Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/08/2017

Dieci anni di crisi globale. E’ solo una questione di “onestà”?

Dieci anni di crisi hanno distrutto alle fondamenta la fiducia nel funzionamento del “libero mercato”. Se si leggono solo i giornali italiani sembra che tutto prosegua come negli anni precedenti la crisi, e che dunque le difficoltà e l’impoverimento di questo paese siano soltanto “colpa nostra”; o, semplificando ulteriormente, della spesa pubblica e dei diritti sociali.

Altrove la narrazione paradisiaca del libero mercato è stata sostituita da tanto disincanto sulle scelte o le soluzioni a breve termine, ma senza riuscire – naturalmente – a partorire una nuova narrazione (“ideologia”) sostitutiva.

L’articolo di Martin Sandbu, pubblicato qualche giorno fa sulla bibbia della City londinese, il Financial Times, ne è una dimostrazione plastica.

L’autore è costretto – dal suo punto di vista, comunque neoliberista – ad ammettere che l’aggressivo capitalismo finanziario seguito alle “rivoluzione reaganiana” (thatcheriana, per i britannici) si è retto per oltre un quarto di secolo su una bolla di dimensioni colossali, in cui il rapporto tra il prezzo di un bene e il suo valore economico reale è andato smarrito. Il povero Sandbu riassume questo smarrimento con il termine menzogna, come se qualcuno avesse deciso a tavolino di barare sulle regole di mercato. Come se non esistesse la concorrenza di tutti contro tutti e dunque fossero possibili “cartelli sulla comunicazione”, comprendenti imprenditori cinesi, russi, ecc.

L’escamotage retorico gli consente comunque di istituire un parallelo alquanto arbitrario e straccione con “il comunismo sovietico”, elevato a comunismo tout court, autore a suo dire di un’altra menzogna.

Ma questo è il punto decisamente meno interessante del suo articolo.

Quello decisivo è invece l’impotenza ad uscire da un mondo intellettuale appena definito indifendibile. La “razionalità del capitalismo” – incentrata sul prezzo come sintesi superiore di informazione – non ammette infatti né superamento, né alternativa. Così è e così dovrà essere per sempre. Chi ci crede è condannato alla fissità...


Una volta detto questo, però, come avviene a tutti coloro che professano la fede del “mercato perfetto” (“il migliore dei mondi possibili”), resta da spiegare comunque come mai sia arrivata la crisi, e di quella potenza; tale da distruggere – nella maggioranza delle figure sociali esistenti nell’Occidente, e comunque fisicamente nell’arretramento di tutte le economie avanzate – l’equazione-narrazione “libero mercato uguale più benessere per tutti”.

Per un’economista serio, che la causa sia identificata in una “menzogna”, è semplicemente patetico. Ma indicativo. Un’intera fase storica del capitalismo globale – dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi – viene ridotta a un gioco di comunicazione falsificato (da chi? da quanti? In fondo il Capitale è un meccanismo impersonale, che non ha né vuole avere un “Comitato centrale”, né un “ministero della verità”).

A questo, però, si riduce ormai il “pensiero neoliberale”. Dovendo comunque rifiutare – per principio ideologico – sia la pianificazione centralizzata che “l’economia mista”, ma dovendo al tempo stesso prendere atto del fallimento del “libero mercato reale” (quello degli ultimi 35 anni), il buon Sandbu è costretto in un angolo logico davvero angusto.

Da cui prova ad uscire un po’ “grillinamente”, auspicando un mercato “onesto”. Ossia una qualità morale che in genere è un handicap fatale per chiunque voglia “stare sul mercato”...

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Da Lenin a Lehman. Le grandi menzogne.

Coloro che vogliono salvare il capitalismo, dovrebbero ricordarsi degli echi della Rivoluzione Russa.

