Altro che elezioni della “sopravvivenza” per Recep Tayyip Erdogan.
La vittoria alle amministrative indica che una porzione consistente,
forse la maggioranza della popolazione turca, non tiene in alcun conto
le accuse rivolte al premier islamista di corruzione, nepotismo,
oscuramento dei social e autoritarismo. E ora il “sultano di Ankara”, come qualcuno lo chiama, farà la voce ancora più forte in casa - «C’è chi cercherà di scappare domani, ma pagheranno per quello che hanno fatto», ha minacciato dopo il voto – e anche in politica estera. L’impegno turco in territorio siriano – negato ufficialmente – non potrà che aumentare. Perché se è vero che l’opinione pubblica turca in maggioranza non è
favorevole al confronto militare con Damasco, la caduta di Bashar Assad
era e resta il principale obiettivo in Medio Oriente di Erdogan
duramente colpito nelle sue aspirazioni di “leadership regionale” dal
colpo di stato militare in Egitto che ha deposto il suo principale
alleato, il presidente e leader dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi.
Il confine tra Turchia
e Siria è il fronte più sanguinoso della guerra civile siriana da
quando, il 21 marzo, i qaedisti del Fronte al Nusra e varie formazioni
ribelli, tra le quali l’Els, hanno lanciato, a quanto pare proprio dal
territorio turco, un’offensiva improvvisa nella regione montagnosa a est
del porto di Latakia, capoluogo di una provincia storicamente fedele
alla famiglia Assad. Hanno occupato il villaggio armeno di Kassab
e persino uno sbocco sul mare per la prima volta dall’inizio del
conflitto tre anni fa. Damasco ha denunciato un pesante cannoneggiamento
turco di copertura al blitz dei ribelli, intenzionati a creare una
testa di ponte in territorio siriano. Ankara ha smentito. Ora
l’esercito di Assad appoggiato dalla milizia filo governativa, sta
impegnando migliaia di soldati e mezzi per riprendere il controllo della
zona. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono almeno
1.052 i morti complessivi dei due schieramenti caduti in dieci giorni di
battaglie. I combattimenti si concentrano nella periferia nord
della città di Latakia, il capoluogo di provincia. Le truppe
governative hanno bombardato le postazioni dei ribelli, prese di mira
anche dai raid dell’aviazione, e ieri, secondo la tv di stato, avrebbero
riconquistato la Postazione 45, un posto strategico che domina le
alture circostanti e le pianure sottostanti. L’opposizione però non
conferma. La situazione rimane incerta e Damasco continua a lanciare
accuse ad Erdogan di intervento diretto nella guerra. Negli ultimi tre
anni i due Paesi sono stati diverse volte sul punto di andare allo
scontro militare diretto. Nei giorni scorsi la Turchia ha abbattuto un
jet da combattimento siriano, dicendo che aveva violato il suo spazio
aereo mentre il pilota, che si è salvato lanciandosi con il paracadute,
ripete che si trovava all’interno del paese quando il suo Mig è stato colpito
da un missile sparato da caccia turchi. Domenica il ministro siriano,
Omran al-Zoubi, ha nuovamente accusato la Turchia di facilitare
l’ingresso nella provincia di Latakiya «di gruppi di stranieri, armati
fino ai denti».
