Nonostante, una delle maggiori evidenze emerse durante la fase critica dell’epidemia da Covid-19 sia stato il collasso del sistema sanitario, con i bilanci sanitari insufficienti ad affrontare la pandemia, con i vaccini antinfluenzali che mancano in molte regioni e in moltissime città; con gli ospedali e le terapie intensive tornati in emergenza, per posti, strumenti e, soprattutto per mancanza di personale, con la medicina territoriale non potenziata, né resa più efficiente, per fare da reale filtro pre-ospedaliero; per i pentastellati la priorità risulta essere non quella di assumere medici, infermieri e personale sociosanitario, bensì quello di rafforzare il personale delle forze dell’ordine.
Tutto questo, nonostante, negli ultimi dieci anni siano stati sottratti 37 miliardi di euro alla sanità[1], mentre le spese militari e per la sicurezza hanno segnato un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature[2].
Ma sono davvero necessarie queste nuove assunzioni? Secondo il rapporto: “Osservatorio sui conti pubblici” dell’Università Cattolica di Milano in Italia abbiamo circa 306mila agenti (appartenenti alle varie forze dell’ordine) ossia 453 ogni 100mila abitanti, cifra che colloca il nostro Paese ben oltre la media continentale, ferma a 355 agenti ogni 100mila abitanti.
Il confronto con Paesi simili al nostro è molto eloquente: Regno Unito 211 agenti, Germania 297, Francia 320, Spagna 361. Un simile apparato comporta ovviamente una spesa notevole, 22,6 miliardi di euro, ossia l’1,3% del Pil, assai al di sopra della media europea dello 0,9%.
L’Osservatorio della Cattolica nel suo rapporto si preoccupa soprattutto dell’eccesso di spesa pubblica e non manca di sottolineare l’incomprensibile sovrapposizione (a volte addirittura concorrenza) fra le diverse forze dell’ordine.
Quindi l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Moltissime risorse che si perdono negli sprechi dell’amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi, alimentando una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità.
Mai in questi anni si è valutato la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per “la sicurezza”, spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, piuttosto, andrebbero sostituite con operatori sociali sul territorio.
Secondo le statistiche, dal ’90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei Conti, l’80% dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di integrazione e sostegno.
Nel frattempo, nessuno sembra accorgersi che ben poco fanno le nostre polizie per contrastare il lavoro nero, le neo-schiavitù, l’insicurezza sul lavoro, i gravissimi attentati alla salute pubblica derivanti dall’inquinamento provocato dalle attività sommerse o semi-legali, le stesse ecomafie e le tanto citate evasione fiscale e corruzione.
Un universo di reati – cioè di insicurezze – che restano ignorati perché, dalle polizie locali a quelle nazionali, la priorità assoluta è attribuita alla repressione.
Note:
[1] https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn
[2] https://www.retedellapace.it/category/approfondimenti/disarmo/spese-militari-disarmo/
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/11/2020
USA - il segretario di stato dell'amministrazione Biden si è formato su una balla
Cominciano ad assumere fisionomia gli uomini della nuova amministrazione presidenziale di Biden. Uno di questi è Antony Blinken che sarà il nuovo Segretario di Stato e che, secondo alcuni “rappresenta una svolta netta nei confronti dell’amministrazione Trump non solo dal punto di vista politico, ma finanche da quello antropologico, culturale, psicologico”.
Un servizio dell’agenzia Agi ricostruisce la storia e la formazione di Blinken. Cresciuto a Parigi, parla fluentemente francese, ha studiato ad Harvard e alla Columbia University, è nato a New York nel 1962 in una famiglia ebraica, sostenitore del multilateralismo, favorevole all’accordo sul nucleare iraniano, è stato vice segretario di Stato negli ultimi due anni dell’amministrazione Obama, preceduti da quattro anni passati come consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Biden quando era vicepresidente.
Durante questi incarichi si è occupato di dossier pesanti: Afghanistan, Iran, Pakistan durante la prima amministrazione Obama, di Siria e conflitto ucraino come vice consigliere per la sicurezza nazionale. C’era anche lui nella “Situation room” scattata durante l’operazione che portò all’esecuzione sommaria di Osama Bin Laden, nel 2011. Insieme a Obama, Biden, Hillary Clinton e i vertici militari si intravede anche Antony Blinken.
In alcune uscite pubbliche, Blinken ha sottolineato quella che sarà la strategia della presidenza Biden e cioè che gli Stati Uniti riprenderanno il loro ruolo come potenza globale. “Perché, se non è Washington ad esprimere la sua leadership, o lo faranno altri, oppure si creano dei vuoti pericolosi. Tutte opzioni che certo non aiutano gli interessi americani”.
Nel background di Blinken colpisce però una frottola colossale. Un dettaglio che ipoteca tutti i peana che cominciano a circolare sui wondermen e wonderwoman sui quali il sistema mediatico – e il servilismo politico – stanno costruendo l’immagine della nuova amministrazione Usa.
Il futuro Segretario di Stato riafferma spesso la sua attenzione verso il Medio Oriente e viene descritto come “un amico fermo” nei confronti di Israele. Si racconta che questa relazione speciale nasca da un incontro d’infanzia con Samuel Pisar, un avvocato nato in Polonia e sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti.
Pisar mostrava al piccolo Antony Blinken il numero da internato tatuato sull’avambraccio di quando era stato deportato ad Auschwitz e raccontava di essere riuscito a cavarsela scampando ad una “marcia della morte” fuori dal lager, nascondendosi per giorni in una foresta. E se questo è il passaggio decisivo nella formazione di Blinken arriviamo alla “frottola” colossale su cui si regge. Samuel Pisar, racconta al piccolo Antony che, nei dintorni di Auschwitz un giorno sentì un “suono profondo e rombante”: era un carrarmato statunitense. A quel punto disse le uniche tre parole che conosceva in inglese: “God bless America”.
E qui diventa inevitabile mettere i fatti della storia nel loro ordine. Abbiamo già visto il primo inciampo nel film “La vita è bella” di Benigni, ma adesso che anche l’uomo ispiratore del nuovo Segretario di Stato abbia visto un carro armato statunitense ad Auschwitz e quindi abbia dichiarato “Dio salvi l’America” è un falso storico clamoroso.
Quel carro armato non poteva che essere sovietico. Furono i tanks con la stella rossa ad arrivare in quella zona e a liberare i sopravvissuti nei campi di sterminio nazisti.
Il nuovo segretario di Stato Usa dovrà farsene una ragione.
Fonte
Nazismo quotidiano, un po’ ovunque
Il 20 e 21 novembre, in corrispondenza col 75° anniversario dell’apertura del processo contro i principali criminali di guerra nazisti, si è tenuto al Museo della Vittoria, a Mosca, il forum “Le lezioni di Norimberga”. Tra gli obiettivi del forum, è stato detto: conservare la verità storica sul ruolo dell’Esercito Rosso e del popolo sovietico nella vittoria sul nazismo.
