Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Posta elettronica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Posta elettronica. Mostra tutti i post

14/05/2017

Pirateria informatica, Wannacry non è un attacco hacker (ma è pericolosissimo)

Non c’è stato nessun attacco. Smettiamola di parlare a vanvera. Ve ne prego. Quel che sta accadendo non è una manifestazione acuta, ma cronica della in-sicurezza informatica in giro per il pianeta. L’unico elemento “notiziabile” è la contemporaneità di più vittime eccellenti. Niente di più.

Per chi ieri era distratto o si è perso web, radio e televisione, ricomincio da capo. Un “ransomware” (quella specie di virus che cifra i dati dei computer e costringe l’utente a pagare un riscatto per ritrovare la propria pace e soprattutto la leggibilità dei file che gli appartengono) ha bloccato i sistemi informatici del Sistema sanitario nazionale britannico, un discreto numero di banche spagnole, nonché aziende ed enti sparsi per il mondo. Questo insieme di istruzioni maligne stavolta va sotto il nome di Wannacry, che tradotto significa – giustamente – “voglio piangere” e calza a pennello lo stato d’animo di chi si trova inchiodato dinanzi alla imperturbabile inaccessibilità alle informazioni indispensabili per svolgere il lavoro, per decidere, per fare. 

Perché non è un attacco? Semplice, almeno per chi ha dimestichezza con l’arte della guerra, con Sun Tzu e dintorni. L’attacco prevede un disegno criminale o militare (spesso i termini si accavallano), ha un obiettivo determinato (in questo caso l’azione è indiscriminata già al momento dell’inoltro delle mail ad una infinita lista di destinatari), ha un regista o comandante che ne coordina gli sviluppi.

Ci troviamo, invece, di fronte a un devastante incrocio tra lo spamming (invio di quantitativi enormi di posta elettronica indesiderata e non sollecitata) e il phishing (pesca ancora miracolosa di imbecilli che – nonostante tutti conoscano il rischio di certe fregature – ancora cliccano sui link che nelle mail innescano un furto di dati o di identità, una truffa o qualche altra brutta esperienza in danno all’immancabile malcapitato).

Nella fattispecie, chi non riesce a tenere fermo il mouse è come se premesse il grilletto dopo aver puntato una pistola virtuale contro l’immaginaria tempia del computer a disposizione. Il “colpo”, corrispondente al clic per l’apertura di un file allegato e spesso etichettato con nomi irresistibili come “fattura” o “ingiunzione di pagamento”, innesca l’esecuzione di un programmino velenosissimo. Documenti, archivi, immagini e quant’altro vengono crittografati e l’utente – che naturalmente non conosce le chiavi per riportare “in chiaro” quel che gli serve – si trova dinanzi ad un moderno “elettrodomestico” totalmente inutile.

Non si tratta di una insidia nuova e se qualcuno cita – tra i tanti fratelli di questo venefico malware – cryptolocker, sono parecchi quelli che già sanno (magari per funesta esperienza diretta) di cosa stiamo parlando. Ci troviamo dinanzi ad una simultanea constatazione della presenza della medesima gravissima “patologia” in importanti contesti distribuiti in differenti Paesi. Null’altro. Ma questo non significa sminuire la gravità della situazione, anzi è un drammatico campanello d’allarme, che gli esperti (quelli veri e non gli improvvisati teatranti da talk-show) fanno inutilmente tintinnare da anni.

Questo ransomware rappresenta l’evoluzione della specie ed è connotato dall’autonoma capacità di muoversi all’interno di un sistema informatico. Va aggiunto che l’apocalisse che ha meritato gli onori della cronaca è stata amplificata dall’eccessiva funzionalità delle importanti architetture tecnologiche rimaste paralizzate. Il Sistema sanitario d’oltre Manica ha sempre vantato un’invidiabile efficienza che aveva tra i suoi ingredienti la capillare condivisione di un patrimonio informativo sterminato: probabilmente è bastato un comportamento leggero di un impiegato a scatenare l’eccidio digitale.

Wannacry – come tutti i suoi simili – non si limita a “inguaiare” il computer dello sventurato, ma si sbriga a cifrare tutto quel che trova sui dispositivi con cui quel computer è in grado di collegarsi. Quindi, il contagio è fulmineo e la velocità di propagazione è sconfortante. Probabilmente dalle nostre parti (dove “fortunatamente” non c’è un “tessuto connettivo” così dinamico ed intraprendente) non ci sarebbero conseguenze a così ampio spettro.

In Italia, i casi di ransomware sono da tempo all’ordine del giorno, ma grazie al ridotto dialogo tra sistemi (scusate l’ironia fuori luogo, ma anche questa è una misura di sicurezza) non si sono al momento verificati episodi sincroni di questa entità numerica. Varrebbe la pena di fare qualche convegno in meno (la tematica cyber ha superato anche la vendita di pentole, pur senza offrire gite in pullman) e lavorare un pochino di più. La digital security è imperativa: le chiacchiere congressuali o la designazione di amici degli amici alla cloche di determinati comparti aziendali o istituzionali non potranno scongiurare un futuro olocausto.

