava la Cgil. Questa polarizzazione alla fine è stata conclusa, è stata normalizzata, questa è la verità, io penso... Oggi la Fiom e la Cgil non sono più distinguibili.
Hai fatto l’esperienza anche con l’opposizione all’interno della Cgil, fino a “Il sindacato è un ‘altra cosa”. Attualmente questo tipo di di dissenso interno, è rimasto significativo o è, come dire, il margine dell’”opposizione della corona”?
Guarda, non voglio giudicare il lavoro di altri compagni che rispetto, con cui ho buoni rapporti... Fanno una battaglia difficilissima dentro la Cgil. Ai tempi di Essere sindacato (così si chiamava allora l’opposizione interna alla Cgil, ndr), quella battaglia mi costò il posto nella segreteria nazionale della FIOM, e fui mandato a Torino. Che allora, come scrisse Loris Campetti era la “Sardegna” in cui si mandavano i sindacalisti “cattivi” a rieducarsi. Invece fu una esperienza bellissima, che mi permise di partecipare alla costruzione di quel ruolo di lotta e rifermento sociale che ebbe la Fiom per quasi una quindicina di anni, dalla metà degli anni '90 al 2010. A volte in collaborazione, a volte in conflitto con Sabattini, che diresse la Fiom negli anni '90. E poi con Rinaldini, con cui tornai in segreteria nazionale, abbiamo fatto credo lotte e scelte importanti, sia sul piano delle vertenze contrattuali e di fabbrica, sia sul piano politico; e qui ricordo di nuovo la decisione della FIOM, contro la CGIL di Cofferati, di manifestare a Genova durante il G8 dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. E poi le manifestazioni sul lavoro e contro la precarietà negli anni dei governi Berlusconi e Prodi. Nel 2010 la Fiom disse di no a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori e diventò un enorme punto di riferimento del paese che voleva lottare. C’erano enormi potenzialità, ma bisognava scegliere una strada di aperta rottura con la direzione della CGIL. Invece la direzione di Landini, mi dispiace doverlo dire, fece la scelta opposta e progressivamente guidò la FIOM verso una autonormalizzazione.
Ovviamente penso che, strategicamente, la ripresa del movimento operaio in Italia richieda non solo i lavoratori della Cgil, ma anche quelli della Cisl e della Uil. Onestamente penso anche però che a questo non ci si arriva con una battaglia interna, ma con cambiamenti, rotture, crescite di organizzazioni sindacali alternative che costruiscano una alternativa alla complicità del sindacalismo confederale, e quindi costringano anche questo a cambiare. Perché io ho presente che la Fiom ha resistito negli anni ’50-’60. La sua resistenza da sola, spesso minoritaria... Quando c’è stata la ripresa delle lotte ha portato anche la Fim e la Uilm a radicalizzarsi. Quindi, se mi dici: per il futuro si può prescindere dai lavoratori che fanno parte delle grandi organizzazioni sindacali? No. E’ possibile però portarli con una battaglia interna? Io mi baso sulla mia esperienza, e quindi dico: no. Anzi, io penso, ti dico sinceramente, che tutte le principali scelte che ho fatto nella mia vita le rifarei tutte, da quelle di 14 anni ad oggi. Però, qualcuna la modulerei nel tempo diversamente. Per dire, probabilmente dalla Cgil avrei dovuto andarmene via prima, quando era chiaro che si veniva normalizzata l’esperienza della Fiom.
Però non hai fatto solo il sindacalista, hai provato a mettere insieme dei fronti di lotta che erano più politici. Ricordiamo l’esperienza del movimento No Debito, il tentativo con Ross@, poi con Eurostop e ora Potere al Popolo. Quest’altra parte della tua vita come la vedi?
Questa, diciamo, si è sviluppata progressivamente di fronte alla caduta e al crollo delle organizzazioni ufficiali della sinistra. Cioè, detto brutalmente: io non sono mai stato un dirigente politico, nel senso puro del termine. Ho cercato sempre di fare politica sia quando ero nel Pci, sia dopo. Perché ovviamente la politica è tutto... Ho cercato di fare politica partendo dalla mia esperienza sociale, quindi prima come studente, come militante dei movimenti studenteschi, poi come sindacalista. Ho sempre fatto politica partendo dal sociale e dalla condizione sociale. Diciamo che in questi ultimi anni mi sono reso conto che questo si poteva fare finché la politica c’era. Però siccome la politica è scomparsa...
Tocca a noi farla...
La politica è scomparsa e bisognava costruire, dare una mano per costruire di nuovo un referente politico per le lotte, per i movimenti sociali, per tutti coloro che non si arrendono. Ho partecipato a tanti tentativi, oggi trovo che quello più entusiasmante che c’è è quello di Potere al Popolo, in cui vedo delle energie, delle potenzialità che da molti anni non vedevo. Naturalmente siamo nell’Italia di Salvini, di Di Maio, in cui come come abbiamo detto nel dibattito qui adesso (alla festa di Bologna, 22/9, ndr) “la sinistra è stata distrutta dalla sinistra”. Piccole forze hanno avuto il coraggio e la forza di reagire e di resistere, e di questo va dato loro merito. Però bisogna costruire qualcosa di diverso. Potere al Popolo è quello che è, in continuità con i valori della sinistra anticapitalista, di coloro che criticano il sistema; però esercita anche un punto di forte rottura con le esperienze tradizionali. Perché, se siamo arrivati a questo punto, è evidente che non si può pensare semplicemente di ricongiungersi alle storie della sinistra italiana che si è autodistrutta.
Appunto... Qual è la differenza principale per definire la discontinuità necessaria, anche se è ancora in formazione?
Beh... costruire un movimento politico che da un lato abbia fermissimi i principi di fondo, cioè la critica alla società capitalistica, la rottura con il sistema, l’opposizione alle due facce del sistema, una quella del Pd e l’altra quella Lega-5Stelle – perché sono le due facce che sostanzialmente si scambiano i ruoli nello stesso sistema – e dall’altra, però, un movimento che abbia la forza della coerenza. Credo che questo sia il punto: la coerenza dei comportamenti. Posso dire che la sinistra in Italia è morta prima di tutto per incoerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva, quindi... Se posso dire, il primo punto è la coerenza nei comportamenti, sia quelli collettivi sia anche quelli personali. Che contano, sempre. Non è che ci si può nascondere dietro la bandiera del partito per dire, come dicevano i gesuiti, "fate quel che dico non fate quel che faccio”.
Questo non è più ammesso...
Non si può più fare... Bisogna ricostruire la coerenza dei comportamenti. Noi abbiamo di fronte una malvagità politica organizzata, che è la Lega Nord, che come tutte le malvagità vive dell’incoerenza di coloro che la contrastano. Cioè i leghisti possono dire: “io adesso me la piglio con i neri, con gli africani perché tanto anche tu, quando si tratta di fare le cose pratiche, hai le tue incoerenze... Mi faccio dare la sanatoria in 82 anni perché tanto anche tu...”. Ecco: se non gli togli quell’”anche tu”, non sei in grado di combattere questa malvagità organizzata, che oggi è il pensiero leghista. E io, arrivato a 70 anni, mi auguro di poter rivedere – e in ogni caso auguro ai giovani che stanno entrando e governando Potere al Popolo – di poter rivedere quello che ho visto io quando avevo 20 anni. La gente tirare su la testa, le persone normali diventare rivoluzionarie. Le persone normali, non i militanti. Le persone normali che dicevano: adesso basta, ci organizziamo e in un quartiere, in una scuola, in una fabbrica dove c’erano i licenziamenti ecc, non si mettevano a discutere di chi si poteva “scaricare” oppure no, ma dicevano: stiamo tutti assieme e andiamo da chi ci fa male e tutti uniti, e non si molla e non si lascia nessuno indietro. Io sono sicuro che questo tornerà, però bisogna lavorarci. Certo, arrivati a 70 anni onestamente non sono in grado di dire: “lo vedrò sicuramente”. Però i giovani lo dovranno vedere e dobbiamo lavorare anche perché, francamente, ci sono cose che mi colpiscono e mi fanno venire una rabbia terribile. Ad esempio ieri (21/9), l’aggressione dei fascisti a Bari. Ho visto la fotografia di Antonio Perillo con la retina in testa dopo le bastonate e mi è venuto i mente un giovane universitario che nel 1973 era stato aggredito e bastonato a più non posso dai fascisti a Bologna, con i manici di piccone, e che per lungo tempo dovette portare una retina sulla testa. Voglio dire... ne sono uscito io, ne usciranno anche i compagni di oggi, ancora più determinati di prima. Però...
Questa volta con una possibilità di vincere, magari...
Esatto. Se c’è una cosa che a quelli della mia generazione, come a tutti gli anziani, fa venire rabbia, è rivedere i vecchi mostri che tornano fuori e sentirli presentare come “nuovi”. No, sono lo schifo di sempre e solo le nostre debolezze, le nostre paure, e ovviamente la complicità altrui, li presenta come nuovi.
Fonte
L’intervista di Contropiano prova a fissare i passaggi utili a tutti gli attivisti, oggi, di una esperienza certamente non comune.
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70 anni passati militando, cominciando quindi grosso modo dal ’68. Che vuol dire?
Da prima. Ancora prima, perché mi sono iscritto alla Fgci nel 1967, quindi prima che iniziasse il ’68, e avevo cominciato da studente a partecipare alle manifestazioni per il Vietnam.
In che città?
A Bologna. A Bologna, da studente bolognese, liceale, ho partecipato al ’66 alle prime manifestazioni, per lo meno da parte mia. Ce n’erano state altre, ma le mie prime manifestazioni sono iniziate nel ’66 contro la guerra nel Vietnam. Non avevo ancora 18 anni, ma diciamo che per me – al di là del fatto di aver fatto una scelta di campo, di classe, di considerarmi comunista più o meno da quando ho messo i calzoni lunghi – il mio impegno militante inizia sul Vietnam. Penso che sia tipico di una generazione.
