Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/08/2019

Radiofrequenze oltre il limite. Negli Usa intentata causa contro Apple e Samsung

Negli Stati Uniti un gruppo di persone ha intentato un’azione legale contro Apple e Samsung in California, sostenendo che i telefoni cellulari di queste società violano i massimi standard di radiofrequenze e mettono a rischio la salute.

Secondo la denuncia, i telefoni cellulari di queste società espongono gli utenti alle emissioni in radiofrequenza “in alcuni casi del 500 percento” al di sopra dei limiti imposti dalla Federal Communications Commission (FCC).

Citando “numerose pubblicazioni scientifiche recenti”, i richiedenti sottolineano come queste emissioni causino “un aumentato rischio di cancro” e altri effetti avversi, tra cui danni genetici, alterazioni del sistema riproduttivo e disturbi neurologici.

Nessuno dei querelanti afferma di aver sofferto di alcuna malattia o conseguenza medica derivante dall’uso di questi telefoni, ma cerca invece un risarcimento da quelle società per crimini presumibilmente incorsi come negligenza, violazione della garanzia, frode del consumatore e arricchimento ingiusto.

La violazione citata nella causa giudiziaria deriva da una recente indagine di laboratorio commissionata dal Chicago Tribune, in cui è stato misurato un indicatore di radiazione chiamato “tasso di assorbimento specifico” e misurato in watt per chilogrammo (w / kg) su dispositivi appena acquistati di modelli come iPhone 8, iPhone X e Galaxy S8.

La Federal Communications Commission nota che nessun telefono venduto negli Stati Uniti può superare 1,6 w/kg, ma la sua regolazione consente di misurare questa velocità fino a 25 millimetri dal dispositivo. La nuova indagine ha incluso misurazioni a 10 millimetri, 5 millimetri e 2 millimetri, distanza che potrebbe essere tra la gamba di un utente e il telefono in tasca.

Tutti i modelli Samsung e Apple esaminati a 2 millimetri presentavano misurazioni superiori al limite consentito, tra cui diversi iPhone 7 testati che non erano conformi a 5 millimetri, la distanza alla quale quest’ultima azienda verifica le radiazioni dei suoi prodotti.



Commentando questi risultati, Apple ha affermato di utilizzare un metodo di misurazione diverso da quello utilizzato nell’inchiesta, e sia Apple che altre società sottolineano che finora nessuna organizzazione della sanità pubblica è stata in grado di collegare l’uso del telefono cellulare con il cancro o altri disturbi gravi. La FCC, tuttavia, ha dichiarato che effettuerà la propria verifica di questi telefoni nei prossimi due mesi.

Alcuni definiscono inadeguate le linee guida di 1,6 w/kg, stabilite nel 1997 quando i telefoni cellulari erano molto meno potenti di quelli attuali. Studi recenti suggeriscono che una radiazione 2.000 volte più bassa può indebolire il DNA dei ratti di laboratorio e ridurre il loro numero di spermatozoi, mentre dosi fino a quattro volte inferiori sono state collegate a una maggiore probabilità di tumori maligni nei ratti.

I ricercatori sottolineano inoltre che i bambini possono assorbire fino al 150% in più di radiazioni rispetto agli adulti, una preoccupazione che si aggiunge ai potenziali problemi che potrebbero presentare nuove e più potenti tecnologie di telecomunicazione, come il 5G.

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Alcune semplici riflessioni sugli scrittori professionisti

di Mauro Baldrati

X è uno scrittore. Uno scrittore famoso. Di lui abbiamo letto un paio di libri. Ci hanno entusiasmato. Che stile. Semplice e innovativo. Preciso. E che storia. Che personaggi. Reali, interessanti. Opere perfette. Ci hanno stimolato il desiderio di altre letture.

Così, qualche mese dopo, in un supermercato notiamo un nuovo libro. Perché essendo X famoso, e pubblicato da un editore di quelli potenti, i suoi libri vanno nei supermercati e negli autogrill. Bella copertina. Bel titolo. Intrigante. E recensioni. Tutte entusiaste. Un gradimento universalizzato. Lo compriamo di getto. Senza pensarci. Ci spinge l’eco delle passate letture. Non vediamo l’ora di rientrare a casa per iniziare questa nuova meraviglia.

Ma, non appena abbiamo scaricato la spesa, e ci siamo messi comodi in poltrona, dopo una decina di pagine non scatta nessuna madeleine. Il ritmo non funziona. È ripetitivo. E dopo un altro pacchetto si mette male. Sembra che attinga dagli altri libri, le soluzioni narrative, i dettagli, ma è merce usata. Che delusione. E rabbia pure. Tempo e soldi sprecati.

Ma impariamo. In fretta. Mai più fidarsi. Mai più a scatola chiusa. Uno scrittore, dopo un po’ di anni di successi, di interviste, di presentazioni, può rifilarci dei pacchi micidiali. Il suo magazzino di creatività si è svuotato, così attinge da idee già consumate, da personaggi che diventano logori, da storie che si ripetono. Perché è uno scrittore famoso. Un professionista. È troppo impegnato a gestire l’attività, con annesse pubbliche relazioni. È dura essere sempre “in”. Mai un cedimento, mai perdersi. Così resta poco tempo per coltivare la ricerca. Le energie creative vengono mangiate dalla necessità di scrivere e poi pubblicare e poi vendere un nuovo libro. Perché deve sempre esserci un nuovo libro. Per non sparire.

Se poi lo scrittore professionista non è “molto” famoso la situazione cambia di poco. Anzi, può essere persino più impegnativa e dispersiva. Deve inventarsi nuove attività. Attività collaterali. Tradurre, se può. Articoli, se può (ma non è facile, letteratura e giornalismo non sono molto interattivi – salvo quando un giornalista famoso scrive un romanzo). Qualche corso di scrittura.

