Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/01/2018

La strana coppia Bonino-Tabacci o la politica ridotta a “scambismo”

La politica ridotta a mercato delle vacche tocca un nuovo record. E come spesso è accaduto in passato a “promuovere” l’ulteriore degrado sono radicali e democristiani, eterni demolitori di ogni valore e serietà.

Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?

E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla...) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e i dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).

Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile...). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.

In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.

Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.

Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).

Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.

E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente...

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Iran - Venti morti nelle proteste. Riformisti con Rohani e contro la propaganda USA

di Michele Giorgio – Il Manifesto

È salito a più di 20 morti il bilancio delle proteste in Iran sfociate in alcune località in violenze e attacchi a stazioni di polizia e palazzi governativi. La tv di Stato ha dato notizia di altre nove persone rimaste uccise nella notte tra lunedì e martedì: sei in un attacco a un commissariato di Qahdarijan; un bambino di 11 anni e un ventenne a Khomeinishahr. Un membro dei Guardiani della rivoluzione è stato ucciso a Najafabad.

Tehran è meno coinvolta nei disordini. Nella capitale però la polizia ha arrestato 450 persone. Il presidente Rohani conferma il sostegno al diritto degli iraniani a manifestare la loro insoddisfazione ma ha alzato ancora il tono della sua condanna delle violenze spesso fomentate dai suoi avversari del fronte conservatore. In particolare dall’ayatollah Ahmad Alamolhoda considerato da molti l’ispiratore delle prime proteste giovedì scorso a Mashhad.

Per questo importanti esponenti riformisti sono scesi in campo a sostegno del presidente non mancando di condannare anche le ultime dichiarazioni fatte da Donald Trump sull’Iran. Senza rinunciare però a chiedere al loro governo di affrontare le ragioni vere del malcontento popolare. «Indubbiamente il popolo iraniano si trova di fronte a difficoltà nella vita quotidiana... ma gli eventi degli ultimi giorni hanno dimostrato che facinorosi e opportunisti sfruttano le manifestazioni per creare problemi, insicurezza distruzione di pubblici uffici, insultando i valori della nazione e della religione», ha scritto in un comunicato l’Associazione dei combattenti religiosi guidata dall’ex presidente riformista Mohammad Khatami. La guida suprema Khamenei, invece ha accusato «i nemici» esterni dell’Iran di essere dietro le manifestazioni.

In Europa intanto è l’ora dei soliti luoghi comuni sull’Iran, delle frasi fatte, della ragazza che si toglie il velo in un gesto di rivolta contro il «regime degli ayatollah», di giovani iraniani che non desidererebbero altro che vivere come gli occidentali. Eppure chi scende nelle strade della Repubblica islamica continua a farlo più di tutto per reclamare un lavoro e migliori condizioni di vita anche se, come è naturale, tante componenti della società iraniana, una delle più complesse e articolate del Medio Oriente, stanno partecipando o cercano di cavalcare la protesta.

«Può essere un’idea scomoda per alcune persone trattare l’Iran come altri Paesi» ha detto provocatoriamente all’agenzia Afp l’analista Esfandyar Batmanghelidj «ma ciò che gli iraniani portano in strada in modo coerente sono normali problemi economici: la frustrazione per la mancanza di posti di lavoro, l’incertezza sul futuro dei loro figli».

Batmanghelidj punta il dito contro alcuni provvedimenti di Rohani come il taglio dei fondi per il welfare e l’aumento del prezzo del carburante. «Il presidente – dice l’analista – ha adottato misure di austerity con l’idea che si tratti di una pillola difficile da ingoiare eppure necessaria per gestire i problemi di inflazione e di valuta e cercare di attirare investimenti in Iran. Ma scegliere l’austerità immediatamente dopo un periodo di sanzioni internazionali è molto duro e mette alla prova la pazienza delle persone».

Già qualche settimana fa centinaia di lavoratori del settore petrolifero e di autotrasportatori avevano manifestato per il ritardo nel pagamento dei loro salari. I giornali avevano riferito anche delle proteste degli operai di Tabriz per la chiusura della loro fabbrica di trattori e di quelli delle industrie di pneumatici di Teheran anche loro rimasti senza stipendio. La rabbia è aumentata con il fallimento delle società di credito che hanno investito milioni di dollari nel settore edilizio. Il governo dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva incoraggiato le banche a prestare denaro durante il boom edilizio ma il successivo scoppio della bolla immobiliare ha avuto effetti devastanti per la classe media. E non è marginale neanche il costo economico dei vari fronti di crisi nel quali è impegnato l’Iran – Siria, Yemen, Iraq – che ha sottratto risorse importanti da investire, ad esempio, nel welfare.

Gli alleati di Tehran, Siria e Russia intanto chiedono che sia fermata qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Iran. Un invito che certo non accoglierà Donald Trump che questo mese potrebbe sfruttare una serie di scadenze per stracciare l’accordo internazionale sul nucleare con Teheran aggiungendo così benzina al fuoco dell’insoddisfazione degli iraniani.

Politico scrive che l’11 gennaio Trump dovrà certificare la “buona condotta” dell’Iran nell’ambito dell’accordo. Già a metà ottobre Trump, senza alcun motivo, non aveva voluto dare il via libera all’accordo. Se ora farà altrettanto fornirà nuove munizioni ai conservatori iraniani, contrari all’intesa sul nucleare del 2015, che potranno accusare Rohani di aver ingannato il Paese accettando un accordo che gli Usa non intendono rispettare e di non aver ancora ottenuto la fine completa delle sanzioni.

