Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/01/2018

I furbetti del casello. Profitti stellari per le società concessionarie delle Autostrade

Chi si arricchisce con i circa 7000 chilometri della rete autostradale nel nostro paese? Sono le 24 società concessionarie sulla base di accordi con lo Stato regolati da sei regimi tariffari diversi. Ma a ben guardare, questa frammentazione si riduce praticamente a un duopolio. Oltre all’Anas, che gestisce anche un migliaio di chilometri finora senza pedaggio (come la Salerno-Reggio Calabria), ci sono un gruppo di società legate agli enti locali (una fra tutte: l’Autobrennero controllata al 45% dalle province di Trento e Bolzano) e poi i due colossi: Autostrade per l’Italia, di proprietà dell’Atlantia della famiglia Benetton, e la Sias, della famiglia Gavio.

Ai Benetton fa capo oltre il 50% della rete, ai Gavio un altro 20% abbondante. E guardando i conti dei due operatori industriali del settore l’impressione è una sola: le autostrade italiane sono un affare d’oro, pura rendita finanziaria. Dal 2009 a oggi, nonostante la crisi economica, la Sias non ha mai chiuso un bilancio con utili netti inferiori al 14% dei ricavi. Discorso analogo si potrebbe fare per la società dei Benetton (nel 2014 ha registrato un utile di quasi 700 milioni, oltre il 15% dei ricavi). Merito dell’efficienza dei gestori, dicono i gruppi coinvolti. Merito di una politica tariffaria e di aumenti dei pedaggi sconsiderati dicono i fatti e le vittime degli aumenti tariffari.

Nel 2014 (questi i dati che abbiamo a disposizione) i ricavi derivanti dai pedaggi hanno raggiunto la consistente cifra di 6,533 miliardi di euro. Quanto hanno incassato di questo tesoretto le casse pubbliche? Assai poco: soltanto 1,7 miliardi tra Iva (596 milioni) e canone Anas (1,132 miliardi), un canone che poi altro non è che il sovrapprezzo sulla tariffa utilizzato dallo Stato per la manutenzione delle reti non a pedaggio. Tutto il resto – 4,8 miliardi – è andato a rimpinguare le casse delle società private che gestiscono le nostre autostrade, da Gavio fino a Autostrade per l’Italia dei Benetton. Praticamente su ogni chilometro di autostrada, lo Stato incassa “solo” 300 milioni, rispetto agli 850 che finiscono alle concessionarie. Quasi il triplo.

Con i nuovi e ingiustificati aumenti delle tariffe autostradali, più di 300 milioni all’anno di oneri aggiuntivi ricadranno sulle spalle dell’autotrasporto – denuncia Trasportounito una delle organizzazioni degli autotrasportatori –. E’ questa la prima stima del conto che il rincaro dei pedaggi autostradali, recentemente autorizzato dal Governo, ha presentato alle imprese di autotrasporto. E per imprese che, dopo anni e anni di crisi, viaggiano sulla lama del rasoio della sopravvivenza questo nuovo colpo, sommato al recente rincaro nei costi di energia e carburante, è tale da provocare una nuova epidemia di crack finanziari e di aumenti dei prezzi generalizzati che si riverberanno sui conti delle famiglie e dei consumatori.

“Drammaticamente si perpetua – afferma Maurizio Longo, Segretario generale di Trasportounito – una distorsione di mercato che favorisce le rendite di posizione dei concessionari autostradali, non a caso puntualmente in testa alle classifiche dei benestanti italiani, a discapito di chi la rete autostradale, regalata ai concessionari, si trova costretto a utilizzare”.

“Puntualmente, con il rincaro dei pedaggi – afferma Longo – si rinnova un modello di rapporto Stato-concessionari privo di trasparenza: gli aumenti sono basati su parametri i cui valori sono discrezionali; le premialità riconosciute agli investimenti sull’infrastruttura appaiono grottesche in quanto dovrebbe essere già prevista la remunerazione sul capitale investito; le 27 concessionarie scaricano sul mercato il rischio di impresa spalmandolo fra lavori in house, rinnovi di concessioni senza gara, costanti contributi pubblici, defiscalizzazioni e garanzie“.

“Anche quest’anno il rincaro medio del 2,74% – conclude Longo – non segue la logica dell’inflazione (1,2%) né, tantomeno, procedure contrattuali standardizzate, poiché i contenuti delle concessioni restano inspiegabilmente secretati e quindi possiamo immaginare trattative bilaterali e rapporti di forza con tutte le spese e i rischi a carico del contribuente e dell’utente finale”.

Secondo una relazione dell’Autority dei Trasporti, sui pedaggi autostradali si è registrato un aumento spaventoso dei guadagni – praticamente il 270% – passando da 2,5 miliardi di euro nel 1993 a 6,5 miliardi nel 2012. Un trend che continua ad aumentare con guadagni stellari, e con un sistema che rende le società concessionarie praticamente eterne. La principale concessionaria, Autostrade per l’Italia (Benetton) manterrà la gestione – e dunque i ricavi – fino al 2038. Una immagine plastica e niente affatto “dinamica” del capitalismo meramente parassitario.

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“Andare con D’Alema, Speranza, Bersani non è che sia una grande strategia”. Una replica a Luciana Castellina

La portavoce di Potere al Popolo, Viola Carofalo, risponde all’articolo di Luciana Castellina comparso su Il manifesto del 3 gennaio.

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Cara Luciana,
sono Viola, portavoce nazionale di “Potere al popolo!”.

Tu non mi conoscerai, ma io sono cresciuta con i tuoi testi, apprezzando la tua apertura mentale, e ti confesso di essere rimasta delusa dal tuo breve scritto di oggi, per come liquida un’esperienza larga e finalmente entusiasmante come “Potere al popolo!”.

“Potere al popolo!” nasce in seguito all’appello di un gruppo di giovani del centro sociale napoletano “Je so’ pazzo”, con l’idea di sfruttare questa tornata elettorale davvero deprimente per far sentire la voce degli esclusi, per rappresentare i non-rappresentati, che in questo paese sono maggioranza.

