Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/10/2016

Ticino. Riflessioni sul risultato dell’iniziativa “Prima i nostri”

Il risultato del voto sull’iniziativa popolare “Prima i nostri” non è altro che l’ennesimo segnale di un clima politico preoccupante, che non riguarda purtroppo il solo Ticino, bensì si inscrive in una tendenza che trova terreno fertile in tutta Europa. Ovviamente, questo orientamento è declinato in maniera differente e su varie istanze, a dipendenza delle varie regioni e delle criticità date da fattori locali. Questa precisazione non è un tentativo di difendere, giustificare, l’opinione dei cittadini ticinesi, tuttavia desideriamo far meglio comprendere a chi non vive o lavora in questo cantone la portata di quanto si sta analizzando. In uno sforzo di trasposizione, possiamo affermare che lo stesso tipo di politica che ha portato la maggioranza dei ticinesi ad approvare questa iniziativa è quella che trova riscontro nella figura e nel successo di Salvini in Italia.

L’iniziativa in questione la si può pensare come un modo in salsa ticinese per ribadire quanto si è già approvato a livello confederale il 9 febbraio 2014, attraverso un’altra iniziativa dal nome fragoroso e inequivocabilmente xenofobo, il quale dà chiaramente l’idea di quanto in Svizzera si cerchi di cavalcare posizioni di pancia e creare disagio e al limite odio nei riguardi di chi proviene dall’estero: “Stop all’immigrazione di massa”.

In Svizzera, ma soprattutto in Ticino, per questioni utili unicamente al profitto di padroni e capitale, alcuni impieghi sono occupati da lavoratori frontalieri oppure da lavoratori con esperienza e diplomi maturati all’estero. Questo perché in molti settori economici i margini di sfruttamento sono molto ampi e consapevolmente coloro che vogliono trarre maggior profitto sulle spalle dei lavoratori propongono salari che un residente non può accettare in quanto semplicemente non riuscirebbe a far quadrare i conti a fine mese. Oppure aggirano l’obbligo di riconoscere la formazione e l’esperienza poiché conseguite all’estero, in modo tale da avere quindi accesso a manodopera, se non qualificata, almeno esperta del mestiere, abbattendo di parecchio il suo costo.

Il sentimento di concorrenza tra lavoratori e il conseguente timore verso una crescente disoccupazione, sia per sé stessi che per i propri figli sono cresciuti in maniera esponenziale dal momento che anche nel settore terziario o negli impieghi più ambiti è stata messa in atto questa dinamica.

In un contesto in cui esistono poche tutele dei diritti dei lavoratori, in cui si può licenziare senza giusta causa (in Svizzera non è mai esistito nulla di simile allo Statuto dei lavoratori italiano), in cui i salari, negli ultimi dieci/vent’anni, non hanno visto una crescita degna di nota e in linea con l’opulenza elvetica, ma in cui le spese aumentano di anno in anno (ad esempio affitti in crescita e assicurazione malattia privata e obbligatoria sempre più costosa) e un welfare pressoché inesistente, per ovvia conseguenza la preoccupazione cresce, come l’incertezza per il futuro. Il problema, dal nostro punto di vista, sorge però dal momento in cui, al posto di puntare il dito verso chi cavalca questa situazione per trarne profitto, si è cominciato a guardare con sospetto il collega di lavoro o chi viene dall’estero con l’unica speranza di poter arrivare a fine mese con meno patemi d’animo, accettando al contempo una vita di sacrifici, fatta di orari impossibili e viaggi interminabili. Al posto di unirsi, organizzarsi e lottare per i diritti di tutti nella maggior parte dei casi la classe lavoratrice ha individuato la minaccia nei lavoratori provenienti dall’estero. La vecchia dinamica dividi et impera tanto cara a capitale e padronato ancora una volta ha colto nel segno, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero è importante e creando una guerra fratricida che non lascia superstiti.

Questa iniziativa, se mai esisteranno basi legali con cui applicarla, nel concreto non porterà sicuramente beneficio ai lavoratori residenti in Ticino, in quanto nessuno dei promotori dell’iniziativa ha mai parlato di diritti, di salari minimi, di protezione contro il licenziamento, di adeguati orari di lavoro. Non a caso parte del comitato promotore era composta da imprenditori e già questo da solo, in un mondo ideale in cui si vota ragionevolmente e non solo di pancia, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme.

Le stesse aree politiche che hanno promosso quest’iniziativa si sono ben guardate dal promuovere altre iniziative in votazione, sia precedentemente, come l’introduzione di un salario minimo, la difesa delle pensioni, l’aumento delle settimane di vacanza, la cassa malati unica e pubblica, ma hanno addirittura affossato l’iniziativa contro il dumping salariale, vero cancro moderno della classe lavoratrice ticinese, votata al contempo di “Prima i nostri”.

Sempre a proposito di chi ha promosso l’iniziativa in questione, nessuno di loro, ad esempio, ha espresso la benché minima contrarietà di fronte alle proposte di riduzioni di salari o aumento di ore di lavoro gratuito promosse dal padronato industriale all’inizio del 2015, quando con la scusa del franco forte, si è cercato di mettere in atto una strategia volta unicamente alla crescita del profitto del settore. Anzi, chi di loro si è espresso, l’ha fatto unicamente in difesa di chi ha proposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e accusando il sindacato e gli operai che con esso si erano mobilitati contro queste manovre.

Oppure nessuno di loro si è mai indignato a fronte della riduzione della manodopera impiegata nel settore dell’edilizia malgrado l’aumento del volume di lavoro, che ha portato alla conseguente crescita della pressione sugli operai, che si sono ritrovati a lavorare nella condizione già da inizio cantiere si è in ritardo rispetto ai termini di consegna, con un calendario che prevede fino a 9 ore e mezza al giorno nei mesi meno freddi.

Di esempi simili ce ne sarebbero molti altri, ma crediamo che la situazione sia già sufficientemente chiara. Inoltre, questo tipo di pressioni risultano essere molte di più quando si ha di fronte una persona che, se dovesse perdere il lavoro, non avrebbe diritto a una disoccupazione decente oppure nei confronti di chi per anni ha dovuto arrangiarsi con una situazione precaria o di assenza di reddito prima di trovare un posto di lavoro in Svizzera.

Urge, in Ticino, in Svizzera, come nel resto dei Paesi europei, trovare la soluzione per riportare la discussione sulla radice delle problematiche, riuscire a fare i passi necessari per fare in modo che meglio si comprenda chi effettivamente è il nemico della classe lavoratrice, per combattere quelle che sono le speculazioni di pochi per i profitti di pochi, scaricate completamente sulle spalle di chi ha il timore di non sapere come arrivare a fine mese o di non trovare il mezzo di assicurarsi una forma di reddito qualsiasi. Perché oggi ci vogliono dividere tra lavoratori residenti e frontalieri, ma altre divisioni create dalle loro discriminazioni sono già presenti: tra lavoratori e lavoratrici che per la stessa mansione ricevono un salario inferiore, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e l’interinale, tra l’occupato a tempo pieno e il sottoccupato, tra chi ha un diploma e chi non ce l’ha.

Lo si deve fare, anche con una visione internazionalista, perché comprendiamo bene l’indignazione di chi ha appreso l’esito del voto dall’estero, che è la nostra stessa rabbia e delusione, ma non bisogna scordarsi del fatto che le stesse dinamiche si stanno propagando nel resto d’Europa e la soluzione può essere solo quella di uno scambio, una costruzione politica che si opponga a questo clima e che sia condivisa in più territori.

In Ticino si potrebbe cominciare, ricordando, cosa è stato lo “Statuto dello Stagionale” in vigore fino a qualche decina di anni fa in Svizzera, che imponeva condizioni di vita pessime per i lavoratori stranieri, subito anche da una parte di cittadini che oggi sostiene l’iniziativa “Prima i nostri”.

Semplicemente, bisogna tornare a ragionare unicamente negli interessi della nostra classe.

Fonte

La Francia congela i finanziamenti alla Torino-Lione

Può esistere, nella modernità, un paese in cui una lunga serie di governi persegue la folle idea di una "grande opera" inutile sul piano pratico,costosissima su quello del bilancio, pericolosa dal punto vista ambientale e rifiutata compattamente dalle popolazioni interessate? E che le persone più in vista o più attive in questa popolazione vengono perseguitate anche quando ormai è di dominio pubblico che quell'assurdità non si farà mai?

Esiste. Si chiama Italia, Piemonte, Torino, Val Susa.

L'opera è ovviamente il Tav sulla linea Torino-Lione. Che già esiste come linea ferroviaria ed è utilizzata molto al di sotto delle sue potenzialità. Perché? Per il motivo più normale: non c'è necessità di portare una quantità straordinaria di persone e merci da una parte all'altra del confine, visto che nella stessa regione esistono anche altre vie alternative.

Ciò nonostante, da oltre venti anni i governo italiani insistono: bisogna pur far guadagnare ancora qualcosa a quei costruttori così larghi di manica nei confronti dei governanti, no? Sorprendentemente, la Procura di Torino – che teoricamente avrebbe dovuto sorvegliare e indagare sulle manifeste presenze di società controllate dalla malavita organizzata all'interno della filiera degli appalti e subappalti, ha preferito inseguire gli abitanti della valle (in prima fila Bruno Perino e Nicoletta Dosio, ora inchiodata agli arresti domiciliari) e gli attivisti solidali che in questa Resistenza popolare hanno visto un buon motivo per dare una mano.

Pubblichiamo qui un articolo ripreso da TorinoOggi, in cui il senatore pentastellato Marco Scibona dà conto della maggioranza contraria al co-finanziamento dell'opera formatasi nel Senato francese. In precedenza il governo francese aveva "semplicemente" fermato i sondaggi dal suo lato delle Alpi; poi aveva declassato l'opera tra quelle "non prioritarie", congelando di fatto il finanziamento e l'avanzamento dei lavori. Ora sta per arrivare il voto parlamentare che cancellerà completamente il progetto.