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04/01/2018

Non sarà un pranzo di gala

Non saremo mai abbastanza grati al Corriere della Sera per la sua esistenza e per le cose che scrivono i suoi editorialisti. Essi infatti ci facilitano il compito nell’individuare i nemici, le cose che pensano, quello che vogliono e il senso profondo dell’inimicizia tra classi e interessi sociali contrapposti.

L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.

L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.

Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.

E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.

Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.

Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.

Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.

Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciato ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.

Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.

Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!

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Torna puntuale la protesta iraniana

Si sa, ogni protesta “incolore” somma molteplici e contraddittorie ragioni. Nel corso degli anni il Medioriente è stato terreno di sperimentazione di varie forme di proxy wars, conflitti a intensità variabile dove a contendersi il bottino erano per lo più referenti internazionali in lotta per mezzo di agenti locali. Se c’è un dato che emerge dal ventennio di proteste e rivolte che hanno caratterizzato il mondo arabo, questo è il loro carattere dipendente: ogni movimento è finito col servire interessi esterni alle stesse popolazioni mobilitate. La mancata autonomia della protesta popolare araba è un fatto che impone di volta in volta una sua valutazione.

Districarsi nell’interpretazione dei fenomeni di protesta mediorientali è per questo decisamente impervio. Il rischio è di scadere nel complottismo come lente attraverso la quale guardare ogni fenomeno sociale non apertamente antimperialista o, al contrario, rimanere affascinati dalla piazza senza coglierne le sfumature politiche (sfumature che però appaiono fondamentali per il futuro di quelle stesse popolazioni).

Fanno ad ogni modo riflettere le parole di Jamileh Kadivar, ex deputata del parlamento iraniano e protagonista del “movimento” di protesta del 2009 (definito “Onda verde”), intervistata ieri dal Corriere della Sera. Alla domanda se «queste proteste siano fomentate da agenti stranieri», la risposta fornita appare fin troppo esplicita: «Inizialmente i manifestanti urlavano contro Rouhani. Ma già il secondo giorni gli slogan erano cambiati. L’impressione è che altri, forse dall’estero, abbiano provocato le proteste in altre città. Dopotutto le autorità saudite avevano preannunciato un intervento in Iran».

Che una protesta cambi forma e significato nel giro di due giorni, appare irrealistico. Impossibile, al momento, valutare anche la veridicità o meno delle parole dell’ex parlamentare iraniana. Quello che però fa pensare è che una dinamica simile, cioè l’evidente interferenza esterna, venga data per acclamata da una rappresentante non certo tenera verso il governo iraniano. Per meglio dire, la critica antimperialista fondata esattamente sulla funzione delle proxy war nella gestione geopolitica del Medioriente, viene utilizzata anche da chi si batte in nome dell’imperialismo stesso (la tipa è residente a Londra, immaginiamo la durezza del suo esilio).

Quando conviene, insomma, quello che, quando serve, viene derubricato come complottismo, altre volte torna a spiegare la realtà anche per le classi dominanti. In attesa di capire l’evoluzione della protesta iraniana, sapere che l’intervento esterno negli affari iraniani è un dato di fatto aiuta (dovrebbe aiutare) anche chi si farà puntualmente abbagliare da piazze in subbuglio.

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Potere al Popolo non è il Labour di Corbyn, ma c’è qualcosa da imparare

La giornalista/attivista Rosa Gilbert, autrice dell’articolo su Potere al Popolo pubblicato da The Indipendent (pubblicato anche sul nostro giornale), risponde all’intervento di Vincenzo Morvillo uscito su Contropiano alcuni giorni fa.

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Per rispondere alla polemica sull’associazione di Potere al Popolo con Momentum e la campagna pro Corbyn all’interno del partito laburista vorrei prima di tutto spiegare perché questo era necessario. I media del Regno Unito versano in pessime condizioni, il loro modello di finanziamento non funziona. Nonostante i risultati delle elezioni del giugno 2017, dove c’è stata una crescita delle posizioni più radicali nel partito laburista, ad oggi, non ne viene dato risalto nei principali media. Dunque è estremamente difficile trovare un editore che pubblichi dei contenuti radicalmente di sinistra, nel Regno Uniti come altrove. Ma ci sono anche alcuni editori che rompono questo schema, questo è il caso dell’Indipendent. Tuttavia, come altre testate giornalistiche on-line il loro guadagno si concretizza attraverso un cospicuo numero di click o pagine visitate nei relativi siti. Si incoraggia così la pubblicazione di articoli che siano in grado di generare “traffico”, un semplice articolo su uno sconosciuto movimento in Italia non era così appetibile e ho dovuto fare in modo che lo diventasse. Inoltre i media mainstream inglesi non vedono di buon occhio le voci pro-Corbyn, anche se gli articoli che lo menzionano tendono ad essere molto condivisi, come in questo caso, dove ci sono state più di 6000 condivisioni quando normalmente la maggior parte degli articoli nella sezione “Opinioni” raggiunge al più le 100 condivisioni.

Il senso della mia argomentazione non era cosa Potere al Popolo stesse cercando o dovrebbe cercare di emulare dalla piattaforma politica di Corbyn ma semplicemente come gli attivisti sono stati ispirati dal successo di Momentum, coalizione di movimenti sociali divenuti una forza egemonica nelle politiche del Regno Unito.

Comunque, il rifiuto del “Corbinismo” e delle sue proposte economiche tacciate così di riformismo, io credo sia, una visione miope. E’ infatti importante capire il contesto di riferimento e il guadagno reale per la sinistra del Regno Unito con tutte le differenze del caso anche dal resto dell’Europa.