Questo appello ha emozionato al punto che in un solo mese migliaia di persone in tutta Italia hanno deciso di lanciare più di 100 assemblee che hanno rimesso insieme non solo il variegato mosaico della sinistra “partitica”, ma soprattutto associazioni, comitati, centri sociali, singoli senza partito ma con tanta voglia di attivarsi.

Questa partecipazione dal basso, che è solo all’inizio e che andrà ben oltre le elezioni, può diventare la culla di una nuova organizzazione delle classi popolari, e non a caso è stato subito riconosciuta da Podemos, da Momentum, da France Insoumise... La nostra strategia è chiara: ricostruire un terreno sociale tramite pratiche di lotta, mutualismo, solidarietà, controllo popolare delle istituzioni; ri-politicizzare ampi settori di masse; riportare una grossa fetta giovanile a parlare di politica, a sentirla come uno strumento, a sentirsi protagonisti del loro futuro, a ricominciare a sognare.

La strategia che invece tu ci proponi è di andare insieme a D’Alema, Speranza, Bersani, a coloro che sono fra i responsabili del collasso della sinistra e dell’arretramento delle nostre condizioni di vita, odiati dalle masse. Politici che, persa la lotta di potere dentro al PD, cercano di raccogliere voti per riproporci un nuovo centrosinistra. Non ci pare una grande strategia, ma la riproposizione di qualcosa che la storia ha già sconfitto. Qualcosa di triste e di corto raggio.

Dubitiamo fortemente che, come tu scrivi, Lenin, Gramsci e Togliatti sarebbero stati sostenitori di D’Alema e Bersani. Poi magari li abbiamo letti male noi, eh.

Di sicuro quello che ti chiediamo non è di condividere il nostro progetto, ma di informare correttamente. Di continuare a essere curiosa, anche solo portando avanti questo confronto, e soprattutto di pensare ai giovani, non soffocando nella culla ogni loro speranza di trasformare davvero questo paese.

Grazie e speriamo a presto!

Viola Carofalo
Portavoce Nazionale “Potere al Popolo!

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Qui di seguito l’articolo di Luciana Castellina su Il manifesto

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L’errore di strategia della lista «Potere al popolo»

Pasquale Vozza, con il garbo che gli è proprio (ormai raro nel corrente dibattito politico) mi ha rimproverato in una lettera pubblicata ieri sul manifesto per aver osservato in un recente articolo che la proposta di Potere al popolo, sostenuta (direi capeggiata) da Rifondazione Comunista ignora la complessità del pensiero comunista. Con lo schematismo imposto dallo spazio osservo che la mera espressione di bisogni pur sacrosanti, non accompagnata da una qualsivoglia analisi della situazione in cui si opera, e da una strategia che renda quella rivendicazione praticabile, avrebbe incontrato la critica più aspra di tutti i comunisti cui vale la pena di richiamarsi: da Lenin a Gramsci a Togliatti. Per dire una sola cosa: non valutare l’importanza della esplosione del Pd, l’equivoco che ha paralizzato ogni iniziativa di sinistra e anzi discreditato l’idea stessa di sinistra in tutti questi anni, a me pare una seria sciocchezza. Quanto accaduto – che è il risultato anche delle lotte che tutti abbiamo combattuto – a cominciare da quella contro il Jobs act e contro la proposta referendaria di Renzi, non è certo risolutivo, ma apre uno spazio per ridar fiducia a un nuovo inizio. Oltre a costituire un prezioso contributo a costruire nel nuovo pericoloso parlamento un presidio democratico che impedisca non improbabili colpi di mano contro quella Costituzione che tutti abbiamo difeso. Quanto a chi predica l’astensione, spero che Pasquale non sia fra coloro che pensano sarebbe assunta come una critica di sinistra, una proposta alternativa, anziché come l’ennesima espressione della dilagante sfiducia nella possibilità di cambiare le cose.

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I goliardi nucleari

Il primo dell’anno, Kim Jong Un, che ancora ostinatamente non usa twitter, ha augurato un buon anno 2018 dalla Corea al suo sodale, il presidente Trump.

“The entire United States is within range of our nuclear weapons, a nuclear button is always on my desk. This is reality, not a threat. This year, we should focus on mass-producing nuclear warheads and ballistic missiles for operational deployment. These weapons will be used only if our society is threatened.”

Traduciamo letteralmente, perché le parole sono importanti. “Gli interi Stati Uniti sono raggiungibili dalle nostre armi nucleari, un pulsante nucleare è sempre sulla mia scrivania. Questa è realtà, non una minaccia. Quest’anno, dovremo concentrare i nostri sforzi sulla produzione in massa di testate nucleari e missili balistici, per dispiegarli operativamente. Queste armi verranno utilizzate soltanto se la nostra società è messa in pericolo”.

Sembra una minaccia seria. Soprattutto nell’ultima frase: non “se verremo attaccati”, ma “se la nostra società è messa in pericolo”. E’ un serio passo avanti. Ma: dovremo concentrare le nostre forze sulla produzione di massa di testate nucleari e missili balistici, vuol dire che non li hanno ancora. E che gli USA siano raggiungibili da armi nucleari, non è serio, in quanto smentito da tutti gli esperti in materia.

Le contemporanee offerte di distensione alla Corea del Sud, contenute nello stesso messaggio, fanno capire come la minaccia reale, quella contro i vicini raggiungibili, sia messa da parte. In sostanza, parole dette seriamente, ma contenenti minacce poco serie, segnali di timore, passi indietro importanti.

Dall’altra parte, utilizzando il suo ufficio stampa preferito, cioè Twitter, Trump replica a Kim: “Qualcuno in quel paese impoverito e morto di fame lo informi che anche io ho un pulsante nucleare, che è molto più potente e più grande del suo, e che il mio funziona!”.

Sono parole dette in maniera poco seria, usando un mezzo poco serio. Ma che in realtà contengono una minaccia seria, sia sull’inasprimento delle sanzioni, sia sull’utilizzo del famoso pulsante, che effettivamente sono due fatti reali e non ipotetici. Un caro vecchio amico mi ha ricordato le vecchie gare goliardiche a misurare chi l’aveva più lungo. “Orate gaudentes fratres Voi dite che il vostro è più lungo del nostro (campanello)... Misuramus... (campanello) E se il vostro è più lungo del nostro taglieremo un pezzo del vostro per aggiungerlo al nostro che così sarà più lungo del vostro”.

