Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

26/03/2013

Il secondo anniversario dell’incidente di Fukushima: una lezione che si continua a non imparare

Ecologistas en Acción

Mentre si compie il 2º anniversario del gravissimo incidente nucleare di Fukushima, non si intravedono ancora le terribili conseguenze sulle persone, l’ambiente e l’economia, e ancora non si sono manifestati tutti gli effetti. Per Ecologisti in Azione molti Paesi, tra i quali la Spagna, non hanno imparato le lezioni di questo incidente, nonostante la sua enorme gravità.

L’11 marzo 2011 si registrò un terremoto seguito da uno tsunami che ebbero effetti devastanti nei 6 reattori della centrale nucleare di Fukushima-Daiichi e in altri 8 reattori in Giappone. Il terremoto aveva già prodotto gravi danni ai reattori e lo tsunami arrivò a completare la distruzione di attrezzature vitali per la sicurezza, il che determinò una massiccia fuga di radioisotopi, soprattutto iodio e cesio.

L’umanità si trovava ad affrontare un nuovo incidente che avrebbe disperso grandi quantità di radioattività nell’ambiente terrestre e nel mare, e che aveva due caratteristiche che lo distinguevano dagli incidenti precedenti: si verificò in Giappone, una potenza tecnologica di primo piano, e accadde per un evento esterno alla centrale. Quest’ultimo fatto apporta grande incertezza sulla sicurezza di questi impianti: può qualcuno prevedere tutto quello che succederà e che possa danneggiare una centrale?

Gli effetti sull’ambiente e la salute delle persone non saranno facili da rimediare, perché ad oggi non hanno fatto altro che cominciare a manifestarsi. In primo luogo, il rischio non è ancora scomparso a Fukushima, dato che le strutture danneggiate dei reattori potrebbero non resistere ai sismi che potrebbero registrarsi nel prossimo futuro. Inoltre, nella zona contaminata, quella di evacuazione obbligatoria, si sono contate più di 1600 vittime del terremoto e dello tsunami: non sapremo mai quante di queste vite avrebbero potuto essere salvate con la dovuta attenzione, che non ci fu, per evitare la radioattività.

La contaminazione si spostò molto lontano dal reattore e fece sì che i livelli di radioattività superassero le dosi ammesse per i lavoratori esposti a distanze di 80 km e che i livelli fossero 8 volte superiori a quelli normali a Tokio, città di 30 milioni di abitanti situata a 250 km dalla centrale.

Inoltre più di 12.000 tonnellate di acqua contaminata furono sversate in mare, cosa che avrà conseguenze imprevedibili. La realtà è che si sono pescati esemplari di pesci con un livello di radioattività 2.500 volte quello permesso.

I primi effetti di questa contaminazione sono ora registrati in un rapporto pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dove i calcoli indicano: un aumento del 4% dei tumori solidi e del 6% del tumore alla mammella nelle donne esposte nell’infanzia; un aumento del 7% delle leucemie tra gli adulti esposti nell’infanzia e un aumento dei tumori alla tiroide di un fattore poco inferiore a 100. Oltre a questo, la OMS raccomanda continui studi medici sulla popolazione per individuare le possibili malattie derivate dall’irradiazione.

Ai terribili danni per la salute e l’ambiente, bisogna aggiungere i danni economici. Secondo valutazioni indipendenti, questi potrebbero ammontare a 250 miliardi di dollari, dei quali sono stati spesi circa 43 miliardi e 700 milioni di denaro pubblico. In Giappone la responsabilità civile è illimitata, ma non c’è alcun regolamento che stabilisca come devono essere pagati gli  indennizzi, per cui TEPCO, l’impresa proprietaria della centrale, non si vede ancora obbligata a pagare indennizzi. Le cifre di cui sopra vanno paragonate alla massima spesa per danni a terzi previsto dalla legislazione europea, nella quale si contempla una responsabilità civile limitata, che ammontano a 1 miliardo e 200 milioni di euro.

