Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/05/2021

Ombre rosse. L’arresto degli esuli politici italiani degli anni ‘70

È stato un lapsus del poliziotto inconsapevole o uno scherzo perverso dei rappresentanti di uno Stato italiano che non smetterà mai di far pagare la paura che una parte della sua popolazione gli ha provocato alla fine del dopoguerra?

L’operazione congiunta delle forze di polizia francesi e italiane, che ha preso di mira dieci rifugiati politici italiani, aveva il nome in codice “Ombre rosse”. Questo è il titolo esatto in francese – “L’ombre rouge” – del secondo romanzo poliziesco di Cesare Battisti, pubblicato nel 1994 (Gallimard, Serie Noire), ambientato sullo sfondo della situazione di questi superstiti della latente guerra civile degli anni ‘60 e ‘70.

Al bisogno di una postura “antiterrorista” inerente a uno Stato francese incapace di affrontare le ragioni sistemiche del terrorismo jihadista individuale si è aggiunto – come spiega Alessandro Stella di seguito – il bisogno sempre rinnovato dello Stato italiano di cancellare la “traccia rossa” del più grande e duraturo movimento sociale del dopoguerra in Occidente.

La guerra della memoria non è che un episodio della guerra sociale. Come ha dimostrato il bellissimo, combattivo e applaudito corteo della manifestazione parigina del Primo Maggio, la lotta per la libertà dei nostri compagni è appena iniziata.

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L’operazione che ha portato, il 28 aprile 2021 a Parigi, all’arresto di dieci ex militanti rivoluzionari italiani degli anni ‘70, è stata chiamata dalla polizia francese e italiana “Ombres Rouges”. Gli arresti sono stati effettuati nelle prime ore del mattino dalle forze speciali della polizia antiterrorismo francese, assistite dai loro colleghi italiani. Un’idea probabilmente presa dalla cultura poliziesca, con John Wayne contro i “cattivi pellerossa”.

Termini che si riferiscono a immagini scure, inquietanti, dove l’ombra assume il colore del rosso, del sangue. Un’immagine e una definizione che dice molto sul pensiero degli ispiratori politici di questa operazione di polizia.

Qual è lo scopo politico dei governi italiano e francese nel dare la caccia agli ex rivoluzionari che avevano consegnato le armi e vissuto normalmente in Francia per decenni, 40 o anche 50 anni dopo i fatti, promettendo loro che avrebbero finito gli ultimi anni della propria vita in prigione?

Per 40 anni, tutti i governi italiani, di destra e di sinistra, hanno fatto dello spettro del ritorno del “terrorismo rosso” il mezzo di controllo e di repressione di ogni movimento di protesta sociale, di ogni forma di lotta collettiva antisistema.

Una bandiera rossa sventolata permanentemente dai governanti davanti agli occhi dell’opinione pubblica, ricordando loro “gli anni di piombo”, che è diventata sinonimo nella narrativa dei vincitori di un periodo oscuro e omicida, durante il quale il colore rosso delle bandiere comuniste aveva macchiato crimini e delitti.

Uno spettro che infesta il sonno di tutti i buonisti italiani, di tutti i sostenitori dell’ordine immutabile della società, di tutti i sostenitori dell’ordine di polizia, dell’autorità dello Stato, dell’autorità stessa. Uno spettro incarnato da donne e uomini chiamati Marina, Enzo, Roberta, Giovanni, Giorgio, Raffaele, Maurizio, Luigi, Narciso, Sergio.

Tutti loro hanno ormai più di 65 anni e, dopo una gioventù vissuta a tutta velocità all’inseguimento di sogni rivoluzionari, hanno dovuto rassegnarsi a una vita ordinaria fatta di lavoro, preoccupazioni, amore, piccoli piaceri e routine. Persone con un percorso di vita ricco e complesso, che non può essere ridotto a pochi anni della loro vita, e tanto meno a qualche episodio di lotta armata a cui sono accusati di aver partecipato.

Donne e uomini presentati come simboli da abbattere dagli Stati e dalle loro forze di polizia, preoccupati delle loro strategie e senza alcuna remora per il destino di reclusione fino alla morte promesso a queste persone.

La storia dei vincitori di questo “embrione di guerra civile” – come disse Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica e ministro dell’Interno nel 1977-78 – è servita per 40 anni a installare una pedagogia della paura tra la popolazione italiana, costruita sulla fantasia del ritorno delle Brigate Rosse o dei loro emulatori.

Una macchina politica ben servita dai media, dai giudici, dalla polizia, e che ha plasmato il pensiero conformista di milioni di italiani che oggi plaudono alla cattura e al confino in regime punitivo fino al sadismo del “mostro” Cesare Battisti. Una macchina di influenza psicologica di massa che rende ripugnante il ricordo stesso degli anni ‘70.

Una macchina che è diventata sistematica, basata su una narrazione storica distorta e partigiana. Perché cancella e vuole far dimenticare che gli anni ‘70 sono stati prima di tutto anni di grandi lotte sociali e di sperimentazione di nuove forme di relazioni tra le persone, di lotte internazionaliste, antimilitariste, antiautoritarie e infine femministe e LGBT.

Anni in cui la bandiera rossa aveva i colori della rivoluzione proletaria e della libertà. Dietro il quale marciavano milioni di vecchi lavoratori comunisti e milioni di giovani proletari alla ricerca di un mondo migliore. Durante il lungo maggio ‘68 italiano, l’uso delle armi da parte di migliaia di militanti rivoluzionari fu solo la punta di un iceberg, solo una parte di un insieme di lotte che utilizzavano altre armi, dagli scioperi alle occupazioni, dalle manifestazioni agli esperimenti di autogestione.

