Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/04/2023
«La diplomazia cinese fa paura agli Usa, non vogliono la pace»
Sui recenti sviluppi della crisi ucraina abbiamo raccolto per il manifesto alcune riflessioni di Noam Chomsky, professore emerito del Mit, linguista, filosofo e politologo di fama internazionale di cui è uscito in libreria in questi giorni l’ultimo volume, Poteri illegittimi. Clima, guerra nucleare: affrontare le sfide del nostro tempo, (ed. Ponte alle Grazie tradotto e curato nell’edizione italiana da chi scrive).
Venerdì 17 marzo la Corte penale internazionale ha accusato formalmente Vladimir Putin di crimini di guerra in Ucraina e ha emesso un mandato di arresto contro di lui e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, che cosa ne pensa?
La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin perché sarebbe responsabile della deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. O, per dirla in maniera un po’ diversa citando Al Jazeera, «gli ipocriti di professione della Corte penale internazionale» hanno emesso un meritatissimo mandato di arresto a carico di «quel personaggio grottesco che è il presidente russo, che compie allegramente crimini contro l’umanità ed è poco più che un delinquente» («An ICC warrant against Putin is good – and hypocritical», Al Jazeera, 20 marzo 2023). I mezzi d’informazione occidentali preferiscono attenersi a una versione più morbida. In ogni caso, è sempre meritevole ricercare la verità, per quanto possa entrare in conflitto con l’asservimento alle verità dottrinarie dei potenti.
Partendo dal presupposto che quello della Cpi sia un atto legittimo, sorge spontanea la domanda se esso non debba stimolare l’applicazione di un criterio analogo anche a quanto è avvenuto in Iraq, proprio in questi giorni in cui si commemora il ventesimo anniversario dell’invasione a guida angloamericana.
Se la Corte penale internazionale avesse il coraggio di elevarsi a tale livello di onestà e integrità, la punizione sarebbe dura e brutale. Quando il procuratore della Corte Fatou Bensouda ha osato suggerire che la Cpi dovrebbe indagare sui pesanti crimini statunitensi e israeliani, il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha imposto sanzioni contro i funzionari della Corte sospettati di essere colpevoli di questa oltraggiosa violazione dell’«ordine internazionale basato sulle regole» governato dagli Stati Uniti. Il visto di Bensouda è stato revocato. Successivamente, sono state imposte sanzioni a Bensouda e a un altro alto funzionario della Corte penale internazionale (si tratta di Phakiso Mochochoko, «US Sanctions on the International Criminal Court», Human Rights Watch, 14 dicembre 2020, ndr). Esiste già una legge del Congresso statunitense che autorizza il presidente Usa a usare la forza per «salvare» qualsiasi americano che rischi di essere portato dinanzi al tribunale dell’Aia (nota informalmente come Hague Invasion Act, è una legge federale entrata in vigore il 2 agosto 2002, mirante a «proteggere il personale militare degli Stati Uniti e altri funzionari eletti e nominati del governo degli Stati uniti contro procedimenti penali da parte di un tribunale penale internazionale di cui gli Stati uniti non fanno parte». Il Padrino non tollera alcun segno di insubordinazione.
Il 20 marzo il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per una visita ufficiale di tre giorni su espresso invito di Putin. Pensa che questa visita possa rappresentare un concreto passo avanti verso una qualche forma di negoziato per fermare la guerra in Ucraina?
Il governo Usa ha condannato immediatamente la visita e la proposta di pace cinese. La posizione ufficiale degli Stati Uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia. Come molti commentatori occidentali hanno osservato, non senza un certo entusiasmo, è un grosso affare per gli Stati Uniti. Facendo ricorso a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare, gli Stati Uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze del suo principale avversario in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. In verità, producendo un guadagno molto più ampio. Più in generale, la diplomazia cinese è motivo di grande preoccupazione per Washington. La sua recente iniziativa per promuovere un accordo tra Iran e Arabia Saudita mette i bastoni tra le ruote a un ordine regionale che gli Stati Uniti dominano sin dalla Seconda guerra mondiale, e mina gli sforzi degli Stati Uniti di punire l’Iran per la sua diserzione da questo sistema, in quella che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Non è una faccenda di poco conto.
Fonte
Venerdì 17 marzo la Corte penale internazionale ha accusato formalmente Vladimir Putin di crimini di guerra in Ucraina e ha emesso un mandato di arresto contro di lui e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, che cosa ne pensa?
La Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin perché sarebbe responsabile della deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. O, per dirla in maniera un po’ diversa citando Al Jazeera, «gli ipocriti di professione della Corte penale internazionale» hanno emesso un meritatissimo mandato di arresto a carico di «quel personaggio grottesco che è il presidente russo, che compie allegramente crimini contro l’umanità ed è poco più che un delinquente» («An ICC warrant against Putin is good – and hypocritical», Al Jazeera, 20 marzo 2023). I mezzi d’informazione occidentali preferiscono attenersi a una versione più morbida. In ogni caso, è sempre meritevole ricercare la verità, per quanto possa entrare in conflitto con l’asservimento alle verità dottrinarie dei potenti.
Partendo dal presupposto che quello della Cpi sia un atto legittimo, sorge spontanea la domanda se esso non debba stimolare l’applicazione di un criterio analogo anche a quanto è avvenuto in Iraq, proprio in questi giorni in cui si commemora il ventesimo anniversario dell’invasione a guida angloamericana.
Se la Corte penale internazionale avesse il coraggio di elevarsi a tale livello di onestà e integrità, la punizione sarebbe dura e brutale. Quando il procuratore della Corte Fatou Bensouda ha osato suggerire che la Cpi dovrebbe indagare sui pesanti crimini statunitensi e israeliani, il presidente Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha imposto sanzioni contro i funzionari della Corte sospettati di essere colpevoli di questa oltraggiosa violazione dell’«ordine internazionale basato sulle regole» governato dagli Stati Uniti. Il visto di Bensouda è stato revocato. Successivamente, sono state imposte sanzioni a Bensouda e a un altro alto funzionario della Corte penale internazionale (si tratta di Phakiso Mochochoko, «US Sanctions on the International Criminal Court», Human Rights Watch, 14 dicembre 2020, ndr). Esiste già una legge del Congresso statunitense che autorizza il presidente Usa a usare la forza per «salvare» qualsiasi americano che rischi di essere portato dinanzi al tribunale dell’Aia (nota informalmente come Hague Invasion Act, è una legge federale entrata in vigore il 2 agosto 2002, mirante a «proteggere il personale militare degli Stati Uniti e altri funzionari eletti e nominati del governo degli Stati uniti contro procedimenti penali da parte di un tribunale penale internazionale di cui gli Stati uniti non fanno parte». Il Padrino non tollera alcun segno di insubordinazione.
Il 20 marzo il presidente cinese Xi Jinping è arrivato a Mosca per una visita ufficiale di tre giorni su espresso invito di Putin. Pensa che questa visita possa rappresentare un concreto passo avanti verso una qualche forma di negoziato per fermare la guerra in Ucraina?
Il governo Usa ha condannato immediatamente la visita e la proposta di pace cinese. La posizione ufficiale degli Stati Uniti rimane invariata: la guerra deve continuare per indebolire gravemente la Russia. Come molti commentatori occidentali hanno osservato, non senza un certo entusiasmo, è un grosso affare per gli Stati Uniti. Facendo ricorso a una piccola porzione del proprio colossale bilancio militare, gli Stati Uniti sono in grado di deteriorare pesantemente le forze del suo principale avversario in campo militare, generando peraltro un’impennata negli utili e nelle vendite dell’industria militare. In verità, producendo un guadagno molto più ampio. Più in generale, la diplomazia cinese è motivo di grande preoccupazione per Washington. La sua recente iniziativa per promuovere un accordo tra Iran e Arabia Saudita mette i bastoni tra le ruote a un ordine regionale che gli Stati Uniti dominano sin dalla Seconda guerra mondiale, e mina gli sforzi degli Stati Uniti di punire l’Iran per la sua diserzione da questo sistema, in quella che i pianificatori statunitensi del secondo dopoguerra consideravano l’area strategicamente più importante del mondo. Non è una faccenda di poco conto.
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USA - Crociata contro TikTok
L’assalto del governo americano al popolare “social” cinese TikTok è ripartito a pieno regime in questi ultimi giorni con l’udienza alla Camera dei Rappresentanti di Washington dell’amministratore delegato Shou Zi Chew e la discussione al Congresso di alcune proposte di legge per limitare l’utilizzo dell’app negli Stati Uniti. La pericolosità di questo strumento, che viene senza alcuna prova associato al governo di Pechino, sembra essere ampiamente sopravvalutata, ma la campagna in corso ai limiti dell’isteria ha almeno due obiettivi ben precisi: alimentare il clima di caccia alle streghe contro la “minaccia” cinese e rafforzare il potere di censura e controllo della rete nelle mani del governo americano.
I vari membri della commissione Commercio della camera bassa del parlamento USA intendevano con ogni probabilità mettere alle strette il numero uno di TikTok, dimostrando la pericolosità di un “social” bollato come strumento del Partito Comunista Cinese. Quello che è emerso dall’evento, oltre alla pacatezza con cui Shou Zi Chew ha controbattuto a domande e provocazioni, è stata piuttosto la sostanziale ignoranza dei deputati sul funzionamento del “social” incriminato e di internet in generale.
