La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo – denaro, armi, Intelligence – la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.
Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.
Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante o democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia, periodicamente, riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/01/2018
Il rosatellum fa schifo, quasi come i radicali...
Le porcate elettorali possibili sono praticamente infinite, specie nel paese degli azzeccagarbugli. La querelle sorta tra radicali e Pd supera però il livello di guardia e mette in chiaro almeno tre porcate incastrate tra loro.
La prima e più evidente riguarda l’ennesimo travestimento di quella piccola banda di liberisti dal volto inumano che da 50 anni è incaricata di distruggere lo stato sociale e “la sinistra”. Chiamare una lista “+Europa”, dopo i disastri realizzati grazie all’opera devastatrice dell’Unione Europea, è già una provocazione. In un certo senso, i radicali hanno però almeno “il merito” di evidenziare – stampandosene il nome in fronte – il nemico che molti fingono di non vedere.
La seconda è l’indecente pastrocchio della legge elettorale chiamata “rosatellum”, con cui si andrà a votare. Un meccanismo, in particolare, è stato disegnato per impedire la partecipazione alle elezioni di nuovi soggetti politici. Tutte le forze non presenti attualmente in Parlamento sono infatti costrette a raccogliere firme di cittadini che “presentano” la lista. Il testo originale ne prevedeva tra le 1.500 e i 2.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). Davanti alle proteste dei radicali, maestri nella tattica del vittimismo aggressivo, lo stesso rosatellum prevedeva il dimezzamento (tra 750 e 1.000) solo per le elezioni politiche del 4 marzo. Ancora troppe, per la sparuta pattuglia di intervistatissimi inesistenti, e così nella legge finanziaria (!) il numero è stato ulteriormente dimezzato a 375-500.
E’ bastato questo a tranquillizzare gli ultrà-europeisti? Niente affatto, naturalmente. E persino con qualche ragione. La stessa legge elettorale porcata prevede infatti un ulteriore trappolone per le nuove liste. Le firme vanno infatti raccolte – collegio per collegio – su schede recanti i nomi dei candidati. Ma queste saranno rese note dal ministero dell’Interno solo quando i candidati saranno stati indicati dai vari partiti e coalizioni. In pratica, alla fine di gennaio. Chiaro che a quel punto ci sarebbero pochissimi giorni per fare i banchetti e raccogliere le circa 25.000 firme necessarie in tutto il paese.
Nel caso dei radicali, inoltre, il problema è complicato – non “aggravato” – dal volersi presentare in coalizione con il Partito Democratico. Di fatto, per raccogliere le firme, i Bonino-boys dovranno attendere che il Pd finisca di decidere chi e dove candidare i propri capibastone. Con i sondaggi in calo verticale, dunque con un numero di “seggi sicuri” improvvisamente ridotto ai minimi termini, la rissa interna alla banda renziana minaccia di durare fino all’ultimo momento utile, limitando al massimo per i radicali il tempo per raccoglie le maledette firme.
Di fronte alle rimostranze dell’autonominata “zia d’Italia” i renziani hanno fatto mostra per un verso di “generosità” (detto in modo crudo: “le firme ve le raccogliamo noi”), per l’altro di polemica velenosa (“vogliono solo un po’ più più di seggi”, peraltro in drastica diminuzione).
Emerge qui con forza la terza porcata, quella di un “marchio politico” pressoché privo di sostanza umana, che però pretende di stare in Parlamento a dispetto degli elettori e della logica. Una pretesa che pareggia per infamia gli estesori di una legge elettorale fatta per limitare “i nuovi ingressi”.
Anche #PoterealPopolo deve raccogliere le firme secondo quelle modalità (pochi giorni), ma ha dalla sua la sostanza sociale reale, ossia un buon numero di militanti e attivisti che hanno ravvisato in questa proposta un buon modo per dare un taglio netto col passato della inguardabile “sinistra”. Un taglio netto alla logica della concertazione, della subordinazione al Pd e dunque alle politiche decisa a Bruxelles ma realizzate qui, sulla nostra pelle.
Al contrario della signora Bonino, non ci andiamo lamentando. Preferiamo sorprendervi!
Fonte
La prima e più evidente riguarda l’ennesimo travestimento di quella piccola banda di liberisti dal volto inumano che da 50 anni è incaricata di distruggere lo stato sociale e “la sinistra”. Chiamare una lista “+Europa”, dopo i disastri realizzati grazie all’opera devastatrice dell’Unione Europea, è già una provocazione. In un certo senso, i radicali hanno però almeno “il merito” di evidenziare – stampandosene il nome in fronte – il nemico che molti fingono di non vedere.
La seconda è l’indecente pastrocchio della legge elettorale chiamata “rosatellum”, con cui si andrà a votare. Un meccanismo, in particolare, è stato disegnato per impedire la partecipazione alle elezioni di nuovi soggetti politici. Tutte le forze non presenti attualmente in Parlamento sono infatti costrette a raccogliere firme di cittadini che “presentano” la lista. Il testo originale ne prevedeva tra le 1.500 e i 2.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). Davanti alle proteste dei radicali, maestri nella tattica del vittimismo aggressivo, lo stesso rosatellum prevedeva il dimezzamento (tra 750 e 1.000) solo per le elezioni politiche del 4 marzo. Ancora troppe, per la sparuta pattuglia di intervistatissimi inesistenti, e così nella legge finanziaria (!) il numero è stato ulteriormente dimezzato a 375-500.
E’ bastato questo a tranquillizzare gli ultrà-europeisti? Niente affatto, naturalmente. E persino con qualche ragione. La stessa legge elettorale porcata prevede infatti un ulteriore trappolone per le nuove liste. Le firme vanno infatti raccolte – collegio per collegio – su schede recanti i nomi dei candidati. Ma queste saranno rese note dal ministero dell’Interno solo quando i candidati saranno stati indicati dai vari partiti e coalizioni. In pratica, alla fine di gennaio. Chiaro che a quel punto ci sarebbero pochissimi giorni per fare i banchetti e raccogliere le circa 25.000 firme necessarie in tutto il paese.