Martin Sandbu per Financial Times, 15 Agosto 2017

Traduzione e cura di Francesco Spataro

I due anniversari che segnano l’anno in corso – il centenario della Rivoluzione Russa ed il decennale dall’inizio della crisi finanziaria globale – hanno in comune molto di più di quello che può apparire a prima vista. Entrambi gli eventi, sono indubbiamente momentanei. La Rivoluzione d’Ottobre ha inaugurato una dittatura che si sarebbe distinta per tutto il ventesimo secolo come avversaria dell’egemonia fascista (nella prima metà), e nemica del mercato liberista (durante tutto il suo divenire). Nel frattempo, la crisi finanziaria globale, ha scosso fin nelle fondamenta il modello che era emerso vittorioso dalla Guerra Fredda. Il Comunismo, in cui si era trasformato il blocco sovietico, dagli anni ’80 è collassato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni economiche e politiche. Il trambusto politico dello scorso anno, dimostra che stiamo in osservazione, per vedere se le economie del libero mercato subiranno la stessa sorte. Ma le somiglianze fra i due eventi vanno al di là della loro portata storica: il soggetto dell’attuale minaccia al libero mercato è lo stesso che ha abbattuto il suo rivale.

Il comunismo ha fallito, perché ha perseguito due tipi di menzogne.

La prima è stata tradire un sogno che, almeno originariamente, aveva attratto milioni di persone verso quell’ideale: una società fondata sull’eguaglianza, la solidarietà e l’autorealizzazione finalizzata ad un obbiettivo collettivo. La fede in questo sogno è vissuta più a lungo del dovuto, anche nel cuore della patria del comunismo... e ancora più a lungo ad Ovest. Prima o poi però è stata schiacciata dalla realtà.

La seconda menzogna è stata propagandare la validità di un sistema economico basato sull’inganno e l’illusione. In gran parte è stato dimenticato, ma per una buona fetta del XX secolo, è infuriato un gran dibattito se una distribuzione più efficiente delle risorse, sarebbe scaturita da una pianificazione centralizzata o da un mercato decentralizzato. L’esempio del controllo dello Stato sui mezzi di produzione fu la sola pianificazione che poteva superare lo spreco di risorse, causato dalla disoccupazione di massa, dono del capitalismo, e dalla ricorrente carenza di domanda, che causava recessione. In pratica, come era ovvio, la vera pianificazione centralizzata si è rivelata una soluzione terribile per la produzione e per la distribuzione delle merci di cui avevano bisogno i cittadini. Ma invece di correggersi, l’economia pianificata ha trasformato il progetto in un’enorme bugia intorno alla quale le convinzioni “pubblicistiche” di ciascuno dovevano allinearsi ed appiattirsi al pensiero “privatistico” che si conosceva meglio. “Voi fate finta di pagarci, noi facciamo finta di lavorare” era una battuta che si sentiva da Rostock a Vladivostok, ma anche una dichiarazione della realtà dei fatti.

Il vasto consenso intellettuale ha avallato troppo tardi la visione di Friedrich von Hayek, che i prezzi del mercato flessibile contengono più informazioni di qualsiasi altro meccanismo di pianificazione possa sperare di raccogliere centralmente; e che, di conseguenza, l’attività decisionale diffusa funziona più efficacemente delle autorità statali.

Questa visione è di grande aiuto per spiegare il crescente gap economico fra il mondo capitalista e quello comunista verso la fine della Guerra Fredda. Eppure, è stato duro risvegliarsi nella crisi finanziaria globale, che ha pregiudicato qualsiasi riaffermazione che il capitalismo finanziario occidentale, possa essere il miglior modo per organizzare un’economia. L’epifania di Hayek sul meccanismo dei prezzi non è sbagliata, ma incompleta. I prezzi di mercato di beni e servizi sono la tecnica informativa più valida di qualsiasi economia pianificata; ma la crisi ha dimostrato che lo stesso non si può dire per i prezzi degli assets (patrimoni reali o virtuali, come i cosiddetti “prodotti derivati”, di cui abbiamo triste memoria N.d.A.). Se il piano quinquennale è stata la grande menzogna del blocco sovietico, questa è quella del Capitalismo: i valori di mercato degli assets finanziari, riflettono fedelmente il valore economico che essi rappresentano.

Quello che è accaduto in questi stessi giorni, di dieci anni fa, è stata l’agghiacciante realizzazione che i diritti finanziari accumulati negli anni di boom economico precedenti non quadravano, che la futura produzione economica, di cui tanto cianciavano, non era sufficiente per onorare appieno i debiti. In breve: il benessere economico che le persone pensavano di possedere, di fatto, non esisteva. Quando un numero di contribuenti sufficientemente alto si rese conto che la percezione del loro benessere finanziario non era vera, il sistema si disintegrò. Il disorientamento e la sfiducia che sono seguiti, sia nei mercati che nella politica, furono proprio quello che ci si aspetta succeda quando milioni di risparmiatori, realizzano che stanno vivendo una bugia. Una menzogna seguì l’altra, mentre il mercato liberista, a sua volta, tradì il sogno che aveva promesso.