Nonostante tutto questo, alcuni governi, tra i quali quello spagnolo, continuano a non ammettere l’evidenza della pericolosità dell’energia nucleare e non predispongono calendari di chiusura delle centrali nucleari. L’industria nucleare e le compagnie elettriche che possiedono centrali continuano a mettere i profitti al di sopra della salute delle persone e dell’ambiente. È l’ennesimo caso di appropriazione privata dei proventi e della socializzazione del rischio.

Per Ecologisti in Azione l’incidente di Fukushima mostra a chiare lettere che è impossibile garantire la sicurezza delle centrali nucleari e che la cosa più sensata è procedere alla loro chiusura graduale. Soprattutto tenendo in considerazione che esistono già energie alternative capaci di fornire  elettricità senza rischi e con impatti ambientali minimi.

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo

La Corea del Nord minaccia Washington: “Missili puntati contro gli Stati Uniti”

Le forze armate nordcoreane sono in “assetto da combattimento”. Con i missili puntati contro gli Stati Uniti. Lo riporta l’agenzia ufficiale Kcna, secondo cui l’obiettivo sono “le basi Usa continentali, delle Hawaii e di Guam”. Le forze armate del Nord sono pronte a entrare in azione, mentre le unità di artiglieria con i razzi a lungo raggio sono pronte “al tiro”.

Quella della Corea del Nord è una minaccia che arriva dopo i test nucleari compiuti il mese scorso e dopo gli altri avvertimenti lanciati contro gli Stati Uniti, secondo Pyongyang responsabili di voler innescare “una guerra nucleare”. E contro la Corea del Sud, dove da giorni sono iniziate manovre militari congiunte con le forze americane. “Una provocazione”, le ha bollate il regime di Kim Jong-un, che due settimane fa ha dichiarato nullo l’armistizio del 1953 con Seul, annunciando che è arrivato il momento della “battaglia finale”.

E ora la tensione tra Pyongyang e Washington sale ancora di più. Da questo momento, riporta infatti la Kcna, “il Comando supremo dell’Esercito popolare di Corea è in posizione da combattimento così come le unità di artiglieria a lungo raggio, incluse quelle strategiche con i razzi a lungo raggio che hanno per obiettivo tutti i target nemici negli Usa, come le basi continentali, delle Hawaii e di Guam”. Intanto la Cina invita ”tutte le parti in causa” a esercitare “la moderazione”. La richiesta, non nuova per Pechino, è stata fatta dal portavoce governativo Hong Lei poco dopo le nuove dichiarazioni bellicose di Pyongyang.

Fonte

Non so se ridere o piangere. Il celodurismo imperante ha davvero rotto il cazzo.

14/03/2013

Mauro Gallegati, il futuro del dibattito economico in Italia passa da qui

Fino a pochi giorni fa assolutamente sconosciuto ai più, l'economista Mauro Gallegati è velocemente assunto agli onori delle cronache. Eppure si tratta di un docente di Macroeconomia all'Università delle Marche, studi a Stanford e collaboratore del premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz. Ma soprattutto di un amico di lunga data di Beppe Grillo e suo consigliere economico. Influente fino a sostituire Loretta Napoleoni, che a suo tempo è stata contattata dal comune di Parma per le politiche economiche, che pure è economista che nel Movimento 5 Stelle è letta e commentata.
La vittoria elettorale del 24-25 febbraio ha accelerato i tempi dell'impegno politico di Gallegati a fianco di Grillo. Ecco qui una intervista al Corriere della Sera dell'economista dell'Università delle Marche.


