Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/02/2024

Controllo dei prezzi: per cosa e per chi?

Un anno fa parlavamo, sempre su queste frequenze, del controllo pubblico dei prezzi. Si tratta di un potentissimo strumento che uno Stato ha a disposizione e che dovrebbe utilizzare per difendere il potere d’acquisto di lavoratori e lavoratrici, compromesso in questi ultimi anni da ritorno dell’inflazione.

Come sappiamo, infatti, le grandi imprese hanno prontamente approfittato della crisi per difendere, se non aumentare, i propri margini di profitto, scaricando sulle famiglie il costo dell’ennesimo crack economico, iniziato con la pandemia e protrattosi con la guerra.

L’ultima novità in tal senso è che anche una parte consistente delle grandi aziende europee ha iniziato a richiedere a gran voce l’introduzione di prezzi energetici amministrati, al fine di tutelare la competitività europea a livello internazionale. L’esempio più esplicito in tal senso ci è stato fornito dalle richieste presentate da European Round Table for industry (ERT) – un’associazione datoriale che include alcuni tra i più grandi gruppi industriali europei – a Mario Draghi, in un incontro orientato alla stesura del rapporto sulla competitività che l’ex presidente del Consiglio sta preparando su mandato della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

In altre parole, i padroni stanno gridando a gran voce che, se il differenziale nei costi energetici con le altre grandi economie a livello globale (Stati Uniti e Cina in primis) non dovesse diminuire nei prossimi anni, le loro aziende saranno costrette a intraprendere un riassetto delle proprie attività, delocalizzando la produzione verso quei paesi che garantiscono costi energetici inferiori e dunque maggiori profitti.

Una contraddizione lampante emerge da queste richieste del mondo datoriale: dopo decenni di venerazione del libero mercato, delle deregolamentazioni (che si traducono in maggiore libertà di licenziare), della riduzione dell’intervento pubblico, ecco che ora le imprese scoprono le virtù della regolamentazione pubblica, da utilizzare a difesa dei profitti.

Cosa significa tutto questo? Le imprese europee sono effettivamente danneggiate dall’aumento dei costi energetici e dalle materie prime, in gran parte importate? E se così è, siamo davvero tutti sulla stessa barca? Proviamo a rispondere con ordine a questi interrogativi.

La guerra in Ucraina ha cambiato le carte in tavola e le regole del gioco. Se la significativa riduzione delle forniture russe di petrolio, e soprattutto di gas, costituisce uno dei pilastri della nuova strategia europea per la sicurezza energetica, questa risulta estremamente problematica una volta considerati gli elementi di costo. Effettivamente, i rincari energetici che hanno dovuto fronteggiare le aziende europee sono stati infatti maggiori rispetto a quelli che si sono verificati negli Stati Uniti o in Cina e stanno già comportando ripercussioni strutturali sulla competitività del tessuto industriale europeo, tanto da sollevare dubbi sulla tenuta complessiva del modello economico tedesco ed europeo.

Un assaggio di questo fenomeno ci è fornito dal rapporto annuale di Agora Energiewende, una rete che collabora col governo tedesco nell’ambito delle politiche per la transizione. Il report segnala che le emissioni di CO2 tedesche sono diminuite, nel solo 2023, del 21% rispetto al 2022, con una riduzione di 73 milioni di tonnellate che porta le emissioni totali al livello più basso registrato dagli anni Cinquanta. A prima vista, sembrerebbe un grande successo per le politiche di transizione tedesche, guidato dal minor utilizzo di carbone nella produzione di energia elettrica e dal maggior ricorso alle rinnovabili. Approfondendo, tuttavia, notiamo che il calo delle emissioni è stato favorito non solo da una significativa diminuzione della domanda di elettricità e da un aumento delle importazioni di elettricità (rinnovabile) dai paesi vicini, ma anche dalla riduzione delle emissioni dell’industria causata da un enorme calo della produzione dei settori energivori (-11% nel 2023 e -20% dall’inizio della guerra). In dettaglio, la riduzione delle emissioni nel 2023 è spiegabile per il 23% dai tagli alla produzione industriale e per l’11% dalla riduzione del consumo di energia nell’industria. Solo una parte fortemente minoritaria della riduzione delle immissioni è dovuta alle misure legate alla transizione: maggiore efficienza energetica (7%), espansione delle rinnovabili (8%), riduzione dell’uso di veicoli pesanti (4%), riduzione a lungo termine delle emissioni industriali (4%) e riduzione dimensioni degli allevamenti (1%).

Senza una svolta nella politica industriale europea, tutt’altro che probabile al momento, siamo dunque diretti verso un processo di deindustrializzazione che non interessa più esclusivamente l’economia italiana e la periferia europea meridionale, ma coinvolge ormai anche il centro manifatturiero tedesco.

Di fronte a questa prima risposta verrebbe, dunque, da pensare che lavoratrici e lavoratori europei siano quindi sulla stessa barca dei grandi gruppi industriali, uniti dalla rivendicazione di un controllo pubblico sui prezzi strategici, a partire da quelli energetici. Niente di più errato. Tant’è che le imprese chiedono allo Stato di coprire parte dei loro costi, mentre Repubblica ci dice, citando Bankitalia, che l’inflazione si è già mangiata più del 12% dei risparmi accumulati dalle famiglie.

In primo luogo, il modello tedesco ed europeo basato sulle esportazioni è strutturalmente orientato al contenimento dei costi di produzione, siano essi salari o bollette energetiche. Non si può avere nulla a che spartire con chi ti bastona quotidianamente per difendere i propri profitti.