Ma se la scrittura attinge dalla vita, per raccontarla, capirla, rappresentarla (e in alcuni casi cambiarla), e la vita invece si sagoma, si configura in funzione della scrittura, come si esce da questa spirale? Magari i più famosi diventano addirittura dei manager, dirigono enti, associazioni, eventi editoriali, e quando pubblicano le nuove opere, allora quanti déjà vu, e quanto esibizionismo di bello stile, quanto professionismo.

Dov’è finito quel coraggio errante di quando erano giovani, e curiosi, e disponibili, spinti dalla sfida ma anche da quell’eleganza naturale, ancestrale, che permetteva loro di osare ma anche di lavorare la materia, di trasformarla e controllarla? Come riportare le cose alla loro naturale, “vecchia” normalità?

La soluzione ci sarebbe. Sta nel rimettere le cose al loro posto. Restituire alla scrittura la sua funzione di servizio rispetto alla vita. Privilegiare la vita dunque, in tutti i suoi aspetti. E ritrovare la necessaria umiltà, il necessario rispetto. Spezzare la catena dell’introvertibilità che fa implodere l’energia in funzione di un meccanicismo seriale che muta facilmente in chiusura e arroganza.

Il lavoro manuale. È una cura che funziona. Combatte l’insonnia cronica dello scrittore professionista, perché lo costringe ad alzarsi presto per andare al lavoro. Lo costringe a interagire con persone che non siano altri scrittori o agenti o giornalisti o editori o lettori. Sente il sangue che scorre fatto di tessuto vero, e non di inchiostro elettronico. Sente i propri muscoli che lavorano. Il proprio cervello che si concentra su cose concrete. I pomodori per esempio. Raccogliere pomodori in estate, coi lavoratori immigrati. Oppure lavorare nei cantieri, coi badili o con le macchine operatrici. Tutt’altro che semplice. Tutt’altro che banale. Un lavoro impegnativo a stretto contatto con gli operai immigrati. E quindi conoscerli, parlarci, litigarci, scoprirne pregi e difetti e contraddizioni, superando così l’inquadramento degli stessi in un’entità romanticizzata che li considera come figure idealizzate e non di carne e sangue e miserie e gioie e violenze e pregiudizi come tutti. Oppure dedicarsi a lavori di falegnameria, o di carpenteria, o di sartoria, opere di taglio artigianale, lavorando con le mani, con la segatura e la limatura, con le forbici. È il principio dell’alternanza. Lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pare facessero durante un certo periodo della rivoluzione culturale in uno dei regni del Male Assoluto, la Cina rivoluzionaria maoista. Nessuno si isolava sulle torri, nessuno si “elevava” sugli altri. Nessuno si rinchiudeva in un marketing di supposto privilegio, in realtà di svilimento delle proprie risorse creative per una misera paga di illusioni.

Così facendo il famoso scrittore X pubblicherebbe di meno, ma pubblicherebbe meglio. Opere vere, opere vissute, generate da quelle forze motrici che sono l’umiltà e la curiosità. Il piacere di darsi agli altri, di scoprirli, rifiutando ogni forma di inutile e infelice snobismo.

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Non brucia solo l’Amazzonia, e molti fanno i finti tonti


In questo pianeta e in questa estate non sta bruciando solo l’Amazzonia, eppure governi e il sistema dei mass media parlano solo di questo. Le foto che vedete in pagina non vengono dal Brasile ma dall’Africa. È stata Greenpeace a lanciare l’allarme: dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016.

Dal 21 agosto, ossia in meno di una settimana – scrive Greenpeace – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta.

La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali. “Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste – denuncia Greenpeace – i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali”.

Ma è bene ricordare ai distratti e ai finti tonti che, solo ad agosto, in Siberia sono andati a fuoco oltre cinque milioni di ettari di foreste, si tratta di una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale dell’Italia. La nuvola di fumo ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico, fino a raggiungere gli Stati Uniti. Ed anche in Alaska questa estate si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese.

Il problema, dunque, non è solo l’Amazzonia. Ma le élite, la loro pervasività mediatica e le loro sospette ipotesi di transizione ecologica non avevano sempre detto che occorre avere una visione globale di un problema globale? E allora che non si accendano i riflettori solo sull’Amazzonia, ma anche sull’Africa e la Siberia, non stiamo andando ad un concerto di Sting, stiamo andando incontro all’infarto ecologico del pianeta. Per provare a metterci mano, rapidamente, non si può che ricominciare a ragionare sulla pianificazione ecologica, qualcosa di più e di meglio delle soluzioni ecoprofittevoli della green economy che stanno maturando nei progetti dei grandi gruppi capitalisti. Se continueremo a tenere le volpi a guardia del pollaio non ci saranno alternative sostenibili né praticabili.

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Russia - È il Cremlino a organizzare le proteste liberali?

Come ormai da oltre un mese, anche per sabato prossimo la cosiddetta “opposizione liberale” ha annunciato una nuova manifestazione a Mosca, “per il futuro del nostro paese”, in vista del voto amministrativo del 8 settembre e col pretesto della mancata registrazione di alcuni candidati cosiddetti “auto-nominati” per la Duma di Mosca.