Erdogan
pare intenzionato a dare quella spallata a Bashar Assad che re Abdallah
dell’Arabia Saudita ha reclamato sabato scorso con forza durante
l’incontro con il presidente americano Barack Obama. Il premier
turco, come tutte le parti coinvolte, hanno abbandonato la possibilità
accarezzata (debolmente) durante la fallita conferenza di Ginevra II. Un
esito che avrebbe spinto l’inviato speciale Onu per la Siria, Lakhdar Brahimi,
a valutare una sua rapida uscita di scena. Secondo il quotidiano arabo
al Hayat, Brahimi darà presto le dimissioni e si ritirerà in pensione a
Bali, in Indonesia, sconfortato dallo stallo seguito ai colloqui di
Ginevra dello scorso gennaio tra regime e opposizioni siriane. Brahimi
starebbe lavorando a un “ultimo tentativo”: un incontro tripartito a
Ginevra da tenere entro il 10 aprile prossimo col vice ministro degli
esteri russo Mikhail Bogdanov e col sotto-segretario di Stato Usa Wendy
Sherman. Ma, scrive il giornale, con pochissime speranze di successo, a
causa della distanza enorme tra Damasco e le opposizioni;
dell’escalation politico-diplomatica tra Russia e Stati Uniti nel quadro
della crisi ucraina; e per l’atteggiamento di vari Paesi mediorientali
coinvolti nella guerra civile siriana dalla parte delle opposizioni o di
Bashar Assad.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/04/2014
La tortura non funziona, la Cia ha mentito
La Cia, la maggiore agenzia di intelligence al servizio del governo degli Stati Uniti, ha ingannato per anni il Congresso e l'opinione pubblica del paese omettendo significativi dettagli riguardo alla brutalità dei metodi di interrogatorio usati sotto il presidente George W. Bush ed esagerando l'importanza delle informazioni di intelligence ottenute con tali metodi di vera e propria tortura per giustificare il ricorso alla violenza contro i detenuti, molti dei quali rapiti illegalmente in diversi paesi del mondo dopo l'11 settembre del 2001. E' quanto si legge in un rapporto del Senato degli Stati Uniti pubblicato oggi dal quotidiano Washington Post e frutto di 5 anni di indagini.
Diversi funzionari a conoscenza delle 6.300 pagine di rapporto hanno evidenziato come il Senato sia giunto alla conclusione che le informazioni di intelligence più preziose su al Qaeda, "tra cui quelle che hanno portato all'operazione contro Osama bin Laden nel 2011", non siano state ottenute affatto per mezzo dei brutali metodi della Cia.
"La Cia ha presentato più volte il suo programma sia al Dipartimento di Giustizia che al Congresso sostenendo di aver ottenuto informazioni di intelligence impareggiabili che non sarebbe riuscita ad avere diversamente, e che avrebbero aiutato a sventare complotti terroristici e a salvare migliaia di vite - ha dichiarato un funzionario - tutto questo era vero? La risposta è no".
Fonte
Lo scontro sul Senato: cosa c’è dietro?
L'interesse di questo testo sta, secondo noi, soprattutto nell'evidenziare come quella tra "casta" e "anticasta", esemplarmente rappresentati da Napolitano e Renzi, sia una contrapposizione reale, ma finta. Ovvero che esiste, ma è quasi inessenziale oer interessi sociali e punti di vista costituzionali fuori dai giochi di potere.
Coglie insomma, senza neppure dirlo, un limite interno decisivo di ogni "alternativa politica" costruita per nascondere l'oggetto del contendere e costringere i "terzi" (i quarti e tutti gli altri a seguire) a schierarsi con una opzione e l'altra, senza altre alternative. Come avviene su Facebook, per dirla facile, dove o premi "like" oppure "don't like", e i commenti servono solo a fare sciame.
Un po' come avviene con le guerre umanitarie, dove tra "l'intervento per dare la libertà" e "la difesa del dittatore" non ci può essere né neutralità né problematizzazione.
E' la modalità del potere attuale, che cancella gli interessi sociali "estranei" al potere e riduce lo scontro politico tutto all'interno di quest'ultimo. Che è poi un gioco già assai ridotto: chi esegue le direttive dell'Unione Europea?
*****
Con l’intervista del Presidente del Senato Grasso (Corriere della Sera 30 marzo 2014) ed il successivo battibecco fra lui e Renzi è esploso uno scontro di grande portata politica, nel quale si stanno inserendo anche altri soggetti istituzionali. Con l’inarrivabile rozzezza dei renziani, la Serracchiani è arrivata a richiamare il Presidente del Senato (seconda carica istituzionale del paese) alla disciplina di partito: non era mai accaduto prima. Ma, in realtà, Grasso ha solo reso manifesto un conflitto che covava copertamente e che riguarda due diverse concezioni della democrazia, entrambe autoritarie e liberticide, ma fra loro opposte: la variante iper-populista e plebiscitaria e quella elitaria e monarchica.
La proposta fatta da Renzi e Berlusconi di fatto abroga il Senato, togliendogli quasi tutte le competenze, ma, soprattutto, disegnando una composizione non elettiva e di persone (sindaci e Presidenti di Regione) legate al loro ruolo sul territorio e, pertanto, di fatto impossibilitate a partecipare ai lavori di un organismo a centinaia di chilometri dalla propria sede. E, infatti, si prevede una riunione mensile puramente simbolica.
