di Chiara Cruciati
Ad Obama che chiede l’investitura del Congresso per la terza guerra in
Iraq in vent’anni, Baghdad risponde con un secco «no grazie». Nessuno, ha fatto sapere il ministro degli Esteri al-Jaafari,
ha mosso ufficiale richiesta a Washington perché invii truppe sul
terreno iracheno: «Quello su cui ci siamo accordati con la coalizione
internazionale è la fornitura di assistenza aerea, addestramento,
condivisione di intelligence e assistenza umanitaria». Ma nessuno
stivale sul terreno, precisa il governo iracheno.
Eppure, nonostante Obama cerchi
di evitare le reazioni della sua opinione pubblica negando di voler
mandare anche un solo marine in quel buco nero che per l’americano medio
è l’Iraq, gli stivali sul terreno ci sono già. O meglio, non sono mai
andati via. L’occupazione Usa non ha solo frammentato
irrimediabilmente il paese, distruggendone esercito e istituzioni, ma ha
anche creato una rete di basi militari mai del tutto smantellata.
È il caso della base di Ain al-Asad, nella turbolenta provincia sunnita di Anbar, dentro la quale si trovano 320 marines,
impegnati – dice la Casa Bianca – ad addestrare i soldati della 7°
Divisione del nuovo esercito iracheno e miliziani sunniti delle tribù
locali schierate contro il califfo. Ieri, contro quella base, è stata lanciata la dura offensiva dello Stato Islamico
che, dopo aver assunto il controllo di ampie parti della vicina città
di al-Baghdadi (lo stesso nome del califfo), ha preso d’assalto la base
con attentatori suicidi.
Il Pentagono all’inizio ha negato: la
battaglia si è svolta solo ad al-Baghdadi (da mesi target degli
islamisti) ma nessun attacco diretto alla base. Diversa la versione
fornita dalla stampa, che riportava dell’uccisione da parte dei soldati
iracheni di 5, o forse 8, aspiranti kamikaze nel momento in cui
tentavano di farsi esplodere a Ain al-Asad. Poco dopo anche funzionari
Usa hanno confermato la notizia: la Cbs ha raccolto la
testimonianza di Sean Ryan, capo del dipartimento affari esteri della
coalizione, secondo il quale gli assalitori sono entrati nella base (una
delle più ampie in Iraq, protetta da una rete lunga 20 km e
intramezzata da torri di controllo) ma sono stati uccisi prima di farsi
saltare in aria.
Resta il fatto che le truppe Usa
sono già sul terreno e non si limitano a fare da consiglieri militari
dell’esercito di Baghdad e dei peshmerga di Irbil: operano in basi
proprie, disseminate sul territorio. E, secondo quanto riportato in
passato da giornalisti locali, avrebbero già preso parte ad alcune
battaglie. Non solo dietro la scrivania ad impartire ordini, ma
anche dietro un fucile, sul campo. L’ultimo episodio in ordine di tempo
era stato riportato da Al Jazeera Tv: a dicembre, soldati Usa si
scontrarono – secondo quanto dichiarato dal tenente iracheno al-Qoud –
con i miliziani dell’Isis che avevano assaltato proprio la città di
al-Baghdadi.
E mentre i marine fanno il proprio mestiere (mantenere lo stivale Usa nel paese), l’esercito
iracheno si prepara a quella che è stata annunciata dal generale Allen
come la più grande offensiva via terra contro l’Isis. Dall’altra parte del confine, l’esercito
siriano tenta lo stesso: tra mercoledì e giovedì le truppe di Damasco,
sostenute da Hezbollah e militari iraniani, hanno lanciato una
controffensiva a sud della capitale, strappando il controllo di numerose
comunità ai qaedisti di Al-Nusra, alleati a metà dello Stato Islamico.
Il presidente Assad ha ripreso colline e villaggi strategici (come Deir al-Adas e Deir Maker) perché collegamento con le province di Daraa e Quneitra, al confine con Israele, zona da mesi roccaforte di gruppi islamisti. Damasco e Hezbollah promettono di proseguire, affermando di aver tagliato le vie di rifornimento di armi e miliziani ai ribelli. Un’avanzata che preoccupa Israele, responsabile il 18 gennaio di un attacco contro postazioni di Hezbollah nel sud della Siria che ha ucciso leader militari del movimento libanese. E che rafforza Assad (oggi unica forza militare in grado di opporsi all’offensiva dell’Isis) anche sul piano diplomatico: ieri l’inviato speciale Onu de Mistura ha ribadito la necessità di coinvolgere il governo siriano nella transizione politica.
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