Oggi le economie occidentali risultano essere assai più povere del trend precedente al crash previsto. La crisi, ed il periodo successivo ad essa, hanno lasciato, in particolare ai giovani, poche speranze di avere le stesse opportunità di prosperare dei loro genitori o dei loro nonni. Avviso ai naviganti: le multe per i cosiddetti “crediti di crisi”, hanno raggiunto i 150 miliardi di dollari. Quindi, tutti coloro che vogliono che il capitalismo liberal-democratico rifiorisca devono prestare attenzione a due lezioni da questo confronto.

Primo, un sistema a base sociale può vivere una delusione, per un tempo molto lungo. Il Comunismo questo ce lo ha dimostrato; come del resto il Capitalismo, le cui promesse, per alcuni gruppi, sono state disattese decenni prima dell’inizio della crisi. Ma quando le persone non possono più contare sui propri mezzi di sostentamento, il sostegno si spezza, viene a mancare. Ciò nonostante, le società più resilienti sono quelle che conoscono la verità su loro stesse. L’inganno produce fragilità. Il libero mercato è in pericolo perché il suo sistema finanziario ci ha permesso di mentire a noi stessi; ed infine, non abbiamo tenuto conto delle perdite che erano evidenti.

I populisti di destra e di sinistra trafficano in nostalgia, aspettando la primavera dell’economia mista. Hanno ragione quando asseriscono che il confronto fra la pianificazione ed il laissez-faire si deve risolvere in un mix dei due.

Ma la lezione più grande che si può imparare da questa competizione è che un qualsiasi sistema sociale od economico deve essere onesto, non solo imparziale, ma attendibile. E questo è un tipo di estremismo che i populisti, insolitamente, non sono abilitati a fornire.

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Harvey, una lezione per gli Stati Uniti: la risposta di Cuba agli uragani

Questo articolo esce in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.

Il passaggio dell’uragano Harvey, ormai declassato a tempesta tropicale, sui territori di Texas e Louisiana ad ora ha provocato 12 morti oltre a danni ingenti. In Texas siamo al quarto giorno di inondazioni e le previsioni parlano ancora di piogge per le prossime ore. Il servizio meteo federale statunitense lo ha definito «un evento senza precedenti».

A 12 anni dalle distruzioni causate dall’uragano Katrina, l’emittente teleSUR ha ricordato che una piccola isola caraibica con poche risorse, Cuba, riesce a proteggere il proprio popolo da questi eventi estremi in maniera molto più efficace rispetto a tanti dei paesi più ricchi a livello mondiale. Una lezione da apprendere per gli Stati Uniti.

La preparazione e la prevenzione in materia sono il marchio di qualità della Rivoluzione Cubana. Con risultati tangibili: in occasione dell’uragano Ivan nell’anno 2004, il governo cubano grazie a un efficace sistema di allarme e di organizzazione preventiva delle comunità locali, fu in grado di evacuare in poche ore oltre 2 milioni di persone.



Il sistema cubano è tanto efficace quanto poco costoso. Al punto da spingere il governo dello Sri Lanka a chiedere aiuto e consulenza a Cuba e non ai paesi occidentali per approntare un piano di organizzazione ed emergenza per gli tsunami. Quello cubano è un modello considerato superiore rispetto ai modelli adottati dai paesi ricchi e facilmente replicabile per i paesi in via di sviluppo anche dalle Nazioni Unite.

In occasione di grossi disastri come l’uragano Katrina o la tempesta tropicale Harvey, Cuba registra danni «limitati alle proprietà e poche perdite umane», segnala ai microfoni di teleSUR il direttore della rivista scientifica Medicc Review Gail Reed, in ragione dell’alto livello di preparazione.


Secondo Reed, l’approccio cubano alle politiche di prevenzione dimostra una riflessione approfondita sul potere della natura e sull’impatto del cambiamento climatico. Mentre la filosofia statunitense di sollievo dal disastro, non riesce o non vuole riconoscere la fragilità umana.

Infine, Gail Reed ricorda come nel 2005, Cuba, che soffre da oltre mezzo secolo un illegale blocco economico imposto dagli Stati Uniti, offrì di inviare 1.500 medici della Brigata Henry Reeves per aiutare la popolazione di New Orleans colpita dall’uragano Katrina. L’allora presidente George W. Bush rifiutò l’offerta d’aiuto.