Dal lato francese, almeno. Come giustificheranno, a quel punto, l'ostinazione nel voler proseguire i lavori? L'invasione della Francia non è più di moda, e soprattutto non è mai riuscita...

*****

“E’ di oggi la notizia che un gruppo politicamente trasversale di senatori del Senato francese intende congelare il finanziamento di tutti i progetti di grandi opere superiori ad un valore di 100 milioni di € decisi prima del 2014”. A dirlo è Marco Scibona, senatore del M5S, che prosegue:”Tra i progetti da congelare rientra anche la nuova linea ferroviaria Torino Lyon con il fine preciso di "dare priorità alla modernizzazione delle reti esistenti", manco avessero subito loro il disastro ferroviario pugliese”.

“Dopo centinaia di processi contro i NoTav”, prosegue l’esponente penta stellato, “viene data loro ragione dal Senato francese e ciò dopo che ben due note della Corte dei Conti d’oltralpe si erano espresse, con dati precisi alla mano, contro l’utilità della Torino Lyon e la sua sostenibilità economica”.

“Pure lo stesso Brinkhorst, coordinatore del progetto prioritario 6 (ove insisteva la Torino Lyon, ora corridoio mediterraneo) dovette ammettere, nella sua relazione annuale del 2013, “l’infattibilità politica di proporre la costruzione di una nuova linea senza fare tutto il possibile affinché quella esistente torni a essere la principale arteria di trasporto”.

“Ma dissero”, prosegue Scibona, “che Brinkhorst parlasse a titolo personale, non della Commissione Europea. A fronte di quanto deciso dai senatori francesi chiediamo la sospensione di tutte le attività del cantiere di Chiomonte, cantiere aperto attraverso la truffa della Legge Obiettivo e per la quale richiediamo che venga discussa anche in una Commissione parlamentare di inchiesta (già da tempo richiesta e mai istituita)”.

“Ma non solo, chiediamo che tutti i cantieri ferroviari dell’alta velocità vengano sospesi e che tutti i progetti approvati con il c.d. "Sistema Incalza" attraverso quella Legge definita “criminogena” dal Presidente dell’Anticorruzione Cantone vengano fermati, analizzati e discussi dalla nostra Corte dei Conti”.

“Chiediamo che i fondi stanziati dal C.I.P.E.”, prosegue Scibona,” per le predette opere vengano dirottati per l’emergenza terremoto, per la messa in sicurezza di edifici e territori e per il miglioramento degli standard di sicurezza dei trasporti ferroviari delle linee tradizionali a partire da quelle in concessione”.

“Chiediamo anche al Presidente del Consiglio dei Ministri di tenere a freno la lingua e di non mettere più in imbarazzo l’Italia con folli promesse in stile saltimbanco medioevale. La misura è colma, sarà la Corte dei Conti a valutare la posizione di chi "anche indirettamente" abbia concorso alle ingenti spese per la progettazione e costruzione della Torino Lyon e ciò anche attraverso erronee interpretazioni di Legge, come è puntualmente avvenuto”, conclude Scibona.

Fonte

Rottamare il verbo euro liberista

La recensione di Carlo Formenti al volume "Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa" con saggi di Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma, appena uscito da DeriveApprodi. A seguire il testo dell'introduzione che apre il volume.

*****

Agli osservatori più attenti non dev’essere sfuggito che l’inopinata conversione del Presidente del consiglio Renzi al partito dei critici dell’Europa contiene una buona dose di messa in scena (attaccare l’austerità, se nel contempo si ribadisce l’impegno a rispettare i vincoli Ue in materia, suona poco credibile).

Pur subodorando la teatralizzazione – che mira a captare il consenso di un elettorato irritato con le oligarchie europee – i media, i quali non cessano di diffondere il verbo euro liberista, si sono premurati di invitare alla prudenza, celebrando le virtù del modello tedesco e invitando a non mollare la presa sulla barra del timone, onde non perdere la scia della nave ammiraglia pilotata da Frau Merkel. Ma quali sarebbero le “virtù” in questione? Assai meglio dei media, ce lo spiega un libro a più mani (scrivono Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma) appena uscito da DeriveApprodi: Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa.

Il modello tedesco, imposto a tutti gli stati membri della Ue con le buone o con le cattive (per le cattive vedi il caso greco), si fonda sull’assoluta priorità attribuita alla lotta all’inflazione e all’equilibrio di bilancio (l’ultimo obiettivo, sancito dai trattati, è stato perfino integrato in alcuni ordinamenti costituzionali, fra cui il nostro).

Dal punto di vista “filosofico”, ciò trova fondamento nelle teorie ordoliberiste – nate fra le due Guerre mondiali – che elevano la concorrenza a principio supremo dell’economia di mercato: un mercato concepito come costruzione politica da difendere e proteggere sulla base di un ferreo sistema di regole. Ecco perché, nel libro di cui stiamo parlando, s’insiste giustamente – sulla scia delle tesi di Pierre Dardot e Christian Laval – sul fatto che l’ordoliberismo non vuole "indebolire" lo stato, ma gli affida, al contrario, il compito decisivo di promuovere e garantire la concorrenza.

Al principio filosofico corrisponde, sul piano pratico, l’obiettivo di aumentare la competitività del sistema in modo da favorire le esportazioni, che vengono a occupare il posto della domanda interna come principale fattore di crescita. Peccato che la crescita tedesca sia significativamente inferiore a quella americana, e che il tanto celebrato modello tedesco contribuisca ancor più a rallentare la crescita dei partner europei. Ciò avviene per varie ragioni. In primo luogo, perché non tutti i paesi possono avere esportazioni nette positive: gli avanzi permanenti degli uni generano i disavanzi permanenti degli altri. Poi perché l’altra faccia degli aumenti di competitività è l’attacco a salari e welfare, attacco che, riducendo i redditi dei lavoratori, contrae la domanda interna. In Germania l’impatto di tale politica si è fatto sentire con la proliferazione di mini-jobs, working poor e disuguaglianze, mentre negli altri paesi europei ha provocato effetti ancora più tragici, dovuti al divieto ai finanziamenti monetari dei deficit per i debiti pubblici, e alla concorrenza fra stati, che offrono profitti più elevati alle imprese abbassando i salari, flessibilizzando la forza lavoro, riducendo la pressione fiscale grazie ai tagli alla spesa sociale, privatizzando tutto il privatizzabile, ecc.

Tuttavia non siamo di fronte a “errori”, e neppure all’incapacità di riconoscerli (benché i loro effetti negativi siano ormai evidenti): il punto è che il modello tedesco non mira alla crescita, bensì a ottenere una ridistribuzione dei redditi a favore del capitale e a danno del lavoro, perché i capitalisti preferiscono meno crescita e più profitti, piuttosto del contrario. Il che è evidente anche nel caso degli Stati Uniti, dove si è ugualmente tentato di far convivere la crescita con tassi crescenti di disuguaglianza, con la differenza che non si è puntato sulle esportazioni ma sull’aumento dell’indebitamento. Risultato: la crescita c‘è stata, ma poi è puntualmente arrivato il contraccolpo della crisi finanziaria.

Insomma: il modello liberista genera disastri in entrambe le varianti. Funziona solo per spostare ricchezza dal basso verso l’alto, ma al prezzo di instaurare un ordine oligarchico che distrugge democrazia e diritti del lavoro, e che fa lievitare la tensione sociale fino a livelli di rottura, come ha certificato il voto del popolo inglese contro l’Europa. Si può spezzare il circolo vizioso e riattivare il binomio crescita-equità sociale? Per farlo, argomentano alcuni coautori del libro, occorrerebbe riformare l’Europa dal basso e da sinistra. Personalmente, ritengo che tale prospettiva sia del tutto irrealistica, mentre condivido l’idea che (cito dalla Introduzione): “una ripresa del potere democratico si può determinare, anzitutto, solo ritornando dall’atmosfera rarefatta e irrespirabile della governance al terreno corposo e vitale della sovranità nazionale”. Rottamare Maastricht appunto. Una tesi che sostengo a mia volta in un saggio che approderà in libreria il prossimo 13 ottobre (La variante populista, DeriveApprodi).

*****

Introduzione a "Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa" (DeriveApprodi)

di Leonardo Paggi

La proposta di rottamare Maastricht con cui abbiamo scelto di riassumere il senso del volume, è nata dalla convinzione che il grande sogno dell’unità europea ha finito per legittimare un ordine oligarchico frontalmente contrapposto alla democrazia e ai diritti del lavoro. Senza il potere delle istituzioni sovranazionali oggi esistenti mai sarebbe stato possibile originare la regressione politica, economica e sociale in cui sta vivendo l’Europa di oggi.

1. La creazione della moneta unica ha fatto sì che si sia a lungo guardato a Maastricht come all’inizio, alla prima tappa, della costituzione di un Europa federale. In realtà a quella scelta si giunge attraverso una esplicita involuzione programmatica, ricostruita nei dettagli da Alessandro Somma, che è approdata a una netta dissociazione tra moneta e stato considerati, ancora negli anni Settanta, come assolutamente inscindibili.

Una vasta esperienza storica sta a testimoniare che solo la creazione di un potere politico fondato sulla unificazione del debito e delle bilance dei pagamenti può portare alla creazione di mercati in espansione. Parla in questo senso, anche se in modi tra loro molto diversi, l’esperienza degli Stati uniti, dell’Italia e della Germania nella seconda metà del xix secolo. In tutti questi casi l’unificazione politica è premessa indispensabile di un più lungo processo di unificazione economica che si traduce nella costituzione ed espansione del mercato interno. Maastricht capovolge, mette scientemente sulla testa, questo rapporto tra politica ed economia. L’obiettivo dichiarato del mercato unico non è in questo caso quello di creare più sviluppo, bensì, nelle parole di Padoa Schioppa, membro autorevole del comitato Delors, di «abbandonare definitivamente il modello di stato centralizzato forgiato dalle grandi monarchie europee» [2].