Nel caso dei radicali, inoltre, il problema è complicato – non “aggravato” – dal volersi presentare in coalizione con il Partito Democratico. Di fatto, per raccogliere le firme, i Bonino-boys dovranno attendere che il Pd finisca di decidere chi e dove candidare i propri capibastone. Con i sondaggi in calo verticale, dunque con un numero di “seggi sicuri” improvvisamente ridotto ai minimi termini, la rissa interna alla banda renziana minaccia di durare fino all’ultimo momento utile, limitando al massimo per i radicali il tempo per raccoglie le maledette firme.
Di fronte alle rimostranze dell’autonominata “zia d’Italia” i renziani hanno fatto mostra per un verso di “generosità” (detto in modo crudo: “le firme ve le raccogliamo noi”), per l’altro di polemica velenosa (“vogliono solo un po’ più più di seggi”, peraltro in drastica diminuzione).
Emerge qui con forza la terza porcata, quella di un “marchio politico” pressoché privo di sostanza umana, che però pretende di stare in Parlamento a dispetto degli elettori e della logica. Una pretesa che pareggia per infamia gli estesori di una legge elettorale fatta per limitare “i nuovi ingressi”.
Anche #PoterealPopolo deve raccogliere le firme secondo quelle modalità (pochi giorni), ma ha dalla sua la sostanza sociale reale, ossia un buon numero di militanti e attivisti che hanno ravvisato in questa proposta un buon modo per dare un taglio netto col passato della inguardabile “sinistra”. Un taglio netto alla logica della concertazione, della subordinazione al Pd e dunque alle politiche decisa a Bruxelles ma realizzate qui, sulla nostra pelle.
Al contrario della signora Bonino, non ci andiamo lamentando. Preferiamo sorprendervi!
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02/01/2018
Iran - Rohani condanna la corruzzione e promette lavoro ma le proteste continuano
di Michele Giorgio – il Manifesto
Legittimate dal presidente Hassan Rohani, che domenica sera aveva difeso il diritto della sua gente a manifestare pacificamente, le proteste popolari contro il carovita, la disoccupazione e le politiche economiche del governo cominciate giovedì scorso a Mashhad sono continuate anche ieri.
Proteste che spesso si trasformano in scontri con la polizia. Almeno 12 persone sarebbero state uccise sino ad ora. Le ultime due a Dorud riferiva ieri la tv di Stato che ha parlato anche di sei morti a Toyserkan. Altri quattro morti si sono registrati a Izeh. Video mandati in onda dai media locali o postati sui social mostrano gruppi di manifestanti che attaccano e bruciano edifici pubblici, centri religiosi, banche. Nella cittadina nord occidentale di Takestan, i dimostranti hanno dato fuoco a una scuola religiosa.
Fonti non ufficiali parlano di circa 400 persone arrestate, la metà delle quali sabato notte a Teheran. Ieri sera si segnalavano raduni di nuovo a Tehran e manifestazioni a Birjand, Kermanshah e Shadegan. La protesta è più forte in provincia dove l’economia stenta a generare posti di lavoro e dove pochi credono che si vedranno i benefici della fine – sino ad oggi solo parziale – del sistema di sanzioni internazionali che ha duramente colpito l’Iran fino alla firma dell’accordo con l’Occidente, voluto con forza da Rohani, sul programma atomico iraniano.
La situazione resta fluida. Promosse dai conservatori le proteste sono sfuggite di mano a chi pensava di usarle contro il presidente moderato Rohani. Ora, spiega l’analista Mohammed Ali Shabani sul portale al Monitor, le manifestazioni offrono l’opportunità a gruppi e organizzazioni diverse tra di loro di portare in strada una varietà di temi, dalle libertà individuali al ruolo della religione in politica. E, aggiungiamo noi, sono anche il clima dove possono più agevolmente agire i sobillatori manovrati dall’esterno, da Stati nemici o rivali dell’Iran, per cercare di gettare il Paese nel caos.
Parla chiaro il rozzo opportunismo di Donald Trump che nelle proteste in corso vede una rivolta contro il sistema e scorge la conferma delle ragioni dei suoi attacchi all’Iran e alla sua condanna dell’accordo sul nucleare. «È tempo di cambiare» il popolo iraniano «Era affamato di libertà» ha attaccato ieri il presidente Usa. «L’Iran – ha proclamato – sta fallendo a tutti i livelli, nonostante il terribile accordo nucleare della Amministrazione Obama».
Il suo vice, Mike Pence, con toni da battaglia, promette di non deludere gli iraniani che manifestano. «Fino a quando Trump sarà presidente e io vice – ha scritto sul suo account Twitter – gli Stati Uniti non commetteranno il passato errore vergognoso quando altri ignorarono l’eroica resistenza degli iraniani mentre combattevano contro un regime brutale. Ora non li deluderemo». Non trattiene l’entusiasmo il premier israeliano Netanyahu. Ieri ha lodato i «coraggiosi che anelano alla libertà» e ha negato che Israele sia dietro le proteste.
Quindi ha puntato il dito contro il «crudele regime iraniano» che, a suo dire, avrebbe speso «miliardi di dollari per spargere odio», ossia intervenendo – come hanno fatto tutti gli altri attori regionali, oltre a Usa e Russia, nei conflitti in Siria, Iraq e Yemen – invece «di costruire scuole e ospedali per il suo popolo». Infine, dopo aver accusato l’Europa di «rimanere in silenzio», ha auspicato la caduta della Repubblica islamica. Non ci vuole molto ad immaginare i festeggiamenti a Riyadh, nemica giurata dell’Iran sciita.
Mentre Usa, Israele e Arabia Saudita, con il coro dei media internazionali, evocano e sognano il «cambio di regime» a Tehran, Rohani sa che la protesta non è, o almeno non è ancora, contro il sistema. Sa che la chiave di tutto è la soluzione dei bisogni della gente. «La nostra economia ha bisogno di un grande intervento chirurgico, dobbiamo essere tutti uniti», ha detto ieri il presidente esprimendo la «determinazione da parte del governo... a risolvere i problemi della popolazione, in particolare la disoccupazione».
E nella riunione settimanale del governo Rohani ha battuto su corruzione e trasparenza. «La critica degli affari del paese è un diritto del popolo, noi crediamo che lo Stato e il Paese appartengano al popolo», ha detto il presidente aggiungendo che Trump «non ha il diritto di simpatizzare» con il popolo iraniano. «La persona che lavora ogni giorno contro la nazione iraniana» ha concluso «non può simpatizzare con la nazione iraniana».