La questione delle candidature è sempre più spesso sollevata anche dal PCFR di Gennadij Zjuganov, che denuncia una vera e propria “guerra dell’informazione” contro il partito e lamenta provocazioni contro i candidati del PCFR, un po’ dappertutto nel paese e in quasi tutte le circoscrizioni della capitale: distruzione di volantini, intimidazioni ai militanti e ai candidati, cancellazioni delle registrazioni. II segretario del Comitato cittadino Nikolaj Zubrilin, deputato uscente alla Duma di Mosca e candidato per la nuova Assemblea elettiva, denuncia gli attacchi portati dall’establishment municipale utilizzando la “manovalanza” del LDPR di Vladimir Žirinovskij. I rappresentanti di questo partito, scrive Zubrilin, “hanno tradito gli interessi dei propri elettori. Criticando a parole le riforme liberali, le hanno però votate alla Duma federale: sia la monetizzazione delle agevolazioni sociali, sia l’aumentare dell’età pensionistica”.

Ora, in vista delle nuove manifestazioni, Pavel Petukhov, del PCFR di Irkutsk, propone un contributo abbastanza originale, ripreso da Sovetskaja Rossija, Livejournal, Russkij Lad, Novij Sotsializm e altre pubblicazioni, in cui si chiede addirittura “perché il potere organizzi le proteste liberali”. Nonostante la marcata omissione dell’attività di ogni altra organizzazione comunista che non sia il PCFR, la spiccata accentuazione del ruolo di quest’ultimo e il silenzio sulla sua ambigua antonimia tra Vladimir Putin e “governo liberale” di Dmitrij Medvedev, la tesi di Petukhov merita quantomeno attenzione. Per questo, si propone l’intervento per intero, osservando solamente come, ad esempio, la discussione circa la partecipazione o meno dei comunisti alle manifestazioni liberali in Russia, cui accenna Petukhov, sia stata in qualche sede effettivamente sollevata.

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L’eco delle “due torri”

È diventata un luogo comune la designazione dei liberali-occidentalisti patrii quale opposizione non sistemica. Sia gli stessi liberali, che la polizia impongono ostinatamente lo stesso punto di vista: il governo sta combattendo contro i liberali e i liberali contro il governo.

La leggenda varia a seconda del pubblico: o sono agli ordini del Dipartimento di Stato e combattono non solo contro il potere putiniano, ma anche contro la Russia in quanto tale, o, al contrario, lottano contro questo governo nell’interesse del popolo (solo che, per qualche ragione, il popolo, stupido, non lo capisce). Ma le persone pensanti già una decina di anni fa avevano cominciato a porsi delle domande su tale quadro propinatoci.

In effetti, fino al 2001 i partiti liberali sono stati il principale pilastro del potere. Nel 1996 sostennero attivamente Eltsin e, nel 2000, Putin. I liberali sono tuttora insediati al governo e ne costituiscono il nucleo, determinandone il corso socio-economico. Improvvisamente, nel 2001, questi stessi liberali (ovviamente, tranne quelli rimasti al governo) passano improvvisamente all’“opposizione” e iniziano a tenere regolarmente meeting anti-Putin. Quale pretesto per le prime azioni, fu utilizzata la situazione creatasi attorno a NTV (l’emittente allora di proprietà del magnate dei media Vladimir Gusinskij – ndt).

Negli ultimi 18 anni, tali azioni sono diventate usuali. L’interesse per esse è alimentato da vari eventi nelle ex repubbliche dell’URSS: “majdan” in Ucraina, “rivoluzione delle rose” in Georgia, tentativi di azioni simili in Bielorussia, Moldavia e così via. Di tanto in tanto, i “majdan” liberali in Russia sono abbastanza affollati e ciò consente alle autorità e ai loro propagandisti di parlare di una “minaccia arancione” (il primo tentativo di majdan in Ucraina, nel 2004 – ndt), come, ad esempio, nel 2011-’12.

Ma, stranamente, ogni volta, tutte queste “majdan russe” non si concludono con la caduta del regime o il suo indebolimento, ma, al contrario, con il suo rafforzamento rispetto alla situazione pre-majdan. Così avvenne nel 2012, quando Putin difficilmente avrebbe potuto vincere le presidenziali, senza la finzione di una “minaccia majdan” in piazza Bolotnaja (e la “risposta” alla Poklonnaja Gora). Anzi, subito dopo questa pretesa “vittoria sui liberali”, i vincitori trascinarono la Russia nel WTO: una vera e propria vittoria dell’ideologia liberale.

Nel 2014 la leadership del Cremlino assunse una posizione estremamente strana sul majdan a Kiev. Invece di sostenere il legittimo presidente Janukovič, che aveva tutto il diritto di reprimere i golpisti con la forza (e se la Russia lo avesse sostenuto, egli le sarebbe rimasto obbligato in tutto, e come vicino avremmo avuto uno stato amico e alleato), il Cremlino rifiutò di aiutarlo, riconobbe la nuova leadership di Kiev e in cambio, sembra, ottenne la Crimea. Invece, rimangono tuttora non riconosciute le Repubbliche del Donbass, DNR e LNR.

Gli strati patriottici russi avevano tutte le ragioni per protestare contro tale linea del Cremlino. Ma proprio in quel momento, i liberali presero a organizzare nuovamente manifestazioni, accusando la leadership russa di aggressione contro l’Ucraina, annessione della Crimea, ecc. La diffusione di queste assurdità “a contrario” portò al fatto che la gente finì per dimenticare le vere recriminazioni verso il potere e il rating di Putin volò di nuovo alle stelle.

E questa situazione si ripete ogni volta. I liberali organizzano proteste con un programma tale da allontanare le masse e gettarle tra le braccia del Cremlino. Sarebbe strano supporre che lo stiano facendo inconsciamente, per stupidità, che davvero vogliano sinceramente combattere contro Putin, ma oggettivamente lo aiutino. Come “parte di quella forza che eternamente vuole il male e opera eternamente il bene” (Mefistofele, nel “Faust” goethiano – ndt. O al contrario, a seconda del punto di vista). E lo stanno facendo già da quasi due decenni, senza aver imparato nulla.