L’attacco alla sovranità dello stato perseguito a vantaggio della libertà delle grandi masse di capitale finanziario si traduce in un’opera di contenimento e di disciplinamento di tutti i fattori che precedentemente hanno reso possibile la crescita. Il processo di integrazione fornisce dividendi ai paesi europei che ne fanno parte solo fino a quando rimane nei limiti di una unione doganale e di una politica agricola comune. L’eliminazione delle barriere tariffarie è infatti un utile incentivo addizionale per uno sviluppo che ha solide radici nelle politiche keynesiane attivamente perseguite dallo stato nazione europeo che si rilegittima per questa via, dopo la pesante sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale.

L’unificazione monetaria si accompagna alla ufficializzazione di una cultura della stabilità che mette in primo piano la lotta all’inflazione e l’equilibrio di bilancio. L’unificazione monetaria entra per questa via in aperta contraddizione con l’unificazione economica, rovesciandosi addirittura in una esasperazione delle distanze e delle differenze tra i paesi componenti l’Ue. La interpretazione che del trattato danno a caldo le figure più rappresentative di Bankitalia, su cui si sofferma diffusamente Leonardo Paggi, esprime compiutamente, ben oltre il caso italiano, il significato coscientemente restauratore del trattato che formalizza e mette in costituzione l’abbandono delle politiche di sviluppo, a partire dalla sconfitta che il movimento operaio ha già subito nel decennio precedente nei più importanti paesi europei.

E tuttavia sarebbe sbagliato rappresentare Maastricht come «un processo senza soggetto», condiscendendo in qualche modo alla sua auto rappresentazione ideologica. La cultura della stabilità, come si annuncia già con la creazione nel 1979 di un sistema monetario europeo, ha il suo punto di riferimento e il suo sostegno nel modello economico tedesco, uscito dalla crisi degli anni Settanta come l’unico capace di affrontare la nuova divisione internazionale del lavoro profondamente modificata dall’ingresso dei paesi in via di sviluppo. Caratteristica fondamentale di questo modello, analizzato con approcci diversi da Aldo Barba e Massimo D’angelillo, è la ricerca continua di aumenti di competitività volti a incrementare indefinitamente il volume delle esportazioni, che finiscono per sostituire la crescita della domanda interna.

La raffigurazione della Germania come «egemone riluttante» su cui è tornato di recente anche Jurgen Habermas [3] appare per più aspetti fuorviante. La storia dello sviluppo capitalistico ha esibito compiutamente i tratti di un modello di egemonia contrassegnato dalla funzione di traino che il mercato americano svolge, fino alla metà degli anni Settanta, per l’intero sistema occidentale. Il modello tedesco basato sul contenimento della domanda interna non solo non offre alcuna possibilità di crescita al resto dei paesi europei, ma chiede anzi loro di perseguire lo stesso obiettivo della competitività con l’abbassamento dei salari e lo smantellamento dei sistemi previdenziali e pensionistici. La Germania è tornata a contendere per un primato europeo sulla base di un modello di relazioni economico-politiche fondato ancora una volta sulla gerarchia, la coercizione e la violenza, come la vicenda greca ha messo definitivamente in luce.

Ma fino a quando può durare l’ordine di Maastricht ?

2. Nel corso degli ultimi tre decenni si è prodotto un cambiamento strutturale nella geografia politica dell’Europa in virtù del quale, per riprendere la terminologia di Albert O. Hirschmann, la protesta sociale in continua crescita tende ad assumere la forma tendenzialmente catastrofica dell’exit invece di quella ritualmente democratica del voice. In precisa corrispondenza con la sparizione della sinistra storica, prendono piedi movimenti che riformulano in chiave neonazionalista e xenofoba il bisogno di protezione sociale degli strati popolari più colpiti dalle politiche di austerità. Negli anni Novanta, infatti, sono proprio i partiti della tradizione socialista che traducono in provvedimenti di governo la nuova filosofia del trattato.

Si tratta di un fenomeno complesso per cui non è facile trovare una spiegazione plausibile. Da una comparazione con precedenti storici non meno significativi sembra si possa dedurre che nel corso del Novecento il socialismo europeo viene puntualmente travolto dalle profonde cesure che scandiscono la storia del capitalismo internazionale. A onta della fratellanza tra i popoli, proclamata negli anni di sviluppo e di pace dei primi anni del secolo, il 4 agosto del 1914 il socialismo europeo blocca i feroci nazionalismi che organizzano la mattanza della prima guerra mondiale. Negli anni Venti il laburismo inglese e la socialdemocrazia tedesca appoggiano la deflazione richiesta dalla politica di ritorno all’oro, considerata da Michael Polanyi come fattore cruciale dell’avanzata del fascismo.

Dopo il 1945 il movimento operaio conosce in Europa occidentale il periodo più fruttuoso della sua storia. La socialdemocrazia (ma anche il Partito comunista italiano) si inserisce come fattore propulsivo e moltiplicativo in una fase di eccezionale sviluppo che prende tuttavia corpo per il concorso di fattori esogeni alla sua volontà e alla sua capacità di influenza.

La tragedia della Seconda guerra mondiale, con i suoi 55 milioni di morti, ha posto un problema del tutto nuovo di difesa e di promozione della vita che trova nel Piano Beveridge, del dicembre 1942, la sua più solenne formulazione. Si realizza negli stessi anni la definitiva legittimazione della economia di piano, che ha messo in campo una produzione di massa di armi sofisticate decisive per la sconfitta del nazismo. È una sfida possente alla cultura del capitalismo che gli Usa raccolgono esportando nel vecchio continente il mercato di massa dei beni di consumo durevoli, che hanno già promosso nel corso degli anni Venti.

Il repentino cambiamento del modello di sviluppo che si apre nei primi anni Settanta, a partire dalla fluttuazione e poi dalla inconvertibilità del dollaro, disarma per la terza volta la sinistra europea. Alla fine del decennio arrivano puntuali le sconfitte strategiche del movimento operaio italiano e inglese, e, a ruota, quella dell’unità delle sinistre in Francia. Dopo il crollo inaspettato dell’Unione sovietica la sinistra europea formalizza negli anni Novanta il suo passaggio dalla «giustizia sociale» al «dinamismo economico».

Il consolidamento nel decennio successivo del trend rappresentato dalla disintegrazione della sinistra e dall’avanzamento del populismo di destra scava lentamente una voragine politica sotto i piedi dell’ordine di Maastricht. Si profilano all’orizzonte anche vere e proprie crisi di rigetto del processo di integrazione. Dopo la bocciatura che il trattato costituzionale conosce nel 2005 sia in Olanda che in Francia, è oggi un intero paese, l’Inghilterra, che denuncia i contratti sottoscritti.

La spiegazione di Brexit come voto dei vecchi contro i giovani ha inteso ridicolizzare il significato di un voto di altissima complessità politica. Esce il paese che in ragione del controllo della propria moneta ha avuto negli ultimi tre anni uno sviluppo superiore non solo a quello della media europea, ma della stessa Germania. Ma ancora: l’economia inglese caratterizzata dai servizi finanziari è particolarmente interessata al mantenimento di integrazioni sovranazionali. Le piazze finanziarie di Londra e Francoforte lavorano insieme da anni. Insomma esce il paese che più di ogni altro godeva i vantaggi della sua presenza in Ue senza dover sopportare il peso della politica di austerità.

Solo sul medio e lungo periodo sarà possibile valutare le conseguenze di questa scelta per l’economia inglese. Il significato politico è invece immediatamente valutabile. È la prima grande delegittimazione di Maastricht in quanto ordine che consacra il potere tedesco attraverso una finta universalità delle regole. Certo ha pesato enormemente, come Teresa May ha riconosciuto nel suo discorso di investitura a Brighton, il voto dei lavoratori meno qualificati, delle imprese meno competitive, dei territori più periferici (anche se il sì e il no si distribuiscono in modo uniforme nel sud e nel nord del paese). Ma sarebbe errato non vedere in quel voto anche un grande problema di identità. Brexit chiama in causa i limiti non solo di uno sviluppo che non cessa di dividere e polarizzare, ma anche di una cultura neoliberista astrattamente cosmopolita che pensava di aver cancellato nello spazio di un ventennio le differenze prodotte da secoli di storia.

Emmanuel Todd ha proposto di leggere Brexit in un’ottica di longue durée, e certo in modo provocatorio ha detto che l’Europa di oggi assomiglia stranamente a quella del 1941, con il continente sotto il tallone tedesco e la Gran Bretagna che resiste in solitudine4. Forse non si sta tornando, come egli sostiene, all’ Europa delle nazioni, che non è stata poi propriamente un paradiso terrestre, ma dall’intreccio sempre più stretto tra questione sociale e questione democratica che sta alla base di Brexit esce la voce forte di un’Europa che non si lascia uniformare dalla governance del terzetto Merkel/Schäuble/Weidmann, che intende mantenersi plurale e cerca un’unità da perseguire nella diversità, fatta, quest’ultima, non solo di livelli di sviluppo difformi ma anche di tradizioni e di storia non facilmente omologabili. È in questo senso complesso che Brexit ripropone alla Ue la centralità della questione democratica. Il messaggio forte mi pare quello di un’Europa che non vuole cancellare il suo pluralismo e che del sistema delle sue differenze intende fare una ragione non di debolezza, ma di forza.

Seppure con logiche del tutte diverse la crisi di Maastricht matura pericolosamente anche in Francia. Dietro la stretta terroristica in cui si sta avvitando il paese c’è l’onda lunga della storia nazionale la cui lettura è in questi mesi oggetto di dibattito serrato. Alla interpretazione del terrorismo come risultato di una radicalizzazione dell’Islam, cui si dovrebbe rispondere con la intensificazione della laicità (Jill Kepel), si risponde affermando la islamizzazione di un radicalismo connesso a una svolta generazionale che ha nel disagio delle periferie il suo luogo di origine(Olivier Roy). Altri, forse con ancor più ragione, parlano di una sofferenza post coloniale. Si ha talvolta l’impressione di assistere a una guerra di Algeria che non riesce a trovare la sua conclusione, e la cui memoria si trasmette, forse inconsciamente, attraverso le generazioni.

