Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/04/2025
Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone
di Marco Sommariva
Mentre non è ancora morto
il Poteve Opevaio,
schiere di sfruttati
continuano a prendere il bus al volo
Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction.
Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume.
Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”.
Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime.
Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.
A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.
Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò [...] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. [...] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.
Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.
Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.
Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone [...] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “È stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”
Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene.
Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi.
Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”.
Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai.
A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”.
Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre.
Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”.
Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.
Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare.
E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin.
E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale.
Israele attacca ancora Beirut. Unicef: a Gaza 322 bambini uccisi in 10 giorni dai raid aerei
Un nuovo attacco aereo israeliano ha ucciso nella notte almeno quattro persone, tra cui Hassan Bdeir, un dirigente di Hezbollah, nella periferia meridionale di Beirut. Non c’è stato alcun preavviso del raid che ha ucciso anche i famigliari di Bdeir. Secondo Israele, il dirigente colpito era membro di un’unità di Hezbollah che avrebbe aiutato Hamas a pianificare attacchi. Dal Libano invece affermano che Bdeir per conto della sua organizzazione manteneva i rapporti con il movimento islamico palestinese a Gaza.
Si è trattato del secondo attacco aereo su Beirut in cinque giorni. Israele ha ripetutamente violato la tregua uccidendo oltre 100 libanesi dopo la proclamazione del cessate il fuoco che lo scorso novembre ha posto fine allo scontro tra le due parti che ha sfollato più di un milione di persone dal Libano meridionale e ne ha uccise almeno 3.768 in Libano (73 soldati e 45 civili sono stati uccisi da razzi e droni in Israele).
Forte lo sdegno in Libano. Il presidente, Joseph Aoun, ha condannato i raid israeliani e invitato gli alleati del suo paese a sostenere il “diritto alla piena sovranità” del Libano. II primo ministro, Nawaf Salam, ha descritto l’attacco su Beirut una “palese violazione” degli accordi di tregua.
Hezbollah non si accontenta di queste dichiarazioni, fa pressioni sul nuovo governo e lancia avvertimenti. “Non vogliamo la guerra, ma se questa ci venisse imposta, siamo pronti a scoraggiare qualsiasi aggressione”, ha avvertito Ali Ammar, un parlamentare del movimento sciita. Un altro deputato di spicco di Hezbollah, Ibrahim Musawi, ha commentato: “quello che è successo ci spinge a una fase completamente diversa, e riteniamo la comunità internazionale, gli Stati Uniti e l’Occidente responsabili di questo crimine, e il nemico non si è impegnato per un solo momento a rispettare la Risoluzione 1701”. Musawi ha criticato le dichiarazioni “irresponsabili” di alcuni ministri libanesi che a suo dire “incoraggiano il nemico a persistere nella sua aggressione” e denunciato le “1.500 violazioni israeliane che hanno causato morti e feriti dall’inizio del cessate il fuoco”.
Sabato scorso il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem aveva ammonito che se lo Stato libanese non fosse riuscito a ottenere risultati attraverso la diplomazia contro le violazioni israeliane, sarebbero state prese in considerazione “altre opzioni”.
Intanto a Gaza, l’ offensiva di Israele ha ucciso almeno 322 bambini e ferito altri 609 negli ultimi 10 giorni, secondo l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, Unicef. Le cifre includono i bambini che sono stati uccisi o feriti quando il reparto chirurgico dell’ospedale Al Nasser, nel sud di Gaza, è stato colpito da un attacco israeliano lo scorso 23 marzo. La maggior parte di questi bambini – aggiunge l’Unicef – erano sfollati e si erano rifugiati in tende di fortuna o in case danneggiate. In quasi 18 mesi di guerra, denuncia l’Unicef, almeno 15.000 bambini di Gaza sono stati uccisi, oltre 34.000 feriti e quasi un milione sono stati ripetutamente sfollati e privati dei servizi di base. L’agenzia dell’Onu chiede inoltre che Israele ponga fine al divieto di ingresso degli aiuti umanitari a Gaza che attua dal 2 marzo.
Intanto il Palestinian Journalists Protection Committee (PJPC) piange il giornalista Mohammad Al-Bardawil, 39 anni, ucciso insieme alla moglie e ai tre figli in un attacco aereo israeliano sulla loro casa a Khan Younis, nel sud di Gaza. Al-Bardawil, aveva lavorato con Al-Aqsa Radio per oltre 15 anni. È il quarto giornalista ucciso da quando è ripresa l’offensiva israeliana il 18 marzo. Il PJPC segnala che circa 209 giornalisti sono stati uccisi a Gaza dal 7 ottobre.