Non solo, le denunce feroci nei confronti di TikTok hanno finito per evidenziare l’ipocrisia che come sempre contraddistingue le finte crociate della classe politica americana. Se il merito delle imputazioni sollevate per TikTok può essere considerato in parte legittimo, è ancora di più vero che le potenzialità maligne del “social” cinese si ritrovano moltiplicate in strumenti simili ma ancora più diffusi a livello planetario e, soprattutto, di proprietà di soggetti americani, come Google, Facebook, Instagram o Twitter.
Per i politici americani, dunque, TikTok funzionerebbe come una sorta di programma di “sorveglianza di massa” in grado di intercettare i dati personali dei suoi 150 milioni di utenti negli Stati Uniti. Informazioni sanitarie o sui movimenti degli utilizzatori sono tra quelle più sensibili su cui il “social” metterebbe le mani. Il tutto, almeno potenzialmente, nella disponibilità delle autorità della Repubblica Popolare Cinese.
Gli interventi dei deputati americani fanno parte di una campagna coordinata che già l’amministrazione Trump aveva inaugurato qualche anno fa, nel tentativo di bandire il “social” cinese dagli Stati Uniti. I vertici delle principali agenzie della sicurezza nazionale USA hanno a loro volta suonato l’allarme su TikTok. A inizio di questa settimana, ad esempio, il numero uno della cyber-sicurezza per la NSA, Rob Joyce, ha definito il “social” come un “cavallo di Troia” della Cina, utilizzato da Pechino per raccogliere informazioni sugli americani. Secondo Joyce, il governo americano dovrebbe tenere sotto stretto controllo le attività della compagnia che ne detiene la proprietà – la cinese ByteDance – in modo da evitare futuri problemi legati alla sicurezza.
Lo scorso novembre era stato invece il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ad avvertire che Pechino poteva sfruttare TikTok per operazioni di spionaggio o, addirittura, per prendere il controllo degli smarthpone su cui è installata l’applicazione. Poco più tardi, l’uso del “social” cinese era stato vietato sui dispositivi aziendali dei dipendenti del governo federale e di una ventina di amministrazioni statali.
Fermo restando che il controllo del governo cinese delle informazioni a cui TikTok potrebbe potenzialmente avere accesso non è stato per ora in nessun modo dimostrato, è evidente che la facoltà di raccogliere informazioni di massa a livello globale è in primo luogo una caratteristica di siti, motori di ricerca e “social network” ideati e di stanza in America. Questi ultimi collaborano oltretutto regolarmente con il governo di Washington, consegnando su richiesta dati ultra-sensibili dei loro utenti, quasi sempre a loro insaputa.
L’uso dei “social” come strumento di propaganda o di controllo dell’informazione è un’altra prerogativa dell’apparato di potere USA. Proprio negli ultimi mesi, Elon Musk ha favorito la pubblicazione in varie tranches dei cosiddetti “Twitter Files”, ovvero trascrizioni di e-mail e comunicazioni varie tra i vertici di Twitter ed esponenti del governo che confermavano come fosse applicata una censura di fatto delle notizie da diffondere tra gli utenti del “social” con sede a San Francisco. Com’è ormai noto, risalgono poi al 2013 le prime rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della NSA, impegnata a monitorare virtualmente tutte le comunicazioni elettroniche che avvengono sul territorio americano e non solo.
Al di là del merito delle accuse contro TikTok, è indiscutibile che il governo degli Stati Uniti sia di gran lunga il più attivo nel campo della sorveglianza digitale, del controllo/manipolazione delle informazioni e delle operazioni di propaganda su scala planetaria. Il tentativo di demonizzazione di TikTok, così da scoraggiare gli utenti americani dall’utilizzarlo, appare inoltre insensato anche da un altro punto di vista. In una realtà dove la privacy è ormai un’illusione e il monitoraggio sul web è pervasivo, non è cioè chiaro, come ha spiegato un’analisi della rivista Jacobin, per quale ragione gli utenti americani dovrebbero preoccuparsi maggiormente del controllo (presunto) esercitato dal governo cinese rispetto a quello (dimostrato) del loro governo.
Più in generale, si chiede l’articolo, la preoccupazione più grande per un americano è la “minaccia” di TikTok o “il tentacolare apparato della sicurezza nazionale post-11 settembre”? Apparato che, oltretutto, ha già mostrato le proprie potenzialità autoritarie e repressive negli ultimi due decenni. In definitiva, anche prendendo per vere le accuse rivolte al “social” cinese, si legge in un recente editoriale del sito Tech Policy Press, “TikTok non è un prodotto del comunismo cinese, bensì del capitalismo della sorveglianza americano”. Se il Congresso intende realmente risolvere le minacce insite in questa applicazione, avverte l’articolo, allora “dovrebbe vietare la ‘pubblicità targettizzata’ [da internet] e non TikTok”.
La pericolosità di TikTok è dunque un pretesto che gli Stati Uniti intendono sfruttare per aggiungere un altro tassello alla campagna anti-cinese in atto. L’atmosfera da nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino deve evidentemente permeare tutti gli ambiti e, nel caso del “social” di condivisione di video, si intreccia alla sfida in ambito informatico e tecnologico che da tempo infiamma i rapporti tra le prime due potenze economiche del pianeta.
L’altro aspetto legato alla crociata contro TikTok è il fermento legislativo del Congresso USA per introdurre un nuovo giro di vite sulla libertà di espressione e sul controllo della rete. Una bozza di legge è stata depositata alla Camera (“DATA Act”) e prevede una serie di iniziative decisamente estreme. Una di queste è la possibilità di congelare tutti i beni di quegli americani che “consapevolmente” trasferiscano informazioni personali sensibili a una qualsiasi entità appartenente a un soggetto cinese o semplicemente “sottoposto all’influenza” cinese.
Il testo è così generico da fare immaginare facilmente le possibili implicazioni che ne deriverebbero, tanto più se si considera che la legge dovrebbe essere applicata in qualsiasi parte del mondo. Il risultato potenziale sarebbe il divieto di fatto dell’uso di qualsiasi software di origine cinese in qualunque parte del pianeta, inclusi gli stessi paesi alleati degli Stati Uniti.
Un secondo disegno di legge, con maggiori possibilità di essere approvato, è in discussione al Senato (“RESTRICT Act”) ed è appoggiato dall’amministrazione Biden. Questo provvedimento consegnerebbe all’esecutivo ulteriori poteri di controllo sulle comunicazioni informatiche. Ad esempio, il governo sarebbe tenuto a “proibire” o “limitare” qualsiasi transazione o attività relativa all’ambito delle comunicazioni di compagnie controllate da “avversari stranieri”, se viene rilevata una minaccia alla sicurezza nazionale americana.
Potenzialmente, la legge permetterebbe al governo di vietare a qualsiasi organo straniero di possedere e operare strumenti informatici e delle comunicazioni sul mercato USA, consentendo il ricorso a metodi di censura con ampia discrezione. Sul fronte domestico, nell’ipotesi peggiore e più assurda, un utente americano potrebbe essere incriminato per il solo accesso a piattaforme di paesi ritenuti “nemici” degli Stati Uniti, come ad esempio il servizio di messaggistica cinese WeChat o, appunto, TikTok.
L’opposizione in sede politica negli Stati Uniti a questa deriva semi-totalitaria è decisamente limitata e riguarda quasi soltanto l’ala libertaria del Partito Repubblicano. Il senatore del Kentucky Rand Paul ha infatti introdotto una proposta di legge per bloccare il bando di TikTok e il corollario ultra-repressivo previsto dalle varie proposte in discussione. Il senatore repubblicano, per la sua iniziativa, fa riferimento alle protezioni del Primo Emendamento alla Costituzione americana, relativo alla libertà di parola e di stampa. L’aria che tira a Washington non promette tuttavia nulla di buono ed è probabile che, a breve e in una qualche forma, arriverà una nuova stretta in nome della lotta alla molto presunta minaccia cinese.
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I vari membri della commissione Commercio della camera bassa del parlamento USA intendevano con ogni probabilità mettere alle strette il numero uno di TikTok, dimostrando la pericolosità di un “social” bollato come strumento del Partito Comunista Cinese. Quello che è emerso dall’evento, oltre alla pacatezza con cui Shou Zi Chew ha controbattuto a domande e provocazioni, è stata piuttosto la sostanziale ignoranza dei deputati sul funzionamento del “social” incriminato e di internet in generale.
Non solo, le denunce feroci nei confronti di TikTok hanno finito per evidenziare l’ipocrisia che come sempre contraddistingue le finte crociate della classe politica americana. Se il merito delle imputazioni sollevate per TikTok può essere considerato in parte legittimo, è ancora di più vero che le potenzialità maligne del “social” cinese si ritrovano moltiplicate in strumenti simili ma ancora più diffusi a livello planetario e, soprattutto, di proprietà di soggetti americani, come Google, Facebook, Instagram o Twitter.
