Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/12/2013
Certo non si finisce mai di imparare a quale livello di spregiudicatezza possa arrivare la lotta per il potere all'interno alla CGIL. Avevamo capito che tra Landini e la Camusso fosse in corso una tregua armata che aveva portato il segretario della FIOM a non presentare un documento alternativo al Congresso.
Una tregua sostenuta dalla necessità di Landini di uscire dal cul de sac in cui si era cacciato con la vicenda FIAT e la mancata sottoscrizione del CCNL dei metalmeccanici e che la Camusso aveva favorito con la mossa del cavallo dell'infame accordo del 31 maggio sulla rappresentanza, che aveva come obiettivo anche quello di far rientrare la FIOM in fabbrica.
Evidentemente la sentenza della Corte costituzionale sul diritto alle agibilità in azienda anche per le organizzazioni sindacali che, pur avendo partecipato alla trattativa contrattuale, avessero poi scelto di non sottoscrivere l'accordo, ha cambiato la geografia politica interna. Non c'era più per Landini l'esigenza della copertura della Camusso e quindi i giochi per la segreteria della CGIL si potevano considerare riaperti. Ci sembra di poter affermare che l'inedita sintonia Landini/Renzi sia da inscrivere in questo asse di ragionamento: io assumo la tua proposta sulla ennesima stravolgente riforma del mercato del lavoro, tu mi sostieni nell'agone congressuale nella battaglia per la segreteria confederale.
Ragioneremo meglio nei prossimi giorni sui reali contenuti della proposta Renzi sul contratto unico con libertà assoluta di licenziamento per i primi tre anni.
Vorremmo farlo a ragion veduta e sulla scorta di maggiori dettagli, anche se ci sembra ci siano tutte le intenzioni di estendere a dismisura la precarietà facendo intendere che ciò produrrebbe maggiore occupazione, cosa smentita clamorosamente dai risultati delle riforme Sacconi/Fornero degli anni scorsi. C'è sempre il rischio di cadere nella solita trappola di gridare allo scandalo su una serie di "anticipazioni" fatte trapelare a bella posta e poi magari rimanere spiazzati e "soddisfatti a metà" perché qualcuna di quelle chiacchiere viene tolta di mezzo anche se resta per intero la pesantezza dell'attacco.
Quello che ci interessa sottolineare oggi è che nella CGIL si sta giocando una partita sulla pelle dei precari, dei disoccupati, dei lavoratori per regolare i vari piani di potere interno e definire l'asse intorno a cui si giocherà la partita della definitiva mutazione genetica dei sindacati complici.
Alcuni in CGIL hanno già deciso di alzare la testa e di non stare ai giochetti di potere, alcuni pensano che sia necessario arrivare fino in fondo al percorso congressuale per manifestare il proprio dissenso e la propria alterità all'interno di quel consesso, altri non ce la fanno nemmeno ad attenderne i risultati e hanno manifestato la propria indisponibilità a fare il percorso congressuale e hanno cominciato ad uscire.
Che quello non sia più uno strumento utile alle lavoratrici e ai lavoratori sta diventando sempre più senso comune, c'è la necessità di esporsi e fare ancora di più per rappresentare l'alternativa e la possibilità della ricostruzione del sindacato di classe: noi ci candidiamo ad esserne parte.
Fonte
Cairo: è rivolta, in fiamme l'Università
Scorre di nuovo il sangue dei sostenitori dell'ex presidente Mohammed
Morsi destituito nell'estate scorsa da un golpe militare, in seguito
all'incendio dell'Università di Al Azhar. Gli edifici delle facoltà di
Agraria, Economia e la caffetteria della facoltà di Scienze sono stati
dati alle fiamme sabato mattina. Un giovane è stato ucciso dalla
polizia, numerosi sono i feriti mentre sono 101 gli studenti arrestati
in seguito allo scoppio dell'incendio. Secondo le forze di sicurezza, ad
appiccare le fiamme sono stati gli affiliati alla confraternita, alcuni
dei quali colti mentre trasportavano fuochi d'artificio, pistole e
bottiglie molotov. I Fratelli musulmani hanno parlato invece di «accuse
fabbricate».
Nell'ateneo erano in corso le sessioni di esami invernali che sono state immediatamente sospese. Mahmoud al Azhari, portavoce del gruppo «Studenti contro il golpe», ha dichiarato che il giovane ucciso si chiama Khaled al Haddad ed è stato colpito da alcuni proiettili sparati dalla polizia alle porte della facoltà di Economia. Secondo un'altra associazione studentesca pro-Morsi, diversi studenti coinvolti negli scontri sono rimasti feriti. Uno di loro, Tamim Mahmoud è stato colpito da un proiettile alla testa ed è in condizioni critiche. Bakr Zaki, preside della facoltà di Economia, ha sostenuto che i responsabili degli scontri sarebbero persone estranee all'Università che hanno bloccato l'ingresso alle facoltà a studenti e al personale dell'ateneo. Il campus di Nassr City si trova a pochi metri dal viale occupato dalla Fratellanza in seguito al colpo di stato del 3 luglio scorso.
Ma le violenze non si placano in tutto il paese in seguito alla dichiarazione della Fratellanza come «gruppo terroristico» secondo l'articolo 86 del codice penale. In Egitto l'appartenenza a un gruppo terroristico è punibile con una reclusione fino a cinque anni, mentre il finanziamento e la partecipazione al movimento possono costare anche la pena di morte.
Secondo il vice premier Hossam Eissa, tutti gli affiliati alla Fratellanza sono soggetti a provvedimenti restrittivi per ogni attività di «promozione verbale, scritta e finanziaria» della confraternita. E così l'esasperazione esacerba lo scontro tra laici e islamisti. Negli ultimi giorni, tre persone sono state uccise in scontri tra pro e anti Morsi a Minia e Damietta, due ad Assuan. Subito dopo la decisione di inasprire le misure contro la Fratellanza, il ministero dell'Interno ha annunciato l'apertura di una linea dedicata alle denunce di cittadini comuni contro chi fosse sospettato di far parte della confraternita.
Un provvedimento di questo tipo potrebbe determinare il superamento di una linea rossa che porterebbe il paese verso il baratro di nuove violenze. Qualora venissero colpiti i nervi della base sociale islamista, cioè scuole, opere caritatevoli e ospedali controllati dalla Fratellanza, gli scontri tra pro e anti Morsi potrebbero diventare incontrollabili. Per questo, il rappresentate regionale di Human Rights Watch, Sarah Leah Whiston ha duramente criticato il governo egiziano.
«Il governo vuole sterminare i Fratelli musulmani come principale gruppo di opposizione politica», si legge in una nota. Anche il portavoce del Segretario di Stato, Jen Psaki si è detto «preoccupato» per i recenti arresti di islamisti chiedendo un «processo politico inclusivo».