Detto fra buontemponi goliardi, nei tempi andati, poteva anche far sorridere. Detto da capi di stato, entrambi dotati di armamenti nucleari, ai tempi odierni, non ci fa sorridere per nulla. Da una parte, uno stato in realtà quasi inerme e in difficoltà, che continua a provocare lo stato più potente del mondo per rafforzare il proprio fronte interno. Dall’altra, lo stato più potente del mondo che la butta sulla goliardia, in mano ad un poco serio twittatore, mentre servirebbe un presidente normale qualsiasi che dovrebbe dire quello che disse Virgil Sollozzo a Michael Corleone nel Padrino: “Io voglio pace. Tuo padre sta male. Che ti serve? E smettiamola con tutte queste ca**ate”. Tanto Michael stavolta la pistola in tasca non ce l’ha.

Per fortuna Kim Jong Un non pare all’altezza di Michael Corleone, che parlava poco ed agiva molto e a colpo sicuro. Ma, purtroppo, Donald Trump non è neppure all’altezza di un Virgil Sollozzo qualsiasi. Non è più tempo di goliardia. E neppure di saghe sulla mafia degli anni quaranta. Servirebbero politici seri. Anche qualsiasi, ribadisco.

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I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli

L’esplosione della vicenda catalana ha dimostrato quanto, nell’Unione Europea del XXI secolo, la questione nazionale sia ancora vigente e prioritaria, smentendo quei profeti che, superficialmente, preconizzavano il tramonto degli stati nazionali in epoca di “globalizzazione”.

La lotta per l’autodeterminazione, di nuovo, rappresenta in vari territori dell’Europa un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare la piccola borghesia e le classi subalterne colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura nei confronti dell’attuale assetto istituzionale dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance ordoliberista gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono la legittimazione e il consenso popolare.

In generale si può affermare che, se il processo d’integrazione ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni nazionali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie (formali e informali), nel continente è in corso un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati amplificandone le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti di eventuali ribellioni di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire al polo imperialista europeo di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.

La vicenda catalana ha messo, finora, in evidenza la rigidità di una Unione Europea che di fronte al manifestarsi di un conflitto nazionale al suo interno non sa e non può fare altro che sostenere incondizionatamente lo Stato-Nazione di riferimento.

La questione nazionale si pone oggi, nel continente europeo, sia a partire dal recupero della sovranità popolare in quegli stati che fanno parte dell’Unione Europea e che ne sono stati espropriati, come i Pigs, o che pur non facendone parte sono già ingabbiati all’interno del suo spazio economico e normativo – si veda la sponda sud del Mediterraneo – sia in relazione al diritto all’autodeterminazione delle nazioni senza stato che invece proprio negli Stati trovano un muro, una barriera invalicabile sostenuta dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.

Non può sfuggire che uno dei momenti fondativi, costitutivi dell’Unione Europea è stata la disgregazione violenta della Jugoslavia da parte di una Germania che ha soffiato sul fuoco dei nazionalismi pur di assorbire nella sua orbita alcuni territori a spese dell’ex stato federale. Ma quel principio di autodeterminazione della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, difeso manu militari dalla costituenda Unione Europea – oltre che dagli Stati Uniti – non è ora riconosciuto da Bruxelles ai catalani mentre rispetto agli scozzesi si dimostra una certa tolleranza dopo la Brexit decisa da Londra.

D’altra parte, l’UE non ha esitato, pur di allargare fino a Kiev la sua area di influenza, a sostenere un golpe reazionario e a sdoganare i fascisti e i neonazisti ucraini appoggiando al contempo una criminale guerra contro le popolazioni russe dell’est del paese il cui il diritto all’autodeterminazione, di nuovo, Bruxelles non vuole riconoscere. In Palestina intanto l’occupazione israeliana si fa ancora più feroce grazie anche alla complicità di un’amministrazione Trump che provocatoriamente ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale del cosiddetto ‘Stato Ebraico’.

I comunisti hanno, nel corso della loro storia, affrontato la questione nazionale in diversi modi, attraverso diverse chiavi di lettura, a seconda delle epoche, dei contesti, delle necessità concrete del momento. Non si può quindi affermare che esista, all’interno del movimento comunista, un’unica chiave di lettura su questo tema. Ci dobbiamo quindi affidare dall’analisi concreta della situazione concreta, forti dell’analisi e dell’esperienza storica di quei leader e di quei movimenti, in particolare Lenin, che con il diritto delle nazioni all’autodeterminazione si confrontarono direttamente all’interno di un contesto rivoluzionario.

Su questi temi invitiamo tutti a confrontarsi in un incontro previsto a Roma il prossimo 13 gennaio.

Nei prossimi giorni, inoltre, il nuovo numero della rivista Contropiano conterrà un documento della Rete dei Comunisti sull’analisi di fase a livello internazionale ed un altro contributo che ricostruisce l’evoluzione del pensiero di Lenin proprio sulla Questione Nazionale.

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Scuola. Rischio licenziamenti per 5.300 insegnanti

Il nuovo anno si presenta con una ipoteca pesantissima per migliaia di insegnanti diplomati magistrali. Si tratta di quegli insegnanti che hanno presentato i ricorsi per la stabilizzazione dei diplomati magistrali che hanno un titolo abilitante prima del 2001/2002.

La sentenza del Tar del Lazio sui ricorsi presentati, ad esempio, è stata positiva, consentendo l’inserimento di queste insegnanti nella graduatoria GAE (Graduatoria ad esaurimento), ma su questo non c’era stato ancora il giudizio di merito del Consiglio di Stato. In questa situazione di indefinitezza, è intervenuto un organo definito Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, che il 20 dicembre – mentre sulle scuole e la società scendeva la “tregua” delle vacanze di Natale – ha smontato totalmente la sentenza del Tar e ha dato parere negativo. Il risultato è che questi insegnanti saranno fuori dalla graduatoria e quindi dai ruoli. Il problema è che ormai ci sono insegnanti che hanno già ottenuto il ruolo con sentenze definitive.