La concezione plebiscitaria della democrazia, comune a Renzi e Berlusconi, vede al centro l’esecutivo presieduto da un capo onnipotente e carismatico (l’”Unto del Signore”), limitato dal minor numero possibile di “impacci” (a cominciare dalla Costituzione) e nettamente prevalente sul legislativo, ridotto a puro simulacro. In questo quadro il Senato presenta un ostacolo, perché può dar luogo all’esistenza di maggioranze differenziate fra le due Camere (e, infatti, nessuna democrazia parlamentare in cui viga il sistema maggioritario è bicamerale).
Dunque, perché non abrogarlo tout court? Sia per considerazioni tattiche (dare un contentino formale alla Lega, indorare la pillola da far ingoiare al ceto politico), sia, soprattutto, per evitare di abrogare o riscrivere decine di articoli della Costituzione, quello che avrebbe ostacolato il bliz che i due avevano immaginato con scarso realismo, non tenendo conto delle inevitabili resistenze dei senatori.
La seconda posizione, quella elitario-monarchica, ha preso le mosse da una proposta di Mario Monti, Renato Balduzzi e Linda Lanzillotta che prevede un Senato dotato di forti poteri di controllo e di interferenza sulle attività di governo composto da
«200 membri eletti dai consiglieri regionali, dai membri delle giunte regionali e da un certo numero di sindaci e scelti non solo tra le classi politiche locali ma anche tra i rappresentanti della società civile, dei ceti economici più dinamici, dell’università, delle professioni».
Attenzione: qui gli enti locali designano i senatori, ma non mandano i propri vertici, bensì persone scelte dalla “società civile” (università, professioni, ceti economici…”) in grado, quindi, di partecipare effettivamente alla vita dell’organismo. Dunque, un Senato vero e dotato di poteri ancora non ben definiti, ma che possa mettere becco nelle scelte del governo.
Il passo successivo è stato un appello del “Sole 24 Ore” che ha iniziato a parlare di una “Alta camera della cultura e delle competenze”. Appello intorno al quale sono andati raggruppandosi intellettuali come la senatrice a vita Elena Cattaneo, Chiara Carrozza, Luciano Canfora (e questo mi duole), ma, soprattutto, Eugenio Scalfari (Sole 24 ore 30 marzo 2014) e la proposta, man mano è diventata quella di una Camera composta da grandi personalità della cultura, indicate in una rosa dall’Accademia dei Lincei (il museo egizio!) e dalle Università e poi nominate dal Presidente della Repubblica. Col che, salvo per la nomina a tempo e non a vita, è esattamente quello che era il Senato di nomina Regia.
Una proposta che pensiamo piaccia molto all’attuale capo dello Stato, che è uno che la monarchia ce l’ha nel sangue. Ovviamente, non è affatto negativo il coinvolgimento di autorevoli personalità della cultura nelle attività parlamentari, ma questo è auspicabile attraverso un mandato popolare, non con una nomina dall’alto. D’altro canto, in caso di bicameralismo, per quanto imperfetto, è per lo meno bizzarro comporre una Camera delle competenze da contrapporre all’altra che, implicitamente, diverrebbe “degli incompetenti”.
A ben vedere si tratta del modello della “democrazia a trazione elitaria” teorizzata da Monti e che ha trovato espressione tanto nel “governo dei tecnici” (esplicitamente citato da Monti nel suo articolo sul Corriere della Sera il 30 marzo 2014) quanto nelle due commissioni di saggi che dovevano riformare la Costituzione. Dunque, la Camera bassa (che il sistema elettorale in discussione assicurerebbe che sia davvero molto bassa) elettiva e quella Alta di nomina presidenziale. E questo porta ad un altro punto della questione: la torsione presidenzialista prodottasi in questi anni. Inizialmente, l’iper attivismo di Napolitano fu il risultato dell’impresentabilità internazionale di Berlusconi e della concomitante crisi del debito sovrano. Ma con la nomina di Monti, il Presidente è andato sempre più assumendo funzioni di indirizzo politico e, più che di garante della Costituzione, di garante delle obbligazioni Ue del paese ed in particolare del debito. Comprensibilmente, le polemiche di Renzi con la Ue in materia di vincoli di bilancio non devono aver molto allarmato il Colle che, alla vigilia del semestre europeo dell’Italia, si sente una volta di più chiamato a garantire per il futuro. Tuttavia, Napolitano, per ragioni che non stiamo qui a ripetere, si appresta a lasciare il Quirinale. Di qui la tentazione di trasformare il sistema costituzionale introducendo definitivamente le modifiche di assetto dei poteri che, sin qui si erano prodotte di fatto.