Assolutamente sì... Diciamo quando è stata la svolta, il momento in cui si comincia a dire: va bene, dedico la mia vita a questo tipo di attività?
Ma... Da un lato ho sempre fatto il militante, nel senso che io ero studente-lavoratore, stavo nella sezione universitaria del Pci, lavoravo non per lavorare, ma semplicemente per poter essere libero... Allora si poteva, questa è la differenza con l’oggi. Uno trovava un lavoro e poi quel lavoro gli permetteva di fare quel che cavolo voleva, questo è il vero cambiamento. Oggi, invece, devi fare tutto quello che vogliono per trovare un lavoro. Cioè, il lavoro era allora il punto di partenza, oggi è il punto di arrivo nella vita di un giovane. Questo dice anche quanto siamo tornati indietro. Quindi, da studente di scienze politiche – in realtà poi abbastanza trascurato, e soprattutto da lavoratore – partecipavo al ’68, ’69, ‘70, i movimenti, le lotte... Forse, se posso dire, se c’è un segno del destino che riguarda la mia vita è quando il 2 ottobre del 1968 sono stato arrestato e ho fatto qualche giorno di galera, perché siamo andati come studenti a Bologna a contestare il congresso dei medici del lavoro. Dicevamo che la malattia principale dei lavoratori era lo sfruttamento; ma i medici del lavoro era la prima malattia che negavano. Ci furono scontri con la polizia... Io fui arrestato, ma poi ho continuato a fare il militante...
Una svolta professionale, diciamo... Ma quando diventa una professione militante, dentro un’organizzazione?
Ho iniziato allora e da allora ho continuato a seguire come studente le lotte sociali ecc. La mia svolta vera invece è stata nel sindacato, nel sindacato vero e proprio. Sono entrato, come succedeva allora, quasi per caso... Nel 1974 l’Flm (i tre sindacati dei metalmeccanici si erano unti in una sola federazione, ndr) aveva appena conquistato le 150 ore (per gli operai che volevano acquisire un titolo di studio, ndr). Claudio Sabattini – che è stato uno dei miei maestri, anzi il mio maestro sindacale e politico, anche se poi ci ho litigato un vita, ma insomma... – era segretario della Fiom di Brescia. Claudio Sabattini è stato il mio maestro politico sin dai tempi dell’università a Bologna e per un lungo tempo siamo stati nella stessa collocazione a sinistra nel sindacato e nel PCI. Ci divise poi profondamente la svolta della Bolognina di Occhetto, che Sabattini approvò e che io invece contrastai duramente. In quell’occasione ci dividemmo anche in CGIL perché io partecipai con Fausto Bertinotti alla costruzione della mozione alternativa di sinistra di Essere Sindacato, mentre Sabattini si schierò con la maggioranza. Fu anche un conflitto tra amici, con dei momenti dolorosi per me e credo anche per lui.
Ma torniamo al 1974.. Allora non avevano nessuno a Brescia che in quel momento fosse in grado di fare il lavoro di organizzazione dei corsi, e quindi l’ho fatto io. Mi sono trasferito a Brescia, facendo questa scelta per un breve stage, come si dice, che aveva il compito specifico di organizzare i corsi delle 150 ore. Un’esperienza bellissima...
E quindi ti sei presentato a Brescia...
Mi sono presentato a Brescia... Devo dire che qui c’è una storia terribile da raccontare... Ci sono quei segni del destino che ti segnano. Avrei dovuto essere a Brescia il 28 maggio perché dovevo incontrare gli insegnanti che avevano una parte rilevante di quelli nei corsi che avrei dovuto organizzare. Quelli che sono in piazza della Loggia, nell’attentato fascista, facevano parte di un gruppo di insegnanti che poi avrebbero fatto i corsi delle 150 ore. E io dovevo andare alla manifestazione con loro... Solo che la sera prima, il 27 maggio, mi è venuta la febbre a 40. E quindi non sono andato...
Non sei andato in piazza...
Non sono andato in piazza con loro, altrimenti avrei dovuto essere insieme a quelli che poi sono morti nella strage. Intendo questo, quando dico che sono segni nella vita...
Gli esordi hard che ti segnano...
Esatto. I casi della vita, ecc. Da allora sono rimasto a Brescia. Poi ho avuto varie vicissitudini. A Brescia ho imparato la concretezza della lotta di classe. A Brescia allora c’era una classe operaia di una generosità enorme...
Citiamo qualche fabbrica, di quelle di allora...
Tutte le siderurgiche, a cominciare dall’Iveco. Io ricordo sempre – anzi, l’anno prossimo mi hanno detto i compagni che vogliono festeggiare – le 30 ore di sciopero, nel 1979, alla Om-Iveco, allora si chiamava ancora Om così. Perché la Fiat aveva rifiutato un collocamento obbligatorio di un disabile. Mario Bianchi, si chiamava. Riuscimmo a organizzare una lotta. Lui fece un presidio con la tenda, con un suo calessino davanti alla fabbrica; ci fu il ricorso, ma nel frattempo ci furono 30 ore di sciopero. Sciopero e corteo per Mario Bianchi, fatti solo per quello. E alla fine vincemmo la vertenza. Mario Bianchi entrò dentro la Fiat.
Ed erano anni molto complicati... Nel ’79 siamo in un passaggio storico complesso, diciamo...
Diciamo che sì, nel ’79 c’è una storia duplice... Il ’79, da un lato, è l’anno dell’ultimo contratto vincente dei metalmeccanici.
Poi arriva l’80...
Esatto. L’ultimo contratto vincente fatto con l’occupazione delle fabbriche. L’Italsider di Taranto fu occupata, fu una grandissima lotta, presìdi nelle strade... Io ricordo allora le critiche della Cgil alle nostre forme di lotta. Mi ricordo una riunione in cui un segretario della Cgil disse che certe forme di lotta che noi avevano adottato...
E chi era?
Neanche uno dei peggiori, era Rinaldo Scheda... Il quale però disse che certe forme di lotta come il blocco dei treni, cose che noi avevamo fatto, “non erano le forme di lotta naturali del movimento operaio”.
Beh, c’era stato già il ’76, la svolta della Cgil sui “sacrifici”...
Sì, certo. Però Brescia era, in quel caso lì, un po’ diversa... Perché a Brescia – forse per tante ragioni – lo scontro del ’69–70 si era ri-alimentato dopo la strage. Bisogna ricordare che la strage aveva comportato un’insorgenza operaia enorme. Tutte le fabbriche erano state occupate, c’erano stati mesi e mesi in cui la città era controllata dagli operai. Quindi, il mio battesimo del fuoco nasce da quel mondo lì. Allora ho visto la durezza dello scontro di classe per conquistare risultati... Si parla oggi delle domeniche al lavoro... Allora i siderurgici bresciani lavoravano tutti la domenica. Si decise di fare una lotta dei siderurgici per avere un turno di riposo la domenica, che voleva dire – per capirci – il passare da 21 a 20 turni. E questo avrebbe permesso – non che non si lavorasse mai la domenica – che non tutti lavorassero sempre la domenica.
Lì c’è una specificità, perché l’altoforno non si può spegnere mai...
Esatto. Costò 300 ore di sciopero questa lotta e portò alla conquista della domenica. Ecco, questo per dire cosa furono in grado di fare i siderurgici bresciani. A Brescia c’era una classe operaia, ripeto, di una grande forza e generosità, che aveva contro un padronato particolarmente feroce. Nel quale nasceva anche il mondo di oggi. Io ricordo gli anni ’80 a Brescia. Brescia era dominata dallo scontro sociale di classe tra noi – l’Flm, non solo la Fiom, la Flm – e Lucchini, che era il “padrone nuovo”... Lucchini rappresentava a Brescia in qualche modo l’impresa e il mercato. Lucchini era un padrone terribile, feroce nelle sue aziende; che però politicamente era vicino alla “sinistra”, a una sua parte, ossia al gruppo dirigente “migliorista” del Pci. Uno che si presentava cioè come un “antisistema nel sistema”, contro i vecchi padroni...
Chi erano i migliorisiti del Pci? Spiegamolo per i più giovani...
I miglioristi... Lucchini era amico di Napolitano e di tutto il gruppo dirigente. Io negli anni ’80 ero segretario della Fiom di Brescia. Il segretario della federazione del Pci, con cui litigavo su tutto, parlo degli anni ’80, si chiamava Giampiero Borghini, che poi è diventato di Forza Italia. Questo per capirci. Però quello che voglio dire è che a Brescia si poteva vedere, in qualche modo – già alla fine degli anni ’70 – la nascita del craxismo e poi del berlusconismo... Cioè forze del potere che, stando dentro il potere, si presentano come “contro il potere”. Lucchini era contro l’establishment tradizionale degli industriali, si presentava come “nuovo”, apriva... Aveva con sé tutta una serie di personaggi della “sinistra” del Pci e soprattutto del Psi di allora. Quelli che spiegavano che bisognava stare con Lucchini perché “c’era il mercato”, ecc. Dico questo perché l’esperienza con Lucchini mi ha vaccinato. Mi ha vaccinato da tutti i successivi 30 anni, dalle svolte pro-mercato della “sinistra”... Forse per questo che mi sono conservato come che sono...
Hai fatto un overdose di “sinistra di mercato”...
Esatto.
Quindi non ti potevi più ammalare...