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Corea. Tensione altissima, riunione nella notte del Consiglio di Sicurezza


Il lancio missilistico di ieri da parte della Corea del Nord, ha fatto scattare l’allarme in Giappone sorvolato dal missile e in tutta l’area del Pacifico settentrionale, Stati Uniti inclusi.

Il test è stato realizzato con un missile Hwasong-12. Secondo esperti militari giapponesi, il lancio dimostra un progresso ulteriore nelle tecnologie a disposizione di Pyongyang. Non è la prima volta che il territorio giapponese viene sorvolato da un missile nordcoreano. Era già avvenuto nel 1998 e nel 2009. Ieri l’aviazione militare della Corea del Sud, impegnata in manovre militari congiunte con Stati Uniti e Giappone, ha sganciato alcune bombe nei pressi del confine con la Corea del Nord, il famoso 38° parallelo.

L’agenzia di stampa Kcna della Repubblica Popolare Democratica di Corea, ha confermato la presenza di Kim Jon Un alle operazioni di lancio. Il “presidente del Partito dei lavoratori di Corea, presidente della Commissione affari di Stato e comandante supremo dell’Esercito del popolo coreano” – scrive la Kcna – “ha guidato l’esercitazione di lancio balistico missilistico delle Forze strategiche”. Accanto a lui erano presenti tutti esponenti del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori coreani, tra i quali Ri Pyong Chol, Kim Jong Sik e Yu Jin.

“Coinvolte nell’esercitazione sono state unità dell’artiglieria Hwasong delle Forze strategiche dell’Esercito del popolo coreano, con l’incarico di colpire le basi delle forze imperialiste Usa collocate nel teatro operativo del Pacifico nel raggio d’azione del missile strategico intermedio Hwasong-12”, si legge nel lancio della Kcna, che più avanti precisa alcuni dettagli sull’obiettivo “politico” del test missilistico sottolineando come “l’attuale esercitazione di lancio del missile balistico in modalità che ha simulato una vera guerra sia un primo passo dell’operazione militare dell’Esercito del Popolo coreano nel Pacifico e un significativo preludio del contenimento di Guam, base avanzata d’invasione”. Secondo la Kcna il leader coreano ha detto che “è necessario spingere positivamente avanti il lavoro per ammodernare le forze strategiche conducendo più esercitazioni di lancio balistico con il Pacifico come obiettivo nel futuro”.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite questa notte ha condannato unanimemente il lancio del missile balistico effettuato ieri dalla Corea del Nord.

In una riunione d’emergenza a porte chiuse convocata da Stati Uniti e Giappone, il rappresentante giapponese ha suggerito l’opportunità che venga decisa una nuova dichiarazione di sanzioni. “Il prossimo passo parte ora. Non possiamo predire l’esito, ma io certamente spero che ci sarà una forte risoluzione dopo questa dichiarazione”, ha detto Koro Bessho.

I 15 membri dell’organo esecutivo Onu hanno approvato la dichiarazione, anche con il voto favorevole di Cina e Russia.

La dichiarazione approvata questa notte dal Consiglio di sicurezza, pur condannando il lancio, non annuncia però nuove sanzioni nei confronti della Corea del Nord.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ricordato che Pechino è contraria al lancio di missili che violano il trattato di non proliferazione nucleare, ed ha ribadito l’appello alla riapertura dei negoziati, a lungo bloccati, evitando azioni che “possano ulteriormente provocare un’escalation delle tensioni”.

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Manovra del governo: come sfruttare il lavoro a suon di bonus. Per poi licenziare tutti

E’ inutile, ogni volta che si avvicinano le elezioni quelli che ci governano sentono il bisogno irresistibile di diventare generosi e magnanimi. Come lo fanno? A suon di bonus: nel 2014 furono gli 80 euro in più in busta paga (che poi hanno restituito circa 1 milione e mezzo di persone, diventate troppo povere per beneficiare del “bonus”), nel 2015 furono le decontribuzioni unite al nuovo contratto a tutele assenti (l’unica giusta definizione del JobsAct), nel 2016 c’è stata l’apoteosi delle promesse e dei bonus (500 euro ai diciottenni, ponte sullo stretto, e chi più ne ha più ne metta).