Per i politici americani, dunque, TikTok funzionerebbe come una sorta di programma di “sorveglianza di massa” in grado di intercettare i dati personali dei suoi 150 milioni di utenti negli Stati Uniti. Informazioni sanitarie o sui movimenti degli utilizzatori sono tra quelle più sensibili su cui il “social” metterebbe le mani. Il tutto, almeno potenzialmente, nella disponibilità delle autorità della Repubblica Popolare Cinese.
Gli interventi dei deputati americani fanno parte di una campagna coordinata che già l’amministrazione Trump aveva inaugurato qualche anno fa, nel tentativo di bandire il “social” cinese dagli Stati Uniti. I vertici delle principali agenzie della sicurezza nazionale USA hanno a loro volta suonato l’allarme su TikTok. A inizio di questa settimana, ad esempio, il numero uno della cyber-sicurezza per la NSA, Rob Joyce, ha definito il “social” come un “cavallo di Troia” della Cina, utilizzato da Pechino per raccogliere informazioni sugli americani. Secondo Joyce, il governo americano dovrebbe tenere sotto stretto controllo le attività della compagnia che ne detiene la proprietà – la cinese ByteDance – in modo da evitare futuri problemi legati alla sicurezza.
Lo scorso novembre era stato invece il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ad avvertire che Pechino poteva sfruttare TikTok per operazioni di spionaggio o, addirittura, per prendere il controllo degli smarthpone su cui è installata l’applicazione. Poco più tardi, l’uso del “social” cinese era stato vietato sui dispositivi aziendali dei dipendenti del governo federale e di una ventina di amministrazioni statali.
Fermo restando che il controllo del governo cinese delle informazioni a cui TikTok potrebbe potenzialmente avere accesso non è stato per ora in nessun modo dimostrato, è evidente che la facoltà di raccogliere informazioni di massa a livello globale è in primo luogo una caratteristica di siti, motori di ricerca e “social network” ideati e di stanza in America. Questi ultimi collaborano oltretutto regolarmente con il governo di Washington, consegnando su richiesta dati ultra-sensibili dei loro utenti, quasi sempre a loro insaputa.
L’uso dei “social” come strumento di propaganda o di controllo dell’informazione è un’altra prerogativa dell’apparato di potere USA. Proprio negli ultimi mesi, Elon Musk ha favorito la pubblicazione in varie tranches dei cosiddetti “Twitter Files”, ovvero trascrizioni di e-mail e comunicazioni varie tra i vertici di Twitter ed esponenti del governo che confermavano come fosse applicata una censura di fatto delle notizie da diffondere tra gli utenti del “social” con sede a San Francisco. Com’è ormai noto, risalgono poi al 2013 le prime rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della NSA, impegnata a monitorare virtualmente tutte le comunicazioni elettroniche che avvengono sul territorio americano e non solo.
Al di là del merito delle accuse contro TikTok, è indiscutibile che il governo degli Stati Uniti sia di gran lunga il più attivo nel campo della sorveglianza digitale, del controllo/manipolazione delle informazioni e delle operazioni di propaganda su scala planetaria. Il tentativo di demonizzazione di TikTok, così da scoraggiare gli utenti americani dall’utilizzarlo, appare inoltre insensato anche da un altro punto di vista. In una realtà dove la privacy è ormai un’illusione e il monitoraggio sul web è pervasivo, non è cioè chiaro, come ha spiegato un’analisi della rivista Jacobin, per quale ragione gli utenti americani dovrebbero preoccuparsi maggiormente del controllo (presunto) esercitato dal governo cinese rispetto a quello (dimostrato) del loro governo.
Più in generale, si chiede l’articolo, la preoccupazione più grande per un americano è la “minaccia” di TikTok o “il tentacolare apparato della sicurezza nazionale post-11 settembre”? Apparato che, oltretutto, ha già mostrato le proprie potenzialità autoritarie e repressive negli ultimi due decenni. In definitiva, anche prendendo per vere le accuse rivolte al “social” cinese, si legge in un recente editoriale del sito Tech Policy Press, “TikTok non è un prodotto del comunismo cinese, bensì del capitalismo della sorveglianza americano”. Se il Congresso intende realmente risolvere le minacce insite in questa applicazione, avverte l’articolo, allora “dovrebbe vietare la ‘pubblicità targettizzata’ [da internet] e non TikTok”.
La pericolosità di TikTok è dunque un pretesto che gli Stati Uniti intendono sfruttare per aggiungere un altro tassello alla campagna anti-cinese in atto. L’atmosfera da nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino deve evidentemente permeare tutti gli ambiti e, nel caso del “social” di condivisione di video, si intreccia alla sfida in ambito informatico e tecnologico che da tempo infiamma i rapporti tra le prime due potenze economiche del pianeta.
L’altro aspetto legato alla crociata contro TikTok è il fermento legislativo del Congresso USA per introdurre un nuovo giro di vite sulla libertà di espressione e sul controllo della rete. Una bozza di legge è stata depositata alla Camera (“DATA Act”) e prevede una serie di iniziative decisamente estreme. Una di queste è la possibilità di congelare tutti i beni di quegli americani che “consapevolmente” trasferiscano informazioni personali sensibili a una qualsiasi entità appartenente a un soggetto cinese o semplicemente “sottoposto all’influenza” cinese.
Il testo è così generico da fare immaginare facilmente le possibili implicazioni che ne deriverebbero, tanto più se si considera che la legge dovrebbe essere applicata in qualsiasi parte del mondo. Il risultato potenziale sarebbe il divieto di fatto dell’uso di qualsiasi software di origine cinese in qualunque parte del pianeta, inclusi gli stessi paesi alleati degli Stati Uniti.
Un secondo disegno di legge, con maggiori possibilità di essere approvato, è in discussione al Senato (“RESTRICT Act”) ed è appoggiato dall’amministrazione Biden. Questo provvedimento consegnerebbe all’esecutivo ulteriori poteri di controllo sulle comunicazioni informatiche. Ad esempio, il governo sarebbe tenuto a “proibire” o “limitare” qualsiasi transazione o attività relativa all’ambito delle comunicazioni di compagnie controllate da “avversari stranieri”, se viene rilevata una minaccia alla sicurezza nazionale americana.
Potenzialmente, la legge permetterebbe al governo di vietare a qualsiasi organo straniero di possedere e operare strumenti informatici e delle comunicazioni sul mercato USA, consentendo il ricorso a metodi di censura con ampia discrezione. Sul fronte domestico, nell’ipotesi peggiore e più assurda, un utente americano potrebbe essere incriminato per il solo accesso a piattaforme di paesi ritenuti “nemici” degli Stati Uniti, come ad esempio il servizio di messaggistica cinese WeChat o, appunto, TikTok.
L’opposizione in sede politica negli Stati Uniti a questa deriva semi-totalitaria è decisamente limitata e riguarda quasi soltanto l’ala libertaria del Partito Repubblicano. Il senatore del Kentucky Rand Paul ha infatti introdotto una proposta di legge per bloccare il bando di TikTok e il corollario ultra-repressivo previsto dalle varie proposte in discussione. Il senatore repubblicano, per la sua iniziativa, fa riferimento alle protezioni del Primo Emendamento alla Costituzione americana, relativo alla libertà di parola e di stampa. L’aria che tira a Washington non promette tuttavia nulla di buono ed è probabile che, a breve e in una qualche forma, arriverà una nuova stretta in nome della lotta alla molto presunta minaccia cinese.
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Scene di lotta di classe in Europa
Sembrano essersi interrotte – ma non cessate – le lotte sociali che per qualche settimana hanno scosso l’Europa occidentale. Le dinamiche delle insubordinazioni sono difficili da pronosticare ma appare prevedibile un loro ritorno più che il loro scomparire e probabilmente prima di quanto i media e la politica ufficiale immaginano. Perché le ragioni che le ispirano sono più forti della loro stessa tenuta e questo è quel che conta.
Le lotte che hanno attraversato Germania, Francia e Inghilterra raccontano di un continente non pacificato. Ciò non tanto per quanto riguarda la disponibilità a praticare il conflitto di classe, quanto per il rifiuto di considerare le condizioni disperanti in cui versa lo stato sociale dell’intero continente. In primo luogo a causa del primato ultraliberista, che peggiora sia la vita delle persone che gli stessi conti pubblici che si afferma di voler salvare proprio a prezzo dei sacrifici imposti alle politiche sociali. Non si salvano i conti e, soprattutto, non si salvano le persone.
In Gran Bretagna, dove i contraccolpi della Brexit in termini commerciali sono stati pesanti e la fine degli investimenti russi ha lasciato il segno, la lotta è di un mondo del lavoro subordinato che ritrova la sua insubordinazione contro lo sfascio definitivo del sistema pubblico, in particolare il Servizio Sanitario nazionale, un tempo orgoglio dei sudditi di sua maestà ed ora in condizioni pietose. Il che ha contribuito in larga misura a ridurre l’Inghilterra a paese per miliardari sopra e vassalli sotto.
In Germania la scossa decisiva è venuta da una inflazione che ha eroso di oltre il 10% il potere d’acquisto dei salari. Una contrazione determinatasi per le sanzioni imposte alla Russia, che hanno interrotto la fornitura di idrocarburi che era stata fondamentale per lo sviluppo dell’industria tedesca e che aveva garantito un ruolo importante per tutto il centro Europa, consentendo a Berlino un surplus commerciale straordinario nella rivendita a paesi terzi. In pratica, al netto dell’operazione di acquisto, gestione e rivendita, la Germania pagava una inezia la sua bolletta energetica: la locomotiva tedesca, insomma, andava veloce, ma con il carbone russo.