Per cui, attraverso la nomina di un Senato con penetranti poteri di controllo e di indirizzo sull’attività di governo, il Presidente acquista definitivamente il ruolo di super-Presidente del Consiglio (vagamente ispirato al modello francese) in alleanza con il ceto tecnocratico. Così da contrappesare efficacemente un governo ancora troppo condizionato dalle “spinte populiste” che vengono dal voto popolare.
Grasso, nella sua infelice intervista al Corriere, ha cercato una mediazione che tenesse conto degli umori degli attuali senatori che vorrebbero qualche chances di tornare a sedersi a palazzo Madama, ed ha proposto un Senato un po’ composto sul modello delle autonomie territoriali, un po’ elettivo, con poteri reali ma limitati. La scomposta reazione di Renzi, che arriva a proporre una revisione costituzionale per voto di fiducia (cosa che neppure nel più sconnesso regime sudamericano degli anni trenta si sarebbero sognati di fare), ha tolto il coperchio alla pentola.
Di fatto siamo di fronte a due diversi tentativi di liquidare la democrazia repubblicana voluta dalla Costituzione. Non ci resta che sperare in Razzi, Scilipoti ed amici che mandino tutto gambe all’aria.
Aldo Giannuli
Fonte
Stiamo messi male, ma di brutto, in mano a un ceto dirigenziale da "cane mangia cane".
Italia. Inflazione troppo bassa, un pessimo segnale
“I dati sull'inflazione italiana hanno fatto suonare il campanello d'allarme” scrive oggi il quotidiano economico Sole 24 Ore. Secondo i dati ufficiali, a marzo il tasso di inflazione è sceso allo 0,4% annualizzato, contro lo 0,5% di febbraio. Ormai siamo ai minimi dall'ottobre del 2009. Secondo i templari del capitalismo mercantilista e i custodi della Bundesbank la situazione sarebbe eccellente, ma invece c’è il rischio che anche l'Italia, come altri paesi Pigs europei, entri in deflazione. E qui vengono i dolori. Le aspettative di inflazione stanno sfuggendo di mano alla stessa Bce (ancora fortemente influenzata dalla Bundesbank).
Questo rischio ha una storia incubata negli ultimi venti anni. Già nel 1992, all’indomani del Trattato di Masstricht, Le Monde Diplomatique sottolineava giustamente che i governi europei avevano dichiarato guerra ad una inflazione già abbondantemente ridotta. Le politiche di aggiustamento di bilancio imposte da Maastricht prima e dagli altri Trattati poi, hanno continuato ad evocare il pericolo dell’inflazione ed a piegare ad esso – secondo i dogmi della Bundesbank – le politiche economiche dei paesi aderenti all’Unione Europea e all’Eurozona soprattutto.
Ma essersi accaniti contro l’inflazione (soprattutto colpendo i salari dei lavoratori) ha creato tutte le condizioni, in particolare nei paesi Pigs europei, per l’affacciarsi di un indicatore ancora peggiore dell’inflazione: la deflazione. Per paradosso la prima è un problema ma è anche un indicatore di crescita economica, che il sistema gira, mentre la seconda è un indicatore di stagnazione, di un motore che non gira e che non riesce neanche a stimolare i prezzi.
Oggi il quotidiano confindustriale ammette che “La deflazione, se può "disossare" il già debole sistema produttivo basato sulla domanda interna, ha un effetto potenzialmente non meno pericoloso per la élite dell'imprenditoria italiana”. Ma anche gli effetti della deflazione segnalano profonde disuguaglianze tra i paesi aderenti all’Eurozona, in particolare – ancora una volta – tra il sistema industriale italiano e quello tedesco. Il Sole 24 Ore porta come esempio le differenze tra due distretti industriali, quello piemontese della meccatronica, imperniato sul centro servizi Mesap e il cluster della meccatronica nel land tedesco del Baden Wuttemberg. Il primo, quello piemontese ha 215 imprese aderenti, 30mila addetti e un fatturato aggregato di 35 miliardi di euro, il 35% da export e una dipendenza dalla domanda interna del 65 per cento. In uno scenario di deflazione – secondo Il Sole 24 Ore, – si aprirebbe una breccia in uno dei fortilizi della manifattura italiana. Nel distretto della meccatronica del Baden-Württemberg ci sono invece 2.500 imprese in cui lavorano 150mila addetti, con un fatturato di circa 50 miliardi di euro, il 60% da export e nel quale la domanda interna vale il 40 per cento (il 25% in meno che nel distretto italiano). "La Germania non solo non ha lo stesso rischio deflazione ma la meccatronica del Baden è strutturalmente più tutelata, da una quota di export più alta, dalle dinamiche dei prezzi più incisive".
