Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/08/2012

Siria, la guerra vista dal lato dei "cattivi"

I colpi di mortaio martellano le strade intorno a noi e un carro armato T-72 seminascosto sotto un viadotto, ma il comandante in capo delle forze militari di Assad ad Aleppo – un generale di 53 anni con 33 anni di servizio e due ferite di pallottola ricordo della battaglia di Damasco del mese scorso – sostiene di essere in grado di “ripulire” dai “terroristi” tutta la provincia di Aleppo in 20 giorni. Una affermazione che prendo con il beneficio di inventario in particolare per quanto riguarda il quartiere di Saif el-Dowla dove il fuoco dei cecchini è incessante. Insomma, la battaglia di Aleppo è lungi dall’essere finita.
Strana sensazione quella di trovarmi in una abitazione privata a colloquio con i generali siriani accusati dai leader occidentali di essere criminali di guerra. Mi trovo, per così dire, nel “covo del nemico”, ma il generale, incredibilmente alto e con un’incipiente calvizie, ha molto da dire sulla guerra che stanno combattendo e sul disprezzo per i nemici. Il generale, che si rifiuta di dirmi come si chiama, li definisce “topi”. “Ci sparano, poi scappano e si nascondono nelle fogne. Sono stranieri: turchi, ceceni, afgani, libanesi, sudanesi”. ‘E i siriani?’, domando. “Sì, anche siriani, ma si tratta di contrabbandieri e delinquenti comuni”, mi risponde.
Chiedo informazioni sulle armi dei ribelli. “Prenda questa”, mi dice il generale allungandomi una ricetrasmittente presa due giorni prima ad un combattente turco a Seif el-Dowla, a poche centinaia di metri da dove ci troviamo. “Mohamed, mi senti? Abdul Hassan, mi senti?”, gracchia la radio e gli ufficiali siriani scoppiano a ridere ascoltando la voce del nemico che magari si trova nello stesso palazzo. “Questa ricetrasmittente era in possesso di un terrorista di nazionalità turca come risultava dal documento in suo possesso”, mi dice il generale. Il “terrorista” si chiamava Remziye Idris Metin Ekince, nato a Bingol, Turchia, il 1° luglio 1974, di religione musulmana.
Finalmente il nome di uno dei misteriosi “stranieri” che secondo i membri del partito Baath costituiscono l’ossatura dei gruppi di ribelli con cui ha a che fare l’esercito siriano. Frugando tra le armi – tutte sottratte al nemico nell’ultima settimana, mi garantiscono gli ufficiali – vedo confezioni di esplosivi di fabbricazione svedese del 1999, ma con la dicitura “made in Usa”, un fucile di fabbricazione belga, numerose bombe a mano di provenienza incerta, un fucile di precisione russo, una pistola da 9mm di fabbricazione spagnola, una vecchia pistola automatica, una mitragliatrice sovietica del 1948, una serie di lanciamissili e lanciagranate di fabbricazione russa e una cassa di medicinali.
“Ogni gruppo di terroristi dispone di una ambulanza da campo”, mi dice un ufficiale dei servizi segreti. “Rubano i medicinali dalle nostre farmacie, ma dispongono anche di altre fonti di approvvigionamento”. È vero. Trovo infatti analgesici libanesi, bende pakistane e molti farmaci provenienti dalla Turchia. Sarebbe interessante sapere a chi hanno originariamente venduto le armi le fabbriche spagnole, svedesi e belghe. Mi fanno vedere una carta di credito Visa il cui titolare è un certo Ahed Akrama, una carta d’identità siriana scaduta a nome Widad Othman – “rapito dai terroristi”, mi dice a bassa voce un altro ufficiale – e migliaia di munizioni. Il generale conviene che le armi possono essere state sottratte ai soldati siriani morti o fatti prigionieri. “Sì è vero”, dice il generale. “I disertori esistono, ma si tratta di soldati risultati inidonei ai test e che erano rimasti nell’esercito solo per la paga”.
Non è difficile capire come si stanno sviluppando i combattimenti ad Aleppo. Camminando in strada per oltre un’ora con una pattuglia siriana, mi rendo conto che i cecchini sparano dalle case e poi spariscono. Un soldato della pattuglia viene centrato da un cecchino appostato sul minareto della moschea di El-Houda. Il quartiere di Salaheddine è stato “liberato”, mi dice un ufficiale siriano, e anche il quartiere di Seif el-Dowla è stato quasi completamente ripulito, “con l’eccezione di un paio di isolati”, precisa.
Almeno una dozzina di civili escono dalle loro case e, ignari della presenza di un giornalista straniero, abbracciano i soldati siriani. Uno mi dice che è rimasto chiuso in casa perché i combattenti “stranieri” sparavano alle truppe governative dal suo giardino. “Io parlo turco e la maggior parte di loro parlavano turco. Altri però avevano lunghe barbe e pantaloni corti come quelli dei sauditi e parlavano arabo con uno strano accento”.
Sono talmente tanti i civili siriani che – lontano dai soldati – mi parlano di “stranieri” armati accanto a siriani “delle campagne”, che deve esserci del vero nell’affermazione del regime secondo cui nel Paese sono presenti numerosi combattenti di nazionalità non siriana. Mentre in alcune zone della città la vita sembra proseguire normalmente con qualche colpo di mortaio in lontananza, in altri quartieri decine di migliaia di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le loro case e ora dormono nella casa dello studente dell’università.
Tornando in centro mi imbatto in cinque soldati stanchissimi e con gli occhi arrossati in compagnia di un civile di nome Badredin. È stato lui ad avvertire i soldati della presenza di “10 terroristi” in via Al-Hattaf. L’esercito è prontamente intervenuto e alcuni ribelli sono stati uccisi. “Gli altri sono scappati”, dice Badredin. Più tardi il generale mi annuncia che sta iniziando un grosso scontro a fuoco in un quartiere dove sorgono una moschea e una scuola cristiana e dove si sono barricati numerosi “terroristi”. “L’esercito siriano non uccide i civili” – mi dice il generale. “Siamo qui per proteggerli. Cerchiamo di far allontanare i civili prima di aprire il fuoco”.
Mentre mi allontano mi passa accanto un giovane che cerca di raggiungere casa sua per vedere se è ancora in piedi. Ha una maglietta con una citazione di George Barnard Show: “Vedi le cose e dici ‘Perché?’. Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico ‘Perché no?’”. Niente male per Aleppo.