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Francia - Fuori Le Pen, ora che succede?
Come ormai tutti sanno, ieri Marine Le Pen, leader storica del partito fascista francese Rassemblement Nationale, è stata condannata a oltre quattro anni di reclusione (due condonati, due da scontare con il braccialetto elettronico), una multa di 100mila euro e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.
Di fatto, le è preclusa la possibilità di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, nel 2027, con i sondaggi che al momento la davano in vantaggio di almeno 10 punti su tutti i possibili rivali.
Fatto l’augurio che sempre ripetiamo nei confronti dei fascisti (“ogni male possibile!”), proviamo a vedere cosa significa e quali possono essere le possibili conseguenze.
Le reazioni delle destre europee sono ovviamente furiose. Da Orbàn a Salvini, dal capo spagnolo di Vox, Abascal, al padre della Brexit britannica, Farage, a Fratelli d’Italia (con Foti), è tutto un digrignar di denti. Sostenuti come sempre da Trump ed un Elon Musk più fuori di cranio del solito («Quando la sinistra radicale non riesce a vincere con un voto democratico, abusa del sistema giudiziario per mettere in prigione i suoi oppositori. Questo è il loro modus operandi in tutto il mondo»).
Inevitabili, scontati ed inutili i soliti balbettii sul “rapporto malato tra politica e magistratura”, condotti senza un briciolo di riflessione sul perché si producano nella stessa epoca fatti molto simili in sistemi politici e giudiziari molto diversi (dal Brasile alla Francia, dall’Italia alla Romania, ecc.).
Comprensibile che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, Peskov abbia colto l’occasione per ironizzare, sotto i baffi, sulla contraddizione palese tra i princìpi dichiarati e la concreta pratica del potere nell’Occidente capitalistico e neoliberista: «una violazione delle norme democratiche».
Comprensibile anche che un giudizio molto simile (“un furto di democrazia; non spetta alla magistratura decidere chi il popolo debba votare”) sia stato dato anche da Jean-LucMélenchon, leader de La France Insoumise e della sinistra radicale, sia in versione Le Pen che in versione “bancaria” (Macron).
In fondo anche con lui è stato fatto qualcosa di simile, anche se ancora in tono minore, e non è detto che non possa accadere da qui alle presidenziali (largo il suo vantaggio sui macronisti, al momento, per quel secondo posto che garantirebbe l’accesso al ballottaggio).
Anche il reato per cui è stata condannata Le Pen – “appropriazione indebita di fondi pubblici”, di fatto l’aver stipendiato funzionari del suo partito con i fondi messi disposizione dall’Unione Europea – potrebbe essere facilmente contestato a quasi tutti i partiti di quasi tutti i paesi europei (ed extraeuropei, crediamo).
Soprattutto, ci sono i molti episodi simili – con imputazioni ancora più arbitrarie o con prove fasulle – che coinvolgono paesi più periferici come la Romania, la Moldova, ecc., dove sono stati esclusi candidati “anti-europeisti” accusati di essere filorussi o pagati da Mosca.
In generale, cresce dappertutto, in Europa, la tentazione di ridurre le forze politiche “ammissibili” soltanto a quelle che si dichiarano totalmente “pro-UE”.
Non il massimo, in fatto di pluralismo e libertà di opinioni politiche...
Si dice, a giustificazione di questa stretta, che “si tratta di forze reazionarie e fasciste”. Ed è verissimo, lo sa bene chi ci si scontra nelle piazze da decenni. Ma lo erano anche prima di diventare così forti da poter vincere le elezioni o condizionare il dibattito politico (vedi il caso dell’AfD in Germania). Quando, insomma, sia la presunta “anima antifascista europea”, sia il brutale calcolo costi-benefici, avrebbero consentito il definitivo scioglimento di quelli che prima erano solo gruppuscoli nostalgici.
Non c’è inoltre da dubitare che identico trattamento sarà riservato a quei partiti di sinistra radicale che dovessero assurgere a potenziali vincitori in elezioni nazionali.
Non c’è, infatti, soltanto il caso de La France Insoumise già ricordato. Perché – anche se in forma “non giudiziaria”, ma brutalmente politica – anche l’annichilimento della Grecia allora guidata da Tsipras (2015) aveva seguito la stessa logica: non è possibile che un governo nazionale deroghi agli “ordini” provenienti da Bruxelles. Adults in the room, il film di Costas Gavras basato sui diari dell’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, sta lì a dimostrarlo con durezza.