È molto più logico supporre che il ruolo dei liberali nell’attuale sistema politico risieda proprio nel fatto di fare la propria comparsa al momento giusto come “opposizione molto cattiva” (tipo: il ruolo del “poliziotto cattivo”) in modo che il potere, in tale contesto, non sembri poi così cattivo. Con ciò si spiega la prosperità dei “leader” liberali, la presenza dei loro adepti nel governo e il loro costante cicaleccio nei media. Non fanno altro che eseguire le funzioni di “dipartimento per gli affari dell’opposizione” nell’apparato di propaganda del potere.

E questo non contraddice per niente il ruolo del Dipartimento di Stato e dell’Occidente in tutti questi eventi. L’attuale potere russo dipende completamente dall’Occidente e quest’ultimo non ha alcun bisogno di rovesciarlo. Forse solo nel caso in cui perdesse le ultime tracce di fiducia da parte della popolazione, e allora sarebbero davvero necessari nuovi scagnozzi, pronti a sostituirlo. Ma questo non è all’ordine del giorno oggi o domani (anche se, forse, già dopodomani).

Dopotutto, non solo le imitazioni, come è il caso della Russia, ma anche le vere majdan non sono dirette contro le élite al potere. Al contrario, sono proprio le élite che le organizzano, quando il malcontento della gente tracima e deve essere riportato nella giusta direzione. Ad esempio, in Ucraina, il Partito comunista, dopo una serie di fallimenti alle elezioni degli anni 2000, aveva iniziato ad aumentare repentinamente il proprio rating e alle elezioni del 2012 aveva ottenuto oltre il 13% dei voti e nelle regioni orientali, più del 20%. Era abbastanza realistico il passaggio del candidato del PCU al secondo turno delle presidenziali. Ma l’élite giocò d’anticipo, mandando in scena il majdan del 2013-2014, che era formalmente diretto contro il Partito delle Regioni, al potere, ma di fatto aveva un netto carattere anticomunista. Come risultato, il Partito Comunista uscì di scena, mentre i “regionali”, al contrario, si adattarono bene al “nuovo” sistema politico.

Ma torniamo alla Russia. Tra gli analisti politici, ha un certo peso il punto di vista secondo cui dietro l’opposizione liberale non ci sia il Cremlino nel suo insieme, ma solo una parte dell’élite al potere: la cosiddetta “torre liberale”. Si fanno i nomi di Kudrin, Čubajs, Kirienko: sarebbero loro a portare in piazza i propri sostenitori per fare pressione sugli avversari interni all’élite, vale a dire i “patrioti del Cremlino”, forze di polizia e dell’esercito.

Ma è poco probabile che questo punto di vista sia corretto. Sarebbe più logico supporre che fossero proprio i “patrioti del Cremlino” a organizzare le manifestazioni liberali per screditare l’idea liberale e indebolire le posizioni dei loro concorrenti. Tuttavia, il risultato delle azioni di massa, come già detto, è sempre lo stesso: il rafforzamento del sistema nel suo insieme e non di una delle due “torri del Cremlino”, la cui sussistenza (ovviamente, in senso metaforico) può esser messa legittimamente in dubbio.

Ecco che anche oggi i liberali portano folle di persone ai meeting a Mosca e nelle megalopoli, tipo San Pietroburgo, Ekaterinburg, ecc. Il pretesto, a quanto pare, è banale: il rifiuto di registrare una serie di candidati liberali auto-nominati alle elezioni per la Duma municipale di Mosca. Perché è stata loro rifiutata la registrazione? Oggi queste idee sono molto impopolari nel paese. A Mosca, ovviamente, hanno un sostegno maggiore; ma anche lì i liberali non potrebbero ottenere più di 3-5 mandati su 45, il che influirebbe poco sull’equilibrio generale delle forze. Ed è improbabile che questi deputati appoggerebbero l’opposizione di sinistra del PCFR sulle questioni chiave: piuttosto, al contrario, voterebbero per lo più con i rappresentanti di “Russia Unita”, essendo, come quella, partiti di orientamento oligarchico e capitalista.

Dunque, il rifiuto della registrazione serviva proprio come pretesto per le manifestazioni: allo stesso modo di come, la primavera scorsa, le autorità avevano abilmente organizzato le proteste a Ekaterinburg, facendo finta di voler costruire una chiesa negli spazi del parco pubblico. Se davvero avessero voluto costruirla, lo avrebbero fatto, nonostante i meeting di protesta. Invece, l’obiettivo era quello di spingere frontalmente credenti contro atei, per presentarsi poi come arbitri.

E a che scopo oggi le autorità hanno bisogno di questi meeting? Il fatto è che, dopo la riforma pensionistica e per l’acuirsi della crisi socio-economica, è cresciuto il consenso per le idee di sinistra. Già nell’autunno dello scorso anno, “Russia unita” aveva subito una serie di sconfitte alle elezioni regionali, perdendo contro i candidati del PCFR e persino del LDPR. I pronostici indicano che la situazione si ripeterà quest’anno. Il PCFR ha tutte le possibilità di vincere in un certo numero di regioni, sia per l’elezione del Governatore, che per le assemblee legislative.

Per “Russia unita”, il problema non consiste solo nel fatto che essa stessa verrà sconfitta, ma anche nel fatto che perderà non contro i liberali, a quelli socialmente affini e il cui rating è vicino allo zero, bensì contro i comunisti, portatori di un’ideologia e un programma diametralmente opposti.