E’ un dato di fatto che a differenza della Grecia, il “Corbynismo” non è stato sperimentato in un governo ma ci sono delle indicazioni su come può funzionare e su come il movimento che lo ha portato al potere abbia un impatto diretto sulle future politiche di governo.

Uno dei nodi cruciali è la Brexit, che sotto la leadership di Corbyn ha creato una grande divisione e confusione fra le classi dominanti inglesi e internazionali. Questo si evince dai contraddittori comunicati rilasciati dall’IMF e da Tony Blair (che crede che sia più importante stoppare la Brexit che un governo Labour) e alcuni dirigenti del partito conservatore che hanno detto di preferire un premierato di Corbyn a una Brexit gestita dalla destra. L’appoggio da parte dell’IMF in questa situazione non è la prova delle proposte economiche di Corbyn come continuazione dello status-quo, infatti John McDonnel ha pianificato delle misure nel caso ci fosse fuga di capitali o per difendersi dalla istituzioni internazionali che cercassero di sovvertire un risultato elettorale favorevole a Corbyn come a un suo governo.

L’uscita vittoriosa dalle elezioni di giugno 2017 mostrano che Momentum e il partito laburista sono le più forti compagini socialiste ed anti-imperialiste nell’Europa Occidentale, ma le tensioni fra i riformisti socialdemocratici e i socialisti radicali all’interno del partito sull’opporsi o meno alle istituzioni internazionali, come alla NATO , sono una battaglia quotidiana e un prezzo da pagare. Nell’ottobre del 2017, Young Labour fino ad adesso una delle ali più conservatrici del partito, a una conferenza sulle politiche del partito ha votato per l’uscita del Regno Unito dalla NATO. Questo non è stato ufficialmente adottato dal partito e una delle voci più autorevoli come, Owen Jones, si è sempre dichiarato per rimanere nella NATO, ma è chiaro che esiste un movimento per politiche estere socialiste (pacifiste), non ultimo infatti che il leader del partito ha una storia che lo lega ai movimenti contro la NATO e al Partito Comunista (inglese). Il Labour Party si sta inoltre muovendo verso politiche economiche molto più radicali delle economie miste sostenute dai partiti (anticomunisti) socialdemocratici nel ventesimo secolo. E’ stato promesso non solo di rinazionalizzare un numero di industrie ma, che in generale il processo produttivo sia sottoposto a modelli alternativi di gestione controllati direttamente dai lavoratori, una proposta con il nome “Alternative Models of Ownership”.

Non c’è dubbio che i movimenti dal basso che hanno contribuito alla crescita del partito (aggiungendo almeno 400.000 membri negli ultimi due anni) non siano semplicemente un elemento di supporto nella campagna elettorale, ma un vero elemento di controllo nella guida del partito. Una delle più importanti proposte del programma laburista di quest’anno è stata l’abolizione (non solo la riduzione) delle tasse universitarie, segno dell’influenza decisiva del movimento studentesco nella compagna per eleggere Corbyn come leader e in Momentum. Infatti la debolezza maggiore per Corbyn è che ancora la destra del suo partito controlla lo strato parlamentare, ma questo lo rende ancora di più dipendente dai movimenti che lo sostengono. Tutto ciò, però, rimane ancora nell’ambito delle speculazioni politiche di potenziali scenari. E’ più utile capire i cambiamenti materiali che hanno preso luogo grazie ai movimenti e a Momentum o indipendentemente attraverso il Partito Labourista e la campagna elettorale. E’ giusto che i socialisti spendano tempo ed energie nella costruzione e sostegno di movimenti su singoli problemi e istanze creando campagne ad hoc se questo riguarda il diritto alla casa o i diritti dei lavoratori, come contro il Jobs Act in Italia, e ancora contro le politiche dell’unione europea, ma la futilità e la mancanza di potere che abbiamo sperimentato nel Regno Unito con i governi di destra è fondamentalmente cambiata solo con l’ascesa di Corbyn a leader. Il suo supporto per numerosi movimenti e campagne ha fatto pressione sul governo e mitigato alcune delle peggiori politiche governative, dalle tasse per gli studenti universitari, ai benefits come sui diritti dei migranti.

Chiaramente una “migliore-austerità” non è una panacea ma aiuta a rompere il dogma neo-liberale che l’austerità è necessaria, e ciò incoraggia più persone a sostenere il Labour Party, rendendosi conto che l’austerità inflitta è una scelta politica. Significativo in questo è il fatto che il Labour Party sostiene gli scioperi e le lotte dei lavoratori delle ferrovie RMT, una lotta che rappresenta la congiuntura fra privatizzazione, massimizzazione del profitto e incremento del rischio per la pubblica utenza esponendo la popolazione alla seria minaccia del capitalismo che sottrae benessere alle persone attraverso la sua necessità perpetua di accumulare profitto. Ancora questo può essere visto dialetticamente come la visibilità che il Partito laburista è in grado di dare allo sciopero sostenendolo a livello nazionale, facendo così riflettere la gente sulla vera natura del capitalismo e incoraggiando le persone a supportare i lavoratori in lotta. Questo impegno con “politiche riformiste” ha creato una forza politica molto più potente di una feticizzazione delle lotte dei lavoratori che vede ogni tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni come un tradimento, e che offusca il passaggio dalle lotte al potere, oppure un riformismo socialdemocratico basato su istituzioni di potere. È questa necessità di una transizione oltre le lotte puramente monotematiche, che era uno scopo alla base dei partiti comunisti in tutta Europa.

