Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/05/2025

Gaza: 60 giorni senza cibo né acqua, per l’ONU è “catastrofe umanitaria”

Mercoledì 30 aprile, è scattato il sessantesimo giorno consecutivo di blocco totale dell’entrata degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, imposto da Israele. L’UNRWA continua a rimarcare la drammatica situazione alimentare in cui versa la Striscia, sottolineando che alcune famiglie mangiano quello che riescono a trovare, anche quando non è più sicuro.

Le scorte di base si esauriscono, i bisogni aumentano, i servizi hanno cessato di funzionare e, negli ultimi giorni, 52 persone – tra cui 50 bambini – sono morte di fame. Intanto, la protezione civile ha annunciato di aver terminato il carburante per alimentare i propri veicoli, mentre negli ospedali mancano i materiali di consumo e i farmaci necessari a centinaia di migliaia di pazienti. Il tutto arriva sullo sfondo di un’intensificazione degli attacchi, che non risparmiano nemmeno il personale umanitario internazionale: dal 7 ottobre, sono stati uccisi almeno 295 operatori delle Nazioni Unite.

La situazione umanitaria a Gaza è più critica che mai. Per quanto riguarda l’emergenza alimentare, il Programma Alimentare Mondiale, dopo aver annunciato la chiusura di tutti i propri panifici, ha dichiarato di aver ormai terminato le scorte di cibo per le famiglie. Il 25 aprile, il PAM ha consegnato le ultime scorte alimentari rimanenti alle cucine della Striscia di Gaza, mentre la maggior parte degli altri magazzini nella Striscia sono già chiusi da tempo.

Nel frattempo, il prezzo dei beni alimentari è aumentato a dismisura, con la farina che ha raggiunto i 72,60 dollari al chilo (contro i 6,70 dollari al chilo di ottobre 2023) e l’olio i 12,60 dollari al litro (prima di ottobre 2023 il prezzo era di 1,90 dollari al litro). Secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU, negli ultimi cinque giorni, 10 cucine comunitarie sono state costrette a chiudere o a diminuire il contenuto dei pasti erogati.

Le cucine riescono a fornire un solo pasto caldo al giorno, che tuttavia non copre appieno il fabbisogno nutrizionale dei cittadini e riesce a raggiungere solo la metà delle persone in bisogno. Se le cucine comunitarie sono costrette a bruciare pallet di legno per compensare la mancanza di carburante, i cittadini che provano a cucinare per sé stanno facendo ricorso alla combustione dei rifiuti e dei resti di cibo deteriorati, aumentando il rischio di problemi sanitari.

Proprio la mancanza di carburante è uno dei tanti problemi che stanno vivendo gli ospedali, le strutture sanitarie e la protezione civile di Gaza. A essa si aggiunge quella di medicinali, apparecchiatura medica e pezzi di ricambio per ambulanze e generatori. In totale, si stima che oltre 150.000 persone abbiano bisogno di dispositivi di assistenza, che risultano completamente assenti nella Striscia.

L’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’87% dei materiali medici di consumo necessari per gli interventi chirurgici ortopedici e il 99% dei medicinali utilizzati per la cateterizzazione cardiaca sono attualmente esauriti. Il vaccino a rotazione per i bambini è totalmente esaurito, la quarta dose di vaccino per la poliomielite, che sarebbe dovuta essere garantita ai bambini di Gaza proprio in questo mese, è stata sospesa, mentre «una grave carenza di attrezzature mediche continua a ostacolare il supporto all’assistenza materna e neonatale».

A tutti questi problemi si sommano quelli igienico-sanitari, idrici, educativi, logistici, delle infrastrutture elettriche, dei rifugi, delle telecomunicazioni, e gli innumerevoli maltrattamenti giornalieri. In occasione dell’apertura dei cinque giorni di udienze consultive relative agli obblighi di Israele nella Striscia, tenutasi il 28 aprile presso la Corte Internazionale di Giustizia, Elinor Hammarskjöld, consulente legale dell’ONU, ha sottolineato che dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi almeno 295 membri del personale umanitario delle Nazioni Unite.

In totale, secondo l’ultimo bollettino dell’Ufficio umanitario, sono stati uccisi 418 operatori umanitari e 110 lavoratori della protezione civile. Diversi, invece, sono stati arrestati. Solo il personale UNRWA prelevato da Gaza e trattenuto nelle carceri conta oltre 50 operatori che hanno riferito al direttore dell’agenzia, Philippe Lazzarini, di aver subito «minacce» (a loro e alla loro famiglia), «umiliazioni» e «maltrattamenti», e di essere stati «picchiati», «usati come scudi umani», «sottoposti a privazione del sonno», «attaccati dai cani» e «costretti a confessare» cose di cui erano accusati».

Nel frattempo continuano anche i bombardamenti. Solo oggi, Israele ha ucciso 21 persone, di cui 8 in un bombardamento su un edificio effettuato presso il campo di Nuseirat. Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento risale a prima del cessate il fuoco del 19 gennaio), l’82% delle terre coltivabili (i dati più recenti sono di ottobre 2024), l’88,5% delle scuole (dato del 25 febbraio 2025) e, in generale, il 69% di tutte le strutture della Striscia (1 dicembre 2024).