Per l’Italia era presente il Procuratore militare generale Marco De Paolis. La Russia, insieme a storici, giuristi, politologi (tra gli altri, Sergej Rudenko, figlio del Procuratore generale dell’URSS a Norimberga, Roman Rudenko) era ovviamente presente con massimi esponenti politici. Non sembra che ci sia stato un particolare assembramento informativo sull’argomento.
Il 18 novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la risoluzione presentata dalla Russia (sono ormai alcuni anni che Mosca presenta all’Assemblea generale una risoluzione sul tema) contro la “eroicizzazione” del nazismo, in cui, tra l’altro, si esprime preoccupazione per la proliferazione di partiti politici estremisti, movimenti, ideologie, gruppi razzisti e xenofobi che propagandano nazismo, neonazismo e le attività degli ex membri delle Waffen SS.
52 paesi membri di NATO e UE si sono astenuti; tra questi anche l’Italia (ci mancherebbe: proprio ora che il tribunale di Milano ha assolto Vitalij Markiv!) che, come da tradizione, tenta la politichetta del “sorrisetto”, come direbbe Crozza: un sorrisetto al forum di Mosca e un “signorsì” euro-atlantico.
Due paesi, anche qui come da tradizione, hanno votato contro: USA e Ucraina. D’altronde, è proprio nell’Ucraina nazi-golpista, come in Polonia o nei Paesi baltici, che quelle manifestazioni condannate dall’ONU sono pane quotidiano.
In Ucraina, è addirittura in circolazione un video-gioco in cui si impersonano soldati hitleriani, si sbaragliano le truppe sovietiche e si celebra infine la vittoria sulla Piazza Rossa, con Hitler e Göring che salutano Wehrmacht e Luftwaffe dal mausoleo di Lenin.
Il 19 novembre, invece, alla cerimonia di apertura del monumento all’acquaiolo ebreo (una scultura realizzata nell’area dell’ex ghetto di Vilnius, sul motivo dell’opera del poeta bielorusso di origine ebraica Moyshe Kulbak “Vil’njus”) l’ambasciatore tedesco in Lituania, Matthias Sonn ha affermato che "l’obiettivo della liberazione della Germania dal nazismo da parte dell’Esercito Rosso non era altro che l’istituzione di un governo repressivo stalinista nel paese vinto”.
La portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, ha dichiarato che Mosca si attende una netta presa di distanze del Governo federale da “un tale attacco individuale, che, purtroppo, non è un caso isolato“.
A Mosca si chiedono se in Germania si stia cercando di inibire la responsabilità dei propri avi per i crimini del nazismo e se la dichiarazione di Sonn sia l’iniziativa di un singolo diplomatico che ha deciso di stare al gioco dei russofobi baltici, o invece la nuova linea di Berlino.
La sortita di Sonn ha avuto tanto più clamore, per l’occasione (l’inaugurazione di un monumento legato all’Olocausto) e per il paese in cui è avvenuta – la Lituania: uno dei più attivi nell’onorare come “combattenti contro l’occupazione sovietica” i collaborazionisti filonazisti, mentre mette in galera, come è stato il caso di Algirdas Paletskis, chiunque osi anche solo mettere in dubbio le versioni ufficiali della storia passata e recentissima del paese.
Gli storici parlano infatti del 96% dei circa 160.000 ebrei lituani, liquidati nei campi di sterminio nazisti in Polonia, fucilati al poligono di Ponarjaj, vicino Vilnius, morti di fame e malattie nei ghetti di Vilnius e Kaunas.
Tra l’altro, il “Fronte degli attivisti lituani” aveva iniziato i pogrom anti-ebraici già il 23 giugno 1941, immediatamente dopo che l’Esercito Rosso era stato costretto a ritirarsi e anche prima dell’arrivo degli hitleriani a Vilnius.
Messi insieme, questi “episodi” – gli ultimissimi di una lunga serie che non può che allungarsi – testimoniano della profondità della campagna anticomunista mondiale di falsificazione storica, orientata particolarmente (non solo, ovviamente) contro la passata storia sovietica e il ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazismo.
Il vero obiettivo di tale campagna era già stato chiarito dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, con l’approvazione della risoluzione che vorrebbe equiparare nazismo e comunismo. Chiarito una volta di più, si può dire, dato che, a partire anche soltanto dal 1996 (“Misure per smantellare l’eredità degli ex sistemi totalitari comunisti”) a cadenza regolare si erano contati, prima del 2019, almeno una decina di obbrobri simili.
E l’obiettivo non è affatto storico. Non per nulla, a farsi promotori del documento di Strasburgo, sono stati incaricati quei paesi d’Europa orientale che, più di tutti, videro masse intere di Komplizen e Hilfswilligen delle SS e che oggi, tra parate in uniformi naziste e celebrazioni di quegli “eroi” inquadrati nelle Waffen SS, intendono dar lezioni al mondo su come “la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”.
Colpisce nel segno, ancora una volta, Georgij Zotov.
Per l’Italia era presente il Procuratore militare generale Marco De Paolis. La Russia, insieme a storici, giuristi, politologi (tra gli altri, Sergej Rudenko, figlio del Procuratore generale dell’URSS a Norimberga, Roman Rudenko) era ovviamente presente con massimi esponenti politici. Non sembra che ci sia stato un particolare assembramento informativo sull’argomento.
Il 18 novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la risoluzione presentata dalla Russia (sono ormai alcuni anni che Mosca presenta all’Assemblea generale una risoluzione sul tema) contro la “eroicizzazione” del nazismo, in cui, tra l’altro, si esprime preoccupazione per la proliferazione di partiti politici estremisti, movimenti, ideologie, gruppi razzisti e xenofobi che propagandano nazismo, neonazismo e le attività degli ex membri delle Waffen SS.
52 paesi membri di NATO e UE si sono astenuti; tra questi anche l’Italia (ci mancherebbe: proprio ora che il tribunale di Milano ha assolto Vitalij Markiv!) che, come da tradizione, tenta la politichetta del “sorrisetto”, come direbbe Crozza: un sorrisetto al forum di Mosca e un “signorsì” euro-atlantico.
Due paesi, anche qui come da tradizione, hanno votato contro: USA e Ucraina. D’altronde, è proprio nell’Ucraina nazi-golpista, come in Polonia o nei Paesi baltici, che quelle manifestazioni condannate dall’ONU sono pane quotidiano.
In Ucraina, è addirittura in circolazione un video-gioco in cui si impersonano soldati hitleriani, si sbaragliano le truppe sovietiche e si celebra infine la vittoria sulla Piazza Rossa, con Hitler e Göring che salutano Wehrmacht e Luftwaffe dal mausoleo di Lenin.