L’allarme deflazione lanciato dalle imprese italiane, anche da quelle ritenute più competitive, indica che la situazione si sta facendo sempre più pesante e che per mettere in moto una controtendenza servirebbero misure forti. Ma le uniche che al momento vengono evocate sembrano più confacenti alla propaganda intorno al governo Renzi (con la scarpa destra degli 80 euro in busta paga prima delle elezioni e forse della scarpa sinistra dopo le elezioni). Oggi l’Istat ha reso noto che ci sono in media mille occupati in meno al giorno. A febbraio sono stati registrati -365mila occupati in un anno. Secondo le stime provvisorie dell'Istat, gli occupati, a febbraio, sono 22 milioni 216 mila: è il dato più basso dal primo trimestre del 2003. Ritenere che l’abolizione delle Province e del Senato siano delle priorità è fumo negli occhi – tra l’altro anche con pericolose involuzioni autoritarie ampiamente denunciate in questi giorni – mentre la subalternità ai parametri imposti dai diktat dell’Unione Europea impedisce ogni serio provvedimento contro tendenziale in materia di sviluppo, lavoro, occupazione e... inflazione buona.
Fonte
Questo rischio ha una storia incubata negli ultimi venti anni. Già nel 1992, all’indomani del Trattato di Masstricht, Le Monde Diplomatique sottolineava giustamente che i governi europei avevano dichiarato guerra ad una inflazione già abbondantemente ridotta. Le politiche di aggiustamento di bilancio imposte da Maastricht prima e dagli altri Trattati poi, hanno continuato ad evocare il pericolo dell’inflazione ed a piegare ad esso – secondo i dogmi della Bundesbank – le politiche economiche dei paesi aderenti all’Unione Europea e all’Eurozona soprattutto.
Ma essersi accaniti contro l’inflazione (soprattutto colpendo i salari dei lavoratori) ha creato tutte le condizioni, in particolare nei paesi Pigs europei, per l’affacciarsi di un indicatore ancora peggiore dell’inflazione: la deflazione. Per paradosso la prima è un problema ma è anche un indicatore di crescita economica, che il sistema gira, mentre la seconda è un indicatore di stagnazione, di un motore che non gira e che non riesce neanche a stimolare i prezzi.
Oggi il quotidiano confindustriale ammette che “La deflazione, se può "disossare" il già debole sistema produttivo basato sulla domanda interna, ha un effetto potenzialmente non meno pericoloso per la élite dell'imprenditoria italiana”. Ma anche gli effetti della deflazione segnalano profonde disuguaglianze tra i paesi aderenti all’Eurozona, in particolare – ancora una volta – tra il sistema industriale italiano e quello tedesco. Il Sole 24 Ore porta come esempio le differenze tra due distretti industriali, quello piemontese della meccatronica, imperniato sul centro servizi Mesap e il cluster della meccatronica nel land tedesco del Baden Wuttemberg. Il primo, quello piemontese ha 215 imprese aderenti, 30mila addetti e un fatturato aggregato di 35 miliardi di euro, il 35% da export e una dipendenza dalla domanda interna del 65 per cento. In uno scenario di deflazione – secondo Il Sole 24 Ore, – si aprirebbe una breccia in uno dei fortilizi della manifattura italiana. Nel distretto della meccatronica del Baden-Württemberg ci sono invece 2.500 imprese in cui lavorano 150mila addetti, con un fatturato di circa 50 miliardi di euro, il 60% da export e nel quale la domanda interna vale il 40 per cento (il 25% in meno che nel distretto italiano). "La Germania non solo non ha lo stesso rischio deflazione ma la meccatronica del Baden è strutturalmente più tutelata, da una quota di export più alta, dalle dinamiche dei prezzi più incisive".