Nella narrazione dei vincitori, il vasto movimento rivoluzionario attivo nell’Italia degli anni ‘70 è dipinto come una lunga serie di uccisioni senza motivo da parte di attivisti di estrema sinistra in nome di un’ideologia passata.

Mentre la storia ci dice che, molto prima che qualche attivista rivoluzionario uccidesse qualcuno, circa duecento manifestanti erano stati uccisi dalla polizia dal 1948.

Il primo omicidio commesso da attivisti rivoluzionari, quello del commissario Luigi Calabresi, è emblematico. Fu ucciso la mattina del 17 maggio 1972 da un commando del gruppo Lotta Continua (uno dei compagni di cui l’Italia chiede oggi l’estradizione, Giorgio Pietrostefani, è stato condannato per questo), che stava facendo quello che milioni di italiani chiedevano da tre anni.

Il commissario Calabresi fu responsabile dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico milanese, ingiustamente arrestato e accusato di aver messo la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Una bomba che causò la morte di 17 persone, e che fu di fatto l’opera di gruppi fascisti alleati a poliziotti e militari di ideologia fascista, attuando una strategia di tensione con un obiettivo anticomunista e di governo dell’Ordine.

L’omicidio del commissario Calabresi è stato quindi un omicidio politico, una risposta alla violenza della polizia e dello Stato, l’attuazione di una volontà popolare allora ampiamente condivisa. Va anche sottolineato che questo è stato l’unico omicidio commesso da attivisti di Lotta Continua, che stavano anche conducendo lotte all’interno delle fabbriche (Fiat in particolare), nei quartieri popolari e nelle università, nelle caserme e nei porti.

Gli anni ‘70 in Italia, che il pensiero dominante vorrebbe ridurre a immagini di morte, furono anni di entusiasmo rivoluzionario condiviso da milioni di persone e declinato in mille iniziative che propugnavano il cambiamento dell’intero sistema di oppressione. È un periodo di insubordinazione e di protesta generalizzata – contro tutti i pilastri dello Stato capitalista – che i governanti politici ed economici temono, e sono queste immagini di rivolta che tormentano le loro menti.

Per il governo francese e il Presidente Macron, che hanno sigillato questo scellerato patto di estradizione sulla pelle di dieci persone, lo spettro da scacciare sarebbe piuttosto quello delle “ombre gialle”. Il colore può cambiare, ma nel mirino ci sono sempre i movimenti sociali incontrollabili.

Dopo un’ondata crescente di insurrezione antisistema ai quattro angoli della Francia, di diffusione e condivisione di esperienze collettive di auto-organizzazione, di sfida allo Stato, alle gerarchie, ai partiti e alla democrazia rappresentativa, la repressione feroce che lo Stato e i suoi poliziotti hanno esercitato contro i Gilets Jaunes ha finalmente frenato il movimento.

Il regime di paura messo in atto dallo Stato, con LBD, granate, colpi di manganello, fermi di polizia, prigione, ha finito per assottigliare le file dei Gilets Jaunes e sgonfiare il movimento. Ma i dirigenti dello Stato francese sanno perfettamente che tutte le cause dell’esplosione della rabbia popolare sotto i colori dei “gilet gialli” sono ancora lì, e persino aggravate dalla crisi di Covid.

Sanno che nonostante il lockdown, il coprifuoco, lo stato di emergenza e tutto l’arsenale giuridico-poliziesco messo in atto dallo Stato per difendersi dai proletari in rivolta, la brace rimane calda. E hanno paura che le “ombre gialle” tornino a turbare la dolce vita della borghesia nei quartieri alti, a marciare sugli Champs Élysées invece di leccare le finestre.

Temono che invece di aspettare in depressione le prossime elezioni, i Gilets Jaunes riprendano l’autogestione in ogni villaggio, ogni quartiere, ogni incrocio, collettivamente, senza leader, senza gerarchia di sorta, costruendo quotidianamente un mondo socialmente vivibile.

In rosso o in un altro colore, uno spettro infesta l’Italia, la Francia, il mondo intero: lo spettro della Comune, del comunismo.

Da Lundimatin. Alessandro Stella è stato membro di Potere Operaio e poi di Autonomia Operaia. Rifugiato in Francia all’inizio degli anni ‘80, è oggi direttore di ricerca in antropologia storica al CNRS e insegna all’EHESS di Parigi. È autore di diversi saggi, tra cui “Années de rêves et de plomb: Des grèves à la lutte armée en Italie (1968-1980)” (Agone, 2016).

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04/05/2021

Colombia - Rivolta popolare e massacro degli attivisti


Cosa succede in Colombia? In fondo audio da Radio Onda d’Urto con intervento di attivisti, giornalisti e Geraldina Colotti.

Sempre più drammatiche, nel totale disinteresse dei media nostrani, le notizie che arrivano dalla Colombia. Dal 28 aprile è in atto uno sciopero generale che ha visto oceaniche manifestazioni nelle grandi città, con epicentro Calì, contro la riforma tributaria annunciata dal governo di Ivan Duque. La riforma, poi accantonata per essere ridiscussa, prevedeva un aumento generalizzato delle tasse sui beni di largo consumo. Questa manovra avrebbe impattato duramente sulle fasce popolari già stremate da crisi, sfruttamento e pandemia. A poco a poco la protesta si è trasformata in una rivolta che covava da tantissimo tempo contro le politiche liberali di Duque. Alla richiesta di ritiro della riforma si sono aggiunte le proteste contro il disastro sanitario, le lotte dei popoli indigeni contro il furto di terra e una generale insoddisfazione verso uno dei governi più corrotti e criminali del paese. Ivan Duque governa la Colombia come delfino dell’ex Presidente Alvaro Uribe il quale ha incitato, nei giorni scorsi, la Polizia e l’esercito (in combutta con le bande paramilitari) a reprimere duramente le proteste. È difficile quantificare il conto dei morti e dei feriti. In questo momento si parla di una trentina di manifestanti uccisi, centinaia di incarcerazioni, violenze diffuse sui manifestanti. Molti risultano scomparsi. In rete ci sono filmati e fotografie che raccontano il massacro.