La formazione che ho avuto, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 a Brescia, dove c’era un lotta di classe durissima contro padroni che all’esterno si presentavano come “progressisti”, mi ha vaccinato contro tutte le degenerazioni successive della “sinistra”. Mi ha messo in una condizione – poi – di tenere quella che in tutta la mia vita ho considerato la “linea guida” dei miei comportamenti (anche se non sono sempre ci sono riuscito). Cioè la “lotta su due fronti”, come la chiamava anche un grande rivoluzionario come Victor Serge. La lotta su due fronti è una lotta contro il nemico di classe, ma anche contro le degenerazioni, le complicità e le svendite che ci sono nel tuo campo. E devo dire che è quello che ho fatto fino ad adesso.
Ho vissuto direttamente e pianto, dai cancelli della OM IVECO di Brescia la sconfitta alla Fiat e subito l’ho sentita come un punto di svolta strategico a favore dei padroni. Tuttavia negli anni ‘80 Brescia, dove ero segretario della Fiom, era un punto di resistenza e tenuta a livello nazionale. E anche di scontro con la svolta moderata del sindacato in quegli anni. Allora ho avuti i miei più duri conflitti con Lama, Trentin e una volta persino con Garavini. Da quelle dure battaglie politiche – allora si scherzava assai meno di oggi – ho imparato molto. Ma sinceramente se ci ripenso alla luce dell’oggi, beh, credo di aver avuto ragione.
E' in questo percorso che a a un certo punto – siamo già negli anni ’90, quindi dopo la caduta del Muro – tutto precipita molto più velocemente. Vissuti dall’interno della Fiom, e quindi della Cgil, come te li sei vissuti fino a che non hai messo la parola fine a quel tipo di militanza?
La dico brutalmente. Non mi sono mai considerato della Cgil, mi sono sempre considerato della Fiom. Non sono mai stato un dirigente dalla Cgil. Poi ovviamente so perfettamente che le due cose si intrecciavano. Però io sono sempre stato della Fiom. E penso che la Fiom abbia vissuto stagioni diverse. Mentre negli anni ’80 la Cgil ha subito sull’onda della sconfitta alla Fiat, il processo di normalizzazione del sindacato. Penso che negli anni ’90 la Fiom sia stata la forza che ha provato ad andare in controtendenza, proprio insieme ad altre, ma io credo sia stata la più grande. Non voglio nascondere i meriti di tanti altri – il sindacalismo di base, ecc – che hanno fatto una battaglia enorme in quegli anni...
Ma in altri settori...
In altri settori, certo... Però nell’immaginario, nella lotta contro le imprese, contro il padronato, la Fiom degli anni ’90 – fino a metà degli anni 2000 – è stata un’organizzazione che ha cercato di andare in controtendenza. E’ andata in controtendenza sul piano sociale e contrattuale, cercando di forzare i limiti della concertazione, con scioperi, vertenze, lotte. E’ andata in controtendenza anche sul piano politico... Negli anni '70 la FLM unitaria era l’anima e la forza della sinistra sindacale, critica verso le politiche delle compatibilità e di unità nazionale che si andavano realizzando. Ricordo i grandiosi sciopero e manifestazione dei metalmeccanici a Roma il 2 dicembre del 1977, rivolti esplicitamente contro il governo Andreotti sostenuto dall’astensione del PCI. Dentro la Fiom eravamo tra i contrari al compromesso storico, e ricordo che noi vicini politicamente a Claudio Sabattini, venivamo chiamati “sandinisti” dal socialista Del Turco, perché accusati di volere conflitto a tutti i costi. Poi i sandinisti vinsero in Nicaragua e Del Turco abbandonò la definizione... Voglio sempre ricordare che nel 2001 a Genova, la Fiom, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, decise – e questo è uno dei meriti di Claudio Sabattini – di rimanere in manifestazione, mentre Cofferati e la Cgil si ritirarono. E’ bene ricordarlo questo perché oggi sento una storia che dice: “la Fiom e la Cgil...” Per la Cgil è vero; per la Fiom non è vero. Non è assolutamente vero. Per 15 anni c’è stata una polarizzazione tra ciò che rappresentava la Fiom e ciò che rappresentava la Cgil. Questa polarizzazione alla fine è stata conclusa, è stata normalizzata, questa è la verità, io penso... Oggi la Fiom e la Cgil non sono più distinguibili.
Hai fatto l’esperienza anche con l’opposizione all’interno della Cgil, fino a “Il sindacato è un ‘altra cosa”. Attualmente questo tipo di di dissenso interno, è rimasto significativo o è, come dire, il margine dell’”opposizione della corona”?
Guarda, non voglio giudicare il lavoro di altri compagni che rispetto, con cui ho buoni rapporti... Fanno una battaglia difficilissima dentro la Cgil. Ai tempi di Essere sindacato (così si chiamava allora l’opposizione interna alla Cgil, ndr), quella battaglia mi costò il posto nella segreteria nazionale della FIOM, e fui mandato a Torino. Che allora, come scrisse Loris Campetti era la “Sardegna” in cui si mandavano i sindacalisti “cattivi” a rieducarsi. Invece fu una esperienza bellissima, che mi permise di partecipare alla costruzione di quel ruolo di lotta e rifermento sociale che ebbe la Fiom per quasi una quindicina di anni, dalla metà degli anni '90 al 2010. A volte in collaborazione, a volte in conflitto con Sabattini, che diresse la Fiom negli anni '90. E poi con Rinaldini, con cui tornai in segreteria nazionale, abbiamo fatto credo lotte e scelte importanti, sia sul piano delle vertenze contrattuali e di fabbrica, sia sul piano politico; e qui ricordo di nuovo la decisione della FIOM, contro la CGIL di Cofferati, di manifestare a Genova durante il G8 dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. E poi le manifestazioni sul lavoro e contro la precarietà negli anni dei governi Berlusconi e Prodi. Nel 2010 la Fiom disse di no a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori e diventò un enorme punto di riferimento del paese che voleva lottare. C’erano enormi potenzialità, ma bisognava scegliere una strada di aperta rottura con la direzione della CGIL. Invece la direzione di Landini, mi dispiace doverlo dire, fece la scelta opposta e progressivamente guidò la FIOM verso una autonormalizzazione.
Ovviamente penso che, strategicamente, la ripresa del movimento operaio in Italia richieda non solo i lavoratori della Cgil, ma anche quelli della Cisl e della Uil. Onestamente penso anche però che a questo non ci si arriva con una battaglia interna, ma con cambiamenti, rotture, crescite di organizzazioni sindacali alternative che costruiscano una alternativa alla complicità del sindacalismo confederale, e quindi costringano anche questo a cambiare. Perché io ho presente che la Fiom ha resistito negli anni ’50-’60. La sua resistenza da sola, spesso minoritaria... Quando c’è stata la ripresa delle lotte ha portato anche la Fim e la Uilm a radicalizzarsi. Quindi, se mi dici: per il futuro si può prescindere dai lavoratori che fanno parte delle grandi organizzazioni sindacali? No. E’ possibile però portarli con una battaglia interna? Io mi baso sulla mia esperienza, e quindi dico: no. Anzi, io penso, ti dico sinceramente, che tutte le principali scelte che ho fatto nella mia vita le rifarei tutte, da quelle di 14 anni ad oggi. Però, qualcuna la modulerei nel tempo diversamente. Per dire, probabilmente dalla Cgil avrei dovuto andarmene via prima, quando era chiaro che si veniva normalizzata l’esperienza della Fiom.
Però non hai fatto solo il sindacalista, hai provato a mettere insieme dei fronti di lotta che erano più politici. Ricordiamo l’esperienza del movimento No Debito, il tentativo con Ross@, poi con Eurostop e ora Potere al Popolo. Quest’altra parte della tua vita come la vedi?
Questa, diciamo, si è sviluppata progressivamente di fronte alla caduta e al crollo delle organizzazioni ufficiali della sinistra. Cioè, detto brutalmente: io non sono mai stato un dirigente politico, nel senso puro del termine. Ho cercato sempre di fare politica sia quando ero nel Pci, sia dopo. Perché ovviamente la politica è tutto... Ho cercato di fare politica partendo dalla mia esperienza sociale, quindi prima come studente, come militante dei movimenti studenteschi, poi come sindacalista. Ho sempre fatto politica partendo dal sociale e dalla condizione sociale. Diciamo che in questi ultimi anni mi sono reso conto che questo si poteva fare finché la politica c’era. Però siccome la politica è scomparsa...
Tocca a noi farla...
La politica è scomparsa e bisognava costruire, dare una mano per costruire di nuovo un referente politico per le lotte, per i movimenti sociali, per tutti coloro che non si arrendono. Ho partecipato a tanti tentativi, oggi trovo che quello più entusiasmante che c’è è quello di Potere al Popolo, in cui vedo delle energie, delle potenzialità che da molti anni non vedevo. Naturalmente siamo nell’Italia di Salvini, di Di Maio, in cui come come abbiamo detto nel dibattito qui adesso (alla festa di Bologna, 22/9, ndr) “la sinistra è stata distrutta dalla sinistra”. Piccole forze hanno avuto il coraggio e la forza di reagire e di resistere, e di questo va dato loro merito. Però bisogna costruire qualcosa di diverso. Potere al Popolo è quello che è, in continuità con i valori della sinistra anticapitalista, di coloro che criticano il sistema; però esercita anche un punto di forte rottura con le esperienze tradizionali. Perché, se siamo arrivati a questo punto, è evidente che non si può pensare semplicemente di ricongiungersi alle storie della sinistra italiana che si è autodistrutta.
Appunto... Qual è la differenza principale per definire la discontinuità necessaria, anche se è ancora in formazione?