L’allarme deflazione lanciato dalle imprese italiane, anche da quelle ritenute più competitive, indica che la situazione si sta facendo sempre più pesante e che per mettere in moto una controtendenza servirebbero misure forti. Ma le uniche che al momento vengono evocate sembrano più confacenti alla propaganda intorno al governo Renzi (con la scarpa destra degli 80 euro in busta paga prima delle elezioni e forse della scarpa sinistra dopo le elezioni). Oggi l’Istat ha reso noto che ci sono in media mille occupati in meno al giorno. A febbraio sono stati registrati -365mila occupati in un anno. Secondo le stime provvisorie dell'Istat, gli occupati, a febbraio, sono 22 milioni 216 mila: è il dato più basso dal primo trimestre del 2003. Ritenere che l’abolizione delle Province e del Senato siano delle priorità è fumo negli occhi – tra l’altro anche con pericolose involuzioni autoritarie ampiamente denunciate in questi giorni – mentre la subalternità ai parametri imposti dai diktat dell’Unione Europea impedisce ogni serio provvedimento contro tendenziale in materia di sviluppo, lavoro, occupazione e... inflazione buona.
Fonte
India. Toyota non ottiene il "pentimento" dei lavoratori
Blocco finito, la produzione può riprendere, gli operai possono tornare al lavoro. Non prima, però, di aver sottoscritto una sorta di “garanzia di buona condotta” ad personam. La maggior parte degli operai rifiuta di firmare e non torna in fabbrica.
Toyota Kirloskar Motor India (Tkm), sussidiaria della casa automobilistica nipponica che il 16 marzo scorso dopo scioperi, proteste e un lungo braccio di ferro con il sindacato aveva deciso di chiudere i due stabilimenti nello stato del Karnataka, vicino Bangalore e di mandare a casa circa 6.400 lavoratori, dopo 8 giorni di chiusura ha deciso di riprendere la produzione e il 24 marzo ha “invitato” i lavoratori a tornare in fabbrica. A condizione, però, di quell’impegno scritto sulla “buona condotta” e dopo aver licenziato 17 lavoratori sindacalizzati.
Più di qualcuno ha firmato e ha varcato i cancelli, ma la maggior parte – il 65 per cento della forza lavoro, vale a dire circa 4.200 persone – si sono rifiutati di tornare nelle due fabbriche e continuano a scioperare, rivendicando migliori condizioni di lavoro e un salario più alto. Il sindacato continua a dirsi disponibile ad un confronto con l’azienda – ricordiamo che la trattativa va avanti da 10 mesi e che ci sono stati sette incontri al ministero del lavoro di Karnataka – ma senza ricatti e condizioni imposte e chiede la revoca del licenziamento dei 17 lavoratori.
Intanto, visto che il blocco ha significato perdite in termini di profitto e che il braccio di ferro diventa sempre più duro, Toyota Kirkoskar Moror India corre ai ripari, come può correre ai ripari, in questo caso, il padrone di turno. Visto che per riavviare la produzione e tornare a sfornare automobili – 310.000 unità l’anno, prima del blocco, soprattutto per il mercato interno – le maestranze sono insufficienti, Tkm ha annunciato la contrattualizzazione di altri 1.000 lavoratori – in sostituzione di chi è in sciopero – che si vanno ad aggiungere ai 2.000 apprendisti che Tkm sta utilizzando dal momento della riapertura delle due fabbriche. E la lotta continua.
Fonte
Qatar - Il mondiale-killer che i migranti dovrebbero ringraziare
Quattromila lavoratori immigrati moriranno per realizzare il Mondiale del 2022. A dare l’allarme, è stata la Confederazione Internazionale dei Sindacati,
che in un rapporto diffuso qualche giorno fa ha stilato un resoconto
sulle condizioni di vita e di lavoro di un milione e 400 mila immigrati
in Qatar, perlopiù impiegati nei cantieri della futura Coppa del Mondo.
Basandosi sui dati diffusi nei mesi scorsi da alcune ambasciate presenti
nell’emirato, la Confederazione è riuscita a elaborare un tasso di
mortalità.