Dunque, si deve fare in modo che, agli occhi di una parte significativa della popolazione, l’opposizione venga associata alla russofobia, all’occidentalismo, al Dipartimento di stato e alla minaccia di majdan. Semplicemente, alle autorità non erano rimasti altri assi da giocare: quindi hanno nuovamente portato in piazza i capi liberali (è indicativo che questi marcino sotto lo stesso tricolore di Vlasov, innalzato anche da “Russia unita”), assicurando loro una massiccia campagna propagandistica.

Infatti, qualsiasi PR è utile, anche quello negativo. Più troll filo-governativi scrivono quanto siano cattivi Navalnyj, Sobol e simili “filo-Depstat” e “podpindosniki” (espressione intraducibile; “esterofili” – ndt), più si attira l’attenzione su di loro. Il filisteo medio ragionerà così: se vengono così rimbrottati, significa che in qualche modo hanno colpito il potere e sono pericolosi per esso. Ma il filisteo non pensa al fatto che non ci siano e non possano esserci differenze ideologiche tra i liberali al potere e quelli all’opposizione.

Le autorità e i loro media non attaccano quasi mai i comunisti (più esattamente: ciò viene fatto, ma di solito attraverso film o “documentari” pseudo-storici, senza riferimento diretto al presente), essi vengono semplicemente ignorati, si finge che non ci siano affatto comunisti in Russia e l’intera lotta venga condotta tra governo e liberali. Proprio questo fatto indica chi sia effettivamente il principale nemico del governo, e non quello disegnato dalla propaganda.

Quindi, i meeting liberali di un certo peso si svolgono solo nelle capitali, ma grazie al quadro presentato dalle TV e alla massiccia propaganda sui social network, quelli vengono trasmessi in tutto il paese. Tanto più che simili meeting costituiscono autentici spettacoli che attirano banderisti ucraini, minoranze sessuali con bandiere arcobaleno, poster con richieste di decomunistizzazione e, allo stesso tempo, bandiere rosse di alcune organizzazioni pseudo-comuniste. Più si va nell’assurdo, più è interessante per un auditorio di massa.

Di contro, le azioni di protesta del PCFR si svolgono dappertutto per il paese, ma ovviamente i media filo-governativi, i presunti blogger d’opposizione e i gruppi prezzolati sui social network le ignorano, cercando di rimuovere completamente dall’ordine del giorno le proteste socio-economiche. Cosa chiedono i comunisti? L’abolizione della riforma pensionistica e di simili leggi cannibalesche? A differenza di quelle di femministe e LGBT, queste sono richieste vitali per tutti, ma ciò è troppo intricato e troppo noioso, non è uno spettacolo.

Chiaramente, non è un caso che la principale manifestazione liberale a Mosca si sia svolta una settimana prima della manifestazione del PCFR. Si contava innanzitutto sul fatto che una parte di moscoviti si sarebbero uniti alle proteste dei liberali, e poi invece, il 17 agosto, o avrebbero avuto paura dei manganelli della polizia (“e se picchiano di nuovo?”), oppure semplicemente sarebbero stati esausti. All’altra parte dell’auditorio, veniva richiesto di associare qualsiasi protesta alle forze liberali, filo-occidentali, al famigerato DepartState, e per questo motivo non avrebbe dovuto partecipare nemmeno al meeting comunista.

Ma il principale auditorio di riferimento di questa campagna di manipolazione delle coscienze non sono i partecipanti (o i potenziali partecipanti) alle proteste, bensì coloro che stanno seduti davanti ai televisori o ai computer. È proprio per questi ultimi, che si dà da fare l’esercito di troll di internet e blogger prezzolati, sia quelli apertamente a favore del governo, che quelli d’opposizione. Per quanto detto sopra, essi quasi non scrivono del PCFR e, se lo fanno, lo accusano di un’enorme varietà di peccati – dal putinismo alla confusione della protesta, dall’unione con Navalnyj al lavoro per il Dipartimento di Stato. Caratteristico, che questi troll non litighino mai tra di sé, anche se dicono qualcosa di opposto. Ed è chiaro il perché: i padroni sono gli stessi.

Così che, obiettivo dell’attuale governo è quello di utilizzare un’imitazione di majdan per sviare l’attenzione della popolazione dal PCFR, il suo programma, le sue azioni di protesta socio-economica. Eliminando dalle elezioni alcuni candidati “auto-nominati”, cercano di inculcare nell’elettore l’idea che solo candidati filo-governativi siano ammessi a partecipare alle elezioni del 8 settembre. Ciò significa ridurre l’affluenza e il sostegno ai candidati del PCFR, il che dovrebbe, nei piani degli organizzatori di tutta questa macchinazione, offrire a “Russia unita” una chance di conservare almeno un certo controllo sugli organi di potere.

Nella lotta del potere oligarchico contro i comunisti e le forze patriottiche-nazionali nel loro insieme, i liberali non sono che degli esecutori, che creano confusione informativa e distraggono dal confronto reale.

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Gran Bretagna - La Regina, su richiesta del premier, chiude il Parlamento

internazionaleSembrava una spericolata e inquietante “mossa del cavallo”, eppure il premier britannico, Boris Johnson, ha chiesto e ottenuto dalla Regina Elisabetta la sospensione dei lavori del Parlamento a poche settimane dalla data fissata per la Brexit e dunque del divorzio definitivo dalla Ue, previsto il prossimo 31 ottobre.

La richiesta di Johnson e la scelta della Corona, sono state accolte dai mercati con un calo della sterlina di quasi l’1% su dollaro ed euro, mentre un fronte del tutto trasversale di parlamentari britannici parla di “oltraggio”.