Lo spostamento a est dell’asse geopolitico della Ue, supinamente accettato dalla classe dirigente francese, ha imposto al paese l’abbandono di ogni strategia di dialogo mediterraneo, favorendo le forze che al suo interno cercano visibilità e consenso nella moltiplicazione sempre più insensata e autolesionista delle avventure neocoloniali. Ma ancora: nel momento in cui il terrorismo porta alla luce tutti i limiti delle strategie di integrazione fino a oggi seguite, i governi in carica assistono impotenti al moltiplicarsi della disoccupazione, tagliano i livelli del welfare, aggrediscono i diritti consolidati del popolo lavoratore. Tutti i democratici europei guardano con profonda apprensione alle prossime elezioni della primavera del 2017. Saranno i valori della rivoluzione francese a essere messi ai voti!

La radicale incapacità di Maastricht di dare risposte, non solo malthusiane e repressive, alle sfide della globalizzazione è stata tuttavia definitivamente messa in luce dal salto improvviso dei flussi migratori. Dinanzi a una emergenza che richiede se non progetti comuni almeno coordinamento organizzativo degli sforzi è balzata in primo piano tutta la miseria culturale di quella che Steffen Lehndorff chiama la «integrazione che divide», ossia un congegno di governo tutto rivolto a isolare e contrapporre le economie e gli Stati, a impedire qualsiasi sinergia che travalichi la soglia del rispetto dei parametri di stabilità. Dopo nove anni di crisi le élite europee non danno alcun segno di ripensamento.

3. In effetti, che la Germania svolga un ruolo di architrave nell’ordine di Maastricht non autorizza a mettere sullo sfondo l’apporto decisivo di quella che ancora Steffen Lehndorff chiama «la coalizione dei non volenterosi», ossia l’appoggio che i governi degli altri paesi europei (democraticamente eletti, si sottolinea talvolta polemicamente, ma non a torto) danno a politiche Ue che negano sistematicamente qualsiasi principio di collaborazione e di solidarietà.

La ricerca di una alternativa non può non prendere le mosse che dalla identificazione del consenso, del «blocco sociale», che si è saldato intorno alle politiche vigenti. Una distinzione è necessaria tra la Germania e gli altri paesi europei.

Sono elementi portanti del consenso tedesco al modello economico nazionale:

a) Una forte saldatura di interessi tra imprese e sindacati nei settori trainanti delle esportazioni (in primo luogo il settore automobilistico) dove la «riforme» di Schroeder non hanno intaccato il tradizionale regime di alti salari.

b) Il conservatorismo patrimoniale, dice Massimo D’Angelillo, ossia la difesa del risparmio e del potere d’acquisto delle pensioni in un paese con un tasso di natalità fortemente decrescente. Significativi i continui attacchi della stampa tedesca a Draghi per la sua persistente politica di sempre più bassi tassi d’interesse.

c) I surplus commerciali, provenienti dalle esportazioni, che ammontano al 50% del Pil,e che consentono di integrare i bassi salari del secondo settore di un mercato del lavoro apertamente duale (8 milioni di minijobs), e di garantire nello stesso tempo il mantenimento di buoni livelli di welfare.

d) Infine con la riunificazione la Germania si è sbarazzata del senso di colpa per il passato nazista e ha inaugurato una politica di monumentalizzazione della memoria che toglie dall’armadio tutti gli scheletri. Il ritrovato senso di autostima nazionale, sottolinea Leonardo Paggi, produce consenso a un modello economico che mostra la sua superiorità non tanto nella capacità di promuovere gli altri, quanto al contrario in quella di bloccare e reprimere le loro possibilità di sviluppo. Non sorprende dunque che nella conduzione di questo tipo di politica europea, sostenuta da una «grande coalizione» che cancella ogni distinzione tra destra e sinistra, si determini un progressivo spostamento dell’asse ideologico e politico del paese in senso sempre più marcatamente conservativo. Ciò che peraltro rende sempre più difficile l’importazione di mano d’opera straniera di cui l’economia tedesca ha un crescente bisogno, visto il trend demografico in atto.

Tratti solo in parte analoghi tornano nella struttura del consenso di cui Maastricht si avvale negli altri paesi europei:

a) L’industria trainante è in Europa quella più fortemente internazionalizzata (questo vale anche per la parte più competitiva dei nostri distretti), che condivide pertanto la priorità accordata dalla Germania alle esportazioni.

b) Nelle imprese più dinamiche una parte crescente dei profitti è realizzata tramite la presenza sul mercato azionario e comunque sempre più diffusa è la logica di share holder che ha trasformato e americanizzato dall’interno il tradizionale modello produzionista tedesco.

c) Stabilità dei prezzi e assenza di inflazione garantiscano ovunque non solo i creditori, ma anche una popolazione fortemente invecchiata che fa delle pensioni una quota crescente del reddito nazionale.

d) Una volta creatasi la figura dello stato debitore la sua permanente esposizione alla speculazione internazionale, esplicitamente prevista e voluta dal trattato, impone consenso attorno a politiche di pareggio del bilancio come mezzo per evitare mali peggiori. Esemplare in questo senso la formazione del governo Monti, che ha ben dimostrato come il consenso si possa estorcere anche con la forza del ricatto e della coercizione.

e) Dato lo stato dei rapporti di forza, anche in presenza di una crescita bloccata, l’impresa può appropriarsi di una parte crescente della torta senza correre il rischio di una ripresa del conflitto redistributivo quale si avrebbe in un quadro di sviluppo. Non è insomma un caso che le Confindustrie di tutta Europa accettino senza protestare le politiche di austerità.

f) La cultura dell’individualismo darwiniano, che trasuda da tutti i pori del trattato, è tanto più vincente quanto più forte è la stagnazione. Solo con una crescita ritrovata si potrebbe rigenerare il senso della solidarietà e apprezzare il valore dei dividendi provenienti da uno sforzo comune.

Se questi sono alcuni fattori che spiegano almeno in parte lo stato di passività esistente, dove sono le «forze motrici» che possono spingere verso la riapertura di quel circuito tra crescita e eguaglianza che Aldo Barba pone a fondamento della sua analisi critica?

Poiché la dimensione europea é stata messa in sicurezza e quasi sigillata nei confronti dei rischi della politica, una ripresa di potere democratico si può determinare, anzitutto, solo ritornando dall’atmosfera rarefatta e irrespirabile della governance al terreno corposo e vitale della sovranità nazionale.

Di questo concetto si può avere una accezione ideologica e subalterna che tende a sottovalutare o a mettere tra parentesi i livelli di internazionalizzazione e di globalità raggiunti dallo sviluppo capitalistico. Ma della sovranità esiste anche una visione funzionale, realistica, che mette in valore la riconquista dello spazio politicodemocratico, distrutto dalla astratta dimensione sovranazionale della moneta unica. Solo sui terreni nazionali, ossia a contatto con la realtà immediata e tangibile della vita quotidiana, è possibile provocare la crisi del mondo capovolto della moneta unica. Con il noto adagio « ce lo chiede l’Europa» è stato proposta e purtroppo accolta dalle élite europee una totale dismissione della responsabilità politica nazionale. La precedenza dell’Europa si è trasformata in un vero proprio alibi per abbandonare il rapporto con i bisogni, con i territori, con le specificità della storia.

Il processo non è stato tuttavia indolore.

L’ordine di Maastricht è oggi vittima del suo stesso successo. La crisi dei partiti democratici, che corrisponde al crescente potere di decisione dei mercati, ha fatto sì che – lo abbiamo già ricordato – la protesta sociale generata dalla austerità e dalla globalizzazione ha alimentato un populismo sempre più eversivo. Il terrorismo, come fattore potenzialmente endemico, moltiplica ora a vista d’occhio la forza persuasiva della ragione populista. Tornano alla mente le analisi di Franz Neumann sul nesso tra angoscia e politica come fattore propulsivo dello stato autoritario. Ancora una volta la crescente alienazione economica e sociale di massa alimenta una visione cospirativa della storia che compatta il «popolo» contro un nemico esterno.

Questa emergenza impone l’obbligo di lavorare, qui e ora, per un allentamento e una rottura dei vincoli esistenti sul filo di un netto spostamento di ottica e di enfasi dal tema della disciplina a quello delle possibilità. Gli autori di questo volume non credono che il problema sia quello di rinegoziare questo o quel parametro del trattato. È in fondo una riprova di questa loro convinzione anche l’assai scarso successo con cui il nostro Presidente del consiglio cerca in Europa inesistenti spazi di autonomia, con la richiesta di questa o quella «flessibilità», se non addirittura con le invocazioni ad «un’Europa più umana»! Siamo dinanzi a un sistema coerentemente e conseguentemente oligarchico, in cui la negazione dello sviluppo fa tutt’uno con la messa in mora della democrazia.

E tuttavia stiamo vivendo un paradosso che non può essere ignorato. Il monopolio che il populismo detiene della critica della situazione esistente fa sì che il sistema consegua nuova legittimazione, proprio agli occhi di una opinione pubblica democratica, come l’unico possibile depositario del progetto europeo. Se non si spezza la tenaglia che si è creata, con l’ austerità da un lato e il populismo dall’altra, qualsiasi nuova opportunità creata dalla crisi andrà perduta. Per questo ci pare essenziale l’apertura di un dibattito sui principi (non sulle misure specifiche) di una agenda di stabilizzazione democratica della situazione italiana e europea, che favorisca la costruzione di un movimento anti-Maastricht diverso da quello populista.