Il 19 novembre, invece, alla cerimonia di apertura del monumento all’acquaiolo ebreo (una scultura realizzata nell’area dell’ex ghetto di Vilnius, sul motivo dell’opera del poeta bielorusso di origine ebraica Moyshe Kulbak “Vil’njus”) l’ambasciatore tedesco in Lituania, Matthias Sonn ha affermato che "l’obiettivo della liberazione della Germania dal nazismo da parte dell’Esercito Rosso non era altro che l’istituzione di un governo repressivo stalinista nel paese vinto”.
La portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, ha dichiarato che Mosca si attende una netta presa di distanze del Governo federale da “un tale attacco individuale, che, purtroppo, non è un caso isolato“.
A Mosca si chiedono se in Germania si stia cercando di inibire la responsabilità dei propri avi per i crimini del nazismo e se la dichiarazione di Sonn sia l’iniziativa di un singolo diplomatico che ha deciso di stare al gioco dei russofobi baltici, o invece la nuova linea di Berlino.
La sortita di Sonn ha avuto tanto più clamore, per l’occasione (l’inaugurazione di un monumento legato all’Olocausto) e per il paese in cui è avvenuta – la Lituania: uno dei più attivi nell’onorare come “combattenti contro l’occupazione sovietica” i collaborazionisti filonazisti, mentre mette in galera, come è stato il caso di Algirdas Paletskis, chiunque osi anche solo mettere in dubbio le versioni ufficiali della storia passata e recentissima del paese.
Gli storici parlano infatti del 96% dei circa 160.000 ebrei lituani, liquidati nei campi di sterminio nazisti in Polonia, fucilati al poligono di Ponarjaj, vicino Vilnius, morti di fame e malattie nei ghetti di Vilnius e Kaunas.
Tra l’altro, il “Fronte degli attivisti lituani” aveva iniziato i pogrom anti-ebraici già il 23 giugno 1941, immediatamente dopo che l’Esercito Rosso era stato costretto a ritirarsi e anche prima dell’arrivo degli hitleriani a Vilnius.
Messi insieme, questi “episodi” – gli ultimissimi di una lunga serie che non può che allungarsi – testimoniano della profondità della campagna anticomunista mondiale di falsificazione storica, orientata particolarmente (non solo, ovviamente) contro la passata storia sovietica e il ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazismo.
Il vero obiettivo di tale campagna era già stato chiarito dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, con l’approvazione della risoluzione che vorrebbe equiparare nazismo e comunismo. Chiarito una volta di più, si può dire, dato che, a partire anche soltanto dal 1996 (“Misure per smantellare l’eredità degli ex sistemi totalitari comunisti”) a cadenza regolare si erano contati, prima del 2019, almeno una decina di obbrobri simili.
E l’obiettivo non è affatto storico. Non per nulla, a farsi promotori del documento di Strasburgo, sono stati incaricati quei paesi d’Europa orientale che, più di tutti, videro masse intere di Komplizen e Hilfswilligen delle SS e che oggi, tra parate in uniformi naziste e celebrazioni di quegli “eroi” inquadrati nelle Waffen SS, intendono dar lezioni al mondo su come “la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”.
Colpisce nel segno, ancora una volta, Georgij Zotov.
Un giorno, un mio amico polacco mi aveva detto: “Ecco, vedrai, saremo ancora vivi quando in Europa cominceranno a dire che, in realtà, fu l’Unione Sovietica ad attaccare la Germania. I tedeschi, al contrario, persone pienamente educate, non fecero nulla di male: nelle zone d’occupazione avevano costruito scuole, ospedali, distribuivano cioccolato ai bambini... non c’è paragone coi terribili bolscevichi”.
Io allora sorrisi: uno squisito senso di humor, pensai. Tuttavia, non passarono che pochi anni, che tale profezia cominciò ad avverarsi. Negli ultimi anni, in Polonia hanno demolito un notevole numero di monumenti ai soldati dell’Esercito Rosso. Hanno cambiato nome alle strade intitolate ai polacchi clandestini, solo perché quegli eroi erano comunisti.
Nei Paesi baltici, ogni anno organizzano marce di malridotti membri delle locali legioni SS. In Romania, un tribunale di Bucarest ha riconosciuto il dittatore Ion Antenescu, alleato di Hitler, non colpevole (!) per l’attacco all’URSS, dal momento che era “giuridicamente giustificato”.
Per la verità, dopo qualche tempo il tribunale ha annullato il proprio giudizio. Comunque, come si dice nel proverbio: la cosa si è risolta, ma l’amarezza rimane.
“Non fa niente, ci consolavamo. Con loro, tutto chiaro; seguono la moda, hanno perso la testa sul terreno della russofobia, poveretti. Mentre con la Germania, guarda, è tutto in ordine. Sono i tedeschi stessi a riconoscere che siamo stati noi a distruggere il nazismo, si prendono cura delle tombe dei soldati sovietici, ci definiscono liberatori e non occupanti”.
Ma, ecco che tutto il bene è finito: d’ora in poi, anche i tedeschi sono come TUTTI gli altri. Giorni fa, l’ambasciatore tedesco in Lituania, Matthias Sonn, con la sua bocca diplomatica, ha dichiarato: “l’obiettivo dell’Esercito Rosso nel liberare la Germania dal fascismo, era quello di instaurare nel paese vinto un governo repressivo stalinista”.
Vale a dire: secondo l’odierna opinione dell’Europa illuminata, i soldati sovietici avrebbero dovuto arrivare, rovesciare Hitler e sparire in punta di piedi, per non disturbare il nemico di ieri nella costruzione della democrazia stile marmellata di lamponi.
Eppure, addirittura gli americani, il cui territorio non aveva subito il minimo danno dalle violenze naziste, ritenevano che la Germania dovesse esser fatta a pezzi, affinché non potesse mai più risollevarsi. Nel settembre 1944, il Ministro delle finanze USA, Henry Morgenthau, aveva proposto un piano per “prevenire la Terza guerra mondiale”.
Volevano dividere la Germania in due stati, Nord e Sud, più una “zona internazionale” a parte, occupata dalle truppe alleate. Il piano prevedeva la completa distruzione dell’industria e la trasformazione delle terre tedesche in “zone agricole”, affinché non potessero più costruire carri armati e aerei, coltivando esclusivamente patate, pomodori e cipolle.
Stalin, si intende, non era certo un santo. Ma, oggi, ha un “valore” tutto particolare ascoltare simili dichiarazioni dal rappresentante di uno Stato i cui soldati, in tre anni e mezzo, uccisero sul territorio dell’URSS 13.684.000 civili, giustiziandoli, inviandoli ai lavori forzati, rinchiudendoli nei campi di concentramento, facendoli morire di fame.