Al di là della connotazione politica dei singoli protagonisti, insomma, abbiamo davanti un quadro delineato, ormai, abbastanza chiaramente: se l’Unione Europea va al riarmo e poi alla guerra, gli spazi di dialettica politica interna devono ridursi al minimo, eliminando le “variabili” indisciplinate (i nazionalisti estremi, più o meno fascisti) o potenzialmente “ribelli” (le varie forme possibili di “sinistra radicale”).
I modi per realizzare questa “stretta” possono essere i più diversi, ma quello del lawfare – l’uso politico di regime delle magistrature nazionali e sovranazionali (la Corte Europea) – sembra ancora il più semplice e persino il più gestibile politicamente (“i politici sono ladri per definizione”, anche se non tutti finiscono nei guai).
Il problema è che questa riduzione forzata della “rappresentanza politica” non risolve affatto la marea di ostilità popolare alle politiche decise al riparo dagli interessi popolari ma all’ombra delle lobby economiche (a Bruxelles, sono sono legalmente ammessi e registrati, ci sono quasi dieci lobbisti per ogni europarlamentare...).
Che si tratti di austerità, pensioni, sanità o riarmo e guerra, l’astio di massa esiste e cresce. In assenza di rappresentanti credibili (o “ammessi in campo”) quell’astio prende la forma dell’astensionismo e della fede in qualche “populismo”, anche se rabberciato alla bell’e meglio. E di fatto, negli ultimi anni, ha preso la via della destra estrema, nostalgica, reazionaria ma senza progetti di una qualche realizzabilità. Caccia ai migranti a parte, non a caso (l’unica cosa “facile” e alla loro portata, insomma...).
Inevitabile e facile la previsione: questa eliminazione di Marine Le Pen, fatta in questo modo, si tradurrà in un boost per l’estrema destra francese, favorendone (involontariamente? È persino opinabile...) una crescita al di là delle attese, anche se il “delfino” Bardella – fresco di investitura da parte persino di Netanyahu, quindi preventivamente assolto dalle possibili accuse di “antisemitismo” – non appare ancora all’altezza della sua “capa”.
È quasi una legge della politica neoliberista. Anni passati a favorire la “competizione” – fra imprese, strati sociali, individui, paesi interi, ecc. – come base necessaria di uno “sviluppo della democrazia” si vanno traducendo rapidamente in libertà per le sole imprese e per nessun altro. Ma se tutto deve funzionare come un’azienda – non serviva Musk per ricordarcelo – la “democrazia” è di troppo.
L’ironia della Storia ancora una volta è all’opera. Una restrizione della “competizione politica” giustificata con l’inaffidabilità dei fascisti nell’esecuzione delle politiche europee (figuriamoci cosa potrebbe accadere con l’emersione di forze effettivamente socialiste...), specie quando c’è da continuare una guerra (in Ucraina) e gestire un riarmo di proporzioni colossali, genera una situazione in cui può più facilmente emergere un movimento reazionario di massa.
Che si troverà probabilmente con un arsenale gigantesco e nuovissimo da utilizzare.
L’ultimo spenga la luce...
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Sabato la manifestazione del M5S contro il riarmo europeo
“Offriamo la piazza a tutte le forze politiche e cittadini che vorranno dire che c’erano quando si è deciso di investire 800 miliardi in armi e abbandonare la transizione ecologica”. Giuseppe Conte chiama così a partecipare alla piazza del M5S le forze politiche del centrosinistra e le realtà che si oppongono al piano di riarmo europeo.
Alleanza Verdi Sinistra ha dichiarato che scenderà in piazza il prossimo 5 aprile per dire “no” al piano di Ursula von der Leyen, una posizione del resto già espressa durante il voto di due settimane fa al Parlamento europeo. Resta invece ancora l’incognita dell’adesione o meno del Partito Democratico.
Al momento non si è ancora espressa la segretaria del partito Ely Schlein, mentre all’interno del partito è forte la contrarietà all’adesione. Per il Pd il riferimento rimane la manifestazione eurobellicista di Piazza del popolo del 15 marzo in Piazza del Popolo. L‘ex ministro e deputata Paola De Micheli commenta: “Non ho idea di cosa farà la Schlein, ma mi sembra una piazza abbastanza in contrapposizione con noi. Il Pd sulla difesa europea c’è, mentre la posizione di Conte non è questa”.
“È una manifestazione dei 5 Stelle sulla loro piattaforma politica”, afferma il deputato del Pd Andrea De Maria che ribadisce: “Sui temi del sostegno all’Ucraina e delle politiche europee è una piattaforma legittimamente diversa dalla posizione del PD che è sceso in piazza con tanti cittadini per l’Europa e per la pace nella recente manifestazione in Piazza del Popolo”.