L’analista Mohammed Ali Shabani scrive che Rohani potrebbe usare l’ondata di proteste a suo vantaggio e per mettere in difficoltà i suoi oppositori conservatori. Ma ha bisogno di varare provvedimenti immediati a sostegno dell’economia se vuole vincere la sua battaglia. E le prospettive non sono rosee.
Oltre alla disoccupazione – che l’Iran può combattere efficacemente solo se la sua crescita, comunque significativa, riuscirà a creare un milione di posti di lavoro ogni anno – vi sono disuguaglianze crescenti, la mancanza di diversificazione economica che riduca la dipendenza dall’esportazione del petrolio, i prezzi alti dei prodotti alimentari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Problemi lontani dal “cambio di regime” al quale lavora Donald Trump.
Fonte
Legittimate dal presidente Hassan Rohani, che domenica sera aveva difeso il diritto della sua gente a manifestare pacificamente, le proteste popolari contro il carovita, la disoccupazione e le politiche economiche del governo cominciate giovedì scorso a Mashhad sono continuate anche ieri.
Proteste che spesso si trasformano in scontri con la polizia. Almeno 12 persone sarebbero state uccise sino ad ora. Le ultime due a Dorud riferiva ieri la tv di Stato che ha parlato anche di sei morti a Toyserkan. Altri quattro morti si sono registrati a Izeh. Video mandati in onda dai media locali o postati sui social mostrano gruppi di manifestanti che attaccano e bruciano edifici pubblici, centri religiosi, banche. Nella cittadina nord occidentale di Takestan, i dimostranti hanno dato fuoco a una scuola religiosa.
Fonti non ufficiali parlano di circa 400 persone arrestate, la metà delle quali sabato notte a Teheran. Ieri sera si segnalavano raduni di nuovo a Tehran e manifestazioni a Birjand, Kermanshah e Shadegan. La protesta è più forte in provincia dove l’economia stenta a generare posti di lavoro e dove pochi credono che si vedranno i benefici della fine – sino ad oggi solo parziale – del sistema di sanzioni internazionali che ha duramente colpito l’Iran fino alla firma dell’accordo con l’Occidente, voluto con forza da Rohani, sul programma atomico iraniano.
La situazione resta fluida. Promosse dai conservatori le proteste sono sfuggite di mano a chi pensava di usarle contro il presidente moderato Rohani. Ora, spiega l’analista Mohammed Ali Shabani sul portale al Monitor, le manifestazioni offrono l’opportunità a gruppi e organizzazioni diverse tra di loro di portare in strada una varietà di temi, dalle libertà individuali al ruolo della religione in politica. E, aggiungiamo noi, sono anche il clima dove possono più agevolmente agire i sobillatori manovrati dall’esterno, da Stati nemici o rivali dell’Iran, per cercare di gettare il Paese nel caos.
Parla chiaro il rozzo opportunismo di Donald Trump che nelle proteste in corso vede una rivolta contro il sistema e scorge la conferma delle ragioni dei suoi attacchi all’Iran e alla sua condanna dell’accordo sul nucleare. «È tempo di cambiare» il popolo iraniano «Era affamato di libertà» ha attaccato ieri il presidente Usa. «L’Iran – ha proclamato – sta fallendo a tutti i livelli, nonostante il terribile accordo nucleare della Amministrazione Obama».
Il suo vice, Mike Pence, con toni da battaglia, promette di non deludere gli iraniani che manifestano. «Fino a quando Trump sarà presidente e io vice – ha scritto sul suo account Twitter – gli Stati Uniti non commetteranno il passato errore vergognoso quando altri ignorarono l’eroica resistenza degli iraniani mentre combattevano contro un regime brutale. Ora non li deluderemo». Non trattiene l’entusiasmo il premier israeliano Netanyahu. Ieri ha lodato i «coraggiosi che anelano alla libertà» e ha negato che Israele sia dietro le proteste.
Quindi ha puntato il dito contro il «crudele regime iraniano» che, a suo dire, avrebbe speso «miliardi di dollari per spargere odio», ossia intervenendo – come hanno fatto tutti gli altri attori regionali, oltre a Usa e Russia, nei conflitti in Siria, Iraq e Yemen – invece «di costruire scuole e ospedali per il suo popolo». Infine, dopo aver accusato l’Europa di «rimanere in silenzio», ha auspicato la caduta della Repubblica islamica. Non ci vuole molto ad immaginare i festeggiamenti a Riyadh, nemica giurata dell’Iran sciita.
Mentre Usa, Israele e Arabia Saudita, con il coro dei media internazionali, evocano e sognano il «cambio di regime» a Tehran, Rohani sa che la protesta non è, o almeno non è ancora, contro il sistema. Sa che la chiave di tutto è la soluzione dei bisogni della gente. «La nostra economia ha bisogno di un grande intervento chirurgico, dobbiamo essere tutti uniti», ha detto ieri il presidente esprimendo la «determinazione da parte del governo... a risolvere i problemi della popolazione, in particolare la disoccupazione».
E nella riunione settimanale del governo Rohani ha battuto su corruzione e trasparenza. «La critica degli affari del paese è un diritto del popolo, noi crediamo che lo Stato e il Paese appartengano al popolo», ha detto il presidente aggiungendo che Trump «non ha il diritto di simpatizzare» con il popolo iraniano. «La persona che lavora ogni giorno contro la nazione iraniana» ha concluso «non può simpatizzare con la nazione iraniana».
L’analista Mohammed Ali Shabani scrive che Rohani potrebbe usare l’ondata di proteste a suo vantaggio e per mettere in difficoltà i suoi oppositori conservatori. Ma ha bisogno di varare provvedimenti immediati a sostegno dell’economia se vuole vincere la sua battaglia. E le prospettive non sono rosee.
Oltre alla disoccupazione – che l’Iran può combattere efficacemente solo se la sua crescita, comunque significativa, riuscirà a creare un milione di posti di lavoro ogni anno – vi sono disuguaglianze crescenti, la mancanza di diversificazione economica che riduca la dipendenza dall’esportazione del petrolio, i prezzi alti dei prodotti alimentari, l’inquinamento e il degrado ambientale. Problemi lontani dal “cambio di regime” al quale lavora Donald Trump.
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1 gennaio – Gramsci: ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno
Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916, l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”)
Fonte
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916, l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”)
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Iran, proseguono scontri e malcontento
Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufi di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.
Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.
Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.
Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.
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Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.
Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.
Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.