13/05/2017

Prove di cyberwar globale. Ieri attacchi informatici in 74 paesi

Una serie di attacchi informatici hanno colpito ieri diversi paesi, dalla Spagna alla Gran Bretagna inclusa l'Italia. Secondo la Bbc vittime dell’azione di pirateria informatica sono anche aziende e istituzioni di Cina, Russia, Vietnam e Taiwan.

Secondo i ricercatori di Kaspersky Lab, società russa specializzata nella creazione di antivirus, gli attacchi informatici sarebbero stati più di 45.000, messi a segno in almeno 74 Paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Spagna, Russia, India, Cina, Ucraina, Taiwan ed Egitto.

Il particolare curioso, ma inquietante, è che il virus risulta essere stato in dotazione alla National Security Agency degli Stati Uniti ed a questa sottratto tempo fa da una azione di hackeraggio.

Il primo allarme è venuto dalla Spagna. Il gigante delle telecomunicazioni Telefonica e altre aziende spagnole sono state vittime di un cyberattacco: lo ha reso noto il Ministero dell’Economia di Madrid. Il Ministero ha confermato “numerosi cyberattacchi contro della aziende spagnole” tramite un virus di tipo “ransomware”, che blocca l’accesso ai file fino a che non viene pagata una somma di denaro. L’attacco avrebbe colpito dei singoli computer di dipendenti e non avrebbe dunque compromesso “la prestazione di servizi o lo sfruttamento della rete o gli utenti di tali servizi”, né sarebbe a rischio la sicurezza dei dati.

Successivamente diversi ospedali britannici sono stati colpiti da un cyberattacco che ha costretto alcuni nosocomi a cancellare degli appuntamenti di routine. Come nell’analogo caso avvenuto in Spagna nelle stesse ore, si tratta di un virus di tipo ransomware, che blocca l’accesso ai dati se non viene pagata una somma di denaro.

Secondo quanto ricostruito dal New York Times, il virus denominato ransomware era stato diffuso on-line da un’organizzazione denominata Shadow Borkers, specializzata nella commercializzazione illegale di materiale informatico rubato alla National Security Agency (Nsa) americana; Microsoft aveva risposto con un patch di sicurezza già nel marzo scorso, ma gli hacker hanno approfittato del fatto che la maggior parte degli obiettivi vulnerabili – specie gli ospedali – non avevano ancora effettuato l’upgrade dei propri sistemi.

Il virus è stato trasmesso attraverso un malware inviato per e-mail; una volta installato, questo permetteva al “ransom” di entrare nei pc bloccandone l’accesso ai dati; lo sblocco era possibile solo mediante il pagamento di un riscatto (da cui la denominazione del virus) esclusivamente in bitcoin, ritenuta la valuta meno rintracciabile del mondo. Per il giornale statunitense, gli attacchi di ieri sono i primi messi a segno con “un’arma informatica sviluppata dalla Nsa, finanziata dai contribuenti americani e rubata da un avversario”, e poi usata da “cybercriminali contro pazienti, ospedali, aziende, governi e cittadini normali”.

Gli attacchi hacker non colpiscono solo il settore finanziario o produttivo ma hanno cominciato a prendere di mira anche la Pubblica amministrazione e l’istruzione, perché contengono dati, relativi a identità e privacy, facilmente monetizzabili. Lo afferma Laurance Dine, Managing Principal of Investigative Response di Verizon Enterprise Solutions, intervistato da askanews in merito al Data Breach Investigations Report di Verizon, pubblicato lo scorso 27 aprile.

Secondo il Report 2017, tra i settori più colpiti dagli attacchi hacker spiccano adesso settori come la sanità, la PA, l’istruzione: i cybercriminali oggi ambiscono maggiormente alla nostra identità e alla privacy o al nostro denaro? “Il 73% delle violazioni analizzate nel report di quest’anno – spiega Dine – puntavano a un obiettivo finanziario. Se ci sono dati che possono essere monetizzati, i cybercriminali li prenderanno di mira. Spesso gli attacchi contro l’identità o la privacy sono comunque perpetrati per motivi finanziari”.

Nel report di Verizon viene segnalato che il cyberspionaggio è in aumento. “Il trend è sicuramente in crescita. Il report di quest’anno ci ha dimostrato che il cyber-spionaggio è l’attacco più diffuso nel settore produttivo, nella pubblica amministrazione e adesso anche nell’istruzione” spiega ancora Dine, “Queste dinamiche sono in gran parte legate all’aumento esponenziale dei furti di proprietà industriali e intellettuali, prototipi e dati personali sensibili, beni preziosissimi per i cybercriminali. Il report di quest’anno ha analizzato circa 2.000 violazioni, delle quali 300 erano legate al cyberspionaggio, nate generalmente da una semplice email di phishing”.

Fonte