La Colombia è il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina. È sede di numerosi insediamenti industriali di multinazionali anche italiane. È membro di fatto della NATO. Dalla Colombia partono continuamente aggressioni anche militari al Venezuela gestite e foraggiate direttamente dagli Stati Uniti. Non è difficile capire il perché del silenzio mediatico caduto sul massacro in atto. Massacro che si somma a decenni di politiche criminali, di commistione tra politica e narcotrafficanti, di repressione che colpisce indiscriminatamente attivisti politici e sociali.

Il processo di pace tra Governo e la ex guerriglia comunista delle FARC è praticamente stato sepolto da una serie di omicidi politici nei confronti degli ex guerriglieri che hanno deposto le armi. Una parte consistente delle ex FARC si è ritirata dal processo di pace e ha ripreso la lotta armata di difesa. Il secondo gruppo guerrigliero ELN non ha mai deposto le armi.

L’Unione Europea, gli Stati Uniti, l’ONU dichiarano con sprezzo del ridicolo di essere preoccupati. Ma nei confronti della Colombia e dei suoi governi sono sempre stati complici o mandanti.

La rivolta è ancora in atto al grido di Duque vattene. A chi si ribella contro questo regime, a coloro che sostengono la lotta sociale dentro e fuori del paese sudamericano va tutta la nostra solidarietà militante.

Le lotte in Colombia, sono parte integrante di una ripresa generale della lotta di classe in America Latina. Come in Cile dove i manifestanti non si accontentano di bloccare le riforme di Pinera ma vogliono andare fino in fondo riformando lo stato e liberandolo definitivamente dall’eredità del regime fascista di Pinochet. Come in Bolivia dove la lotta operaia e popolare ha sconfitto il golpe riportando al governo il MAS. Come in Venezuela, come a Cuba dove le masse popolari sostengono i propri governi socialisti e si organizzano contro i colpi di stato, si autorganizzano per realizzare i compiti e i doveri delle rivoluzioni popolari. Come in Perù dove tra qualche mese potrebbe diventare Presidente, Pedro Castillo, un maestro elementare che dichiara di ispirarsi a Fidel Castro e Chavez.

Lotte che, in un mondo sempre più interconnesso, ci riguardano da vicino e vanno sostenute fino in fondo.

Collettivo Comunista Genova City Strike-NST

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I lavoratori della Fedex/Tnt occupano la sede nazionale del Pd a Roma

Questa mattina una delegazione di massa di lavoratori della Fedex/Tnt licenziati è entrato nella sede nazionale del Pd nel centro di Roma chiedendo di essere ricevuti dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, incontro poi ottenuto alle 11,30. Dopo di che sono partiti in corteo verso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Da più di un mese la multinazionale americana Fedex ha chiuso unilateralmente il sito di Piacenza, mettendo per strada 280 lavoratori con annesse famiglie.

“Stamattina i lavoratori FedEx, assieme ai disoccupati 7 novembre di Napoli e ai lavoratori della manutenzione stradale della Campania, hanno occupato per più di un’ora la sede del Nazareno, stanchi delle prese in giro del ministro del lavoro Orlando e del Mise, dai quali si attendono da tempo risposte concrete, a partire dalla riapertura immediata del sito FedEx di Piacenza. Poco fa è stato strappato un tavolo col Ministro Orlando. Ora un corteo di circa 500 tra lavoratori e disoccupati si sta dirigendo al ministero del lavoro. Solo la lotta paga!”, scrive in un comunicato il Si Cobas.

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Egitto - La Francia vende al Cairo 30 Rafale

di Chiara Cruciati

Dopotutto Emmanuel Macron lo aveva detto chiaramente lo scorso dicembre, mentre accoglieva all’Eliseo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e lo investiva della prestigiosa Legion d’Onore francese: i diritti umani non possono condizionare gli affari.

Appena dieci giorni dopo la visita, il 18 dicembre 2020, l’Europarlamento votava con 434 sì una risoluzione storica che superava tutte le precedenti sull’attuale situazione egiziana: i parlamentari Ue chiedevano a Stati membri e istituzioni europee di interrompere la vendita di armi all’Egitto e di prevedere sanzioni per i responsabili di violazioni dei diritti umani.

Parigi, come tanti altri paesi, tra cui l’Italia, non ha colto il messaggio. Oggi il ministero della Difesa egiziano, mentre una delegazione egiziana arrivava in territorio francese, ha annunciato in un comunicato il raggiungimento di un accordo con la Francia per l’acquisto di 30 jet Rafale, dal valore totale di 4,5 miliardi di dollari. Ai jet si aggiungono contratti per missili Mbda e altro equipaggiamento militare per altri 241 milioni. 

Il dicastero ha aggiunto che l’acquisto sarà pagato con un prestito di dieci anni: secondo il sito Disclose, l’85% sarà coperto dallo Stato francese attraverso BNP Paribas SA, Credit Agricole, Societe Generale e CIC. Di fatto una situazione molto simile a quella italo-egiziana, con le due fregate Fremm di Fincantieri, entrambe già nelle mani del regime, il cui acquisto (circa 1.5 miliardi di euro) è stato coperto almeno per metà da una rete di banche e istituzioni finanziarie – Cassa Depositi e Prestiti, Sace, Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas e Santander.

