di Roberto Prinzi
Dopo tanti fallimenti, è arrivato un successo significativo per l’esercito iracheno. Ieri le truppe di Baghdad hanno conquistato la strategica cittadina di Baiji dove vi è la più grande raffineria del Paese.
A dare conferma della notizia sono due ufficiali iracheni. Sugli
schermi della televisione di stato il Generale Abdul Wahab al-Saadi era
comprensibilmente contento per la “liberazione” della città
settentrionale. Una vittoria importante per Baghdad, non c’è dubbio.
Anche da un punto di vista morale dopo le tante umiliazioni inflitte dai
jihadisti al fragilissimo governo iracheno. Come larghe porzioni a nord
ovest del Paese, Beiji era stata occupata dalle forze dello Stato
Islamico (Is) ad agosto senza grosse difficoltà. Una sua riconquista
vuol dire infliggere un duro colpo economico ai miliziani di al-Baghdadi
il cui “califfato” trae enormi profitti dalla vendita dell’“oro nero”.
Ciononostante, non bisogna sopravvalutare il successo
militare di ieri. L’Is appare ancora saldamente in controllo di gran
parte della provincia nord occidentale di al-Anbar e continua a farsi
beffe dei bombardamenti della coalizione occidentale a guida
statunitense. Finora, infatti, i raid aerei hanno rallentato l’avanzata
dei fondamentalisti, ma di certo non l’hanno arrestata. Né le
popolazioni delle aree “liberate” possono sempre rallegrarsi per la
sconfitta dello Stato Islamico: in molti casi alle violenze dei
jihadisti sunniti sono subentrate quelle non meno brutali delle milizie
sciite alleate di Baghdad.
Ad ogni modo, la gioia per la riconquista di Beiji rivela quale sia al momento la priorità della coalizione anti-Is. Se
lo stato islamico è ancora troppo forte per essere sconfitto (e
troppo deboli le truppe irachene che lo combattono sul terreno), allora
non resta che indebolirlo colpendo la sua fonte principale di guadagno:
la vendita di petrolio. L’ufficiale del Tesoro statunitense,
David Cohen, lo ha spiegato chiaramente giovedì: “grazie ai
bombardamenti sulle raffinerie controllate dall’Is e alle altre nostre
attività militari, assistiamo ad una diminuzione dei loro guadagni di
diverse milioni di dollari a settimana. Sono piccoli passi che nel tempo
avranno un grosso impatto”.
Accanto poi alla vittoria militare c’è poi
quella altrettanto importante politica. La regione autonoma curda e il
governo di Baghdad hanno raggiunto due giorni fa un accordo sulla
vendita del petrolio, argomento che spesso ha portato le due
parti allo scontro. Baghdad pagherà 500 milioni di dollari ad Irbil per il
trasferimento al governo centrale di 150.000 barili di petrolio al
giorno. L’intesa, raggiunta ad Iribil dal Ministro del Petrolio iracheno
Adel Abdul-Mahdi e dal Premier della regione curda Nechirvan Barzani, è
il primo colpo messo a segno dal nuovo governo iracheno di Haidar
al-Abadi.
Il neo primo ministro, intanto, è impegnato anche in un’altra difficile battaglia: quella della riforma dell’esercito.
Mercoledì il primo ministro ha licenziato 26 ufficiali militari a ne ha
mandati 10 in pensione. La decisione di al-Abadi era stata preceduta
qualche giorno fa dalle dure parole del Grande Ayatollah Ali al-Sistani
(la figura religiosa sciita più influente nel Paese) che aveva
dichiarato che la corruzione delle forze armate aveva facilitato la
conquista dello Stato Islamico di gran parte del territorio del nord del
Paese. Pertanto, secondo al-Sistani, l’esercito doveva essere
riformato. La riorganizzazione delle forze armate di Baghdad è “un
segnale positivo” secondo il Segretario della Difesa statunitense Chuck
Hagel. Intervenendo alla Commissione delle Forze Armate giovedì, ha poi
aggiunto: “mentre le forze irachene si rafforzano, l’intensità e la
frequenza dei nostri raid anti-Is procederanno di pari passo”.
Ma le parole dei vertici statunitensi non convincono molti. L’esercito
iracheno – che ha ricevuto 25 miliardi di dollari in aiuti dagli Usa –
non è a detta di molti in grado di affrontare l’avanzata dei jihadisti
in Iraq e Siria. C’è chi continua a nutrire forti dubbi
sull’effettiva utilità dei bombardamenti della coalizione senza che vi
siano uomini a terra. Critiche all’amministrazione Obama che non
giungono solo dai rivali repubblicani, ma anche dagli stessi
democratici. “Cosa è cambiato? Cosa abbiamo imparato dagli errori in
Afghanistan e in Iraq?” si è domandata la democratica Loretta Sanchez.
Dei mancati progressi di Obama in Iraq e
Siria, gongolano i repubblicani che criticano la Casa Bianca per non
aver inviato “truppe sul terreno”. Punto su cui concorda anche il
Generale Martin Dempsey secondo il quale mandare a combattere a fianco
delle forze locali “piccole squadre” di truppe statunitensi è una
opzione che bisogna considerare. La scorsa settimana il
Presidente Obama aveva approvato un invio di altri 1.500 militari in
Iraq per consigliare e addestrare le truppe irachene portando così a
3.100 la presenza totale delle unità americane. Una missione che, giorno
dopo giorno, si sta rivelando sempre più complicata e rischia di
riportare gli Usa nel pantano iracheno dal quale, almeno ufficialmente,
ne era uscita con difficoltà nel 2011. Ma a chi evoca gli spettri delle
due recenti (e fallimentari) missioni in Afghanistan e Iraq,
Dempsey e Hagel subito rassicurano che, qualora dovesse esserci la
necessità, si tratterà di invi “modesti”. Insomma, niente a che vedere
con le 150.000 truppe raggiunte nell’apice dell’invasione del 2003.
Ieri, intanto, una commissione dell’Onu che investiga sui crimini di guerra in Siria e Iraq ha detto che i siriani e gli iracheni sono soggetti ad un “regime di terrore” nelle aree controllate dallo Stato islamico. Le conclusioni dei quattro membri della commissione si basano su 300 interviste fatte a persone fuggite o che vivono nelle aree controllate dall’Is, su video e su prove fotografiche. Il membro della Commissione Vittit Muntarbhorn ha affermato che lo studio delle Nazioni Unite ha come obiettivo quello di porre al centro dell’attenzione il dramma delle popolazioni civili costrette a vivere tra esecuzioni, amputazioni, frustrazioni pubbliche, schiavitù sessuale e diffuso indottrinamento. Secondo lo studio, i gruppi siriani di diritti umani non possono raggiungere almeno 600.000 persone che abitano tra Deir al-Zour e Raqqa. L’Is impedirebbe anche l’ingresso di medicine, dottori e infermieri nella provincia siriana di Hassakeh.
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