Da segnalare anche il commento positivo dell'economista critico Emiliano Brancaccio a lungo vicino a Rifondazione. Brancaccio pur non condividendo l'ottimismo di Gallegati sulla tenuta della zona euro (mentre per noi non sono condivisibili quelle sulle politiche aziendali) parla dell'economista dell'università marchigiana come di una notizia "confortante e positiva per il futuro del paese"


L'articolo di Brancaccio non merita lettura solo a causa della informazioni sull'analisi macroecomica di Gallegati, da solo ed assieme a Stiglitz. Ma anche per gli scenari economici e politici che apre sulla trattativa possibile con la Germania per il futuro dell'eurozona. Comunque la si veda Gallegati va quindi seguito, come consulente economico della prima forza politica del paese, per comprendere l'evoluzione dei dibattiti politici del prossimo periodo.

redazione

10 marzo 2013


Dal pochissimo che ho letto, questo Gallegati sembra un personaggio realmente interessante. Un discreto asso nella manica di Grillo, varrà la pena verificare il suo apporto in seno alla politica economica proposta dal Movimento 5 Stelle.

La colpa è tutta dei supplì

Un noto DJ della capitale filosofeggia sul carovita e la gentrification da un punto di osservazione molto particolare.


Mia madre me lo diceva sempre quando ero ragazzino, Sandrì bello de mamma  i fritti te fanno male,

Sandrì non te magnà i supplì che so fritti e chissa co che li friggheno!!!

Non so voi, ma io a mia madre gli ho più o meno sempre dato retta, a mio padre no, ma a mamma si, va beh..sei un mammone? no, neanche per sogno, però se mamma te dice nà cosa è per il bene tuo.

Fin da ragazzino i supplì mi sono sempre piaciuti, col passare degli anni ho imparato ad apprezzarli ancora di più, mi ricordo che da pischello andavamo a mangiarli a Piramide, oppure da Cappelli a San Lorenzo, adesso Cappelli non c’è più e al suo posto c’è la pantera rosa che è sempre una pizzeria, ma mai buona come Cappelli che era forse la più vecchia pizzeria di Roma ed era pure la più buona, e Cappelli faceva certi supplì che ti leccavi i baffi.

Tavolaccio di formica, carta al posto della tovaglia e spesso neanche quella, e poi… “daje regà sbrigateve a magnà che c’ho gente de fora che aspetta” quante volte l’ho sentito dire… me lo dicessero oggi gli piazzerei un vaffanculo tra capo e collo, ma da Cappelli a San Lorenzo era così, all’epoca era così, però San Lorenzo non era mica così!!! ma questa è un altra storia e ve la racconto un altra volta.

La pizza da Cappelli costava proprio poco, ma erano gli anni settanta e più o meno tutto costava poco, voglio dire, una pizza la pagavi  su per giù 1500 lire (meno di un euro di oggi), le nazionali nel 77 costavano 150 lire (5 centesimi di oggi), un supplì lo pagavi 100 lire, nel 2000 lo pagavi più o meno 700/ 1000 lire (0,30/0,50 centesimi di euro), un supplì pochi giorni fa l’ho pagato 2,5 euro cioè 5000 delle vecchie lire, nel 2000 ci compravi una pizza margherita, si certo qualcuno potrà dirmi: “ma dove l’hai comprato sto supplì??” tranquilli, l’ho comprato in un quartiere estremamente popolare, ma sempre ex 5000 lire l’ho pagato. (1)

Si lo so lo sò!!! vi starete chiedendo …ma questo dove cazzo vuole arrivare?!?! ce l’ha con l’euro? c’e l’ha con i pizzettari? no, niente di tutto ciò, voglio arrivare solo a questo:

Come è possibile e perchè un supplì in 11 anni è aumentato del 400 %!?!?

Uno stipendio medio nel 2000 era più o meno di un milione e mezzo di lire, facendo i cosiddetti conti della serva e basandoci sul costo del supplì uno stipendio medio oggi dovrebbe essere di circa  3000 euro, mentre invece e di 1300/1500 euro.

Quale è la morale di questa storia?!?! la morale è che: ce lo hanno messo al culo, e i supplì non sono buoni come quelli di una volta.

buona giornata a tutti.

(1) NdR. Il quartiere in questione è il Pigneto, un quartiere popolare devastato dalla "gentrification", uno dei teatri della movida, frequentato molto acriticamente da esponenti del "movimento".