Al di là delle previsioni, le cifre attuali sono preoccupanti: da quando il Qatar si è visto assegnare il Mondiale 2022 nel 2010, 400 cittadini nepalesi sono morti nei cantieri dei nuovi stadi. Le cifre si alzano parecchio tra i lavoratori indiani, con una media di decessi di circa 220 persone l’anno a partire dal 2011. Secondo i dati diffusi da Kathmandu, la prima causa di morte è l’arresto cardiaco, seguito da incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Condizioni disumane come la privazione del cibo e dell’acqua – una condanna a morte nelle torride estati del Golfo – sarebbero all’origine dei decessi “innaturali” di giovani uomini tra i 20 e i 30 anni.
Nel rapporto diffuso dalla Confederazione si scorrono via via le testimonianze non solo dei lavoratori, ma anche di alcuni datori di lavoro: “Sono andato al cantiere questa mattina alle 5 – racconta un manager – e c’era sangue dappertutto. Non so cosa sia successo, ma nessun rapporto era stato stilato sull’accaduto. Quando l’ho segnalato, mi è stato detto che se non avessi smesso di lamentarmi sarei stato licenziato”.
Il Qatar, pressato ormai da mesi dalle organizzazioni umanitarie e dalle unioni sindacali, sembra fare orecchie da mercante. Dopo le prime denunce e le minacce sul fatto che se non avesse migliorato gli standard lavorativi avrebbe perso il suo diritto a ospitare il Mondiale, Doha aveva adottato due carte, che avrebbero dovuto garantire ai migranti un miglioramento delle condizioni di lavoro e la concessione di diritti umani fondamentali. Entrambe sono prive di valore, in quanto non c’è nessun organo indipendente che controlli l’implementazione delle decisioni – redatte dagli appaltatori – riguardo ai salari, orari e condizioni di lavoro.
Secondo la Confederazione, infatti, nulla potrà cambiare fino a quando resterà in piedi la Kafalah, il sistema di sponsorizzazione esistente nel Golfo che permette al lavoratore immigrato di ottenere un visto di lavoro solo a contratto firmato, e che lega la sua permanenza nel Paese al padrone di cui diventa un vero e proprio schiavo. Stipendi non versati, condizioni di lavoro irregolari e abusi non costituiscono, per le leggi dei paesi del Golfo, una valida ragione per sciogliere il contratto di lavoro da parte del migrante. Solo il padrone può farlo: e spesso, a questo punto, il lavoratore immigrato viene rimpatriato.
Eppure Doha insiste nel voler dribblare le accuse di violazioni dei diritti umani e punta costantemente all’efficienza del suo sistema di costruzioni. “C’è un concetto sbagliato sulla questione dell’occupazione in Qatar – ha dichiarato il ministro degli Esteri Khalid bin Mohammad al-Attiyah in una conferenza stampa con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier – e il legame tra la questione dell’occupazione e la Coppa del Mondo 2022 è evidente. Stiamo seguendo una strategia nazionale (Qatar National Vision 2030) e le infrastrutture per gli impianti sportivi in Qatar per la Coppa del Mondo 2022 sono quasi complete”. Immancabile, come da copione, la promessa di impegnarsi nel miglioramento degli standard lavorativi nel Paese messi in luce dai media internazionali: “Il Qatar sta davvero optando per lo sviluppo e per il miglioramento del tenore di vita della forza lavoro, e questo è richiesto dalla nostra Costituzione”, senza dimenticare la benevolenza di un Paese che “aiuta molto anche le economie dei Paesi che partecipano al suo sviluppo e gli forniscono manodopera”.
I migranti e il loro paesi di provenienza, quindi, dovrebbero ringraziare il Qatar per gli stipendi e le rimesse che garantisce loro. E non solo: l’emirato è talmente generoso da pagare i migranti per andare allo stadio a vedere le partite di calcio. La notizia è stata diffusa due settimane fa da France 24: alcuni uomini andrebbero regolarmente negli alloggi dei migranti per reclutarli, consegnando loro il corrispettivo di 5 euro e un biglietto per una delle partite del campionato locale. Il motivo? Gli stadi sarebbero vuoti. Secondo un sondaggio effettuato lo scorso novembre, i qatarioti sono riluttanti ad andare alle partite per via del caldo, del traffico e per la mancanza di tempo libero. Ma, soprattutto, perché gli spalti sono pieni di immigrati pagati.