L’esecutivo di Boris Johnson intende lasciare a casa i parlamentari dal 9 settembre fino al 14 ottobre, ossia la data in cui è stato fissato il discorso della Regina sulle politiche del nuovo governo, riducendo così drasticamente il tempo a disposizione dei deputati contrari al No deal (cioè l’uscita senza alcun indennizzo dall’Unione Europea) che intendevano neutralizzare con una legge i piani del governo per una ‘hard Brexit’.

In base alla “Costituzione” del Regno Unito, la Regina può opporsi a quello che formalmente è un “consiglio” del premier, ma per convenzione questo non avviene mai (forse, nonostante i compromessi successivi, la decapitazione del Re Carlo I ancora ipoteca i rapporti tra Corona e governi).

Il dirigente laburista Jeremy Corbyn, aveva scritto una lettera alla Regina per esprimerle le proprie preoccupazioni domandandole un incontro urgente. Corbyn ha ammonito che siamo davanti a una “minaccia alla democrazia”. Intanto, vengono raccolte firme su una petizione che chiede di bloccare la sospensione del Parlamento, al momento ne sono state raccolte circa 200 mila.

Gli ultimi sviluppi aumentano la possibilità che la prossima settimana, al rientro dei deputati dalla pausa estiva, il Labour presenti una proposta di legge per bloccare la sospensione dei lavori parlamentari, a cui far seguire poi una mozione di sfiducia al governo. Se Johnson non otterrà l’appoggio del Parlamento, potrebbe però scegliere di non dimettersi, di convocare elezioni anticipate e sciogliere comunque il Parlamento. In questo modo, una Brexit senza accordo – e senza indennizzo alla Ue – avverrebbe praticamente in automatico.

La crisi politica del modello britannico (il modello maggioritario per eccellenza) dura ormai da anni, ed è una ulteriore conferma di come le classi dominanti e le classi dirigenti del XXI Secolo siano ormai incapaci di convivere e di gestire nel contesto della democrazia fin qui sopravvissuta l’avventurismo delle loro scelte politiche.

Un segnale di crisi pesantissimo, e inquietante.

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Altro giro, altro Conte, stesso ristagno

Tutto secondo logica e copione scritto nei cieli. Giuseppe Conte risale al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, mettendo insieme Cinque Stelle e Partito Democratico.

Sul piano strettamente istituzionale, non fa una piega. Nel Parlamento eletto il 4 marzo 2018 ci sono sostanzialmente tre formazioni di minoranza e l’unico governo possibile vien fuori dall’accorpamento di due di queste, tenendo conto che i Cinque Stelle hanno una notevole maggioranza relativa che impedisce soluzioni che li escludano (anche se Pd e Lega si somigliano più di quanto non si voglia ammettere).

Al primo tentativo sono state Lega e Cinque Stelle a formare una coalizione fortemente mostruosa, ora si prova con l’altra soluzione. La cosa più difficile è stata ed è farla digerire a “capi politici” (sia del Pd che grillini) che avevano costruito il proprio “nemico giurato” nella forza che ora devono sposare per forza. Basti guardare a quei poveretti di Repubblica, costretti per settimane da un lato ad appoggiare il tentativo e dall’altra “obbligati” a proseguire il bombardamento cui Cinque Stelle descritti come “antisistema” (anti UE, anti euro, filocinesi, ecc.) nonostante ogni evidenza contraria.

Se non si voleva andare alle elezioni immediatamente questo era l’unico governo politico possibile, altrimenti se ne faceva uno di “garanzia elettorale”, incaricato di firmare la legge di stabilità (che tanto viene strutturata nei fondamentali dalla Commissione UE) e di gestire in modo un po’ meno ad personam lo svolgimento delle elezioni (con Salvini ministro dell’interno, dunque padrone della macchina di raccolta dei risultati, ogni sospetto di brogli sarebbe stato legittimo e impossibile da allontanare).

Ma il piano istituzionale non esaurisce il problema politico. Il rapporto tra “partiti” e popolazione è ai minimi termini, la credibilità dei “leader” sale e scende in un attimo, la “comunicazione” ha sostituito le differenti visioni del mondo (sciolte nel “pensiero unico neoliberista”) e favorito la ricerca ossessiva dello slogan di facile presa e durata zero.

Questo governo, dunque, è come gli altri formalmente legittimo e popolarmente non credibile. Dà tregua, togliendo qualche megafono ai leghisti (i grandi media, specie televisivi, sono lestissimi a seguire il carro del vincitore momentaneo), e dunque garantisce qualche mese di ordinaria amministrazione, senza strilli generali sull’“invasione”, i “porti chiusi”, gli inviti al pogrom contro immigrati e rom.

Ma non risolve niente. Le dinamiche che vanno devastando il corpo sociale restano tutte attive, e la mancanza di soluzioni non potrà che agevolare il compito dei guastatori. Anche perché i Di Maio, gli Zingaretti e tutto il codazzo delle seconde linee (Renzi, Calenda, Di Battista, ecc.) non riesce proprio a nascondere la propria piccineria, l’ansia di protagonismo, stile “mi si nota di più se dico questo o quest’altro”. Aumentando l’antica certezza che “quelli lassù” a tutto pensano meno che a diminuire i problemi della maggioranza delle figure sociali.