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Petrolio, droni e italiani: il Niger è ai confini della realtà
“L’uranio sta trasformando il Niger da uno degli stati più poveri del mondo in un paese da boom economico”. Così recitava il New York Times nel 1972
parlando di Arlit, che sarebbe poi diventata la capitale mondiale
dell’uranio impoverito. Il New York Times di allora raccontava, oltre a
indicare gli interessi al potenziale investitore americano, di italiani,
francesi e tedeschi che erano già sul campo per fare affari. Quasi cinque decenni dopo il Niger è ancora uno degli stati più poveri del mondo
e americani, francesi, tedeschi e italiani si intrecciano, talvolta
alleandosi talvolta facendosi concorrenza, per il controllo di quel
paese. Nel frattempo sono stati fatti profitti da boom, finiti
regolarmente fuori dal paese, e, come sappiamo, il sessanta per cento
degli abitanti del Niger vive al di sotto della soglia di povertà.
Potenza della crescita economica.
Certo, come ha scritto il Guardian, nel frattempo il Niger è diventato una delle zone di guerra più remote e caotiche del mondo. Una sorta di zona ai confini della realtà dove si mescolano miseria estrema ed estrema estrazione di ricchezza.
E, in questo scenario, dopo il decreto Gentiloni che a Camere chiuse istituisce la missione, dove verranno collocati i soldati italiani?
Lasciamo la discussione sul fatto se sarà una missione combat o non combat agli amanti delle procedure da decreto e del gergo delle regole militari di ingaggio. Tanto, come sempre, deciderà il campo. Concentriamoci piuttosto su questo luogo: Agadez. Si tratta di una città, nel bel mezzo del Niger, la cui area circostante è stata indicata dallo stesso Gentiloni come snodo del “jihadismo e del traffico di esseri umani” (https://www.difesaesicurezza.com/difesa-e-sicurezza/gentiloni-la-missione-niger-sacrosanta-linteresse-nazionale-dellitalia/ ). Sarà, anzi molto probabilmente lo è visti i numerosi report che circolano su Agadez, ma si tratta anche dello stesso territorio che è ricco di uranio (https://ejatlas.org/conflict/areva-uranium-mines-in-agadez-niger ). E quando Gentiloni, nello stesso discorso, qui riportato, sul jihadismo e sul “traffico di esseri umani” parla di “nuove opportunità da cogliere in Niger” è molto probabile che si tratti di quelle vecchie, descritte dall’articolo del New York Times nel 1972. Magari di opportunità in un mercato mondiale dell’uranio molto cambiato da allora, anche per l’invadenza della finanza, ma con i soliti attori. E con il popolo del Niger che resta tra i più poveri del mondo.
Non bisogna però dimenticare che il Niger, e con lui la zona di Agadez (quella dove vanno colte le opportunità secondo Gentiloni), è anche una zona ricca di petrolio. A nord di Agadez, ad esempio, nell’estrazione di petrolio ha investito Gazprom il colosso russo dello sfruttamento dell’energia.
Già, se stupisce infatti che il Niger sia il quinto esportatore al mondo di uranio (una materia prima che potrebbe ricoprire di soldi una intera nazione) e uno dei dieci paesi più poveri del mondo, ci si prepari al resto. Nel Niger si trova l’oro (tanto da scatenare una popolare corsa all’oro tipo California dei tempi eroici http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-4468280/Niger-gold-seekers-dig-deep-bullion-dreams.html) e vi è una consistente produzione di petrolio.
Certo non ancora al livello della vicina Nigeria, tra i maggiori
produttori al mondo oggi e stimata ancora su quel piano ancora nel 2035,
ma in una fase di razionalizzazione dello sfruttamento di questa
materia prima. Fase che incontra, come si vede da questo grafico, una
flessione proprio nel 2017.
Tra i maggiori protagonisti del
petrolio in Niger, come in Nigeria, ci sono la Shell e la Chevron con
progetti rinnovati nel 2014 (http://afriqueinside.com/niger-un-pipeline-tchad-cameroun-pour-exporter-son-brut/). E se dici Shell e Chevron dici Usa e Francia. Ed entrambi i paesi sono stati presenti nel Niger con Texaco e Elf-Aquitaine. Non manca la presenza cinese, vista l’attenzione di Pechino verso il continente africano ( https://www.huffingtonpost.com/eric-olander/niger-chinese-oil-africa_b_8278254.html)
La caduta della produzione di petrolio, come da grafico, e l’insorgere della guerriglia islamista in Niger sono fenomeni da collegarsi, tanto che la Gulf si è fatta donatore diretto ed esplicito di fondi contro la guerriglia nel Sahel (https://www.capitalfm.co.ke/news/2017/12/africa-europe-seek-boost-sahel-anti-terror-force/)e
tutto questo avviene in un contesto africano dove l’allentamento della
guerriglia viene prezzato in tempo reale sul mercato del petrolio (si
veda http://www.chron.com/business/energy/article/Oil-surge-in-U-S-Libya-and-Nigeria-could-offset-11267444.php).
E’ evidente che questo enorme conglomerato di interessi, del petrolio e
aggiungersi all’ancora più grande business dell’uranio, fa parte delle “opportunità da cogliere” in Niger da parte di Gentiloni.
Molto più degli “scafisti” da contenere sui quali diversi analisti
sostengono che, in caso di particolare pressione occidentale possono
benissimo trovare altri percorsi, c’è quindi la guerriglia. Un soggetto
che incide direttamente sul prezzi del petrolio e, come abbiamo visto in
Libia, anche in tempo reale.
Ma di che tipo di guerriglia stiamo parlando?
Di sicuro non l’ISIS o, meglio, la sua versione fiction alimentata dalla stessa propaganda dello stato islamico.
Secondo la Reuters di effettivi inquadrabili come Isis in Niger non ci
sono più di 80 persone (non in un cortile ma in un territorio vasto
quattro volte l’Italia, su una popolazione di 20 milioni di individui).