Fonte

C'è voluta una traduzione dall'Indipendent a firma di Fisk per portare anche sulla stampa italiana l'altra faccia della medaglia siriana.
In questi casi si direbbe "meglio tardi che mai", nello specifico si potrà fare un'affermazione simile solo a posteriori quando sarà chiaro se anche la Siria diverrà un nuovo Libano o Libia che dir si voglia.

20/08/2012

L’Ilva, la diossina e l’inesistente politica industriale italiana

Se è vero, come sostiene il presidente della Federacciai in un’intervista al Sole 24 Ore del 16 agosto, che se di colpo l’Ilva di Taranto dovesse fermarsi verrebbe a mancare il 40% dell’acciaio consumato dall’intera filiera metalmeccanica italiana – se questo è vero, non possiamo che constatare il fallimento di quella che pomposamente viene chiamata Politica Industriale nazionale. Politica industriale (si fa per dire) nel nome della quale l’attuale governo aveva addirittura minacciato un ricorso contro la magistratura tarantina di fronte alla Corte Costituzionale.

L’Ilva di Taranto è un enorme museo vivente, un vero e proprio reperto di archeologia industriale: uno degli ultimi impianti non solo in Europa, ma anche nel mondo ad utilizzare il vecchio procedimento di cokeraggio ed altoforno, con tutto il suo corollario di inquinamento. E’ il vecchio ciclo produttivo a base di cokerie ed impianti di agglomerazione a produrre quei livelli paurosi di inquinanti, come le tanto – e giustamente – temute diossine, il benzene, gli idrocarburi policiclici aromatici, ma anche la stessa polvere di coke, materiale tuttora stoccato a cielo aperto, nonché a ridosso dell’abitato. Le cokerie sono notoriamente energivore, e l’acciaio prodotto a Taranto è il più inquinante del paese in termini di C02, argomento sufficiente in sé per giustificare l’abbandono di questo metodo di produzione – se non altro per adempire ai nostri impegni internazionali di riduzione delle emissioni di gas serra. Ma da quest’orecchio, si sa, l’attuale ministro dell’ambiente non ci sente. Dal 2008, dunque sotto la sua direzione del Ministero (come Direttore Generale), piuttosto che investire nei cambiamenti produttivi al fine di ridurre le emissioni, il governo ha fatto sconti alle grandi imprese che inquinano di più, distribuendo 2,5 miliardi di euro di permessi gratuiti nell’ambito del sistema di scambi di emissioni previsto dal Protocollo di Kyoto. Tra i maggiori beneficiari di questi sconti c’era il gruppo Riva. (Sergio Colombo, ‘Protocollo di Kyoto, l’Italia rischia 2 miliardi di multa‘, Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2011.)

Fare dipendere dallo stabilimento vetusto di Taranto l’intera filiera della metalmeccanica italiana è la prova che di politica industriale in Italia ce n’è stata ben poca negli ultimi anni. Una politica industriale lungimirante, impostata su criteri di sostenibilità, avrebbe posto la modernizzazione con conversione a sistemi produttivi meno impattanti del polo siderurgico di Taranto al centro delle proprie strategie. La terza città industriale d’Italia è stata invece clamorosamente trascurata, ed è vissuta a parte, in un rapporto di fatale e solitaria dipendenza nei confronti della sua fabbrica, un rapporto i cui contorni più torbidi stanno venendo alla luce solo in questi giorni. Le conseguenze di questa lunga gestione politica inconcludente se non inopportuna, sono nelle cifre allarmanti sulla diffusione di malattie tumorali nei pressi degli impianti – anche queste, nascoste o manipolate per anni.

Ne escono tutti malissimo: non solo i responsabili dell’Ilva, ma la maggior parte dei politici che hanno avuto responsabilità al riguardo. E’ un vecchio vizio, quello di favorire le grandi imprese nazionali a scapito dei cittadini. In un articolo molto istruttivo sulla storia della fabbrica (‘La “cattedrale di metallo e vetro” dove si lavora come 50 anni fa’, Il Manifesto, 15 agosto 2012), Antonella De Palma cita il sindaco di Taranto che già nel 1964 chiese informazioni ai dirigenti aziendali dell’allora Italsider sulle misure che intendevano adottare per salvaguardare cittadini e lavoratori dall’inquinamento, per sentirsi opporre un segreto che, come disse: “se non è quello militare quasi lo raggiunge”.