Un oceano di sangue fu versato: fucilazioni di bambini a Belaja Tsérkov’ e Babij Jar, “Gaswagen” a Krasnodar, assedio di Leningrado... Simili orrori si ripeterono decine di migliaia di volte e si potrebbero enumerare per mesi.
Fu il genocidio, insieme, di tutte le nazioni dell’Unione Sovietica. Io ripeto sempre: il 9 maggio noi celebriamo la nostra giornata dell’indipendenza, perché in quella guerra fu in gioco la sopravvivenza della stragrande maggioranza dei popoli dell’URSS.
Lo storico Ian Kershaw, nel libro “The End: Hitler’s Germany”, cita frammenti dalle lettere di ufficiali tedeschi al fronte nella primavera del 1945, in cui si dice apertamente: “Se poi, alla fine, i russi faranno a noi quello che noi abbiamo commesso in Russia, sarà più che giustificato...”.
E dunque, ecco la domanda: cosa era stato commesso di tanto terribile nelle terre tedesche occupate dopo il 9 maggio 1945?
Effettivamente, nei lager del NKVD vennero rinchiusi 10.000 membri dei commando nazisti “Werwolf”. Nella zona di occupazione britannica, per inciso, finirono dietro il filo spinato dieci (!) volte tanti civili tedeschi: centomila persone.
268.000 tedeschi etnici di Romania, Jugoslavia, Ungheria, Cecoslovacchia (e anche di Slesia e Prussia orientale) furono avviati al lavoro forzato in URSS, per ripristinare le miniere distrutte del Donbass e dell’Ucraina meridionale.
Molti? I nazisti avevano avviato alla schiavitù 5.269.000 cittadini dell’Unione Sovietica; di essi, 2.164.000 erano morti in prigionia per le inumane condizioni di lavoro, la fame e i bombardamenti alleati.
Non ci furono esecuzioni di massa, fucilazioni nei fossati, villaggi bruciati nei rastrellamenti, “Gaswagen”, camere a gas, nella zona sovietica di occupazione della Germania, e non ci fu nulla che ci si avvicinasse. Se si contano i prigionieri, il 58% dei nostri soldati e ufficiali morì nei campi di concentramento tedeschi, mentre nei lager sovietici, morì il 14,9% dei militari della Germania hitleriana.
Il “governo repressivo stalinista” non somigliava affatto alle azioni della Wehrmacht e delle SS in Unione Sovietica, quando donne e bambini venivano uccisi a milioni.
Nessun dubbio che il mio amico polacco avesse previsto il futuro. E, in effetti, non è lontano il momento in cui dichiareranno apertamente che il 22 giugno 1941 l’URSS attaccò la Germania, occupò quell’infelice paese, sottoponendolo a terribili repressioni.
L’ultimo Segretario generale della DDR, Egon Krenz, conversando con me, disse una volta: “C’era una tale paura qui da noi alla fine della guerra: i russi faranno fuori tutti i tedeschi... ricordo i cartelloni nazisti, coi bolscevichi raffigurati col coltello fra i denti. Ma, poi, l’Esercito Rosso occupò la mia città, i soldati allestirono cucine da campo e presero a sfamare la gente. La storia non la riscrivono nemmeno: la distorcono apertamente”.
Presto non ci sarà più nemmeno a chi dire queste cose: di anno in anno, i testimoni degli eventi del 1945 sono sempre meno. Nonostante tutto, esiste un ottimo esempio di conservazione della memoria.
Gli israeliani hanno creato un enorme museo a Gerusalemme, Yad Vashem, veramente doloroso da visitare e da cui esci con le dita strette a pugno: un museo in ricordo dell’Olocausto, dei 6 milioni di ebrei bestialmente assassinati in Europa.
C’è da noi un museo simile, dell’estensione di un’intera città, in cui mostrare al mondo intero i metodi usati dai nazisti per uccidere 13.644.000 civili dell’URSS? Ovviamente, no. In Europa, quasi nessuno di coloro a cui ho l’ho chiesto, sa di queste vittime. Semplicemente, non sanno quali perdite ci sia costata quella guerra.
Il ministero degli Esteri russo, burocraticamente, ha espresso preoccupazione, chiedendo spiegazioni alla Germania: spiegazioni che non sono arrivate. Ha esitato. Finché non cominceremo a immergere questa feccia diplomatica nell’oceano di sangue versato dai loro soldati nel nostro paese, è improbabile che qualcosa abbia effetto.
Fonte
27/11/2020
Perché i portuali di Genova abbandonano la Cgil: un’intervista
Quando lo scorso 16 ottobre i portuali di Genova sono venuti a Firenze a raccontare la loro esperienza di lotta contro il traffico di armi (ne abbiamo parlato qui), la Cgil era il sindacato più rappresentativo nello scalo ligure. Soprattutto, annoverava tra le proprie fila la parte più militante e combattiva del movimento dei lavoratori in porto: tutti, o quasi, i membri del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) erano infatti iscritti o delegati Cgil. Oggi, la situazione è radicalmente mutata. Il CALP ha infatti lasciato in massa la Cgil, passando all’Usb. Abbiamo raggiunto uno dei lavoratori del porto di Genova e militante del CALP per farci spiegare le ragioni di questa decisione.
Cosa vi ha spinto ad abbandonare la Cgil?
Vi sono molte ragioni che motivano la nostra decisione. Alcune vengono da lontano e riguardano la graduale, ma continua, trasformazione della Cgil da mediatrice nelle vertenze tra operai e padroni a mera portavoce delle istanze delle aziende. Ogni lavoratore, ne sono certo, può certamente citare qualche episodio al riguardo.
In termini più generali quanto successo con il Jobs Act è certamente indicativo di quanto diciamo. A fronte infatti di un attacco diretto da parte di Confindustria e governo, la Cgil si è limitata a chiamare uno sciopero generale dopo che la legge era già stata approvata. Quando cioè era completamente inutile scioperare. Ma che senso ha agire in questo modo? Se lo si fa è perché si è perso ogni volontà di difendere diritti e salari dei lavoratori.
Sono passati però oltre 5 anni dall’approvazione del Jobs Act...
E infatti la situazione all’interno della Cgil è ulteriormente peggiorata. In questi 5 anni abbiamo visto come la burocrazia sindacale abbia fatto sempre di tutto per soffocare ogni sciopero (che rimane l’arma più importante nelle nostre mani), delegittimando i lavoratori e concertando con le aziende alle nostre spalle.
Un atteggiamento che abbiamo ritrovato anche in merito alla cassa integrazione straordinaria in questi mesi segnati dalla pandemia. Il decreto del governo era pessimo e nei fatti rappresentava un immenso regalo alle imprese. Eppure, il compito del sindacato sarebbe dovuto essere quello di controllare che non ci fossero accessi non consoni alla cassa integrazione da parte dei padroni.