Perché, di fatto, l’Egitto che compra armi come fossero caramelle, non è un paese ricco. La sua popolazione è sempre più povera (il 30% degli egiziani vive sotto la soglia di povertà, un altro 30% poco al di sopra) e il regime continua a investire miliardi di dollari in mega progetti infrastrutturali e nel suo arsenale militare mentre le fabbriche chiudono e gli ospedali affrontano l’epidemia di Covid quasi a mani nude.

Immediata è stata la reazione di Human Rights Watch Francia: “Firmando un mega-contratto con il governo di al-Sisi – ha detto il direttore della ‘filiale’ francese di Hrw, Benedicte Jeannerod – mentre quest’ultimo presiede la peggiore repressione degli ultimi decenni in Egitto, lo sradicamento della comunità dei diritti umani nel paese e gravissime violazioni dietro il pretesto di combattere il terrorismo, la Francia sta solo incoraggiando questa brutale repressione”.

La risposta l’aveva data lo stesso presidente Macron a inizio dicembre quando, insieme ad altri funzionari governativi, ripeteva che per essere efficaci nel migliorare la situazione egiziana è molto meglio criticare dietro le quinte, caso per caso, piuttosto che esporre l’Egitto alla gogna internazionale e punirlo per le sue azioni. Una politica molto simile a quella italiana: davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlò, nel giugno 2020, di business per la verità. Ovvero restare amici del Cairo tramite affari succulenti sperando così di poter fare pressione sul fronte dei diritti umani.

Una strategia bislacca che nella storia non ha mai funzionato. Lo dimostrano, a distanza di anni, i 60mila prigionieri politici che restano dietro le sbarre, l’agonia di Patrick Zaki e la mancata verità per Giulio Regeni.

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Maledetti assassini!

Luana era operaia, aveva 22 anni e lavorava in una fabbrica tessile di Montemurlo in Toscana. È stata risucchiata dal macchinario e straziata. Una morte atroce, un delitto che poteva essere evitato, perché da cento anni esistono le norme ed i dispositivi di sicurezza per impedire che le macchine divorino gli operai.

Se Luana è finita negli ingranaggi che l’hanno dilaniata vuol dire che quelle norme e quei dispositivi non erano in funzione, per mancata manutenzione o per ritmi e organizzazione del lavoro di lavoro incompatibili con la sicurezza.

Non si scappa: se i macchinari ed il lavoro sono sicuri, un operaio neppure volontariamente potrebbe farsi male; se invece questo accade, vuol dire che la tutela della sua salute e della sua vita non è prevista.

Di questo sono sicuro: le macchine mangiano gli operai perché il profitto mangia ogni diritto di chi lavora, anche quello alla vita.

In Italia c’è una strage continua di lavoratrici e lavoratori, con il Covid, anche con tante attività ferme, questa strage si è fatta ancora più mostruosa. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi, nelle strade ogni giorno si rischia la vita per pochi soldi e tanto profitto, tutti lo sanno ma “va bene così”.

Se le istituzioni facessero il loro dovere tanti luoghi di lavoro dovrebbero essere fermati dalle pubbliche autorità perché insicuri. Ma questo non avviene, e non solo perché il personale per le ispezioni nei luoghi di lavoro è stato vergognosamente tagliato dai governi. Ma perché le ispezioni non si fanno o sono finte, perché così vogliono le autorità, per “non danneggiare la produzione”.

D’altra parte chi denuncia il rischio della vita al lavoro viene licenziato, come all’ex Ilva, e la maggioranza del mondo sindacale, accetta, subisce o è complice.

Al lavoro sono state tolte quelle libertà costituzionali che ancora vengono formalmente proclamate e che servono alle persone per difendersi; togliere l’articolo 18 è stato un crimine contro la salute e la vita di chi lavora. “Hai un lavoro, accontentati, non puoi anche pretendere di avere dei diritti. O mangi la minestra o salti dalla finestra”. E la finestra è una macchina che ti divora.

Questo è un sistema che uccide chi lavora; e che dopo le solite lacrime di coccodrillo per Luana tornerà a massacrare come prima. Il PIL innanzitutto.

Draghi ha detto che il problema principale è la “produttività del lavoro” e così non un centesimo del miliardario PNRR è dedicato alla sicurezza delle fabbriche. Non di quelle ipertecnologiche del futuro, ma di quelle attuali dove un’operaia tessile muore come nell’Ottocento.

La Confindustria è sempre lì a chiedere meno regole, sennò non si può produrre in modo competitivo. E “pazienza se qualche anziano muore”, aveva detto uno di loro.

Luana aveva 22 anni. Ci sono solo due parole da dire ora: maledetti assassini.

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«Un attentato quasi terroristico»

Negli ultimi decenni vi sono stati, in Italia, numerosi attacchi armati contro persone dalla pelle scura per la sola ragione del loro apparire “stranieri” o “immigrati”. Tra i casi più eclatanti, la strage camorristica di Castel Volturno nel 2008, dove persero la vita sei giovani uomini africani, e l’uccisione di Samb Modou e Diop Mor nel 2011 a Firenze per mano di un militante neofascista.

Razzismo, xenofobia, nazionalismo, definiscono e delimitano il discorso politico che sottende questi eventi, e che in vario modo li ispira. È un discorso che attraversa la storia italiana dell’ultimo secolo, prima, durante e dopo il fascismo, e che, purtroppo, non è circoscritto all’estrema destra o alla destra del panorama politico nazionale.

Una conferma di questo arriva dall’osservazione ravvicinata di un caso recente, drammatico quanto gli altri, ma che per fortuna non ha provocato vittime.

Il 3 febbraio 2018 Luca Traini, 28 anni, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali, raggiunge in auto il centro di Macerata e spara contro dei perfetti sconosciuti, scelti solo per il colore della loro pelle e il fatto di trovarsi in una parte della città frequentata da immigrati di origine africana. Ne ferisce sei.

