Omar al Bashir è stato rimosso dal potere da un colpo di
stato delle forze armate che hanno preso il controllo dei media statali e
di varie istituzioni pubbliche. Il presidente sudanese si troverebbe agli arresti domiciliari.
Sono queste le notizie, ancora confuse, che arrivano da Khartoum dove
sono confluiti dozzine di mezzi blindati. “L’Esercito ha preso il
potere”: titola online il Sudan Tribune, uno dei principali
quotidiani del Paese, confermando che è in corso “un colpo di stato a
cui partecipa tutto l’esercito, il ministro della difesa e il primo
vice-presidente Awad Ibn Ouf”. Stando all’emittente saudita Al Arabiya più di 100 personalità vicine ad al Bashir, tra cui il capo del governo Mohammed Taher Aila, sono state arrestate.
L’esercito ha fatto sapere che intende “formare un consiglio militare per gestire il Paese”.
Si attende ora “un importante annuncio” da parte dei vertici delle
Forze armate che dovrebbe ufficializzare le “dimissioni” del
presidente.
Il colpo di stato giunge quattro mesi dopo lo scoppio di vaste
proteste popolari per chiedere la deposizione di al Bashir, al potere
ininterrottamente dal 1989 e per manifestare contro la grave situazione
economica in Sudan. Le reti televisive mostrano centinaia di
manifestanti in strada che cantano e ballano issando foto di al Bashir
con su scritto “Game over”, “è finita”.
Segnali precisi del colpo di stato, nell’aria da tempo, erano giunti
la scorsa notte quando l’aeroporto della capitale Khartoum è stato
chiuso e le trasmissioni televisive e radiofoniche interrotte. L’esercito
peraltro nei giorni scorsi era intervenuto più volte per impedire
l’intervento delle forze di sicurezza fedeli ad al Bashir volto a
reprimere i sit-in dei manifestanti davanti al quartier generale delle
forze armate. Il presidente rimosso il 22 febbraio aveva
imposto lo stato d’emergenza nazionale e rassegnato le dimissioni da
leader del Partito del congresso nazionale (Ncp) affidando l’incarico ad
interim al suo vice, Ahmed Harun, nel tentativo di placare le proteste.
Analisti prevedono che l’esercito resterà la potere fino alle prossime elezioni presidenziali, in programma nel 2020.
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