Il 59% del territorio della Striscia risulta sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, dall’escalation del 7 ottobre a oggi, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 52.365 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.

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01/05/2025

Diamante nero (2014) di Céline Sciamma - Minirece

Nina Simone era una radicale

“Non parlavamo mai di uomini o vestiti. Sempre di Marx, Lenin e rivoluzione – vera conversazione tra donne.”
Nina Simone

La battuta di Nina Simone sul non discutere di moda ma di “Marx, Lenin e rivoluzione” offre uno sguardo sulla sua vita politica quotidiana, lontana dalla sua storia più conosciuta di attivista per i diritti civili e musicista. Questa “conversazione tra donne” avveniva con la sua amica e drammaturga Lorraine Hansberry – un dialogo tra due donne nere che, come dice Simone, non riguardava uomini o abiti, ma il lavoro creativo che producevano e il ruolo che vedevano in esso per la liberazione della loro comunità.

Riferendosi all’opera autobiografica di Hansberry To Be Young, Gifted, and Black, Simone scrisse poi una canzone con lo stesso titolo, in tributo all’amica e compagna dopo che Hansberry morì di cancro al pancreas alla tragica età di trentaquattro anni.

Questa amicizia e complicità dimostra come i dialoghi intimi tra donne nere politicamente impegnate abbiano il potere di ispirare. Si svolgono lontano dallo sguardo degli uomini, lontano dai bianchi; possono essere spazi di rifugio in cui ricaricarsi e riunirsi al movimento più ampio che spesso emargina e cancella le intuizioni politiche delle donne nere.

Dire che Nina Simone sia stata “cancellata” sarebbe assurdo. È una delle musiciste più celebrate del XX secolo. Non c’è bisogno di scrivere un altro articolo, biografia o analisi delle sue canzoni politiche. Ma nell’anniversario della sua morte, possiamo osservare come viene raccontata la storia della sua vita politica, e chi la racconta; cosa scelgono di includere e cosa, in effetti, “cancellano”.

Di Nina Simone si parla spesso come di un’attivista per i diritti civili, e lo era. Ma il movimento per i diritti civili abbracciava molte visioni politiche diverse su cosa significasse la liberazione. Alcuni, come la NAACP, volevano riforme liberali criticate per essere vantaggiose solo per la classe media afroamericana.

I nazionalisti neri cercavano l’indipendenza economica e un nuovo stato nero, separato dall’America bianca razzista, anche se non era chiaro come sarebbe stato questo nuovo stato, oltre a una versione nera del capitalismo. Quindi, non tutti gli attivisti per i diritti civili citavano Karl Marx o Vladimir Lenin nelle loro conversazioni con gli amici.

Per una donna di feroce intelligenza, talento e brillantezza, che sapeva esattamente come voleva essere ascoltata attraverso la sua musica e le sue esibizioni, possiamo prendere questa affermazione come una dichiarazione d’intenti piuttosto che un commento casuale. Nina Simone ci stava dicendo che era una comunista, una compagna, una rivoluzionaria.

A volte, le artiste nere, specialmente le musiciste, che dimostrano una qualche forma di politica di sinistra vengono deradicalizzate in versioni più rassicuranti che mettono a loro agio gli ascoltatori bianchi, come cantò ironicamente il musicista folk comunista bianco Phil Ochs nel suo inno “Love Me, I’m a Liberal”. I bianchi liberali potrebbero partecipare a raduni per i diritti civili, canta Ochs, “ma non parlare di rivoluzione / quello è andare un po’ troppo oltre”.

Simone voleva andare oltre. Scritta in risposta all’attentato alla 16th Street Baptist Church nel settembre 1963 – un attacco terroristico suprematista bianco che uccise quattro ragazze nere tra gli undici e i quattordici anni – in “Mississippi Goddam” Simone canta:
“Provano a dire che è un complotto comunista / Tutto ciò che voglio è l’uguaglianza / Per mia sorella, mio fratello, la mia gente e me.”
Questa potrebbe essere letta come una risposta al Red Scare maccartista, in cui ogni discorso sull’uguaglianza veniva equiparato al comunismo e a sentimenti “anti-americani”. Ma se letta alla luce della sua “conversazione tra donne” con Hansberry e della politica della sua cerchia sociale, che includeva James Baldwin, Stokely Carmichael e Langston Hughes – tutti attivisti che si confrontavano con il socialismo – questi versi sono una dichiarazione politica. Simone sta dalla parte della sinistra perché la vede come l’unica via verso una vera uguaglianza; le riforme “lente” che placano uno stato razzista non sono un’opzione.

Vediamo anche riflessi di una politica internazionalista in “Backlash Blues”, il cui testo è tratto da una poesia scritta per Simone da Hughes:
“Ma il mondo è grande / Grande, luminoso e rotondo / Ed è pieno di altre persone come me / Nere, gialle, beige e marrone.”
Una delle ultime cose scritte da Hughes, la poesia riflette sul Vietnam e sugli uomini afroamericani mandati a combattere una guerra imperialista mentre erano trattati come cittadini di seconda classe in patria.