A fare da ponte con “quelli di piazza del Popolo” ci prova un appello lanciato da Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli, Giangiacomo Migone il cui incipit scrive: “Troviamoci, tutte e tutti, a Roma, sabato 5 aprile, all’appuntamento già indetto dal M5S, a manifestare per un’Europa unita per la pace, fondata sulla giustizia sociale e la democrazia, come l’hanno intesa Spinelli, Colorni e Rossi, dal carcere di Ventotene” per poi affermare nella conclusione: “Cara Schlein, caro Conte, Fratoianni, Bonelli e Acerbo, fate la vostra parte, mettetevi d’accordo e poi troviamoci insieme”.
Tra le forze extraparlamentari risultano confermate la partecipazione di Rifondazione Comunista e dell’area di Ottolina Tv. Al momento non risultano invece adesioni da parte delle principali reti nazionali del mondo pacifista.
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“Gli Stati Uniti sono a rischio stagflazione”
In una nota pubblicata domenica, la banca d’affari Usa afferma: “Continuiamo a credere che il rischio derivante dai dazi del 2 aprile sia maggiore di quanto molti operatori di mercato abbiano precedentemente ipotizzato”.
Relativamente all’inflazione, le ultime stime di Goldman Sachs prevedono che il suo indice di riferimento, ovvero quello che esclude i prezzi di cibo ed energia, raggiungerà il 3,5% nel 2025, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente e ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve.
Un fattore che, a giudizio degli analisti, si tradurrà in una crescita economica debole. Le ultime previsioni mettono in conto una crescita annualizzata dello 0,2% nel primo trimestre e dell‘1% per l’intero anno con un calo di 0,5 punti percentuali rispetto alla previsione precedente. Peggiorano anche le stime sul mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione del 4,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto alla precedente previsione.
Complessivamente, Goldman Sachs prevede ora una probabilità di recessione del 35% nei prossimi 12 mesi, rispetto al 20% della previsione precedente.
Le previsioni di Goldman Sachs indicano di conseguenza una crescente possibilità che l’economia degli Stati Uniti finisca in stagflazione, cioè una fase caratterizzata da bassa crescita economica e alta inflazione.
Ma non sarebbe una novità. Gli Stati Uniti finirono infatti nella stagflazione tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80. All’epoca, la Federal Reserve aumentò drasticamente i tassi di interesse, mandando l’economia in recessione scegliendo di combattere l’inflazione invece che sostenere la crescita economica.
Questa volta non sarà così. Goldman Sachs prevede infatti che la Fed taglierà il tasso di riferimento tre volte quest’anno, con incrementi di un quarto di punto percentuale, rispetto alla precedente previsione di due tagli dei tassi.
“Abbiamo anticipato al 2025 il taglio solitario del 2026 previsto dalla Fed e ora ci aspettiamo tre tagli consecutivi quest’anno a luglio, settembre e novembre, il che lascerebbe invariata la nostra previsione di tasso finale al 3,5%-3,75%”, affermano gli analisti della Goldman Sachs.
Sullo sfondo c’è la partita sui dazi. Secondo quanto riporta il quotidiano economico Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe lavorando per definire che tipo di dazi imporre a partire dal 2 aprile. Il presidente Trump – si legge sul giornale – sarebbe propenso ad adottare tariffe reciproche e differenziate. Ma non vengono esclusi dazi universali del 20%, che colpirebbero tutti i Paesi che hanno scambi commerciali con gli Usa.
Infine, e non certo per importanza, il boss del fondo di investimento BlackRock, Larry Fink, in una lettera agli azionisti rileva che lo status del dollaro come valuta di riserva globale “non è garantito per sempre”. Il messaggio di Fink è un chiaro segnale d’allarme per gli Stati Uniti: “Se gli Usa non tengono sotto controllo il loro debito, se i deficit continuano a crescere, l’America rischia di perdere quella posizione a favore di asset digitali come i bitcoin”.
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Siria - HTS sta silenziosamente smantellando la causa palestinese
Questo allineamento sta prendendo forma su tre fronti chiave: il primo è l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), le fazioni della resistenza come Hamas, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) e altre fazioni scisse dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Il secondo è l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) incaricata specificamente di aiutare i rifugiati palestinesi nella regione e il terzo sono i campi che ospitano i rifugiati palestinesi e gli sfollati siriani.
Due sviluppi sottolineano questo cambiamento. In primo luogo, sia Turchia che Libano hanno impedito ai palestinesi in possesso di documenti siriani di tornare in Siria allo stesso modo dei cittadini siriani. In secondo luogo, i media statunitensi hanno rivelato colloqui in corso tra Washington e Damasco sulla possibilità che la Siria assorba decine di migliaia di sfollati di Gaza, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni o di un accordo politico più ampio, in particolare dopo i massacri costieri di inizio anno.