Ma ci sono altre ragioni specifiche per cui le nostre rivendicazioni sono intrinsecamente inconciliabili con le loro. Il ritorno in vigore dal 2024 del Patto di austerità ha già da tempo portato gli esecutivi europei a ridimensionare, se non a eliminare completamente, le misure finalizzate a tutelare le famiglie meno abbienti dai rincari delle bollette energetiche, delle pompe di benzina e dei carrelli della spesa. I grandi gruppi industriali chiedono infatti di essere gli unici destinatari di quelle risorse pubbliche, che devono essere orientate ai padroni nei settori più colpiti. Sgomitano anche tra loro per accaparrarsi la fetta più grossa, figurarsi se son disposti a spartirla coi lavoratori. Dal canto loro, le istituzioni europee e i governi nazionali affiancano e assecondano i desiderata del capitalismo europeo.

In secondo luogo, e forse ancor più importante, l’attuale dinamica inflazionistica è legata a doppio nodo con le esigenze della transizione ecologica ed energetica, specialmente nella sua componente più persistente. Rinunciare al gas russo e alle fonti fossili in generale richiederà nei prossimi anni e decenni uno sforzo imponente in termini di investimenti industriali e infrastrutturali. I grandi gruppi europei non sono minimamente disposti ad accollarsi le spese di progetti caratterizzati da alto rischio, potenziali perdite nel breve e profitti (incerti) e solo nel medio periodo. La loro richiesta è semplice (e talvolta esplicita, come nel caso dell’ex Ilva): lo Stato e la fiscalità generale devono accollarsi le spese e gli investimenti nella decarbonizzazione, per poi mollare l’osso una volta che la tempesta è passata. Il solito vecchio motto dei padroni torna in auge: socializzare le perdite, privatizzare i profitti.

In definitiva, anche di fronte agli ostacoli della transizione non siamo uguali e il nostro controllo dei prezzi non è uguale al loro. Se noi chiediamo che nessuno sia lasciato indietro e che le misure di sostegno alle famiglie più in difficoltà siano ripristinate, loro vogliono tutto il malloppo per arricchirsi ulteriormente, non importa a quale costo. Se noi chiediamo la piena occupazione, anche per tutti quei lavoratori che saranno investiti dallo smantellamento dei settori più inquinanti, loro lamentano la scarsità di lavoratori nei settori di loro interesse e non fanno formazione. Se noi chiediamo che le partecipate pubbliche diventino le protagoniste di una transizione energetica e industriale orientata socialmente, loro chiedono allo Stato nazionalizzazioni a tempo, privatizzazioni e mance miliardarie, senza curarsi dell’interesse generale. Non siamo uguali. Non siamo, neanche stavolta, sulla stessa barca.

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Che fine ha fatto la Fiat? Dietro al nuovo ricatto di Tavares, un sonno di decenni

Il confronto pubblico che si è aperto sulla crisi occupazionale e produttiva di Stellantis in Italia è una fotografia impietosa del degrado e del ridicolo della classe politica e di quella imprenditoriale del nostro paese.

Tutto è finto e strumentale: la destra attacca Stellantis perché Meloni ce l’ha coi giornali della famiglia Elkann-Agnelli, il centrosinistra non sa che dire e qualcuno se la prende con Landini, che tra i sindacalisti di Cgil Cisl e Uil è il meno colpevole.

Come in un improvviso risveglio dopo un sonno di decenni, il palazzo politico, imprenditoriale, mediatico e anche sindacale sobbalza e grida: ma come, non c’è più la Fiat? Che pena.

Si scopre improvvisamente che gli stabilimenti italiani di produzione auto sono un decentramento produttivo di quelli francesi, che a loro volta seguono la logica spietata di una multinazionale, Stellantis, metà europea e metà americana.

Una multinazionale certamente più debole degli altri grandi gruppi dell’auto, da Toyota a Volkswagen, alle company Usa e soprattutto a quelli cinesi. La Cina produce 26/27 milioni di auto all’anno, l’Italia 500.000. In Italia 30.000 lavoratori sono scomparsi dagli stabilimenti dell’auto negli ultimi venti anni.

I buoi sono ben lontani dalla stalla, e come avviene per tutte le improvvise scoperte dei disastri italiani, dalla caduta dei salari allo smantellamento dei sistemi sanitario e pensionistico pubblici, bisogna tornare indietro di almeno trent’anni per vedere quando si sono spalancate le staccionate.

All’inizio degli anni '90 la famiglia Agnelli progettava già di abbandonare l’auto o comunque di renderla marginale nei propri interessi. Telecom, Banca San Paolo, turismo, servizi, qui si concentravano gli interessi della famiglia, che stava costituendo una vera e propria seconda Fiat, con altri interessi produttivi e finanziari rispetto a quelli dell’auto.

Naturalmente gli appoggi di tutto il sistema politico, destra centro e sinistra, erano fondamentali e scontati per questo progetto, così come il servile incensamento mediatico, che presentava queste operazioni finanziarie come un meraviglioso progetto innovativo.

Il progetto fallì clamorosamente, la famiglia Agnelli dovette abbandonare tutti i nuovi terreni di intervento e tornare all’auto. Nacque lo stabilimento di Melfi che, per il solito regime propagandistico, era il segno del futuro, mentre per chi ci lavorava era un luogo di sfruttamento come quello di Charlot in Tempi moderni.

Tuttavia l’inizio degli anni '90 aveva già definito un cambiamento strutturale del ruolo dell’industria dell’auto nel nostro paese: l’Italia era diventata un consumatore, più che un produttore di automobili.

A differenza dei grandi paesi industriali europei, Germania, Francia, Spagna, che producevano più auto di quelle che venivano acquistate nel paese, in Italia si compravano più di 2 milioni di auto all’anno e se ne producevano meno di 1 milione e mezzo.

Il mercato italiano dell’auto era diventato un passivo per il paese, mentre fino ad allora era stata una delle principali voci di attivo.