Il problema dei livelli di diossina presenti nell’aria di Taranto è stato dibattuto anche nel Parlamento Europeo. Nel 2007 il Commissario all’Ambiente, Dilmas, rispondendo alla domanda di un parlamentare, informò l’aula che secondo informazioni pervenute alla Commissione, c’era stata la fuoriuscita di una “nube chimica” dagli impianti dell’Ilva, e che la stessa autorità europea aveva chiesto al governo italiano quali misure avesse intrapreso per circoscrivere il danno potenziale agli abitanti della zona. Nella stessa occasione Dilmas riferì che secondo le cifre fornite dal Registro Europeo sulle Emissioni Inquinanti (EPER), mentre nel 2002 gli impianti di Taranto emettevano il 30% di tutte le diossine prodotte in Italia, nel 2004 questa cifra era balzata a 83% – quasi il 10% di tutta la diossina prodotta in Europa. Il Commissario disse che la Commissione si riservava di intervenire sulla base della documentazione attesa dalle autorità italiane. Non risulta pervenuta.

Per i cittadini di Taranto l’episodio della nube, piccola o grande che fosse, è quasi cronaca quotidiana. Lo spiegò al Parlamento italiano il Procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, il 21 febbraio 2012, quando fu ascoltato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Il resoconto della sua audizione è reperibile sul sito della Camera, e ne raccomando la lettura. Per fare capire ai (pochi) commissari che lo ascoltavano che il problema delle emissioni “fuggitive”, o incontrollate, è cronico presso l’Ilva di Taranto, il dottor Sebastio raccontò di come venne a sapere dai carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) che: “improvvisamente, nelle ore più disparate, si verificano delle emissioni strane, di fumi variamente colorati, da varie zone dello stabilimento”. Su ordine del magistrato i carabinieri registrano questi episodi con una telecamera e vengono a sapere che sull’arco di 40 giorni in diverse zone dell’immenso stabilimento gli episodi di fuoriuscita di fumi registrati (quelli avvenuti di notte non si vedevano) sono stati centinaia.

Il DVD delle registrazioni, insieme alla conclusione della prima inchiesta peritale sul disastro ambientale provocato dall’Ilva, fu lasciato alla commissione. Il Procuratore lasciò anche copia delle lettere con le quali aveva informato il governo, la Regione, la provincia ed il Comune di Taranto della gravità dei fatti emersi, “in uno spirito di collaborazione”. Non fu ripagato con altrettanta cortesia. L’intervento della magistratura, doveroso, come lui più volte sottolinea, è stato trattato con fastidio, se non peggio da parte del governo e di molti politici.

Per chi aveva orecchie per sentire, il senso di quell’audizione era chiaro: il magistrato voleva mettere in guardia il legislatore, dopo avere informato sia l’esecutivo che gli enti locali. Mettere in guardia ma anche spronare ad intervenire preventivamente pensando al futuro e alla salute dei cittadini. Non ebbe seguito. Nella sua audizione il dottor Sebastio citò più volte la Costituzione, ed in particolare i diritti incomprimibili alla salute e alla vita. All’uscita fu salutato, da parte del presidente Pecorella, con una laconica citazione di Calamandrei: “il quale diceva che la Costituzione è un foglio di carta, che, se non lo si tiene bene in mano, cade.”

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18/08/2012

Bonificare si può, l'esempio della Ruhr. Una scheda sul miracolo tedesco

4.432 kmq di superficie, oltre 6 milioni di abitanti, 142 miniere di carbone, 31 porti industriali fluviali; 1.400 km di autostrade e tangenziali). E’ la carta d’identità del “Bacino della Ruhr”, in Germania, l’area finita di bonificare in dieci anni (1990-2000) a tutt’oggi un esempio seguito da tutti gli architetti, i bio-architetti e gli ingegneri del mondo industrializzato.All’inizio l’obiettivo era quello di contrastare i fenomeni di progressivo declino economico e di fortissimo inquinamento ambientale. Nel 1989 alcuni comuni si consorziarono per dar vita a un’importante operazione di risanamento del territorio. Negli anni si è trasformata nella più colossale riconversione industriale del mondo. L’esempio più rilevante consiste nel Parco Paesistico di 320 kmq, distribuito lungo gli 800 kmq del territorio fluviale dell’Emscher. L’Emscher era in origine un fiume canalizzato e usato come fogna a cielo aperto per la zona industriale. Il costo totale è stato di due miliardi e mezzo di euro. 