Il nuovo posizionamento tedesco nel conflitto tra Nato e Russia che si combatte in Ucraina, propone una lettura del ruolo di Berlino ormai succube nei confronti degli Stati Uniti, il che riduce specularmente il peso specifico politico e commerciale della Germania.
In Francia si gioca la partita più importante, perché la lotta per le pensioni prende di mira il sistema economico che le vuole sempre più tardi, sempre meno remunerative e sempre più private. I milioni di francesi scesi in piazza contro la riforma che Macron ha imposto, mettono in discussione uno dei fondamentali del liberismo e del suo modello sociale ed esistenziale: l’idea stessa di come dobbiamo spendere la nostra vita, il valore del nostro tempo, il peso del lavoro nel complesso della riproduzione sociale.
C’è un filo comune in queste lotte nei diversi paesi europei ed è rappresentato più dalle loro rivendicazioni che non da una organicità organizzativa: è il rifiuto a considerare la progressiva uscita di scena degli investimenti pubblici a favore della speculazione privata nelle aree dei servizi alla persona e l’opposizione all’abbandono delle politiche industriali. Sul piano politico si tratta dell’opposizione alla trasformazione dell’Europa in una dependance degli Stati Uniti, dove la povertà aumenta a dismisura e vengono negati sussidi e flessibilità con l’argomento che i conti pubblici non lo consentono, ma poi si trovano miliardi e miliardi di Euro per sostenere gli interessi USA in Ucraina, sia indirettamente attraverso le sanzioni contro Mosca, sia direttamente con i fondi militari a Kiev.
Proprio il sostegno ai nazisti di Kiev pone sotto una diversa luce la questione storica: la politica determina i bilanci o la condizione di questi decide le scelte politiche? Perché se di fronte ad un disagio sociale crescente e già oltre i limiti di guardia (circa 100 milioni di europei sono disoccupati) si risponde con la seconda ipotesi, risulta difficile stabilire l'inverso quando conviene all'establishment internazionale legato agli Stati Uniti.
In una crisi generale del ruolo dell’Europa, le dottrine di contenimento dei diritti sociali nei singoli paesi trovano ulteriore impulso proprio a fronte di un ridotto sostegno continentale. Di conseguenza si inaspriscono le regole, si riducono drasticamente gli spazi democratici e si accantona definitivamente l’idea di una crescita dell’economia inclusiva. Per questo i lavoratori dei singoli paesi scendono in lotta, perché vedono minacciati i margini già così esigui delle tutele e dei diritti universali rimasti in piedi dopo la sbornia ultraliberista.
UE a trazione USA
In generale si assiste ad una perdita di peso degli interessi dei rispettivi paesi nel seno della UE e nella parallela sottomissione della UE verso gli USA. Non è tema nuovo ma effettivamente ora si avverte una pericolosa accelerazione e si avvertono in misura maggiore gli effetti, esaltati anche dalle difficoltà intervenute per la pandemia prima e la guerra poi.
Nella sfida per la riorganizzazione di un Nuovo Ordine Internazionale, l’Europa viene privata del diritto di parola, viene estromessa dal ruolo che per forza economica, geostrategica e demografica dovrebbe sostenere. Definitivamente persa la scommessa di rappresentare una terza via sotto il profilo del modello economico, risulta permanentemente inginocchiata nel ruolo di suffragetta delle politiche predatrici statunitensi, che prevedono il contenimento forzato di tutte le economie che minacciano la leadership del loro modello fallito. Se ne ravvisa l’evidenza pubblica anche nei suoi organismi, dove superata la fase dei Delors e dei Prodi, propone alla guida della Commissione autentici burattini nelle mani degli Stati Uniti come la Von der Layen e Borrell. La prima apertamente scatenata nella sua candidatura a Segretario generale della NATO, il secondo a passi spediti verso il ruolo ricoperto ora dalla tedesca.
L’Europa, insomma, perde peso specifico e dopo la rottura gravissima con la Russia, carica di conseguenze negative in ordine a forniture energetiche, commercio e sicurezza, viene ora ingaggiata nella prossima guerra contro la Cina. Ciò comporterà un ulteriore impoverimento del vecchio Continente e il suo affidamento esclusivo sul piano politico, economico, culturale e militare, al dominio statunitense sul mondo. Si procede verso un nuovo assetto bipolare dove l’Occidente è a trazione statunitense e dove a stabilire il suo dominio viene impiegata la NATO.
Così viene radicalmente eliminato il ruolo di mediazione e di inclusione che era alla base della nascita della comunità europea, che di colpo si trova ad essere solo un consorzio di banche che governa una struttura politica sovranazionale di tipo militare che toglie ad ogni singolo paese la possibilità di intervenire nelle scelte del continente e che assume la leadership politica dell'intero blocco occidentale. C’è un trasferimento netto di decisionalità politica dei paesi verso la Commissione e di questa verso la Casa Bianca e si configura un continente, con la sua politica economica e le sue relazioni commerciali, le sue politiche sociali il suo peso politico internazionale, modellato a misura sugli esclusivi interessi degli Stati Uniti.
L’euro atlantismo segna la fine dell'autonomia europea per quanto mai essa sia stata concretizzata. La “liberaldemocrazia in lotta contro l’autocrazia” contiene al suo interno le caratteristiche peggiori del neoliberismo applicato, ovvero autoritarismo, centralizzazione del comando, rafforzamento delle gerarchie di classe, razza e genere. Va in onda lo spettacolo di un nuovo totalitarismo che si vorrebbe “democratico” in opposizione alla crescita di organismi internazionali di rappresentanza di diversi blocchi regionali (Brics e SCO in primo luogo) ridotti ad “autarchia” nella vulgata propagandistica occidentale.
Il disegno di Altiero Spinelli reso noto dal "Manifesto di Ventotene" è stato strappato. Quella che oggi definiamo Unione Europea è uno scarabocchio che si può leggere come un consorzio di banche a trazione NATO che si proteggono vicendevolmente a spese dell'Europa, in una contrazione generalizzata degli spazi di decisionalità condivisa, strumento fondamentale per la salvaguardia della pluralità di interessi, che sancisce la fine delle autonomie dei singoli paesi e consegna agli Stranamore di Washington il teatro ideale per le sue prossime guerre.
Fonte
Le lotte che hanno attraversato Germania, Francia e Inghilterra raccontano di un continente non pacificato. Ciò non tanto per quanto riguarda la disponibilità a praticare il conflitto di classe, quanto per il rifiuto di considerare le condizioni disperanti in cui versa lo stato sociale dell’intero continente. In primo luogo a causa del primato ultraliberista, che peggiora sia la vita delle persone che gli stessi conti pubblici che si afferma di voler salvare proprio a prezzo dei sacrifici imposti alle politiche sociali. Non si salvano i conti e, soprattutto, non si salvano le persone.
In Gran Bretagna, dove i contraccolpi della Brexit in termini commerciali sono stati pesanti e la fine degli investimenti russi ha lasciato il segno, la lotta è di un mondo del lavoro subordinato che ritrova la sua insubordinazione contro lo sfascio definitivo del sistema pubblico, in particolare il Servizio Sanitario nazionale, un tempo orgoglio dei sudditi di sua maestà ed ora in condizioni pietose. Il che ha contribuito in larga misura a ridurre l’Inghilterra a paese per miliardari sopra e vassalli sotto.
In Germania la scossa decisiva è venuta da una inflazione che ha eroso di oltre il 10% il potere d’acquisto dei salari. Una contrazione determinatasi per le sanzioni imposte alla Russia, che hanno interrotto la fornitura di idrocarburi che era stata fondamentale per lo sviluppo dell’industria tedesca e che aveva garantito un ruolo importante per tutto il centro Europa, consentendo a Berlino un surplus commerciale straordinario nella rivendita a paesi terzi. In pratica, al netto dell’operazione di acquisto, gestione e rivendita, la Germania pagava una inezia la sua bolletta energetica: la locomotiva tedesca, insomma, andava veloce, ma con il carbone russo.
Il nuovo posizionamento tedesco nel conflitto tra Nato e Russia che si combatte in Ucraina, propone una lettura del ruolo di Berlino ormai succube nei confronti degli Stati Uniti, il che riduce specularmente il peso specifico politico e commerciale della Germania.
In Francia si gioca la partita più importante, perché la lotta per le pensioni prende di mira il sistema economico che le vuole sempre più tardi, sempre meno remunerative e sempre più private. I milioni di francesi scesi in piazza contro la riforma che Macron ha imposto, mettono in discussione uno dei fondamentali del liberismo e del suo modello sociale ed esistenziale: l’idea stessa di come dobbiamo spendere la nostra vita, il valore del nostro tempo, il peso del lavoro nel complesso della riproduzione sociale.