Beh... costruire un movimento politico che da un lato abbia fermissimi i principi di fondo, cioè la critica alla società capitalistica, la rottura con il sistema, l’opposizione alle due facce del sistema, una quella del Pd e l’altra quella Lega-5Stelle – perché sono le due facce che sostanzialmente si scambiano i ruoli nello stesso sistema – e dall’altra, però, un movimento che abbia la forza della coerenza. Credo che questo sia il punto: la coerenza dei comportamenti. Posso dire che la sinistra in Italia è morta prima di tutto per incoerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva, quindi... Se posso dire, il primo punto è la coerenza nei comportamenti, sia quelli collettivi sia anche quelli personali. Che contano, sempre. Non è che ci si può nascondere dietro la bandiera del partito per dire, come dicevano i gesuiti, "fate quel che dico non fate quel che faccio”.
Questo non è più ammesso...
Non si può più fare... Bisogna ricostruire la coerenza dei comportamenti. Noi abbiamo di fronte una malvagità politica organizzata, che è la Lega Nord, che come tutte le malvagità vive dell’incoerenza di coloro che la contrastano. Cioè i leghisti possono dire: “io adesso me la piglio con i neri, con gli africani perché tanto anche tu, quando si tratta di fare le cose pratiche, hai le tue incoerenze... Mi faccio dare la sanatoria in 82 anni perché tanto anche tu...”. Ecco: se non gli togli quell’”anche tu”, non sei in grado di combattere questa malvagità organizzata, che oggi è il pensiero leghista. E io, arrivato a 70 anni, mi auguro di poter rivedere – e in ogni caso auguro ai giovani che stanno entrando e governando Potere al Popolo – di poter rivedere quello che ho visto io quando avevo 20 anni. La gente tirare su la testa, le persone normali diventare rivoluzionarie. Le persone normali, non i militanti. Le persone normali che dicevano: adesso basta, ci organizziamo e in un quartiere, in una scuola, in una fabbrica dove c’erano i licenziamenti ecc, non si mettevano a discutere di chi si poteva “scaricare” oppure no, ma dicevano: stiamo tutti assieme e andiamo da chi ci fa male e tutti uniti, e non si molla e non si lascia nessuno indietro. Io sono sicuro che questo tornerà, però bisogna lavorarci. Certo, arrivati a 70 anni onestamente non sono in grado di dire: “lo vedrò sicuramente”. Però i giovani lo dovranno vedere e dobbiamo lavorare anche perché, francamente, ci sono cose che mi colpiscono e mi fanno venire una rabbia terribile. Ad esempio ieri (21/9), l’aggressione dei fascisti a Bari. Ho visto la fotografia di Antonio Perillo con la retina in testa dopo le bastonate e mi è venuto i mente un giovane universitario che nel 1973 era stato aggredito e bastonato a più non posso dai fascisti a Bologna, con i manici di piccone, e che per lungo tempo dovette portare una retina sulla testa. Voglio dire... ne sono uscito io, ne usciranno anche i compagni di oggi, ancora più determinati di prima. Però...
Questa volta con una possibilità di vincere, magari...
Esatto. Se c’è una cosa che a quelli della mia generazione, come a tutti gli anziani, fa venire rabbia, è rivedere i vecchi mostri che tornano fuori e sentirli presentare come “nuovi”. No, sono lo schifo di sempre e solo le nostre debolezze, le nostre paure, e ovviamente la complicità altrui, li presenta come nuovi.
Fonte
Guerrevisioni - Corpi, droni e kamikaze nelle guerre contemporanee
di Gioacchino Toni
«Il terrorismo sfida costantemente l’Occidente nella sua evidente difficoltà di gestire il corpo dell’Altro, di percepirlo, comprenderlo e accettarlo [come testimonia il riemergere] di una cultura pseudoscientifica del controllo dei corpi, che affonda le proprie radici nella criminologia tardo-ottocentesca» (Barbara Grespi)
«L’operatore del drone è un’immagine specchio di quella del suicide bomber» (Hugh Gusterson)
«I kamikaze sono gli uomini della morte certa, i piloti di droni sono gli uomini della morte impossibile» (Grégoire Chamayou)
In questo scritto verranno presi in esame i saggi di Barbara Grespi e Maurizio Guerri relativi rispettivamente al controllo del corpo nei conflitti contemporanei e al confronto tra il ricorso ai droni occidentale e ai kamikaze da parte mediorientale nelle guerre recenti, pubblicati sul volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) [su Carmilla].
Barbara Grespi, nel saggio “Il controllo dei corpi nel quadro dei conflitti contemporanei”, si sofferma sulla rilevanza etica, ideologica e culturale del rapporto tra corpo e guerre e sul suo trattamento iconico nella contemporaneità.
La studiosa mette in luce come nei conflitti contemporanei sembrano confrontarsi una politica occidentale tendente alla rimozione del corpo e una politica mediorientale votata invece alla sua esposizione. Se da un lato i bombardamenti occidentali effettuati con i droni determinano una «fantasmatizzazione del pilota, che attacca da un altrove radicale» e una «cancellazione del corpo del nemico bombardato, ridotto a puro disturbo visivo a malapena registrato dalle riprese a bassa definizione» (p. 343), dall’altro il nemico mediorientale sembra fare del corpo del combattente il centro delle proprie tattiche di guerra soprattutto attraverso il corpo-bomba del kamikaze e la decapitazione di alcuni prigionieri da parte dell’Isis. A tal proposito, la documentazione filmata e diffusa in internet «costituisce non soltanto la cruda esibizione del corpo del nemico ucciso, ma anche l’autorappresentazione di un Sé radicalmente altro, che alla “civile” soppressione dell’avversario, senza contatto fisico e di conseguenza senza una netta auto-percezione della propria responsabilità, contrappone la presa in carico dell’atavico gesto del boia. Con questa politica, il terrorismo sfida costantemente l’Occidente nella sua evidente difficoltà di gestire il corpo dell’Altro, di percepirlo, comprenderlo e accettarlo; la riemersione di una cultura pseudoscientifica del controllo dei corpi, che affonda le proprie radici nella criminologia tardo-ottocentesca, è forse la più interessante spia di questa impasse, nonché del grande bisogno, soprattutto statunitense, di circoscrivere la differenza culturale all’interno del proprio sistema di pensiero» (p. 344).
Grespi pone l’accento su come la minaccia di subire un attacco da parte dei kamikaze determini in Occidente l’ossessione del riconoscimento preventivo mentre, inversamente, per gli attentatori suicidi il problema diviene quello di non farsi individuare. Di fronte al rischio di attentati l’obiettivo dei servizi di sicurezza occidentali è pertanto quello di riconoscere preventivamente e a tal proposito nel 2007 il Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha dato il via al “Project Hostile Intent” al fine di formare agenti per migliorare le loro «capacità di interpretare i corpi, rilevando tutti quegli elementi comportamentali, gestuali e vocali che rendono un viaggiatore sospetto e meritevole di ulteriori, più aggressive indagini antiterroristiche» (p. 345). Alle tecniche di osservazione sul campo si sono aggiunti sofisticati sussidi tecnologici denominati “Future Attribute Screening Technology” con lo scopo di monitorare la temperatura basale, il movimento oculare e il battito cardiaco. I dati raccolti da tali tecnologie vengono poi trasmessi agli agenti della “Transportation Security Administration”, sottosezione dei “Behaviour Detection Officers”: «a loro spetta l’incarico di osservare i passeggeri, inquadrandone il comportamento e producendo un calcolo del “coefficiente di pericolosità” di ogni individuo, ovvero della probabilità che egli nutra intenzioni criminose» (p. 346). Tale coefficiente si basa sostanzialmente sul riconoscimento delle emozioni secondo un modello proposto dallo psicologo statunitense Paul Ekman, l’ideatore del “Facial Action Coding System”, consistente in una misurazione obiettiva dei micromovimenti facciali che dovrebbe poi essere convertita in un codice informatico destinato alla produzione di “tecnologie sensibili alle emozioni”. Al momento il supporto informatico si limita alla rilevazione delle espressioni involontarie del volto, mentre è all’abilità umana degli agenti che spetta il compito di interpretare tali espressioni riconoscendo i segni di stress corrispondenti alla paura di essere scoperti, i sintomi della menzogna ecc.
Nei tentativi di prevenire i crimini e di riconoscere i segni del volto che rivelano affermazioni menzognere è facile intravedere rispettivamente le ossessioni che abitano Minority Report – il film di Steven Spielberg, liberamente tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick, è uscito nel 2002 in pieno “clima 11 settembre” – e quelle caratterizzanti la popolare serie televisiva Lie to Me (Fox 2009-2011), che non a caso vanta la supervisione scientifica dello stesso Ekman. Per certi versi la serie tv sembra rispondere alle critiche mosse all’applicazione del metodo dello psicologo statunitense negli aeroporti, con un opera di divulgazione del suo metodo di lettura del volto – in cui si mescolano semiotica, fisiognomica, neurologia e scienza naturale delle passioni – ricorrendo ad un’operazione di mitizzazione e certificazione attuata attraverso la fiction e un testimonial-divo (Tim Roth).
In realtà gli agenti addetti al riconoscimento dei potenziali terroristi più che all’analisi accurata del volto fanno riferimento agli aspetti gestuali degli individui: sintomi fisici, formule emotive, sottocodici simbolici, marcature somatiche (!) ecc. Risulta comunque difficile pensare che a una frontiera tutti questi aspetti del fenomeno gestuale possano essere valutati congiuntamente e in tempi stretti ai fini dell’individuazione di un possibile terrorista; «è evidente che fra la rilevazione di un eccessivo stress sospetto e l’interpretazione univoca di formule emotive, soprattutto fra una cultura e l’altra, il passo è lungo» (p. 350).