Era una delle aree più industrializzate del mondo. Carbone e acciaio ne disegnavano la struttura urbana e sociale: le profonde gallerie che, svuotando dall'interno, producevano incredibili subsidenze, le grandi cokerie, i depositi immensi come cattedrali, la rete delle ferrovie, le zone abitate dagli operai che crescevano come anelli intorno alle aree industriali, il fiume Emscher usato come collettore delle acque nere perché qualunque conduttura interrata sarebbe stata frantumata dai movimenti del sottosuolo, le montagne di detriti tanto vaste da muovere l'orizzonte altrimenti assolutamente piatto. La grande ricchezza prodotta trovava riflesso nella dignità delle “sale paga” in cui i minatori in fila ricevevano compenso per il duro lavoro, nei fregi delle stazioni, nella ricercata eleganza di alcune strutture industriali in cui la razionalizzazione dei processi ci teneva a mostrarsi come immagine simmetrica e volumetricamente scandita nei piani e nelle vibrazioni dei materiali.
Poi quasi all'improvviso i tempi sono cambiati: i filoni utili sono risultati troppo profondi, il carbone è diventato poco gradito nelle società ricche data la sua carica inquinante, l'acciaio non era più materiale strategico. La grande Ruhr per cui si erano nel tempo mobilitati gli eserciti e le diplomazie, ha perso smalto, appetibilità, interesse. Una dopo l'altra le miniere hanno chiuso i battenti, le cokerie non fumavano più, la matassa dei binari che affettavano le aree urbanizzate è arrugginita, l'erba è spuntata tra il groviglio dei tubi nelle fabbriche dimesse; così un po' di turchi sono tornati in patria e molti industriali si sono trasferiti altrove. Ma il progredire minaccioso della disoccupazione in una regione che per decenni aveva richiamato immigrati da tutto il mondo, ha impaurito e prostrato una popolazione formata per la stragrande maggioranza da dipendenti di grandi strutture e quindi per sua natura poco imprenditoriale. I relitti di un passato che non poteva tornare si ergevano imponenti a segnare un paesaggio che ora per la prima volta nella storia si mostrava agli occhi degli abitanti solo nei suoi termini negativi, grigi, sporchi, squallidi, poveri. Nella terra abituata all'orgoglio dei primati (la ciminiera più alta, il gasometro più grande, la rete ferroviaria più capillare, la miniera più profonda, l'acciaieria più specializzata) si faceva strada l'alcolismo, la droga, la depressione. Persino l'orientamento politico, assieme allo scontento ed alla protesta, stava repentinamente cambiando e la “rossa” Ruhr si orientava sempre più a destra.
Poi a qualcuno è venuto in mente di trasportare l'idea dell'IBA (Internationale Bauausstellung = mostra internazionale di architettura) che era riuscita a imporre Berlino all'attenzione della cultura contemporanea, sulla sporca area dell'Emscher, il fiume/cloaca che tuttavia conservava nei ritagli e nelle pieghe delle aree industrializzate, ai confini tra una miniera e l'altra, tra un comune e quello vicino, vasti fazzoletti dimenticati di verde. Naturalmente una IBA con obiettivi e strategie diversi. In questo caso non erano determinanti le grandi firme, l'esibizione di griffe altisonanti, la mostra dei modelli che l'architettura stava elaborando per rispondere alle mutate esigenze quantitative della ricostruzione post bellica. Nella Ruhr era importante ricucire, restituire logica e significato a dinosauri senz'anima e senza speranza, ripulire e bonificare l'area, soprattutto reinnescare processi di affezione e di appartenenza. Solo dieci anni a disposizione (1990-2000) per far nascere piccole imprese, per dotare gli abitanti di una mentalità più dinamica, per ridisegnare la geografia delle strade e persino di molte città cresciute come atolli intorno a miniere che non c'erano più e la cui chiusura aveva interrotto attraversamenti reali o solo mentali. L'IBA Emscher Park, gestita in maniera mirata e coinvolgente, a volte quasi visionaria da Karl Ganser, il direttore con pieni poteri, si è mossa per scelta politica chiara lungo due coordinate che volta per volta stabilivano l'efficacia e la graduatoria del singolo progetto: lavoro ed ecologia. Ogni iniziativa, ogni proposta, ogni suggerimento doveva rispondere prioritariamente a questi due imperativi: creare opportunità d'impiego e contribuire a riqualificare il territorio. I progetti “adottati” ricevevano il marchio IBA e diventavano per il sistema politico / amministrativo di prima priorità; su questi confluivano tutte le risorse normalmente disponibili per l'incentivazione industriale, per la bonifica delle aree, per le energie alternative, per l'occupazione, per il sostegno alla disoccupazione, per il riequilibrio territoriale ecc.
La struttura dell'IBA, forte di circa 300 dipendenti, non gestiva direttamente finanziamenti ma fondamentalmente fluidificava le decisioni, organizzava incontri, convocava conferenze di servizi, forniva consulenza organizzativa e manageriale, tutte operazioni strategiche in una situazione fortemente stratificata in cui antiche strutture organizzative cariche di poteri decisionali, pur obsolete e poco utili nel nuovo quadro operativo, si ostinavano a mantenere posizioni e privilegi.
Accanto a quest'opera di mediazione, altrettanto importante è stata l'impostazione psicologica che ha caratterizzato l'operazione, finalizzata a ristabilire tra la popolazione e il territorio l'antico orgoglio dell'appartenenza. Se ecologia e lavoro erano gli obiettivi, coordinamento e coinvolgimento sono strati gli strumenti. Ogni singola e sia pur elementare azione è stata annunciata, sbandierata, dichiarata per riuscire a portare la gente nelle sale, convincerla a leggere i giornali e seguire l'evoluzione dei progetti e la loro dinamica come si trattasse di un campionato di cacio. I passaggi, i fischi di sospensione, le rimesse laterali e le conclusioni venivano seguiti e commentati dalle radio e dai media, stimolati in questo dall'apparato dell'IBA forte di giornalisti, psicologi, sociologi, facilitatori, fotografi tutti protesi a vendere la trasformazione del territorio come avvenimento corale. È qua che si concretizza e trova la sua più efficace attuazione quella strategia denominata marketing urbano che è riuscito a stabilire nuova alleanza tra la società e il sistema. Mentre alcuni dei vecchi minatori continuano a frequentare le gallerie e le sale macchine nella nuova veste di guide e ciceroni di un passato che non vuol essere dimenticato, numerosissime nuove piccole industrie soprattutto nel settore informatico, nella distribuzione e nell'artigianato occupano gli antichi spazi frazionati dall'ente pubblico e rimessi a disposizione dei privati. Il livello culturale è molto cresciuto grazie a scuole superiori e università concretamente finalizzate allo sviluppo; una parte degli antichi canali in cemento sono stati naturalizzati; molte delle grandi industrie che hanno fatto la storia della Ruhr sono state trasformate in pachi aperti al pubblico; i villaggi dei turchi sono stati restaurati e dotati di piccoli orti privati; i monumenti più importanti ripuliti e lustrati per nuove destinazioni culturali; l'aria è tersa e la povere nera che un decennio prima copriva ogni cosa, è solo un ricordo. Il nuovo si intreccia al vecchio portando nuove letture e nuovi significati. Il difficile passaggio oggi è compiuto.