C’è un filo comune in queste lotte nei diversi paesi europei ed è rappresentato più dalle loro rivendicazioni che non da una organicità organizzativa: è il rifiuto a considerare la progressiva uscita di scena degli investimenti pubblici a favore della speculazione privata nelle aree dei servizi alla persona e l’opposizione all’abbandono delle politiche industriali. Sul piano politico si tratta dell’opposizione alla trasformazione dell’Europa in una dependance degli Stati Uniti, dove la povertà aumenta a dismisura e vengono negati sussidi e flessibilità con l’argomento che i conti pubblici non lo consentono, ma poi si trovano miliardi e miliardi di Euro per sostenere gli interessi USA in Ucraina, sia indirettamente attraverso le sanzioni contro Mosca, sia direttamente con i fondi militari a Kiev.
Proprio il sostegno ai nazisti di Kiev pone sotto una diversa luce la questione storica: la politica determina i bilanci o la condizione di questi decide le scelte politiche? Perché se di fronte ad un disagio sociale crescente e già oltre i limiti di guardia (circa 100 milioni di europei sono disoccupati) si risponde con la seconda ipotesi, risulta difficile stabilire l'inverso quando conviene all'establishment internazionale legato agli Stati Uniti.
In una crisi generale del ruolo dell’Europa, le dottrine di contenimento dei diritti sociali nei singoli paesi trovano ulteriore impulso proprio a fronte di un ridotto sostegno continentale. Di conseguenza si inaspriscono le regole, si riducono drasticamente gli spazi democratici e si accantona definitivamente l’idea di una crescita dell’economia inclusiva. Per questo i lavoratori dei singoli paesi scendono in lotta, perché vedono minacciati i margini già così esigui delle tutele e dei diritti universali rimasti in piedi dopo la sbornia ultraliberista.
UE a trazione USA
In generale si assiste ad una perdita di peso degli interessi dei rispettivi paesi nel seno della UE e nella parallela sottomissione della UE verso gli USA. Non è tema nuovo ma effettivamente ora si avverte una pericolosa accelerazione e si avvertono in misura maggiore gli effetti, esaltati anche dalle difficoltà intervenute per la pandemia prima e la guerra poi.
Nella sfida per la riorganizzazione di un Nuovo Ordine Internazionale, l’Europa viene privata del diritto di parola, viene estromessa dal ruolo che per forza economica, geostrategica e demografica dovrebbe sostenere. Definitivamente persa la scommessa di rappresentare una terza via sotto il profilo del modello economico, risulta permanentemente inginocchiata nel ruolo di suffragetta delle politiche predatrici statunitensi, che prevedono il contenimento forzato di tutte le economie che minacciano la leadership del loro modello fallito. Se ne ravvisa l’evidenza pubblica anche nei suoi organismi, dove superata la fase dei Delors e dei Prodi, propone alla guida della Commissione autentici burattini nelle mani degli Stati Uniti come la Von der Layen e Borrell. La prima apertamente scatenata nella sua candidatura a Segretario generale della NATO, il secondo a passi spediti verso il ruolo ricoperto ora dalla tedesca.
L’Europa, insomma, perde peso specifico e dopo la rottura gravissima con la Russia, carica di conseguenze negative in ordine a forniture energetiche, commercio e sicurezza, viene ora ingaggiata nella prossima guerra contro la Cina. Ciò comporterà un ulteriore impoverimento del vecchio Continente e il suo affidamento esclusivo sul piano politico, economico, culturale e militare, al dominio statunitense sul mondo. Si procede verso un nuovo assetto bipolare dove l’Occidente è a trazione statunitense e dove a stabilire il suo dominio viene impiegata la NATO.
Così viene radicalmente eliminato il ruolo di mediazione e di inclusione che era alla base della nascita della comunità europea, che di colpo si trova ad essere solo un consorzio di banche che governa una struttura politica sovranazionale di tipo militare che toglie ad ogni singolo paese la possibilità di intervenire nelle scelte del continente e che assume la leadership politica dell'intero blocco occidentale. C’è un trasferimento netto di decisionalità politica dei paesi verso la Commissione e di questa verso la Casa Bianca e si configura un continente, con la sua politica economica e le sue relazioni commerciali, le sue politiche sociali il suo peso politico internazionale, modellato a misura sugli esclusivi interessi degli Stati Uniti.
L’euro atlantismo segna la fine dell'autonomia europea per quanto mai essa sia stata concretizzata. La “liberaldemocrazia in lotta contro l’autocrazia” contiene al suo interno le caratteristiche peggiori del neoliberismo applicato, ovvero autoritarismo, centralizzazione del comando, rafforzamento delle gerarchie di classe, razza e genere. Va in onda lo spettacolo di un nuovo totalitarismo che si vorrebbe “democratico” in opposizione alla crescita di organismi internazionali di rappresentanza di diversi blocchi regionali (Brics e SCO in primo luogo) ridotti ad “autarchia” nella vulgata propagandistica occidentale.
Il disegno di Altiero Spinelli reso noto dal "Manifesto di Ventotene" è stato strappato. Quella che oggi definiamo Unione Europea è uno scarabocchio che si può leggere come un consorzio di banche a trazione NATO che si proteggono vicendevolmente a spese dell'Europa, in una contrazione generalizzata degli spazi di decisionalità condivisa, strumento fondamentale per la salvaguardia della pluralità di interessi, che sancisce la fine delle autonomie dei singoli paesi e consegna agli Stranamore di Washington il teatro ideale per le sue prossime guerre.
Fonte
Italia - La grottesca spedizione navale del governo Meloni
Il 28 marzo, in piazza del Popolo a Roma, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in compagnia dell’ex rappresentante della Confindustria settore armi, Guido Crosetto, posizionato lo scorso ottobre a dirigere il Ministero della Difesa, ha regalato a centinaia di bimbi innocenti e al popolo italico il patetico show Made in USA in occasione del centenario dell’Aeronautica militare italiana.
La premier è salita a bordo di un F-35 stile Top Gun alla romana, simulandone la guida.
La pubblicazione del video su tutti i suoi canali social doveva risollevare la popolarità della premier, in caduta per le infauste scelte di politica estera, il servilismo verso i diktat di Stati Uniti e l’élite dell’Unione Europea, l’insensato supporto militare ad un paese non europeo e filo-nazista, una manna per le aziende belliche rappresentate dal Signor Crosetto fino al settembre 2022, ma un vero e proprio dissanguamento economico per il Paese.
Le impopolari politiche interne e il cinismo dimostrato durante la strage del naufragio di Cutro: 92 morti con bilancio ancora provvisorio (il 92° corpo è stato ritrovato ieri) completano il deludente quadro di una promettente leader dell’opposizione che, giunto ai vertici dello Stato, sta dimostrando serie difficoltà nella capacità di gestire il Paese.
Dall’inizio di gennaio il governo Meloni ha inaugurato una campagna di comunicazione improntata sul militarismo e la glorificazione dell’esercito italiano che sembra essere più rivolta a giustificare le spese militari che soddisfare la storica vene militarista della destra italiana, spesso nostalgica del fascismo. Una campagna di comunicazione evidentemente mal concepita visto che i risultati ottenuti sono un aumento del sostegno alla pace e opposizione alla vendita di armi da parte dell’opinione pubblica e una palese insofferenza per il teatrino propagandistico che ruota attorno alle Forze Armate italiane.
Dopo lo show di Piazza del Popolo giunge la missione nel Pacifico della nave ammiraglia della Marina Militare, la portaerei Cavour, notizia ufficiale arrivata dal sottocapo di stato maggiore della Marina Militare, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto e confermata dal presidente del consiglio Giorgia Meloni con enfasi piena di ulteriori grottesche affermazioni.
Secondo la premier Meloni la nostra portaerei sarà inviata nel pacifico niente meno che per “bloccare l’ascesa della Cina”.
La Cavour è attesa nell’area verso maggio in concomitanza con il summit dei G7 di Hiroshima. la missione sarà preceduta dall’invio nel Pacifico del pattugliatore d’altura Morosini, che compirà una crociera addestrativa di quattro mesi.
La portaerei Cavour, costruita da Fincantieri e costata la bellezza di 1,3 miliardi di euro, è entrata in servizio nel 2009. Sotto un punto di vista strettamente militare la Cavour è una nave di limitate capacità offensive, in quanto appartiene alla classe STOVL – Short Take Off and Vertical Landing (Decollo breve e atterraggio verticale).
La Cavour imbarca un totale di 20 aeromobili. Qualcuno nella Marina si azzarda a dire che può ospitarne fino a 36, ma sembra più una cifra fornita per ragioni di propaganda.
Attenzione però, non sono tutti aerei da combattimento come la nostra immaginazione (drogata dai film di Hollywood) potrebbe indurci a pensare. A causa della ridotta superficie dell’aviorimessa (2500 m²) la Cavour può accogliere 12 elicotteri SH-3D, NH-90 e EH-101 o in alternativa 4 elicotteri e 8 caccia F-35B o V/STOL AV-8B Harrier II Plus.
Anche la ridotta dimensione del ponte di volo – 186 metri – non permette un facile decollo e atterraggio degli aerei da combattimento.
La prima volta che una marina militare moderna introdusse l’uso della portaerei fu nel 1911 quando la US Navy varò la USS Langley, seguita nel 1922 dalla portaerei giapponese Hōshō. La USS Langley portava 39 aerei da guerra mentre la Hōshō 32 aerei.
Attualmente il Paese che fa più largo uso delle portaerei sono gli Stati Uniti, che attualmente ne possiedono 43 in servizio nei vari mari del pianeta.