Simone dice all’ascoltatore che lei e altri gruppi razzializzati oppressi dalle molte incarnazioni di “Mr. Backlash” sono, in realtà, la maggioranza nel mondo – un’affermazione che riflette un momento politico in cui organizzazioni come le Black Panther Party cercavano di costruire coalizioni internazionali con altri popoli che soffrivano gli effetti dell’imperialismo americano.

La storia politica della sinistra nera statunitense è importante per contestualizzare e comprendere l’opera di Simone, ma voglio tornare alla “conversazione tra donne” tra Simone e Hansberry. Al mio orecchio, come donna nera, socialista, femminista e musicista, la politica di questi dialoghi privati e intimi tra donne nere radicali emerge nella musica di Simone.

Prendiamo la canzone “Four Women”. Spesso definita un inno femminista, il brano descrive i ruoli di classe e di genere imposti e gli stereotipi in cui le donne nere si sono trovate intrappolate: la “mamita”, la “mulatta tragica”, la sex worker, la donna nera arrabbiata.

Per me, la canzone va oltre un’analisi semplicistica della schiavitù e dell’effetto del suo retaggio sulle donne nere oggi. Piuttosto, immagino Hansberry e Simone parlare delle loro vite e di quelle di altre donne nere usando un’analisi marxista che include razza, genere e classe; discuterebbero di come razzismo e capitalismo abbiano creato le vite delle donne nella canzone – Aunt Sarah, Saffronia, Sweet Thing e Peaches – vite di donne nere costantemente in lotta, a sopravvivere e resistere.

Non si può rendere giustizia alla vita politica di Nina Simone in un breve articolo. Era una forza della natura che portava il messaggio di libertà, uguaglianza, giustizia e liberazione a chiunque avesse il piacere di ascoltare la sua musica.

Ma è importante non incasellarla semplicemente come un’attivista per i diritti civili: era una rivoluzionaria – una donna che si confrontava con le opere di Marx e Lenin, e che portava quella prassi rivoluzionaria nella sua musica in un modo che ancora oggi risuona in noi.

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Cina-UE, riparte il dialogo (condizionato)

Se alla fine ci sarà un vero e proprio riavvicinamento o se i due blocchi si limiteranno ad accordarsi su limitati interessi comuni al momento è difficile prevederlo, ma un fatto è certo: tra la Repubblica popolare cinese e l’Unione Europea è ripartito il dialogo di fatto sospeso dal 2021, quando Pechino e Bruxelles si erano reciprocamente sanzionate ed era stato congelato il Comprehensive Agreement on Investment (Cai) a lungo negoziato tra le parti.

Si tratta per ora di contatti “obbligati”, dopo l’irruzione alla Casa bianca di Donald Trump, dalla necessità da parte sia della Cina che dell’UE di far fronte al protezionismo dell’amministrazione repubblicana provando a mantenere l’economia globale aperta agli scambi e agli investimenti.

Ricapitolando, nel prossimo mese di luglio (non c’è ancora la conferma ufficiale) i vertici dell’UE saranno a Pechino, dove incontreranno la leadership cinese per un summit tra i due blocchi che potrebbe rappresentare il momento per ufficializzare il riavvicinamento e/o singole iniziative congiunte, in occasione del cinquantenario dello stabilimento delle relazioni tra la RPC e l’UE.

Pechino ha preteso che il vertice (per prassi a rotazione) si svolgesse per la seconda volta consecutiva nella capitale cinese, dove – nell’ottobre 2023 – si è tenuto il XII EU-China Strategic Dialogue.

L’8 aprile scorso, von der Leyen ha parlato con il premier cinese Li Qiang (su richiesta dello stesso numero due del Partito comunista cinese) e il giorno successivo il commissario per il commercio, Maros Sefcovic, ha sentito il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao.

Secondo quanto riportato dal ministero del Commercio di Pechino, nel corso della videochiamata Wang e Sefcovic si sono accordati per «avviare immediatamente i negoziati sugli impegni sui prezzi minimi dei veicoli elettrici cinesi importati nell’UE, nonché per discutere di cooperazione tra Cina e UE in materia di investimenti nell’industria automobilistica». Bruxelles è dunque disponibile a fare marcia indietro sull’aumento dei dazi (fino al 45,3 per cento) sui veicoli elettrici cinesi importati nell’UE approvato nell’ottobre scorso, nell’ambito di un’intesa più ampia con Pechino.

Durante la chiamata tra von der Leyen e Li, i due hanno concordato di monitorare gli effetti di distorsione sugli scambi globali derivanti dai dazi varati dall’amministrazione Trump.

Da parte dell’Unione Europea c’è in particolare il timore che un’ondata di prodotti cinesi a basso prezzo – in precedenza destinati agli Stati Uniti – possa essere dirottata verso l’Europa, aumentando la pressione sui produttori comunitari.

Dall’insediamento di Trump, il 20 gennaio scorso, le due parti hanno iniziato a riavvicinarsi. In realtà Pechino si stava preparando da tempo e, in vista di un possibile ritorno di Tariff Man, la sua diplomazia ha portato avanti negli ultimi due anni un intenso pressing diplomatico nei confronti dell’UE e dei singoli paesi membri.