Piuttosto la guerriglia assume, nelle sue figure specifiche,
caratteristiche di professione sostitutiva di quelle precedenti come nel
caso degli allevatori di bestiame (https://www.reuters.com/article/us-niger-mali-security-insight/why-niger-and-malis-cattle-herders-turned-to-jihad-idUSKBN1DC06A
). Insomma piuttosto che lo jiahdismo professionale dei guerriglieri
specializzati e apolidi, che comunque è solo una punta di questo tipo di
guerriglia, in Niger, come in altre zone del Sahel, ha preso
piede una guerriglia diretta espressione delle durissime condizioni di
vita dei territori. E come in Nigeria, dove Boko Haram
a suo tempo ha fatto registrare casi di cannibalismo nei confronti dei
prigionieri, la ferocia delle condizioni di esercizio della guerriglia
nel Niger è immediatamente espressione della disumana condizione sociale
a cui è sottoposta la parte largamente maggioritaria della popolazione.
Classicamente poi la ferocia della guerriglia è una sorta di effetto
collaterale di quella esercitata nell’estrazione di profitto. E, come
sempre, l’effetto collaterale, dell’estrazione di profitto passata,
finisce per danneggiare i livelli di produzione presenti e minacciare
quelli futuri. L’Italia, a supporto di altri paesi, interverrà in questo
scenario.
E per ridurre al massimo gli effetti
collateriali, ma anche come laboratorio delle prossime guerre oltre lo
scenario afgano o mediorientale, gli Usa hanno stanno ingaggiando una vera e propria Drone War in Niger.
Non solo perché recentemente hanno perso quattro soldati proprio in
quell’area, e dopo Iraq e Afghanistan non è il caso di proseguire tanto
oltre, ma sia per valorizzare i risultati ottenuti nell’uso dei droni in
altre aree che per una esplicita divisione del lavoro sul campo: gli Usa fanno prevalentemente la guerra tecnologica, gli altri prevalentemente quella sul campo.
La cosa va benissimo ai francesi, ai quali ha economicamente pesato la
recente presenza di oltre 4000 soldati nel Sahel e possono ridurre gli
effettivi. E va bene agli italiani che, sul campo, trovano un ruolo nel
ritiro dei francesi e a supporto dell’intervento tecnologico.
In questo articolo di securitypraxis, blog globale di analisti della sicurezza, (https://securitypraxis.eu/drone-warfare-niger/)
c’è quindi, non a caso, la notizia del dispiegamento di una vera e
propria strategia americana di drone war, i cui contorni, leggi regole
di ingaggio, non sono affatto chiari. Sul tema, qualche giorno dopo la
notizia è tornata l’agenzia italiana Agi, parlando di futuro chiarimento tra Niger e Usa sulle regole di ingaggio e su “opportunità” e “inefficienze” di questo tipo di guerra (https://www.agi.it/estero/sahel_droni_guerra-3313908/news/2017-12-27/)
In poche parole, gli italiani faranno da supporto, sul campo, alla
drone war americana. Obiettivi ufficiali: jihadisti e “trafficanti di
uomini” poi, come appare oramai evidente, c’è soprattutto l’uranio e il
petrolio da tutelare. La Drone War, la guerra condotta per mezzo dei droni, ha decuplicato il proprio numero di interventi proprio sotto Obama (https://www.thebureauinvestigates.com/stories/2017-01-17/obamas-covert-drone-war-in-numbers-ten-times-more-strikes-than-bush)
e ha prodotto un enorme strascico di polemiche, e di inchieste, a causa
dell’alto numero di civili innocenti rimasti uccisi in questo genere di
operazioni. Si tratta però di uno dei pochi atti della presidenza Obama
che non sono stati messi in discussione da Trump. La logica è
chiara: mettere a frutto l’esperienza afgana, irachena e yemenita nella
Drone War, sperimentando nuove tecnologie, e strategie, cercando di
contribuire a risolvere una guerra difficile dall’alto. Poi le
polemiche sul numero dei civili morti, sempre piuttosto alto negli
scenari descritti, verranno lasciate ai giornalisti liberal americani
(perché su quelli italiani non c’è da scommettere. Basta parlare di
“scafisti” uccisi e sono a posto). Con i francesi sul campo e gli
italiani a supporto. E anche con i tedeschi che, come dimostra questo
articolo di Junge Welt, cercano un nuovo posto al sole del Niger per diversi motivi ( https://www.jungewelt.de/artikel/323989.wettlauf-um-afrika.html
) E così anche la principale potenza europa, leader Ue e gigante della
produzione di energia, cerca di posizionarsi, anche militarmente, in
Niger. Una guerra tecnologica, con una pluralità di scopi, giocata sul
campo, un terreno duro e difficile, dove non è pero’ ancora chiaro il
rapporto tra le potenze occidentali.
Infatti la stessa Analisi difesa,
che abbiamo citato nel primo articolo della serie, non trova chiara la
cornice della missione poi istituita per decreto. Se una prima missione
Ue in Africa, con supporto Drone War americano o altro. Non è un
problema da poco perché riguarda obiettivi, catena di comando,
finanziamenti, scopi e durata della missione. Intanto però il decreto di istituzione della missione, a Camere sciolte, è stato fatto. Per una missione che, secondo questa analisi, “potrebbe comportare un costo elevato in termini di mezzi impiegati e vite umane” (http://eastwest.eu/it/opinioni/open-doors/niger-missione-militare-italia-terrorismo )
Ma sono temi che, oggi, interessano poco all’opinione pubblica italiana. Indirizzata piuttosto sui temi del dolore a distanza ( http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_28/aerei-bambini-trafficanti-cuore-sabbioso-niger-64941f5a-ec03-11e7-9fa2-1bd82b1c1e98.shtml
). Tutto vero per carità, solo che scompaiono le cause del dolore sul
terreno. Sono fatte di uranio, petrolio, droni, miseria e appetiti dei
grandi paesi occidentali. Paesi che sono passati dal Niger prelevando
fortune e lasciando la popolazione a livello record di povertà planetaria. Ma le intenzioni italiane guardano altrove: pochi morti, alzo massimo sulla propaganda fatta di Isis e scafisti per poi sedersi al tavolo degli appalti e delle concessioni dello sfruttamento delle materie prime.
Le idee chiare in questa strategia, quella di sempre, non contano.
Contano il basso profilo e il saper afferrare l’occasione, se capita.
Come è accaduto in Iraq recentemente. Insomma, un modello di sviluppo
pericolosissimo, l’uranio, uno bollito, il petrolio, una guerra feroce e
tecnologica, con i droni che si candidano a fare il killer di una
popolazione ridotta alla fame, e l’Italia è presente. Triste fine, tra l’altro, di Paolo Gentiloni – che da direttore de La Nuova Ecologia
ha fatto la colomba ecopacifista per quasi dieci anni- che rischia di
trascinare l’Italia in quell’inferno del Niger che si disloca in quella
zona ai confini della realtà che si chiama guerra.