La portaerei per sua concezione è una mezzo offensivo destinato a facilitare gli attacchi dell’aviazione militare. Una concezione che mal si concilia con la nostra Costituzione (ormai trattata peggio del zerbino) visto che chi usa una portaerei vuole attaccare qualcun altro.
Secondo gli standard statunitensi una portaerei per svolgere tale compito deve avere una capacità ideale di 90 aerei da combattimento di diverso tipo. La più piccola portaerei americana ha una capacità di 64 aerei. Sotto questa soglia la portaerei è praticamente inutile da un punto di vista di efficacia d’attacco e serve (come nel caso della nostra Cavour) per pavoneggiare vane glorie militari.
La flotta militare americana nel Pacifico conta 200 navi con 230.000 uomini tra cui 3 portaerei da 84 aerei cadauna. Alla flotta vanno aggiunti 2000 aerei tra caccia, bombardieri e trasporto truppe/mezzi dislocati nelle varie basi in Giappone e nei Paesi alleati.
La flotta americana lavora in stretta simbiosi con quelle britannica e australiana. La mini portaerei Cavour, con una capacità di aerei inferiore alle portaerei di cent’anni fa, è praticamente inutile in un scenario di guerra dove i giganti si potrebbero scontrare. Nel miglior dei casi giocherà il ruolo del topolino che morde la coda del Dragone cinese.
Inutile sì, ma costosissima. Il costo operativo di una portaerei americana è di 7 milioni di dollari al giorno secondo i dati forniti dalla US Navy. Essendo la Cavour di modestissime dimensioni si può ipotizzare un costo giornaliero dai 2,5 ai 3 milioni di dollari.
Per ogni ora di volo degli F-35 o V/STOL il costo varie dai 30mila ai 36mila dollari. Normali sono le esercitazioni di volo settimanali su una portaerei in tempo di pace. E questo è solo la punta dell’iceberg.
Quando andiamo ad analizzare i costi per la difesa della portaerei, il rischio di infarto diventa alto. Anche i nostri ammiragli sanno che senza una flotta di navi di scorta, qualsiasi portaerei è alla mercé del nemico indipendentemente da quanti sistemi di difesa possiede.
La flotta standard di protezione prevista dalla marina statunitense ha un costo operativo giornaliero stimato sugli 8 milioni di dollari. La Marina militare italiana ha previsto una flotta di protezione più modesta, composta da un cacciatorpediniere, una fregata e un rifornitore che costerà di media circa 4 milioni di dollari al giorno.
Inoltre la Cavour ha una autonomia di circa 18 giorni di navigazione continuata prima di necessitare di manutenzione che risulta iper-costosa. Anche la mini flotta italica necessita di manutenzione, quindi altre centinaia di migliaia di euro che escono dalle casse dello Stato.
Quale è la preparazione dell’equipaggio della Cavour a sostenere uno scontro navale con una potenza straniera del calibro della Cina? Praticamente sconosciuta.
La carriera della Cavour si può riassumere nella frase «Dolce Vita». Ha partecipato all’operazione umanitaria «White Crane» con le forze armate brasiliane, a varie celebrazioni della Festa dalla Marina Militare nel golfo di Napoli, nel 2011 La Russa (all’epoca Ministro della Difesa) la mobilitò all’interno del blocco navale italiano disposto nel Mediterraneo in risposta ai rivolgimenti socio-politici in Libia.
Da novembre 2013 ad aprile 2014, assieme al 30º Gruppo Navale, ha effettuato il periplo del continente africano dove in vari porti africani le navi sarebbero state trasformate in fiere galleggianti per promuovere le armi italiane ai vari dittatori locali, secondo fonti ex MAECI.
Nel mese di novembre 2014 è stata impegnata per attività di rappresentanza ed intensa attività addestrativa nel mar Adriatico (“solcato” per la prima volta) e nel mar Ionio, toccando i porti di Augusta, Trieste, Bari, Ortona (fonda), Teodo (Montenegro) e Ragusa (Croazia).
Dal giugno 2015 è stata la nave ammiraglia della missione Operazione Sophia (EUNAVFOR Med)[20], fino al maggio 2016.
Nel 2021 partecipa all’esercitazione “Mare Aperto 2021”. Sempre nel 2021 vengono introdotti sulla Cavour i primi F-35B con l’obiettivo di partecipare alla Task forza delle marine militari NATO di Francia, Inghilterra e Stati Uniti per pattugliare i mari intorno all’Europa, Mediterraneo incluso.
Operazioni divenute di vitale importanza strategica dall’inizio del conflitto ucraino. Evidentemente la presenza della Cavour nello strategico pattugliamento dei mari europei non è stata considerata di gran valore ed importanza visto che gli alleati NATO non hanno obiettato alla decisione del nostro governo di spedire la nave dall’altra parte del mondo.
Qualcuno potrebbe obiettare che i costi qui stimati rappresentano esagerate approssimazioni. Il rischio non si esclude, per questo chiediamo alla Marina Militare, ministeri della Difesa e Finanza e al Governo un dettagliato ragguaglio sul costo giornaliero di questa operazione nel Pacifico che il nostro Paese è chiamato a sostenere causa decisioni che di certo non scaturiscono dalla volontà dei cittadini italiani.
L’esatto costo giornaliero moltiplicato per la durata dall’operazione, sarebbe una utile base per calcolare quante infrastrutture civili e azioni di supporto per migliorare la nostra vita (reddito di cittadinanza compreso) si potevano finanziare con gli stessi fondi stanziati.
Riassumendo: l’avventura della Cavour nel Pacifico ci costerà una fortuna, ma la nostra mini portaerei e navi di scorta non offriranno nessun valido contributo militare alle marine americana, britannica e australiana, sia per le sue limitare capacità offensive sia per una preparazione militare del suo equipaggio mai testata in un combattimento marittimo contro un nemico serio, potente e determinato: il classico “battesimo del fuoco”.
Quindi perché la Meloni ha deciso di inviare la Cavour raccontando addirittura che la presenza della mini portaerei bloccherà l’ascesa della Cina?
Le motivazioni sembrano scarne e irrazionali. Il desiderio dell’esecutivo di Giorgia Meloni di porre l’impronta italiana nella geopolitica internazionale del Pacifico, la necessità di continuare (volenti o dolente) il servilismo atlantico imposto alla leader di Fratelli d’Italia che due anni prima dichiarava ad alta voce il sostegno alle ragioni della Russia nella guerra civile del Donbass in Ucraina, denunciava la «sporca politica europea delle sanzioni», ammirava il Presidente Vladimir Putin e si dichiarava a favore del vaccino Sputink.
Quelli erano i tempi degli «interessi italiani», velocemente dimenticati per poter avere le benedizioni di Ursula von der Leyer, Emmanuel Macron e Joe Biden.
Infine vi è da prendere in considerazione altri due fattori. Il primo, la mai rinnegata attrazione per il militarismo che sembra iscritto nel DNA della destra fascista. Quello stesso amore ossessivo e puerile che indusse il DUX a portare l’Italia in guerra credendo di avere un esercito invincibile senza comprendere che nella realtà in nostro esercito era impreparato e inadeguato.
Il secondo fattore è «business as usually». La mini flotta italiana nel Pacifico è militarmente insignificante ma gli enormi costi operativi giornalieri muoveranno affari e profitti.
Fonte
La premier è salita a bordo di un F-35 stile Top Gun alla romana, simulandone la guida.
La pubblicazione del video su tutti i suoi canali social doveva risollevare la popolarità della premier, in caduta per le infauste scelte di politica estera, il servilismo verso i diktat di Stati Uniti e l’élite dell’Unione Europea, l’insensato supporto militare ad un paese non europeo e filo-nazista, una manna per le aziende belliche rappresentate dal Signor Crosetto fino al settembre 2022, ma un vero e proprio dissanguamento economico per il Paese.
Le impopolari politiche interne e il cinismo dimostrato durante la strage del naufragio di Cutro: 92 morti con bilancio ancora provvisorio (il 92° corpo è stato ritrovato ieri) completano il deludente quadro di una promettente leader dell’opposizione che, giunto ai vertici dello Stato, sta dimostrando serie difficoltà nella capacità di gestire il Paese.
Dall’inizio di gennaio il governo Meloni ha inaugurato una campagna di comunicazione improntata sul militarismo e la glorificazione dell’esercito italiano che sembra essere più rivolta a giustificare le spese militari che soddisfare la storica vene militarista della destra italiana, spesso nostalgica del fascismo. Una campagna di comunicazione evidentemente mal concepita visto che i risultati ottenuti sono un aumento del sostegno alla pace e opposizione alla vendita di armi da parte dell’opinione pubblica e una palese insofferenza per il teatrino propagandistico che ruota attorno alle Forze Armate italiane.
Dopo lo show di Piazza del Popolo giunge la missione nel Pacifico della nave ammiraglia della Marina Militare, la portaerei Cavour, notizia ufficiale arrivata dal sottocapo di stato maggiore della Marina Militare, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto e confermata dal presidente del consiglio Giorgia Meloni con enfasi piena di ulteriori grottesche affermazioni.
Secondo la premier Meloni la nostra portaerei sarà inviata nel pacifico niente meno che per “bloccare l’ascesa della Cina”.