R. Palme Dutt, leader comunista britannico, scrisse nel 1922 "Ciò che unirà i lavoratori non è la lotta economica. La lotta economica divide: riguarda lavoratori diversi in tempi diversi... Ciò che abbiamo di più simile a una campagna unitaria è l’offensiva dei padroni negli ultimi due anni: ma anche questa offensiva ha mantenuto diversi lavoratori separati. La lotta economica non potrà mai unire i lavoratori... l’unica causa che riguarda tutti i lavoratori e che può unirli in nome di un interesse comune è la lotta politica, la lotta politica per il potere della classe lavoratrice in quanto classe. Solo una causa politica può unire i lavoratori... e dato che solo la lotta politica della classe lavoratrice in quanto classe può unire i lavoratori, la forza unificatrice del movimento operaio può solo essere il partito della classe lavoratrice.”

La domanda cruciale è come costruire una contro-egemonia di sinistra e di successo usando movimenti sociali, partiti, sindacati. Ciò non avviene attestandosi su linee dogmatiche ma costruendo movimenti che coinvolgano le persone, che siano in grado di vedere il successo come una possibilità concreta, ma allo stesso tempo di capire la necessità di progredire radicalizzandosi. Questo processo è dialettico. Se la sinistra diventa troppo autoreferenziale, rischia di essere più una sottocultura che un movimento politico, non avrà sostegno e i suoi insuccessi dissuaderanno le persone dal coinvolgimento. Ci deve anche essere una capacità di spiegare sia i successi che i fallimenti. I movimenti si galvanizzano e possono sembrare enormi ma spesso non raggiungono il loro obiettivo politico. I fallimenti, però, possono a loro volta condurre alla costruzione di progetti a lungo termine per avere successo, cioè perdere la battaglia ma vincere la guerra. E ci sono diversi modi per misurare il successo, in Gran Bretagna la nazionalizzazione è sostenuta da un partito politico e ha un sostegno pubblico di massa; le idee di Karl Marx sono associate alla leadership dell’attuale Partito laburista, e l’idea di uscire dalla NATO è diventata una vera possibilità. Queste bisogna vederle come piccole vittorie. C’è una tendenza a vedere questo gioco a somma zero tra annacquare idee radicali per impegnarsi con istituzioni democratiche e mantenere una linea purista lontano dall’impegno della politica dominate. Questa è una posizione di estrema sinistra denunciata da Lenin. Invece, il punto è rendere le idee radicali accettabili e popolari fra il grande pubblico, qualcosa che richiede un lungo percorso e impegno a tutti i livelli della società.

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Il Sessantotto, eredità ed attualità a distanza di cinquant’anni


Cinquanta anni fa sbocciava il sessantotto, un anno, un movimento. Un lungo periodo di lotte, durante il quale la ragione, la passione e la fantasia davano forma al concetto di utopia, come strumento creativo verso un grande obiettivo: costruire le basi per la liberazione dalle convenzioni e dall’oppressione dell’occidente capitalistico e per soffiare sul vento dell’autodeterminazione dell’uomo, dei popoli e della società.

Le università divennero il luogo dell’opposizione al controllo e della critica pura al dominio, che i governi volevano a tutti i costi estendere sull’attiità materiale ed intellettuale, in particolare sulla ricerca scientifica; furono altresì il luogo del rifiuto dell’ingerenza dell’apparato militare ed industriale nella vita civile.

La nuova resistenza fece il suo primo vagito negli USA nel cuore degli anni sessanta, per diffondersi in Francia, in Germania e in Italia, ma coinvolse altre nazioni del mondo. Anche l’Africa fu in subbuglio ed in molte sue regioni si infittiva la guerriglia contro l’occidente colonialista. In oriente il Laos, la Cambogia, il Vietnam erano già terreni di una guerra di occupazione impressionante, decisa proprio dall’apparato statunitense.

Se nel resto del mondo i fuochi della ribellione e della rivolta studentesca e civile si spegneranno nel corso degli anni seguenti, in Italia essi resteranno ancora accesi per tutti gli anni settanta ed alimenteranno la stagione delle grandi battaglie degli operai, degli artigiani, dei contadini (l’autunno caldo del ‘69 per antonomasia) e degli intellettuali, ma anche della gente comune incontrata sulla strada della conquista di importanti e qualificati diritti civili. Nel tempo, piccole e grandi città furono il palcoscenico di una lotta aspra e diretta Torino, Milano, Trento, Bologna, Roma, Napoli, Catania, Avola.

Ebbene, oltre ogni retorica, o operazione di nostalgia, o di reminiscenza di quel formidabile periodo, ripassare la storia e rivivere quegli anni non è un gioco di artificio mediatico, ma uno strabiliante momento di lettura di una delle pagine più intense e travagliate della storia dell’Italia (e del mondo), affinché da quella esperienza possa ancora essere irradiata e tenuta viva la coscienza come strumento “di integrazione del sapere e del percepire” e per non smettere di coltivare, nel nostro tempo, il seme del diritto ad una esistenza dignitosa e compiuta in tutta la sua libertà e bellezza.

Sapere, in quanto costante ricerca della verità e dello scibile; percepire, perchè dall’incontro della ragione col mondo sensibile l’individuo possa sviluppare la consapevolezza del suo agire e della storia.

Sul movimento del sessantotto è stato scritto più volte, ovviamente e canonicamente al sopraggiungere di ogni ricorrenza decennale; a volte con toni di disprezzo e persino di condanna, riducendolo ad una semplice esperienza addebitata ai cattivi maestri; altre volte con argomenti che hanno sfiorato un compiacimento d’occasione; altre ancora per celebrare un macabro rituale della fine di un’era.