Secondo dati forniti dal Miur il numero complessivo dei ricorrenti è stato di circa 43.600 insegnanti, tutti inseriti nelle Gae della scuola primaria e dell’infanzia con riserva. Di questi sarebbero circa 5.300 i docenti che negli ultimi due anni hanno ottenuto il ruolo, sempre con riserva “in attesa della sentenza definitiva”. Non dovrebbe invece cambiare nulla per i circa 2.000 docenti destinatari di sentenze ormai passate in giudicato. Il 4 gennaio è convocato al Miur un incontro politico ma solo con alcuni sindacati della scuola. Non fanno affatto sperare bene le dichiarazioni rilasciate dalla ministra Fedeli in una intervista a La Repubblica: “La sentenza va applicata – ha affermato la Fedeli – ma dobbiamo calcolare l’impatto e le conseguenze, per questo ho convocato una riunione per il prossimo 4 gennaio”.

Il Ministro ha liquidato anche lo sciopero degli insegnanti a rischio proclamato per lunedì 8 gennaio, affermando di “capire la loro situazione, ma bisogna tenere conto che ci sono pure leggi e regolamenti da rispettare”.

Al momento sembra essere confermata la linea del licenziamento – con i contratti trasformati da tempo indeterminato in supplenze – per i docenti già assunti in ruolo e la possibilità di portare a termine l’anno scolastico per coloro che hanno una supplenza. Man mano che arriveranno le sentenze del giudice del Lavoro gli Uffici Scolastici provvederanno a depennare dalle graduatorie ad esaurimento e rivaluteranno l’iscrizione in II fascia delle graduatorie di istituto.

Qui di seguito il comunicato di Usb-Scuola sulla vicenda:

La vicenda dei docenti con diploma magistrale si è conclusa, come tutti sappiamo, nel peggiore dei modi per gli interessati. La sentenza della sessione plenaria del Consiglio di Stato, smentendo parzialmente l’organo di cui è la massima rappresentanza, ha riconosciuto il valore abilitante del diploma solo al fine della partecipazione ai concorsi. L’immissione in GaE sarebbe illegittima perché la questione del valore abilitante del titolo, quindi della sua validità per l’inserimento, andava impugnata nel 2007 e non nel 2011 come è in effetti accaduto.

Alcuni sindacati hanno indetto mobilitazioni in varie città italiane per l’8 gennaio a sostegno della lotta di questi docenti che vedono messo a repentaglio il loro posto di lavoro. Tra questi sindacati la fanno da padroni proprio quelli che hanno promosso i ricorsi che hanno poi avuto esito tanto negativo e che attraverso questi ricorsi hanno guadagnato somme anche ingenti (oltre che iscritti) senza che a queste azioni giudiziali abbia mai fatto fronte alcun tipo di lotta reale e di azione e rivendicazione sindacale concreta.

“Lo stesso Stato che ha emesso una sentenza così negativa a sfavore dei lavoratori, è quello che ha prodotto negli anni una legislazione talmente mal congegnata da consentire la politica dei ricorsi, coi risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi” afferma Luigi Del Prete, dirigente USB Scuola. “È importante aver chiaro che senza questi ricorsi, oggi sarebbe prevista una fase transitoria per i diplomati magistrali e per i laureati in Scienze della Formazione Primaria, come per i docenti delle secondarie di primo e secondo grado inseriti in seconda fascia e con 36 mesi di servizio, che consentirebbe loro un accesso agevolato al ruolo” continua Del Prete.

Ruoli che soprattutto nella primaria e soprattutto nelle regioni del Nord ci sono, come mostra la cronica carenza di insegnanti che occupa le pagine dei giornali ad inizio anno scolastico.

“Crediamo sia essenziale non alimentare false speranze e porre fine a questa tendenza ad affidarsi alla soluzione giudiziale con un ricorso alla Corte Europea, processo lunghissimo che non può in alcun modo garantire una soluzione immediata della vicenda che è invece centrale in questo caso” dichiara Del Prete. “La verità è che questa vicenda così intricata, complessa e dagli esiti nefasti è il frutto di un modello sindacale che alimenta la guerra tra poveri e la convinzione che la sola via di risoluzione delle problematiche sia quella della vertenza singola, sul proprio caso specifico. Questo, secondo noi, è esattamente il contrario di ciò che un sindacato e una categoria di lavoratori devono fare. Le soluzioni possono e devono essere collettive, unendo le rivendicazioni di tutti quei lavoratori che da decenni tengono in piedi la scuola italiana in condizioni di estrema precarietà. La soluzione, lo abbiamo sostenuto e rivendicato più volte è l’immissione in ruolo di quei lavoratori della scuola che hanno 36 mesi di servizio, siano essi diplomati magistrali, laureati in Scienze della Formazione Primaria, abilitati TFA, o PAS e la definizione chiara di un percorso di accesso al ruolo che tenga conto dei titoli e degli anni di esperienza” conclude Del Prete.

USB Scuola ha fiducia nella capacità dei lavoratori di unire le rivendicazioni e le lotte e sarà al fianco di chi scenderà in piazza in difesa dei diritti propri e della categoria intera, con richieste unitarie e basate su una reale azione sindacale, che solo in casi estremi dovrebbe risolversi con la via giudiziale.

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03/01/2018

Il lavoro coatto. Uno scenario coercitivo contro i poveri. Intervista a Giuliana Commisso

Giuliana Commisso* è una docente dell’Università della Calabria. Recentemente, insieme a Giordano Sivini, ha pubblicato il libro “Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” per le edizioni Asterios. Alcune settimane fa abbiamo intervistato Giordano Sivini, oggi torniamo con una intervista con Giuliana Commisso sul tema della povertà e del carattere coercitivo delle misure messe in campo da governo e Ue per “contrastarla”.

Nel libro vengono analizzate le diverse misure a livello europeo contro la povertà. C’è il modello liberista britannico (quello restituitoci dal film di Ken Loach “Io sono Daniel Blake"), quello ordoliberista tedesco (il famigerato modello Hartz), infine c’è questa variante italiana a metà tra assistenza e patto di servizio obbligatorio tra beneficiari e istituzioni. Dove si somigliano e dove si differenziano questi modelli?