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Siccome un'immagine vale più di mille parole...


Israele-Iran. Lo stop & go delle bombe

Più di un analista politico ritiene che l’ipotesi a lungo paventata di un raid dell’aviazione israeliana contro alcuni obiettivi nucleari iraniani è diventata possibile e imminente.  
I tempi sarebbero brevi, brevissimi. Si parla dell’autunno ma si pensa anche al prossimo settembre. Le accelerazioni compiute da Benjamin Netanyahu, che aggira le consultazioni col proprio Esecutivo e avoca a sé la decisione da prendere ha creato allarme anche fra i sionisti convinti come lo scrittore Oz che, in questi giorni, sta dirigendo un’accorata protesta di diversi intellettuali contro il blitz del primo ministro. Per aggirare seri dubbi nutriti da una buona fetta dell’opinione pubblica e da una parte dei vertici militari su un’azione bellica dai possibili risvolti dolorosi per la società israeliana Netanyahu ha nominato come nuovo ministro della difesa interna Avi Dichter, ex capo dello Shin Bet. Uomo dalle posizioni ultra guerrafondaie che rassicurano le componenti più estremiste del governo in carica, criticate dal partito Kadima nel rendez-vous del tentativo di rimpasto governativo cercato dal premier e fallito per la sua stessa deriva filo conflittuale. Dare fuoco a ulteriori polveri nell’esplosivo contesto mediorientale, che in Siria può condurre a uno smembramento e conseguente “libanizzazione” del Paese, può rappresentare una contraddizione per Israele che in quarant’anni ha trovato nei regimi degli Asad, padre e figlio, un “nemico” intento a congelare uno status quo indistintamente favorevole ai governi di Labour e Likud.

Una contraddizione comunque solo apparente, perché pur nel protrarsi distruttivo della crisi siriana cercare una nuova mossa militarista punta a risollevare il governo del Likud dalla totale mancanza d’iniziative interne e dall’isolamento internazionale ereditato coi massacri dell’operazione Piombo fuso. Sembra che si voglia inseguire la strategia della filiera delle bombe che appare folle ai più. Ma Netanyahu pensa che un obiettivo come quello iraniano troverà gli alleati occidentali solidali e riconoscenti come se fossero tutti dei neocon statunitensi. A frenare il suo allungo ‘bushiano’ più che una timorata gestione della politica mediorientale dell’alleato statunitense c’è oggi una non ridotta componente direttiva dell’Israel Defence Force che evidenzia i pericoli di un effetto ritorno di attacchi pur solo mirati agli impianti per l’arricchimento dell’uranio di Bushehr, Natanz o Isfahan. Diversi osservatori sostengono come dovrebbe essere la politica a orientare le mosse tecnico-militari di Tel Aviv. Purtroppo la linea dell’attuale establishment israeliano ha subordinato ogni sua iniziativa alla sicurezza della nazione, vera o presunta, sia essa la difesa di nuovi insediamenti di coloni in Cisgiordania e la ricerca periodica e perenne di nemici. Il Paese degli ayatollah è da tempo ritenuto tale anche per l’esplicita solidarietà offerta ai militanti palestinesi di ogni tendenza, alla loro causa, al sostegno dell’ormai storico asse della Resistenza che trova nei Territori Occupati e nelle milizie Hezbollah del Sud del Libano una realtà consolidata da tempo.

Ci sono politologi che evidenziano quale potrebbe rivelarsi per Israele la maggiore minaccia nell’evoluzione degli eventi nell’area mediorientale. Il jihadismo in diffusione nella guerra civile siriana e i gruppuscoli del Sinai sono per ora poca cosa ma in un domani neppure tanto lontano possono diventare un nemico al pari delle truppe sciite del Partito di Dio libanese. Mentre nella crescita regionale dell’influenza della Fratellanza Musulmana dall’Egitto alla Siria, trarrebbe nuova linfa anche Hamas. Eppure l’attenzione resta concentrata sull’Iran contro cui scatenare la forza della propria tecnologia aerea. Negli scontri di terra degli ultimi anni, nella Striscia di Gaza e soprattutto in Libano, la fanteria israeliana ha mostrato evidenti limiti. In volo i piloti continuano a sentirsi imbattibili. Gli attacchi mirati dal cielo rassicurano quel bisogno di autoreferenzialità in cui il volto politico d’Israele che s’identifica con quello militar-tecnologico rassicura la propria gestione del potere. Un circolo vizioso che rasenta la follia di cui anche Amos Oz si sta rendendo conto.