Fonte

Belìn, sto discorso - mettendo al  posto dei supplì la focaccia - l'avrò fatto almeno un milione di volte con Osso, il bello è che noi manco sappiamo come si viveva negli anni '70 ma la dimensione dell'inculata presa nell'ultimo decennio la conosciamo benissimo.

Un passo nel vuoto

Nel paese da operetta non c'è proprio più da ridere. Non è la prima volta che la maionese del potere impazzisce, ma è la prima volta che il movimento operaio è del tutto fuori gioco mentre il gioco diventa pericoloso.

La “marcia” dei parlamentari berlusconiani all'interno del Palazzo di Giustizia a Milano ha molto, nelle intenzioni, della squadraccia fascista. E che sia stata diretta contro i magistrati anziché contro le Camere del Lavoro dice parecchio sulla situazione attuale.
L'aspetto “ridicolo” è palese: in quanto parlamentari non erano “caricabili” dalle forze di sicurezza, quindi non rischiavano personalmente nulla (al contrario delle presenze solidali ai processi contro i movimenti). Quello eversivo anche: che una parte rilevante del potere legislativo metta in atto un'intimidazione fisica del potere giudiziario, presentandosi in massa sulla porta dell'aula, è qualcosa di più di un “eccesso”. Che lo faccia intonando l'inno nazionale è la misura della liquefazione di un linguaggio comune, che proprio quell'inno – nelle intenzioni della retorica istituzionale – dovrebbe riassumere al più alto livello. Un prova da guerra civile, extraistituzionale, raccattando alla bell'e meglio simboli e pavesi.

La crisi macina anche la classe  dirigente e il ceto politico, vecchio e nuovo. Abbiamo davanti soltanto leader in grave difficoltà. Facciamo due conti.
Berlusconi è ridotto a recitare la parte del carcerando che cerca di sfuggire al triste destino rifugiandosi tra le braccia di medici dal certificato facile. Già solo il tira-e-molla coi medici fiscali è una diminutivo feroce, dalla premiership al malore salvifico. Arrivi o no una richiesta d'arresto da parte di una delle tante Procure che lo stanno azzannando, ora che non ha più “legittimi impedimenti”, è in ogni caso un “impresentabile” in Europa e nel mondo. Fuori dai giochi importanti. Può esplodere in qualsiasi modo, e la “marcia” dei suoi seguaci è solo un avvertimento. Da quest'area vengono pericoli veri, visti i poteri che si sono visti rappresentati fin qui all'interno del Pdl. L'incendio della Città della Scienza di Napoli, probabilmente realizzato anche per “criticare dall'interno” l'arrendevolezza al senso comune “legalitario” (che ha portato all'esclusione dalle liste di Nicola Cosentino), sembra anche qui soltanto un primo “segnale”.
Monti è stato seppellito dal voto popolare. Resta utilizzabile ancora in molti ruoli, ma la sua leadership non esiste più e non è resuscitabile, se non in situazioni così drammatiche – sul piano economico – da non essere davvero auspicabili.
Bersani è già sostituito da Renzi. L'ipotesi di creare un equilibrio parlamentare che possa durare cinque anni non viene nemmeno quotata dai bookmakers. Quando si tornerà alle urne sarà il contafavole fiorentino a giocare da front runner. Bersani si agita ancora per un po' sulla scena, perché è suo dovere farlo, ma deve cominciare a pensare a cosa farà da pensionato.
Ingroia è rimasto solo, dopo un disastro elettorale memorabile. Mollato da De Magistris e Di Pietro, quindi da buona parte degli apparati dello Stato (l'antimafia, sostanzialmente), non ha trovato di meglio da dire che “andiamo avanti ma senza i partiti”, intesi come Rifondazione e Pdci, o ciò che ne resta. Quindi proprio da solo, ripetiamo.
Persino Grillo è un neo-leader con i problemi di quelli vecchi. Alla prima riunione dei suoi neo-parlamentari è già costretto – insieme a Casaleggio – a minacciare il proprio ritiro se la maggioranza dei gruppi dovesse cedere alle sirene che chiamano dagli scogli della “fiducia”.
Napolitano, infine, è in marcia verso la panchina se non altro per limiti di età (senza però dimenticare gli sbreghi da lui apportati alla “Costituzione materiale”, dall'alto del Colle).