Sull’onda del convincimento che il corpo non mente mai e che sia pertanto possibile individuare un potenziale terrorista dalla sua gestualità, si sono diffuse sul mercato editoriale americano deliranti pubblicazioni di psicologia spicciola come Body Language of Terrorists (2015), testo scritto da «un’esperta di comunicazione e body language – consulente forense, trainer di personaggi pubblici e attori, nonché autrice di bestseller internazionali, quali Te lo leggo nel pensiero o Come eliminare i rompiballe e vivere felici – e un ex agente dell’Fbi» (p. 352). Tale libro presenta una catalogazione empirica della gestualità del terrorista che, seppur priva di qualsiasi base scientifica, merita di essere considerata per la sua sintomaticità socio-culturale. «Infatti, la spiccata finalità pratica del volume – che si offre al comune cittadino come un manuale salvavita che può aiutarlo a presagire la minaccia terroristica, e come un promemoria dei suoi doveri civili – produce un pensiero totalmente governato dall’ansia dell’Alterità e capace di proiettare un’ombra oscura sulle attuali scienze e pratiche di controllo dei corpi» (pp. 351-352). Nel libro viene prospettata una delirante classificazione del terrorista in alcune varianti identitarie derivate dalla diversa combinazione delle sue principali emozioni: ansia, paura, arroganza, rabbia. Si propongono così classificazioni che tendono ad applicare, non di rado invertendone il significato, caratteristiche ritenute proprie alla cultura occidentale a culture diverse. Ad esempio, quando nel corpo dell’Altro vengono individuati gesti che nella cultura occidentale denoterebbero orgoglio ed eroismo, si invita a leggervi un’intenzione aggressiva.
«Nel contemporaneo sistema di controllo dei corpi, [la] dimensione immaginaria del gesto – associata a un’idea di corpo come medium che elabora immagini e le trasmette con un proprio linguaggio e una propria forma di memoria – viene totalmente rimossa. Nei luoghi di transito, infatti, ci si sforza di omologare la rilevazione del gesto alle altre misurazioni corporee effettuate. La stessa osservazione in video degli stili di comportamento, al di là del fatto che risponde alla filosofia bellica occidentale dell’operare a distanza, viene sperimentata come tecnica di oggettivazione attraverso la tecnologia: registrato da una videocamera, il gesto diventa più facilmente prova, assomiglia di più alle rilevazioni dei molti sensori che completano l’attività di sorveglianza degli agenti, e che proprio perché non contengono variabili “umane” sono considerati attendibili, “gender, culture and age-neutral”» (pp. 355-356).
I dati puramente fisiologici rilevati dai sensori (movimenti oculari, battito cardiaco ecc.) attribuiscono una misura matematica ai gesti denotanti ansia rilevati dagli agenti. Ci si basa pertanto, sottolinea Grespi, «su un’idea di corpo antica, che riesuma la fiducia nella sua trasparenza, nella sua capacità di riflettere all’esterno il proprio interno, manifestando in superficie i segni di ciò che nel profondo lo muove. Body Language of Terrorism traduce questo implicito in un assioma ricorrente: “the body doesn’t lie”, presentato come distillato di esperienza, ma in realtà frutto di un ben noto modello di pensiero, quello attraverso cui la fisiognomica si congiunge alla criminologia ottocentesca» (p. 356).
L’immaginario distopico di un film come Gattaca – La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol, ha ipotizzato un futuro votato alla crescente indexicalità, precisione e infedeltà iconica del dato identificativo. Nel film si prospetta una società futura che ricorre all’identificazione attraverso l’impronta delle dita su un sensore in grado di forare la pelle e analizzare il sangue controllando il Dna. Per superare i controlli che danno accesso a un’agenzia riservata a una élite genetica, il protagonista del film ricorre a campioni di sangue altrui facendo attenzione a rimuovere al contempo le proprie tracce biologiche senza preoccuparsi eccessivamente del diverso aspetto del volto, visto che per accertare l’identità in quella società non si presta più tanta attenzione all’immagine. Se lo scenario distopico prospettato dal film è in linea con lo sviluppo del sistema di identificazione indexicale affermatosi a fine Ottocento, la “guerra al terrore”, sostiene Guerri, sembra invece «far ritorno all’iconicità e all’affanno numerico. In particolare la mano che lascia tracce aniconiche ridiventa la mano che gesticola, che produce forme riconoscibili o che contiene indici metrici» (p. 360).
L’analisi della gestualità introdotta nella lotta al terrorismo mediorientale sembra prescindere totalmente dalle differenze culturali che in alcuni casi danno significati diversi ai medesimi gesti e, soprattutto, non tiene conto di come, a maggior ragione in una dimensione globalizzata come l’attuale, il significato da attribuire ai gesti muti costantemente attraverso processi di appropriazione e riappropriazione simbolica, così come non si cura del fatto che le violenze del controllo alterano, e non in maniera univoca, le modalità con cui gli individui reagiscono. Insomma, negli aeroporti americani si è in balia dell’arbitrio di guardie che, dopo un grottesco corso di formazione, si prodigano nell’arte dell’interpretazione del corpo dell’Altro applicando su di esso formule semplicistiche e stereotipate con pretese di scientificità.
Maurizio Guerri, nel saggio “Il drone e il kamikaze. Due immagini della guerra contemporanea”, analizza il drone occidentale e il suicida mediorientale come figure caratterizzanti i conflitti del nuovo millennio. «Il suicida compie la propria missione di morte e distruzione contro civili o militari – senza alcun obiettivo specifico se non quello di suscitare terrore – annientando se stesso mentre compie il proprio attacco con una violenza pari a quella che infligge ai propri nemici. Nella maggior parte dei casi i nemici sono obiettivi fortuiti e astratti, mentre concreto è il loro ferimento o la loro morte [...] L’altra immagine è quella del drone, una macchina volante dotata di occhi elettronici per muoversi e per lanciare ordigni il cui volo è gestito da un uomo a distanza di sicurezza dalle operazioni; l’aeromobile opera sul cielo del territorio nemico con l’obiettivo di eliminare i propri target una volta che essi siano stati localizzati attraverso diversi sistemi che si concretizzano in un’immagine sullo schermo» (p. 365).
Se l’immagine del gesto dell’attentatore suicida genera orrore tra gli occidentali, la conduzione della guerra attraverso i droni è percepita dagli stessi, almeno a livello diffuso, come una pratica decisamente più umana rispetto all’azione del kamikaze e alle pratiche di guerra tradizionali: il ricorso ai droni consente infatti di preservare vite sul fronte amico. Ben diversa è la percezione sul fronte opposto, tra le popolazioni civili mediorientali spesso colpite da quelli che vengono ipocritamente definiti dalla retorica occidentale “effetti collaterali” della guerra a distanza.
Nell’opinione pubblica occidentale si è fatta strada una logica che schematizza così lo scontro in atto: «da un lato la radice [della violenza mediorientale] sarebbe da ricondurre all’adesione dei terroristi a versioni “radicali” dell’Islam, dall’altra parte i paesi occidentali con tutta la loro eredità in termini di libertà, laicità, illuminismo conducono le loro guerre in modo violento, per lo più all’interno delle convenzioni del diritto internazionale e in nome della democrazia» (p. 366). Insomma, si sarebbe di fronte ad uno “scontro di civiltà” tra il sistema democratico capitalista, con il suo modo “civile” di condurre la guerra, e il mondo islamico-terrorista, con le sue modalità barbare e crudeli di partecipazione al conflitto. Secondo Guerri, in realtà, non si è affatto in presenza di uno “scontro di civiltà”, quanto piuttosto a due diversi modi di condurre la guerra, probabilmente si tratta di «due pieghe dello stesso tipo di conduzione del conflitto [...] all’interno del pianeta globalizzato che è dominato e unificato da un sistema economico capitalistico» (p. 367). Il drone e il kamikaze non rappresenterebbero tanto i simboli di due differenti civiltà che si scontrano, quanto piuttosto «due figure in cui si condensano due modi del conflitto all’interno dello stesso sistema economico che mettono in discussione l’idea stessa di guerra così come è stata condotta dalle origini fino alla fine della Guerra fredda» (p. 367).
Al fine di ricostruire un passaggio della genealogia delle figure del kamikaze e del drone, lo studioso riprende alcune riflessioni degli anni Trenta di Ernst Jünger (Sul dolore, 1934) e di Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936) in cui queste due tipologie sono state prese in considerazione.
Nel suo scritto Jünger prende spunto dalla notizia di un siluro messo a punto dalla marina militare giapponese guidato da un essere umano che alloggia su di esso all’interno di una piccola cabina: un pilota al contempo “arto tecnico” e “vera intelligenza del proiettile”. Una “costruzione organica” in cui l’essere umano rappresenta se stesso e utilizza il suo corpo come parte integrante «del sistema tecnico-lavorativo di cui anche la guerra è divenuta parte» (p. 369). Jünger osserva anche che la civiltà occidentale dall’Ottocento in avanti è dominata «dall’impulso a rimuovere il rapporto diretto del soggetto con la vita, come perdita di esperienza, come volontà di “rimuovere il dolore e di separarlo dalla vita”. I diversi settori della scienza e della tecnica possono essere concepiti nel loro complesso come dominati da una tendenza a stabilire la rimozione del dolore e a impiantare una condizione di “comfort” in ogni ambito della vita» (p. 369).
Con la riduzione della vita a mera funzione del sistema economico-lavorativo, l’esistenza dell’essere umano si inserirebbe «all’interno del sistema del lavoro, fino a diventare – come nell’esempio citato del proiettile umano – un “arto” dello strumento o la sua “intelligenza”» (p. 371). Secondo Jünger l’uomo proiettile rappresenta «una figura in cui si esprime il massimo sacrificio dell’uomo contemporaneo nel porsi al servizio del sistema tecnolavorativo» (p. 371). Guerri sottolinea come in Jünger l’uomo proiettile venga visto come figura pienamente in linea con la logica novecentesca che impone all’individuo di sacrificarsi al sistema tecno-lavorativo. «La figura di colui che sacrifica la propria vita in una operazione bellica appartiene alla fenomenologia della conduzione dello scontro violento nell’epoca del dispiegamento del lavoro su scala planetaria e in esso possiamo leggere il tipo di rapporto che il sistema del lavoro istituisce con il singolo» (pp. 372-373).