Nella spiegazione della disoccupazione si è passati nell’arco di pochi decenni dalla prevalenza delle cause strutturali a quella delle responsabilità individuali. Per il neoliberalismo, sia nella versione tedesca che in quella anglosassone, “i sussidi non legati al lavoro sono troppo generosi e sostengono una cultura della dipendenza”.

In Germania, il discorso sulla disoccupazione come “comportamento antisociale” piuttosto che come fallimento del mercato, è diventato egemone grazie alle riforme del welfare varate dal governo Schroeder, nel quadro dell’Agenda 2010. In linea con Blair, il socialdemocratico Schroeder ha legato il problema della disoccupazione alla mancanza di flessibilità nell’offerta di lavoro, alla crescita salariale più alta della produttività, a sussidi troppo elevati che non incentivavano il rientro nel lavoro.

Questo armamentario retorico si è tradotto, a livello di opinione pubblica, nel luogo comune secondo cui “chi vuole lavoro lo trova”; a livello normativo, nel principio della condizionalità, che informa tutte le misure di sostegno al reddito che abbiamo esaminato. La condizionalità ignora le cause da cui origina l’emarginazione, impone oneri e sanzioni ai beneficiari del sussidio con effetti che si riflettono sui famigliari, spinge ad accettare lavori precari e scarsamente retribuiti, andando contro le normative che regolavano il mercato del lavoro e le posizioni dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro.

Il punto di convergenza delle misure varate nel Regno unito, in Germania e ora in Italia è l’attivazione al lavoro e l’assunzione che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi.

In Germania, i posti di lavoro marginali e precari, che sono stati implementati con le riforme Hartz, fanno concorrenza alle occupazioni considerate ancora regolari e ne abbattono il costo. Non si è ancora realizzato il lavoro coatto senza salario come nel Regno unito, ma in ogni caso si è sdoganata una forma di lavoro servile: lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza. Il Reddito di Inclusione Sociale appena varato in Italia affronta solo gli aspetti più gravi dell’emarginazione, e fa restare i poveri nella povertà dopo averli costretti al lavoro coatto.

Nel libro si indica un approccio alle misure contro la povertà di tipo coercitivo verso i poveri, parlate addirittura di “lavoro coatto” con una immagine che rimanda a modelli ottocenteschi o alla lugubre scritta sul cancello di Auschwitz “Il lavoro rende liberi”. Come siete giunti ad una conclusione così drammatica?

In Gran Bretagna, chi non cerca attivamente lavoro e non dimostra che lo sta facendo incorre in sanzioni che variano da un mese a tre anni di sospensione del sussidio, a seconda della gravità della trasgressione e del numero di volte in cui si verifica. La condizionalità dei sussidi e le modalità di erogazione delle sanzioni hanno portato alla formazione di un sistema penale parallelo: le decisioni di bloccare i pagamenti sono prese in segreto dai funzionari, in assenza degli interessanti, i quali non sono neppure legalmente rappresentati. Chi si appella viene ascoltato solo dopo che la sanzione è stata applicata. I sussidi che i beneficiari ottengono a fronte del lavoro che obbligatoriamente devono fare sono tra un terzo e un quarto del minimo salariale, nel rapporto con il datore di lavoro non hanno protezione e se si dimettono incorrono in sanzioni.

In Germania, le famigerate riforme Hartz, che hanno introdotto il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, hanno creato normativamente occasioni di lavoro che ampliano il precariato. L’obiettivo era flessibilizzare gli strati medio bassi del lavoro, contando sul fatto che il sussidio avrebbe abbassato i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza. L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è stata facilitata dall’implementazione dei midi e mini jobs, che prevedono rispettivamente una remunerazione massima di 850 e 450 euro lordi mensili, oltre che degli ein-euro jobs, la cui paga oraria varia da 1 a 2,50 euro, per attività di pubblica utilità che servono a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento. I mini jobs sono sette milioni e mezzo e costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato per oltre quattro milioni e mezzo di persone. L’effetto della riforma è l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e l’incremento dei working poors. La paura di perdere il posto è cresciuta e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sono più forti anche del meno dignitoso dei lavori.

Nel libro smonti categoricamente l’ipotesi dominante a livello europeo della flexsecurity. Che rapporto c’è tra questa e l’aumento dei working poors?

Con la revisione della strategia di Lisbona del 2005, la governance dell’Unione Europea si è concentrata sulla flexisecurity, che, nel quadro dell’Economia sociale di mercato altamente competitiva, subordina le politiche sociali alle politiche di attivazione al lavoro. L’obiettivo è abbassare il costo del lavoro e renderlo mobile e flessibile alle necessità delle imprese, come condizione necessaria per ripristinare la posizione competitiva degli Stati. Il concetto di flexisecurity fa convergere occupazione e disoccupazione nella formula dell’occupabilità del lavoratore, la cui responsabilità è acquisire, accumulare e investire il proprio “capitale umano” per tutto il corso della vita. Il disoccupato è considerato un ‘lavoratore in transito’, su e giù per la scala salariale, da un’attività a un’altra, da un mercato del lavoro all’altro. Le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.

Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la precarietà lavorativa come condizione normale di esistenza.

La matrice ideologica della flexisecurity, come principio cardine della politica sociale europea, è rinvenibile nell’ordoliberalismo. Per gli ordoliberali la povertà non ha carattere materiale ma deriva dalla mancanza di iniziativa dei lavoratori proletarizzati; è una povertà di aspirazione, un’incapacità morale di provvedere a se stessi, che determina e aggrava le condizioni della loro povertà. “Invece di aiutare se stessi e gli altri a far fronte agli shock economici, i poveri che rimangono inetti sovvertono i sentimenti morali indispensabili al sistema della libertà” (Röpke). Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.

Da tali presupposti deriva la de-socializzazione del diritto di assistenza e la sua concomitante contrattualizzazione individuale. L’obiettivo, antitetico e sostitutivo del welfare, che viene perseguito dalla governance europea mediante la flexisecurity, è piegare al lavoro coatto e/o servile coloro che si trovano in condizioni di povertà. Come ho detto in precedenza, in Germania la povertà è stata creata per "legge”, con Hartz IV. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter. Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è una massa di working poors. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva nel 2015 un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Da recenti indagini di associazioni sociali, richiamate anche da un recente articolo su questo quotidiano, emerge che circa 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza. (Cfr. F. Poggi, La ricca Germania dei senzatetto e dei minijob)

L’automazione nella produzione inevitabilmente avrà un impatto su quella che chiamano la disoccupazione tecnologica. Quali misure andrebbero adottate per evitare che alla già precaria situazione si aggiungano nuovi disoccupati? È sufficiente operare sul fronte del reddito?