Fronte 1: l’Autorità Nazionale Palestinese e le fazioni della resistenza
A più di quattro mesi dalla transizione verso una nuova governance, una cosa è chiara: l’ex leader affiliato ad Al-Qaeda Ahmad al-Sharaa, ora presidente della Siria, sta tenendo Hamas a distanza. Nonostante le ripetute richieste di Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico di Hamas all’estero, di visitare Damasco, le autorità ad interim hanno tergiversato, cercando di evitare uno scontro diretto con Israele o gli Stati Uniti.
Questa nuova posizione siriana avviene nel bel mezzo di un genocidio in corso contro il popolo palestinese e mentre l’occupazione israeliana ha chiarito che il suo obiettivo è eliminare la resistenza islamica.
The Cradle ha appreso che la comunicazione tra Hamas e le nuove autorità è in gran parte canalizzata tramite intermediari turchi. Si dice che Ankara stia facilitando il trasferimento di diversi ufficiali militari di Hamas a Idlib, la roccaforte dei militanti Hayat Tahrir al-Sham (HTS) di Sharaa.
Al contrario, Sharaa, che ha incontrato il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa a gennaio, ha formalmente aperto canali con la missione diplomatica dell’Autorità Palestinese a Damasco, riconoscendola come rappresentante ufficiale del popolo palestinese.
La delegazione in visita includeva alti funzionari di Fatah e dell’OLP, in particolare il figlio di Mahmoud Abbas, che è arrivato per reclamare le proprietà precedentemente detenute da fazioni anti-Fatah sotto il governo dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad.
Nella notte in cui è crollato il governo di Assad, il segretario generale del Comando generale del Fronte popolare (PFLP-GC) Talal Naji e il capo di stato maggiore dell’Esercito di Liberazione della Palestina (PLA) Akram al-Rifai hanno cercato rifugio presso l’ambasciata dell’Autorità Palestinese. L’ambasciatore palestinese Samir al-Rifai avrebbe ricevuto un duro rimprovero da Abbas per averglielo concesso. Per quanto riguarda il resto dei leader delle fazioni, ognuno di loro è rimasto a casa.
Il giorno dopo che le forze HTS sono entrate a Damasco, hanno lanciato un’ondata di chiusure prendendo di mira gli uffici delle fazioni palestinesi. Quelli appartenenti a Fatah al-Intifada, al movimento Al-Sa’iqa allineato al Baath e al PFLP-GC sono stati chiusi, con le loro armi, veicoli e beni immobili sequestrati.
Al Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), che aveva mantenuto un profilo più basso durante la guerra siriana, è stato permesso di continuare a operare, sebbene sotto osservazione.
L’11 e il 12 dicembre, diversi leader delle fazioni si sono riuniti presso l’ambasciata palestinese alla presenza del leader dell’Esercito di Liberazione della Palestina Rifai per discutere del loro futuro. Hanno tentato di organizzare un incontro formale con Sharaa tramite il Ministero degli Esteri siriano. Invece, un messaggero di HTS, identificato come Basil Ayoub, è arrivato all’ambasciata e ha chiesto la completa divulgazione di tutti i beni di proprietà della fazione, tra cui immobili, depositi bancari, veicoli e armi. Nessun impegno politico sarebbe stato possibile, ha detto, fino a quando non fosse stato presentato un inventario completo.
Le fazioni hanno rispettato la richiesta redigendo una lettera in cui dichiaravano che i loro beni erano stati acquisiti legalmente e che erano pronti a limitare la loro attività alla sensibilizzazione politica e mediatica, in pieno allineamento con la nuova posizione della Siria. Il destino della lettera a Sharaa e la sua risposta sono sconosciuti.
Campagna di decapitazione: arresti, confische e insediamenti
Ne seguì una sistematica decapitazione della struttura delle fazioni palestinesi in Siria.
Agli inizi di febbraio, il segretario generale di Fatah al-Intifada, Abu Hazem Ziad al-Saghir, è stato arrestato a casa sua. Dopo ore di interrogatorio e un raid nel suo ufficio, dove documenti lo collegavano al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) dell’Iran, è stato rilasciato.
Una settimana dopo, è stato nuovamente arrestato e trattenuto in un nuovo centro di detenzione dietro lo stadio Abbasid. È stato raggiunto un accordo finanziario: 500.000 $ in cambio del suo rilascio e della sua deportazione in Libano. Su richiesta del comitato, il Comitato centrale del movimento ha emesso una dichiarazione in cui poneva fine alle funzioni di Saghir e lo espelleva dal movimento. Tuttavia, Saghir ha emesso una controdichiarazione dal Libano, trasferendovi il Segretariato generale del movimento ed espellendo coloro che avevano preso la decisione di rimuoverlo.