Si sposta in altre zone, spara contro negozi e la sede locale del PD. Nella città si vivono momenti di terrore, al punto che il sindaco sospende la circolazione degli autobus e invita la cittadinanza a chiudersi in casa. Al momento dell’arresto, Traini, si avvolgerà in una bandiera italiana e farà il saluto fascista.

L’attentato di Macerata è oggetto di uno studio a più mani, curato da Marcello Maneri e Fabio Quassoli (Un attentato “quasi terroristico”. Macerata 2018: il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media, Carocci, 2020) volto a comprendere le modalità in cui questo evento è stato trattato dai mass media e sui social media.

L’analisi è doverosa, perché l’attenzione pubblica alla vicenda ha trasformato il gesto di Traini in un “evento mediale”, ovvero, nelle parole dei curatori, “una storia fortemente simbolica raccontata coralmente dai media facendo ricorso ad archetipi narrativi, che monopolizza l’attenzione del pubblico e mobilita emozioni e idee morali su ciò che la società dovrebbe o non dovrebbe essere” (pag 12).

Il libro è strutturato in sei capitoli che prendono in esame l’uso di Twitter e la sfera pubblica; l’attentato di Macerata nei quotidiani; i telegiornali; le junk news e la manifestazione antifascista; il discorso razzista nei media italiani; e le voci di Wikipedia sull’attentato.

Uno dei temi centrali del libro è la comprensione del funzionamento della sfera pubblica in un’epoca in cui i social media rivestono un ruolo di crescente importanza nella formazione dell’opinione pubblica.

In questo senso, la situazione è completamente diversa rispetto ad appena cinque o dieci anni prima. Un secondo tema che attraversa il libro e ne giustifica il titolo è la ritrosia dei mass media e dei leader politici ad utilizzare la definizione di “terrorismo” per questo attentato.

Perché, pur di fronte all’evidenza (attacco armato contro popolazione civile, in pieno giorno, nel centro di una città), le autorità politiche sono state caute nel definirlo per quello che era? La stessa cautela si riflette nella generalità dei quotidiani e dei telegiornali, che anche quando riferiscono del profilo neofascista dell’autore, e sottolineano le motivazioni razziste del suo gesto, tendono ad “umanizzarlo” con riferimenti alle sue precarie condizioni lavorative e relazionali, al suo stato mentale.

Ricorrente è la spiegazione dell’attentato come apparente vendetta per l’uccisione di una ragazza italiana per mano di un immigrato nigeriano, avvenuta a Macerata nei giorni precedenti l’attentato. La stessa attenzione viene negata alle vittime della tentata strage, che la maggioranza dei mass media non cita nemmeno per nome.

L’incombente campagna elettorale fa da sfondo a questa narrazione mediatica, che dà risalto ai commenti dei politici come interpreti privilegiati degli eventi.

In una sorta di gioco di rimpallo auto-riflettente con i mass media dominanti, il governo di centro-sinistra condanna ma senza esporsi. Il presidente del consiglio non visita le vittime, e i partiti della maggioranza, in primis il PD, negheranno l’adesione alla manifestazione anti-razzista e anti-fascista organizzata da vari gruppi di base nei giorni successivi.

L’effetto è quello di uno sforzo, nemmeno tanto velato, di comprensione delle condizioni in cui il carnefice è diventato tale. Le vittime, gli immigrati, appaiono come la causa scatenante, i portatori di colpa. Il messaggio xenofobo di Salvini, rilanciato per mesi e anni attraverso ogni media, è diventato discorso popolare, si è fatto “senso comune”.

Quale ruolo giocano i social media in questo scenario apparentemente egemonico, dove il centro-sinistra vira verso il centro e si confonde con la destra, applaudito dai mass media per il suo “buonsenso”?

È indubbio che, con la rivoluzione digitale e l’affermarsi dei social media, i media tradizionali hanno visto ridimensionarsi il loro ruolo di gatekeeper del ciclo informativo. Con la moltiplicazione di opportunità per produrre e distribuire contenuti comunicativi la posizione dominante dei mass media tradizionali è venuta meno.

Tuttavia, ciò su cui gli studiosi non concordano è il livello di influenza reale esercitato dai nuovi media e dai social media sulla produzione di significato, e il loro ruolo nell’arena pubblica.

Il libro curato da Maneri e Quassoli offre un’analisi nitida e preziosa, basata sull’esame dell’evento mediale dell’attentato di Macerata. La loro analisi evidenzia “la persistente influenza dei media tradizionali e degli esponenti politici a cui i primi fanno da cassa di risonanza nel condizionare la sfera pubblica in Italia” (p. 17).

In altre parole, i social media non sono ancora riusciti a spodestare i padroni del vapore, e la loro influenza nel dibattito pubblico, quando c’è, è marginale.

Nei giorni seguenti l’attentato di Macerata, i social media sono l’unico luogo pubblico in cui esso viene definito “un atto terroristico di matrice fascista”. È questo il messaggio di Roberto Saviano, uno dei pochi intellettuali a godere di ampia visibilità pubblica.

Tuttavia la mobilitazione online attorno ai frame “antirazzismo” e “terrorismo” scema nell’arco di pochi giorni, per venire scavalcata, in termini di intensità, dal frame “sicurezza”, veicolato dalle forze politiche e dai media tradizionali.

Nel libro si combina l’osservazione di questo caso con quello dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, che aveva provocato una mobilitazione online senza precedenti, in Francia e in altri Paesi. La conclusione è netta: “Lungi dall’imporre un framing autonomo agli eventi, in entrambi i casi Twitter si è rivelato estremamente permeabile allo stato del dibattito nei media tradizionali e nella politica istituzionale” (p. 35).