Se da un lato nel proiettile umano Jünger individua «il massimo assorbimento possibile dell’uomo nel sistema della tecnica», dall’altro, però, nella figura di chi è pronto ad un sacrificio tanto estremo individua anche una possibile nuova forma di libertà e ciò risulta meglio comprensibile prendendo in considerazione le sue riflessioni a proposito di un romanzo di Joseph Conrad – probabilmente Agente segreto (1907) – ove individua nell’anarchico russo di cui si narra la figura dialettica e complementare a quella dell’uomo proiettile giapponese. Il rivoluzionario del romanzo di Conrad, nel portare al seguito una bomba al fine di tenersi pronto a farsi esplodere nel caso di arresto, porta per certi versi agli estremi l’idea di libertà individuale. «Le immagini dell’uomo-proiettile e dell’anarchico russo sono figure sovrapponibili e allo stesso tempo in tensione dialettica. Da un lato l’uomo-proiettile si caratterizza per un sacrificio definitivo al sistema della tecnica e del lavoro, che si traduce in un totale assorbimento al suo interno, fino all’essere sacrificabile per scopi militari; dall’altro l’anarchico russo sembra invece il rovesciamento dell’uomo-proiettile: nella misura in cui l’oggettivazione conduce a una estraneazione da sé, a una capacità del soggetto di guardare alla propria esistenza corporea come a un “avamposto” in grado di condurre alla conquista di qualcosa di più alto, l’anarchico russo appare come una figura allegorica della rivolta e della libertà nella tecnica» (p. 374).
All’estremo sacrificio al sistema tecnico-lavorativo del pilota giapponese si contrappone il sacrificio per la libertà dell’esistenza dell’individuo dell’anarchico russo. «Il kamikaze con il suo sacrificio costituisce l’inserimento totale del singolo al sistema lavorativo declinato sul piano bellico, l’anarchico russo è colui che si sacrifica in nome della irriducibilità della propria singolarità al piano tecnolavorativo planetario [...] Nella forma del kamikaze o dell’anarchico Jünger afferma che la dimensione del sacrificio massimo dell’individuo sia essenziale per comprendere la relazione dell’uomo contemporaneo con il sistema planetario in cui è situato» (p. 375).
Ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica notoriamente Benjamin sostiene che tutte le tecniche umane, compresa l’arte della guerra, «sono dominate da una tensione dialettica i cui poli sono individuabili nel “sacrificio” (“prima tecnica”, aura, cultualità) e nel “gioco” (“seconda tecnica”, riproducibilità, esponibilità). L’attività su cui si fonda la “prima tecnica” è il sacrificio umano sia in senso religioso [...], sia in senso tecnico-artistico [...], o su un piano bellico come virtù del sacrificio eroico in battaglia. Al polo opposto di questa tensione dialettica, Benjamin pone la “seconda tecnica”, quell’elemento che in ogni attività tecnico-artistica non ha nulla a che fare con il lavoro, anzi la emancipa da esso» (pp. 376-377).
Il filosofo tedesco, dopo aver letto negli anni Trenta di esperimenti inglesi volti a realizzare aerei comandati a distanza da utilizzare come obiettivi durante le esercitazioni, pensa all’immagine degli aerei teleguidabili in grado di fare a meno dell’equipaggio come ad un’allegoria di un’esperienza ludica (seconda tecnica) contrapposta al sacrificio produttivo-lavorativo (prima tecnica). Sostenendo che le due tecniche, seppure in misura variabile, sono ravvisabili in ogni attività umana, è nei “nuovi media” dell’epoca che Benjamin individua la possibilità di ampliare la sfera d’azione della seconda: così come «gli aerei teleguidabili alludono alla possibilità di movimento e di osservazione libera dal sacrificio del lavoro alla scoperta di un “inconscio spaziale”, così la fotografia e il cinema alludono a un ambito estetico in cui il sacrificio e il lavoro abbiano ceduto spazio al gioco, intraprendendo un viaggio nell’“inconscio ottico”» (p. 378). Nel filosofo lo sguardo fotocinematografico diventa così «allegoria di un mondo che l’uomo ha la possibilità di costruire in base alla propria capacità estetico-immaginativa, libera per la prima volta dal riferimento passivo a un essere o a un ordine di valori che preesiste rispetto all’attività dell’uomo stesso». (p. 382). Chiaramente, è bene ricordarlo, in Benjamin affinché si possa dispiegare la dimensione emancipativa della seconda tecnica occorre passare attraverso un processo rivoluzionario che metta fine alla schiavitù del lavoro.
L’uomo-proiettile a cui fa riferimento Jünger e l’immagine dell’aereo senza pilota di cui parla Benjamin, secondo Guerri, indicano ancora oggi «i limiti dello spazio al contempo estetico e politico in cui ci muoviamo» (p. 388). Drone e kamikaze sembrano allora davvero immagini speculari del modo di condurre la guerra ai nostri giorni. «Il drone è l’arma massimamente “auratica” in quanto colui che conduce l’attacco è assente dal luogo in cui l’attacco stesso è condotto. [...] Viceversa il kamikaze è la concretizzazione dell’identità tra corpo e arma, l’inclusione dell’arma nel corpo che esclude la salvezza di colui che conduce un attacco» (p. 388).
Sviluppando i ragionamenti di Jünger e di Benjamin, le figure del drone e del kamikaze che conosciamo ai giorni nostri appaiono come le due facce della medesima logica del sacrificio interna ai conflitti che si danno in un mondo dominato dal capitalismo. «Il kamikaze si sacrifica attingendo a una disciplina che viene posta al servizio della tecnica distruttiva delle armi contemporanee, finendo per dissolversi con l’ordigno che porta con sé. Nel caso del drone, invece, siamo in presenza del sacrificio che è tutto spostato sugli obiettivi nemici attraverso la messa a distanza tecnica dello Uav [Unmanned aerial vehicle]. L’etica dell’autosacrificio e quella dell’autopreservazione appaiono così come le modalità attraverso cui si dispiega una violenza bellica che si svolge da un lato con gli attentati suicidi, dall’altro con gli attentati fantasma» (p. 389).
Fonte
«Il terrorismo sfida costantemente l’Occidente nella sua evidente difficoltà di gestire il corpo dell’Altro, di percepirlo, comprenderlo e accettarlo [come testimonia il riemergere] di una cultura pseudoscientifica del controllo dei corpi, che affonda le proprie radici nella criminologia tardo-ottocentesca» (Barbara Grespi)
«L’operatore del drone è un’immagine specchio di quella del suicide bomber» (Hugh Gusterson)
«I kamikaze sono gli uomini della morte certa, i piloti di droni sono gli uomini della morte impossibile» (Grégoire Chamayou)
In questo scritto verranno presi in esame i saggi di Barbara Grespi e Maurizio Guerri relativi rispettivamente al controllo del corpo nei conflitti contemporanei e al confronto tra il ricorso ai droni occidentale e ai kamikaze da parte mediorientale nelle guerre recenti, pubblicati sul volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) [su Carmilla].
Barbara Grespi, nel saggio “Il controllo dei corpi nel quadro dei conflitti contemporanei”, si sofferma sulla rilevanza etica, ideologica e culturale del rapporto tra corpo e guerre e sul suo trattamento iconico nella contemporaneità.
La studiosa mette in luce come nei conflitti contemporanei sembrano confrontarsi una politica occidentale tendente alla rimozione del corpo e una politica mediorientale votata invece alla sua esposizione. Se da un lato i bombardamenti occidentali effettuati con i droni determinano una «fantasmatizzazione del pilota, che attacca da un altrove radicale» e una «cancellazione del corpo del nemico bombardato, ridotto a puro disturbo visivo a malapena registrato dalle riprese a bassa definizione» (p. 343), dall’altro il nemico mediorientale sembra fare del corpo del combattente il centro delle proprie tattiche di guerra soprattutto attraverso il corpo-bomba del kamikaze e la decapitazione di alcuni prigionieri da parte dell’Isis. A tal proposito, la documentazione filmata e diffusa in internet «costituisce non soltanto la cruda esibizione del corpo del nemico ucciso, ma anche l’autorappresentazione di un Sé radicalmente altro, che alla “civile” soppressione dell’avversario, senza contatto fisico e di conseguenza senza una netta auto-percezione della propria responsabilità, contrappone la presa in carico dell’atavico gesto del boia. Con questa politica, il terrorismo sfida costantemente l’Occidente nella sua evidente difficoltà di gestire il corpo dell’Altro, di percepirlo, comprenderlo e accettarlo; la riemersione di una cultura pseudoscientifica del controllo dei corpi, che affonda le proprie radici nella criminologia tardo-ottocentesca, è forse la più interessante spia di questa impasse, nonché del grande bisogno, soprattutto statunitense, di circoscrivere la differenza culturale all’interno del proprio sistema di pensiero» (p. 344).