Si avvicinano le elezioni politiche e il governo Gentiloni che fa? Naturalmente le stesse cose che ha fatto Renzi. Del resto, i pupazzi non si muovono certo d’iniziativa propria.

“Tre anni di superbonus ai giovani disoccupati”, titolano i giornali. Sembra una di quelle pubblicità per convincere a comprare l’auto nuova. Invece è solo un spot per riproporre una truffa vecchia: decontribuzioni fino al 50%, questo propone il governo, “poi una riduzione dell’aliquota contributiva di quattro punti, dal 33 al 29%, due a favore del lavoratore, due per le imprese, e per sempre”, dice Enrico Morando. Che aggiunge: “Sarebbe il completamento naturale del Jobs act e del piano avviato dal governo Renzi per la riduzione della pressione fiscale su imprese e lavoratori, con il taglio dell’Irap, dell’Ires e gli 80 euro per i lavoratori dipendenti”.

Che il vice ministro dell’Economia possa dire fesserie non sorprende, vista la graziosa compagnia di governo che di certo non lo incentiva a fare meglio, ma che non sappia far di conto è proprio intollerabile: il tentativo di far passare queste misure come egualmente vantaggiose per lavoratori e imprese è, oltre che una bugia spudorata, l’opposto di quanto la realtà empirica dei dati ci sbatte sotto gli occhi. Il risultato delle politiche di decontribuzione e sgravio (a cui la letteratura scientifica attribuisce un moltiplicatore pari a 0,7. Cioè distruttivo di ricchezza investita) è stato il licenziamento di massa dei lavoratori assunti con gli incentivi dell’INPS (più di 400 mila licenziamenti in un colpo solo), il boom del lavoro nero legalizzato e sottopagato (grazia ai voucher, ieri falsamente aboliti, oggi di nuovo in circolazione e utili per continuare a sfruttare il lavoro dei giovani), livelli di retribuzioni nette tra i più bassi della UE, col risultato che in sei anni gli occupati italiani quasi vanificano la crescita di potere d’acquisto registrata in 12 anni. L’Italia è il Paese in cui contestualmente è esplosa la miseria e il livello della povertà assoluta (oltre 4 milioni e mezzo di persone) e relativa (14%) mentre sempre più si è concentrata la ricchezza nelle mani di pochi, all’aumento di disoccupazione, precarietà e diseguaglianze è corrisposto un aumento dei profitti privati (+1,1 punti registrati nel 2016 rispetto al 2015).

Se a questo quadro si aggiunge quanto già detto a proposito degli 80 euro e le citazioni morandiane (del ministro purtroppo, non del cantante) su Ires e Irap si scopre che nel nostro Paese è avvenuto un esproprio di ricchezza e diritti contro il popolo e a tutto vantaggio delle imprese. Il valore di queste decontribuzioni è oggi stimato intorno ai 5 miliardi, quello delle precedenti era pari a 17 miliardi. Stiamo parlando di di 22 miliardi netti finiti nelle casse delle imprese (per non aggiungere troppe altre portate a questa “grande abbuffata” – alla sola lettura capace di provocare più ribrezzo delle scene del celebre film di Marco Ferreri – citiamo sottovoce gli 8 miliardi a Monte dei Paschi di Siena con cui si è, da un lato, salvata la banca, ma al contempo, ripagato i debiti dei misteriosi debitori inadempienti, grandi imprese i cui nomi sono stati segretati dal voto della maggioranza di governo). Questa è proprio lotta di classe. Odio di classe, perché loro – i padroni – ci odiano, come scriveva Edoardo Sanguineti. E non potrebbe darsi altra spiegazione quando si leggono insieme, anche se a poche righe di distanza, le cifre sulla povertà in Italia e quelle dei soldi pubblici (soldi nostri) regalate alle imprese.

E’ comico il vice ministro che perentorio avverte: chi ha licenziato nei sei mesi precedenti o licenzierà nei sei mesi successivi alla stipulazione del nuovo contratto non beneficerà degli incentivi. Peccato che fossero le stesse parole dette nel – non troppo – lontano 2014. Il risultato lo conosciamo tutti ed è stato citato più sopra.

Queste politiche, liberiste, sono politiche pro cicliche. Sono politiche che confermano e seguono i fondamentali di politica economica che hanno portato all’aggravamento della crisi capitalistica mondiale. E’ evidente che servono invece politiche anticicliche.