Un vuoto di credibilità, figure, immaginario, soluzioni, istituzioni. Ma non un'assenza di poteri dalle idee chiare. Il principale resta quello della Troika (Bce, Ue, Fmi), ovvero la pressione internazionale per mantenere l'Italia nell'alveo delle decisioni già prese. Ma appare disperatamente privo di un “terminale” locale decente. L'ipotizzato asse Pd-Sel-Monti non è in grado di far nulla, per ora. E soluzioni di ricambio non ce ne sono.
Gli altri poteri sono ancora più immondi, collosi e collusi. Pronti a far degenerare in scontro militar-terroristico la partita per chi e come (con quali compromessi) deve comandare.

Il vuoto non dura mai a lungo. I nuovi assetti, le nuove configurazioni, saranno disegnati da chi avrà più forza e strumenti. Le forze che hanno fin qui rappresentato aspetti del movimento operaio in vario modo, devono provare a conquistare e riempire uno spazio, fatto di mobilitazione e consensi di massa intorno alle priorità sociali e all'emergenza democratica. Prima che la saracinesca cali e il vuoto venga riempito da liquami inquietanti.


Fonte

India. Manifestazioni contro l'Italia e il governo

Prime reazioni di rabbia per il "tradimento" sui due militari italiani accusati di omicidio in India. Bruciate le foto dei marò e del premier indiano. Voci su uno scambio tra i due soldati e la vicenda delle tangenti Finmeccanica. Convocato l'ambasciatore italiano.
 

Alcune centinaia di aderenti alla Società dei pescatori del Kerala, presieduta da T. Peter, si sono riuniti oggi a Trivandrum per manifestare contro il non ritorno dei due marò in India. In dichiarazioni all'ANSA, Peter ha detto che "abbiamo bruciato le immagini del premier (Manmohan Singh) e la foto del fuciliere Salvatore Girone.  In serata, è stata annunciato lo sciopero generale dei pescatori per protestare contro il mancato rientro dei due militari italiani in India. "L’avevamo detto che se fosse stato concesso ai militari italiani di rimpatriare, non sarebbero tornati; ma il governo e la Corte Suprema l’hanno concesso. Tutti i pescatori si sentono truffati, perché sapevamo che sarebbe accaduto” è il commento di Peter a nome della Fisherman Society.
“E’ ingiusto, così è stata tradita la fiducia”: questa la reazione di Abdul Ghani, presidente dell’Unione Nazionale Marittimi in India, alla notizia che i marò italiani non rientreranno a New Delhi per il processo. “Il nostro sistema giudiziario è stato molto leale con i militari italiani permettendo loro di andare e, se non ritornano, il diritto dovrà fare il suo corso”.
L'ambasciatore d'Italia a New Delhi, Daniele Mancini, è stato intanto  convocato oggi al ministero degli Esteri per fornire spiegazioni sulla decisione di non far ritornare i marò in India alla fine del loro permesso. Lo ha appreso l'ANSA da fonte diplomatica.
Tra gli scenari di un possibile "scambio" tra Italia e India sulla vicenda dei due marò, la televisione indiana Cnn-Ibn - che da ieri sera dedica ampio spazio alla questione - si domanda se "sarà davvero un caso" che proprio ieri il governo di New Delhi aveva ricevuto dal governo italiano materiale riguardante le presunte tangenti pagate per la commessa di 12 elicotteri della Agusta Westland all'aviazione indiana. In febbraio, nota l'emittente, "il ministro degli Esteri Salman Khurshid aveva detto: "Il governo italiano ci ha chiesto di intervenire (sulla vicenda dei marò), ma non era possibile, nello stesso modo in cui non lo era per loro fare qualcosa per la nostra richiesta di documenti di Finmeccanica". Ma ieri, osserva Cnn-Ibn, "il governo italiano ha ceduto, mandando una prima parte di documenti all'India sulla vicenda degli elicotteri VIP. La questione è ora di sapere se anche il governo indiano ha ceduto sul tema dei marò ed ha permesso loro di restarsene a casa con il sospetto di omicidio" di due pescatori.
Il primo ministro del Kerala, Oommen Chandy, ha duramente criticato la decisione dell'Italia sui marò definendola "inaccettabile". Lo scrivono oggi i media indiani. Il politico, contrario alla concessione dei permessi speciali per i due militari, ha detto che intende recarsi a New Delhi oggi stesso per incontrare il ministro degli Esteri Salman Khurshid. "E' completamente inaccettabile. La nostra posizione - ha ribadito - rimane che devono essere processati in India".