A innescare questi nuovi scontri è stato l'attentato contro la stazione di polizia di Mansoura che il 24 dicembre scorso ha causato 16 vittime tra gli agenti. Poche ore dopo decine di cittadini comuni hanno dato fuoco alle case di esponenti della Fratellanza in alcune città, roccaforti del movimento, nella regione di Dakhleya. Mentre il popolare proprietario del canale televisivo al Faraeen, Tawfiq Okasha è apparso sugli schermi televisivi incoraggiando i cittadini della regione a uscire di casa e continuare gli attacchi, seguendo l'esempio dei residenti di Mansoura. Contemporaneamente, il giornale online pro Morsi Al Mogaz è stato oscurato. A riportare in Egitto il clima del terrorismo degli anni Ottanta ci sono anche una lunga serie di esplosioni e rinvenimenti di ordigni in soli due giorni.
Vari feriti aveva causato una bomba ritrovata proprio all'ingresso dell'Università Al Azhar lo scorso 25 dicembre. Altri tre ordigni sono stati rinvenuti a due passi da piazza Rabaa al Adaweya. Una bomba è stata fatta esplodere ieri dagli artificieri della polizia di Kafr al Sheikh alle porte della sede del governatorato locale. Subito dopo l'attentato alla sede dei Servizi di sicurezza e di polizia di Mansoura, l'ex primo ministro dell'anno di presidenza Morsi, Hisham Qandil è stato tratto in arresto mentre tentava di superare il confine con il Sudan. L'accusa per Qandil riguarda la mancata nazionalizzazione della Tanta Oil Company nonostante una sentenza in questo senso della Corte amministrativa del Cairo.
Fonte
L'Egitto è ormai sulla strada dell'Iraq.
Nell'ateneo erano in corso le sessioni di esami invernali che sono state immediatamente sospese. Mahmoud al Azhari, portavoce del gruppo «Studenti contro il golpe», ha dichiarato che il giovane ucciso si chiama Khaled al Haddad ed è stato colpito da alcuni proiettili sparati dalla polizia alle porte della facoltà di Economia. Secondo un'altra associazione studentesca pro-Morsi, diversi studenti coinvolti negli scontri sono rimasti feriti. Uno di loro, Tamim Mahmoud è stato colpito da un proiettile alla testa ed è in condizioni critiche. Bakr Zaki, preside della facoltà di Economia, ha sostenuto che i responsabili degli scontri sarebbero persone estranee all'Università che hanno bloccato l'ingresso alle facoltà a studenti e al personale dell'ateneo. Il campus di Nassr City si trova a pochi metri dal viale occupato dalla Fratellanza in seguito al colpo di stato del 3 luglio scorso.
Ma le violenze non si placano in tutto il paese in seguito alla dichiarazione della Fratellanza come «gruppo terroristico» secondo l'articolo 86 del codice penale. In Egitto l'appartenenza a un gruppo terroristico è punibile con una reclusione fino a cinque anni, mentre il finanziamento e la partecipazione al movimento possono costare anche la pena di morte.
Secondo il vice premier Hossam Eissa, tutti gli affiliati alla Fratellanza sono soggetti a provvedimenti restrittivi per ogni attività di «promozione verbale, scritta e finanziaria» della confraternita. E così l'esasperazione esacerba lo scontro tra laici e islamisti. Negli ultimi giorni, tre persone sono state uccise in scontri tra pro e anti Morsi a Minia e Damietta, due ad Assuan. Subito dopo la decisione di inasprire le misure contro la Fratellanza, il ministero dell'Interno ha annunciato l'apertura di una linea dedicata alle denunce di cittadini comuni contro chi fosse sospettato di far parte della confraternita.
Un provvedimento di questo tipo potrebbe determinare il superamento di una linea rossa che porterebbe il paese verso il baratro di nuove violenze. Qualora venissero colpiti i nervi della base sociale islamista, cioè scuole, opere caritatevoli e ospedali controllati dalla Fratellanza, gli scontri tra pro e anti Morsi potrebbero diventare incontrollabili. Per questo, il rappresentate regionale di Human Rights Watch, Sarah Leah Whiston ha duramente criticato il governo egiziano.
«Il governo vuole sterminare i Fratelli musulmani come principale gruppo di opposizione politica», si legge in una nota. Anche il portavoce del Segretario di Stato, Jen Psaki si è detto «preoccupato» per i recenti arresti di islamisti chiedendo un «processo politico inclusivo».
A innescare questi nuovi scontri è stato l'attentato contro la stazione di polizia di Mansoura che il 24 dicembre scorso ha causato 16 vittime tra gli agenti. Poche ore dopo decine di cittadini comuni hanno dato fuoco alle case di esponenti della Fratellanza in alcune città, roccaforti del movimento, nella regione di Dakhleya. Mentre il popolare proprietario del canale televisivo al Faraeen, Tawfiq Okasha è apparso sugli schermi televisivi incoraggiando i cittadini della regione a uscire di casa e continuare gli attacchi, seguendo l'esempio dei residenti di Mansoura. Contemporaneamente, il giornale online pro Morsi Al Mogaz è stato oscurato. A riportare in Egitto il clima del terrorismo degli anni Ottanta ci sono anche una lunga serie di esplosioni e rinvenimenti di ordigni in soli due giorni.
Vari feriti aveva causato una bomba ritrovata proprio all'ingresso dell'Università Al Azhar lo scorso 25 dicembre. Altri tre ordigni sono stati rinvenuti a due passi da piazza Rabaa al Adaweya. Una bomba è stata fatta esplodere ieri dagli artificieri della polizia di Kafr al Sheikh alle porte della sede del governatorato locale. Subito dopo l'attentato alla sede dei Servizi di sicurezza e di polizia di Mansoura, l'ex primo ministro dell'anno di presidenza Morsi, Hisham Qandil è stato tratto in arresto mentre tentava di superare il confine con il Sudan. L'accusa per Qandil riguarda la mancata nazionalizzazione della Tanta Oil Company nonostante una sentenza in questo senso della Corte amministrativa del Cairo.
Fonte
L'Egitto è ormai sulla strada dell'Iraq.
Datagate senza limiti. Modificati anche i computer in viaggio
Quanto sono facili gli acquisti online! Quanto sono belli e trendy! Che bella la libertà garantita dalla Rete! Quasi quasi ci scegliamo anche i leader e i governanti, così abbiamo la democrazia diretta senza muovere un passo da casa...
Specchi per allodole, riduzione della popolazione a poltiglia di gonzi pronti ad abboccare a qualsiasi puttanata purché “nuova” (persino a Renzi, per i più deboli di cervice!).
Siamo cattivi? Prevenuti? E allora godiamoci quest'ultima rivelazione dal Datagate: la Nsa (National Security Agency, una delle agenzie di spionaggio Usa, che pare abbia superato la Cia quanto a “centralità strategica”) da anni - tra le altre cose - interrompe il viaggio dei computer acquistati online per installarvi “backdoor” e spyware, insomma dei sistemi – software e hardware – per poterne controllare le future comunicazioni.