L’unica differenza tra i due casi è che mentre in Francia un consenso diffuso sulla definizione dell’attentato ha portato alla celebrazione di un rituale di riparazione (grande manifestazione pubblica), nel caso italiano il conflitto nel definire l’attentato ha impedito un rituale di riparazione ampiamente condiviso. Le logiche politiche, e i calcoli elettorali, hanno prevalso sulla difesa dei principi di convivenza civile.

La rappresentazione dell’Italia che emerge da questo libro è quella di un paese da un lato accondiscendente ai messaggi della destra, anche quella più estrema, e ripiegato nel discorso pubblico su una contrapposizione razzializzante e razzista dell’ immigrato e della persona dalla pelle scura, dall’altro con un panorama mediatico ancorato al sistema tradizionale. In questo senso, l’Italia appare un caso emblematico di quella che Aurelien Mondon e Aaron Winter definiscono “democrazia reazionaria” (Reactionary democracy, Verso, 2020).

A forza di dialogare con razzisti e neofascisti, nel rispetto di un malinteso principio democratico, i liberali e i cosiddetti “moderati” ne hanno non solo legittimato i punti di vista, ma ne hanno facilitato la popolarizzazione.

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Libia - Lo scandalo sotto il tappeto

Mercenari russi, truppe turche e gruppi armati composti da siriani, ciadiani e sudanesi. Secondo le Nazioni Unite erano circa 20 mila i soldati e i mercenari presenti in Libia alla fine del 2020, nessun ritiro è stato rilevato da allora. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto, con una dichiarazione approvata all’unanimità, il ritiro senza ulteriori ritardi di tutte le forze straniere e dei mercenari dalla Libia con il pieno rispetto dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite da parte di tutti gli Stati membri. Secondo gli esperti dell’Onu addetti al controllo, l’embargo dal 2011 è stato regolarmente violato per anni. Le Nazioni Unite hanno accolto comunque con favore il governo transitorio del premier Abdul Hamid Dbeibah, che ha ottenuto la fiducia del Parlamento a Sirte. Un’apertura verso le buone intenzioni espresse dal neonato governo.

Il ritiro di mercenari e stranieri secondo l’inviato Onu nel paese, Jan Kubis, servirà molto per ricostruire l’unità e la sovranità della Libia e sanare le profonde ferite causate da molti anni di conflitti interni e interferenze straniere. Ma non è così semplice e non basterà una risoluzione Onu per raggiungere l’obiettivo. La Libia ospita dieci basi militari completamente o parzialmente occupate dai 20 mila soldati stranieri e mercenari. “Una sconvolgente violazione della sovranità libica” l’ha definita lo scorso dicembre l’inviata Onu “ad interim” in Libia, Stephanie Williams. “Potreste credere – ha detto alle autorità locali – che questi stranieri siano qui come ospiti, ma ora stanno occupando la vostra casa. Questa è una palese violazione dell’embargo sulle armi. Stanno riversando armi nel vostro Paese, un Paese che non ha bisogno di altre armi. Non sono in Libia per i vostri interessi, sono in Libia per i loro interessi”.

Il governo di Abdul Hamid Dbeibah intanto, dopo l’accordo di Sirte – non a caso firmato lungo la linea che divide Tripolitania e Cirenaica, in sostanza la prima sotto l’influenza turca e la seconda sotto quella russa – afferma di voler offrire alla Libia una reale opportunità per andare avanti verso l’unità e la stabilità, ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. L’inserimento di Turchia e Russia nell’area dalla fine del 2019 si è aggiunta agli interessi già difesi da Italia, Francia, Emirati ed Egitto. Ankara ha sostenuto Fayez al-Serraj, mandando soldati e alcune migliaia di mercenari precedentemente utilizzati in Siria. La Russia invece ha sostenuto Khalifa Haftar inviando uomini nella regione della Cirenaica. Nella visione degli Usa una Libia instabile destabilizza l’intera sponda sud del Mediterraneo, alimentando flussi migratori incontrollati e potenziali minacce terroristiche. Da qui il sostegno all’appello dell’Onu per i ritiro dei militari stranieri.

Mentre l’Italia sostiene con entusiasmo – parole di Mario Draghi del 5 aprile scorso da Tripoli – le politiche sull’immigrazione e anche “i salvataggi” dei migranti da parte delle autorità libiche, il rapporto dell’Onu confermato da Jan Kubis (548 pagine presentate in contemporanea alle lodi di Draghi ai libici) documenta le faide tra le milizie e gli accordi indicibili con i governi stranieri, il flop dell’embargo sulle armi, le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati, con il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani. In materia poi di “soddisfazione” su come la Libia effettua il “salvataggio” dei migranti, la Ong Sea Watch ha mostrato al mondo, le immagini della guardia costiera libica che insegue i migranti in mare a bordo di un gommone, li picchia con un bastone e li riporta sulla costa.


Uccisioni, sparizioni forzate, stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati dall’odio, libertà d’espressione compromessa, gruppi armati liberi di circolare. Questa la Libia reale che calpesta i diritti umani nella totale impunità, documentata dall’Onu senza possibilità di smentita. A fine marzo erano 3.858 i migranti detenuti in centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all’accesso umanitario. 10 mila persone sono detenute in centri di detenzione sotto l’autorità di milizie e gruppi armati. Si stima che fra essi vi siano circa 480 donne, di cui 184 non libiche, con 63 minori e bambini.