La stessa Lega, che alzerà i toni proporzionalmente alla restrizione degli spazi televisivi, è fortemente deflazionista sul piano interno. Voleva e vuole ripristinare le “gabbie salariali”, con stipendi differenziati per aree e regioni (più bassi comunque al Sud), impedire l’approvazione di qualsiasi salario minimo (e dunque protrarre il semischiavismo dei salari a 2-3 euro l’ora, come per riders e braccianti di qualsiasi nazionalità), favorire in ogni modo le imprese e i ricchi (flat tax, taglio dei contributi previdenziali in busta paga per dare l’impressione di “aumenti salariali” finanziati con la riduzione delle entrate e dei servizi sociali), tagliare la spesa sanitaria in dimensioni drastiche (la battuta di Giorgetti sull’inutilità dei medici di base è indicativa).

Ma le prime indiscrezioni sulle caratteristiche della “manovra” di fine anno, in via di concertazione tra i nuovi soci di governo, non si discosta molto dalle linee che anche la Lega condivide. Giusto un po’ più di “reddito di inclusione” camuffato da “reddito di cittadinanza” (spiccioli, in termini assoluti), per fare vedere che ci si preoccupa dei più poveri (che dalla flat tax non avrebbero nessun vantaggio). Propaganda, insomma, che accompagna le cose più importanti e meno pubblicizzate.

C’è da bloccare ancora una volta l’aumento automatico delle aliquote Iva, e in genere questo significa taglio ad altre spese, oppure un aumento delle entrate fiscali. Da questo punto di vista il prossimo ministro dell’economia potrà contare sul un discreto pacchetto di miliardi derivante dall’entrata in vigore della fatturazione elettronica che, pur non essendo inaggirabile, ha comunque eliminato un bel po’ di evasione dell’Iva. Almeno setto-otto miliardi, secondo le stime del ministro Tria, che consentirebbero a qualsiasi governo di limitare interventi brutalissimi su altri capitoli di spesa.

Altri miliardi sono disponibili per i minori esborsi relativi a “quota 100” e reddito di cittadinanza. Quindi un po’ meno lacrime e sangue, ma comunque una manovra dura che il prossimo anno peserà sulla popolarità anche di questo esecutivo.

Dei “tre governi” in uno – Lega, grillini, Unione Europea – è rimasto in pedi soltanto quello con una solida base di potere alle spalle e con un “programma” da cui non si può prescindere. Il prezzo maggiore lo paga l'“alternativa farlocca” incarnata per qualche anno da i Cinque Stelle, passati nel giro di appena diciotto mesi dal “non faremo governi insieme a nessuno” all’aver fatto governi con tutti, senza naturalmente cambiare assolutamente nulla.

Il problema dell’alternativa a questa rappresentanza politica – tutta – resta immutato, ma se non altro sono state bruciate molte cazzate diventate “senso comune” anche in certi ambiti “di sinistra” (l’antipolitica, “uno vale uno”, la “democrazia in rete”, “ognuno dice la sua”, “destra e sinistra non esistono più”, ecc.). La breve stagione di successo dei grillini mostra che si può rompere lo schema del “bipolarismo obbligato”, cui il nuovo governo Conte oggettivamente riconduce. Sta a noi dare risposta a una domanda sociale che resta inevasa.

La destra per ora fa mostra di indignazione, ma è probabilmente già iniziato lì dentro il processo di giubilazione di Salvini e la caccia a un nuovo “leader” (che sia ovviamente un “bravo comunicatore”). Perché – almeno a noi – sembra impossibile tenersi un “genio” capace di mandare in fumo un capitale di potere e consenso delle dimensioni di cui era arrivato a godere il Secondo Matteo.

Tutto come al solito, insomma. Il lento declino determinato dall’adesione ai trattati europei proseguirà senza scossoni troppo forti, come rane che si adeguano alla temperatura dell’acqua nella pentola, fino a ritrovarsi bollite.

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28/08/2019

Hanno ingoiato il rospo... allucinogeno

A sinistra, persino in alcune compagini che si definiscono radicali ed antagoniste, si legge un eventuale governo PD-5stelle con sollievo, a volte addirittura si affaccia un malcelato sostegno a questa opzione.

Si pensa che un governo di questo genere potrà fare da argine all'avanzare della barbarie e aprire nuovi spazi per una classica dinamica progressista e riformista. E certo che fa piacere vedere il Capitone finalmente in difficoltà e la Lega in caduta libera nei sondaggi, ma è miope e superficiale pensare che un eventuale governo di legislatura giallo-salmone potrà infliggere un colpo mortale al sovranismo e alla sua declinazione italiana del "salvinismo".

Lo diciamo da anni, le contraddizioni che hanno portato a questa fase non sono né congiunturali, né localizzate e sono qui per restare ancora per diverso tempo.

Innanzitutto va analizzata la perdita di consenso di Salvini in un quadro in cui non c'è una corrispondenza reale tra la caduta nei sondaggi della Lega e il crescere del sostegno ad altri partiti (e nell'assenza di significativi movimenti di massa che non si riducano alla dimensione mediale): ad aumentare sono soprattutto gli indecisi. Salvini paga il suo "tradimento" al governo giallo-verde, il tempismo completamente sbagliato e una retorica, quella del partito del Sì, che non comunica immediatamente con la pancia del paese, ma solo con una parte storica del suo elettorato, e che alla maggior parte risulta almeno esagerata se utilizzata per provocare la rottura del governo, vista anche la resa quasi totale dei grillini sulle battaglie storiche. Paga soprattutto l'immagine per cui, per un tornaconto personale e partitico, il Capitone ha provocato la crisi del primo governo che, nella percezione degli italiani, nonostante tutti i suoi difetti e le sue incoerenze è stato un'increspatura nel solito procedere del gattopardismo parlamentare nostrano. Poco importa quanto questa alterità sia reale o solamente immaginaria, a Salvini viene rimproverata l'occasione persa e che difficilmente si ripresenterà.