Tutto ciò che fate, che facciamo, che faremo è quindi esposto alla “visione” che vorrà farne la Nsa. Ovvio, se sei un innocuo pirla che mette su Facebook soltanto i post con la fidanzata o le foto del bambino che cresce, ecc, la Nsa non si occuperà di te né poco né punto. Ma se niente niente fai un mestiere interessante, che produce idee “produttive” da copiare-anticipare, avrai dato involontariamente il tuo contributo alla “grandezza dell'America”. Se poi sei uno/a con delle idee strane in testa, insomma uno/a che si impegna nella politica o nel sindacato, beh, allora, la Nsa ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni, la tua rete di contatti entrerà negli schedari come “potenziali terroristi” (definizione eccessiva? Mica tanto, è quella che un tale Giancarlo Caselli ha elevato contro i manifestanti No Tav; in Italia, figuriamoci negli States...).
Fin qui si era saputo che le principali aziende hi tech statunitensi – da Google a Apple, da Microsoft a Facebook, ecc – avevano entusiasticamente collaborato con la Nsa, in un virtuoso scambio tra “pubblico” e “privato”, dove lo Stato guadagna in penetrazione nella privacy ad alta definizione dei “profili” individuali di chiunque, e l'imprenditoria ottiene basi dati sempre più dettagliate per indirizzare la pubblicità palese, occulta, mirata, personalizzata.
Le ultime rivelazioni sono state pubblicate sul principale quotidiano tedesco, Der Spiegel, che cita nuovi documenti riservati della stessa Nsa. Una vera e propria dettagliata “inchiesta” scritta da ben 6 giornalisti, tra cui spicca Laura Poitras, autrice di documentari che ha curato buona parte delle “esternazioni” di Edward Snowden, l'ex collaboratore esterno della Nsa che ha dato il via alla più grande campagna di denuncia – argomentatissima – contro il “Grande Fratello” con sede a Washington.
La novità riguarda uno squadrone chiamato con qualche ironia “idraulici digitali”, addetto alle Tailored access operations (Tao), incaricato di una lunga serie di missioni operative (rompere sistemi complessi e infiltrarvisi, spiare sul campo capi di stato stranieri in occasione degli incontri internazionali, e persino le deviazioni introdotte nei cavi sottomarini per le telecomunicazioni internazionali, ad esempio il Sea-Me-We-4).
Per i computer di qualsiasi livello, la tecnologia preferita riguarda direttamente l'accesso al Bios delle motherboard, il “cervelletto” che permette di controllare tutti i livelli successivi del software. Ma non si lesina davvero quanto a strumenti hi tech, visto che bene o male la maggior parte delle compagnie più evolute, ricche, importanti del settore ha sede negli Usa ed è guidata da manager a stelle-e-strisce (Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Maxtor, Dell, Western Digital sono tra le più citate nel catalogo Access network technology; ma si parla anche della coreana Samsung e della cinese Huawei, tutti dispositvi hackerati dalla Tao).
Di tutte le rivelazioni sono tuttavia quelle sulla manomissione fisica dei computer a costituire l’autentica novità di quest’ultima tappa dell’odissea Datagate. Alcuni degli attacchi riportati da Der Spiegel sono infatti basati sulle fragilità di internet ma anche dei componenti hardware di molti dispositivi, inclusi quelli di compagnie come Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Samsung, Maxtor, Huawei, Dell o Western Digital citate nel catalogo Access network technology.
Non solo “controllo da remoto”, insomma, ma anche interventi “fisici” sulla merce hi tech in viaggio, potendo contare sul tremendo potere di intimidazione delle “agenzie” made in Usa. E ovviamente anche interventi "postumi", sui computer lasciati negli uffici o nelle abitazioni, utilizzando un dispositivo chiamato “cottonmouth” che sfrutta le porte Usb.
A confronto, i crash report di Microsoft sono quasi un gioco da ragazzi, visti quanti ne vengono prodotti e quanti – anche hacker “privati” – li usano per impostare le proprie strategie di attacco da remoto.
Che altro aggiungere? Se usi delle “protezioni” hardware e software entri nello schedario degli “altamente sospetti”; se non ti proteggi, fanno delle tue comunicazioni l'uso che vogliono; se smetti di usare almeno alcune tecnologie, sei sospetto (come ben sanno alcuni compagni accusati di “aver lasciato il cellulare a casa”).
Questa è la libertà concessa dalla tecnologia. Un po' “vigilata”, vero? E quanto sarebbe “libera” la scelta delle leadership, in questo modo? Grillo, smettila di sparare cazzate. Non fanno ridere...
Fonte
Ora si capisce perché gli Stati Uniti hanno investito tutto quello che avevano da investire nell'informatica, parimenti segando ogni concorrenza esterna (vedasi Olivetti ai tempi)?
Specchi per allodole, riduzione della popolazione a poltiglia di gonzi pronti ad abboccare a qualsiasi puttanata purché “nuova” (persino a Renzi, per i più deboli di cervice!).
Siamo cattivi? Prevenuti? E allora godiamoci quest'ultima rivelazione dal Datagate: la Nsa (National Security Agency, una delle agenzie di spionaggio Usa, che pare abbia superato la Cia quanto a “centralità strategica”) da anni - tra le altre cose - interrompe il viaggio dei computer acquistati online per installarvi “backdoor” e spyware, insomma dei sistemi – software e hardware – per poterne controllare le future comunicazioni.
Tutto ciò che fate, che facciamo, che faremo è quindi esposto alla “visione” che vorrà farne la Nsa. Ovvio, se sei un innocuo pirla che mette su Facebook soltanto i post con la fidanzata o le foto del bambino che cresce, ecc, la Nsa non si occuperà di te né poco né punto. Ma se niente niente fai un mestiere interessante, che produce idee “produttive” da copiare-anticipare, avrai dato involontariamente il tuo contributo alla “grandezza dell'America”. Se poi sei uno/a con delle idee strane in testa, insomma uno/a che si impegna nella politica o nel sindacato, beh, allora, la Nsa ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni, la tua rete di contatti entrerà negli schedari come “potenziali terroristi” (definizione eccessiva? Mica tanto, è quella che un tale Giancarlo Caselli ha elevato contro i manifestanti No Tav; in Italia, figuriamoci negli States...).
Fin qui si era saputo che le principali aziende hi tech statunitensi – da Google a Apple, da Microsoft a Facebook, ecc – avevano entusiasticamente collaborato con la Nsa, in un virtuoso scambio tra “pubblico” e “privato”, dove lo Stato guadagna in penetrazione nella privacy ad alta definizione dei “profili” individuali di chiunque, e l'imprenditoria ottiene basi dati sempre più dettagliate per indirizzare la pubblicità palese, occulta, mirata, personalizzata.
Le ultime rivelazioni sono state pubblicate sul principale quotidiano tedesco, Der Spiegel, che cita nuovi documenti riservati della stessa Nsa. Una vera e propria dettagliata “inchiesta” scritta da ben 6 giornalisti, tra cui spicca Laura Poitras, autrice di documentari che ha curato buona parte delle “esternazioni” di Edward Snowden, l'ex collaboratore esterno della Nsa che ha dato il via alla più grande campagna di denuncia – argomentatissima – contro il “Grande Fratello” con sede a Washington.