Ursula von der Leyen, il giorno seguente l’insediamento di Trump ha pronunciato al World Economic Forum un discorso con parziali aperture alla Cina, citata 14 volte. La presidente della Commissione UE non è mai stata tenera con Pechino, eppure, nel suo discorso a Davos ha sottolineato che:
“Molti credono – anche in Cina – che sarebbe nell’interesse a lungo termine della Cina gestire in modo più responsabile i propri squilibri economici. Questa è anche la nostra opinione. E credo che dobbiamo interagire in modo costruttivo con la Cina, per trovare soluzioni nel nostro interesse comune.
Il 2025 segna 50 anni di relazioni diplomatiche della nostra Unione con la Cina. Lo considero un’opportunità per approfondire le nostre relazioni con la Cina e, ove possibile, anche per espandere i nostri legami commerciali e di investimento. È tempo di perseguire un rapporto più equilibrato con la Cina, in uno spirito di equità e reciprocità. Questo nuovo impegno con i paesi di tutto il mondo non è solo una necessità economica, ma è anche un messaggio per il mondo. È la risposta dell’Europa alla crescente concorrenza globale.”
Il Parlamento di Strasburgo – l’organismo comunitario che più degli altri negli ultimi anni ha criticato la Cina – nelle ultime settimane ha confermato che sono state cancellate le restrizioni agli incontri tra i parlamentari Ue e funzionari cinesi in vigore da aprile 2023: un’apertura verso la ripresa di un dialogo politico pieno.

Le linee guida depennate stabilivano che «le controparti ufficiali (parlamentari) non saranno invitate a visitare il Parlamento europeo» e che non ci saranno “missioni ufficiali” in Cina finché le sanzioni (quelle cinesi del 2021, ndr) rimarranno in vigore, «a meno che la missione non includa almeno un membro» che sia stato sanzionato. Inoltre, disponevano che i contatti bilaterali tra funzionari fossero «limitati ai titolari di cariche e che i servizi del parlamento ne venissero informati». Idem per gli incontri nei forum multilaterali.

Negli ultimi giorni da Bruxelles hanno fatto sapere che le discussioni sulla rimozione delle sanzioni varate da Pechino nel 2021 nei confronti di parlamentari ed entità dell’Unione Europea «stanno continuando e sono giunte alla fase finale». Così un portavoce dell’UE ha confermato le voci che si rincorrevano da settimane, secondo le quali Pechino sta per cancellare le sanzioni varate il 22 marzo 2021. Una rappresaglia che arrivò in risposta a sanzioni “storiche”, le prime imposte dall’Ue contro la Repubblica popolare cinese (per la violazione dei diritti dell’uomo nella regione cinese del Xinjiang).

A lavorare alla cancellazione di quelle sanzioni sono stati, da parte europea, soprattutto la presidente del parlamento UE, Roberta Metsola, mentre la diplomazia di Pechino non ha mai fermato la sua azione di lobbying in tal senso. Non è chiaro se anche l’UE cancellerebbe contestualmente le sanzioni varate quello stesso 22 marzo 2021 contro un gruppo di funzionari del Partito comunista cinese.

Metsola, «informerà innanzitutto i leader dei gruppi parlamentari una volta ricevuta la conferma ufficiale da parte delle autorità cinesi della revoca delle sanzioni». «È sempre stata intenzione del parlamento europeo far revocare le sanzioni e riprendere le relazioni con la Cina», ha aggiunto il portavoce.

Le sanzioni del 2021 avevano causato immediatamente il congelamento del Comprehensive Agreement on Investment, il trattato bilaterale sugli investimenti negoziato per anni tra Pechino e Bruxelles.

È improbabile che la distensione tra Cina e UE possa portare al varo del CAI così com’era (un’intesa considerata “superata” da più parti), ma è chiaro che nel nuovo scenario internazionale Pechino e Bruxelles potrebbero trovare nuove intese su investimenti e commercio a tutela dei rispettivi interessi minacciati dalla nuova amministrazione Usa.

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Erdogan a Roma per sancire l’alleanza sulla difesa e contro i migranti

Si è svolta il 29 aprile la visita del presidente turco Erdogan a Roma, in occasione del quarto vertice intergovernativo Italia-Turchia. Da entrambe le parti la volontà era quella di stringere ulteriormente l’intesa su vari dossier ritenuti importanti, a partire da quelli sugli accordi in ambito militare e sui migranti.

Giorgia Meloni, alla fine degli incontri, ha ribadito che i due paesi sono “nazioni alleate sullo scenario euro mediterraneo e in ambito di alleanza atlantica”. Questi sono i vettori che la presidente del consiglio ha voluto sottolineare, evitando in ogni modo argomenti scomodi: la conferenza stampa dei due leader ha visto solo dieci giornalisti italiani e dieci turchi, e non è stata concessa alcuna domanda.

Ad esempio, qualcuno avrebbe potuto ricordare a Meloni che per lungo tempo tra le sue rivendicazioni c’era stata quella di impedire ad Ankara l’ingresso nell’UE, considerandolo un canale utile all’islamizzazione del continente. Ieri, invece, i media turchi evidenziavano il sostegno di Roma nell’entrare a far parte della comunità europea.