Fonte

La credibilità internazionale fa sempre a cazzotti con le tangenti. 

13/03/2013

Giustizia, Napolitano: “Garantire partecipazione politica a Berlusconi”

In mattinata ha incontrato lo stato maggiore del Pdl (Alfano, Cicchitto e Gasparri), nel pomeriggio ha riunito i vertici del Consiglio superiore della magistratura, in serata ha diramato una nota che non può non far piacere all’imputato Silvio Berlusconi. Perché per Giorgio Napolitano è “comprensibile la preoccupazione” del partito “che il suo leader possa partecipare adeguatamente a questa complessa fase politico-istituzionale”. Per il Presidente della Repubblica, tuttavia, rimane “inammissibile il sospetto” che qualcuno voglia metter fuori gioco il Cavaliere “per via giudiziaria”.

Una presa di posizione ‘politica’, quella di Napolitano, presa al termine dell’annunciato incontro con il comitato di Presidenza del Csm. La riunione era stata decisa dal capo dello Stato dopo l’incontro con i parlamentari del Pdl che ieri hanno occupato il Tribunale di Milano per protestare contro i giudici che contestavano il legittimo impedimento per il Cavaliere, ricoverato da venerdì all’ospedale San Raffaele prima per una infiammazione agli occhi, poi per delle complicazioni dovute alla terapia prescritta dai medici. Condizione che ha permesso l’accoglimento dell’istanza della difesa del Cavaliere nel processo Ruby. Dopo il faccia a faccia mattutino con Alfano, Cicchitto e Gasparri, tuttavia, la nota diramata dal Quirinale diceva ben altro e non faceva intendere un ulteriore intervento del Colle. Parole nette: “I rappresentanti del Pdl hanno altresì espresso piena consapevolezza della natura delle responsabilità e delle prerogative del Capo dello Stato che non può interferire nell’esercizio del potere giudiziario – era scritto nel comunicato del Quirinale – e quindi non gli hanno rivolto alcuna richiesta di impropri interventi in materia”. Così non è stato. E il capo dello Stato è intervenuto di nuovo, con parole forse meno chiare, ma dal senso politico ben più pesante. A conferma dell’importanza che la nota del Colle riveste per il centrodestra, è arrivata la dichiarazione di Fabrizio Cicchitto, secondo cui ”il presidente della Repubblica ha espresso delle riflessioni che tengono conto delle preoccupazioni che gli abbiamo manifestato e ha messo in evidenza un alto grado di consapevolezza dei pericoli che corre la democrazia nel nostro Paese – ha detto l’ex capogruppo alla Camera del Pdl – Le parole di Napolitano non vanno strumentalizzate in nessun senso, ma su di esse tutti devono riflettere perché sono quelle di un uomo realmente al di sopra delle parti”.