Fino a oggi la critica della moneta unica non è andato oltre la proposta astrattamente taumaturgica di uscita dall’euro o la previsione irrealistica di un suo inevitabile crollo. L’euro ha dimostrato di saper reggere, forse anche in ragione dell’uso repressivo che di esso hanno fatto e continuano a fare i mercati finanziari. Sono la società, la politica, le identità democratiche che deperiscono. Non sembra saggio aspettare che il cadavere passi lungo il fiume. Le crisi economiche producono una degenerazione del capitalismo (fino al nazismo), mai il suo crollo. Maastricht del resto non è solo una moneta unica, è anche una cultura, una concezione del mondo, una proposta di «civiltà». Per questo morirà, se morirà, solo di una morte politica. È per la costruzione di un movimento ancora inesistente che occorre mettere sul tappeto il problema di una filosofia di governo alternativa e di un programma che indichi, in primo luogo sotto il profilo concettuale, alcuni punti di scorrimento verso un’Europa politica della crescita.

4. La vera scommessa è quella di trasformare la protesta sociale in conflitto redistributivo e in alternativa politica. In questa prospettiva ci sembra utile sottolineare l’importanza di alcuni ordini di problemi, con particolare riferimento alla situazione specifica del nostro paese.

Il recupero del rapporto tra democrazia e sovranità. Premessa essenziale di qualsiasi evoluzione positiva è la condanna e il rigetto aperti della governance che configura la Ue come «uno stato di polizia economica», secondo la definizione di Alessandro Somma. Contro la imposizione di regole punitive e uguali per tutti è essenziale ritrovare lo spazio e il metodo della discrezionalità e della responsabilità politica, aperto a ragionamenti e negoziati capaci di interpretare i bisogni specifici di situazione specifiche. I dadi del resto sono truccati. Le regole sono pensate e scritte in piena conformità all’«eccezionalismo» tedesco, ossia per una economia che ha impostato la crescita sulla leva del surplus commerciale piuttosto che sui consumi e gli investimenti. È in accordo a questa logica che sono nati i parametri del 60% del pil per il debito e del 3% per il deficit, i quali pertanto non sono da rinegoziare ma da respingere in via di principio. Il culto delle regole ha trasformato la Ue in un intollerabile spazio gerarchizzato in cui i Peripherielaender pagano un prezzo crescente in termine di autonomia delle scelte di politica economica, di disoccupazione rampante, di perdita di pezzi di apparato produttivo, quasi sempre a favore di gruppi industriali tedeschi che amano comprare a prezzi stracciati.

La difesa del salario. Una delle misure prese da Frank D. Roosevelt nei suoi primi cento giorni fu la messa sotto protezione del sindacato uscito massacrato dalla rivoluzione tecnologica e dagli attacchi conservatori degli anni Venti. La misura era intesa come passaggio obbligato per ricreare il potere d’acquisto necessario a interrompere la morsa deflattiva in cui era caduta l’economia americana. Per una situazione analoga abbiamo già visto che il quantitative easing non basta. La stagnazione italiana data dalla seconda metà degli anni Novanta e ha la sua prima ragione nell’arresto della domanda interna provocata, in primo luogo, dal blocco della contrattazione salariale. Nelle condizioni di estrema debolezza in cui si trova il sindacato, la difesa della contrattazione collettiva è oggi una misura di governo indispensabile. Si tratta di rovesciare la logica che presiede alle «svalutazioni interne» volute da Maastricht secondo cui in un regime di cambi fissi la competitività e il pareggio di bilancio devono essere assicurati comprimendo i livelli di vita della popolazione.

La ripresa della produttività. È questa la via maestra per la indispensabile ripresa di competitività della nostra economia. I dati che la Banca d’Italia fornisce in proposito parlano di una catastrofe nazionale. L’economia italiana sta perdendo ogni capacità di produrre e distribuire ricchezza. La medicina è nota. Investimenti in capitale umano volti a elevare il livello della formazione professionale, investimenti in ricerca e sviluppo che lo stesso trattato di Lisbona aveva proclamato indispensabili, e che il patto di stabilità vieta perentoriamente, innovazione e internazionalizzazione del sistema delle imprese, innalzamento del livello di efficienza della pubblica amministrazione. L’accettazione passiva dei parametri di Maastricht significa complicità attiva nel processo di distruzione dei livelli di civiltà conseguiti dal nostro paese. Perché il governatore Ignazio Visco non sottomette alla più ampia opinione pubblica del paese i dati di cui è a conoscenza? [5]

Emergenza migrazioni. La fedeltà al principio dell’accoglienza in assenza di qualsiasi programma di gestione della forza lavoro immigrata è destinata sul medio periodo ad accumulare degrado e contraddizioni sociali e politiche sempre più insostenibili. È proprio il Sud a darci l’esempio di due esiti possibili. Il campo di concentramento di Rosano consegna al caporalato la nuova forza lavoro. Il caso di Riace indica quanto la rete dei comuni potrebbe fare in termini di allocazione sensata delle risorse, se convocata, organizzata e diretta dai poteri centrali del governo.

La pace e la guerra. Da tempo l’ Europa ha cessato di essere forza di pace. Maastricht nasce contestualmente all’inizio di una politica di esportazione della democrazia, resa possibile dalla fine degli equilibri della guerra fredda. Si è rivelata nei fatti l’esistenza di una correlazione strettissima tra il conferimento ai mercati di una piena e totale libertà di movimento e l’idea che i confini degli stati siano modificabili ad libitum con l’ausilio delle armi. L’Europa è stata pienamente coinvolta nell’effetto domino che l’invasione dell’Iraq del 2003 ha scatenato in Medio Oriente, nel Mediterraneo e nei rapporti con la Russia. Nel permanere di questo quadro le stesse relazioni intra europee sono destinate a deteriorarsi, come la crisi di Schengen ha già abbondantemente dimostrato.

Con l’indicazione di questi temi, ma molti altri se ne potrebbe aggiungere, si è voluto esprimere la convinzione che un’opposizione politica di governo può nascere solo con un programma che assuma senza mezze misure la profondità dei guasti provocati da Maastricht. Qualcosa si può e si deve fare. Niente di quello che è accaduto deve essere dato per scontato e irreversibile. In definitiva, venticinque anni sono solo un soffio se commisurati ai tempi della storia europea.

NOTE

1. Il testo dell’introduzione è stato redatto da Leonardo Paggi che si è avvalso dei contributi di discussione di Aldo Barba, Massimo D’Angelillo e Alessandro Somma.

2. Cfr. Infra, p. 32.

3. Intervista a «Die Zeit», 7 luglio 2016.

4. Intervista pubblicata su «Atlantico.fr» il 3 luglio 2016.

5. Mi riferisco in particolare all’intervento pronunciato dal Governatore della Banca d’Italia a Bari il 29 marzo 2014 al Convegno Biennale Centro Studi Confindustria su «Il capitale sociale e la forza del paese».


Fonte

Boeing malese: il rapporto de L’Aja è “parziale e politicamente motivato”


E' una buona notizia, ha commentato il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, a proposito del fatto che il Ministero degli esteri olandese abbia convocato l'ambasciatore russo, per discutere delle critiche mosse da Mosca al rapporto della commissione d'inchiesta sull'abbattimento del Boeing malese MH17 sui cieli dell'Ucraina, nel luglio 2014; “il nostro plenipotenziario avrà così l'opportunità di esporre il punto di vista di Mosca” ha detto Peskov.

In precedenza, gli olandesi avevano qualificato come “infondati e inaccettabili” i rilievi russi a proposito dell'indagine sul disastro che era costato la vita a 298 persone. Un'indagine che non ha mai preso in considerazione gli elementi forniti a più riprese dalla parte russa e anche da fonti esterne (lo storico olandese Jost Nimjuller, ad esempio, autore di un volume sulla tragedia del Boeing, si è sempre detto sconcertato che non siano mai stati presi in considerazioni i dati della radiolocalizzazione) e che anzi sembra essersi indirizzata, sin dall'inizio, a “trovare” elementi tali da poter addossare alle milizie del Donbass la responsabilità della tragedia, ignorando ogni evidenza a contrario.

E il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, intervistato dalla BBC e invitato a scusarsi per il “fatto” che, secondo il rapporto olandese, il sistema missilistico “BUK” con cui, secondo la commissione internazionale JIT, le milizie avrebbero colpito il Boeing, sarebbe stato loro fornito dalla Russia e successivamente riportato indietro, ha fermamente rifiutato ogni scusa. “Scusarsi per cosa?”, ha risposto Lavrov all'intervistatore; “Ci sono un centinaio di nomi, che figurano nell'indagine, ma essi finora non sono stati sentiti in qualità di sospettati”, ha detto Lavrov, aggiungendo che Mosca intende aspettare i risultati definitivi dell'inchiesta. Lavrov ha detto che la Russia ha reso pubblici e ha fornito alla Commissione un'enorme quantità di dati sull'abbattimento del velivolo, ma non ha ricevuto da essa alcuna risposta. Mentre invece, secondo Lavrov, la Commissione non ha reso pubblici i dati da essa esaminati e ottenuti da Ucraina e USA.

L'Aja si era dunque ritenuta lesa dalle critiche mosse ai “primi risultati dell'indagine condotta dalla JIT da parte di rappresentanti del Cremlino, dei Ministeri degli esteri e della difesa russi”, che “hanno messo in dubbio la professionalità, l'onestà e l'indipendenza della procura olandese” e ha quindi convocato l'ambasciatore russo.

Lo scorso 28 settembre, dopo la pubblicazione del rapporto internazionale della JIT, Piazza Smolenskaja (sede del Ministero degli esteri russo) lo aveva in effetti definito “parziale e politicamente motivato”. “E' divenuta una norma, per i colleghi occidentali, indicare colpevoli a proprio piacimento e inventare risultati desiderati” aveva detto la portavoce Marija Zakharova, ricordando che Mosca in più occasioni “aveva proposto di operare di comune accordo, basandosi solo sui fatti”. E invece, “gli inquirenti internazionali hanno escluso Mosca dalla partecipazione alle indagini e, sembra un brutto scherzo, hanno invece fatto dell'Ucraina un membro a pieno titolo della JIT, dandole la possibilità di manomettere le prove e capovolgere il caso a proprio favore". Zakharova aveva notato come "tutto ciò su cui si basano le cosiddette prove della procura olandese, è stato presentato dall'Ucraina che è senza dubbio parte interessata".