Questo dato di fondo non è più cambiato, ma è solo peggiorato, anche se è stato nascosto dalla solita propaganda, che ha dipinto la crisi della produzione di auto in Italia come la fine mondiale del prodotto auto.

Balle, gli italiani compravano auto come non mai, solo che gran parte di queste auto erano estere, perché la Fiat aveva perso tutti gli autobus degli investimenti e dell’innovazione di prodotto, perché la proprietà assenteista degli Agnelli non scuciva soldi, nonostante gli enormi sostegni pubblici, i miliardi di ore di cassa integrazione, tutti ottenuti con consenso bipartisan.

Lo stesso meccanismo di oscuramento propagandistico si scatenò nel 2010, quando Sergio Marchionne, a cui la famiglia Agnelli aveva affidato i propri interessi, lanciò contro il sindacato il ricatto di Pomigliano.

Come si sa Marchionne chiese ai lavoratori ed ai sindacati di rinunciare al contratto nazionale, in cambio della costruzione, nello stabilimento Fiat di Pomigliano, della nuova Panda, destinata inizialmente agli stabilimenti polacchi del gruppo.

Tutto il sistema politico, anche quelli che oggi brontolano contro gli Agnelli, e gran parte dei sindacati con la sola eccezione della Fiom e dei sindacati di base, accettarono l’ultimatum dell’Amministratore Delegato della Fiat e lo presentarono come una grande scelta di progresso. Era invece l’inizio della fine.

Con quella scelta gli stabilimenti italiani dell’auto diventavano definitivamente ‘fabbriche cacciavite’, cioè reparti produttivi in competizione, al ribasso dei costi, con gli altri del gruppo.

Marchionne presentò questo percorso di deindustrializzazione come il suo esatto contrario, inventando il progetto “Fabbrica Italia”. Tra lucidi, video e commozione di giornalisti e politici, vennero annunciati più di 20 miliardi di investimenti per rilanciare la produzione dell’auto in Italia.

Anche questo era tutto fumo, non se ne fece nulla, ma nessuna autorità ne chiese conto agli Agnelli e a Marchionne. Che nel frattempo acquisirono a prezzi di saldo e con finanziamenti di stato la Chrysler, in crisi negli Usa.

I sindacalisti americani furono corrotti per ottenere contratti di lavoro favorevoli al padrone e alla fine nacque la FCA, di cui la fabbriche italiane erano oramai un decentramento di quelle oltre oceano.

A sua volta la FCA fallì nel tentativo di acquisire l’Opel in Germania: governo e sindacati di quel paese respinsero la proposta di Marchionne, considerandola non credibile e distruttiva sul piano industriale.

Poi, di fronte alle nuove sfide dell’elettrico che richiede ricerca ed investimenti, la famiglia Elkann-Agnelli ha deciso di abbandonare definitivamente il campo, realizzando lauto profitto dalla incorporazione di FCA nel gruppo Stellantis, dove dominano Peugeot e Citroen.

E così siamo alla crisi drammatica di oggi, segnata da un nuovo ricatto padronale, la richiesta di soldi pubblici da parte dell’ad del gruppo, Tavares. Se volete che si produca ancora in Italia, pagate! Sono trent’anni che in Italia ed in Fiat si deindustrializza, con i padroni che ci guadagnano, i politici che consentono, i giornalisti che incensano gli uni e gli altri.

La crisi Fiat è parte della crisi politica e morale del paese. E potrà essere affrontata solo con una rottura radicale con tutte le politiche degli ultimi trent’anni. Altrimenti avremo ancora chiacchiere, regalo di soldi pubblici e licenziamenti.

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02/02/2024

L'implacabile (1987) di Paul Michael Glaser - Minirece

Prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame

Santiago, 29 gennaio 2024

Ai Signori

Luis Cordero Vega, Ministro della Giustizia.

Jaime Gajardo Falcón, Sottosegretario della Giustizia.

Xavier Altamirano, Sottosegretario ai Diritti Umani.

Le organizzazioni e le persone che aderiscono alla presente lettera, segnalano quanto segue:

In primo luogo, facciamo presente che quattro prigionieri politici mapuche CAM stanno facendo uno sciopero della fame da 78 giorni, chiedendo innanzitutto l’annullamento del processo contro Ernesto Llaitul Pezoa, Ricardo Delgado Reinao, Nicolás Villouta Alcaman e Esteban Henríquez Riquelme, o quali, nonostante l’inesistenza di elementi probatori, sono stati ingiustamente condannati a più di 15 anni di carcere.

Questo sciopero della fame si realizza con il sostegno di 11 prigionieri politici CAM, detenuti nel CP Bío-bío e nel CCP di Temuco: il portavoce storico della CAM Héctor Llaitul Carrillanca, José Lienqueo Marquez, Roberto Garling Infanta, Bastian Llaitul Vergara, Oscar Cañupan Calfin, Axel Campos Vivallos, Pelentaro Llaitul Pezoa, Daniel Canio Tralcal, Luis Menares Chanilao, Carlos Mardones Saez, Jorge Caniupil Coña, che sono in sciopero della fame da 50 giorni.

In secondo luogo, si esige l’implementazione di un modulo comunitario nel CP Bío-bío, come previsto nei trattati internazionali sottoscritti dallo stato del Cile, tenendo in considerazione i seguenti argomenti:

1. Il riconoscimento dei 15 membri della comunità come membri del popolo originario mapuche e la rivendicazione del loro status di prigionieri politici, ogniqualvolta le loro cause siano legate al conflitto storico che esiste tra il popolo nazione mapuche, lo Stato del Cile e la lotta che si porta avanti contro l’estrattivismo, soprattutto forestale, che depreda il Wallmapu.

