| Una delle foto dell’archivio Onu |
Fotografie tanto crude e amare che anche il quotidiano israeliano Haaretz non ha potuto fare a meno di pubblicare sul proprio sito giovedì, anniversario della Nakba palestinese. Il corposo archivio fotografico è stato da poco digitalizzato per evitare di perdere la testimonianza visiva di quanto accadde nel 1948: famiglie intere in fuga dai propri villaggi e dalle proprie terre, camioncini e bus strapieni di valige, di donne e bambini, le lacrime delle madri, i primi campi profughi fatti di tende e gestiti dalle Nazioni Unite e diventati pochi anni dopo strutture permanenti, con case di cemento abbarbicate una sull’altra tra gli stretti vicoli dei 58 campi sparsi in tutto il Medio Oriente.
L’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi creata subito dopo quell’esodo di massa, ha raccolto il materiale che narrasse l’esilio: oltre 430mila pellicole, 10mila foto stampate, 85mila slide, 75 film, 730 videocassette. Un archivio tanto vasto da meritare cinque anni fa l’iscrizione nella Lista della Memoria del Mondo, gestita dall’Unesco, e un milione di dollari di donazioni da Danimarca, Francia e privati palestinesi per realizzare la necessaria digitalizzazione. Ad oggi sono duemila le immagini già digitalizzate e 50 stampe stanno girando da Gerusalemme alla Giordania, dalla Cisgiordania a Beirut nell’ambito della mostra “The Long Journey”.
Un viaggio lungo, che non pare voler terminare presto: Israele non ha alcuna intenzione di mettere sul tavolo del negoziato la questione calda e centrale dei rifugiati palestinesi, che in sei decenni e mezzo hanno superato i sette milioni. Accettare il diritto al ritorno – basilare nella lotta di liberazione della Palestina – significherebbe abbandonare il sogno di creare uno Stato ebraico, in cui la maggioranza della popolazione abbia origini ebree. La fine del sionismo, ad oggi inaccettabile per qualsiasi formazione politica israeliana.
E la Nakba continua: ieri, le manifestazioni organizzate in tutta la Palestina storica si sono nuovamente bagnate di sangue. Due giovani palestinesi, Muhammad Audah Abu al-Thahir, di 22 anni, e Nadim Siyam Nuwarah, di 17, sono stati uccisi davanti al carcere di Ofer dal fuoco israeliano, colpiti al petto mentre manifestavano in solidarietà con i prigionieri politici in sciopero della fame.
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