Comunque con i media che sono ufficio
stampa delle missioni militari, l’opposizione o complice o senza idee,
per non dire senza strategia, ci penserà la routine della vita del
nostro paese a attutire ogni cosa. Silenzio e rimozione, finchè dura. E
magari qualche appalto e qualche commessa prima che tutto finisca.
Redazione, 29 dicembre 2017
Per un dibattito intellettualmente proficuo su Potere al Popolo
Contropiano, ospitando il punto di vista del compagno Morvillo circa Potere al Popolo, ha provato a dare il via alla possibilità di costruire un dibattito intellettualmente proficuo e politicamente costruttivo circa la lista popolare in gestazione, lanciata dai compagni napoletani dell'ex OPG Je So Pazzo.
Vincenzo, prendendo il via da uno tra i primi articoli su stampa straniera che ha descritto oltreconfine ciò che si sta strutturando nel nostro paese al fine di consentire ai ceti popolari di ritrovare e soprattutto riconoscersi in una nuova piattaforma di rappresentanza politica, rigetta senza troppi giri di parole l'associazione matematica che, secondo la giornalista dell'Indipendent, vorrebbe Potere al Popolo come equivalente a Momentum di Corbyn, Podemos di Iglesias e La France Insoumise di Melenchon.
Il cardine dell'esposizione di Vincenzo, se non abbiamo frainteso le sue parole, è relativo al fatto che le tre formazioni citate sono essenzialmente e con sfumature diverse delle riedizioni delle forze socialdemocratiche che nel secondo dopoguerra hanno domato e diretto le forze proletarie, segnatamente operaie, nel corso di quei "30 anni gloriosi" del capitalismo occidentale profondamente caratterizzati dalle politiche keynesiane, in altre parole una sorta di capitalismo di Stato.
Pur concordando con l'assunto di base – la differenza tra Potere al Popolo e le altre compagini – fatichiamo maggiormente a identificare l'effettiva linea rossa in quello che potremmo definire un mero anti-liberismo che caratterizzerebbe le tre formazioni citate, contrapposto a un più robusto e strategico anti-capitalismo che dovrebbe innervare con maggior vigore la lista popolare che si vorrebbe portare alla competizione elettorale del prossimo 4 marzo.
Capiamoci, noi non ci consideriamo comunisti "sbiaditi", quindi secondo chi scrive l'orizzonte delle cose – non "naturale" come credevano i socialisti che traghettarono le masse europee nel fango e nei massacri delle trincee un secolo fa – è necessariamente quello del superamento del modo di produzione capitalista. Tuttavia siamo consci del fatto e pensiamo se ne possa convenire, che il passaggio dal capitalismo finanziario internazionalizzato odierno a un modo di produzione socialista, sia più arduo da realizzare a "strappo" piuttosto che attraverso una gradualità di passaggi che possono attingere anche dalle esperienze keynesiane di un passato, ormai, sempre meno recente.
I motivi sono presto detti e stanno tutti nelle condizioni sociali che sono radicalmente differenti da quelle realtà storiche in cui in cui gli strappi sono stati tentati e, seguendo percorsi diversi, non sono morti in culla.
Per essere più chiari in Italia e in tutto l'Occidente, non crediamo esistano le condizioni economiche e sociali che resero fattibili le collettivizzazioni e l'industrializzazione forzata di Stalin, o l'implementazione del "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng Xiaoping, giusto per citare un paio di stravolgimenti copernicani che sconvolsero – in modi certamente differenti – le esistenze di milioni di sovietici e cinesi.
Dal basso della nostra parziale conoscenza delle due forze politiche, pensiamo che le considerazioni appena enunciate possano essere allargate anche a Momentum e La France Insoumise che pur non declamando nei rispettivi programmi la rottura irrevocabile con l'attuale assetto economico, presentano comunque degli aspetti di discontinuità notevole rispetto alle sinistre liberali degli ultimi decenni.
Un Corbyn che, nella patria della privatizzazione, reclama le nazionalizzazioni strategiche, non si genuflette davanti ai sionisti e rivendica l'avversione alla deterrenza nucleare britannica nonostante lo stato maggiore di sua maestà evochi il golpe militare nel caso in cui qualcuno provi a mettere le mani sui Trident della corona, non è affatto cosa da poco.
Egualmente, non è cosa da poco trovare in Melenchon un dirigente della sinistra francese in rotta col socialismo imperiale che da sempre caratterizza ogni genere di progressista transalpino per cui le masse oltreconfine, segnatamente quelle in terra d'Africa, sono considerate di second'ordine quando non alla stregua di materia prima. Ma soprattutto è dirompente che una forza di sinistra come France Insoumise rivendichi apertamente la necessità di rompere la UE e costruire un'unione euro-mediterranea nuova, basata su principi antitetici a quelli sostenuti col coltello tra i denti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte.
Su questo argomento, è vero, Podemos e Momentum manifestano decisamente più ambiguità, probabilmente irrecuperabili nel caso degli spagnoli – la vicenda catalana pensiamo lo abbia manifestato in modo piuttosto chiaro – forse più incerte per Corbyn, verso cui crediamo possa spendersi ancora una sorta di "benefico del dubbio" determinato dalle specificità del rapporto britannico con l'UE e delle contraddizioni in seno al Labour, che ai tempi del referendum sulla Brexit viveva uno dei picchi della guerra per bande tra gruppi dirigenti innescata dalla prima vittoria di Corbyn alla primarie del partito.
Date tutte queste considerazioni crediamo comunque che su una questione specifica, per altro sollevata anche da Vincenzo, i compagni più scettici e diffidenti possano trovare convergenza con quanti, in queste settimane, si stanno impegnando nella strutturazione di Potere al Popolo: passare dalle parole, dagli slogan elettorali, ai fatti.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la militanza dei compagni abituati a stare nelle contraddizioni materiali prodotte dal mondo in cui ci è toccato vivere, ma anche di tutti quei compagni più avvezzi, o maggiormente portati, alla militanza intellettuale.