La novità riguarda uno squadrone chiamato con qualche ironia “idraulici digitali”, addetto alle Tailored access operations (Tao), incaricato di una lunga serie di missioni operative (rompere sistemi complessi e infiltrarvisi, spiare sul campo capi di stato stranieri in occasione degli incontri internazionali, e persino le deviazioni introdotte nei cavi sottomarini per le telecomunicazioni internazionali, ad esempio il Sea-Me-We-4).
Per i computer di qualsiasi livello, la tecnologia preferita riguarda direttamente l'accesso al Bios delle motherboard, il “cervelletto” che permette di controllare tutti i livelli successivi del software. Ma non si lesina davvero quanto a strumenti hi tech, visto che bene o male la maggior parte delle compagnie più evolute, ricche, importanti del settore ha sede negli Usa ed è guidata da manager a stelle-e-strisce (Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Maxtor, Dell, Western Digital sono tra le più citate nel catalogo Access network technology; ma si parla anche della coreana Samsung e della cinese Huawei, tutti dispositvi hackerati dalla Tao).
Di tutte le rivelazioni sono tuttavia quelle sulla manomissione fisica dei computer a costituire l’autentica novità di quest’ultima tappa dell’odissea Datagate. Alcuni degli attacchi riportati da Der Spiegel sono infatti basati sulle fragilità di internet ma anche dei componenti hardware di molti dispositivi, inclusi quelli di compagnie come Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Samsung, Maxtor, Huawei, Dell o Western Digital citate nel catalogo Access network technology.
Non solo “controllo da remoto”, insomma, ma anche interventi “fisici” sulla merce hi tech in viaggio, potendo contare sul tremendo potere di intimidazione delle “agenzie” made in Usa. E ovviamente anche interventi "postumi", sui computer lasciati negli uffici o nelle abitazioni, utilizzando un dispositivo chiamato “cottonmouth” che sfrutta le porte Usb.
A confronto, i crash report di Microsoft sono quasi un gioco da ragazzi, visti quanti ne vengono prodotti e quanti – anche hacker “privati” – li usano per impostare le proprie strategie di attacco da remoto.
Che altro aggiungere? Se usi delle “protezioni” hardware e software entri nello schedario degli “altamente sospetti”; se non ti proteggi, fanno delle tue comunicazioni l'uso che vogliono; se smetti di usare almeno alcune tecnologie, sei sospetto (come ben sanno alcuni compagni accusati di “aver lasciato il cellulare a casa”).
Questa è la libertà concessa dalla tecnologia. Un po' “vigilata”, vero? E quanto sarebbe “libera” la scelta delle leadership, in questo modo? Grillo, smettila di sparare cazzate. Non fanno ridere...
Fonte
Ora si capisce perché gli Stati Uniti hanno investito tutto quello che avevano da investire nell'informatica, parimenti segando ogni concorrenza esterna (vedasi Olivetti ai tempi)?
Bomba su un bus, nuova strage a Volgograd
Non si ferma l’ondata di attentati contro la popolazione russa in quella che appare come una vera e propria escalation volta a terrorizzare il paese in vista delle feste di fine d’anno ed a boicottare le olimpiadi invernali di Sochi - in programma dal 7 febbraio - nel tentativo evidentemente di contribuire ad un isolamento internazionale di Mosca al quale stanno alacremente lavorando già la Nato e l’Unione Europea.
Dopo il macello di ieri all’ingresso della stazione ferroviaria di Volgograd a saltare in aria questa mattina alle 8 e 30 è stato un filobus, il numero 15 in circolazione nell’ex Stalingrado. Il bilancio finora è di 15 morti, tra i quali un bimbo di un anno: per la maggior parte le vittime sono studenti che andavano a scuola nel penultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di fine anno. Più di venti i feriti, molti dei quali in gravissime condizioni, e quindi il bilancio definitivo è destinato a crescere nelle prossime ore.
La violentissima esplosione ha completamente sventrato il filobus pieno di gente all'ora di punta. In un primo momento gli inquirenti ritenevano che l’ordigno fosse stato posizionato nel mezzo e fatto esplodere a distanza, invece ora sono dell'opinione che si sia trattato di un attentato kamikaze realizzato da un uomo che avrebbe utilizzato quattro chili di esplosivo Tnt.
Ieri a morire nell’esplosione dell’atrio dello snodo ferroviario russo erano state 18 persone – tra di esse un bambino di nove anni e una ragazzina di 14 ed un ufficiale di polizia che aveva tentato di bloccare l’attentatore - ed altre 38 circa erano rimaste ferite.
Durante la giornata di ieri si era diffusa la notizia che a farsi esplodere in prossimità dell’ingresso alla stazione fosse stata una donna kamikaze di origini caucasiche, appartenente a delle squadre di attentatrici suicide provenienti dal Daghestan e sguinzagliate in giro per la Russia dai signori della guerra che vogliono il distacco delle regioni del sud da Mosca e l’instaurazione della sharia. Informazioni più recenti – tutte da confermare – indicano invece come responsabile dell’attacco mortale un attentatore che si chiamerebbe ‘Pavlov’, che avrebbe riposto l’esplosivo in uno zaino poi abbandonato in prossimità dei metal detector. Il terrorista sarebbe stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso ed in prossimità del luogo della strage sarebbero stato anche ritrovate una pistola ed una granata. L'attentatore sarebbe Pavel Pechenkin, nato a Volzhsk nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia; nella primavera del 2012 si sarebbe unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’Islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi, ha spiegato il portavoce degli investigatori di Mosca, Vladimir Markin.
Naturalmente il clima di terrore, chiunque sia dietro l'escalation terroristica in atto contro Mosca, rafforza gli argomenti delle forze di estrema destra e nazionaliste che da tempo conducono in Russia una virulenta campagna contro l'immigrazione di provenienza asiatica. Teoricamente l'ondata di attentati potrebbe anche rafforzare il governo e il presidente Putin, che però in questa fase appaiono incapaci di gestire la situazione e garantire l'incolumità della popolazione civile. Il che fa supporre che gli attacchi delle ultime settimane abbiano un obiettivo destabilizzante e non stabilizzante. Ma si tratta per ora solo di supposizione. Di certo c'è solo il sangue di tanti innocenti.
Nonostante la gravità di quanto sta accadendo in Russia i nostri media dedicano alle due stragi di ieri e di oggi poco spazio, poche righe sui quotidiani e distratti servizi in tv. Se una bomba fosse esplosa in una stazione ferroviaria statunitense ogni trasmissione sarebbe stata interrotta da edizioni straordinarie dei tg e le varie reti sarebbero entrate in collegamento con i rispettivi corrispondenti a Washington e a New York. Ma è solo Volgograd, e le vittime sono russe. Non è il caso di rovinare la festa agli italiani…
Fonte
Dopo il macello di ieri all’ingresso della stazione ferroviaria di Volgograd a saltare in aria questa mattina alle 8 e 30 è stato un filobus, il numero 15 in circolazione nell’ex Stalingrado. Il bilancio finora è di 15 morti, tra i quali un bimbo di un anno: per la maggior parte le vittime sono studenti che andavano a scuola nel penultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di fine anno. Più di venti i feriti, molti dei quali in gravissime condizioni, e quindi il bilancio definitivo è destinato a crescere nelle prossime ore.