Fonte
Al di là delle previsioni, le cifre attuali sono preoccupanti: da quando il Qatar si è visto assegnare il Mondiale 2022 nel 2010, 400 cittadini nepalesi sono morti nei cantieri dei nuovi stadi. Le cifre si alzano parecchio tra i lavoratori indiani, con una media di decessi di circa 220 persone l’anno a partire dal 2011. Secondo i dati diffusi da Kathmandu, la prima causa di morte è l’arresto cardiaco, seguito da incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Condizioni disumane come la privazione del cibo e dell’acqua – una condanna a morte nelle torride estati del Golfo – sarebbero all’origine dei decessi “innaturali” di giovani uomini tra i 20 e i 30 anni.
Nel rapporto diffuso dalla Confederazione si scorrono via via le testimonianze non solo dei lavoratori, ma anche di alcuni datori di lavoro: “Sono andato al cantiere questa mattina alle 5 – racconta un manager – e c’era sangue dappertutto. Non so cosa sia successo, ma nessun rapporto era stato stilato sull’accaduto. Quando l’ho segnalato, mi è stato detto che se non avessi smesso di lamentarmi sarei stato licenziato”.
Il Qatar, pressato ormai da mesi dalle organizzazioni umanitarie e dalle unioni sindacali, sembra fare orecchie da mercante. Dopo le prime denunce e le minacce sul fatto che se non avesse migliorato gli standard lavorativi avrebbe perso il suo diritto a ospitare il Mondiale, Doha aveva adottato due carte, che avrebbero dovuto garantire ai migranti un miglioramento delle condizioni di lavoro e la concessione di diritti umani fondamentali. Entrambe sono prive di valore, in quanto non c’è nessun organo indipendente che controlli l’implementazione delle decisioni – redatte dagli appaltatori – riguardo ai salari, orari e condizioni di lavoro.
Secondo la Confederazione, infatti, nulla potrà cambiare fino a quando resterà in piedi la Kafalah, il sistema di sponsorizzazione esistente nel Golfo che permette al lavoratore immigrato di ottenere un visto di lavoro solo a contratto firmato, e che lega la sua permanenza nel Paese al padrone di cui diventa un vero e proprio schiavo. Stipendi non versati, condizioni di lavoro irregolari e abusi non costituiscono, per le leggi dei paesi del Golfo, una valida ragione per sciogliere il contratto di lavoro da parte del migrante. Solo il padrone può farlo: e spesso, a questo punto, il lavoratore immigrato viene rimpatriato.
Eppure Doha insiste nel voler dribblare le accuse di violazioni dei diritti umani e punta costantemente all’efficienza del suo sistema di costruzioni. “C’è un concetto sbagliato sulla questione dell’occupazione in Qatar – ha dichiarato il ministro degli Esteri Khalid bin Mohammad al-Attiyah in una conferenza stampa con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier – e il legame tra la questione dell’occupazione e la Coppa del Mondo 2022 è evidente. Stiamo seguendo una strategia nazionale (Qatar National Vision 2030) e le infrastrutture per gli impianti sportivi in Qatar per la Coppa del Mondo 2022 sono quasi complete”. Immancabile, come da copione, la promessa di impegnarsi nel miglioramento degli standard lavorativi nel Paese messi in luce dai media internazionali: “Il Qatar sta davvero optando per lo sviluppo e per il miglioramento del tenore di vita della forza lavoro, e questo è richiesto dalla nostra Costituzione”, senza dimenticare la benevolenza di un Paese che “aiuta molto anche le economie dei Paesi che partecipano al suo sviluppo e gli forniscono manodopera”.
I migranti e il loro paesi di provenienza, quindi, dovrebbero ringraziare il Qatar per gli stipendi e le rimesse che garantisce loro. E non solo: l’emirato è talmente generoso da pagare i migranti per andare allo stadio a vedere le partite di calcio. La notizia è stata diffusa due settimane fa da France 24: alcuni uomini andrebbero regolarmente negli alloggi dei migranti per reclutarli, consegnando loro il corrispettivo di 5 euro e un biglietto per una delle partite del campionato locale. Il motivo? Gli stadi sarebbero vuoti. Secondo un sondaggio effettuato lo scorso novembre, i qatarioti sono riluttanti ad andare alle partite per via del caldo, del traffico e per la mancanza di tempo libero. Ma, soprattutto, perché gli spalti sono pieni di immigrati pagati.
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