Gartner, una società statunitense di consulenza e di analisi nel campo della tecnologia, ha recentemente rilevato che nel 2021 l’intelligenza artificiale genererà 2,9 trilioni di dollari e farà risparmiare 6,2 miliardi di ore di lavoro. Questi dati evidenziano che siamo alla vigilia di una grande espulsione del lavoro umano dai processi produttivi.

Alla progressiva riduzione del lavoro complessivamente necessario alla riproduzione della società si contrappone la massima intensificazione dello sfruttamento per quella ridotta parte di forza lavoro che viene effettivamente impiegata. Questa contraddizione ha una portata senza precedenti e i suoi effetti degenerativi sono sotto gli occhi di tutti: una minoranza si è enormemente arricchita a scapito della stragrande maggioranza, che si è invece impoverita a vari livelli: passando dal ceto medio alla povertà, dalla povertà alla miseria, dalla miseria all’impossibilità di sopravvivere.

Le proposte sul terreno sono due, spesso date in contrapposizione: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il reddito universale incondizionato.

La proposta della riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, condivisibile, è stata centrale nel dibattito negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ma ha perso di centralità nel dibattito attuale. Mi chiedo se ciò non scaturisca dalla difficoltà di misurarsi con filiere produttive di valore che non obbediscono più al richiamo degli stati-nazione e in cui il salario, diretto o differito, è sempre più eroso. Non si tratta semplicemente dello smantellamento dello Stato sociale, o dell’arretramento dello Stato dalla funzione di mediazione del conflitto tra capitale e lavoro. Siamo dentro un dispositivo generale della governamentalità che, come ho cercato di argomentare nelle risposte precedenti, ridetermina le forme dello Stato e del sociale come proiezioni in superficie dell’economia imprenditoriale globalizzata. La proposta deve misurarsi con le diverse articolazioni di questo dispositivo. Può essere avanzata sul terreno del rapporto tra capitale e lavoro, ma a condizione di rompere definitivamente la gabbia concettuale del lavorismo, secondo cui l’emancipazione sociale può avvenire solo attraverso il lavoro salariato, entro i cui limiti battersi per l’espansione dei diritti.

D’altra parte, la proposta del reddito, come misura da corrispondere a ciascun individuo e sganciata dal lavoro, è oggi usata dai governi neoliberali di ogni latitudine come strumento per liquidare definitivamente i sistemi di protezione sociale e le tutele del lavoro conquistati attraverso le lotte. Al di fuori e contro questa ambiguità, è necessario porre l’affermazione di misure strutturali per la redistribuzione della ricchezza come terreno di lotta e di pratiche sociali che anche sui luoghi di lavoro rifiutano i ricatti e si battono per i diritti di esistenza, diritti che non sono più sostenibili nelle traiettorie di sviluppo e di crescita del capitalismo. È evidente la possibilità della riduzione del tempo individuale di lavoro al minimo necessario e questa evidenza chiama in causa l’esistenza o meno di una soggettività che si propone il superamento del modo di produzione capitalistico e che assuma questo mondo, e non quello del secolo scorso, come terreno di lotta per una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione.

Dunque, oltre a tentare di capire come operare empiricamente, c’è da porsi il problema teorico e politico che Francesco Piccioni ha posto ricordando che: “Non si può evitare di sottolineare come il massimo di tensione mai registrata tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrisponda al punto forse più basso fatto segnare dalla soggettività rivoluzionaria da un secolo a questa parte. Un problema teorico, certo, ma anche decisamente politico. Perché se non c’è chi prende in mano la situazione, c’è solo la degenerazione...” (F. Piccioni, 100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900)

* Giuliana Commisso è autrice tra gli altri di La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato e di Soggettività al lavoro. Operai italiani e inglesi nel post-fordismo

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Ucraina: inizio d’anno sotto l’effige di Stepan Bandera

Mentre la polizia rinveniva lunedì scorso, in un torrente nei dintorni di Kiev, il cadavere dell’attivista per i diritti umani Irina Nozdrovskaja, scomparsa tre giorni prima, lo stesso 1 gennaio nella capitale ucraina si inneggiava a Stepan Bandera, nel 109° anniversario della nascita e il nazista Oleg Tjagnibok, leader di “Svoboda”, a Ivano-Frank proclamava che l’Ucraina deve essere solo banderista. “L’educazione delle giovani generazioni ucraine nelle idee del nazionalismo” ha tuonato Tjagnibok, “è oggi il compito principale, dal momento che la parte più numerosa della popolazione è pronta a vivere nell’abbraccio di Mosca”. Educhiamo noi, si è chiesto il nazista, “i nostri figli, in modo che la nostra generazione possa lasciare un’Ucraina banderista per loro, banderisti?”.