Di fatto, pochissimi hanno detto e scritto su di esso con precisione storica e dovizia documentale, cogliendo il significato vero che quell’anno (quegli anni) ha avuto nella storia contemporanea sul piano della trasformazione degli usi e delle relazioni sociali e che propose un nuovo modello di rapporti interpersonali e privati; un periodo che ha contribuito alla crescita di un nuovo modo di intendere ed interpretare l’arte, il cinema, la musica, il teatro; che ha interessato persino la Chiesa, la quale si aprì ad una nuova dottrina sociale, alla teologia della liberazione. Liberazione ed Emancipazione, questi i temi che vennero sviluppati, partendo da letture di libri importanti, che passavano da Marcuse, Horkeimer, Adorno, Fromm, Sant’Agostino e dal marxismo, nel tentativo di fondare una visione del mondo diversa dall’immagine creata dalla cultura dominante, fortemente informata ai canoni del clericalismo, dell’espansione industriale, dell’opulenza e della morale borghese, e tentare così di trovare nuovi ed innovativi percorsi di analisi sociale.

Presero forma in quegli anni discipline come la sociologia, la psicoanalisi e l’antipsichiatria con le quali studiare e mettere al centro l’uomo, il suo intelletto e la sua sfera emotiva e la sua capacità relazionale nella società, mortificato di contro dalla maniera della produzione industriale e dai gangli del profitto, per mezzo dei quali il Potere, nelle sue svariate sfaccettature, intendeva plasmare “l’uomo ad una dimensione” in una sorta di catena di montaggio, un prodotto che fosse in tal modo un oggetto imbavagliato, condizionato, sorvegliato e privo di memoria.

Si è detto che i capi storici, qualche anno dopo, si sono perfettamente integrati nel sistema corrente, trasformati da studenti ribelli e da infaticabili critici in burocrati viziosi dell’apparato pubblico e privato. È vero in parte, così come lo è l’impegno di tanti altri, che hanno diffuso l’eredità di quel periodo, portando ancora oggi un grande messaggio “libertario” nell’attuale sistema: combattere la povertà e l’emarginazione, in tono con i principi dell’equità, della solidarietà, della partecipazione in ogni campo della vita, che fonda la sua proliferazione sulle relazioni umane.

I principali obiettivi da raggiungere sono la perfetta sintonia tra uomo e natura, in un equilibrio dinamico ed in una simbiosi scevri dalla logica dello sfruttamento selvaggio, e la costruzione di una grande piattaforma di pace sulla quale ogni popolo possa edificare e sviluppare modelli organizzativi di democrazia diretta, di autogoverno e di autodeterminazione, per superare le barriere e i limiti imposti dagli Stati più forti, più ricchi ed egemonici.

Ridurre ai minimi termini la globalizzazione economica e finanziaria ed osteggiarne il mercato – che stanno stravolgendo il mondo mediante la concentrazione di maggiore ricchezza nelle mani delle superpotenze militari e l’accensione di nuovi e maggiori conflitti nei territori, cosicché da un maggior disordine sia generato un controllo maggiormente dispotico sui popoli e sulle loro risorse, messi alle corde dalla crescente povertà – non può non essere il motivo di una politica nuova, di un sentimento nuovo contro ogni forma di emarginazione, di repressione e di riduzione in schiavitù.

Il sessantotto è ancora questo, la sua attualità risiede nella continua ricerca del sapere e nell’applicazione dell’etica rivoluzionaria nella forma e nella sostanza delle cose e degli eventi.

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Bolle… di sapone!

Il primo gennaio, Rai Uno, ha mandato in onda la trasmissione, condotta da Roberto Bolle e Marco D’Amore (il Ciro di Gomorra, ahinoi) “Danza con me”.

L’ ètoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell‘American Ballet Theatre di New York, ha ottenuto, sui social e sulla stampa mainstream, un profluvio di messaggi positivi. Anzi, positivi è dir poco. Bolle viene osannato, adorato, venerato come un vero e proprio dio. “Non suda nemmeno”, si spinge a notare qualcuno, in preda all’estasi!

Una divinità, però, questo Bolle, piccola piccola, come il borghese di Monicelli/Sordi; frivola, senza umanità, senza un briciolo di compassione. Il signor Bolle, infatti, qualche anno fa, all’uscita del San Carlo, a Napoli, trovandosi di fronte ad alcuni clochard che, per ripararsi dal freddo della notte invernale, si erano rifugiati sotto i portici del Massimo cittadino, così scriveva, indignato, su twitter: «Scena mai vista davanti a nessun teatro. Né in Italia, né all’estero»; per poi aggiungere: «I senzatetto che s’accampano e dormono sotto i portici del teatro San Carlo, gioiello di Napoli, sono un emblema del degrado di questa città».

Lui, di umili origini, deplorava gli ultimi della terra!

Ci sembra, questo dio assurto all’Olimpo dello Spettacolo contemporaneo, lo Ziggy Stardust di David Bowie: «sembrava un nazista con il culo datogli da Dio […] Facendo l’amore col suo ego, Ziggy si succhiava il cervello come un messia lebbroso».

Or dunque, io non sarò certo Vittoria Ottolenghi – grande critica del balletto – e perciò il mio parere vale, appunto, quanto quello di un ateo sul padreterno. Ma, in merito all’aspetto puramente artistico, una cosa voglio dirla: quando vedo danzare Roberto Bolle ho la stessa emozione che mi provoca lo champagne: un tappo che salta e tante bollicine, eleganti ma rarefatte, nel loro immediato dissolversi in coppa; o la nouvelle cousine: raffinata, sofisticata certo, ma la fame resta.