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17/08/2012

L'inceneritore di Parma

Per anni Iren Spa, con l’avallo del presidente della Provincia Bernazzoli (Pd) e dei sindaci del Comune di Parma Ubaldi e Vignali (Udc - Forza Italia - Pdl) ha negato la divulgazione del Piano Economico e Finanziario dell’inceneritore di Parma. Eppure una delibera del Consiglio Comunale di Parma del 31/03/2006 parlava di “riconoscere ai cittadini il diritto di accesso a tutti gli atti riguardanti il termovalorizzatore”. Anni di silenzio, casualmente, sono finiti con la vittoria del MoVimento 5 Stelle e di Federico Pizzarotti. Il Piano è stato pubblicato dalla testata Parmadaily.it (in cambio al direttore sono subito arrivate minacce). Nel Piano è scritta chiaramente la durata di funzionamento dell’impianto: 20 anni!!! Altro che “soluzione temporanea” come blatera il Pd. 20 anni di fumi e veleni pagati dai cittadini con tariffe altissime. Gli altri Comuni della provincia di Parma lo sapevano? In tutti questi anni i sostenitori dell’inceneritore, in primis Pd e Pdl, hanno promesso “tariffe più basse con l’inceneritore”. Una bugia colossale. Dal 2013 al 2032 , se si attiverà l’inceneritore, che i cittadini di Parma ed il Comune non vogliono, si pagherà per lo smaltimento dei rifiuti 168 euro/tonnellata (+ inflazione). Comparando i costi di smaltimento si capisce che il conto sarà salatissimo. A Reggio Emilia si pagheranno 140 euro/ton con la costruzione del Trattamento Meccanico Biologico (fonte assessore provinciale all'ambiente Mirko Tutino) al posto dell’inceneritore cancellato anche per le lotte del Blog e del M5S. A Piacenza si pagano 117 euro/ton. A Napoli 109 euro/t per smaltirli in Olanda. A Torino, nell’inutile e dannoso inceneritore TRM Gerbido, si pagheranno 97 euro/ton. Ci sono altri punti non chiari nel Piano.
E’ previsto che per 20 anni verranno bruciate 108.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati all'anno. E se la raccolta differenziata aumenta? Si prenderanno rifiuti da fuori provincia di Parma? Ma non si prometteva il contrario? Ecco dimostrato come gli inceneritori blocchino la raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti durante il loro funzionamento. E chi ha la responsabilità di controllare le tariffe di Iren? Con quali studi di mercato Iren ha attestato la conformità dei costi? In quali tasche vanno a finire i soldi dei parmigiani? Il Consiglio Comunale e la Giunta di Parma hanno già votato atti per avviare le alternative all’inceneritore. Iren, che continua a fregarsene del volere dei cittadini e del Comune di Parma, quarto azionista pubblico, sarà chiamata a far chiarezza in consiglio comunale in diretta web sui costi assurdi richiesti.
Federico Pizzarotti e l'assessore all’ambiente Folli, hanno annunciato per fine anno l'attivazione nel centro storico del porta a porta sull'organico e per il 2013 l'estensione totale della differenziata spinta in tutta la città. Al tempo stesso ha richiesto di rivedere il Piano Provinciale dei Rifiuti con i Comuni parmensi per puntare su Rifiuti Zero. Gli altri Comuni di Parma sono mai stati messi a conoscenza del piano e dei costi da parte della Provincia? Sanno delle alternative meno costose e non dannose per l’ambiente di Reggio Emilia?
Intanto il super esperto nei maggiori processi ambientali d’Italia, l’ingegner Paolo Rabitti, sta passando al setaccio le carte dell’inceneritore.
Se democrazia e ruolo delle amministrazioni pubbliche hanno un senso, Iren dovrebbe immediatamente fermare la costruzione dell’impianto e iniziare le trattative per smontarlo e rivendere varie parti sul mercato (operazioni già attuate con vecchi inceneritori olandesi chiusi, smontati e rivenduti). Allo stesso tempo le altre istituzioni del parmense dovrebbero rivedere il Piano Provinciale Gestione Rifiuti, come proposto dal Comune di Parma riconvertendo il cantiere in un Centro riciclo e trattamento “a freddo”, come quello che nascerà nella vicina Reggio Emilia.

Matteo Incerti, MoVimento 5 Stelle

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15/08/2012

L'alleanza. Sel, Fiom, Pd, Udc, Pdl contro la chiusura dell'Ilva, la Bhopal italiana

Sulla vicenda dell'Ilva, come sempre accade quando ci sono enormi interessi in gioco, si è alzata una enorme cortina fatta di disinformazione. Cortina che va aggiungersi alle polveri sottili e ad altre decine di agenti inquinanti che, lo ricordiamo per non perdere mai di vista la posta in gioco, uccidono centinaia e centinaia di persone l'anno (per l'esattezza 1650) sul territorio tarantino. Statistiche e perizie depositate alla mano, nei soli due quartieri di Taranto più vicini all'Ilva ogni anno c'è un numero di morti, provocati dagli agenti inquinanti dell'Ilva, pari alla strage di Bologna più quella di Piazza della Loggia. Ma facciamo una scheda su fatti e posizioni che riguardano il conflitto in corso sull'Ilva.

LA MAGISTRATURA DI TARANTO ha disposto il seguestro degli impianti della fabbrica del capoluogo pugliese. Dopo una perizia, durata tre mesi, che ha dimostrato come l'Ilva sia  tra le cause, negli ultimi sette anni, oltre 11.000 decessi. Si tratta del disastro ambientale più grave della storia italiana e, da quel che si conosce, anche dell'Europa degli ultimi 30 anni. In un primo momento, dopo aver sequestrato l'impianto, la magistratura aveva affidato la custodia dell'area a caldo dell'Ilva all'amministratore dell'azienda Ferrante. Dopo che l'Ilva ha fatto ricorso contro il provvedimento l'affidamento a Ferrante è stato tolto "per palese conflitto di  interessi" (non puoi avere la custodia di un impianto affidata dalla magistratura e ricorrerci contro). Le richieste della magistratura tarantina sono chiare: la produzione può riprendere solo dopo un piano di risanamento attendibile, con tempi e modi definiti di intervento e certificato nelle sue fasi. Un modo di procedere simile a quello dell'Epa (Environmental Protection Agency americana) che, quando interviene, chiede tempi e modi certi di rientro dalla fase inquinante e a quello degli uffici federali tedeschi che si occupano di protezione dell'ambiente.