Per quei banderisti che il 1 gennaio, proclamato festa nazionale da Petro Porošenko, a celebrazione della nascita del capo del OUN-UPA filonazista, hanno sfilato per le strade di Kiev all’insegna di “Per la gloria degli eroi, per il futuro dei giovani!”. Per quei banderisti che, a Dnepropetrovsk, per celebrare la data di nascita del loro “eroe”, dopo la fiaccolata hanno imbrattato con vernice rossa e scritte ingiuriose il monumento in pietra e bronzo a ricordo dei rivoluzionari che, tra il 1917 e il 1919, lottarono per il potere sovietico in Ucraina. Per quei banderisti che, come ha ricordato il governatore della Crimea, Sergej Aksënov, si macchiarono di tante stragi, inquadrati nei ranghi nazisti: “Babij Jar, Volynia, Khatyn, Odessa, Donbass, sono anelli di un’unica catena e in questo tragico elenco avrebbe potuto esserci anche la Crimea” ha detto Aksënov; “questo governo mostra al mondo intero, una volta di più, che il nazismo ucraino è parte integrante dell’ideologia di stato dell’Ucraina”. D’altronde, era stato l’allora presidente USA-UE d’Ucraina, Viktor Juščenko (il cui padre sembra avesse stretti legami con l’UPA), a conferire, prima, il titolo di eroe d’Ucraina al capo dell’OUN Stepan Bandera e a firmare, poi, il decreto sul riconoscimento dell’UPA quale partecipante alla lotta per l’indipendenza del Paese.
Questo è stato l’inizio d’anno in Ucraina, il cui presidente golpista Petro Porošenko, non pago dell’ennesima telefonata-burla dei pranker russi Leksus & Vovan, questa volta nei panni del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, (meno di un mese fa, lo avevano chiamato, fingendosi il premier georgiano Georgij Kvirikašvili) si è rivolto ai propri connazionali con un lungo elenco di “vittorie”: dagli USA che “amano l’Ucraina”, a “l’Europa è con noi”. Non si è scordato, naturalmente, Porošenko, di citare l’abolizione dei visti verso i paesi UE, intercalando ogni tre parole messaggi su “pace”, “aggressore”, “guerra”, “armamenti” e, rivolto cinicamente alla popolazione del Donbass, definendo “l’Ucraina, la vostra casa” e insistendo sullo “sviluppo” del paese e il suo “progresso in avanti”, fatto di salari di tre-quattro volte inferiori e tariffe di otto-nove volte superiori rispetto al 2014. Un discorso, quello di Porošenko, giudicato il sermone di un “freddo omicida del proprio popolo”, che si è rivolto alla gente di Crimea e Donbass come “fratelli e sorelle”, ma preparando per loro “un veleno in un involucro luccicante”, come ha detto il deputato russo Ruslan Balbek.

E, quanto “l’Europa sia con l’Ucraina”, lo si può giudicare anche dai rinnovati proclami della Commissione europea, su una forte tranche di aiuti finanziari, vista “l’instabilità politica” nel paese, la guerra, “l’aggressione” e la “permanente interferenza negli affari interni del paese” da parte della Russia, con “l’illegale annessione” della Crimea. Per tutto questo, la Commissione ritiene necessari “investimenti politici e finanziari più significativi”, tramite un “ulteriore allargamento della collaborazione coi maggiori enti finanziari e il settore privato”. Naturalmente, il sostegno UE – 12,8 miliardi di euro – a Kiev è condizionato all’avvio di tutte quelle riforme volte a “modernizzazione”, “avanzamento della democrazia e supremazia del diritto”, specialmente in campo “commerciale, energetico, bancario, sanitario assistenziale”: tutte riforme ben note ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati dei paesi UE. Un avvio, però, mancato, che in precedenza aveva portato la Commissione europea ad annullare l’ultima tranche degli aiuti macrofinanziari, a causa della non osservanza di alcuni obblighi da parte di Kiev e dell’eccessivo accentramento presidenziale; il che fa supporre che Bruxelles, in vista delle elezioni del 2019 (a meno di qualche majdan anti-Porošenko) intenda puntare su un cavallo diverso.

Così che uno dei pretendenti alla poltrona, lo yankee di Tbilisi Mikhail Saakašvili, non perde occasione per presentarsi quale “il moralizzatore” apolide (dopo quella georgiana, è stato privato anche della cittadinanza ucraina) della corrotta élite politica ucraina. Lo ha fatto anche ieri e ieri l’altro, nelle due giornate caratterizzate da folte manifestazioni, soprattutto a Kiev, di fronte al Ministero degli interni, per chiedere una seria indagine sull’omicidio di Irina Nozdrovskaja; insieme a cartelli contro l’inerzia della polizia e per l’applicazione della “legge di Lynch”, si è fatto vedere anche lui, pur se da lontano, “perché non lo si accusi di strumentalizzare le proteste”, ha detto. Ora che annusa la possibilità di un sorpasso, non si lascia certo sfuggire occasioni così ghiotte, tanto più che ha il dente avvelenato contro Porošenko, che lo accusa di essere al soldo di Mosca e non ha mai dimenticato il “bé, bé, bé” e il bicchier d’acqua lanciatogli in faccia dal Ministro degli interni, Arsen Avakov. L’ex presidente georgiano, ex governatore di Odessa e attuale leader del “Movimento delle forze nuove” ha chiamato gli ucraini all’ennesima majdan: “l’omicidio di Irina Nozdrovskaja è la conseguenza di questo sistema criminale”, ha omeliato Saakašvili, fino a pochi mesi fa parte integrante proprio di questo sistema criminale, prima in Georgia e poi nei racket legati ai traffici portuali di Odessa.

Ed è proprio sulla questione di questo sistema che, ancora Sergej Aksënov, invita a convocare in Crimea una conferenza internazionale sui crimini del nazismo ucraino, cui invitare rappresentanti delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, di Bielorussia, Israele, Polonia, insieme agli antifascisti ucraini, perché a livello internazionale si riconosca l’ideologia criminale del nazismo ucraino. Sembra legittimo dubitare che a tale conferenza siano disposti a partecipare, quantomeno a livello ufficiale, rappresentanti polacchi. Se la memoria dei massacri della Volynia o di Huta Pieniacka compiute dai filonazisti di OUN-UPA è molto viva tra i polacchi, soprattutto delle aree di confine con l’Ucraina, e si fanno sempre più frequenti le spedizioni squadristiche di nazionalisti polacchi contro gli ucraini di confine e dei nazisti ucraini contro cittadini e consolati polacchi, oltre alla distruzione di monumenti dedicati alle vittime dell’UPA, molto più impellente appare la necessità di conservare, a Kiev, un regime alleato nella contrapposizione a Mosca, come ha mostrato l’appoggio di Varsavia sia alla “rivoluzione arancione” del 2004 a Kiev, che al golpe del 2014. Molto più pressante l’obiettivo polacco-yankee di dar vita a una sorta di nuovo “Patto antiKomintern”, con la partecipazione delle capitali esteuropee più ostili a Mosca; poco importa se solo con molta fantasia qualcuno riuscirebbe a scorgere oggi in Russia qualche retaggio cominternista. Ma, con qualcosa che faccia ancora paura, bisogna pur presentarsi.