Questo non è quasi mai accaduto e circa 1 azienda su 3 ha beneficiato della cassa integrazione pur non avendo alcun calo di fatturato. Un altro esempio dell’atteggiamento arrendevole della Cgil è certamente quanto successo sui decreti sicurezza, addirittura inaspriti dalla recente revisione del governo per quanto riguarda la legislazione sui blocchi stradali e la possibilità di mettere in campo pratiche radicali di protesta. Anche in questo caso, silenzio tombale da parte della Cgil.
Ha pesato sulla vostra decisione anche quanto successo lo scorso febbraio durante il tentativo di bloccare l’ingresso in porto della Bahri Yanbu (si veda qui)?
Assolutamente sì. Una delle ragioni che spiegano il fallimento della protesta dello scorso febbraio è stata propria l’indisponibilità della Cgil a dichiarare sciopero, perfino nella banchina dove era attesa la nave saudita. Il sindacato si è limitato a fornire copertura legale a quei lavoratori che si sarebbero astenuti dalle mansioni di carico e scarico, praticando obiezione.
Questo però significava abbandonare il piano collettivo dell’azione e scaricare la responsabilità su ogni lavoratore a livello individuale. In maniera non sorprendente, molti hanno ceduto alle pressioni provenienti dall’azienda e dalle autorità, svolgendo regolarmente il proprio lavoro.
Perché avete deciso di aderire all’Usb?
Per una ragione molto semplice. A differenza della Cgil che usa la mediazione con la controparte per affossare le vertenze dei lavoratori, l’Usb è un sindacato combattivo che difende concretamente i nostri interessi.
Inoltre, l’Usb vanta una significativa presenza nei porti di Livorno e Trieste. In futuro, questo potrebbe aiutarci a coordinare eventuali azioni di protesta con i portuali di questi due scali. Per noi non era veramente più possibile continuare a rimanere nella Cgil.
Negli scorsi giorni avete sostenuto lo sciopero dei lavoratori dell’acciaierie ArcelorMittal (ex-Ilva) di Genova?
Certamente. La loro azione di protesta rispecchia in pieno il nostro motto: se toccano uno, toccano tutti. Ed è stato bello vedere come il corteo sia stato appoggiato e sostenuto anche dai lavoratori di altre aziende: una grande dimostrazione di solidarietà di classe.
Di fronte alla forza degli operai, l’azienda è stata costretta a tornare rapidamente sui propri passi, ritirando le 250 lettere di sospensione dal lavoro appena inviate e il licenziamento di uno dei compagni più attivi all’interno della fabbrica, reo di aver inviato un presunto audio denigratorio ai danni del direttore dello stabilimento su un gruppo WhatsApp. Non tutto è stato risolto, anzi. Eppure, il messaggio penso sia chiaro: uniti si vince.
Fonte
Cosa vi ha spinto ad abbandonare la Cgil?
Vi sono molte ragioni che motivano la nostra decisione. Alcune vengono da lontano e riguardano la graduale, ma continua, trasformazione della Cgil da mediatrice nelle vertenze tra operai e padroni a mera portavoce delle istanze delle aziende. Ogni lavoratore, ne sono certo, può certamente citare qualche episodio al riguardo.
In termini più generali quanto successo con il Jobs Act è certamente indicativo di quanto diciamo. A fronte infatti di un attacco diretto da parte di Confindustria e governo, la Cgil si è limitata a chiamare uno sciopero generale dopo che la legge era già stata approvata. Quando cioè era completamente inutile scioperare. Ma che senso ha agire in questo modo? Se lo si fa è perché si è perso ogni volontà di difendere diritti e salari dei lavoratori.
Sono passati però oltre 5 anni dall’approvazione del Jobs Act...
E infatti la situazione all’interno della Cgil è ulteriormente peggiorata. In questi 5 anni abbiamo visto come la burocrazia sindacale abbia fatto sempre di tutto per soffocare ogni sciopero (che rimane l’arma più importante nelle nostre mani), delegittimando i lavoratori e concertando con le aziende alle nostre spalle.
Un atteggiamento che abbiamo ritrovato anche in merito alla cassa integrazione straordinaria in questi mesi segnati dalla pandemia. Il decreto del governo era pessimo e nei fatti rappresentava un immenso regalo alle imprese. Eppure, il compito del sindacato sarebbe dovuto essere quello di controllare che non ci fossero accessi non consoni alla cassa integrazione da parte dei padroni.
Questo non è quasi mai accaduto e circa 1 azienda su 3 ha beneficiato della cassa integrazione pur non avendo alcun calo di fatturato. Un altro esempio dell’atteggiamento arrendevole della Cgil è certamente quanto successo sui decreti sicurezza, addirittura inaspriti dalla recente revisione del governo per quanto riguarda la legislazione sui blocchi stradali e la possibilità di mettere in campo pratiche radicali di protesta. Anche in questo caso, silenzio tombale da parte della Cgil.
Ha pesato sulla vostra decisione anche quanto successo lo scorso febbraio durante il tentativo di bloccare l’ingresso in porto della Bahri Yanbu (si veda qui)?
Assolutamente sì. Una delle ragioni che spiegano il fallimento della protesta dello scorso febbraio è stata propria l’indisponibilità della Cgil a dichiarare sciopero, perfino nella banchina dove era attesa la nave saudita. Il sindacato si è limitato a fornire copertura legale a quei lavoratori che si sarebbero astenuti dalle mansioni di carico e scarico, praticando obiezione.
Questo però significava abbandonare il piano collettivo dell’azione e scaricare la responsabilità su ogni lavoratore a livello individuale. In maniera non sorprendente, molti hanno ceduto alle pressioni provenienti dall’azienda e dalle autorità, svolgendo regolarmente il proprio lavoro.
Perché avete deciso di aderire all’Usb?
Per una ragione molto semplice. A differenza della Cgil che usa la mediazione con la controparte per affossare le vertenze dei lavoratori, l’Usb è un sindacato combattivo che difende concretamente i nostri interessi.
Inoltre, l’Usb vanta una significativa presenza nei porti di Livorno e Trieste. In futuro, questo potrebbe aiutarci a coordinare eventuali azioni di protesta con i portuali di questi due scali. Per noi non era veramente più possibile continuare a rimanere nella Cgil.
Negli scorsi giorni avete sostenuto lo sciopero dei lavoratori dell’acciaierie ArcelorMittal (ex-Ilva) di Genova?
Certamente. La loro azione di protesta rispecchia in pieno il nostro motto: se toccano uno, toccano tutti. Ed è stato bello vedere come il corteo sia stato appoggiato e sostenuto anche dai lavoratori di altre aziende: una grande dimostrazione di solidarietà di classe.