La fazione baathista palestinese, Al-Sa’iqa, non se la è passata meglio. Il suo segretario generale Muhammad Qais è stato interrogato e privato dei beni del gruppo. Sebbene non fosse al comando durante la battaglia di Yarmouk, sfuggendo, così, a punizioni più severe, HTS ha ordinato la rimozione del termine “Baath” da tutti i materiali ufficiali. Una dichiarazione emerse presto dai territori occupati che denunciava Qais come un “residuo del regime”, suggerendo una crescente divisione interna.
HTS ha represso duramente anche il PFLP-GC, il cui segretario generale, Talal Naji, è stato posto agli arresti domiciliari e interrogato più volte. Tutti gli uffici, i veicoli e le armi del gruppo sono stati confiscati, la loro sede centrale chiusa e i suoi membri picchiati e umiliati. La loro stazione radio, Al-Quds Radio, è stata sequestrata e il loro ospedale Umayyah dovrebbe essere il prossimo ad essere confiscato.
Il destino del “Nidal Front”, una fazione separatista del Palestinian Popular Struggle Front (PPSF), un gruppo di sinistra all’interno dell’OLP, è stato il più controverso. All’inizio degli eventi, Khaled Meshaal è stato in grado di mediare per conto del Segretario generale del Fronte, Khaled Abdul Majeed, e proteggere lui e la sua organizzazione. Tuttavia, a febbraio, Abdul Majeed è fuggito negli Emirati Arabi Uniti.
La sua residenza personale e i suoi veicoli, presumibilmente di proprietà privata, sono stati sequestrati insieme a 50 milioni di sterline siriane (meno di $ 5.000) di beni. Costretto da HTS a dimettersi, ha ceduto l’autorità a un comitato centrale che operava da Damasco e Beirut.
Il DFLP è finora sfuggito al peso di queste epurazioni e i suoi uffici e veicoli rimangono intatti, forse perché non aveva legami con l’Iran o Hezbollah. L’ufficio principale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP, diverso dal PFLP-GC) nell’area di Taliani a Damasco rimane aperto ma inattivo, mentre il resto dei suoi uffici è stato chiuso.
Al momento, il Jihad Islamico (PIJ), i cui combattenti sono stati in prima linea a Gaza a combattere Israele dal 7 ottobre 2023, rimane nei suoi uffici siriani. Il rappresentante della fazione non è stato convocato per un interrogatorio, nonostante Israele abbia bombardato un appartamento utilizzato dal Segretario Generale del gruppo, Ziad al-Nakhala.
Tuttavia, figure militari chiave del PIJ si sono trasferite a Baghdad la notte in cui Damasco è caduta sotto l’HTS. Le loro attività all’interno della Siria sembrano essersi ridotte in gran parte alla celebrazione dei funerali dei combattenti uccisi in battaglia nel Libano meridionale, sebbene esclusivamente all’interno dei campi profughi palestinesi.
Il campo di Yarmouk a Damasco aveva già assistito a una serie di proteste nei primi giorni di febbraio, in particolare raduni che chiedevano la chiusura della sede centrale delle organizzazioni pro-regime e l’arresto di coloro che erano coinvolti nell’arresto e nell’uccisione dei residenti del campo. Gli eventi si sono trasformati in un tentativo di incendiare la sede centrale delle Brigate Quds del PIJ, con alcuni giovani e bambini che lanciavano petardi contro l’edificio. Nel frattempo, è scoppiata una manifestazione di protesta contro la decisione di riaprire gli uffici delle brigate Al-Sa’iqa nel campo di Al-A’edin.
Fronte 2: campi profughi palestinesi in Siria
La repressione dei gruppi politici ha creato un vuoto di leadership nei campi palestinesi in Siria. Le condizioni di vita, già disastrose, sono ulteriormente peggiorate. All’inizio di febbraio, sono scoppiate proteste in diversi campi per i brutali attacchi di Israele al campo di Jenin nella Cisgiordania occupata, in seguito alla visita della delegazione dell’Autorità Nazionale Palestinese e al riconoscimento formale dell’autorità di Ramallah da parte del governo siriano. Molti temevano che questo cambiamento avrebbe accelerato i piani per il reinsediamento permanente dei rifugiati. Allo stesso tempo, i residenti affermano di essere stati costretti a raduni pubblici a sostegno dell’autoproclamata presidenza di Sharaa.