Quando vedevo ballare Nureyev o anche Baryshnikov (fuoriusciti dall’Urss, certo, e traditori del proletariato, ma qui non vorrei farne una questione politica!) – l’uno più potente e intenso, l’altro più tecnico ed elegante – sentivo, col primo, scendere il vino ricavato dall’uva baciata dal sole del sud: un Taurasi o un Sirah, bevuti su una meravigliosa pasta e fagioli. Col secondo un Brunello di Montalcino, ad accompagnare una splendida braciata.

Si trattava, dunque, di vibrazioni forti, dionisiache, che scuotevano i sensi e l’intelligenza, facendomi varcare la soglia degli inferi e della Bellezza terrorizzante, o facendomi librare nell’iperuranio dell’immaginazione. Se poi a danzare era Pina (Bausch) non ho dubbi: ad inebriarmi erano la Rivoluzione e la vodka. Quella bevuta d’un fiato dal proletariato russo, su un semplice pirožòk e al gelo delle barricate.

Ma mai, mai gli occhi, in questi tre diversissimi casi, allestivano un semplice schermo per una proiezione danzante, sulle note dell’idillio arcadico. Si facevano, essi, porte d’accesso per una più alta e/o bassa percezione emotiva. Insomma, vedendo danzare Rudolf, Mikhail e Pina non assistevo mai, per fortuna, a vacue, seppur aggraziate, Bolle di sapone!

Fonte
Da un po’ di tempo Facebook funziona in modo strano. Account congelati o cancellati senza apparente motivo, altri inibiti a condividere link o contenuti propri per settimane o mesi. Senza una spiegazione, se non un vago riferimento alle “regole della community”. Senza che venisse nemmeno indicata quale regola fosse stata violata. Insomma: una selezione arbitraria di cosa poteva essere fatto circolare oppure no che ha costretto a individuare nei contenuti stessi la ragione della “censura” feisbukkiana.

Molti hanno a quel punto segnalato che il “blocco” era arrivato subito dopo aver postato o rilanciato notizie provenienti dalla Palestina. Specie dopo le proteste innescate dalla decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, riconoscendo di fatto questa come capitale dello Stato ebraico (uno Stato confessionale, dunque, come l’Arabia Saudita o l’Iran), su cui i palestinesi non dovrebbero più avere pretese.

Poi questa inchiesta di Glenn Greenwald è arrivata a confermare quanto avevamo cominciato a sospettare.

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Già a settembre 2016 avevamo evidenziato che alcuni rappresentanti della piattaforma Facebook stavano incontrando alcuni delegati del governo Israeliano, per stabilire la cancellazione di un numero di account palestinesi accusati di “sobillazione”. I meeting erano stati richiesti e presieduti dal ministro per la giustizia Ayelet Shaked, (membro della Knesset per il partito di estrema destra sionista The Jewish Home ndr) uno dei politici Israeliani fra i più estremisti ed autoritari, sostenitrice dell’occupazione israeliana e a favore della crescita delle colonie nella zona dei Territori Occupati; in linea con l’arroganza che lo contraddistingue, e con la quale si muove negli ultimi anni, il Governo di Israele, minacciò all’epoca la piattaforma di social media: se avesse volontariamente mancato di rispettare l’ordine di rimozione degli account, non rispettando le leggi che regolamentano Facebook ed altre piattaforme digitali, quest’ultima sarebbe stata severamente multata o avrebbe perfino rischiato di essere sospesa nel Paese.

Gli effetti prevedibili di questi incontri, ora sono chiari e anche ben documentati; da quel momento, su Facebook si è scatenata la furia censoria nei confronti di tutti quegli attivisti palestinesi che protestano contro l’illegale e pluridecennale occupazione dei loro territori, diretta e determinata dalla politica israeliana. Per dirla tutta, i politici israeliani si sono anche vantati pubblicamente dell’obbedienza dimostrata da Facebook, dopo aver ricevuto le richieste di censura. Questa la dichiarazione ai media:

Il Ministro della Giustizia Israeliano Ayelet Shaked, all’inizio del mese scorso, subito dopo la diffusione della notizia dell’accordo fra il governo israeliano e Facebook, ha dichiarato che nei quattro mesi precedenti, Tel Aviv aveva già sottoposto 158 richieste di sospensione al gigante dei social media, chiedendo esplicitamente di rimuovere il contenuto dei post che riteneva essere potenzialmente “sobillatorio”, che poteva incitare alla ribellione. Il Ministro afferma che Facebook ha garantito che sarebbero state evase il 95% delle richieste: e così è stato.

E’ tutto vero. La sottomissione ai dettami di Israele sembra essere veramente invalicabile, troppo difficile da superare. Come ha avuto modo di scrivere il New York Times lo scorso anno, “Le agenzie di sicurezza israeliane monitorano Facebook e trasmettono al Governo i post che loro considerano di incitamento alla ribellione pubblicati dalla piattaforma di social media. La compagnia ha reagito semplicemente rimuovendo la maggior parte di quei post.”

Ciò che rende questo tipo di censura particolarmente significativo è che “il 96% dei palestinesi dichiara che l’uso che loro fanno di Facebook è esclusivamente per tenersi ben informati.” Così facendo Israele ha accesso e riesce a controllare un forum-chiave per la comunicazione dei palestinesi.