2. Si sa che la decisione politica di fermare e contrastare il conflitto storico ha peggiorato la persecuzione e la criminalizzazione delle rivendicazioni mapuche negli ultimi 30 anni, e ciò ha inevitabilmente portato in carcere centinaia di membri della comunità.

3. Segnaliamo che, grazie a mobilitazioni diverse ed estese, il popolo mapuche ha ottenuto, anche se in modo insufficiente, il rispetto di alcune condizioni culturali e spirituali all’interno dei vari centri penitenziari. Un esempio di questo è l’ottenimento di moduli comunitari (luoghi in cui, sia pur in modo minimo, si può esprimere l’identità e l’appartenenza mapuche) in quanto corrispondono a uno spazio sostenuto dalla Convenzione 169 dell’ILO, la cui sottoscrizione da parte dello Stato del Cile è vigente, e che era stato, in un certo senso, rispettato o almeno considerato da tutti i governi, compresi quelli di destra.

4. Ricordiamo che è stata evidente una negazione e un arretramento, da parte dell’attuale governo, poiché sono stati violati costantemente i diritti fondamentali dei prigionieri politici mapuche nelle carceri di massima sicurezza. In questo caso ci riferiamo specificamente al CP Bío-bío, situazione di cui li riteniamo responsabili per il loro ruolo di massima autorità in materia di detenzione.

5. Denunciamo le violazioni e le trasgressioni sistematiche commesse, inoltre, contro le famiglie e i membri delle comunità che visitano i prigionieri politici mapuche, che non ricevono il trattamento speciale che spetta loro in quanto membri del popolo mapuche originario, ignorando, pertanto, quanto stabilito nei trattati internazionali sottoscritti dallo Stato del Cile.

In terzo luogo, si chiede il rilascio immediato di Daniel Canio Tralcal, poiché, considerato il periodo in cui è stato ingiustamente incarcerato dallo Stato del Cile – tra il 2009 e il 2013, ed essendo stato assolto dalle imputazioni- ha il diritto di scegliere la libertà condizionale.

Riteniamo che il fatto di tenere i prigionieri politici mapuche in un carcere di massima sicurezza corrisponda ad una decisione politica e non solo amministrativa. Riconosciamo che i prigionieri politici mapuche sono privati ​​della libertà, ma in nessun caso cessano di essere soggetti di diritti fondamentali, né perdono il loro status di membri del popolo mapuche.

Per quanto sopra esposto, chiediamo che il trattamento e le condizioni di detenzione siano coerenti con la loro situazione di prigionieri politici e con la loro condizione di membri del popolo mapuche. Chiediamo che venga data una soluzione alle richieste rappresentate con lo sciopero della fame, così come riteniamo le autorità dello Stato del Cile responsabili delle eventuali conseguenze irreversibili sulla salute e sulla vita degli scioperanti.

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Guerra in Ucraina - mini-offensiva aerea di Kiev in Crimea

di Francesco Dall'Aglio

Proprio mentre Victoria Nuland si trovava a Kiev, e non è certamente una coincidenza, la NATO (come ho già detto in passato l’Ucraina ormai ci mette solo i corpi, le armi non sono più sue e probabilmente nemmeno la strategia) ha organizzato un attacco congiunto, aereo e navale, sulle installazioni militari della Crimea dal pomeriggio di ieri a stamattina (l’altro ieri c’era già stato un attacco di droni sugli aeroporti, sventato senza eccessivi problemi).

L’attacco, come al solito, è stato preceduto da un gran traffico di aerei spia sul Mar Nero e sulla Romania, almeno sei tra cui anche il nostro PERSEO71, un Gulfstream G550 CAEW del 14° stormo partito da Pratica di Mare (da Sigonella invece sono partiti due aerei USA. Qui qualche info e i tracciati di quattro dei sei aerei).

La prima fase dell’attacco è stata aerea. Da Starokostantinov e Kanatovo si sono alzati tre Su-24 e un numero imprecisato di Su-27 e Mig-29 – non voglio dire tutti gli aerei ancora in grado di volare dell’areonautica ucraina ma poco ci manca. Gli Su-24 e i Mig-29 hanno lanciato una combinazione di ADM-160 MALD e di missili antiradar AGM-88 HARM per ingaggiare le difese antimissile ruse, mentre gli Su-24 hanno lanciato sei Storm Shadow (o SCALP che dir si voglia) in direzione degli aeroporti della Crimea. tutti i missili risultano abbattuti o dalla contraerea o dai caccia russi.

Immediatamente dopo i Su-24 hanno lanciato altri sei missili, stavolta dal mare, in direzione di Sebastopoli e dell’aeroporto di Belbek, che sembra essere stato il bersaglio principale anche del primo attacco. Anche qui i missili sono stati abbattuti, e uno di loro si è sfasciato in prossimità dell’aeroporto senza, pare, fare danni (anche se media come Visegrad 24 eccetera hanno riferito di catastrofiche esplosioni, non compatibili con le immagini da loro stessi diffuse).

A questo doppio e non troppo efficace attacco aereo è seguito nella notte quello navale, con nove droni diretti verso l’ingresso del lago Donuzlav (allego carta) dove si trovava l’Ivanovets, un cutter lanciamissili della classe Proekt 1241 “Molniya” armata di quattro missili antinave P-270 Moskit, in due impianti binati.

La nave è stata colpita più volte e uno degli impatti ha causato la detonazione dei Moskit sulla fiancata sinistra, causando un’esplosione che ha certamente affondato la nave.

Il bersaglio è stato scelto bene (del resto a questo serve la ricognizione NATO): una nave vecchiotta, varata nel gennaio 1989 e mai rimodernata, con sistemi di difesa inadatti a contrastare questo tipo di minaccia e che si trovava dall’inizio della guerra nella rada del Donuzlav a non fare nulla, visto che si tratta di un’unità armata solo di missili antinave (che contro i droni non servono a nulla, ovviamente).