Ma mesi, anni di opposizione come unica alternativa a un 5stelle normalizzato e garante degli assetti europei, anche se blandamente ricontrattati, (si veda gli apprezzamenti mossi da Tusk per Conte) e un PD ancorato alla cadrega e senza identità, probabilmente cancelleranno questo scotto e ripresenteranno una Lega o chi per lei ancora più radicata nel senso comune. Perché, c'è da scommetterci, nonostante la momentanea quiete, il turbinio della crisi permanente e internazionale del capitalismo avrà nuove ricadute sociali e massificate specie nella periferia UE.

Stupiscono le letture semplificate per cui tenere lontano Salvini dal Viminale, produrre un patto politico alchemico con una base sociale minima se pure colorato di verde e salmone potrebbe portare a ri-contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari. Una fuga sull'autonomia del politico che non concepisce minimamente le dinamiche di classe e le contraddizioni sovrastanti e sottostanti al fatto del governo. Basterebbe considerare il personale politico su cui si dovrebbe articolare questa opzione per farsi due risate, un minimo di memoria della storia recente e un briciolo di visione di lungo respiro. Ma se non fosse sufficiente toccherebbe sottolineare come l'esperienza di governo PD-5stelle, unta da Grillo con la considerazione della necessità dei pentastellati di diventare progressisti (che misera parabola infine quella dei "portavoce" dei cittadini), non sarebbe altro che il primo parodico esperimento della risposta liberal capitalista al sovranismo sotto l'ombrello del Green New Deal. Nessuna messa in discussione del paradigma della crescita, dell'accumulazione e dell'estrattivismo. Preoccupa pensare ai seminari, agli articoli, ai percorsi di lotta in cui si sostiene che non può esistere nessun capitalismo green, e poi sentire affermare che è necessario "ingoiare il rospo". Una visione tutta tattica e miope di chi ritiene che l'abolizione dei due decreti sicurezza non avrà come contropartita altre misure, magari più raffinate, di disciplinamento, repressione e controllo biopolitico. Sì, perché nessuna nuova verginità si può concedere a partiti come il PD che a pancia piena si permettono di dare lezioni di civiltà ai barbari, contenti dei porti chiusi, quando poi la loro solidarietà è puro paternalismo ipocrita, sfruttamento di persone all'interno del sistema di produzione capitalistica travestito da tolleranza per il diverso.

Sono indubbi la spoliticizzazione, la frammentazione e l'individualismo, l'egoismo sociale che si sono diffusi nel nostro paese e che la compagine giallo-verde ha sostanzialmente implementato, ma pensare che un governo PD-5S possa dall'alto aprire spazi per una ri-educazione alla solidarietà, alla tolleranza e al civismo in un fronte contro la barbarie è illusorio, quando non immediatamente classista (nelle sue varianti che sfumano da una pedagogia per i barbari fino al mito del buon selvaggio metropolitano) e riporta indietro a concezioni sconfitte dalla storia. Una cura culturale e via, come se il sovranismo fosse un raffreddore. Senza considerare che, se ancora una volta i settori di classe scelgono di collocarsi sui fronti che, più efficacemente, possono inserire confusione sul piano sistemico capitalistico, pur nella completa assenza di una esperienza collettiva della contrapposizione, un motivo ci sarà e tocca a noi indagarlo.

Dunque che la crisi di governo e il suo teatrino si risolvano in una direzione o in un'altra non bisogna nutrire aspettative, illusioni, frontismi, ma piuttosto tocca andare a capire come si riposizioneranno in questa dinamica i diversi settori di classe e quali pulsioni possono aprire possibilità per una rottura reale della compatibilità capitalista che metta in difficoltà tanto l'opzione sovranista, quanto quella del green capitalism, come in parte stiamo vedendo succedere in Francia.

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Le crepe del G7 di Biarritz, una occasione per le nostre alternative


Al vertice del G7 in corso a Biarritz hanno vinto due ordini congiunti e intrecciati, l’un per garantire la potenza e la forza dell’altro.

Da una parte, l’impostazione economica neoliberista che le sette potenze mondiali (la Russia è stata fatta fuori) vorrebbero ancora imporre a tutto il resto del mondo attraverso il dominio finanziario e nuove forme di neo-colonialismo produttivo, mentre accelera e si intensifica lo scontro inter-imperialista in un sistema multipolare.

Dall’altra, il modello securitario e repressivo che in questi mesi di mobilitazioni in Francia si è sviluppato e affinato rapidamente attraverso un inasprimento della brutalità delle pratiche delle forze dell’ordine, impiegando dispositivi di militarizzazione delle piazze e provvedimenti giudiziari e amministrativi volti a depotenziare qualunque forma di mobilitazione sociale, più o meno organizzata.

Questo ordine, dal vertice alle sue fondamenta, sta mostrando chiaramente limiti e contraddizioni.

Non c’è segno di resa – ovvio – perché il potere o è autoritariamente forte oppure non è. Eppure comincia in alcune parti a sgretolarsi la sua essenza monolitica, si aprono piccole crepe sulla superficie alle quali il potere prova a porre rimedio, facendo di tutto affinché non si amplino o approfondiscano ulteriormente.

Non bisogna guardare la facciata, che spesso cambia colore per recuperare nuovo smalto; bisogna comprendere e analizzare lo stato fondamentale della struttura, che è marcia e continua ad imputridirsi.

Resistere, organizzarsi, lottare è necessario per non rimanerne costretti o schiacciati, ma anche per diventare soggetto demolitore capace al tempo stesso di costruire un’alternativa sociale ed economica di progresso umano.

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