The Independent nelle settimane seguenti gli incontri Facebook/governo di Israele, riportava che “il Palestinian Information Center” (Organizzazione di informazione indipendente palestinese dal 1997 ndr) riferiva che almeno 10 dei loro account relativi ad altrettanti amministratori di pagine Facebook in lingua araba o inglese – seguite da più di 2 milioni di persone – erano stati sospesi, sette dei quali in modo permanente, ed affermano che questo è il risultato delle nuove misure messe in atto sulla scia di quello che è scaturito proprio dagli incontri Israele/Facebook.” A marzo scorso la piattaforma di social media ha chiuso, anche se per breve tempo, la pagina di Fatah (partito politico palestinese ndr) seguita da milioni di utenti, “a causa di un post in cui, in una vecchia foto, era ritratto l’ex leader Yasser Arafat che imbracciava un fucile.”

Un report del 2016 del Centro Palestinese per lo sviluppo e la libertà di comunicazione ha esaminato nel dettaglio quanto sia estesa la censura su Facebook:
Pagine ed account personali che sono stati filtrati o bloccati: Palestinian Dialogue Network (PALDF.net), Gaza now, Jerusalem News Network, Shihab agency, Radio Bethlehem 2000, Orient Radio Network, la pagina Mesh Heck, Ramallah News, la pagina del giornalista Huzaifa Jamous della testata Abu Dis, quella degli attivisti Qassam Bedier e Mohammed Ghannam, del giornalista Kamel Jbeil, nonché quella degli amministratori della pagina Al Quds. Si sono visti bloccare l’ account Abdel-Qader al-Titi, un leader molto attivo, e il giovane attivista Hussein Shajaeih; sono stati riattivati gli accounts di Ramah Mubarak, Ahmed Abdel Aal mentre risultano ancora bloccati quelli di Mohammad Za’anin, Amer Abu Arafa e Abdulrahman al-Kahlout.
Ovviamente, gli israeliani hanno carta bianca nel postare qualsiasi cosa vogliano sui palestinesi. Appelli di israeliani che plaudono all’omicidio di palestinesi inermi sono all’ordine del giorno su Facebook, e rimangono perlopiù indisturbati.

Secondo quello che lo scorso anno ha riportato Al Jazeera “un post provocatorio in lingua ebraica... attrae molto meno l‘attenzione delle autorità governative israeliane o di Facebook stesso.” Uno studio ha provato che ben “122.000 utenti hanno usato esplicitamente parole con accezione violenta come ‘omicidio’, ‘uccidere’, o ‘bruciare’, e gli arabi erano i destinatari n°1 di commenti carichi di odio.” Nonostante ciò Facebook non sembra aver fatto alcuno sforzo per censurare commenti di questo tipo.

Sebbene alcuni dei commenti più provocatori o espliciti che richiamino all’omicidio vengano talvolta rimossi, Facebook permette che prosperino sempre di più commenti estremistici che incitano all’odio verso i palestinesi. Proprio il leader israeliano, Benjamin Netanyahu ha spesso usato i social media per postare ciò che altro non è, se non un chiaro incitamento alla violenza contro il popolo palestinese in generale. Invece della rimozione attiva dei post contro i palestinesi, assistiamo ad un proliferare di commenti di questo tipo, violenti o di incitazione all’omicidio e all’odio, ed è impensabile confidare che Facebook possa mai usare il suo potere censorio contro personaggi di spicco, o influenti, del calibro di Netanyahu o altri ancora. In realtà, come l’emittente araba Al Jazeera ha dichiarato senza troppi giri di parole, “evidentemente Facebook, non ha mai incontrato alcun leader palestinese con il quale discutere questi argomenti.”

E ora Facebook sembra ammettere esplicitamente che vorrebbe eseguire anche le richieste di censura da parte del governo USA. Nei primi giorni della settimana scorsa, la compagnia ha cancellato gli account Instagram e Facebook di Ramzan Kadyrov, il violento ed autoritario leader ceceno il quale, complessivamente, aveva collezionato ben 4 milioni di follower. Per dirla in modo blando Kadyrov – a cui è stata data carta bianca per controllare l’area in cambio di una cieca lealtà al governo moscovita – è proprio l’ opposto di una figura simpatica: è stato accusato, sembra con ragionevolezza, di un gran numero di orribili violazioni dei diritti umani, dalla tortura alla detenzione abusiva di persone appartenenti a gruppi LGBT, fino al rapimento di dissidenti ed alla loro uccisione.

Tutto ciò, è comunque nulla a paragone della motivazione, inquietante, ma soprattutto imprudente, che la piattaforma social ha addotto per giustificare la chiusura dei suoi accounts: un portavoce, in rappresentanza della piattaforma di Zuckerberg, ha dichiarato al NYT che la compagnia aveva cancellato gli account, non perché Kadyrov è un tiranno ed un omicida plurimo, ma che “gli accounts di Mr. Kadyrov erano stati disattivati perché il suo nome era stato aggiunto ad una lista ‘nera’ di personaggi da sanzionare redatta dagli USA, e che quindi la compagnia era obbligata ad agire in quel modo, per legge.”

Come nota il Times, questa motivazione appare molto sospetta o, almeno, applicata un poco incoerentemente: altri personaggi, ad esempio il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, che è sulla stessa lista, è tuttora attivo, sia su Fb che su Instagram. Fermiamoci però, solo per un attimo, a considerare le implicazioni, incredibilmente sinistre, delle richieste fatte a Fb.