Non un danno notevole per la flotta del Mar Nero ma, certamente, un grave danno d’immagine oltre alla perdita del personale (è improbabile che fosse ad equipaggio completo, ma di sicuro morti ce ne sono. L’equipaggio completo è di 39 marinai).

Soprattutto, l’eterna conferma che la Crimea resta il punto debole dell’architettura difensiva russa, né potrebbe essere altrimenti vista la sua conformazione, il territorio ancora in mano all’Ucraina, e l’interesse quasi maniacale che riveste sia per l’Ucraina (e mi pare logico) che per la NATO: al di là dei risultati ottenuti (non eccelsi, diciamo) nell’attacco di ieri sono stati coinvolti due aeroporti, almeno sette aerei, 12 Storm Shadow e nove droni navali; ossia, per lo stato attuale degli equipaggiamenti ucraini, un’enormità sia in termini di mezzi che di soldi.

Disponendo per ora di questi mezzi, per l’Ucraina è certamente una strategia vincente: il massimo danno, specie d’immagine, col minimo sforzo. Gli attacchi dunque continueranno – già ora ci sono altri aerei spia a incrociare nelle vicinanze della penisola.

Resta da chiedersi, al solito, cosa intenda fare la Russia. Le alternative a sua disposizione non sono moltissime e sono, verrebbe da dire, una peggio dell’altra in termini di potenziali conseguenze, per sé e per tutti (noi inclusi).

Finora, come è ben noto, la strategia è quella di attendere il collasso dell’infrastruttura politico-militare ucraina con una guerra di attrito, senza impegnarsi in operazioni militari rischiose e costose in termini di uomini e materiali. Possono lanciare tutti i droni che vogliono, in sintesi, ma se fra sei mesi non hanno più i soldi per pagare le pensioni non ne spareranno a lungo.

Il concetto non è molto diverso dall’idea occidentale di attendere comodamente il collasso della Russia sotto i colpi delle sanzioni e dell’opposizione interna, collasso che però, come stiamo esperendo, non c’è stato.

Non avendo raggiunto l’obiettivo, la NATO ha dunque aumentato il suo livello di coinvolgimento: resta da chiedersi se anche la Russia sarà disposta a farlo. Se il collasso ucraino non dovesse manifestarsi in tempi relativamente brevi (entro la fine del 2024, diciamo), né sul fronte di guerra né su quello interno, un impegno maggiore, e tutti i rischi del caso, potrebbe essere necessario.

Il che significherebbe per la leadership russa dovere affrontare tre problemi:

1) impegnarsi o meno direttamente contro gli asset militari della NATO, visto che senza gli aerei spia occidentali non sarebbe possibile per l’Ucraina organizzare questo tipo di operazioni. Questo significherebbe dovere abbattere uno di questi aerei (cominciando magari dai droni senza equipaggio), o magari distruggere un satellite con gli ovvi rischi di escalation che la cosa comporta. Oppure c’è la via indiretta, tipo fornire gli S-300 agli Houthi o gli Iskander alla Repubblica Centrafricana. O, per dire, l’atomica all’Iran. Per dire.

2) Impegnarsi o meno in un’operazione militare su larga scala con l’obiettivo di conquistare una larga parte del territorio ucraino (la zona smilitarizzata più estesa di cui ha parlato Putin appena ieri). Questo risolverebbe alla radice il problema delle incursioni, ma comporterebbe perdite molto più elevate e concentrate. Qual è il limite che sia la leadership che la società russa sono disposti ad accettare, fermo restando che entrambe non accetteranno ancora a lungo il livello di perdite corrente senza una reazione?

3) Che poi è una conseguenza del punto 2. Ipotizzare o meno operazioni militari su larga scala che prevedano la distruzione di città come Kharkiv, Poltava e soprattutto Odessa, che non potrebbero essere conquistare senza ridurle preventivamente in macerie. Per quanto la leadership e la società russa si sentano frenate dal fatto che quelle sono città “russe”, resta il fatto che da quelle città partono operazioni militari contro città e unità militari realmente russe, senza virgolette.

C’è poi anche un 4, la questione della Transnistria. La leadership moldava, pienamente sostenuta dalla Romania (cioè dalla NATO) non fa mistero di volerla recuperare, ma lì ci sono non soltanto gli abitanti della Transnistria ma 200.000 cittadini russi.

Se si prospettasse un nuovo Donbass al confine della NATO la Russia dovrebbe intervenire, ma per intervenire da quella parte torniamo ai punti 2 e 3: operazione militare su larga scala, quindi con grandi perdite, e distruzione delle “russe” Cherson e Odessa.

La scommessa di attendere è al momento quella che la Russia ha scelto, per fortuna di tutti: perché se alla fine si rivelasse una scommessa sbagliata le conseguenze non sarebbero la pace, ma un inasprimento del conflitto a livelli finora inimmaginabili.

EDIT: proprio ora è segnalata ulteriore attività di droni aerei e navali al largo della Crimea: Si tratta probabilmente di attività di osservazione, ma non è ancora chiaro.

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La BMG si separa da Roger Waters per aver condannato Israele

Secondo fonti dalla rivista Variety, la casa discografica tedesca BMG è pronta ad interrompere completamente ogni collaborazione con il co-fondatore dei Pink Floyd e leggenda del rock Roger Waters per le sue posizioni su Israele, Ucraina e Stati Uniti.