Di fronte alla forza degli operai, l’azienda è stata costretta a tornare rapidamente sui propri passi, ritirando le 250 lettere di sospensione dal lavoro appena inviate e il licenziamento di uno dei compagni più attivi all’interno della fabbrica, reo di aver inviato un presunto audio denigratorio ai danni del direttore dello stabilimento su un gruppo WhatsApp. Non tutto è stato risolto, anzi. Eppure, il messaggio penso sia chiaro: uniti si vince.
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Catastrofe o rivoluzione? Brancaccio: passare alla pianificazione
L’ultimo lavoro di Emiliano Brancaccio ci mette subito sull’avviso. “Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione” è il titolo che annuncia una riflessione a tutto tondo sulla crisi del sistema dominante, ma anche sulle alternative indispensabili ad evitare che la “crisi delle classi dominanti trascini nella rovina tutte le classi in lotta”.
Brancaccio, economista e docente dell’Università del Sannio, ha avuto l’occasione di incrociare la spada in dibattiti pubblici con diversi esponenti dell’establishment: da Mario Monti a Romano Prodi, da Olivier Blanchard a Lorenzo Bini Smaghi.
E da questi dialoghi emergono in modo contundente sia le contraddizioni interne alle classi dominanti dove “Nasce così una lotta, tutta interna alla classe capitalista, tra aggressione dei grandi e resistenza dei piccoli”, sia le contraddizioni tra il sistema dominante e le possibilità di emancipazione complessiva delle società e dei segmenti sociali che la compongono, proprio perché la deregolamentazione dei mercati sta erodendo il tessuto sociale.
Il giudizio sull’esaurimento della “spinta propulsiva del capitalismo” appare nitido e non fa sconti rispetto all’ideologia diffusa e dominante in questi ultimi quattro decenni. “L’ideologia dominante e la teoria economica che la supporta ci inducono a guardare il capitalismo con uno sguardo cristallizzato sulle sue origini gloriose, in cui una classe borghese in ascesa si incaricava di abbattere l’ancien regime dei privilegi aristocratici. In quel breve attimo della storia, la sconfitta del rentier feudale ad opera dell’imprenditore capitalista segna realmente un progresso generale, non solo economico ma anche civile e politico.
La conquista del potere da parte dei capitalisti è oggettivamente un momento di sviluppo in senso liberale e democratico, per ragioni materiali piuttosto ovvie: il modo di produzione che i borghesi incarnano non solo accresce la ricchezza sociale più rapidamente ma la ripartisce anche maggiormente all’interno della società, per il semplice motivo che essi sono più numerosi dei proprietari terrieri. È per questo che il capitalismo delle origini risulta associato a una fase di maggiore partecipazione politica e di primordiale espansione dei diritti”.
Ma il capitalismo ha cessato di essere progressivo da un bel pezzo, almeno da quando ha cessato di temere la “minaccia comunista” dalla fine degli Ottanta.
“Il movimento oggettivo che stiamo qui analizzando, però, indica che quella fase originaria è soverchiata dagli stessi sviluppi del capitale. Il regime contemporaneo di centralizzazione, per certi versi, somiglia sempre più al vecchio feudalesimo che allo scintillante capitalismo rivoluzionario delle origini”.
Brancaccio avanza una ipotesi anche sui caratteri della feroce polarizzazione sociale avvenuta in questi decenni: “La polarizzazione sembra assumere anche i tratti di una tendenziale uniformizzazione delle condizioni della classe subalterna. È una dinamica che avvicina le condizioni di vita e di lavoro a livello internazionale, generalmente dando luogo a una loro convergenza verso il basso. Ma uniformizzazione, a ben vedere, significa molto di più.
Il punto da comprendere è che la centralizzazione capitalistica, inesorabilmente, tanto tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati. Che si tratti di nativi o di immigrati, di donne, uomini o transgender, man mano che si sviluppa il capitale tratterà questi soggetti in modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale”.
Inevitabile che la crisi pandemica abbattutasi sul mondo ma in particolare sui paesi a capitalismo avanzato li abbia messi di fronte al proprio fallimento sistemico. I tentativi di tamponare le falle che si sono aperte con misure che in qualche modo ridanno spazio all’iniziativa pubblica (vedi i sussidi, i ristori e l’aumento della spesa pubblica dopo decenni di tagli), per Brancaccio non sono altro che una “reazione piccolo-borghese“. Dunque mentre cresce la potenza del capitale centralizzato, “monta al contempo la fragilità del suo monopolio politico. Più vicina è la catastrofe, più vicina è l’occasione di una svolta“.
Come affrontare di petto la catastrofe e indicare quindi una alternativa? Brancaccio mette i piedi nel piatto riaffermando la necessità della pianificazione. E qui invita le forze alternative ad impugnare con maggior coraggio e determinazione il tema del piano contro quello del mercato, a riconquistare in qualche modo l’egemonia rispetto alla chiave di lettura e alle scelte imposte dal capitalismo, non per mitigarlo o per salvarlo ma per superarlo: “Tutta la creatività del collettivo, tutta la forza fisica e intellettuale della militanza devono riunirsi intorno a questo concetto straordinariamente fecondo. E tutte le iniziative devono quindi essere riconcepite nella cornice logica del piano”.
Una affermazione più che condivisibile e che rappresenta una indicazione utile a definire almeno uno dei parametri dell’alternativa possibile: la pianificazione.
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Brancaccio, economista e docente dell’Università del Sannio, ha avuto l’occasione di incrociare la spada in dibattiti pubblici con diversi esponenti dell’establishment: da Mario Monti a Romano Prodi, da Olivier Blanchard a Lorenzo Bini Smaghi.
E da questi dialoghi emergono in modo contundente sia le contraddizioni interne alle classi dominanti dove “Nasce così una lotta, tutta interna alla classe capitalista, tra aggressione dei grandi e resistenza dei piccoli”, sia le contraddizioni tra il sistema dominante e le possibilità di emancipazione complessiva delle società e dei segmenti sociali che la compongono, proprio perché la deregolamentazione dei mercati sta erodendo il tessuto sociale.
Il giudizio sull’esaurimento della “spinta propulsiva del capitalismo” appare nitido e non fa sconti rispetto all’ideologia diffusa e dominante in questi ultimi quattro decenni. “L’ideologia dominante e la teoria economica che la supporta ci inducono a guardare il capitalismo con uno sguardo cristallizzato sulle sue origini gloriose, in cui una classe borghese in ascesa si incaricava di abbattere l’ancien regime dei privilegi aristocratici. In quel breve attimo della storia, la sconfitta del rentier feudale ad opera dell’imprenditore capitalista segna realmente un progresso generale, non solo economico ma anche civile e politico.