Il sito rusjev.net, non certo tenero con Mosca, scrive che L'Aja “sin dall'inizio sapeva che il MH17 era stato abbattuto dal “BUK” russo”; o meglio: il governo olandese si era detto “convinto da subito della responsabilità delle milizie nell'abbattimento del velivolo” e su questo “fondamento” sono state condotte le cosiddette indagini. Ciò si evincerebbe da alcuni documenti che i media olandesi NOS, RTL e Volkskrant ora chiedono vengano resi pubblici. E' appena il caso di ricordare come la Commissione mista composta da rappresentanti di Australia, Belgio, Malesia, Olanda e Ucraina (coinvolte a titolo diverso, non solo per la presenza di propri passeggeri a bordo del Boeing) abbia praticamente ignorato le diverse ricostruzioni sperimentali dell'accaduto, effettuate dal consorzio “Almaz Antej”, produttore dei sistemi “BUK” e non abbia ovviamente preso in considerazione la presenza in volo, al momento dell'abbattimento, di caccia ucraini.

Un'ulteriore “stranezza” è anche quella della pubblicazione di un proprio rapporto sulle comunicazioni tra i controllori di volo e i piloti del Boeing, che il Ministero della difesa ucraino aveva annunciato per ieri e che invece è stato annullata, col pretesto di una presunta interferenza di haker.

Il sito Segodnija.ru titola molto esplicitamente “Clownata che provoca sangue”, intendendo con ciò che il rapporto, preconfezionato sin dall'inizio, due anni fa, tra Washington e Kiev, fornisce una spinta eccellente al Dipartimento di stato per “continuare a demonizzare la Russia” e, alla junta ucraina, per seguitare ad accusare le milizie di “terrorismo sponsorizzato da Mosca”, ergersi a “vallo di difesa europea” e andare avanti nella sua scelta di “risolvere” la questione del Donbass con la guerra. In tal modo, anche Berlino e Parigi sarebbero costrette ad abbandonare i piani della road map per l'adempimento degli accordi di Minsk e le sorti dei golpisti sarebbero nuovamente sollevate dopo le recenti debacle internazionali.

Prendendo in prestito il titolo di rusjev-Russkij Evrej, si può dire che Washington sin dall'inizio aveva comunicato a L'Aja che il MH17 era stato abbattuto dal “BUK” russo.

Fonte

Siria - Scomparsa la soluzione politica

di Chiara Cruciati – il Manifesto

È passato esattamente un anno dall’ingresso militare della Russia nella crisi siriana. Il 30 settembre 2015 il governo di Damasco non navigava in buone acque con Stato Islamico e l’allora al-Nusra che controllavano insieme più di un terzo del paese. Sul piano diplomatico gli Stati Uniti si barcamenavano, vedendo i propri “ribelli” perdere terreno sul campo di battaglia e su quello politico.

Un anno dopo Assad è più forte, Mosca si erge come un gigante nelle stanze della diplomazia, gli Usa si barcamenano ancora riproponendo la misura del «più armi per le opposizioni». Ma quelle opposizioni sono cambiate ancora: le moderate sono scomparse o si sono trasformate in bracci destri dei jihadisti. La conseguenza diretta della forza russa e della debolezza statunitense è la fine del negoziato: ormai nessuno parla più di governo di transizione o soluzione politica. La ragione sta nel doppiogiochismo dei due fronti, ognuno con la sua agenda: il pro-Assad uccidere le poche opposizioni legittime rimaste, l’anti-Assad impedire che la Siria resti un’entità unita.

Ieri è stata un’altra giornata di violenze ad Aleppo: i governativi premono verso i quartieri orientali con la tv al Manar, vicina ad Hezbollah, che dà per caduto il campo profughi palestinese Handarat. È stato bombardato, secondo fonti locali, l’impianto idrico di Suliman Alhabi, duro colpo alla già scarsa distribuzione di acqua potabile. Nei pochi ospedali ancora aperti, con soli 35 medici a disposizione, i feriti si ammassano. Medici Senza Frontiere denuncia il collasso nella zona est: «Abbiamo solo tre sale operatorie e ieri abbiamo dovuto compiere oltre 20 operazioni. Lo staff dell’ospedale lavora 20 ore al giorno».

A preoccupare sono i movimenti militari sul terreno: la Russia ha inviato altri jet nella base di Hmeymim, mentre le milizie iraniane e libanesi aumentano di numero fuori da Aleppo insieme a quelle delle opposizioni islamiste. Gli Usa hanno dato il via libera alla consegna di missili terra-aria a favore dei “ribelli”. La battaglia si farà certamente più dura, massacrerà i civili e le fievoli speranze di un negoziato politico.

La misura la danno le ennesime dichiarazioni degli attori internazionali. Ieri la Casa Bianca ha emesso un comunicato dopo la telefonata che il presidente Obama ha avuto con la cancelliera tedesca Merkel, nella quale i due leader hanno definito «barbari» i raid russi. A dare una mano al fronte anti-Assad è l’Osservatorio Siriano, ong che dal 2011 si è schierata contro Damasco: i raid della Russia hanno ucciso in un anno 9mila persone, di cui quasi 3.800 civili e 5.500 miliziani dell’Isis e di diverse fazioni armate. Bilanci sui morti della coalizione anti-Isis e delle opposizioni armate non ne sono stati dati.

Dall’altra parte è il ministro degli Esteri russo Lavrov a dire la sua: gli Stati Uniti, ha detto alla Bbc, stanno risparmiando Jabhat Fatah al-Sham (l’ex al-Nusra che per ragioni meramente strategiche è uscita da al Qaeda quest’estate pur continuando a condividerne l’ideologia) nel tentativo di rovesciare il presidente Assad. «Gli Usa avevano solennemente promesso di avere come priorità la separazione dell’opposizione da al-Nusra – ha detto Lavrov – Ma non sono capaci o non vogliono farlo e risparmiano [dai raid] al-Nusra tenendola come piano B nel caso di un cambio di regime».

Che Washington non abbia mai costretto le opposizioni alleate a dissociarsi dall’ex al-Nusra è incontestabile: molti gruppi (anche ufficialmente moderati come l’Esercito Libero Siriano, proxy statunitensi rivelatesi però dei fallimenti) hanno definito illegittime le bombe sui qaedisti, facendosi da loro gestire nella battaglia di Aleppo.

Tra i gruppi che negli ultimi giorni si sono uniti all’ex al-Nusra c’è Nour al-Din al-Zinki, milizia fatta prosperare dalla Cia nell’ambito del programma di addestramento e armamento dei “ribelli” tra Turchia e Giordania.

Fonte

Obama, l'elogio di Peres è la condanna di Netanyahu

di Michele Giorgio – il Manifesto

E’ andata come previsto. Barack Obama ieri non ha mancato di usare l’elogio funebre di Shimon Peres, al cimitero del Monte Herzl di Gerusalemme, davanti ai leader di una ottantina di Paesi (non c’era Putin, perchè?), per indirizzare una condanna indiretta della politica nazionalista e oltranzista del premier israeliano Benyamin Netanyahu. Quando il presidente americano ha preso la parola, dopo gli interventi del capo dello stato Rivlin, dello scrittore Amos Oz, di Bill Clinton, dei familiari di Peres e di Netanyahu, mentre ancora riecheggiavano le note del brano “Avinu Malkeinu” cantato da David D’or, il premier israeliano ha ostentato tranquillità.

Sapeva però che Obama si sarebbe tolto qualche altro sassolino dalla scarpa dopo otto anni di rapporti personali a dir poco difficili. «Il popolo ebraico non è nato per governare un altro popolo», ha proclamato Obama in evidente riferimento all’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi. «Non credo che Peres fosse un ingenuo – ha aggiunto – Israele ha vinto tutte le guerre ma non quella maggiore: quella di non aver più bisogno di vincere».

Obama, tracciando la figura di Peres, di fatto ha voluto rimarcare la differenza tra l’idea dei palestinesi che aveva l’ex presidente israeliano morto tre giorni fa e quella di Netanyahu. Peres, ha spiegato, «insisteva nel vedere tutti gli esseri umani come aventi diritto alla medesima dignità, inclusi i palestinesi i quali, secondo lui, hanno diritto all’eguaglianza e alla sovranità». Poi ha ammorbidito, ma solo un po’, l’attacco esaltando l’impegno di Peres per la sicurezza e la difesa di Israele. «Per il suo senso di giustizia – ha proseguito Obama – e per la sua analisi delle condizioni di sicurezza di Israele, Peres comprese che per la difesa di Israele i palestinesi devono avere un proprio Stato».

Con la morte di Shimon Peres, ha concluso Obama, «per Israele si chiude un periodo storico e il suo futuro è ora affidato nelle mani della nuova generazione». Poi si è avvicinato al feretro, ha appoggiato la mano e ha pronunciato in ebraico «Todà rabbà, haver yakar (Grazie tanto, caro amico)», echeggiato la frase di addio che l’allora presidente Usa Bill Clinton rivolse a Yitzhak Rabin assassinato nel 1995 da un nazionalista religioso ebreo. Tornando al suo posto il presidente americano si è limitato ad un saluto gelido del premier israeliano e di sua moglie Sara.