La BMG aveva firmato un accordo con il musicista nel 2016 e, a breve, doveva pubblicare una nuova versione registrata dell’album dei Pink Floyd del 1973 “Dark Side of the Moon”. Però il nuovo CEO Thomas Coesfeld ha annullato l’accordo dopo essere subentrato il 1° luglio 2023. L’album è stato poi pubblicato grazie alla collaborazione con la società britannica Cooking Vinyl.

Le indiscrezioni di Variety non hanno avuto una risposta da parte del portavoce della BMG che si è rifiutato di commentare la vicenda.

Naturalmente, non sono una sorpresa queste indiscrezioni, lo stesso Waters, che già parlò dell’eventuale licenziamento in un’intervista dello scorso anno, denunciando le pressioni dei dirigenti filo-israeliani, attivisti della Bertelsmann, la società tedesca proprietaria della BMG.

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Il vertice UE a Bruxelles vota i 50 miliardi alla junta di Kiev

Giovedì 1 febbraio è stato il giorno del summit UE in pratica dedicato completamente all’Ucraina: il tema cardine è quello dei 50 miliardi di euro (dei 64,4 previsti nella variazione di bilancio) da elargire a Kiev per i prossimi quattro anni.

Formalmente, l’ordine del giorno del vertice non menziona affatto l’Ucraina: nell’unico punto previsto si parla di correttivi da apportare al bilancio pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF) 2021-2027, che include anche la creazione di un “Fondo ucraino”, volto ad assicurare la stabilità a lungo termine dell’Ucraina.

Ma il grosso delle nuove spese è previsto proprio a favore di Kiev. Come recita il sito web del Consiglio europeo, «di fronte a sfide inaspettate e senza precedenti, tra cui la guerra d’aggressione della Russia contro l’Ucraina, la pandemia globale del Covid-19 e l’aumento dei tassi di interesse, è necessario rafforzare il bilancio a lungo termine UE».

Nello specifico della parte di nuovo bilancio da elargire a Kiev (il 78%), si parla di 17 miliardi di euro di sovvenzioni e 33 miliardi di prestiti. Gli altri 14 miliardi sarebbero così suddivisi: 2 miliardi per politiche migratorie e rafforzamento delle frontiere, 7,6 miliardi per la politica di vicinato con i paesi del mondo, 1,5 miliardi per il Fondo europeo per la difesa nell’ambito del nuovo strumento della Piattaforma delle tecnologie strategiche (STEP), 2 miliardi di euro per gli strumenti di flessibilità UE e 1,5 miliardi di euro per la riserva di solidarietà e di assistenza emergenziale.

Secondo la Reuters, nella bozza di dichiarazione finale del vertice rimane in sospeso una questione importante: cioè se i leader della UE prevedano di destinare ulteriori 5 miliardi al “Fondo europeo per la pace”, utilizzato per finanziare le forniture di armi a Kiev. Alla vigilia, si diceva che su quest’ultimo punto ci fosse la contrarietà di Berlino.

In realtà, il tema all’ordine del giorno sull’aumento del MFF era già stato presentato il dicembre scorso, ma si era scontrato col veto ungherese; così che si è arrivati all’attuale vertice, di nuovo tentando di convincere Viktor Orban a recedere dal veto sugli aiuti alla junta.

A detta del primo ministro polacco, l'europeista Donald Tusk, Orban è rimasto l’unico leader della UE a conservare un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina; per di più, in contrasto con il “comune sentire” del popolo ungherese che, sostiene Tusk, sarebbe ben felice di aiutare l’Ucraina.

Per ovviare al problema del possibile veto ungherese sugli ulteriori aiuti alla junta di Kiev, la liberal-democrazia UE, impersonata dalla Commissione europea, aveva minacciato di togliere a Budapest il diritto di voto: in questo modo, sarebbe stato bellamente aggirato l’ostacolo dell’unanimità, prevista dagli stessi atti fondativi UE.

Lo scorso 27 gennaio Budapest aveva presentato un progetto di compromesso: gli ulteriori finanziamenti a Kiev sarebbero stati elargiti alla condizione che «ogni anno si decida se continuare o meno il finanziamento» e che tale decisione dovrà esser adottata all’unanimità.

Dopo che Bruxelles aveva parlato di “ricatto di Orban”, il britannico Financial Times (FT) – citando un documento del Consiglio d’Europa – rivelava che la UE stava elaborando un piano per minare l’economia ungherese, nel caso Budapest si fosse rifiutata di concordare il nuovo pacchetto di aiuti a Kiev: Bruxelles farebbe crollare il tasso di cambio del fiorino ungherese, riducendo l’attrattiva degli investimenti, con l’obiettivo di danneggiare «occupazione e crescita» dell’economia del paese.

Di fatto, se Viktor Orban non avesse fatto concessioni, la UE avrebbe potuto annunciare pubblicamente la completa cessazione dei finanziamenti a Budapest, con l’obiettivo di «spaventare i mercati».

Vista la reazione ungherese sulla «necessità di cambiamenti nella UE», forse a Bruxelles ci si è resi conto di aver esagerato. Così, il 31 gennaio, ancora il FT, titolando «La UE porge un ramoscello d’ulivo a Viktor Orban per sbloccare gli aiuti all’Ucraina», scriveva che Bruxelles avrebbe fatto un’offerta al primo ministro ungherese nel tentativo di ottenere il suo benestare sui 50 miliardi a Kiev, accondiscendendo alla “revisione annuale”, per i prossimi quattro anni, proposta da Budapest.

Tuttavia, osservava ieri Oleg Khavic su Ukraina.ru, contrariamente alle richieste di Orban, dopo ogni revisione nessun paese UE potrà porre il veto alla continuazione degli aiuti. «Il Consiglio europeo terrà dibattiti annuali sull’attuazione di questo meccanismo, con l’obiettivo di fornire raccomandazioni sull’approccio UE alla situazione derivante dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina», era detto nella bozza di comunicato finale.