La nota del Colle: “Garantire partecipazione politica a Berlusconi”“Ho, negli anni del mio mandato, considerato e affrontato come problema essenziale quello del ristabilimento di un clima corretto e costruttivo nei rapporti tra giustizia e politica” ha scritto Napolitano, secondo cui “a più riprese, anche e in particolare dinanzi al CSM, ho sottolineato come i protagonisti e le istanze rappresentative della politica e della giustizia non possano percepirsi ed esprimersi come mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco, anziché uniti in una comune responsabilità istituzionale. E ho indicato nel più severo controllo di legalità un imperativo assoluto per la salute della Repubblica” da cui nessuno può considerarsi esonerato in virtù dell’investitura popolare ricevuta. Con eguale fermezza – si legge nella nota del Quirinale – ho sollecitato il rispetto di rigorose norme di comportamento da parte di ‘quanti sono chiamati a indagare e giudicare’, guardandosi dall’attribuirsi missioni improprie e osservando scrupolosamente i principi del ‘giusto processo’ sanciti fin dal 1999 nell’art. 111 della Costituzione con particolare attenzione per le garanzie da riconoscere alla difesa“. Ieri i difensori del Cavaliere avevano presentato l’istanza di legittimo impedimento al processo Ruby dopo che era stata respinta analoga richiesta nel processo Mediaset  dopo l’esito della visita fiscale.

“In vari momenti, anche relativamente recenti, ho potuto constatare il manifestarsi di tensioni meno acute e di occasioni di collaborazione tra le diverse forze politiche, in materia di giustizia, e più pacati rapporti con la magistratura requirente e giudicante. Ma troppe divergenze e vere e proprie contrapposizioni hanno finito per prevalere, bloccando in effetti la possibilità di talune, cruciali riforme nell’amministrazione della giustizia e nel corpo delle norme che la regolano. E in questo momento – argomenta Napolitano –  si registra purtroppo un’allarmante nuova spirale di polemiche tra voci che si levano dall’uno e dall’altro campo. Altamente apprezzabile è stata l’iniziativa adottata dal Comitato di Presidenza del CSM con la dichiarazione del 4 febbraio scorso, per auspicare ‘sia lo svolgimento della consultazione elettorale in corso sia la celebrazione dei processi in condizioni di maggiore serenità”, evitando nei limiti del possibile “interferenze tra vicende processuali e vicende politiche’. Quell’auspicio venne largamente accolto, ma non posso oggi che rinnovarlo con la massima convinzione. In effetti alle elezioni del 24 febbraio, e anche per effetto della situazione che ne è scaturita, ma soprattutto per l’estrema importanza e delicatezza degli adempimenti istituzionali che stanno venendo a scadenza, occorre evitare tensioni destabilizzanti – è l’appello del presidente – per il nostro sistema democratico. Quegli adempimenti chiamano in causa ed esigono il contributo di tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, e in particolar modo di quelle che hanno ottenuto i maggiori consensi”.

“E’ comprensibile la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile. Non è da prendersi nemmeno in considerazione l’aberrante ipotesi di manovre tendenti a mettere fuori giuoco – ‘per via giudiziaria’ come con inammissibile sospetto si tende ad affermare – uno dei protagonisti del confronto democratico e parlamentare nazionale. Rivolgo perciò con grande forza un appello al rispetto effettivo del ruolo e della dignità tanto della magistratura quanto delle istituzioni politiche e delle forze che le rappresentano. Un appello, che volentieri raccolgo dalle parole oggi pronunciate da autorevoli giuristi, affinché in occasione dei processi si manifesti da ogni parte ‘freddezza ed equilibrio’ e affinché da tutte le parti in conflitto – in particolare quelle politiche, titolari di grandi responsabilità nell’ordinamento democratico – si osservi quel senso del limite e della misura, il cui venir meno esporrebbe la Repubblica a gravi incognite e rischi”. Questa mattina il capo dello Stato aveva espresso rammarico per l’iniziativa dei parlamentari del Pdl.

Fonte

Il solito discorso che tenta di non scontentare nessuno - e nella retorica ci riesce benissimo - ma che è chiaramente di parte.
Con queste parole, Napolitano mette nero su  bianco l'ennesima resurrezione politica di Berlusconi, almeno sino a quando il suo apporto al sistema sarà considerato utile.