La violentissima esplosione ha completamente sventrato il filobus pieno di gente all'ora di punta. In un primo momento gli inquirenti ritenevano che l’ordigno fosse stato posizionato nel mezzo e fatto esplodere a distanza, invece ora sono dell'opinione che si sia trattato di un attentato kamikaze realizzato da un uomo che avrebbe utilizzato quattro chili di esplosivo Tnt.
Ieri a morire nell’esplosione dell’atrio dello snodo ferroviario russo erano state 18 persone – tra di esse un bambino di nove anni e una ragazzina di 14 ed un ufficiale di polizia che aveva tentato di bloccare l’attentatore - ed altre 38 circa erano rimaste ferite.
Durante la giornata di ieri si era diffusa la notizia che a farsi esplodere in prossimità dell’ingresso alla stazione fosse stata una donna kamikaze di origini caucasiche, appartenente a delle squadre di attentatrici suicide provenienti dal Daghestan e sguinzagliate in giro per la Russia dai signori della guerra che vogliono il distacco delle regioni del sud da Mosca e l’instaurazione della sharia. Informazioni più recenti – tutte da confermare – indicano invece come responsabile dell’attacco mortale un attentatore che si chiamerebbe ‘Pavlov’, che avrebbe riposto l’esplosivo in uno zaino poi abbandonato in prossimità dei metal detector. Il terrorista sarebbe stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso ed in prossimità del luogo della strage sarebbero stato anche ritrovate una pistola ed una granata. L'attentatore sarebbe Pavel Pechenkin, nato a Volzhsk nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia; nella primavera del 2012 si sarebbe unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’Islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi, ha spiegato il portavoce degli investigatori di Mosca, Vladimir Markin.
Naturalmente il clima di terrore, chiunque sia dietro l'escalation terroristica in atto contro Mosca, rafforza gli argomenti delle forze di estrema destra e nazionaliste che da tempo conducono in Russia una virulenta campagna contro l'immigrazione di provenienza asiatica. Teoricamente l'ondata di attentati potrebbe anche rafforzare il governo e il presidente Putin, che però in questa fase appaiono incapaci di gestire la situazione e garantire l'incolumità della popolazione civile. Il che fa supporre che gli attacchi delle ultime settimane abbiano un obiettivo destabilizzante e non stabilizzante. Ma si tratta per ora solo di supposizione. Di certo c'è solo il sangue di tanti innocenti.
Nonostante la gravità di quanto sta accadendo in Russia i nostri media dedicano alle due stragi di ieri e di oggi poco spazio, poche righe sui quotidiani e distratti servizi in tv. Se una bomba fosse esplosa in una stazione ferroviaria statunitense ogni trasmissione sarebbe stata interrotta da edizioni straordinarie dei tg e le varie reti sarebbero entrate in collegamento con i rispettivi corrispondenti a Washington e a New York. Ma è solo Volgograd, e le vittime sono russe. Non è il caso di rovinare la festa agli italiani…
Fonte
La Svizzera: Torino-Lione inutile, non ci sono più merci
L’ultima barzelletta sulla Torino-Lione
la raccontano gli svizzeri, solitamente noti per la loro austera
serietà. E infatti non si scherza neanche stavolta: perché all’appello
non mancano i binari, ma le merci. In valle di Susa,
si apprende, transita appena un decimo del carico che già ora potrebbe
essere tranquillamente trasportato. Attenzione: a essere semi-deserta è
la linea ferroviaria attuale, la Torino-Modane, appena riammodernata.
Inappellabile la sentenza dei numeri: il traffico alpino Italia-Francia è
letteralmente crollato. Anziché nuove linee, servirebbero treni da far
circolare sulla ferrovia che già esiste. E invece – questa è la
“barzelletta” – il governo italiano pensa sempre di costruire ex novo il più costoso e inutile dei doppioni, la famigerata linea Tav a cui la valle di Susa
si oppone da vent’anni con incrollabile determinazione, confortata dai
più autorevoli esperti dell’università italiana. Tutti concordi: la
super-linea Torino-Lione (il doppione) sarebbe devastante per l’ambiente, pericolosa per la salute e letale per il debito pubblico, dato che costerebbe almeno 26 miliardi di euro. Ma soprattutto: la grande opera più contestata d’Italia sarebbe completamente inutile.
L’ennesima conferma ufficiale viene dall’ultimo rapporto dell’Uft, l’ufficio federale dei trasporti elvetico. Si tratta della raccolta totale dei dati delle merci – su strada e su ferrovia – che attraversano annualmente tutti i valichi alpini, da Ventimiglia fino a Wechsel, a sud di Vienna. Da giugno 2002, questo studio è seguito anche dall’Osservatorio del traffico merci nella Regione Alpina dell’Unione Europea. Su tutti i valichi italo-francesi (Ventimiglia, Monginevro, Moncenisio, Fréjus e Monte Bianco) sono passati complessivamente 22,4 milioni di tonnellate di merci, sia su strada che su ferrovia, rispetto al totale di 190 milioni dell’intero arco alpino. Quanto alla valle di Susa, lo stesso osservatorio tecnico istituito dal governo italiano ha stabilito in 32,1 milioni di tonnellate annue la capacità della attuale ferrovia a doppio binario, la linea “storica” che già collega Torino a Lione attraverso Modane. La valutazione risale al 2007, ma ora la linea è stata ulteriormente ammodernata: nel traforo del Fréjus possono transitare treni con a bordo Tir e grandi container. Il “problema”? Presto detto: nell’ultimo anno, in valle di Susa sono transitate appena 14 milioni di tonnellate di merci. E di queste, solo 3,4 su ferrovia.
«I numeri parlano chiaro», commenta Luca Giunti, attivista No-Tav e referente tecnico per la Comunità Montana valsusina: «Il traffico globale tra Italia e Francia avrebbe potuto tranquillamente essere ospitato soltanto sull’attuale ferrovia, e senza neppure riuscire a saturarla completamente. Invece, sulla direttrice della val Susa è transitato appena un decimo delle merci trasportabili». E il confronto con i rapporti degli anni precedenti, tutti disponibili sul sito svizzero, conferma un trend in continua diminuzione sul versante occidentale delle Alpi, iniziato ben prima della crisi del 2008, mentre a crescere è il trasporto transalpino verso Svizzera e Austria. Motivo: «Italia e Francia hanno economie mature, interessate soltanto da scambi commerciali di sostituzione, mentre il percorso nord-sud collega il centro e l’est Europa con i mercati orientali in espansione». Per contro, la frontiera di Ventimiglia ha accolto, da sola e quasi interamente su strada, 17,4 milioni di tonnellate, 3 in più di quelle piemontesi. «Laggiù la ferrovia ha stretti vincoli e andrebbe ammodernata, con spese e disagi tutto sommato contenuti perché si lavorerebbe a livello del mare e senza dover traforare le montagne. Inspiegabilmente, invece, quel passaggio è trascurato da ogni politica».