Alla vigilia, era ancora incerta la posizione ungherese. Così, secondo il FT, una possibile soluzione avrebbe potuto essere la continuazione nel 2024 dell’attuale programma di prestiti, che può farsi con un voto a maggioranza qualificata, aggirando così il requisito dell’unanimità.

I 26 della UE dovrebbero creare due schemi intergovernativi separati, per trasferire sovvenzioni e prestiti all’Ucraina durante il restante periodo. Una soluzione oltremodo laboriosa.

In ogni caso, pur con Viktor Orban pronto a votare l’elargizione a Kiev di un quarto dei 50 miliardi di euro (cioè 12,5 miliardi) per il 2024, Bruxelles stanzierà comunque 21,2 miliardi solo di aiuti militari.

Questo è quanto emerge da un documento interno preparato dalla Commissione europea e dall’organo diplomatico UE, di cui parla l’edizione di Bruxelles del portale POLITICO. Il documento sottolinea che la cifra di 21,2 miliardi di euro per quest’anno è una stima “preliminare” basata sui dettagli forniti da un «numero limitato» di paesi UE.

Quantomeno curioso, osserva ancora Khavic, che all’incirca la stessa somma di 21 miliardi di euro, sia quella destinata all’Ungheria nel bilancio e nei fondi UE, ma ora congelata col pretesto della violazione del principio della supremazia del diritto nel paese.

In definitiva, pare che alla fine Viktor Orban si sia lasciato convincere: forse proprio in ragione di quei 21 miliardi di euro.

In generale, per conferire un aspetto “democratico” alla decisione UE, si assicura che i 50 miliardi in quattro anni alla junta di Kiev verranno elargiti alla “condizione” del rispetto, da parte dei nazigolpisti, dei diritti delle minoranze nazionali (un’affrettata concessione formale a Budapest, per la forte minoranza ungherese in Ucraina occidentale), della supremazia del diritto e delle norme democratiche.

La democrazia, come è noto, attraversa vari stadi storici; quello attualmente in uso tra i golpisti ucraini fa tutt’uno con l’ipocrisia guerrafondaia della UE.

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Il caso Ilaria Salis, un test definitivo sulla presunta “democrazia europea”

In un paese normalmente antifascista, come da Costituzione (se vieta la “ricostituzione del partito fascista”, questo dovrebbe essere), l’eventuale colpevolezza di Ilaria Salis rispetto alle accuse – un mini-pestaggio di due neonazisti – meriterebbe un premio al valor civile.

Cercare di impedire la celebrazione del “giorno dell’onore”, quando a Budapest convergono i nazisti di mezza Europa per commemorare le SS, è infatti il minimo che si dovrebbe pretendere da un continente che ha ritrovato una possibilità di vita solo grazie alla distruzione del “male assoluto” (e dunque soprattutto grazie all’Armata Rossa...)

Invece, in un paese corrotto dall’ipocrisia e dal neofascismo di ritorno, siamo costretti a sperare nel riconoscimento della sua innocenza. Il video messo a disposizione dall’accusa ungherese, infatti, mostra un gruppetto di antifascisti tra i quali è impossibile riconoscere Ilaria.

Per di più, come riferisce con dovizia l’articolo di Mario Di Vito apparso oggi su il manifesto, che alleghiamo di seguito, in questo disgraziato paese c’è addirittura – la Lega di Salvini e quell’altro Crippa lì – chi ne pretende il licenziamento futuro, perché “una maestra” non dovrebbe osare la militanza antifascista.

Peggio ancora, la indica come “colpevole” di una contestazione alla stessa Lega per cui è stata assolta con formula piena (“non aver commesso il fatto”). Se Ilaria lo querela per diffamazione e altro, ha già vinto la causa senza troppi sforzi.

Aspetti legali a parte, è chiaro che tutto il dibattito politico intorno a questa vicenda – esplosa solo ora, dopo un anno di detenzione mostruosa subita nel silenzio assoluto del governo italiano, “gemello” un po’ vigliacco di quello ungherese – è strumentale in misura oscena.

L’esecutivo Meloni per un anno si è guardato bene dal “disturbare” Orbàn, considerando probabilmente “meritato” l’arresto. Anche le condizioni delle prigioni, per un paese che ha fatto del “41bis” l’architrave della propria politica penitenziaria, non devono esser sembrate poi così inumane.

Gli “antifascisti quando torna utile” – Pd e dintorni – hanno taciuto con altrettanta ostinazione fino a che non si è aperta la porta per una polemichetta elettorale in vista delle europee.

Gli incompetenti della Lega, in pieno marasma senile (vedono la propria fine dietro l’angolo…), sparano scemenze senza più rendersi nemmeno conto di spararsi sui piedi. Pretendere che qualcuno venga licenziato per il solo fatto di essere accusato – per di più di un “reato” che in questo paese è esaminabile solo su denuncia della parte lesa (che nel caso di Ilaria neanche c’è) – significherebbe lo svuotamento immediato del governo in carica, nella maggior parte dei casi sotto processo per reati “veri” e ben più gravi.

I media mainstream sono così equamente schierati tra i crucifige filonazisti e il tardivo scandalo, ritenuto utile per premere su Orbàn... affinché non continui a ostacolare il finanziamento della guerra in Ucraina.

Per tutta questa gente, senza distinzioni, Ilaria è solo una figura da usare nel modo e finché torna utile. Di riflessioni sul degrado infinito della “democrazia liberale” – non solo a Budapest, ma a Roma come a Bruxelles o nella Parigi di Macron – non ne vediamo neanche una.