La realtà è che, come al solito, bisogna seguire i soldi per capire cosa è pura propaganda e cosa sia invece un interesse concreto. Bisogna innanzitutto dire che Meloni ha ringraziato Erdogan per aver combattuto le partenze di migranti dal suo paese: anche se questo è tema da sbandierarsi tra l’elettorato più retrivo del paese, è anche utile alla UE.

Da tempo ormai Bruxelles ha adottato la visione per cui, in un mondo dove alimenta sempre più conflitti e provoca flussi migratori più sostanziosi, deve anche ‘selezionare’ la forza lavoro da sfruttare secondo le necessità del sistema produttivo europeo. Con l’approvazione di von der Leyen, l’Italia e Giorgia Meloni sono state in prima linea sull’argomento.

Non sono mancate alcune parole per la crisi in Ucraina, quella in Palestina e quella libica, in cui si incrociano presenze e influenze di tutti i principali attori del Mediterraneo allargato. Gli accordi stretti negli ultimi anni da Erdogan con le autorità libiche hanno visto la presenza turca rafforzarsi appena al di là della Sicilia, rendendo se non necessario almeno utile accordarsi sul futuro del paese africano.

La Libia è di grande interesse per le risorse energetiche che offre. Anche questo tema è entrato tra gli undici accordi siglati a Roma, che rafforzano il rapporto in ambito commerciale. La presidente del consiglio ci ha tenuto a ricordare come la partenrship con Ankara sia tra le più importanti, innanzitutto per il gas naturale che passa attraverso il Tap, ed ora vuole essere espansa alle rinnovabili e all’idrogeno.

Meloni ha sottolineato che “l’Italia è il primo partner commerciale della Turchia nell’area del Mediterraneo, il secondo in Europa, con un interscambio cresciuto negli ultimi anni in modo considerevole passando da 26 miliardi nel 2023 al record di oltre 32 miliardi di dollari nel 2024”. Superato con largo anticipo l’obiettivo fissato al vertice intergovernativo del 2022, ora si punta a raggiungere i 40 miliardi.

Al forum delle imprese che ha accompagnato gli incontri diplomatici erano presenti ben 620 realtà (345 italiane, 275 turche), tra cui Beko, l’azienda di elettrodomestici con cui il ministro delle Imprese Urso ha da poco firmato un accordo per quattro stabilimenti italiani. Meloni ed Erdogan sono intervenuti in questo consesso riaffermando l’importanza delle sinergie tra i due paesi.

Al riguardo, a finire sotto i riflettori è stato quello che è probabilmente il più importante dossier industriale tra i due paesi, ovvero quello dell’acquisizione da parte di Baykar della Piaggio Aerospace e il memorandum of understanding con cui Leonardo e Baykar hanno deciso di creare una joint venture con sede in Italia per lo sviluppo di droni.

È ancora una volta Leonardo e il complesso militare-industriale a farla da padrone in una UE che è avviata definitivamente sulla strada dell’economia di guerra. La Turchia è vista come un alleato indispensabile su questo piano inclinato della guerra, negli equilibri da tenere nel Mediterraneo allargato.

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Salari italiani non recuperano l’inflazione e fiducia dei consumatori in calo

I salari italiani sono ancora lontani dal recuperare la pressione inflazionistica a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Seppur alcuni rinnovi contrattuali arrivati a cavallo tra il 2024 e il 2025 hanno recentemente spinto al rialzo la dinamica salariale, la realtà è che in nessuno degli accordi principali raggiunti gli aumenti saranno sufficienti a colmare la distanza con l’incremento dei prezzi al consumo registrata dal 2021.

Stando ai dati del Bollettino Economico della Banca d’Italia pubblicato questo aprile, nel 2024 la crescita salariale nel settore privato non agricolo si è attestata al 4%, accelerando rispetto al 2,2% dell’anno precedente. I rinnovi contrattuali portati a termine hanno interessato oltre 5 milioni di lavoratori, e ora si attende il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, scaduto a giugno dello scorso anno.

Tuttavia, è stato calcolato che a febbraio 2025 i salari reali del settore privato non agricolo risultavano ancora inferiori dell’8% rispetto ai livelli del 2021. La perdita di potere d’acquisto è stata più marcata per i servizi (-10,2%) che per l’industria (-5,1%), ma è evidente che l’inflazione ha eroso pesantemente le retribuzioni di tutti i lavoratori.

Il Wage Tracker, un indicatore elaborato da Bankitalia che misura la crescita salariale dei contratti in vigore, si è attestato al 4,3% nei primi due mesi del 2025, ma le previsioni stimano che vada diminuendo nettamente: si dovrebbe attestare al 3,3% quest’anno, per poi cadere al 2,3% nel 2026.

L’Istat ha confermato questo andamento anche per marzo, ma c’è di più. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), in un recente studio, ha segnalato che l’Italia è il Paese del G20 ad aver subito la perdita più marcata in termini di potere d’acquisto dal 2008. Giorgia Meloni, al contrario, si fregia di straordinari risultati del governo.