La Cavour è attesa nell’area verso maggio in concomitanza con il summit dei G7 di Hiroshima. la missione sarà preceduta dall’invio nel Pacifico del pattugliatore d’altura Morosini, che compirà una crociera addestrativa di quattro mesi.
La portaerei Cavour, costruita da Fincantieri e costata la bellezza di 1,3 miliardi di euro, è entrata in servizio nel 2009. Sotto un punto di vista strettamente militare la Cavour è una nave di limitate capacità offensive, in quanto appartiene alla classe STOVL – Short Take Off and Vertical Landing (Decollo breve e atterraggio verticale).
La Cavour imbarca un totale di 20 aeromobili. Qualcuno nella Marina si azzarda a dire che può ospitarne fino a 36, ma sembra più una cifra fornita per ragioni di propaganda.
Attenzione però, non sono tutti aerei da combattimento come la nostra immaginazione (drogata dai film di Hollywood) potrebbe indurci a pensare. A causa della ridotta superficie dell’aviorimessa (2500 m²) la Cavour può accogliere 12 elicotteri SH-3D, NH-90 e EH-101 o in alternativa 4 elicotteri e 8 caccia F-35B o V/STOL AV-8B Harrier II Plus.
Anche la ridotta dimensione del ponte di volo – 186 metri – non permette un facile decollo e atterraggio degli aerei da combattimento.
La prima volta che una marina militare moderna introdusse l’uso della portaerei fu nel 1911 quando la US Navy varò la USS Langley, seguita nel 1922 dalla portaerei giapponese Hōshō. La USS Langley portava 39 aerei da guerra mentre la Hōshō 32 aerei.
Attualmente il Paese che fa più largo uso delle portaerei sono gli Stati Uniti, che attualmente ne possiedono 43 in servizio nei vari mari del pianeta.
La portaerei per sua concezione è una mezzo offensivo destinato a facilitare gli attacchi dell’aviazione militare. Una concezione che mal si concilia con la nostra Costituzione (ormai trattata peggio del zerbino) visto che chi usa una portaerei vuole attaccare qualcun altro.
Secondo gli standard statunitensi una portaerei per svolgere tale compito deve avere una capacità ideale di 90 aerei da combattimento di diverso tipo. La più piccola portaerei americana ha una capacità di 64 aerei. Sotto questa soglia la portaerei è praticamente inutile da un punto di vista di efficacia d’attacco e serve (come nel caso della nostra Cavour) per pavoneggiare vane glorie militari.
La flotta militare americana nel Pacifico conta 200 navi con 230.000 uomini tra cui 3 portaerei da 84 aerei cadauna. Alla flotta vanno aggiunti 2000 aerei tra caccia, bombardieri e trasporto truppe/mezzi dislocati nelle varie basi in Giappone e nei Paesi alleati.
La flotta americana lavora in stretta simbiosi con quelle britannica e australiana. La mini portaerei Cavour, con una capacità di aerei inferiore alle portaerei di cent’anni fa, è praticamente inutile in un scenario di guerra dove i giganti si potrebbero scontrare. Nel miglior dei casi giocherà il ruolo del topolino che morde la coda del Dragone cinese.
Inutile sì, ma costosissima. Il costo operativo di una portaerei americana è di 7 milioni di dollari al giorno secondo i dati forniti dalla US Navy. Essendo la Cavour di modestissime dimensioni si può ipotizzare un costo giornaliero dai 2,5 ai 3 milioni di dollari.
Per ogni ora di volo degli F-35 o V/STOL il costo varie dai 30mila ai 36mila dollari. Normali sono le esercitazioni di volo settimanali su una portaerei in tempo di pace. E questo è solo la punta dell’iceberg.
Quando andiamo ad analizzare i costi per la difesa della portaerei, il rischio di infarto diventa alto. Anche i nostri ammiragli sanno che senza una flotta di navi di scorta, qualsiasi portaerei è alla mercé del nemico indipendentemente da quanti sistemi di difesa possiede.
La flotta standard di protezione prevista dalla marina statunitense ha un costo operativo giornaliero stimato sugli 8 milioni di dollari. La Marina militare italiana ha previsto una flotta di protezione più modesta, composta da un cacciatorpediniere, una fregata e un rifornitore che costerà di media circa 4 milioni di dollari al giorno.
Inoltre la Cavour ha una autonomia di circa 18 giorni di navigazione continuata prima di necessitare di manutenzione che risulta iper-costosa. Anche la mini flotta italica necessita di manutenzione, quindi altre centinaia di migliaia di euro che escono dalle casse dello Stato.
Quale è la preparazione dell’equipaggio della Cavour a sostenere uno scontro navale con una potenza straniera del calibro della Cina? Praticamente sconosciuta.
La carriera della Cavour si può riassumere nella frase «Dolce Vita». Ha partecipato all’operazione umanitaria «White Crane» con le forze armate brasiliane, a varie celebrazioni della Festa dalla Marina Militare nel golfo di Napoli, nel 2011 La Russa (all’epoca Ministro della Difesa) la mobilitò all’interno del blocco navale italiano disposto nel Mediterraneo in risposta ai rivolgimenti socio-politici in Libia.
Da novembre 2013 ad aprile 2014, assieme al 30º Gruppo Navale, ha effettuato il periplo del continente africano dove in vari porti africani le navi sarebbero state trasformate in fiere galleggianti per promuovere le armi italiane ai vari dittatori locali, secondo fonti ex MAECI.
Nel mese di novembre 2014 è stata impegnata per attività di rappresentanza ed intensa attività addestrativa nel mar Adriatico (“solcato” per la prima volta) e nel mar Ionio, toccando i porti di Augusta, Trieste, Bari, Ortona (fonda), Teodo (Montenegro) e Ragusa (Croazia).
Dal giugno 2015 è stata la nave ammiraglia della missione Operazione Sophia (EUNAVFOR Med)[20], fino al maggio 2016.
Nel 2021 partecipa all’esercitazione “Mare Aperto 2021”. Sempre nel 2021 vengono introdotti sulla Cavour i primi F-35B con l’obiettivo di partecipare alla Task forza delle marine militari NATO di Francia, Inghilterra e Stati Uniti per pattugliare i mari intorno all’Europa, Mediterraneo incluso.
Operazioni divenute di vitale importanza strategica dall’inizio del conflitto ucraino. Evidentemente la presenza della Cavour nello strategico pattugliamento dei mari europei non è stata considerata di gran valore ed importanza visto che gli alleati NATO non hanno obiettato alla decisione del nostro governo di spedire la nave dall’altra parte del mondo.
Qualcuno potrebbe obiettare che i costi qui stimati rappresentano esagerate approssimazioni. Il rischio non si esclude, per questo chiediamo alla Marina Militare, ministeri della Difesa e Finanza e al Governo un dettagliato ragguaglio sul costo giornaliero di questa operazione nel Pacifico che il nostro Paese è chiamato a sostenere causa decisioni che di certo non scaturiscono dalla volontà dei cittadini italiani.
L’esatto costo giornaliero moltiplicato per la durata dall’operazione, sarebbe una utile base per calcolare quante infrastrutture civili e azioni di supporto per migliorare la nostra vita (reddito di cittadinanza compreso) si potevano finanziare con gli stessi fondi stanziati.
Riassumendo: l’avventura della Cavour nel Pacifico ci costerà una fortuna, ma la nostra mini portaerei e navi di scorta non offriranno nessun valido contributo militare alle marine americana, britannica e australiana, sia per le sue limitare capacità offensive sia per una preparazione militare del suo equipaggio mai testata in un combattimento marittimo contro un nemico serio, potente e determinato: il classico “battesimo del fuoco”.
Quindi perché la Meloni ha deciso di inviare la Cavour raccontando addirittura che la presenza della mini portaerei bloccherà l’ascesa della Cina?
Le motivazioni sembrano scarne e irrazionali. Il desiderio dell’esecutivo di Giorgia Meloni di porre l’impronta italiana nella geopolitica internazionale del Pacifico, la necessità di continuare (volenti o dolente) il servilismo atlantico imposto alla leader di Fratelli d’Italia che due anni prima dichiarava ad alta voce il sostegno alle ragioni della Russia nella guerra civile del Donbass in Ucraina, denunciava la «sporca politica europea delle sanzioni», ammirava il Presidente Vladimir Putin e si dichiarava a favore del vaccino Sputink.
Quelli erano i tempi degli «interessi italiani», velocemente dimenticati per poter avere le benedizioni di Ursula von der Leyer, Emmanuel Macron e Joe Biden.
Infine vi è da prendere in considerazione altri due fattori. Il primo, la mai rinnegata attrazione per il militarismo che sembra iscritto nel DNA della destra fascista. Quello stesso amore ossessivo e puerile che indusse il DUX a portare l’Italia in guerra credendo di avere un esercito invincibile senza comprendere che nella realtà in nostro esercito era impreparato e inadeguato.
Il secondo fattore è «business as usually». La mini flotta italiana nel Pacifico è militarmente insignificante ma gli enormi costi operativi giornalieri muoveranno affari e profitti.
Fonte
Le agevolazioni comunitarie all’Ucraina provocano una crisi agricola nei paesi dell’Est Europa
Un articolo del quotidiano francese Le Figarò, scrive che “I vicini dell’Ucraina nell’Europa orientale stanno pagando a caro prezzo per facilitare le sue esportazioni agricole”.