Potere al Popolo va indirizzata a un radicalismo nella prassi e nella teoria che sia oggettivo e non strumentale ma per farlo è necessario starci dentro a prescindere che sia con le braccia o con la penna. Osservare lo sviluppo della lista dall'esterno, pur con tutta la simpatia del mondo, questa volta non è sufficiente.
Per questo crediamo che il compagno Morvillo vada ringraziato per la sua critica e ci auguriamo che una parte sempre più ampia d'intellettualità di sinistra scelga di confrontarsi costruttivamente con Potere al Popolo; perchè il popolo, per non perdersi nella sola radicalità del proprio ventre – che possiamo volentieri lasciare al M5S – necessita d'intellettuali rinnovatamente organici alle proprie istanze.
Fonte
Vincenzo, prendendo il via da uno tra i primi articoli su stampa straniera che ha descritto oltreconfine ciò che si sta strutturando nel nostro paese al fine di consentire ai ceti popolari di ritrovare e soprattutto riconoscersi in una nuova piattaforma di rappresentanza politica, rigetta senza troppi giri di parole l'associazione matematica che, secondo la giornalista dell'Indipendent, vorrebbe Potere al Popolo come equivalente a Momentum di Corbyn, Podemos di Iglesias e La France Insoumise di Melenchon.
Il cardine dell'esposizione di Vincenzo, se non abbiamo frainteso le sue parole, è relativo al fatto che le tre formazioni citate sono essenzialmente e con sfumature diverse delle riedizioni delle forze socialdemocratiche che nel secondo dopoguerra hanno domato e diretto le forze proletarie, segnatamente operaie, nel corso di quei "30 anni gloriosi" del capitalismo occidentale profondamente caratterizzati dalle politiche keynesiane, in altre parole una sorta di capitalismo di Stato.
Pur concordando con l'assunto di base – la differenza tra Potere al Popolo e le altre compagini – fatichiamo maggiormente a identificare l'effettiva linea rossa in quello che potremmo definire un mero anti-liberismo che caratterizzerebbe le tre formazioni citate, contrapposto a un più robusto e strategico anti-capitalismo che dovrebbe innervare con maggior vigore la lista popolare che si vorrebbe portare alla competizione elettorale del prossimo 4 marzo.
Capiamoci, noi non ci consideriamo comunisti "sbiaditi", quindi secondo chi scrive l'orizzonte delle cose – non "naturale" come credevano i socialisti che traghettarono le masse europee nel fango e nei massacri delle trincee un secolo fa – è necessariamente quello del superamento del modo di produzione capitalista. Tuttavia siamo consci del fatto e pensiamo se ne possa convenire, che il passaggio dal capitalismo finanziario internazionalizzato odierno a un modo di produzione socialista, sia più arduo da realizzare a "strappo" piuttosto che attraverso una gradualità di passaggi che possono attingere anche dalle esperienze keynesiane di un passato, ormai, sempre meno recente.
I motivi sono presto detti e stanno tutti nelle condizioni sociali che sono radicalmente differenti da quelle realtà storiche in cui in cui gli strappi sono stati tentati e, seguendo percorsi diversi, non sono morti in culla.
Per essere più chiari in Italia e in tutto l'Occidente, non crediamo esistano le condizioni economiche e sociali che resero fattibili le collettivizzazioni e l'industrializzazione forzata di Stalin, o l'implementazione del "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng Xiaoping, giusto per citare un paio di stravolgimenti copernicani che sconvolsero – in modi certamente differenti – le esistenze di milioni di sovietici e cinesi.
Dal basso della nostra parziale conoscenza delle due forze politiche, pensiamo che le considerazioni appena enunciate possano essere allargate anche a Momentum e La France Insoumise che pur non declamando nei rispettivi programmi la rottura irrevocabile con l'attuale assetto economico, presentano comunque degli aspetti di discontinuità notevole rispetto alle sinistre liberali degli ultimi decenni.
Un Corbyn che, nella patria della privatizzazione, reclama le nazionalizzazioni strategiche, non si genuflette davanti ai sionisti e rivendica l'avversione alla deterrenza nucleare britannica nonostante lo stato maggiore di sua maestà evochi il golpe militare nel caso in cui qualcuno provi a mettere le mani sui Trident della corona, non è affatto cosa da poco.
Egualmente, non è cosa da poco trovare in Melenchon un dirigente della sinistra francese in rotta col socialismo imperiale che da sempre caratterizza ogni genere di progressista transalpino per cui le masse oltreconfine, segnatamente quelle in terra d'Africa, sono considerate di second'ordine quando non alla stregua di materia prima. Ma soprattutto è dirompente che una forza di sinistra come France Insoumise rivendichi apertamente la necessità di rompere la UE e costruire un'unione euro-mediterranea nuova, basata su principi antitetici a quelli sostenuti col coltello tra i denti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte.
Su questo argomento, è vero, Podemos e Momentum manifestano decisamente più ambiguità, probabilmente irrecuperabili nel caso degli spagnoli – la vicenda catalana pensiamo lo abbia manifestato in modo piuttosto chiaro – forse più incerte per Corbyn, verso cui crediamo possa spendersi ancora una sorta di "benefico del dubbio" determinato dalle specificità del rapporto britannico con l'UE e delle contraddizioni in seno al Labour, che ai tempi del referendum sulla Brexit viveva uno dei picchi della guerra per bande tra gruppi dirigenti innescata dalla prima vittoria di Corbyn alla primarie del partito.
Date tutte queste considerazioni crediamo comunque che su una questione specifica, per altro sollevata anche da Vincenzo, i compagni più scettici e diffidenti possano trovare convergenza con quanti, in queste settimane, si stanno impegnando nella strutturazione di Potere al Popolo: passare dalle parole, dagli slogan elettorali, ai fatti.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la militanza dei compagni abituati a stare nelle contraddizioni materiali prodotte dal mondo in cui ci è toccato vivere, ma anche di tutti quei compagni più avvezzi, o maggiormente portati, alla militanza intellettuale.
Potere al Popolo va indirizzata a un radicalismo nella prassi e nella teoria che sia oggettivo e non strumentale ma per farlo è necessario starci dentro a prescindere che sia con le braccia o con la penna. Osservare lo sviluppo della lista dall'esterno, pur con tutta la simpatia del mondo, questa volta non è sufficiente.