I TIMORI di diversi cittadini e operai tarantini, dalle fonti a nostra disposizione, si riassumono in due punti. Il primo che l'Ilva, in un quadro giuridico e politico indeterminato, prenda tempo e produca quanto possibile (inquinando e uccidendo ancora) senza investire in protezione ambientale e tanto meno su un progetto di lunga durata che preveda la bonifica dell'area. In assenza di fondi pubblici e privati, sostengono a Taranto, istituzioni e azienda starebbero perdendo tempo per far tornare tutto più o meno come prima (a parte interventi di facciata). Il secondo riguarda invece la reale durata della presenza Ilva a Taranto. Se l'azienda dovesse intervenire davvero in misure di protezione e sicurezza, i profitti verrebbero praticamente meno. L'ipotesi che formulano diversi cittadini della città pugliese, che osservano il comportamento dell'azienda da anni, è che l'Ilva sarebbe intenzionata a produrre 3-4 anni ancora per poi chiudere. Una logica a breve incompatibile con il risanamento di una territorio colpito dalla catastrofe ambientale italiana più grave dal dopoguerra.

LE POSIZIONI di Sel coincidono con quelle del presidente della regione Puglia. Che ha giudicato l'atto di revoca della custodia dell'impianto non come un fatto che mette l'Ilva con le spalle al muro, costringendola a risanare, ma come qualcosa che "impedisce lo svolgersi della trattativa tra istituzioni e azienda". Vendola, che nell'aprile scorso, aveva parlato di una situazione "buona" nei rilievi sullo stato di salute della popolazione pugliese continua da giorni a parlare di "ambiente" da conciliare con il "lavoro" ma, al momento, non ha ancora parlato delle vittime (che sono migliaia) e nè di quali piani abbia la regione per ridurle a zero. Ci risulta piuttosto che già un anno fa, addirittura su pressione della Uil, i sindacati confederali pugliesi (poi riallineatisi su posizioni più aziendali) avevano chiesto un tavolo di emergenza sulla questione Ilva.
Azienda che, in caso di conferma degli effetti del provvedimento della procura di Taranto, ha minacciato di chiudere anche le altre acciaierie italiane. Minaccia che non solo non è stata contrastata dalla Fiom separando le questioni dell'Ilva da quelle degli altri stabilimenti e ponendo il "risanamento prima di tutto" come condizione per la riapertura di Taranto . Anzi, nelle dichiarazioni di domenica la Fiom ha semplicemente detto "rischiamo la chiusura di tutte le acciaierie del gruppo Riva". Messa così è la legittimazione dell'atteggiamento dell'Ilva. Sel e Fiom sono così spostate sulle posizioni Ilva: impianto in mano a Ferrante, anche se è parte in causa e non soggetto terzo, la produzione riparte comunque, il risanamento si vedrà con il tempo. Senza fissare, almeno fino al momento, tempi, modi, investimenti e in assenza di un reale piano aziendale. Anche dalla Fiom un piano per portare in tempi certi i morti a zero (già, perchè qui tutti parlano genericamente di "ambiente" ma le vittime sono migliaia) non si è visto.

I PARTITI AL GOVERNO si sono espressi allo stesso modo. Sia Pd che Pdl e Udc chiedono a) sostanzialmente che il governo tolga la vicenda Ilva dalle mani della magistratura, riaprendo l'impianto prima di una non ben chiara fase di "risanamento". b) che la vicenda non pesi nei rapporti con gli investitori internazionali. Questo punto è forse più grave del precedente (che è mettere il governo al di sopra della legislazione ambientale togliendo alla magistratura potere di controllo). Significa voler dare un messaggio agli investitori esteri che, se vengono, possono fare come Riva.
Il ministro Clini, a suo tempo contrario persino al protocollo di Kyoto (e che si è detto, da ministro, favorevole a nucleare, Ogm e inceneritori), si è mosso per garantire questa linea. Va rilevato come le intercettazioni telefoniche dei dirigenti dell'Ilva, fatte durante l'inchiesta che ha portato al sequestro dell'impianto, abbiano riportato la seguente affermazione fatta da uno  quadri di punta dell'azienda: "Clini è nostro". Al momento nessuna delle forze di centrosinistra in campo (Sel, Fiom, Pd) si è posta pubblicamente il problema su quale possa essere il ruolo di un ministro simile in una vicenda così delicata con l'Ilva al centro del problema.

Le cronache purtroppo si arricchiranno nei prossimi giorni e ci sarà quindi da informare e da commentare ulteriormente. Due brevi considerazioni in chiusura. La prima è che dopo l'avvicinamento Pd-Sel-Udc siamo di fronte ad una anticipazione sul campo di come potrebbe comportarsi un nuovo governo composto da questi soggetti politici. La seconda che, visto che Taranto è la prima provincia più inquinata d'Italia, la provincia medaglia d'argento dell'inquinamento nazionale è proprio Livorno. Taranto è l'esempio di cosa accadrebbe a Livorno in caso di disastro conclamato, con migliaia di vittime certificate e il rischio di nuove stragi, se il centrosinistra continuasse a manovrare indisturbato.