Quello che si vuol fare percepire è ovvio: il governo USA – il che vuol dire, al momento l’ amministrazione Trump – ha il potere, unilaterale ed allo stesso tempo senza controllo alcuno, di imporre la rimozione di chiunque da Fb e da Instagram, includendo semplicemente queste persone in una lista sanzionatoria. C’è veramente qualcuno che crede che questa sia una conclusione accettabile? Chi darebbe credito all’amministrazione Trump – o ad una qualsiasi altra amministrazione o governo – se costringesse le piattaforme dei social media a cancellare e bloccare qualsiasi persona che quest’ultima vorrebbe ridurre al silenzio? Come ha già avuto modo di dichiarare al Times Jennifer Granick, responsabile per la cyber-sicurezza e la sorveglianza della o.n.g. ACLU (American Civil Liberties Union):
“Non esiste ancora una legge scritta e specifica, né sembra essere neanche appena accennato un provvedimento che affronti situazioni speciali, nelle quali sia legittimo o idoneo reprimere la libertà di parola... questa legge sulle sanzioni è stata usata altre volte per sopprimere la libertà di parola, e con troppo poca considerazione dei valori della libera espressione e dei rischi particolari legati alla sua soppressione; al contrario di come è stata invece usata troppo raramente per bloccare giri di affari (illeciti diremmo noi) o fondi (sempre illeciti), ragioni principali per le quali era stata concepita in origine.

Questo è il vero problema.”
La politica di Facebook, bloccare le persone sanzionate dalla sua piattaforma, è, infine, applicata a tutti i governi, indiscutibilmente? Ovviamente, no. Va da solo che, se, diciamo, l’Iran decidesse di imporre delle sanzioni nei confronti di Chuck Schumer (senatore del Partito Democratico per lo stato di New York ndr) per il suo supporto alla politica di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato di Israele, Facebook, non cancellerebbe mai gli accounts del leader di minoranza del Partito Democratico al Senato – come non lo farebbe per gli accounts dei funzionari israeliani che incitano alla violenza contro i palestinesi o che sono sanzionati dai funzionari palestinesi. Proprio il mese scorso la Russia ha annunciato sanzioni per rappresaglia nei confronti di vari funzionari e membri dell’esecutivo del governo canadese, ma non c’è neanche bisogno di dirlo, Facebook, non ha fatto un passo per censurarli o anche solo per bloccarne i loro account.

Allo stesso modo, Facebook, oserebbe mai censurare politici o giornalisti americani che usano i social media per istigare alla violenza contro i nemici dell’America? Come si dice... Fatevi una domanda e datevi una risposta.

Come sempre, e questo è vero anche per la censura, c’è uno, ed un solo principio che accompagna tutto questo: il potere. Facebook si sottometterà ed obbedirà alle richieste di censura dei governi e dei funzionari, che in realtà esercitano potere su di esso, ed ignorerà quelli che non lo fanno. Ecco perché nemici dichiarati dei governi USA e di Israele sono vulnerabili alle misure di censura da parte di Facebook, mentre funzionari USA ed Israeliani non lo sono.

Tutto ciò dimostra che esistono gravi pericoli dietro l’uso della censura da parte dello Stato, ma che comunque, le richieste che vengono fatte ai giganti della Silicon Valley vengono eseguite alla lettera, e viene sempre più spesso richiesto di censurare le cosiddette “cattive opinioni”.

Richieste di censura statale sono spesso dettate da buone intenzioni – ad esempio dal desiderio di proteggere gruppi marginalizzati, dai pericoli insiti nei “discorsi d’incitamento all’odio” fatti nei social – ma presumibilmente vengono con più facilità utilizzati contro questi gruppi ai margini della società; si finisce quindi per censurarli piuttosto che proteggerli. Basta soltanto riflettere su come vengono usate le leggi contro l’incitamento all’odio in Europa, o nei campus universitari americani, per accorgersi che le vittime della censura sono molto spesso oppositori delle guerre in Europa, o attivisti contro l’occupazione israeliana, fino a colpire addirittura i sostenitori o i rappresentanti stessi per i diritti delle minoranze.

Se lo si desidera, possiamo anche crearci un mondo fantastico in cui i dirigenti della Silicon Valley utilizzano il loro potere per proteggere gli emarginati nel mondo, preferendo censurare coloro che li vorrebbero minacciare; ma nel mondo reale, questo non è altro che un sogno irraggiungibile, è solo mero fantasticare. Proprio come vogliono i Governi del pianeta, queste compagnie useranno il loro potere censorio servilmente, per operare nel bene dei potenti, non per danneggiare i gruppi, o le fazioni più potenti al mondo.

Proprio come ci si può rallegrare per un atto censorio nei confronti di qualcuno che non ci piace, senza soffermarsi a riflettere sulle conseguenze a lungo termine del principio che ha portato a questa scelta, che l’ha ratificata, così si può esultare per la sparizione di un mostro ceceno da Facebook od Instagram. Ma il social media ti sta dicendo esplicitamente che, la ragione per le proprie azioni risiede nel fatto che sta obbedendo ai provvedimenti legislativi americani riguardo chi deve essere evitato, cancellato, e chi no.

E’ duro accettare che la visione ideale di Internet che ha ciascuno di noi, ha in sé l’attribuzione del potere nelle mani di un governo USA, o di uno israeliano, o di altri poteri mondiali, idonea a decidere chi ha il diritto di essere ascoltato o chi si merita di essere soppresso.

Purtroppo sempre più spesso, quando ci appelliamo alle compagnie di Internet per chiedere la nostra tutela, questo è esattamente quello che succede.

* The Intercept.com 30 Dicembre, 2017

(traduzione di Francesco Spataro)


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