Gli occhi dei governi stranieri come delle autorità libiche sono chiusi in nome del petrolio, principale fonte di entrate, unica vera posta in gioco dello scontro interno e internazionale. Gli italiani, nel silenzio incredibile di stampa e propaganda filo governativa, hanno deciso l’invio di un contingente militare con duecento soldati nel Sahel, regione desertica dell’Africa occidentale, che coinvolge Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso ed è uno dei territori più interessati dalla lotta globale al terrorismo jihadista. Il Consiglio della Ue, su pressione della Francia, ha poi prorogato il mandato della missione Eucap Sahel Mali fino al gennaio del 2023 e le ha assegnato un bilancio di 89 milioni di euro. In chiave libica il Sahel è la regione da cui provengono molti dei mercenari presenti nel Paese e buona parte dei migranti in fuga dalle guerre e dalla fame che tentano dalle coste libiche di raggiungere l’Europa.

L’uccisione di Idriss Deby, presidente del Ciad – la porta diretta per la Libia – da parte di bande locali legate a Turchia e Qatar, ha aggravato l’instabilità politica delle regione e complicato la possibile ripresa di unità nazionale libica.

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La scuola nel PNRR

Dalla lettura delle trenta pagine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedicate alla Missione 4 – Istruzione e Ricerca si riceve un’impressione generale sull’orientamento del governo molto precisa: ci si avvia a una scuola che accoglie come primarie le esigenze delle imprese, nel quadro di una formazione “professionalizzante” di stampo fortemente tecnocratico.

In tutte quelle trenta pagine non vi è mai un riferimento al compito fondamentale della scuola, cioè la formazione di cittadini consapevoli e critici, responsabili della loro partecipazione alla vita sociale democratica del paese, né tantomeno ai compiti di promozione e di emancipazione che le assegna la Costituzione.

Per quanto riguarda i saperi, non se ne trova traccia, a tutto vantaggio delle competenze, vale a dire della formazione di mano d’opera flessibile e “impiegabile” in compiti diversi in base alle mutevoli esigenze del mercato del lavoro, imprevedibili a medio-lungo termine.

Le pagine dedicate all’Istruzione si aprono con un esame della situazione della scuola e della ricerca dai toni assai negativi. Anzitutto si rileva il bisogno delle famiglie di avere una scuola primaria a tempo pieno, dimenticando però che essa già esisteva in molte regioni e fu distrutta dall’attuale ministra degli Affari Regionali, Maria Stella Gelmini, quando reggeva il dicastero dell’Istruzione, che proprio con lei perse l’aggettivo di pubblica.

Nel PNRR si denunciano gli alti tassi di abbandono scolastico, la bassa percentuale di laureati italiani, l’esiguità del numero dei dottorati e quindi della ricerca. Naturalmente tutto ciò è dovuto soprattutto al definanziamento del settore negli ultimi venti anni e alla crisi del capitalismo, ma viene invece presentata come causa presunta l’”arretratezza” del sistema di scuola e formazione pubblico, che dovrebbe essere profondamente cambiato.

Questo è un vecchio ritornello della UE e dell’OCSE che da vent’anni tagliano i finanziamenti al sistema pubblico, invocando le controriforme istituzionali di stampo privatistico e aziendalistico.

Infine, si denuncia il mismatch (più semplicemente lo scarto, la non corrispondenza) tra istruzione e domanda di lavoro, ed è questo che chiarisce il progetto di Draghi e del suo governo: preparare al mercato del lavoro e non formare cittadini attivi, colti e responsabili.

Le azioni che sono proposte nel documento sono tutte orientate a una visione tecnocratica e aziendalista dell’insegnamento, della scuola e dei rapporti di lavoro che si instaurano al suo interno. A questo proposito, nel documento si parla del rafforzamento dell’uso dei test INVALSI e PISA, che stratificano e gerarchizzano le scuole e i diversi territori tra loro, in base a domande cervellotiche e nozionistiche che poco hanno a che vedere con i veri saperi, che non si valutano con i quiz.

Tali misurazioni si propongono di rilevare i divari territoriali, ma è significativo che le scuole che riportano livelli di prestazione “critici” saranno, per almeno un biennio, commissariate di fatto da tutor esterni e docenti che “supporteranno” dirigenti e insegnanti, sottoposti a mentoring e formazione obbligatoria (anche da remoto). In pratica, un commissariamento esterno degli istituti meno brillanti nei test INVALSI.

A questo proposito, è da notare come l’introduzione coatta di tali test abbia condizionato la didattica delle scuole, da cui sono state sottratte ore di lezione per la preparazione agli stessi, al fine di non ottenere esiti poco lusinghieri. Un effetto di retroazione dei test INVALSI sui metodi e contenuti d’insegnamento che, in caso di “commissariamento” delle scuole che hanno risultati mediocri alle prove INVALSI, potrebbe potenziarsi con risultati devastanti sull’insegnamento/apprendimento.

La pratica dei “commissariamenti”, peraltro, era già stata proposta all’inizio del secolo da Roger Abravanel, manager licenziatore già in forza alla Mc Kinsey, diventato in seguito consulente in meritocrazia della ministra Gelmini. Costui proponeva persino che, se dopo un paio d’anni le scuole non avessero migliorato i loro risultati, fossero chiuse. Per fortuna, ai tempi, la proposta non ebbe esito pratico, ma ora riemerge.

In ogni caso, per tutti i docenti e i dirigenti d’istituto, la formazione in servizio sarà obbligatoria ed esclusivamente a distanza. Infatti sarà istituita la Scuola di Alta Formazione, obbligatoria per dirigenti scolastici, docenti e personale ATA, che terrà corsi obbligatori per la progressione di carriera (cioè la futura gerarchizzazione dei docenti) e che sarà gestita dai dirigenti di INDIRE, INVALSI, UNESCO e non a caso anche dell’OCSE, ente nato con fini economici che da anni ormai detta legge nel campo della formazione.