Grespi pone l’accento su come la minaccia di subire un attacco da parte dei kamikaze determini in Occidente l’ossessione del riconoscimento preventivo mentre, inversamente, per gli attentatori suicidi il problema diviene quello di non farsi individuare. Di fronte al rischio di attentati l’obiettivo dei servizi di sicurezza occidentali è pertanto quello di riconoscere preventivamente e a tal proposito nel 2007 il Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha dato il via al “Project Hostile Intent” al fine di formare agenti per migliorare le loro «capacità di interpretare i corpi, rilevando tutti quegli elementi comportamentali, gestuali e vocali che rendono un viaggiatore sospetto e meritevole di ulteriori, più aggressive indagini antiterroristiche» (p. 345). Alle tecniche di osservazione sul campo si sono aggiunti sofisticati sussidi tecnologici denominati “Future Attribute Screening Technology” con lo scopo di monitorare la temperatura basale, il movimento oculare e il battito cardiaco. I dati raccolti da tali tecnologie vengono poi trasmessi agli agenti della “Transportation Security Administration”, sottosezione dei “Behaviour Detection Officers”: «a loro spetta l’incarico di osservare i passeggeri, inquadrandone il comportamento e producendo un calcolo del “coefficiente di pericolosità” di ogni individuo, ovvero della probabilità che egli nutra intenzioni criminose» (p. 346). Tale coefficiente si basa sostanzialmente sul riconoscimento delle emozioni secondo un modello proposto dallo psicologo statunitense Paul Ekman, l’ideatore del “Facial Action Coding System”, consistente in una misurazione obiettiva dei micromovimenti facciali che dovrebbe poi essere convertita in un codice informatico destinato alla produzione di “tecnologie sensibili alle emozioni”. Al momento il supporto informatico si limita alla rilevazione delle espressioni involontarie del volto, mentre è all’abilità umana degli agenti che spetta il compito di interpretare tali espressioni riconoscendo i segni di stress corrispondenti alla paura di essere scoperti, i sintomi della menzogna ecc.
Nei tentativi di prevenire i crimini e di riconoscere i segni del volto che rivelano affermazioni menzognere è facile intravedere rispettivamente le ossessioni che abitano Minority Report – il film di Steven Spielberg, liberamente tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick, è uscito nel 2002 in pieno “clima 11 settembre” – e quelle caratterizzanti la popolare serie televisiva Lie to Me (Fox 2009-2011), che non a caso vanta la supervisione scientifica dello stesso Ekman. Per certi versi la serie tv sembra rispondere alle critiche mosse all’applicazione del metodo dello psicologo statunitense negli aeroporti, con un opera di divulgazione del suo metodo di lettura del volto – in cui si mescolano semiotica, fisiognomica, neurologia e scienza naturale delle passioni – ricorrendo ad un’operazione di mitizzazione e certificazione attuata attraverso la fiction e un testimonial-divo (Tim Roth).
In realtà gli agenti addetti al riconoscimento dei potenziali terroristi più che all’analisi accurata del volto fanno riferimento agli aspetti gestuali degli individui: sintomi fisici, formule emotive, sottocodici simbolici, marcature somatiche (!) ecc. Risulta comunque difficile pensare che a una frontiera tutti questi aspetti del fenomeno gestuale possano essere valutati congiuntamente e in tempi stretti ai fini dell’individuazione di un possibile terrorista; «è evidente che fra la rilevazione di un eccessivo stress sospetto e l’interpretazione univoca di formule emotive, soprattutto fra una cultura e l’altra, il passo è lungo» (p. 350).
Sull’onda del convincimento che il corpo non mente mai e che sia pertanto possibile individuare un potenziale terrorista dalla sua gestualità, si sono diffuse sul mercato editoriale americano deliranti pubblicazioni di psicologia spicciola come Body Language of Terrorists (2015), testo scritto da «un’esperta di comunicazione e body language – consulente forense, trainer di personaggi pubblici e attori, nonché autrice di bestseller internazionali, quali Te lo leggo nel pensiero o Come eliminare i rompiballe e vivere felici – e un ex agente dell’Fbi» (p. 352). Tale libro presenta una catalogazione empirica della gestualità del terrorista che, seppur priva di qualsiasi base scientifica, merita di essere considerata per la sua sintomaticità socio-culturale. «Infatti, la spiccata finalità pratica del volume – che si offre al comune cittadino come un manuale salvavita che può aiutarlo a presagire la minaccia terroristica, e come un promemoria dei suoi doveri civili – produce un pensiero totalmente governato dall’ansia dell’Alterità e capace di proiettare un’ombra oscura sulle attuali scienze e pratiche di controllo dei corpi» (pp. 351-352). Nel libro viene prospettata una delirante classificazione del terrorista in alcune varianti identitarie derivate dalla diversa combinazione delle sue principali emozioni: ansia, paura, arroganza, rabbia. Si propongono così classificazioni che tendono ad applicare, non di rado invertendone il significato, caratteristiche ritenute proprie alla cultura occidentale a culture diverse. Ad esempio, quando nel corpo dell’Altro vengono individuati gesti che nella cultura occidentale denoterebbero orgoglio ed eroismo, si invita a leggervi un’intenzione aggressiva.
«Nel contemporaneo sistema di controllo dei corpi, [la] dimensione immaginaria del gesto – associata a un’idea di corpo come medium che elabora immagini e le trasmette con un proprio linguaggio e una propria forma di memoria – viene totalmente rimossa. Nei luoghi di transito, infatti, ci si sforza di omologare la rilevazione del gesto alle altre misurazioni corporee effettuate. La stessa osservazione in video degli stili di comportamento, al di là del fatto che risponde alla filosofia bellica occidentale dell’operare a distanza, viene sperimentata come tecnica di oggettivazione attraverso la tecnologia: registrato da una videocamera, il gesto diventa più facilmente prova, assomiglia di più alle rilevazioni dei molti sensori che completano l’attività di sorveglianza degli agenti, e che proprio perché non contengono variabili “umane” sono considerati attendibili, “gender, culture and age-neutral”» (pp. 355-356).
I dati puramente fisiologici rilevati dai sensori (movimenti oculari, battito cardiaco ecc.) attribuiscono una misura matematica ai gesti denotanti ansia rilevati dagli agenti. Ci si basa pertanto, sottolinea Grespi, «su un’idea di corpo antica, che riesuma la fiducia nella sua trasparenza, nella sua capacità di riflettere all’esterno il proprio interno, manifestando in superficie i segni di ciò che nel profondo lo muove. Body Language of Terrorism traduce questo implicito in un assioma ricorrente: “the body doesn’t lie”, presentato come distillato di esperienza, ma in realtà frutto di un ben noto modello di pensiero, quello attraverso cui la fisiognomica si congiunge alla criminologia ottocentesca» (p. 356).
L’immaginario distopico di un film come Gattaca – La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol, ha ipotizzato un futuro votato alla crescente indexicalità, precisione e infedeltà iconica del dato identificativo. Nel film si prospetta una società futura che ricorre all’identificazione attraverso l’impronta delle dita su un sensore in grado di forare la pelle e analizzare il sangue controllando il Dna. Per superare i controlli che danno accesso a un’agenzia riservata a una élite genetica, il protagonista del film ricorre a campioni di sangue altrui facendo attenzione a rimuovere al contempo le proprie tracce biologiche senza preoccuparsi eccessivamente del diverso aspetto del volto, visto che per accertare l’identità in quella società non si presta più tanta attenzione all’immagine. Se lo scenario distopico prospettato dal film è in linea con lo sviluppo del sistema di identificazione indexicale affermatosi a fine Ottocento, la “guerra al terrore”, sostiene Guerri, sembra invece «far ritorno all’iconicità e all’affanno numerico. In particolare la mano che lascia tracce aniconiche ridiventa la mano che gesticola, che produce forme riconoscibili o che contiene indici metrici» (p. 360).
L’analisi della gestualità introdotta nella lotta al terrorismo mediorientale sembra prescindere totalmente dalle differenze culturali che in alcuni casi danno significati diversi ai medesimi gesti e, soprattutto, non tiene conto di come, a maggior ragione in una dimensione globalizzata come l’attuale, il significato da attribuire ai gesti muti costantemente attraverso processi di appropriazione e riappropriazione simbolica, così come non si cura del fatto che le violenze del controllo alterano, e non in maniera univoca, le modalità con cui gli individui reagiscono. Insomma, negli aeroporti americani si è in balia dell’arbitrio di guardie che, dopo un grottesco corso di formazione, si prodigano nell’arte dell’interpretazione del corpo dell’Altro applicando su di esso formule semplicistiche e stereotipate con pretese di scientificità.
Maurizio Guerri, nel saggio “Il drone e il kamikaze. Due immagini della guerra contemporanea”, analizza il drone occidentale e il suicida mediorientale come figure caratterizzanti i conflitti del nuovo millennio. «Il suicida compie la propria missione di morte e distruzione contro civili o militari – senza alcun obiettivo specifico se non quello di suscitare terrore – annientando se stesso mentre compie il proprio attacco con una violenza pari a quella che infligge ai propri nemici. Nella maggior parte dei casi i nemici sono obiettivi fortuiti e astratti, mentre concreto è il loro ferimento o la loro morte [...] L’altra immagine è quella del drone, una macchina volante dotata di occhi elettronici per muoversi e per lanciare ordigni il cui volo è gestito da un uomo a distanza di sicurezza dalle operazioni; l’aeromobile opera sul cielo del territorio nemico con l’obiettivo di eliminare i propri target una volta che essi siano stati localizzati attraverso diversi sistemi che si concretizzano in un’immagine sullo schermo» (p. 365).
Se l’immagine del gesto dell’attentatore suicida genera orrore tra gli occidentali, la conduzione della guerra attraverso i droni è percepita dagli stessi, almeno a livello diffuso, come una pratica decisamente più umana rispetto all’azione del kamikaze e alle pratiche di guerra tradizionali: il ricorso ai droni consente infatti di preservare vite sul fronte amico. Ben diversa è la percezione sul fronte opposto, tra le popolazioni civili mediorientali spesso colpite da quelli che vengono ipocritamente definiti dalla retorica occidentale “effetti collaterali” della guerra a distanza.