Infatti, la presidente del Consiglio dei ministri ha selezionato attentamente solo gli ultimissimi dati, aiutati dai rinnovi contrattuali e dal raffreddamento della spirale inflazionistica, per affermare che l’esecutivo sta riuscendo a ribaltare la situazione. Per cominciare a farlo, invece, servirebbe innanzitutto introdurre un salario minimo indicizzato al costo della vita.

Allo stesso tempo, l’Istat ha rilevato “un generalizzato peggioramento delle opinioni” dei consumatori, con la loro fiducia in calo per il secondo mese consecutivo da (da 95,0 a 92,7). Le perplessità si espandono a tutti gli ambiti: il clima economico scende da 93,2 a 89,6, il clima personale diminuisce da 95,7 a 93,9, quello corrente passa da 97,9 a 95,4 e quello futuro da 91,1 a 89,1.

Se le prospettive che hanno i consumatori sono grigie, non può essere altrimenti per ciò che riguarda le imprese. L’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese scende da 93,2 a 91,5. In questo caso è il terzo mese di diminuzione e il livello più basso raggiunto da marzo 2021, ovvero dalla fine del secondo periodo di chiusura legato al Covid-19.

La fiducia cala più nei servizi che nell’industria, e solo nella manifattura rimane sostanzialmente stabile (da 86 a 85,7). In questo settore, infatti, migliorano i giudizi sugli ordini mentre calano le attese sulla produzione e le scorte sono giudicate invariate. È interessante notare che il calo della fiducia nei servizi è dovuta soprattutto a un peggioramento dell’economia del turismo.

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Franceschini: rivoluzionario divenuto torquemada, poi dissociato e infine dietrologo

di Paolo Persichetti

Il Mega

In carcere Franceschini veniva chiamato con deferenza dai suoi fedelissimi: il «Mega». Una prova di immodestia che per quelle singolari coincidenze della storia non lo ha abbandonato neanche al momento della dipartita. Il soprannome gli era stato attribuito da alcuni detenuti politicizzatisi in carcere, appartenenti ai «proletari prigionieri» che dall’interno dei gironi infernali delle prigioni speciali avevano aderito alle «Brigate di campo», l’organizzazione carceraria messa in piedi dalle Brigate rosse nelle prigioni di massima sicurezza.

Le Brigate di campo, almeno nell’idea originaria, dovevano essere degli embrioni di democrazia del popolo detenuto: furono protagoniste nel loro momento migliore delle lotte all’interno delle carceri speciali per migliorare le condizioni di vita, gli spazi di agibilità e socialità, la libertà di discussione e studio, di rivolte come l’Asinara e Trani, di innumerevoli tentativi di evasione. Un formidabile strumento di contropotere e di democrazia dal basso.

Purtroppo finirono col tempo per divenire in alcune situazioni degenerate delle leve di potere e terrore in mano a pochi individui, identificati come «capi» per il loro carisma, che decidevano della vita e della morte degli altri prigionieri, tacciando immediatamente di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità» chiunque non fosse allineato.

Franceschini fu uno di questi, anzi fu l’indiscusso leader supremo di questo dispotismo carcerario che aprì la «caccia ai traditori» e provocò la morte di alcuni militanti a cui le forze di polizia avevano estorto informazioni sotto tortura, mentre altri furono salvati in extremis in situazioni dove i suoi adepti non avevano la forza per imporsi.

Il naufragio politico e umano

Fino a quando non aveva consolidato un ferreo potere carcerario, per tutti Franceschini era solo «Franz». Questo slittamento semantico, questa trasformazione del nome è stata la prima metamorfosi del personaggio, seguita da altre.

Occorre partire da qui, e in particolare dal tragico fallimento del Partito guerriglia, la fazione brigatista di breve durata nata nella primavera del 1981 da una scissione che dal carcere aveva lungamente ispirato, insieme a Curcio, per comprenderne le diverse vite e il suo definitivo naufragio politico e umano.

Nel 1982, dopo otto anni di carcere si dissocia dalla lotta armata, esce dalle carceri speciali ed entra nel circuito delle «aree omogenee», istituti di pena premiali pensati per chi aveva preso le distanze da conflitto armato, dove la pressione carceraria era attenuata e le condizioni di vita agevolate. Nel 1987, grazie all’ultima legge sulla dissociazione ottiene cospicui sconti di pena iniziando il percorso di uscita dalla prigione.

Ma più che ripudiare il proprio passato, o come direbbero i professionisti della correzione carceraria, «rivisitarlo criticamente», Franceschini elabora da quel momento una riscrittura della propria storia politica finalizzata a cancellare ogni traccia di quei momenti indicibili che avrebbero compromesso il suo percorso postcarcerario.

La figura del rinnegato è un classico dell’antropologia umana, la differenza che lo distingue da colui che ripensa in modo critico la propria esperienza sta nella attribuzione delle responsabilità, nella collocazione del proprio io all’interno del bilancio esistenziale. Il rinnegato fa l’autocritica degli altri, esime se stesso da ogni colpa e trova nell’altrui comportamento tutte le responsabilità.