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Finanziamento ai partiti, dal patron dell’Ilva soldi a Forza Italia e Bersani

Le biografie ufficiali e anche decine di articoli di giornale lo descrivono come un imprenditore tutto casa e fabbrica. Un tipo che punta dritto all’obiettivo e quando c’è da menar le mani, in senso figurato, non rinuncia allo scontro. Insomma, Emilio Riva, non si ferma davanti a niente e a nessuno. E mezzo secolo di carriera costellata da processi per comportamento antisindacale o per violazioni della normativa ambientale suonano come la conferma migliore di questo ritratto da duro e puro. In realtà, chi lo ha frequentato a lungo, ci restituisce un’immagine un po’ diversa da quella del macho che lo stesso Riva, classe 1926, cerca da sempre di accreditare.

Il patron dell’Ilva, come spiegano manager e colleghi imprenditori, ha sempre dimostrato una straordinaria abilità da pokerista. E come tale sa alzare la posta quando è il caso, ama bluffare oppure lasciare il tavolo per poi intavolare trattative nella stanza accanto alla ricerca di nuovi alleati. Per esempio, la sua esibita estraneità alla politica, ai partiti e allo statalismo in genere è diventata una specie di fiore all’occhiello per un imprenditore come Riva che afferma di essersi fatto tutto da sé. Le cose cambiano se si fa il conto delle centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione a spese del bilancio pubblico che negli anni difficili hanno tenuto in piedi i suoi stabilimenti, a Taranto come a Genova. Di più: quando il gioco si fa duro, Riva l’antipolitico non perde tempo ad aprire il portafoglio per dare una mano ai partiti. Un aiuto cash, in contanti. E così consultando i resoconti sui contributi privati alle formazioni politiche, si scopre che tra il 2006 (anno di elezioni politiche) e il 2007 il patron dell’Ilva ha staccato un assegno di 245mila euro per Forza Italia, mentre altri 98mila euro sono andati a finanziare personalmente Pier Luigi Bersani. Tutto regolare, per carità. Tutto denunciato dai beneficiari delle donazioni così come prevede la legge in materia. L’episodio però la dice lunga sul metodo Riva: una mancia destra e una a sinistra, tanto per dimostrarsi equidistante, o forse sarebbe meglio dire equivicino, alle opposte sponde politiche.

L’industriale siderurgico, da sempre descritto come un falco liberista, non si è fatto problemi a versare un obolo anche all’esponente del Pd destinato a diventare nel 2006 il ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi. Una scelta azzeccata. A suo tempo Riva ha infatti finanziato anche il massimo responsabile della politica industriale del Paese, un ministro che, ovviamente, è chiamato a occuparsi anche di un settore strategico come l’acciaio. Nel 2008 cambia il vento. Silvio Berlusconi torna a palazzo Chigi e il gran capo dell’Ilva si fa trovare pronto. Eccolo in prima linea nella cordata per salvare quel che resta di Alitalia, un intervento, come noto, sollecitato dal capo del Pdl in persona. Riva mette sul piatto 120 milioni e, intervistato dal Sole 24 Ore nel 2009, non ha problemi ad ammettere che “sappiano bene che non ci guadagneremo”, ma un grande Paese come l’Italia “non può non avere una compagnia di bandiera”. Insomma, ecco a voi Riva il patriota. Mutazione sorprendente per un imprenditore che, oltre a controllare il suo gruppo attraverso holding in Lussemburgo e Olanda per minimizzare il carico fiscale, ha sempre affermato di badare sempre e solo agli affari suoi. I maligni, che però spesso ci azzeccano, fanno notare che tra il 2008 e il 2009 si apre la crisi economica senza precedenti di cui ancora stiamo subendo le conseguenze. E il capo dell’Ilva sa bene che un settore ciclico come la siderurgia è il primo a risentire degli effetti di un rallentamento economico. Del resto basta dare un’occhiata agli ultimi bilanci del gruppo. Nel 2007, prima del crollo, i profitti erano arrivati a quota 877 milioni su circa 10 miliardi di giro d’affari. Poi la musica cambia, eccome. Nel 2009 (rosso di 411 milioni) e nel 2010 (meno 71 milioni), l’impero di Riva ha perso soldi a rotta di collo e, nonostante una timida ripresa, nel 2011 i conti hanno chiuso in utile di 88 milioni grazie a poste straordinarie e fiscali per quasi 400 milioni. E allora l’industriale tutto d’un pezzo, un lumbard che si descrive orgogliosamente come “milanese di piazza San Marco” (in pieno centro città), tenta di riprendere quota con l’Alitalia mentre le sue aziende perdono soldi.

Il caso ha poi voluto che Riva abbia ritrovato come ministro dell’Industria proprio Corrado Passera, cioè l’ex banchiere che come capo di Intesa si distinse come il grande sponsor del salvataggio della disastrata compagnia aerea. Tra tanti amici al governo, però, il capo dell’Ilva ha finito per trovarsi un nemico in casa. Già, perchè Riva non è l’unico proprietario del gruppo siderurgico, di cui pure controlla il 90 per cento. A libro soci con una quota del 10 per circa trova gli Amenduni, un’altra famiglia di imprenditori siderurgici che nel 1995 partecipò alla privatizzazione dell’Ilva. Ebbene, due mesi fa il rappresentante degli Amenduni ha votato contro il bilancio del gruppo chiedendo informazioni su alcuni affari che hanno trasferito denaro dal colosso siderurgico ad alcune finanziarie personali dei Riva. Tra gli addetti ai lavori c’è chi spiega questo atteggiamento battagliero come un’azione di disturbo con l’unico scopo di convincere i Riva a ricomprare le azioni Ilva di cui i soci di minoranza vorrebbero disfarsi. Michele Amenduni, contattato al telefono si schermisce. “Mi trovo all’estero – racconta – e non so che cosa stia succedendo a Taranto”. Davvero, ha detto proprio così. Forse è una battuta, ma non fa ridere.

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