Anziché potenziare il valico di Ventimiglia, il governo italiano insiste – contro ogni ragionevolezza – nel voler realizzare ad ogni costo il “doppione” valsusino: cioè il progetto «più difficile, più costoso e lapalissianamente più inutile». Decine di miliardi di euro, con benefici attesi soltanto per il lontanissimo 2070, «ma solo se le mostruose previsioni di incremento dei traffici saranno rispettate: ed evidentemente non lo sono!». Ne tiene conto sicuramente la Francia, che ha già escluso la Torino-Lione della sua agenda lavori: l’opera verrà ripresa in considerazione, eventualmente, solo dopo il 2030. In Italia è aperto solo il mini-cantiere di Chiomonte: da quella galleria però non transiterà mai nessun treno, perché quello in via di realizzazione è solo un piccolo tunnel geognostico. Terminato il quale, il buon senso consiglierebbe di fermarsi, tanto più che – a valle di Susa – la stessa progettazione operativa della futura linea, verso Torino, è praticamente ancora inesistente. «Quando si prenderà finalmente atto che il progetto della Torino-Lione è vecchio, inutile ed esoso?», conclude Giunti. «Quando, semplicemente, si rispetteranno i documenti ufficiali e gli atti governativi?». Parlano chiaro persino quelli italiani: le iniziali previsioni di incremento si sono rivelate pura fantascienza, messe a confronto con la realtà. Già oggi, conferma la Svizzera, in valle di Susa il traffico potrebbe crescere del 900%. E senza bisogno di nuove ferrovie.
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L’ennesima conferma ufficiale viene dall’ultimo rapporto dell’Uft, l’ufficio federale dei trasporti elvetico. Si tratta della raccolta totale dei dati delle merci – su strada e su ferrovia – che attraversano annualmente tutti i valichi alpini, da Ventimiglia fino a Wechsel, a sud di Vienna. Da giugno 2002, questo studio è seguito anche dall’Osservatorio del traffico merci nella Regione Alpina dell’Unione Europea. Su tutti i valichi italo-francesi (Ventimiglia, Monginevro, Moncenisio, Fréjus e Monte Bianco) sono passati complessivamente 22,4 milioni di tonnellate di merci, sia su strada che su ferrovia, rispetto al totale di 190 milioni dell’intero arco alpino. Quanto alla valle di Susa, lo stesso osservatorio tecnico istituito dal governo italiano ha stabilito in 32,1 milioni di tonnellate annue la capacità della attuale ferrovia a doppio binario, la linea “storica” che già collega Torino a Lione attraverso Modane. La valutazione risale al 2007, ma ora la linea è stata ulteriormente ammodernata: nel traforo del Fréjus possono transitare treni con a bordo Tir e grandi container. Il “problema”? Presto detto: nell’ultimo anno, in valle di Susa sono transitate appena 14 milioni di tonnellate di merci. E di queste, solo 3,4 su ferrovia.
«I numeri parlano chiaro», commenta Luca Giunti, attivista No-Tav e referente tecnico per la Comunità Montana valsusina: «Il traffico globale tra Italia e Francia avrebbe potuto tranquillamente essere ospitato soltanto sull’attuale ferrovia, e senza neppure riuscire a saturarla completamente. Invece, sulla direttrice della val Susa è transitato appena un decimo delle merci trasportabili». E il confronto con i rapporti degli anni precedenti, tutti disponibili sul sito svizzero, conferma un trend in continua diminuzione sul versante occidentale delle Alpi, iniziato ben prima della crisi del 2008, mentre a crescere è il trasporto transalpino verso Svizzera e Austria. Motivo: «Italia e Francia hanno economie mature, interessate soltanto da scambi commerciali di sostituzione, mentre il percorso nord-sud collega il centro e l’est Europa con i mercati orientali in espansione». Per contro, la frontiera di Ventimiglia ha accolto, da sola e quasi interamente su strada, 17,4 milioni di tonnellate, 3 in più di quelle piemontesi. «Laggiù la ferrovia ha stretti vincoli e andrebbe ammodernata, con spese e disagi tutto sommato contenuti perché si lavorerebbe a livello del mare e senza dover traforare le montagne. Inspiegabilmente, invece, quel passaggio è trascurato da ogni politica».
Anziché potenziare il valico di Ventimiglia, il governo italiano insiste – contro ogni ragionevolezza – nel voler realizzare ad ogni costo il “doppione” valsusino: cioè il progetto «più difficile, più costoso e lapalissianamente più inutile». Decine di miliardi di euro, con benefici attesi soltanto per il lontanissimo 2070, «ma solo se le mostruose previsioni di incremento dei traffici saranno rispettate: ed evidentemente non lo sono!». Ne tiene conto sicuramente la Francia, che ha già escluso la Torino-Lione della sua agenda lavori: l’opera verrà ripresa in considerazione, eventualmente, solo dopo il 2030. In Italia è aperto solo il mini-cantiere di Chiomonte: da quella galleria però non transiterà mai nessun treno, perché quello in via di realizzazione è solo un piccolo tunnel geognostico. Terminato il quale, il buon senso consiglierebbe di fermarsi, tanto più che – a valle di Susa – la stessa progettazione operativa della futura linea, verso Torino, è praticamente ancora inesistente. «Quando si prenderà finalmente atto che il progetto della Torino-Lione è vecchio, inutile ed esoso?», conclude Giunti. «Quando, semplicemente, si rispetteranno i documenti ufficiali e gli atti governativi?». Parlano chiaro persino quelli italiani: le iniziali previsioni di incremento si sono rivelate pura fantascienza, messe a confronto con la realtà. Già oggi, conferma la Svizzera, in valle di Susa il traffico potrebbe crescere del 900%. E senza bisogno di nuove ferrovie.
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Ministri Israele: annettiamo Valle del Giordano
Il 2014 non sembra portare niente di nuovo sotto il sole palestinese. Israele prosegue nella colonizzazione dei Territori Occupati e, come spesso accaduto in questi mesi di negoziato di pace, dà un colpo al cerchio e uno alla botte.
Oggi saranno liberati altri 26 prigionieri politici palestinesi, rilascio previsto nell'ambito del processo di pace con l'ANP ripreso a luglio con la benedizione statunitense. Mossa criticata duramente dagli alleati più nazionalisti del governo di ultradestra del premier Netanyahu, che va quindi bilanciata. Non solo con le colonie: ieri un gruppo di ministri israeliani riuniti nel comitato governativo per la legislazione ha dato il via libera al disegno di legge presentato alla Knesset giovedì dal parlamentare del Likud Regev e che prevede l'annessione della Valle del Giordano allo Stato di Israele. Otto voti a favore, tre contro (tra i contrari Tzipi Livni e il leader di Yesh Atid, Yair Lapid).