Pinerolo

Punti chiave nella vita di Franceschini sono il momento della sua cattura e le ripetute fallite evasioni. Viene arrestato per caso nel settembre del 1974. Non doveva essere insieme a Curcio in quel di Pinerolo dove il generale Dalla Chiesa aveva teso una trappola utilizzando Silvano Girotto come esca.

I suoi compagni lo pensavano a Roma, rientrato nella base dove in quel periodo era sceso con Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli per organizzare il sequestro di un politico democristiano e affondare così il colpo al «cuore dello Stato». Eppure anni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Mario Moretti, colpevole di non esser riuscito a rintracciare Curcio in tempo, dopo una rocambolesca ricerca notturna e il tortuoso percorso di un messaggio che avvertiva del pericolo.

Va detto che un ruolo centrale nella costruzione della leggenda contro Moretti l’ebbe Giorgio Semeria, un altro brigatista molto vicino a Franceschini. Anche qui decisiva fu la cattura e l’incapacità di accettare i propri errori. Arrestato una prima volta nel maggio del '72, seguendo Semeria la polizia realizzò una retata contro l’intera colonna milanese.

Scarcerato per scadenza dei termini, venne riarrestato e quasi ucciso nel marzo del 1976 da un carabiniere alla stazione centrale di Milano grazie all’attività di un confidente, Leonio Bozzato, operaio dell’Assemblea autonoma di Porto Marghera che operava come informatore per conto del Sid nella colonna veneta diretta proprio da Semeria.

Una volta in carcere, Semeria si convinse che dietro al suo arresto e quelli precedenti di Franceschini e Curcio ci fosse Moretti (del ruolo di Bozzato saprà solo anni dopo). Una ossessione sposata da Franceschini nonostante le smentite dei componenti dell’Esecutivo. Serve poco la politica ma tanta psicanalisi per leggere questi comportamenti che nei decenni successivi alimenteranno una dietrologia infinita.

La storia ci dice ben altro: Franceschini e Semeria, una volta dissociati, usciranno dal carcere ottenendo come premio cospicui sconti di pena, mentre Moretti dopo 44 anni è ancora in esecuzione pena con sei ergastoli sulle spalle.

Il ritorno nel Pci e la dietrologia

Una volta fuori Franceschini ritrova l’abbraccio del vecchio Pci emiliano da cui proveniva. Il suo ex segretario ai tempi della militanza nella Fgci di Regio Emilia l’accoglie e gli offre un posto di lavoro all’Arci, in cambio farà da sponda alle ricostruzioni dietrologiche della storia brigatista avviando una stretta collaborazione con il senatore Sergio Flamigni, membro di diverse commissioni parlamentari d’inchiesta sul sequestro Moro.

Il Pci aveva bisogno di Franceschini per dare forza all’alibi che doveva fornire una giustificazione al fallimento delle proprie strategie politiche: dal compromesso storico alla linea della fermezza durante il rapimento Moro.

A tavolino costruisce la leggenda delle prime Brigate rosse «buone», contrapposte alle «bierre» militariste, sanguinarie ed eterodirette di Moretti. Eppure era tra i militanti che scelsero il passaggio alla clandestinità, presente nell’estate del 1974 quando si avviarono le fondamenta della nuova struttura organizzativa che poi segnerà il funzionamento delle Br negli anni successivi.

Fu lui a gestire in prima persona il sequestro Sossi che segnava il cambio di strategia e l’attacco al cuore dello Stato. Sempre lui era sceso a Roma per compiere inizialmente quel sequestro di un esponente Dc che poi verrà portato a termine nel marzo 1978.

Inventò di sana pianta l’esistenza del legame di Moretti col Superclan per celare la propria appartenenza al servizio d’ordine diretto da Simioni e il fatto che Moretti fu il primo a rompere ogni rapporto con quel gruppo. Una storia rovesciata che lo vedeva sempre nel ruolo immacolato di puro e ragionevole. Alcuni collaboratori racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata.

Dal carcere si distinguerà per i continui inviti a elevare il livello di scontro all’esterno e organizzare evasioni. Richieste che distoglieranno le colonne esterne dal lavoro politico nei posti di lavoro e nei territori. E quando i tentativi di evasione falliranno, come quello messo in piedi dalla colonna romana dall’isola dell’Asinara, dopo averci lavorato una intera estate, imputerà il fallimento a una mancata volontà politica radicalizzando sempre più le sue posizioni fino a formulare, dopo un durissimo pestaggio subito nel carcere di Nuoro, richieste di rappresaglia che mettevano in luce i segni preoccupanti di squilibrio mentale, come “affondare uno dei traghetti” che collegavano la Sardegna al continente.

Scriveva Bertolt Brecht che non c’è peggior nemico per gli elefanti liberi dell’elefante addomesticato.

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Siria - Dopo gli alawiti, ora sotto attacco sono i drusi. E Israele sfrutta l’occasione

Dopo la strage nei giorni scorsi di 11 alawiti a Homs da parte di forze governative, seguita al massacro di almeno 1700 civili della stessa comunità sulla costa mediterranea, l’aggressione delle forze governative islamiste agli ordini del presidente autoproclamato Ahmad Sharaa e dei loro alleati, si è abbattuta su Jaramana, quartiere a maggioranza drusa alla periferia di Damasco. Almeno 22 persone sono state uccise tra drusi e miliziani islamisti sunniti a Jaramana e altre località.