La conquista del potere da parte dei capitalisti è oggettivamente un momento di sviluppo in senso liberale e democratico, per ragioni materiali piuttosto ovvie: il modo di produzione che i borghesi incarnano non solo accresce la ricchezza sociale più rapidamente ma la ripartisce anche maggiormente all’interno della società, per il semplice motivo che essi sono più numerosi dei proprietari terrieri. È per questo che il capitalismo delle origini risulta associato a una fase di maggiore partecipazione politica e di primordiale espansione dei diritti”.
Ma il capitalismo ha cessato di essere progressivo da un bel pezzo, almeno da quando ha cessato di temere la “minaccia comunista” dalla fine degli Ottanta.
“Il movimento oggettivo che stiamo qui analizzando, però, indica che quella fase originaria è soverchiata dagli stessi sviluppi del capitale. Il regime contemporaneo di centralizzazione, per certi versi, somiglia sempre più al vecchio feudalesimo che allo scintillante capitalismo rivoluzionario delle origini”.
Brancaccio avanza una ipotesi anche sui caratteri della feroce polarizzazione sociale avvenuta in questi decenni: “La polarizzazione sembra assumere anche i tratti di una tendenziale uniformizzazione delle condizioni della classe subalterna. È una dinamica che avvicina le condizioni di vita e di lavoro a livello internazionale, generalmente dando luogo a una loro convergenza verso il basso. Ma uniformizzazione, a ben vedere, significa molto di più.
Il punto da comprendere è che la centralizzazione capitalistica, inesorabilmente, tanto tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati. Che si tratti di nativi o di immigrati, di donne, uomini o transgender, man mano che si sviluppa il capitale tratterà questi soggetti in modo sempre più indifferenziato, come pura forza lavoro universale”.
Inevitabile che la crisi pandemica abbattutasi sul mondo ma in particolare sui paesi a capitalismo avanzato li abbia messi di fronte al proprio fallimento sistemico. I tentativi di tamponare le falle che si sono aperte con misure che in qualche modo ridanno spazio all’iniziativa pubblica (vedi i sussidi, i ristori e l’aumento della spesa pubblica dopo decenni di tagli), per Brancaccio non sono altro che una “reazione piccolo-borghese“. Dunque mentre cresce la potenza del capitale centralizzato, “monta al contempo la fragilità del suo monopolio politico. Più vicina è la catastrofe, più vicina è l’occasione di una svolta“.
Come affrontare di petto la catastrofe e indicare quindi una alternativa? Brancaccio mette i piedi nel piatto riaffermando la necessità della pianificazione. E qui invita le forze alternative ad impugnare con maggior coraggio e determinazione il tema del piano contro quello del mercato, a riconquistare in qualche modo l’egemonia rispetto alla chiave di lettura e alle scelte imposte dal capitalismo, non per mitigarlo o per salvarlo ma per superarlo: “Tutta la creatività del collettivo, tutta la forza fisica e intellettuale della militanza devono riunirsi intorno a questo concetto straordinariamente fecondo. E tutte le iniziative devono quindi essere riconcepite nella cornice logica del piano”.
Una affermazione più che condivisibile e che rappresenta una indicazione utile a definire almeno uno dei parametri dell’alternativa possibile: la pianificazione.
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La Cina è capitalista?
Il libro di Rémy Herrera, economista e ricercatore al Centro di Economia della Sorbona (CNRS) e Zhiming Long, economista, professore all’Università Tshinghua di Pechino, pubblicato per la prima volta in Francia nel 2019 da Éditions critiques, presenta un utilissimo e fondamentale quadro dello sviluppo economico della Cina dalla fondazione della RPC, proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949, ai nostri giorni.
Lavorando sui tempi lunghi della storia, per meglio sgomberare il campo dai tanti luoghi comuni e pregiudizi in circolazione sulla Cina, gli autori ci mostrano chiaramente che il successo industriale e commerciale di questo Paese non è un miracolo degli anni 2000, ma il risultato di strategie mirate e di sforzi colossali messi in atto sin dalla presa del potere politico da parte del Partito Comunista Cinese.
Nell’ampia terza parte – sulla natura del sistema politico-economico cinese – gli autori affrontano, con l’ausilio delle “lenti di Marx” e dell’ampio e originale apporto di statistiche e studi economici, una questione (se non la questione) fondamentale per l’orientamento del movimento operaio e comunista su scala mondiale: alla domanda che dà il titolo al libro – la Cina è capitalista? – il lettore attento troverà dati, argomenti e ragionamenti per la comprensione del percorso del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ben distante da quello capitalistico.
Dall’Introduzione degli autori
A sentire ciò che se ne dice, dalla destra alla “sinistra” – anche comunista – a leggere ciò che si scrive su questo argomento, quasi all’unanimità, almeno nei Paesi occidentali, la Cina avrebbe capitolato: sarebbe diventata, qualunque cosa i suoi dirigenti pretendano, capitalista. Il caso è stato giudicato.
Le apparenze (valgono come prove?) spingono infatti in questa direzione. All’interno della Cina, miliardari sempre più numerosi non mostrano forse il loro successo, a volte più ostentatamente dei loro omologhi stranieri? Gran parte della popolazione non si è già immersa nel consumismo più sfrenato?
Le più influenti società transnazionali del Nord del mondo non hanno forse impiantato le loro filiali per trasformare il Paese nella “prima fabbrica del mondo”, importare materie prime per assemblare prodotti di consumo fabbricati approfittando di una manodopera ben formata, motivata e a bassi salari, e poi riesportare i loro prodotti e venderli ai consumatori di tutto il mondo?
Le banche più potenti della finanza globale non vi hanno tutte delle filiali? All’estero, le imprese private cinesi non sono forse onnipresenti sui mercati internazionali del sistema capitalistico globale? E non annientano ovunque i loro concorrenti? Non stanno entrando nelle strutture di capitale di molte imprese occidentali?
Ma soprattutto, i meccanismi di mercato capitalistici, dopo essere stati combattuti duramente in Cina, non sono stati introdotti e massicciamente generalizzati dopo le riforme economiche del 1978 decise dalle autorità cinesi, cioè in realtà dal Partito Comunista Cinese stesso?
Tanti fatti incontestabili, che in termini puramente logici dovrebbero bastare a chiudere il dibattito. Definitivamente.
D’altra parte, chi, salvo qualche vecchio comunista nostalgico o dei giovani sognatori utopisti, crede ancora oggi, nel profondo del suo cuore, in una possibile, credibile, praticabile alternativa al capitalismo? Quest’ultimo, da più di cinque secoli, non ha forse superato tutte le sue crisi, sconfitto tutti i suoi avversari, vinto tutte le resistenze? Non ci ha forse apportato il progresso, lo sviluppo, la civiltà stessa?
La “conversione” della Cina ai dogmi del mercato e dell’iniziativa privata non sarebbe forse l’indice che il capitalismo continua la sua espansione globale? L’economia pianificata amministrativamente ha forse dimostrato di non poter funzionare? Il socialismo realmente esistente non ha forse dimostrato da tempo di essere nient’altro che penurie, frustrazioni, pesantezza burocratica, privilegi della nomenklatura, repressione e terrore?