Nell’opinione pubblica occidentale si è fatta strada una logica che schematizza così lo scontro in atto: «da un lato la radice [della violenza mediorientale] sarebbe da ricondurre all’adesione dei terroristi a versioni “radicali” dell’Islam, dall’altra parte i paesi occidentali con tutta la loro eredità in termini di libertà, laicità, illuminismo conducono le loro guerre in modo violento, per lo più all’interno delle convenzioni del diritto internazionale e in nome della democrazia» (p. 366). Insomma, si sarebbe di fronte ad uno “scontro di civiltà” tra il sistema democratico capitalista, con il suo modo “civile” di condurre la guerra, e il mondo islamico-terrorista, con le sue modalità barbare e crudeli di partecipazione al conflitto. Secondo Guerri, in realtà, non si è affatto in presenza di uno “scontro di civiltà”, quanto piuttosto a due diversi modi di condurre la guerra, probabilmente si tratta di «due pieghe dello stesso tipo di conduzione del conflitto [...] all’interno del pianeta globalizzato che è dominato e unificato da un sistema economico capitalistico» (p. 367). Il drone e il kamikaze non rappresenterebbero tanto i simboli di due differenti civiltà che si scontrano, quanto piuttosto «due figure in cui si condensano due modi del conflitto all’interno dello stesso sistema economico che mettono in discussione l’idea stessa di guerra così come è stata condotta dalle origini fino alla fine della Guerra fredda» (p. 367).
Al fine di ricostruire un passaggio della genealogia delle figure del kamikaze e del drone, lo studioso riprende alcune riflessioni degli anni Trenta di Ernst Jünger (Sul dolore, 1934) e di Walter Benjamin (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936) in cui queste due tipologie sono state prese in considerazione.
Nel suo scritto Jünger prende spunto dalla notizia di un siluro messo a punto dalla marina militare giapponese guidato da un essere umano che alloggia su di esso all’interno di una piccola cabina: un pilota al contempo “arto tecnico” e “vera intelligenza del proiettile”. Una “costruzione organica” in cui l’essere umano rappresenta se stesso e utilizza il suo corpo come parte integrante «del sistema tecnico-lavorativo di cui anche la guerra è divenuta parte» (p. 369). Jünger osserva anche che la civiltà occidentale dall’Ottocento in avanti è dominata «dall’impulso a rimuovere il rapporto diretto del soggetto con la vita, come perdita di esperienza, come volontà di “rimuovere il dolore e di separarlo dalla vita”. I diversi settori della scienza e della tecnica possono essere concepiti nel loro complesso come dominati da una tendenza a stabilire la rimozione del dolore e a impiantare una condizione di “comfort” in ogni ambito della vita» (p. 369).
Con la riduzione della vita a mera funzione del sistema economico-lavorativo, l’esistenza dell’essere umano si inserirebbe «all’interno del sistema del lavoro, fino a diventare – come nell’esempio citato del proiettile umano – un “arto” dello strumento o la sua “intelligenza”» (p. 371). Secondo Jünger l’uomo proiettile rappresenta «una figura in cui si esprime il massimo sacrificio dell’uomo contemporaneo nel porsi al servizio del sistema tecnolavorativo» (p. 371). Guerri sottolinea come in Jünger l’uomo proiettile venga visto come figura pienamente in linea con la logica novecentesca che impone all’individuo di sacrificarsi al sistema tecno-lavorativo. «La figura di colui che sacrifica la propria vita in una operazione bellica appartiene alla fenomenologia della conduzione dello scontro violento nell’epoca del dispiegamento del lavoro su scala planetaria e in esso possiamo leggere il tipo di rapporto che il sistema del lavoro istituisce con il singolo» (pp. 372-373).
Se da un lato nel proiettile umano Jünger individua «il massimo assorbimento possibile dell’uomo nel sistema della tecnica», dall’altro, però, nella figura di chi è pronto ad un sacrificio tanto estremo individua anche una possibile nuova forma di libertà e ciò risulta meglio comprensibile prendendo in considerazione le sue riflessioni a proposito di un romanzo di Joseph Conrad – probabilmente Agente segreto (1907) – ove individua nell’anarchico russo di cui si narra la figura dialettica e complementare a quella dell’uomo proiettile giapponese. Il rivoluzionario del romanzo di Conrad, nel portare al seguito una bomba al fine di tenersi pronto a farsi esplodere nel caso di arresto, porta per certi versi agli estremi l’idea di libertà individuale. «Le immagini dell’uomo-proiettile e dell’anarchico russo sono figure sovrapponibili e allo stesso tempo in tensione dialettica. Da un lato l’uomo-proiettile si caratterizza per un sacrificio definitivo al sistema della tecnica e del lavoro, che si traduce in un totale assorbimento al suo interno, fino all’essere sacrificabile per scopi militari; dall’altro l’anarchico russo sembra invece il rovesciamento dell’uomo-proiettile: nella misura in cui l’oggettivazione conduce a una estraneazione da sé, a una capacità del soggetto di guardare alla propria esistenza corporea come a un “avamposto” in grado di condurre alla conquista di qualcosa di più alto, l’anarchico russo appare come una figura allegorica della rivolta e della libertà nella tecnica» (p. 374).
All’estremo sacrificio al sistema tecnico-lavorativo del pilota giapponese si contrappone il sacrificio per la libertà dell’esistenza dell’individuo dell’anarchico russo. «Il kamikaze con il suo sacrificio costituisce l’inserimento totale del singolo al sistema lavorativo declinato sul piano bellico, l’anarchico russo è colui che si sacrifica in nome della irriducibilità della propria singolarità al piano tecnolavorativo planetario [...] Nella forma del kamikaze o dell’anarchico Jünger afferma che la dimensione del sacrificio massimo dell’individuo sia essenziale per comprendere la relazione dell’uomo contemporaneo con il sistema planetario in cui è situato» (p. 375).
Ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica notoriamente Benjamin sostiene che tutte le tecniche umane, compresa l’arte della guerra, «sono dominate da una tensione dialettica i cui poli sono individuabili nel “sacrificio” (“prima tecnica”, aura, cultualità) e nel “gioco” (“seconda tecnica”, riproducibilità, esponibilità). L’attività su cui si fonda la “prima tecnica” è il sacrificio umano sia in senso religioso [...], sia in senso tecnico-artistico [...], o su un piano bellico come virtù del sacrificio eroico in battaglia. Al polo opposto di questa tensione dialettica, Benjamin pone la “seconda tecnica”, quell’elemento che in ogni attività tecnico-artistica non ha nulla a che fare con il lavoro, anzi la emancipa da esso» (pp. 376-377).
Il filosofo tedesco, dopo aver letto negli anni Trenta di esperimenti inglesi volti a realizzare aerei comandati a distanza da utilizzare come obiettivi durante le esercitazioni, pensa all’immagine degli aerei teleguidabili in grado di fare a meno dell’equipaggio come ad un’allegoria di un’esperienza ludica (seconda tecnica) contrapposta al sacrificio produttivo-lavorativo (prima tecnica). Sostenendo che le due tecniche, seppure in misura variabile, sono ravvisabili in ogni attività umana, è nei “nuovi media” dell’epoca che Benjamin individua la possibilità di ampliare la sfera d’azione della seconda: così come «gli aerei teleguidabili alludono alla possibilità di movimento e di osservazione libera dal sacrificio del lavoro alla scoperta di un “inconscio spaziale”, così la fotografia e il cinema alludono a un ambito estetico in cui il sacrificio e il lavoro abbiano ceduto spazio al gioco, intraprendendo un viaggio nell’“inconscio ottico”» (p. 378). Nel filosofo lo sguardo fotocinematografico diventa così «allegoria di un mondo che l’uomo ha la possibilità di costruire in base alla propria capacità estetico-immaginativa, libera per la prima volta dal riferimento passivo a un essere o a un ordine di valori che preesiste rispetto all’attività dell’uomo stesso». (p. 382). Chiaramente, è bene ricordarlo, in Benjamin affinché si possa dispiegare la dimensione emancipativa della seconda tecnica occorre passare attraverso un processo rivoluzionario che metta fine alla schiavitù del lavoro.
L’uomo-proiettile a cui fa riferimento Jünger e l’immagine dell’aereo senza pilota di cui parla Benjamin, secondo Guerri, indicano ancora oggi «i limiti dello spazio al contempo estetico e politico in cui ci muoviamo» (p. 388). Drone e kamikaze sembrano allora davvero immagini speculari del modo di condurre la guerra ai nostri giorni. «Il drone è l’arma massimamente “auratica” in quanto colui che conduce l’attacco è assente dal luogo in cui l’attacco stesso è condotto. [...] Viceversa il kamikaze è la concretizzazione dell’identità tra corpo e arma, l’inclusione dell’arma nel corpo che esclude la salvezza di colui che conduce un attacco» (p. 388).
Sviluppando i ragionamenti di Jünger e di Benjamin, le figure del drone e del kamikaze che conosciamo ai giorni nostri appaiono come le due facce della medesima logica del sacrificio interna ai conflitti che si danno in un mondo dominato dal capitalismo. «Il kamikaze si sacrifica attingendo a una disciplina che viene posta al servizio della tecnica distruttiva delle armi contemporanee, finendo per dissolversi con l’ordigno che porta con sé. Nel caso del drone, invece, siamo in presenza del sacrificio che è tutto spostato sugli obiettivi nemici attraverso la messa a distanza tecnica dello Uav [Unmanned aerial vehicle]. L’etica dell’autosacrificio e quella dell’autopreservazione appaiono così come le modalità attraverso cui si dispiega una violenza bellica che si svolge da un lato con gli attentati suicidi, dall’altro con gli attentati fantasma» (p. 389).
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