Netanyahu che poco prima aveva scambiato, dopo anni, una stretta di mano con il presidente dell’Anp, Abu Mazen, unico leader arabo presente ai funerali di Peres – non c’erano neanche i rappresentanti dei palestinesi d’Israele –, ha provato ad anticipare e ad ammortizzare l’urto delle parole che dopo qualche minuto avrebbe pronunciato Obama, accreditando una sua recente e profonda amicizia con il presidente scomparso dopo anni di scontri e di far apparire Peres più un garante della sicurezza di Israele che un negoziatore e un uomo di pace. «Lo splendido Shimon Peres – ha affermato – ha fatto cose incredibili per garantire il nostro potenziale di difesa ma in parallelo ha fatto tutto quanto gli era possibile per raggiungere la pace con i nostri vicini». Non ha negato le differenze politiche con Peres ma, ha detto, «nel corso degli anni siamo diventati amici. Shimon, ti ho amato».

Il risveglio tardivo di un Obama determinato, in apparenza, a regolare qualche conto aperto con Netanyahu, è il segnale di quel “colpo di coda” del presidente americano che tanto temono, almeno a dar credito al quotidiano Haaretz, nell’ufficio del primo ministro israeliano? È difficile dirlo. L’inquilino della Casa Bianca ormai è agli sgoccioli del suo mandato e difficilmente, per ragioni istituzionali, vorrà o potrà vendicare sino in fondo lo sgarbo che gli fece Netanyahu a marzo 2015 quando, aggirando l’Amministrazione, rivolse davanti al Congresso un attacco durissimo all’accordo sul programma nucleare iraniano tanto cercato da Obama nonostante la posizione fortemente contraria di Israele.

E comunque, sgambetti di Netanyahu a parte, il presidente Usa ha assicurato allo Stato ebraico un accordo decennale di aiuti militari per 38 miliardi di dollari. Tuttavia il contenuto politico dell’elogio funebre di Peres, potrebbe anticipare un nuovo passo di Obama, dopo le elezioni che proclameranno nuovo presidente Hillary Clinton o Donald Trump, e prima della fine dell’anno. Si parla di un via libera dell’Amministrazione uscente alla conferenza internazionale su Israele e Palestina che il presidente francese Hollande intende convocare entro il 2016 e che è vista come fumo negli occhi da Netanyahu che insiste per un negoziato (peraltro inesistente) soltanto bilaterale con i palestinesi.

Mentre i funerali assumevano, come prevedibile, un carattere politico, Shimon Peres è stato sepolto non lontano dalla Tomba del suo compagno di partito e rivale Yitzhak Rabin.

Fonte

Perchè il confronto Renzi-Zagrebelsky è stato un disastro

Ho visto in differita il confronto Renzi-Zagrebelsky. Il professore è stato colto, elegante, argomentato e la sua superiorità tecnica è stata indiscutibile: tutto sbagliato, non poteva fare servizio peggiore al No. I referendum non sono gare di bellezza.

Quell’approccio sarebbe stato perfetto per un convegno di giuristi, una lezione in facoltà o nel salotto della contessa Maffei, ma i giuristi e gli intellettuali in generale, gli studenti di giurisprudenza e le contesse Maffei sono solo una piccola minoranza del paese. Se vai in televisione, la tua platea è fatta da tante signore Maria di Voghera, signori Mario pensionati di Rossano Calabro, Carlo ragioniere di Oristano, Giuseppe commerciante di Cantù, Luciana operaia tessile di Biella, Corrado falegname di Vicenza. Ed al referendum quelli decisivi sono questi e non le contesse Maffei.

Il primo errore del professore è stato non capire di fronte a quale platea parlava e, pertanto, è caduto con tutti due i piedi nel trappolone di Renzi: dimostrare che quelli del no sono i soliti parrucconi astratti, incomprensibili, incapaci di capire le urgenze politiche ed estranei alla cultura del “fare”, per cui non apprezzano gli sforzi di chi “fa”.

Demagogia? Sicuramente! Ma contro i demagoghi  cultura ed eleganza non servono a niente. Voi volete vincere un torneo di chatch nel fango mandando Roberto Bolle? Lo spezzano in venti secondi netti.

Secondo errore del Professore (strettamente connesso al precedente): non saper parlare la lingua della gente, ma chiudersi in un tecnicismo appena attenuato.

Terzo errore: pensare che l’essere un grande giurista, docente ed ex Presidente della Corte Costituzionale, gli avrebbe conferito un’autorevolezza tale da schiacciare il suo illetterato interlocutore. Peccato che di questi titoli accademici ed istituzionali alle signore Maria non interessi un fico secco.

Quarto errore: non puntare assolutamente all’ostilità verso il governo e non usare un solo argomento di richiamo come il job act, i voucher, la buona scuola o i regali alle banche. Cosa c’entra con il referendum sulla riforma della Costituzione? In effetti molto poco, ma qui dobbiamo aizzare la folla contro chi ha proposto questa riforma: “Voi volete questa riforma per fare altre leggi contro i giovani come i Voucher”; “voi vi preparate ad abbattere la prima parte della Costituzione perché volete tagliare le pensioni e mettere in discussione i diritti acquisiti” ecc. Poche brevi frasi, messe qua e là. Ma il professore ha orrore di questi argomenti che guasterebbero la sua fine esposizione di sommo sacerdote del diritto.

Quinto errore: avere timore di attaccare il Pd in quanto tale perché si mantiene un residuo della vecchia alleanza contro Berlusconi. Il Pd di oggi non è un alleato o un ex alleato, ma il nemico da abbattere.

Sesto errore e maggiore di tutti gli altri: non capire nulla di tecnica televisiva. In primo luogo si può essere pacati ma si deve sempre essere aggressivi e decisi. In secondo luogo, se ti confronti con un tanghero che ti interrompe ogni due per tre, non ha senso imbarcarsi in un ragionamento molto articolato, ma devi rispondere con frasi secche e sprezzanti al limite della querela: se il tanghero dice “Questa è una offesa agli italiani” devi rispondere “l’offesa peggiore è un governo come il suo” Se dice “Professore ho studiato sui suoi liberi” (sottolineando che tu sei un “professore”) rispondi “Peccato che non ci abbia capito niente!”. Se ti interrompe per la quarta volta: “Senta il referendum non l’ha ancora vinto, lasci parlare anche gli altri” oppure “Le accade mai di star zitto ed ascoltare?”

Ma, mi direte, non è al professor Zagrebelsky che si può chiedere questo comportamento, non ne sarebbe capace. Infatti: l’errore è stato mandare una persona distinta e colta come lui, in certi frangenti fa meglio un camionista!

Ma, così ci mettiamo sullo stesso piano degli altri, mi direte. Esatto: quando ci si scontra militarmente si deve necessariamente stare sullo stesso piano dell’avversario. L’unico limite invalicabile che riconosco è il dovere di non dire cose false che ingannino l’ascoltatore, per il resto vale tutto, anche i colpi sotto la cintura. Mi pare che una volta lessi: la politica è la prosecuzione della guerra sotto altre forme o qualcosa del genere...

Altri due confronti come questi ed abbiamo perso il referendum. Per favore i giuristi teneteli per le cose che sanno fare: convegni con altri giuristi, articoli sui grandi quotidiani, incontri con gli studenti, ma guardatevi bene dal mandarli in televisione, per certe cose un Di Battista, un D’Alema o un Travaglio valgono cento Zagrebelsky.

La grande confusione della legge elettorale

Neanche il tempo di passare al vaglio della Corte Costituzionale (o forse proprio grazie alla soffiata di qualche giudice costituzionale amico), e già l’Italicum è in via di superamento. Il dibattito intorno alla futura legge elettorale è però esemplare, racchiude cioè nel suo piccolo la scomparsa della sinistra dalla politica generale. E’ infatti un dibattito in cui apparentemente ci si scanna tra acerrimi nemici, ma nessuna delle proposte di revisione si avvicina a quella che dovrebbe essere una legge elettorale “di sinistra”, cioè democratica nella sostanza e non solo nel chiacchiericcio neoliberale quotidiano. Le varie proposte appaiono tutte interne ad un sistema di valori neoliberale fondato sul sacro principio della “governabilità”, bene supremo a cui tutti i ragionamenti dovrebbero ricondursi. L’Italicum, come dovremmo ormai sapere, è una legge altamente distorsiva, nonostante sia, in teoria, una legge elettorale proporzionale. Questo smonta il primo e principale artificio retorico del ceto liberale in guerra contro ogni ipotesi di proporzionalità tra voti espressi ed eletti in parlamento. Secondo Angelo Panebianco (Corriere della Sera del 28 settembre), “i fautori del No alla riforma costituzionale si stanno schierando a favore di un sistema elettorale proporzionale. A suo modo è una cosa lodevole. E’ giusto infatti che chi sia a favore della conservazione costituzionale, della conservazione della Costituzione così come essa è, sia anche un nostalgico del ritorno al proporzionale”. Il povero Panebianco, accecato dall’odio ideologico, non si accorge che in Italia si vota già alle elezioni politiche con il sistema elettorale proporzionale, quantomeno dalla soppressione del Mattarellum avvenuta nel 2005. Sono undici anni che esiste un sistema proporzionale, spurio e altamente distorsivo perché pesantemente corretto da premi di maggioranza e soglie di sbarramento, ma tant’è, e l’Italicum in questo senso non corregge la natura proporzionale della legge, ma si limita (per così dire) a distorcere ulteriormente la proporzionalità tra voti ed eletti introducendo un secondo turno che deciderà tramite un ballottaggio chi andrà al governo.

Un altro cliché ideologico è quello che relaziona i sistemi elettorali proporzionali ai cosiddetti “governi deboli”, favorendo un sillogismo assolutamente artificioso e non comprovato nella realtà. Sempre Panebianco, ambasciatore dell’ideologia neoliberale governista, traccia un bignami dei luoghi comuni di questi anni: “la proporzionale completava e sorreggeva un sistema parlamentare congegnato in modo da favorire la formazione di quei governi deboli, a loro volta indispensabili in una democrazia difficile nella quale nessuno poteva fidarsi di nessuno. La proporzionale aveva il compito di non permettere esclusioni rilevanti dal gioco politico, e di assicurare anche all’opposizione capacità di pressione e di influenza sul comportamento dei governi[…]Vincesse il No nel referendum di dicembre, la spinta a reintrodurre la proporzionale diventerebbe probabilmente irresistibile”. Ora, a parte ricordare nuovamente che l’Italicum è già una legge proporzionale, che supera la “legge Calderoli” che già era una legge proporzionale, sarebbe ora di riflettere anche su questo falso mito liberista dei presunti governi deboli prodotti dalla legge proporzionale.