Il 24 febbraio, il Comitato per lo sviluppo della comunità di Deraa ha iniziato a raccogliere dati personali dettagliati dai residenti del campo con il pretesto di migliorare l’erogazione dei servizi. Un censimento simile era stato avviato giorni prima a Jaramana, ma lo scopo e i finanziatori di questi sforzi rimangono poco chiari.
In questo vuoto è entrato Hamas. Attraverso organizzazioni affiliate come la Palestine Development Authority, Hamas ha iniziato a distribuire cibo e aiuti finanziari, spesso tramite agenti integrati all’interno di HTS. Questo sforzo è avvenuto mentre i servizi un tempo offerti dalla PIJ, tra cui trasporti, cucine comuni e supporto medico, sono stati interrotti. Perfino la sede centrale della Palestinian-Iranian Friendship Association a Yarmouk è stata rilevata e riadattata da elementi di HTS.
Altri attori, come la Jafra Foundation e la Palestinian Red Crescent, continuano a operare nonostante notevoli limitazioni. I loro sforzi sono stati insufficienti per soddisfare la domanda. In particolare, mentre l’economia locale continua a crollare, la maggior parte dei rifugiati fa affidamento sul lavoro informale e, con gran parte dell’economia paralizzata, la sopravvivenza quotidiana è diventata precaria.
Particolarmente preoccupante è una proposta di insediamento, trasmessa tramite mediazione turca. Presumibilmente, vengono offerte ai palestinesi in Siria tre opzioni: la naturalizzazione siriana, l’integrazione in una nuova “comunità” affiliata all’ANP sotto la supervisione dell’ambasciata o la classificazione consolare con rinnovi annuali della residenza. La quarta opzione implicita è lo sfollamento, che rispecchia quanto accaduto ai palestinesi nell’Iraq dopo l’invasione statunitense.
Fronte 3: UNRWA, messa da parte e indebolita
Sebbene le nuove autorità siriane non abbiano apertamente preso di mira l’UNRWA, la loro mancanza di cooperazione la dice lunga. L’UNRWA non sembra più essere considerata la principale istituzione responsabile degli affari palestinesi in Siria.
Nel campo di Khan Eshieh, un comitato locale che lavora con la nuova amministrazione ha presentato una petizione al governatorato di Damasco per preparare un piano municipale per la riabilitazione delle infrastrutture del campo. L’implicazione era chiara: le autorità siriane si stanno preparando a rilevare la gestione del campo dall’UNRWA, seguendo il modello giordano.
Nel frattempo, il Dipartimento per l’immigrazione e i passaporti ha ripreso a rilasciare documenti di viaggio per i rifugiati palestinesi a gennaio, una mossa burocratica che ha rivelato l’intenzione del nuovo governo di riaffermare il controllo. Più o meno nello stesso periodo, la Palestinian Arab Refugee Association di Damasco ha sospeso le sue operazioni a seguito di un’irruzione che, a quanto si dice, ha interrotto i pagamenti delle pensioni ai rifugiati in pensione.
Nonostante le risorse limitate, Hamas e il PIJI rimangono un punto di preoccupazione per l’occupazione sionista. Un recente rapporto di Yedioth Ahronoth ha affermato che entrambi i gruppi stanno tentando di ricostruire la capacità militare all’interno della Siria, con l’intenzione di colpire gli insediamenti vicino alle alture del Golan occupate e alla Galilea settentrionale. Nonostante il rapporto abbia riconosciuto che non ci sia alcun movimento di truppe confermato a sud di Damasco, ha avvertito che è in corso una pianificazione operativa.
Un attento esame del comportamento di Sharaa e del nuovo regime a Damasco non rivela alcuna apparente dissoluzione delle operazioni di queste due organizzazioni, come affermano gli israeliani. Tutto quanto sta avvenendo, però, costituiscono misure temporanee fino al raggiungimento di un “grande accordo” con gli americani, una delle cui disposizioni sarà lo status ufficiale dei palestinesi. A meno che il paese non sprofondi nel caos, uno dei risultati attesi sarà un chiaro intervento militare terrestre israeliano con il pretesto di rimuovere i palestinesi dal confine.
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“Dazi e tensioni spingono a cautela sul taglio dei tassi”
Al di là dei nodi di bilancio – che comunque chiude in utile netto –, della spinta a procedere sulla digitalizzazione e dell’analisi dello stato di salute delle filiali, gli elementi davvero interessanti discussi dal governatore all’Assemblea dei Partecipanti di Bankitalia sono stati quelli di previsione dello scenario economico nei prossimi mesi.