Il ministero degli Interni nel frattempo ha inviato rinforzi per riprendere il controllo della zona di Ashrafieh Sahnaya, nella campagna di Damasco dopo gli agguati a posti di blocco militari avvenuti martedì sera.

Gli attuali governanti, con radici nel jihadismo legato ad al-Qaeda, cercano di convincere la comunità internazionale di voler costruire un Paese inclusivo e pluralista. Ma i fatti sul terreno dicono l’opposto e gli episodi di violenza settaria, come quello di Jaramana, gettano altre ombre sul futuro.

Gli scontri, raccontano fonti locali e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono esplosi dopo che una clip audio, contenente insulti al profeta Maometto, ha cominciato a circolare sui social media. L’audio è stato attribuito a un religioso druso, ma lo stesso Marwan Kiwan ha smentito con decisione ogni coinvolgimento: “Nego categoricamente che l’audio sia stato realizzato da me. Non l’ho detto, e chiunque l’abbia realizzato è un uomo malvagio che vuole fomentare conflitti tra diverse componenti del popolo siriano”.

Le sue parole non sono bastate a placare la rabbia e si è scatenata la rappresaglia da parte delle milizie legate al nuovo governo di Damasco. Le strade si sono trasformate in campi di battaglia, i quartieri si sono svuotati. “Eravamo intrappolati nelle nostre case mentre continuavamo a sentire il rumore intermittente degli spari”, ha raccontato un residente all’agenzia AFP. “I bambini non sono andati a scuola e le strade del nostro quartiere sono vuote questa mattina. Temo che la situazione possa degenerare ulteriormente”, ha detto Riham Waqqaf, operatrice umanitaria e madre di due bambini. A Jaramana i negozi sono ancora chiusi e la paura aleggia dietro le finestre. I corpi degli aggressori, riferisce Rayan Maarouf, caporedattore della testata locale Suwayda24, sono stati trattenuti per ore dai miliziani locali.

La leadership religiosa drusa di Jaramana ha preso posizione con parole dure, definendo “ingiustificato” l’attacco armato che ha “preso di mira civili innocenti e terrorizzato i residenti”. Pur condannando fermamente ogni insulto al profeta Maometto – “la registrazione audio è un tentativo di seminare conflitti e divisioni” – i religiosi hanno puntato il dito contro le autorità siriane: “Hanno la piena responsabilità dell’incidente e di qualsiasi peggioramento della crisi”.

Lo sceicco Hikmat al-Hajri, uno dei principali leader religiosi drusi, ha parlato apertamente di “attacchi terroristici” e ha accusato le nuove autorità di voler emarginare la comunità drusa, così come faceva il regime precedente.

Un accordo di tregua raggiunto nella notte prevede la cessazione immediata delle ostilità, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’impegno a perseguire i responsabili. Ma il clima rimane teso e molti dubitano che la tregua possa reggere. Già si segnalano violenze in altre località.

Non è la prima volta che Jaramana diventa teatro di scontri. Già a febbraio, un membro delle forze di sicurezza era stato ucciso dopo aver aperto il fuoco in aria. Il giorno seguente, un gruppo armato proveniente da Mleiha – altro sobborgo della capitale – aveva fatto irruzione nel quartiere druso, innescando un nuovo scontro a fuoco con morti e feriti.

Intanto Israele cerca di sfruttare a suo vantaggio la situazione, spinto anche dai suoi cittadini drusi in Galilea, che chiedono di “proteggere i loro fratelli in Siria”. In uno sviluppo significativo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yisrael Katz hanno annunciato in una dichiarazione congiunta che l’esercito di occupazione israeliano ha condotto una “operazione di avvertimento” prendendo di mira un gruppo che si starebbe preparando ad attaccare i drusi siriani ad Ashrafieh Sahnaya. Hanno dichiarato di aver inviato un messaggio al governo di Damasco chiedendogli di intervenire e impedire qualsiasi danno ai drusi.

Il bombardamento israeliano ha fatto almeno un morto.

Alla fine di marzo, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva messo in guardia le autorità siriane dal “danneggiare la minoranza drusa” e avvertito che Israele potrebbe intervenire militarmente. Tel Aviv dopo la caduta di Assad a dicembre ha occupato almeno 500 kmq di territorio siriano a ridosso del Golan e preme per la frammentazione ulteriore della Siria con la creazione di una entità autonoma o indipendente drusa. Ma i leader drusi siriani hanno condannato queste interferenze e ribadito di essere cittadini fedeli della Siria.

La comunità drusa – circa un milione di fedeli nel mondo, di cui oltre la metà in Siria – affonda le proprie radici nel X secolo, come derivazione dell’islamismo sciita. Nei lunghi anni di conflitto in Siria dal 2011, i drusi hanno cercato di mantenere una posizione neutrale, organizzando forze di autodifesa nelle proprie aree.

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