La proposta prevede l'applicazione del sistema legale e amministrativo alle colonie israeliane nella Valle del Giordano e alle strade di collegamento: nessuna restrizione potrà essere così applicata alla costruzione di nuove strutture o insediamenti.
L'intenzione è fare dell'area, unico possibile confine verso l'esterno per la Cisgiordania (e quindi per un eventuale Stato di Palestina), l'ultima frontiera israeliana. Secondo la stampa israeliana, il premier Netanyahu non intende far passare la legge, troppo pericolosa agli occhi della comunità internazionale. In ogni caso, appare chiaro il messaggio inviato dal Likud (e dal resto del governo) al primo ministro e al suo capo negoziatore: Israele non cederà di un metro, negoziato o non negoziato, con o senza l'appoggio dell'alleato statunitense.
Non è comunque un segreto che anche il premier voglia mettere le mani sull'area: poco tempo fa Bibi ha reiterato al segretario di Stato americano Kerry la proposta di mantenere una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano, per evitare - questa la giustificazione - l'ingresso di armi e miliziani verso i Territori Occupati.
L'obiettivo reale è un altro: il progetto sionista - avviato alla fine dell''800 e tuttora in corso - ha come target finale uno Stato ebraico, all'interno del quale massimizzare la popolazione palestinese in spazi minimi. Enclavi, o bantustan, circondati dallo Stato di Israele e senza alcun tipo di collegamento tra loro. Pezzi di Cisgiordania, trasformati in cantoni come è oggi Gaza. In un simile disegno rientra il famigerato Progetto E1 (corridoio di collegamento tra Gerusalemme e il Mar Morto attraverso l'espansione della colonia di Ma'ale Adumim) e ora il disegno di legge di annessione definitiva della Valle del Giordano.
La proposta non piacerà all'amministrazione di Washington, che cerca di mettere pezze agli strappi israeliani. E non piace nemmeno all'ala più moderata del governo Netanyahu: la capo negoziatrice Livni ha già espresso la sua disapprovazione per una mozione che metterebbe in serio pericolo un negoziato di pace che già ora non sta portando ad alcun risultato concreto.
Sorridono invece i membri di Casa Ebraica (che in passato aveva presentato un disegno di legge simile), estremamente critici verso la decisione di rilasciare 104 prigionieri palestinesi, dietro le sbarre di una prigione israeliana da prima della firma degli Accordi di Oslo nel 1994. Domani è prevista la terza fase della liberazione: 26 detenuti saranno scarcerati. Ma se con una mano Israele apre le porte delle celle, con l'altra firma progetti per la costruzione di 1.400 nuove unità abitative per coloni nei Territori Occupati e a Gerusalemme Est.
L'Unione Europea, pochi giorni fa, era stata chiara: non accetteremo - avevano detto i ministri degli Esteri dei 28 Stati membri - l'annuncio di nuove colonie dopo la liberazione dei detenuti politici palestinesi. Netanyahu ha "rispettato" il diktat, burlando la UE: l'annuncio è stato dato prima del rilascio. Un altro schiaffo in faccia alla diplomazia internazionale, ma soprattutto al già martoriato popolo palestinese.
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Le politiche israeliane non cambieranno mai fino a quando la comunità internazionale continuerà a reggere il catetere ad ogni azione unilaterale di sti fasci.
29/12/2013
Stati Uniti: dal primo gennaio marijuana legale in due stati
Nei giorni scorsi le autorità statunitensi avevano tuonato contro la decisione del governo e del parlamento dell’Uruguay di legalizzare il consumo di marijuana e di regolarne la produzione e la distribuzione sotto gestione pubblica. Eppure ora si scopre che una misura simile – non identica, comunque – verrà adottata tra pochissimi giorni da due importanti territori degli Stati Uniti. Dal primo gennaio infatti nello Stato del Colorado – e in primavera in quello di Washington - apriranno i primi ‘coffee shops’, locali cioè dove sarà possibile fumare legalmente cannabis “per scopi ricreativi”. La norma entrerà in vigore dopo che è stata approvata per mezzo di un referendum organizzato nel novembre del 2012 che permette "l’uso della marijuana a scopi ricreativi”.
In realtà negli States la cannabis per uso medico è già legale e regolamentata in 19 Stati, e comunque nella maggior parte dei territori dell’Unione il consumo personale è tollerato o addirittura non è considerato un crimine. Ma Colorado e Washington hanno fatto un passo ulteriore mettendo in atto un sistema in cui gli enti locali dovranno supervisionare la coltivazione, la distribuzione e la commercializzazione della sostanza.
Un modo, per i rispettivi stati, di intaccare il monopolio degli spacciatori e dei narcotrafficanti ma anche di incassare i consistenti proventi che deriveranno dal consumo locale ma soprattutto da un prevedibile flusso di consumatori provenienti dagli altri territori statunitensi o addirittura dall’estero.
Alcune imprese turistiche pubblicizzano già pacchetti completi composti da viaggio, soggiorno e consumo. Secondo alcune stime il giro d’affari toccherebbe nel 2014 la ragguardevole cifra di 2,34 miliardi di dollari. Il problema è che le licenze a chi richiede di poter aprire un coffee shop vengono concesse col contagocce dalle autorità locali. Finora solo 14 punti vendita potranno aprire i battenti dal primo gennaio prossimo, anche se altre 348 richieste sono state approvate. In molti di questi locali sarà possibile non solo fumare la marijuana ma anche mangiarla in biscotti, o berla sotto forma di tisane.
Se l’esperimento in Colorado dovesse andare bene anche altri Stati potrebbero seguirne l’esempio. Forse la California, dove secondo un sondaggio il 55% della popolazione è favorevole alla legalizzazione della marijuana sull’onda di quanto già deciso a Denver e a Olympia.
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In realtà negli States la cannabis per uso medico è già legale e regolamentata in 19 Stati, e comunque nella maggior parte dei territori dell’Unione il consumo personale è tollerato o addirittura non è considerato un crimine. Ma Colorado e Washington hanno fatto un passo ulteriore mettendo in atto un sistema in cui gli enti locali dovranno supervisionare la coltivazione, la distribuzione e la commercializzazione della sostanza.
Un modo, per i rispettivi stati, di intaccare il monopolio degli spacciatori e dei narcotrafficanti ma anche di incassare i consistenti proventi che deriveranno dal consumo locale ma soprattutto da un prevedibile flusso di consumatori provenienti dagli altri territori statunitensi o addirittura dall’estero.
Alcune imprese turistiche pubblicizzano già pacchetti completi composti da viaggio, soggiorno e consumo. Secondo alcune stime il giro d’affari toccherebbe nel 2014 la ragguardevole cifra di 2,34 miliardi di dollari. Il problema è che le licenze a chi richiede di poter aprire un coffee shop vengono concesse col contagocce dalle autorità locali. Finora solo 14 punti vendita potranno aprire i battenti dal primo gennaio prossimo, anche se altre 348 richieste sono state approvate. In molti di questi locali sarà possibile non solo fumare la marijuana ma anche mangiarla in biscotti, o berla sotto forma di tisane.
