I combattimenti sono continuati anche nelle ultime ore nelle città di frontiera dell’Ucraina orientale assediata dalle forze militari di Kiev, anche se in maniera meno intensa e più sporadica rispetto ai giorni scorsi. Intanto è in corso nella capitale del paese un giro di colloqui tra esponenti dei partiti di governo, rappresentanti delle potenze che hanno favorito il golpe di febbraio, imprenditori, governatori locali ed ex presidenti al fine di trovare una soluzione che disinneschi la guerra civile, soprattutto alla luce del fatto che ormai sembra evidente a tutti che non sarà solo grazie alle operazioni militari lanciate contro le regioni insorte che la giunta nazionalista riprenderà il controllo della situazione. Ogni volta che l’esercito si muove contro i guerriglieri dell’est e del sud, sempre più organizzati e motivati, dimostra la sua debolezza.
Pesa come un macigno l’attacco delle milizie popolari contro un convoglio di mezzi blindati governativi nei pressi di Kramatorsk, martedì pomeriggio, nel corso del quale sono stati distrutti numerosi veicoli corazzati e molti soldati di Kiev, oltre a membri della Guardia Nazionale che integra le milizie neonaziste, sono morti. Secondo il ‘sindaco popolare’ di Slaviansk, Viaceslav Ponomariov, solo ieri le vittime tra le forze militari governative negli ultimi scontri con i guerriglieri del Donbass sarebbero 11, e 24 i feriti, mentre le milizie locali avrebbero registrato un solo morto. Cifre che naturalmente l’esecutivo di Kiev nega, ammettendo solo alcuni feriti tra le proprie fila.
Paradossalmente sono le milizie di autodifesa del Donbass ad essere passate all’offensiva approfittando della debolezza delle truppe di Kiev. A mezzanotte le autorità delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk hanno lanciato un ultimatum di 24 ore all’esercito ucraino affinché abbandoni i territori assediati. Ad annunciare l’ultimaturm è stato ieri sera all’agenzia Ria Novosti Serghiei Zdriliuk, vicecomandante dell’esercito del Donbass, minacciando in caso di inadempienza l'attacco delle postazioni controllate dalle forze filogovernative. «Se i veicoli corazzati non saranno ritirati e i blocchi stradali delle cosiddette autorità non saranno rimossi, avrò sufficiente potere e mezzi per distruggere e bruciare qualsiasi cosa. Gruppi di ricognizione e di sabotaggio sono pronti a muoversi e alcuni sono già in posizione», ha riferito Zdriliuk.
La situazione per il regime golpista di Kiev sembra essere in una fase di stallo, e se parte delle minacce delle milizie insorte sono da considerarsi frutto di una scontata guerra di propaganda, è anche vero che le elezioni presidenziali del 25 maggio convocate dalla destra nazionalista al potere sono sempre più vicine e appare chiaro ormai a tutti che sarà impossibile che i nuovi padroni del paese possano essere legittimati dal voto anche delle regioni insorte dove il controllo da parte del potere centrale è praticamente nullo.
Da questo punto di vista è arrivato all’Unione Europea e alla giunta di Kiev un nuovo segnale di disponibilità da parte dell’amministrazione russa. Secondo il presidente della Duma – il parlamento russo – Sergej Narishkin, la legittimità delle presidenziali ucraine del 25 maggio è «incompleta», ma «è evidente che non svolgere affatto le elezioni sarebbe persino più triste, quindi è necessario scegliere il minore dei due mali». La dichiarazione rilasciata dal leader politico russo nel corso di un’intervista alla tv Rossia 24 suona come una ennesima presa di distanza di Mosca dal progetto indipendentista delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk le cui autorità non hanno – almeno per ora – nessuna internazione di permettere che nelle due rispettive regioni tra due domeniche si voti per eleggere il presidente di un paese nel quale non si riconoscono più.
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