La digitalizzazione dell’istruzione è un’opzione di fondo del PNRR, sia, come abbiamo visto, per la formazione dei docenti, sia per l’educazione dei/delle giovani. In tale contesto, il documento rilancia la Didattica Digitale Integrata (ossia la Didattica a distanza che ha dimostrato i suoi limiti nei due scorsi anni) e prevede la trasformazione di circa 100.000 classi tradizionali in connected learning environment (ambienti d’apprendimento connessi) “adattabili, flessibili e digitali, con laboratori tecnologicamente avanzati e un processo di apprendimento orientato al lavoro.

Non è chiaro come saranno gestiti tali ambienti, ma è sicuro che ciò che vi si svolgerà sarà ancora una volta diretto verso le competenze utili alle imprese e alla domanda del mercato del lavoro.

Quanto alle discipline che si dovrebbero potenziare si insiste sulle STEM (Science, Technology, Engineering and Math), che dovrebbero essere vettori di una nuova mentalità scientifica, “con ricorso ad azioni didattiche non basate solo sulla lezione frontale” e si citano metodi come il Problem Solving.

È ben noto che gli insegnanti delle discipline scientifiche non si limitano, da anni, alla cosiddetta lezione frontale, ma molti di loro cercano di attivare un’acquisizione dei saperi basata sulla praxis, cioè sull’esperienza pratica da cui nasce la conoscenza empirica che porta, per generalizzazione e riflessione, al sapere teorico che viene in seguito verificato nella pratica.

Questo processo di attivazione del ciclo pratica-teoria-pratica è quello che conduce a un effettivo e profondo sapere, che non può essere confuso con qualche attività in cui ai giovani viene richiesto di raccogliere informazioni scientifiche in vista della soluzione di un problema (lavorativo) che porti all’acquisizione di competenze.

Temiamo che i riferimenti alla risoluzione di problemi siano proprio sintomo della riduzione dei saperi a ciò che serve per svolgere un lavoro e per essere adeguatamente “flessibili” in relazione ai bisogni del mercato.

Sempre in tema di discipline, se il documento lamenta la scarsa capacità dimostrata dagli studenti di argomentare e dibattere, appare almeno sospetta l’indifferenza che dimostra verso lo studio delle scienze umane, letteratura, storia, filosofia, probabilmente ritenute inutili nella prospettiva tecnocratica del PNRR, forse anche “dannose” poiché favoriscono l’acquisizione del pensiero critico.

Un tema caro al ministro Bianchi, che non viene però approfondito, è l’idea che si possa superare l’”identità tra classe demografica e aula, anche al fine di rivedere il modello di scuola”. Ci chiediamo cosa s’intenda veramente fare.

Un’attenzione specifica viene dedicata allo sviluppo degli Istituti Tecnici Superiori, un’istituzione sinora abbastanza marginale quantitativamente nel panorama formativo di terzo livello, con l’obiettivo minimo del raddoppio degli attuali iscritti (oggi sono 18.750).

Tali istituti sono l’incarnazione del Patto educativo di comunità teorizzato dal ministro Bianchi. Sono istituti gestiti da fondazioni costituite su base territoriale a cui partecipano enti e operatori economici e industriali locali.

Tali istituti formano quindi mano d’opera su commissione diretta delle imprese locali, in base alle loro esigenze, tanto che il 50% dei docenti non proviene dai ruoli statali, bensì dal personale delle aziende stesse. Un bell’esempio di gestione privata di istituzioni che dovrebbero essere pubbliche.

Del resto, anche per i docenti statali degli ITS, il mandato è chiaro: testualmente essi dovranno seguire una “formazione perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali”. E cosi è finalmente messa in soffitta la libertà d’insegnamento con tutti i suoi orpelli sulla formazione critica, democratica ecc.

Un destino non molto diverso spetta all’università, poiché anche la componente del piano che la coinvolge vede la ricerca, ma anche l’insegnamento, completamente rivolti alle esigenze economiche delle imprese, tanto che essa ha per titolo Dalla ricerca all’impresa.

La gestione del progetto sarà comune da parte del MIUR e del MISE che gestiranno insieme la simbiosi del mondo economico e dell’università, con scambi di ricercatori e manager tra l’uno e l’altra. Le università parteciperanno alla progettazione di percorsi di innovazione tecnologica delle aziende, quindi saranno, di fatto, al loro servizio.

Quanto al ruolo dei dottorati, in Italia pochi e terreno di clientele da parte dei baronati accademici, la strada scelta dal governo è quella di porli sotto il controllo del mondo economico. Si parla quindi di dottorati funzionali alla ricerca innovativa per l’economia d’impresa e non destinati alla “carriera accademica”. Si giunge a parlare di dottorati d’impresa, i cui programmi saranno dettati direttamente dalle direzioni aziendali (mentre le stesse imprese chiudono, scappano, delocalizzano, licenziano... insomma: scompaiono).

Un progetto che appare ripreso in pieno dal testo Il futuro del lavoro, pubblicato nel 2019 da Assolombarda, notoriamente avanguardia reazionaria di Confindustria (e prima responsabile delle “mancate chiusure” nella bergamasca che hanno fatto dilagare il Covid in tutta Italia).

Inoltre, verranno incentivate le start-up imprenditoriali nate dalla ricerca universitaria, anche con la collaborazione della Cassa Depositi e Prestiti e del MISE, per sostenere le piccole e le medie imprese.

Parallelamente è facile immaginare che i dottorati di ricerca che non hanno una ricaduta diretta sull’economia saranno ulteriormente penalizzati.

In conclusione, rileviamo quindi come la Missione 4 del PNRR sia perfettamente coerente con l’impianto generale chiaramente neoliberista del progetto presentato da Draghi, che non cancella la presenza dello Stato, ma ne delinea un ruolo di subordinazione, quasi di “servizio” all’economia di mercato e quindi, nello specifico della scuola e formazione, ai bisogni formativi delle imprese e della produzione.

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