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Eurostop: perché saremo con Potere al Popolo


Con l’assemblea del 2 dicembre, la Piattaforma Eurostop ha deciso di verificare se ci fossero o meno le condizioni per una partecipazione attiva al percorso della lista elettorale che ha preso il nome Potere al Popolo.

I compagni che hanno avviato questa verifica sono arrivati alla conclusione che tali condizioni c’erano, e con la riunione del Coordinamento nazionale di metà dicembre hanno definitivamente avviato tutti i passi per una partecipazione attiva.

Abbiamo contribuito alla stesura dei 15 punti del programma di Potere al Popolo nel quale ci sono buona parte degli obiettivi fondativi della Piattaforma Eurostop: dalla rottura dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali.

Buona parte non significa tutti. Sul No all’euro ad esempio non si è potuto definire una posizione comune anche se ci sono sensibilità crescenti. E’ evidente che essendo quello di Potere al Popolo un percorso unitario con altre forze si è dovuti convergere su un denominatore comune possibile, così come è stato fatto per le manifestazioni del No sociale lo scorso anno e del 22 ottobre di quest’anno.

In questi giorni comincerà la campagna elettorale. Dal 14 Gennaio fino al 28 gennaio partirà la raccolta firme per poter partecipare effettivamente alle elezioni. La nuova legge elettorale è un pastrocchio che complica non poco i vari passaggi (basta pensare che le firme, diversamente che in passato, si potranno raccogliere solo tra i residenti nei vari collegi).

Occorrerà quindi un impegno attivo dei compagni e delle compagne di Eurostop in tutte le città dove siamo presenti e dove già siamo attivi nelle assemblee e nei coordinamenti che sono stati costituiti in queste settimane.

Perché riteniamo positivo aver scelto di stare nella campagna elettorale?

Quando abbiamo costituito la Piattaforma Eurostop abbiamo declinato i tre NO costituenti come obiettivi di una strategia di rottura con il quadro esistente, in particolare con gli automatismi degli apparati di dominio costruiti dalle classi dominanti sull’Europa: Unione Europea, Eurozona, Nato. Non si tratta di una “posizione” tra le altre, si tratta di una analisi del mondo in cui viviamo e del quadrante di mondo in cui agiamo: quello europeo e mediterraneo.

La fuoriuscita anche unilaterale da questi apparati regolati da Trattati vincolanti, è per noi la rottura in senso anticapitalista dell’anello debole della catena imperialista europea, che da almeno venticinque anni ha scatenato una guerra di classe contro lavoratori, settori popolari, classi subalterne.

Sappiamo che su questa visione del conflitto di classe ancora non convergono molte delle forze che hanno animato Potere al Popolo né altre al suo esterno. Nonostante la tragica esperienza della Grecia abbia dimostrato l’impraticabilità e le conseguenze politicamente e socialmente disastrose di una visione riformista su Unione Europea/Eurozona/Nato, in Italia sono ancora molti a non porsi questo problema o a porselo in maniera errata. Diversamente in Francia o in Spagna crescono le forze progressiste, anticapitaliste e popolari con una visione più vicina a quella della Piattaforma Eurostop.

La campagna elettorale delle prossime settimane, sarà dunque una occasione per la Piattaforma Eurostop di andare a verificare nella società – e soprattutto nei settori popolari, operai e giovanili – la credibilità delle nostre proposte e della nostra impostazione anticapitalista sulle priorità sociali del paese.

In questi anni abbiamo posto con forza la questione della rappresentanza politica (cosa diversa e assai più ampia di quella meramente istituzionale) a partire dal dato che questa o è espressione di un pezzo di società in conflitto o non è utile al conflitto stesso. Le liste “di sinistra” degli ultimi dieci anni, hanno rimosso completamente questo elemento decisivo pagandone il prezzo e precipitando la sinistra stessa dentro una pesantissima crisi di credibilità tra i settori popolari. L’approccio con cui è partito e si sta cercando di caratterizzare Potere al Popolo dovrà tenere sempre conto sia di questa crisi di credibilità della “sinistra” tra la nostra gente, sia che il perimetro del “popolo della sinistra” non può essere l’unico in cui agire. La sfida che abbiamo accettato vogliamo giocarcele nelle periferie e nei quartieri popolari, tra i lavoratori e tra i giovani che ormai non hanno nulla da perdere ma tutto da conquistare.

Contemporaneamente l’attivazione di centinaia di militanti, attivisti, persone nel percorso di Potere del Popolo, consente un confronto e una pratica comune assai più ampio di quello raggiunto in questi due anni. Non è un caso che uno dei temi più discussi – sotto certi aspetti più divergente ma non divisivo – sia proprio quello intorno alla rottura dell’Unione Europea. E’ il segno di aver colto una contraddizione strategica su cui tutti, prima o poi, dovranno fare i conti se vorranno tenere aperto il conflitto di classe nel nostro paese.

La Piattaforma Eurostop esprimerà alcuni candidati nella lista di Potere al Popolo. La scelta è stata quella di dare spazio a compagni e compagne conosciuti nei territori e nelle lotte o a esperti schierati contro l’ordoliberismo. Unica eccezione sarà per il compagno Giorgio Cremaschi che in qualche modo rappresenta la storia comune di tutto il percorso che abbiamo iniziato nel 2011 con il Comitato No Debito, poi con Ross@ ed infine con Eurostop.

La Piattaforma Eurostop è dunque parte integrante e costitutiva del percorso di Potere del Popolo ed agirà per ottenere il massimo risultato, accettando quella sfida lanciata dai compagni di Napoli e che oggi appare molto impervia. Siamo convinti che un buon risultato – anche senza il raggiungimento del quorum – possa rappresentare una capitalizzazione importante per il futuro. Tanto meglio se il quorum verrà superato e Potere al Popolo potrà disporre di un gruppo di “incursori” sul piano istituzionale.

L’appello alle compagne e ai compagni di Eurostop è quello ad una partecipazione attiva e attenta a questa campagna elettorale, soprattutto sul piano delle relazioni con i settori popolari. Saremo dentro la campagna elettorale unitaria di Potere al Popolo con lealtà ma agiremo anche come Piattaforma Eurostop a sostegno della lista Potere al Popolo nei contesti che riteniamo utili alla verifica del nostro impianto.

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