Il coro guerrafondaio – si tratti di Ucraina o di Gaza – non conosce dubbi. Gli antifascisti vanno repressi se si manifestano in casa, ma possono essere compatiti se lo fanno in un paese momentaneamente considerato un ostacolo al pieno dispiegamento della linea atlantista.

Ilaria Salis deve tornare qui, per essere “premiata” dall’affetto e dalla stima degli antifascisti senza se e senza ma, h24.

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La Lega tifa catene. Macchina del fango contro Ilaria Salis

Mario Di Vito – il manifesto

Non basta la detenzione in un carcere terrificante. Non bastano nemmeno le catene e il guinzaglio con cui è stata portata in carcere. Per Ilaria Salis c’è anche la pena accessoria della macchina del fango della Lega, che ha scagliato contro la 39enne maestra elementare un’accusa clamorosamente falsa.

Tutto è cominciato nella mattinata di ieri, con una nota in cui il Carroccio: «Il 18 febbraio 2017, a Monza, un gazebo della Lega veniva assaltato da decine di violenti dei centri sociali, e le due ragazze presenti attaccate con insulti e sputi da un nutrito gruppo di facinorosi. Per quei fatti Ilaria Salis è finita a processo, riconosciuta dalle militanti della Lega».

Finita a processo sì, ma assolta pure. Lo spiega bene il suo avvocato, Eugenio Losco. «Ilaria è stata assolta per non aver commesso il fatto e non è stata affatto individuata dalle due militanti della Lega ma solo individuata come partecipante al corteo che si svolgeva quel giorno a Monza da un video prodotto in atti – ha detto -. Il giudice nella sentenza ha specificato che risulta aver partecipato solo al corteo senza in alcun modo aver partecipato all’azione delittuosa di altre persone né di aver in qualche modo incoraggiato o supportato altri a farlo».

Fu la stessa procura di Monza a chiedere l’assoluzione e il giudice nelle sue motivazioni arrivò a scrivere che Ilaria Salis mise «il braccio dietro la schiena ad un giovane che aveva appena buttato a terra la bandiera leghista, come ad invitarlo a proseguire nel corteo».

Insomma, non solo non aveva assaltato alcun gazebo, ma si era anche adoperata perché non lo facessero nemmeno gli altri.

Dalle parti della Lega, com’è noto ormai a chiunque, è prassi consueta prescindere dalla veridicità dei fatti e, infatti, nonostante la secca e circostanziata smentita, non è arrivata nemmeno mezza parola di scuse per l’illazione.

Anzi, Matteo Salvini ha pure rilanciato: «Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa – e adesso scopro anche in Italia – a picchiare e sputare alla gente? Io sono preoccupato che bambini di 6-7 anni stiano con un individuo del genere. Io non credo che possa lavorare come maestra».

La risposta di Elly Schlein a questa uscita appare quantomai opportuna: «Salvini mette altre catene ai polsi e alle caviglie di Ilaria Salis, lo fa con una forte nostalgia del medioevo e richiamando delle accuse da cui è già stata assolta e con l’ipocrisia e il paternalismo di un ministro accusato di sequestro di persona».

L’offensiva della Lega, comunque, ha carattere strumentale: viste le difficoltà nei sondaggi e le elezioni europee alle porte, il partito di Salvini sta disperatamente cercando di rosicchiare consensi andando a stimolare gli umori più turpi della destra.

Sui social, del resto, è tutto un pullulare di utenti che ritengono del tutto normale quello che sta passando Ilaria Salis in Ungheria, dove rischia una condanna di almeno 11 anni perché accusata di aver aggredito, insieme ad altri, tre neonazisti in due circostanze diverse.

Le vittime, scrive la procura di Budapest nel capo d’accusa hanno riportato tutte lesioni guarite in una settimana al massimo. Oltre allo scandaloso spettacolo delle catene e del guinzaglio, ciò che colpisce di tutta questa vicenda è la colossale sproporzione tra i fatti contestati e l’entità della pena prospettata.

Intanto, A Budapest, ieri mattina Roberto Salis ha fatto visita a sua figlia in carcere e, all’uscita, si è detto «moderatamente ottimista» per il futuro.

«Ilaria è ancora entusiasta per aver visto i suoi amici e qualche buon segnale sta arrivando anche dal carcere dove le sue condizioni sono migliorate», ha raccontato.

La situazione, ad ogni modo, resta molto delicata: la strada per il ritorno in Italia è complicata da percorrere (lo ha spiegato nuovamente Tajani: «È impossibile perché lei non ha commesso reati in Italia, ma può essere espulsa dall’Ungheria in caso di condanna»), ma i tanti interventi degli ultimi giorni e anche la telefonata Meloni e Orbàn segnalano quantomeno un certo interessamento alla situazione.

Se non si fossero accesi i riflettori dell’opinione pubblica è chiaro che Ilaria Salis avrebbe rischiato di scomparire in un buco nero come in tanti altri casi è accaduto.

Il Garante nazionale dei detenuti, poi, ha avviato «un’interlocuzione formale» con il proprio parigrado ungherese e, allo stesso tempo, ha attivato alcune procedure di tutela anche al Comitato prevenzione tortura del Consiglio d’Europa. Il caso arriverà lunedì pomeriggi anche a Strasburgo, dove alla plenaria dell’Eurocamera si dovrebbe tenere un dibattito.

Zoltan Kovacs, il portavoce di Orbàn, in serata è andato all’attacco su X: «I reati in questione sono gravi, sia in Ungheria che a livello internazionale. Le misure adottate nel procedimento sono previste dalla legge e adeguate alla gravità dell’accusa del reato commesso. La credibilità di Ilaria Salis è altamente discutibile».

Kovacs ha attaccato anche György Magyar, uno degli avvocati ungheresi dell’italiana. La sua colpa? «È dichiaratamente di sinistra».

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