Dal 1946 al 1981 l’Italia è stata governata da Primi ministri di un unico partito, e dal 1945 al 1993 governata di fatto da un unico partito, la Democrazia cristiana, come socio di maggioranza alleato di volta in volta ad altri piccoli e meno piccoli partiti. In sostanza, per quasi cinquant’anni il paese è stato governato da un’unica direzione politica. Allo stesso tempo, quello stesso governo e quella stessa legge elettorale hanno impedito per cinquant’anni di alternarsi al potere con l’opposizione elettoralmente più rilevante, il Pci. Definire questo come periodo di “instabilità politica” istituzionale, e derivare questa presunta instabilità dalla legge elettorale, è quantomeno fantasioso. Attraverso quale relazione con la legge elettorale può definirsi un sistema politico governato per cinquant’anni da un unico partito, con l’opposizione formata da un partito impossibilitato a governare, come “sistema instabile”? E’ infatti fuffa neoliberale, ideologia post-moderna, la stessa che prova a descrivere l’Italia come un paese “governato dalle sinistre” per decenni. I problemi di stabilità, che pure evidentemente esistevano, derivavano dalla natura intrinseca del partito al potere (cioè dai suoi scontri interni); dalle spinte sociali fortissime presenti nel corpo della nazione e che si riverberavano di conseguenza (e fortunatamente) sul piano dei rapporti politici di governo; dalla natura instabile delle relazioni internazionali condizionate dallo scontro est-ovest; ma non dalla legge elettorale. Tanto per dire, in Germania, che ha visto dal 1949 ad oggi alternarsi solamente nove Cancellieri federali, vige un sistema elettorale proporzionale puro, corretto da una forte soglia di sbarramento al 5% valida per tutti i partiti. Il sistema proporzionale, in altre parole, non c’entra nulla con la “stabilità governativa”, posto che questa sia un valore in sé e non il prodotto della dialettica politica nel suo complesso, quindi non solo di palazzo ma nella società nel suo insieme. Non avendo argomenti razionali, l’apogeo dell’invettiva di Panebianco scomoda anche il debito pubblico: “è difficile negare che la proporzionale abbia contribuito, soprattutto negli anni Ottanta dello scorso secolo, alla lievitazione di quel grande debito pubblico che ci trasciniamo ancora dietro”. Fantasia al potere.

Eppure il discorso sulla legge elettorale è importante e direttamente collegato con la riforma costituzionale, perché è altresì vero che i due sistemi viaggiano di pari passo. La legge elettorale è, in altri termini, una delle concretizzazione della più complessa architettura costituzionale che un paese si dà. Non possono essere in contraddizione plateale l’una con l’altra. Ma allora, quale dovrebbe essere la legge elettorale migliore, ovviamente da un punto di vista di classe?
Come molti altri ragionamenti, anche quello sulla rappresentanza istituzionale si è andato perdendo per strada, una volta sancito unilateralmente che “sinistra” e “rappresentanza” non dovevano avere più niente a che fare, anzi, che “rappresentanza” fosse di per sé un concetto di destra. Il risultato di questo ripiego storico è sotto gli occhi di tutti: la rappresentanza rimane un concetto ineludibile, e l’aver abbandonato il campo non ha eliminato il problema, ma lo ha consegnato unicamente all’interno del recinto borghese entro cui vengono escogitate le soluzioni più varie, magari opposte, ma tutte accomunate dall’essere contro ogni ipotesi di rappresentanza popolare. Chiaramente il concetto stesso di rappresentanza non si esaurisce nei meccanismi formali e istituzionali di cui stiamo qui parlando, ma altrettanto chiaramente questi sono una delle articolazioni del discorso. Se è sbagliato concentrarsi troppo sui formalismi, altrettanto insufficiente è nasconderseli sperando intimamente di non doverci mai avere niente a che fare. E per una sinistra aliena al potere e alle sue logiche, disinteressata alla gestione generale della società, è naturale non avere gran ché da dire in merito. La storia però va avanti ugualmente, e soprattutto, in assenza di quella stessa sinistra, peggiora costantemente. Ecco perché anche su questo piano sarebbe utile sviluppare un dibattito e avere proposte credibili da fare.

In assenza di questo dibattito esistono però alcuni punti fermi che vanno riaffermati con forza, anche nella battaglia referendaria, e che concernono direttamente la caratterizzazione sociale del NO al referendum renziano. Anzitutto, ribadendo che il potere risiede nel Parlamento, e non nel Governo. E’ il Parlamento che elegge il Governo, non è quest’ultimo che viene eletto direttamente tramite le elezioni. Questo determina che ogni possibile “governabilità” passa dal rafforzamento dei poteri parlamentari a scapito di quelli governativi. Da ciò, ne consegue che il Parlamento dev’essere espressione, la più fedele possibile, dei rapporti di forza politici presenti nella società. In altri termini, nel Parlamento dovrebbe essere rappresentata fedelmente la reale composizione politica della società. Questo è possibile solamente tramite una legge elettorale proporzionale pura, senza soglie di sbarramento – o quantomeno con soglie molto basse, nell’ordine dell’1% – e, soprattutto, senza premi di maggioranza distorsivi il risultato elettorale e dunque la volontà del corpo elettorale. Oltretutto, i candidati dovrebbero essere espressione della dialettica interna alle organizzazioni politiche che rappresentano. In altre parole, gli eletti dovrebbero essere scelti attraverso una selezione politica interna ai diversi partiti, non tramite le famigerate “preferenze”, sistema individualista post-politico fondato sul censo che ha prodotto i potentati locali basati sulla forza economica dei singoli candidati, slegati da ogni processo politico collettivo che non sia il rapporto diretto con gli elettori creato e mantenuto dalla forza economica personale di cui sopra. E’ il partito che elegge il candidato, non il “popolo”, che viene a conoscenza unicamente di quei candidati che possono permettersi una visibilità tale da pubblicizzare la propria presenza nel mercato elettorale.

In questa fase una proposta del genere è semplicemente inammissibile, perché alla base della discussione sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale è posto un enorme non-detto che nasconde i reali interessi in campo. Detto altrimenti, il combinato tra riforma della Costituzione e Italicum serve e preparare la svolta presidenzialista prevista per il nostro paese, che segue la traccia indicata dall’Unione europea del processo di esecutivizzazione della politica. Il problema non è il Senato delle regioni, qualche decina di parlamentari o senatori in meno, l’abolizione del Cnel o delle Provincie, o la “distorsione” elettorale generata dall’attuale legge elettorale. Il problema è preparare il terreno per quella che una volta si sarebbe definita “svolta gollista”, la soppressione di fatto del Parlamento come luogo deputato all’azione legislativa e di indirizzo politico del paese, e alla rappresentanza dei reali rapporti di forza politici presenti nel paese.

La Francia torna peraltro utile per un paragone diretto. Da più parti si individua il sistema francese come esempio virtuoso di governabilità. In realtà, per dirla con le parole di D’Alema, “la Francia è il paese meno governabile d’Europa” (questo oggi che il maiale è impegnato nella battaglia referendaria per il NO; anni fa, al contrario, individuava nel sistema francese il miglior modello possibile per l’Italia). A parte il partito vincente le elezioni, tutti gli altri sono notevolmente sottorappresentati, producendo così uno stallo dell’attività politica e legislativa aggirato dai poteri presidenziali del Presidente, che però si scontra perennemente col fatto di essere minoranza nel paese e tra le forze politiche. Ora, ci potrà pure far piacere che il Front National sia di fatto escluso dal Parlamento, ma una forza che viaggia costantemente tra il 15 e il 25% dei voti continua ad avere due (2) eletti in Parlamento, una sproporzione aberrante che infatti non genere alcuna fantomatica “governabilità”, ma solo l’impossibilità di decidere alcunché di politicamente concreto. Per dire, alle ultime elezioni il “Parti radical de gauche”, con l’1,65% dei voti ha raccolto 12 deputati; il Front National, col 13,60%, 2 deputati. Meglio così, potremmo concludere, ma da una lettura più profonda non può che sorgere una domanda: può definirsi ancora “democrazia” un sistema così platealmente distorsivo della volontà pubblica? Secondo noi, no.

Per tornare alle cose italiane, allora, l’unica possibilità di garantirsi la sacra “governabilità” è tornare allo spirito della Costituzione, legare cioè le sorti del Governo alla forza del Parlamento. E’ tramite la dialettica parlamentare, che significa il confronto e lo scontro con le diverse anime politiche espresse dal corpo elettorale, che viene deciso chi dovrà governare e soprattutto *come* dovrà governare, se cioè concedendo più a sinistra o più a destra, più alle forze del lavoro o più a quelle del capitale, e così via. Questo però, in regime controllato dalla Ue, non è pensabile, perché un Parlamento veramente rappresentativo le tendenze politiche generali impedirebbe alle forze attualmente al Governo di governare assecondando i vincoli esterni. A quel punto l’ingovernabilità la farebbe da padrona, e tutto il meccanismo incepperebbe il processo europeista di svuotamento dei poteri nazionali rappresentativi in favore dei poteri sovranazionali non rappresentativi. Questa è la radice di ogni possibile discorso “di sinistra” riguardo alla legge elettorale. Ogni altra fantasia prodotta dal potere neoliberale, di “destra” come di “sinistra”, è fumo negli occhi, arma di distrazione di massa ad uso e consumo di un ceto politico completamente scollegato da qualsiasi volontà elettorale e/o popolare.