Secondo il giornale “Un’ondata di rabbia ha travolto i villaggi dell’Europa orientale. Polacchi, rumeni e bulgari sono indignati per l’afflusso incontrollato di grano dalla vicina Ucraina“.
Di fronte al grano ucraino a buon mercato, gli agricoltori polacchi non possono vendere i loro prodotti, quindi “condannano questa concorrenza sleale degli ucraini“, scrive Le Figarò.
È importante rammentare che nel maggio 2022, l’Unione Europea ha abolito i dazi doganali per un anno su tutti i prodotti agricoli importati dall’Ucraina per sostenerne l’economia.
Di conseguenza, è iniziata una concorrenza sfrenata nei porti europei, e “sono stati i prodotti dall’Ucraina che sono riusciti ad andare avanti, perché qualcuno ha dato loro privilegi”, riassume Le Figarò.
I primi ministri di diversi paesi europei dell’Est hanno chiesto alla presidente della Commissione europea von Der Leyen di intervenire nella crisi causata dall’afflusso di grano dall’Ucraina.
L’appello è stato presentato dai rappresentanti di Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia. La lettera segnala i problemi dovuti ad “un aumento significativo della fornitura di prodotti ucraini ai mercati dei paesi membri dell’UE, in particolare quelli confinanti con l’Ucraina o situati vicino ad essa”.
Anche il think thank italiano Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) scriveva due giorni fa che la concessione de facto del regime preferenziale di unione doganale alle merci ucraine e la tolleranza applicata nei confronti dei diversi standard qualitativi e sanitari dei prodotti “hanno provocato un vero allarme in quei Paesi limitrofi con simili economie produttive”.
Le importazioni di grano ucraino in Romania, stimate in 1,17 miliardi di euro l’anno scorso, hanno fatto crollare il prezzo del grano rumeno costringendo i contadini locali ad ammassare il raccolto nei silos, o ancor peggio, a lasciar marcire il grano nei campi.
Nello stesso periodo, le importazioni di pollo ucraino in Polonia sono cresciute dell’80% rispetto all’anno precedente, fino a spingere gruppi di contadini polacchi esasperati a tentativi di blocco delle solidarity lanes della Ue con l’Ucraina.
Le numerose proteste hanno ricevuto il supporto del Commissario europeo (polacco) all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, che il 20 marzo ha chiesto agli Stati membri il via libera per sbloccare 56 milioni di euro dal fondo di riserva d’emergenza della Politica Agricola Comune (PAC) per alleviare i danni derivanti dalla distorsione dei mercati centro-europei dovuta all’influsso di derrate ucraine.
Fonte
Secondo il giornale “Un’ondata di rabbia ha travolto i villaggi dell’Europa orientale. Polacchi, rumeni e bulgari sono indignati per l’afflusso incontrollato di grano dalla vicina Ucraina“.
Di fronte al grano ucraino a buon mercato, gli agricoltori polacchi non possono vendere i loro prodotti, quindi “condannano questa concorrenza sleale degli ucraini“, scrive Le Figarò.
È importante rammentare che nel maggio 2022, l’Unione Europea ha abolito i dazi doganali per un anno su tutti i prodotti agricoli importati dall’Ucraina per sostenerne l’economia.
Di conseguenza, è iniziata una concorrenza sfrenata nei porti europei, e “sono stati i prodotti dall’Ucraina che sono riusciti ad andare avanti, perché qualcuno ha dato loro privilegi”, riassume Le Figarò.
I primi ministri di diversi paesi europei dell’Est hanno chiesto alla presidente della Commissione europea von Der Leyen di intervenire nella crisi causata dall’afflusso di grano dall’Ucraina.
L’appello è stato presentato dai rappresentanti di Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia. La lettera segnala i problemi dovuti ad “un aumento significativo della fornitura di prodotti ucraini ai mercati dei paesi membri dell’UE, in particolare quelli confinanti con l’Ucraina o situati vicino ad essa”.
Anche il think thank italiano Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) scriveva due giorni fa che la concessione de facto del regime preferenziale di unione doganale alle merci ucraine e la tolleranza applicata nei confronti dei diversi standard qualitativi e sanitari dei prodotti “hanno provocato un vero allarme in quei Paesi limitrofi con simili economie produttive”.
Le importazioni di grano ucraino in Romania, stimate in 1,17 miliardi di euro l’anno scorso, hanno fatto crollare il prezzo del grano rumeno costringendo i contadini locali ad ammassare il raccolto nei silos, o ancor peggio, a lasciar marcire il grano nei campi.
Nello stesso periodo, le importazioni di pollo ucraino in Polonia sono cresciute dell’80% rispetto all’anno precedente, fino a spingere gruppi di contadini polacchi esasperati a tentativi di blocco delle solidarity lanes della Ue con l’Ucraina.
Le numerose proteste hanno ricevuto il supporto del Commissario europeo (polacco) all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, che il 20 marzo ha chiesto agli Stati membri il via libera per sbloccare 56 milioni di euro dal fondo di riserva d’emergenza della Politica Agricola Comune (PAC) per alleviare i danni derivanti dalla distorsione dei mercati centro-europei dovuta all’influsso di derrate ucraine.
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Italia in affanno sul PNRR
A quanto pare solo il 6% dei finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è stato speso e solamente l’1% dei progetti è stato completato. È uno scenario decisamente severo quello emerso dallo studio condotto dall’Osservatorio PNRR di The European House – Ambrosetti, presentato alla 34esima edizione del Workshop “Lo Scenario dell’Economia e della Finanza” in corso a Cernobbio.
L’indagine dello Studio Ambrosetti è iniziata nell’aprile 2021 ed è proseguita con l’obiettivo di monitorare, a due anni dall’avvio, l’implementazione del Piano, l’andamento degli investimenti e valutare l’impatto del PNRR sulla riduzione delle disuguaglianze.
A Cernobbio, dove sono stati resi noti i dati non certo lusinghieri per il governo, era presente anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il quale ha balbettato che “si sta valutando un provvedimento per migliorare l’organizzazione della struttura della Pubblica Amministrazione per il PNRR".
“L’attuazione del PNRR è la priorità del governo” – ha affermato Giorgetti – anche se “concordo sulla necessità di effettuare un’analisi che consenta di avere un quadro preciso sulla realizzabilità complessiva degli interventi previsti per migliorare, quanto possibile, gli aspetti più problematici e nel caso rivedere i piani iniziali“.
Secondo Giorgetti rispetto all’impostazione iniziale del PNRR c’è stato lo scoppio di una guerra nel cuore dell’Europa con le conseguenze che ne sono derivate. “E se proprio vogliamo trovare una causa della difficoltà di implementazione del PNRR – ha detto Giorgetti – dobbiamo trovarlo semplicemente nello stress a cui abbiamo sottoposto la struttura burocratica della pubblica amministrazione che probabilmente non era e non è all’altezza di sostenere questo tipo di choc di domanda“.
A dare un po’ di “guazza” al governo sul PNRR è intervenuto anche il Commissario dell’Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, il quale si è detto ottimista ed ha riconosciuto al governo Meloni “buona volontà”. La Commissione, ha sottolineato Gentiloni, prenderà decisioni “mi auguro, senza difficoltà tenendo conto che la stragrande maggioranza degli obiettivi sono già raggiunti e poi ci vuole l’approvazione finale“.
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L’indagine dello Studio Ambrosetti è iniziata nell’aprile 2021 ed è proseguita con l’obiettivo di monitorare, a due anni dall’avvio, l’implementazione del Piano, l’andamento degli investimenti e valutare l’impatto del PNRR sulla riduzione delle disuguaglianze.
A Cernobbio, dove sono stati resi noti i dati non certo lusinghieri per il governo, era presente anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il quale ha balbettato che “si sta valutando un provvedimento per migliorare l’organizzazione della struttura della Pubblica Amministrazione per il PNRR".
“L’attuazione del PNRR è la priorità del governo” – ha affermato Giorgetti – anche se “concordo sulla necessità di effettuare un’analisi che consenta di avere un quadro preciso sulla realizzabilità complessiva degli interventi previsti per migliorare, quanto possibile, gli aspetti più problematici e nel caso rivedere i piani iniziali“.
Secondo Giorgetti rispetto all’impostazione iniziale del PNRR c’è stato lo scoppio di una guerra nel cuore dell’Europa con le conseguenze che ne sono derivate. “E se proprio vogliamo trovare una causa della difficoltà di implementazione del PNRR – ha detto Giorgetti – dobbiamo trovarlo semplicemente nello stress a cui abbiamo sottoposto la struttura burocratica della pubblica amministrazione che probabilmente non era e non è all’altezza di sostenere questo tipo di choc di domanda“.
A dare un po’ di “guazza” al governo sul PNRR è intervenuto anche il Commissario dell’Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, il quale si è detto ottimista ed ha riconosciuto al governo Meloni “buona volontà”. La Commissione, ha sottolineato Gentiloni, prenderà decisioni “mi auguro, senza difficoltà tenendo conto che la stragrande maggioranza degli obiettivi sono già raggiunti e poi ci vuole l’approvazione finale“.
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