Se l’esperimento in Colorado dovesse andare bene anche altri Stati potrebbero seguirne l’esempio. Forse la California, dove secondo un sondaggio il 55% della popolazione è favorevole alla legalizzazione della marijuana sull’onda di quanto già deciso a Denver e a Olympia.
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Colombia: Farc presentano 12 proposte per l’Assemblea Costituente
Lo scorso 21 dicembre, a distanza di cinque giorni dall’inizio del 18° ciclo di conversazioni all’Avana tra la Delegazione di Pace delle FARC-EP e quella del governo colombiano, l’insorgenza rivoluzionaria, nel contesto della discussione sul quarto punto dell’agenda “soluzione al problema delle droghe illecite”, ha presentato 12 proposte minime per “un’Assemblea Nazionale Costituente per la pace, la democratizzazione reale e la riconciliazione nazionale”.
Le proposte avanzate dalle FARC si basano sull’analisi profonda del problema nel suo complesso, analisi arricchita dai contributi apportati alla discussione dall’ufficio delle Nazioni Unite Contro le Droghe e il Delitto, dai contributi teorici di accademici che si sono espressi attraverso il Centro del Pensiero dell’Università Nazionale, dalle esperienze trasmesse dai contadini del Meta, Guaviare e Cauca, e dai fori svoltisi a Bogotá e San José del Guaviare attraverso i quali il popolo colombiano ha sviluppato le sue proposte, confermando che la strategia antidroga del governo, che mette l’accento su eradicazione forzata e fumigazioni aeree, è un innegabile fallimento. Una pratica utile solo a rendere più vantaggiosi gli affari di narcotrafficanti e banchieri corrotti, mentre aumenta la povertà dei contadini coltivatori della foglia di coca. “Se in verità si vuole dare soluzione al fenomeno delle coltivazioni di uso illecito”, sostengono le FARC, “si deve iniziare a capire che questo è un problema sociale; è la miseria imposta dalla politica neoliberale del regime che ha forzato un’immensa massa di poveri a sopravvivere vincolandosi a questa come ad altre economie illegali.” E poi ancora: “Non dobbiamo dimenticare mai che a monte di questa triste storia vi è il problema irrisolto della riforma agraria (…), e che siamo assolutamente sicuri che concertare con le comunità e consegnare loro la terra, dando la possibilità di un’esistenza degna alla gente dei campi, sia la migliore maniera di sottrarli da qualunque pratica illegale di produzione (…)” E su come procedere, le FARC chiariscono: “Non vogliamo cambiamenti cosmetici, ma riforme strutturali che il popolo dovrà discutere e verificare assumendo in maniera piena il proprio potere generatore e le proprie condizioni di sovrano, e non c’è maniera differente che non sia la realizzazione di una Costituente”.
È su questa base che le FARC hanno presentato le 12 proposte minime, nella prima delle quali viene richiamato il preambolo dell’Accordo Generale per la Conclusione del Conflitto, firmato dalle FARC-EP e dal Governo nazionale il 26 agosto del 2012. Allora venne stipulato che “la costruzione della pace è un impegno della società nel suo insieme che richiede la partecipazione di tutti (…)”. Stimolando e garantendo la partecipazione dei settori sociali esclusi, discriminati e segregati, comprese le comunità contadine, indigene e afro discendenti, l’Assemblea Nazionale Costituente, “considerando la storica opportunità senza eguali di un Accordo finale che permetta di avanzare verso la costruzione del nobile proposito di pace con giustizia sociale, la democratizzazione reale e la riconciliazione nazionale”, sarà la “massima espressione del costituente primario e sovrano (il popolo) e la Costituzione che sorgerà dal processo costituente sarà il vero Trattato di Pace, giusto e vincolante, che fondi la nostra riconciliazione e regga il destino della nazione colombiana”.
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Le proposte avanzate dalle FARC si basano sull’analisi profonda del problema nel suo complesso, analisi arricchita dai contributi apportati alla discussione dall’ufficio delle Nazioni Unite Contro le Droghe e il Delitto, dai contributi teorici di accademici che si sono espressi attraverso il Centro del Pensiero dell’Università Nazionale, dalle esperienze trasmesse dai contadini del Meta, Guaviare e Cauca, e dai fori svoltisi a Bogotá e San José del Guaviare attraverso i quali il popolo colombiano ha sviluppato le sue proposte, confermando che la strategia antidroga del governo, che mette l’accento su eradicazione forzata e fumigazioni aeree, è un innegabile fallimento. Una pratica utile solo a rendere più vantaggiosi gli affari di narcotrafficanti e banchieri corrotti, mentre aumenta la povertà dei contadini coltivatori della foglia di coca. “Se in verità si vuole dare soluzione al fenomeno delle coltivazioni di uso illecito”, sostengono le FARC, “si deve iniziare a capire che questo è un problema sociale; è la miseria imposta dalla politica neoliberale del regime che ha forzato un’immensa massa di poveri a sopravvivere vincolandosi a questa come ad altre economie illegali.” E poi ancora: “Non dobbiamo dimenticare mai che a monte di questa triste storia vi è il problema irrisolto della riforma agraria (…), e che siamo assolutamente sicuri che concertare con le comunità e consegnare loro la terra, dando la possibilità di un’esistenza degna alla gente dei campi, sia la migliore maniera di sottrarli da qualunque pratica illegale di produzione (…)” E su come procedere, le FARC chiariscono: “Non vogliamo cambiamenti cosmetici, ma riforme strutturali che il popolo dovrà discutere e verificare assumendo in maniera piena il proprio potere generatore e le proprie condizioni di sovrano, e non c’è maniera differente che non sia la realizzazione di una Costituente”.
È su questa base che le FARC hanno presentato le 12 proposte minime, nella prima delle quali viene richiamato il preambolo dell’Accordo Generale per la Conclusione del Conflitto, firmato dalle FARC-EP e dal Governo nazionale il 26 agosto del 2012. Allora venne stipulato che “la costruzione della pace è un impegno della società nel suo insieme che richiede la partecipazione di tutti (…)”. Stimolando e garantendo la partecipazione dei settori sociali esclusi, discriminati e segregati, comprese le comunità contadine, indigene e afro discendenti, l’Assemblea Nazionale Costituente, “considerando la storica opportunità senza eguali di un Accordo finale che permetta di avanzare verso la costruzione del nobile proposito di pace con giustizia sociale, la democratizzazione reale e la riconciliazione nazionale”, sarà la “massima espressione del costituente primario e sovrano (il popolo) e la Costituzione che sorgerà dal processo costituente sarà il vero Trattato di Pace, giusto e vincolante, che fondi la nostra riconciliazione e regga il destino della nazione colombiana”.
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