L’azione combinata delle tensioni geopolitiche e di quelle commerciali “penalizza gli scambi internazionali e accentua la frammentazione dell’economia mondiale, contribuendo al rallentamento dell’attività produttiva. L’economia europea, già segnata dalla stagnazione del settore manifatturiero, risente in modo particolare di queste dinamiche a causa della sua forte esposizione al commercio estero”.
Poco più di un mese fa, Panetta aveva esposto in maniera chiara e diretta come i problemi che la UE sta affrontando sono problemi di sistema, ovvero di quel modello export oriented che si è infranto sulla fine della seconda globalizzazione. La ripresa ipotizzata si è arenata su di un mercato interno strozzato e uno estero incerto, bloccando anche credito e investimenti.
Per questo Bankitalia era stata fino a oggi tra i principali fautori del taglio dei tassi, sperando che una moneta a buon mercato potesse svolgere almeno parzialmente la funzione di riattivare l’economia. Una soluzione tampone, ma che comunque era resa possibile dall’inflazione in riduzione, pur senza pensare che ciò potesse sostituirsi a interventi di altra natura.
Panetta, infatti, già da dicembre ha sostenuto a più ripreso la necessità di approfittare di questa finestra di cambiamento degli equilibri mondiali per fare un passo avanti sugli Eurobond. Con essi si poteva aiutare l’integrazione del mercato dei capitali comunitario, così come attrarre capitali data la maggiore sicurezza di questo tipo di titolo, offrendo dunque anche maggiori garanzie per tutti i paesi membri.
Nella proposta di Panetta, l’obiettivo era usare il debito comune per finanziare parte del piano Draghi per la competitività della UE. Ma negli ultimi mesi quegli 800 miliardi all’anno si sono trasformati nel riarmo e nella difesa europea, nel tentativo di rispondere alla crisi industriale ed economica con l’economia di guerra.
Soprattutto, di Eurobond è diventato davvero difficile parlare, mentre della flessibilità sui vincoli di bilancio si potrà avvantaggiare per lo più solo la Germania (trascinando inoltre con sé anche un aumento del servizio sul debito degli altri paesi UE). Insomma, le dichiarazioni fatte questa volta da Panetta sembrano parlare del fatto che tale finestra di opportunità si sta chiudendo.
Per quanto l’inflazione si avvicini all’obiettivo del 2%, con gli ultimi dati provenienti da Spagna e Francia rassicuranti per la BCE e che hanno spinto in molti a scommettere su ulteriori tagli dei tassi, le possibili tensioni sui prezzi tornano a far preoccupare. Il primo aprile arriveranno i dati sull’inflazione nell’Eurozona, ma la vera incognita arriva il giorno dopo: i dazi statunitensi (e i contro-dazi europei).
L’impatto delle nuove tariffe potrebbe far alzare i prezzi, e anche Panetta ha affermato che “guardando al futuro, la lotta all’inflazione non può ancora dirsi conclusa. Sarà essenziale monitorare con attenzione tutti i fattori che potrebbero ostacolare il ritorno all’obiettivo del 2%”, che già si considerava difficile da raggiungere entro il 2025.
“Da un lato – ha detto il governatore di Bankitalia – la debolezza dell’economia europea e le tensioni geopolitiche stanno frenando consumi e investimenti, contribuendo a contenere l’inflazione. Dall’altro lato, l’aumento dell’incertezza (dovuto soprattutto agli annunci, talora contraddittori, sulle politiche commerciali degli Stati Uniti) impone cautela nel percorso di diminuzione dei tassi ufficiali”.
È questa la contraddizione con cui dovrà fare i conti la politica monetaria. Paradossalmente, un’inflazione che è tenuta a bada solo grazie alla stagnazione dell’economia e un’instabilità del quadro economico, potrebbe spingere verso la stagflazione, cioè verso una crescita in pratica inesistente e il ritorno di una fiammata inflazionistica.
Non è assolutamente un dietrofront totale sul taglio dei tassi, ma è la presa d’atto che lo scenario che deve affrontare la UE è sempre più difficile e in cui le soluzioni suggerite, prima ancora che con la capacità di mettere d’accordo gli stati membri, devono fare i conti con la rottura del legame euro-atlantico fino a oggi base e fondamento delle scelte di Bruxelles.
Le borse europee, dopo un’iniziale tenuta, a ridosso dell’introduzione dei dazi sono andate pesantemente in rosso, con gli investitori che hanno dirottato ulteriormente i propri soldi verso beni rifugio come l’oro (di cui il prezzo spot e future continua a salire).
Nel giro di pochi giorni molti nodi verranno al pettine. Non tutti, ma molti.
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