Per questo crediamo che il compagno Morvillo vada ringraziato per la sua critica e ci auguriamo che una parte sempre più ampia d'intellettualità di sinistra scelga di confrontarsi costruttivamente con Potere al Popolo; perchè il popolo, per non perdersi nella sola radicalità del proprio ventre – che possiamo volentieri lasciare al M5S – necessita d'intellettuali rinnovatamente organici alle proprie istanze.
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Il pulsante nucleare di Kim e i latrati di Washington
Gli auguri per il nuovo anno Kim Jong Un li ha fatti in maniera chiara e anche più presto del solito: alle 9 ora locale del 1 gennaio. Nell’anno del cane, secondo il calendario cinese, Kim ha detto che i cani possono sì abbaiare, ma non devono nuocere; in caso contrario, li aspetta la frusta. Chi siano i cani, è facile da intuire. La frusta, per chi ancora volesse fingere di non capirlo, è il “pulsante nucleare”, installato direttamente sulla scrivania di Kim, ora che il programma di dissuasione nucleare è completato. “Tutti devono sapere e ricordare” ha detto Kim, “che in ufficio, sul mio tavolo di lavoro, c’è il pulsante atomico. Questa non è una minaccia, ma la realtà”. E, perché chi si ostina ad abbaiare capisca meglio, ha aggiunto che “l’intero territorio USA è alla portata delle nostre forze d’attacco atomico”, sottolineando che “d’ora in avanti gli USA non possono cominciare una guerra contro di noi”.
Secondo esperti sudcoreani, citati da Russkaja Gazeta, le parole di Kim stanno a indicare che i missili con testata nucleare sono stati non semplicemente collaudati, ma sono già stati posti in “stato di combattimento”, pronti cioè a esser lanciati in qualunque momento. Ma, le parole sul “completamento della creazione della forza di dissuasione nucleare”, notano gli stessi analisti, possono indicare anche che la RPDC è pronta a interrompere gli esperimenti atomici, ora che il programma è ultimato e iniziare colloqui che allontanino dal confronto bellico.
Lo scorso 25 dicembre, il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, aveva rivelato che Mosca, già lo scorso settembre, aveva ricevuto da Washington segnali di volontà al dialogo con la Corea del Nord, in particolare per quanto riguarda manovre militari in prossimità della RPDC, “non programmate fino alla prossima primavera”. E quel segnale, aveva sottolineato Lavrov, “noi lo abbiamo già trasmesso e non è stato respinto; tuttavia, mentre era in corso il lavoro preparatorio, gli americani hanno dichiarato di apprestarsi a nuove manovre non programmate. A settembre, il segnale: fino alla primavera si può dialogare. A ottobre: manovre su larga scala non programmate...”, aveva riassunto, con espressione sconsolata Lavrov, le mosse USA.
Poi, a metà dicembre, il presidente sudcoreano Moon Jae In aveva reso pubblica la proposta lanciata da Seoul agli USA di rimandare a dopo le Olimpiadi le manovre militari congiunte, “Key Resolve” e “Foal Eagle”, già programmate proprio in coincidenza coi giochi invernali. Secondo Moon, Washington doveva ancora valutare la proposta.
Nonostante l’incertezza della situazione, Lavrov ha commentato che, secondo il suo punto di vista, nessuno, “in possesso delle proprie facoltà mentali, potrebbe volere una guerra nella penisola coreana”...
Una guerra di cui, però, si delineano i possibili scenari. Secondo l’agenzia Kyodo, il governo giapponese starebbe studiando le eventuali prospettive di un conflitto su larga scala nella regione, contando sul meccanismo della “sicurezza collettiva” e sull’appoggio militare USA in caso di guerra nella penisola coreana. Tokyo considera, quali possibili contesti di scoppio bellico, uno scontro tra forze sud e nordcoreane, un attacco “preventivo” USA contro la RPDC, un’invasione della Corea del Nord da parte delle forze di Seoul o, in ultimo, un attacco missilistico di Pyongyang sul Giappone.
In effetti pochi giorni fa, l’agenzia cinese Xinhua, ricordava come il governo di Shinzo Abe, contraddicendo i fondamenti della Costituzione giapponese, continui ad aumentare il bilancio militare. In particolare, il bilancio preventivo 2018 per la difesa, approvato due settimane fa, raggiunge un nuovo record di spesa, con 5.190 miliardi di yen (circa 46 miliardi di dollari), per l’acquisto di un maggior numero di caccia F-35A, convertiplani V-22 Ospreys e Missili Standard 3 Block 2A e l’installazione di due basi del complesso missilistico “Aegis Ashore”. Il governo giapponese sta anche pianificando l’acquisto di missili da crociera lanciati dall’aria con una portata molto più elevata di quelli attuali, tra cui il Norway’s Joint Strike Missile, con una portata di circa 500 km, oltre il Joint Air-to-Surface Standoff della Lockheed Martin e missili anti-nave a lungo raggio, entrambi con una portata di circa 900 km.
Ulteriori preoccupazioni, scrive la Xinhua, sono date dalla decisione di trasformare in portaerei il cacciatorpediniere-portaelicotteri a prora piatta “Izumo”. Tutti incrementi di forze, osservano a Pechino, in aperta contraddizione con la Costituzione nipponica, che vieta il possesso di armi offensive, quali missili balistici intercontinentali o portaerei d’attacco. Lo scorso 3 novembre, nel 71° anniversario della Costituzione, ricorda Xinhua, circa 40.000 persone avevano manifestato a Tokyo, fuori del Parlamento, contro i tentativi di Abe di modificare nel 2018 la Costituzione pacifista e un recente sondaggio ha mostrato che il 70% dei giapponesi è contrario alla sua revisione. L’unico ostacolo al piano di Abe sarebbe un risultato sfavorevole, nel referendum necessario per avviare il procedimento di modifica costituzionale.
In questa cornice, Russkaja Gazeta riporta una nota distensiva, secondo cui Seoul avrebbe accolto la proposta di Pyongyang per contatti intercoreani. Negli auspici di Kim per il nuovo anno, infatti, c’era non solo l’ammonimento nucleare lanciato a Washington, ma anche l’augurio rivolto alla Corea del Sud per una felice riuscita delle prossime olimpiadi invernali a Pyeongchang, con la partecipazione anche di atleti nordcoreani. Seoul ha colto nelle parole di Kim una proposta di dialogo per il disarmo nucleare nella penisola coreana e un “segnale di ottimismo”. Si attendono nuovi latrati d’oltreoceano.
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