Questo sistema non ha forse dimostrato la sua incapacità di tollerare il libero soggetto individuale, di incoraggiare l’imprenditorialità, di permettere alla creatività e all’innovazione di sbocciare per il bene di ciascuna e di ciascuno?
Il socialismo non è forse irrimediabilmente condannato al fallimento e, in attesa di questo esito fatale, spinto alla violenza, ai peggiori abusi? Il suo certificato di morte non è stato formalmente redatto al momento del crollo dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti dell’Europa dell’Est? E il marxismo non è stato sepolto con lui? La storia non ha finalmente deciso e pronunciato il suo verdetto? Una volta per tutte.
Allora a che serve discuterne? Perché le cose non sono forse così semplici. E ci sembra che esse siano anche singolarmente complesse nel caso della Cina attuale. Tanto più che le performance della sua economia per decenni sono eccezionali, senza precedenti nella storia.
Questo libro vuole rompere il consenso e disturbare alcune certezze. La sua tesi centrale sosterrà che sarebbe sbagliato attribuire questo successo alla cosiddetta “adesione” di questo Paese al capitalismo; e ciò anche se ci si accontenta di mantenere la definizione elementare del sistema capitalistico come sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.
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Lavorando sui tempi lunghi della storia, per meglio sgomberare il campo dai tanti luoghi comuni e pregiudizi in circolazione sulla Cina, gli autori ci mostrano chiaramente che il successo industriale e commerciale di questo Paese non è un miracolo degli anni 2000, ma il risultato di strategie mirate e di sforzi colossali messi in atto sin dalla presa del potere politico da parte del Partito Comunista Cinese.
Nell’ampia terza parte – sulla natura del sistema politico-economico cinese – gli autori affrontano, con l’ausilio delle “lenti di Marx” e dell’ampio e originale apporto di statistiche e studi economici, una questione (se non la questione) fondamentale per l’orientamento del movimento operaio e comunista su scala mondiale: alla domanda che dà il titolo al libro – la Cina è capitalista? – il lettore attento troverà dati, argomenti e ragionamenti per la comprensione del percorso del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ben distante da quello capitalistico.
Dall’Introduzione degli autori
A sentire ciò che se ne dice, dalla destra alla “sinistra” – anche comunista – a leggere ciò che si scrive su questo argomento, quasi all’unanimità, almeno nei Paesi occidentali, la Cina avrebbe capitolato: sarebbe diventata, qualunque cosa i suoi dirigenti pretendano, capitalista. Il caso è stato giudicato.
Le apparenze (valgono come prove?) spingono infatti in questa direzione. All’interno della Cina, miliardari sempre più numerosi non mostrano forse il loro successo, a volte più ostentatamente dei loro omologhi stranieri? Gran parte della popolazione non si è già immersa nel consumismo più sfrenato?
Le più influenti società transnazionali del Nord del mondo non hanno forse impiantato le loro filiali per trasformare il Paese nella “prima fabbrica del mondo”, importare materie prime per assemblare prodotti di consumo fabbricati approfittando di una manodopera ben formata, motivata e a bassi salari, e poi riesportare i loro prodotti e venderli ai consumatori di tutto il mondo?
Le banche più potenti della finanza globale non vi hanno tutte delle filiali? All’estero, le imprese private cinesi non sono forse onnipresenti sui mercati internazionali del sistema capitalistico globale? E non annientano ovunque i loro concorrenti? Non stanno entrando nelle strutture di capitale di molte imprese occidentali?
Ma soprattutto, i meccanismi di mercato capitalistici, dopo essere stati combattuti duramente in Cina, non sono stati introdotti e massicciamente generalizzati dopo le riforme economiche del 1978 decise dalle autorità cinesi, cioè in realtà dal Partito Comunista Cinese stesso?
Tanti fatti incontestabili, che in termini puramente logici dovrebbero bastare a chiudere il dibattito. Definitivamente.
D’altra parte, chi, salvo qualche vecchio comunista nostalgico o dei giovani sognatori utopisti, crede ancora oggi, nel profondo del suo cuore, in una possibile, credibile, praticabile alternativa al capitalismo? Quest’ultimo, da più di cinque secoli, non ha forse superato tutte le sue crisi, sconfitto tutti i suoi avversari, vinto tutte le resistenze? Non ci ha forse apportato il progresso, lo sviluppo, la civiltà stessa?
La “conversione” della Cina ai dogmi del mercato e dell’iniziativa privata non sarebbe forse l’indice che il capitalismo continua la sua espansione globale? L’economia pianificata amministrativamente ha forse dimostrato di non poter funzionare? Il socialismo realmente esistente non ha forse dimostrato da tempo di essere nient’altro che penurie, frustrazioni, pesantezza burocratica, privilegi della nomenklatura, repressione e terrore?
Questo sistema non ha forse dimostrato la sua incapacità di tollerare il libero soggetto individuale, di incoraggiare l’imprenditorialità, di permettere alla creatività e all’innovazione di sbocciare per il bene di ciascuna e di ciascuno?
Il socialismo non è forse irrimediabilmente condannato al fallimento e, in attesa di questo esito fatale, spinto alla violenza, ai peggiori abusi? Il suo certificato di morte non è stato formalmente redatto al momento del crollo dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti dell’Europa dell’Est? E il marxismo non è stato sepolto con lui? La storia non ha finalmente deciso e pronunciato il suo verdetto? Una volta per tutte.
Allora a che serve discuterne? Perché le cose non sono forse così semplici. E ci sembra che esse siano anche singolarmente complesse nel caso della Cina attuale. Tanto più che le performance della sua economia per decenni sono eccezionali, senza precedenti nella storia.
Questo libro vuole rompere il consenso e disturbare alcune certezze. La sua tesi centrale sosterrà che sarebbe sbagliato attribuire questo successo alla cosiddetta “adesione” di questo Paese al capitalismo; e ciò anche se ci si accontenta di mantenere la definizione elementare del sistema capitalistico come sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.
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Brancaccio - Diffidate dei nemici dello sciopero
Rai radio uno – Eresie – 27 novembre 2020 – Da molto prima dell’avvento del Covid e indipendentemente dalle motivazioni e dai comparti interessati, sono ormai anni che la politica e la stampa mainstream attaccano gli scioperi, in nome magari dei lavoratori autonomi o precari che non riescono a esercitare quel diritto. Ma la verità è che il crollo del 42% delle ore di sciopero dei paesi OCSE ha danneggiato tutti i lavoratori in un comune destino statistico, e ha favorito solo i percettori di profitti e rendite. Come scrisse Steinbeck: “Diffida del tempo in cui gli scioperi cessano”. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
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