Alla gioventù serve ben altro: a cominciare da riduzione di orario di lavoro ed età di lavoro, un intervento massiccio dello Stato in economia a finanziare investimenti capaci di generare moltiplicazione di ricchezza investita cominciando a dire forte e chiaro che la desertificazione del Paese deve finire, le svendite e le privatizzazioni in Italia sono state una regalia e sono costate molto più di quanto abbiano reso (se hanno mai reso). Bisogna cancellare la vergogna del Jobs Act, ridando piene tutele ai lavoratori contro i licenziamenti arbitrari. Dire NO alle imposizioni di Bruxelles, del FMI e del governo tedesco.

Per farlo, bisogna dire NO a questa manovra, a partire da un autunno di mobilitazioni e di lotte.

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Dibattito Brancaccio - Fornero

Spezzoni da “In Onda” (La7) del 28 agosto 2017. Di tanto in tanto affiora la tentazione dei media di riabilitare il governo dei “tecnici” Monti e Fornero. Ma i dati sull’occupazione, sul debito pubblico e sulle disuguaglianze mostrano che quella esperienza fu un fallimento, politico e scientifico: fecero ciò che non andava fatto e che non si dovrà ripetere in futuro. Ne discutono Elsa Fornero (ex ministra del Lavoro), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Sergio Rizzo (Repubblica). Conducono David Parenzo e Luca Telese.


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29/08/2017

Dal vertice di Parigi emerge un'Europa più feroce

Quella che esce dal vertice di Parigi sull’immigrazione è un’Europa più feroce, più egoista, più ingiusta.

A Parigi i paesi che contano nell’Unione Europea hanno segnato un ulteriore passo verso l’estensione al continente africano delle mire egemoniche di quello che si configura sempre più come un progetto imperialista, militarista e guerrafondaio.

L’Ue sposta di fatto le proprie frontiere nei paesi del Nord e del Centro Africa nei quali irrompe politicamente, economicamente e militarmente a man bassa con la scusa del necessario controllo dei flussi migratori.

A suon di miliardi, regalati a pioggia ai regimi locali, ai vari ras, ai boss e ai capi militari e tribali, l’Ue ottiene di fatto l’esternalizzazione del gravoso e impopolare compito del ‘contenimento dei flussi migratori’.

A fare il lavoro sporco nei campi di concentramento, lontano dai confini meridionali dell’Europa – e quindi delle telecamere, dei giornalisti troppo curiosi, da quel poco di opinione pubblica solidale e sensibile a certe cose che ancora rimane – ci penseranno le milizie locali, che selezioneranno chi potrà entrare all’interno dei confini dell’Ue – la mano d’opera in Europa serve, altroché – rispedendo al mittente i non funzionali.

I diritti umani? Roba per ‘buonisti’...

A dare una mano ai regimi locali e a ricordargli gli impegni presi in caso di dubbi o ripensamenti, ovviamente, ci penseranno i militari ed i consiglieri di paesi europei che del resto non hanno mai disdegnato le scorribande nel continente africano, a partire dai francesi (ma ormai l’esercito europeo avanza e Berlino non vuole mica rimanere alla finestra).

Per non parlare dei lauti affari che le grandi imprese europee potranno fare gestendo la realizzazione di quelle opere grandi e piccole che i regimi africani pretendono in cambio della scelta di spalancare le porte all’imperialismo europeo. Lauti affari privati sostenuti in buona parte da fondi pubblici – cioè dei contribuenti europei – messi a disposizione dai singoli stati del continente e dall’Unione Europea in quanto tale nell’ambito del progetto di sostegno ai paesi che si votano alla ‘accoglienza’ dei migranti e dei profughi. Che non si dica che non li aiutiamo a casa loro!

I migranti continueranno a morire come mosche, ma meno nel Mediterraneo e più nel deserto africano e nei lager che verranno costruiti con i fondi europei. Come si dice: occhio non vede, cuore non duole...

Gentiloni è contento, perché sembra aver obbligato Parigi e l’UE tutta a prendere in considerazione i richiami di Roma a non essere lasciata sola contro la presunta “invasione”.

Macron è contento, perché ha facilmente sottratto a Roma il breve e appena ritrovato protagonismo italiano in Libia, dove gli appetiti sulla spartizione del gas e del petrolio rendono la contesa assai feroce anche tra paesi amici e alleati.

Pure Minniti è contento, perché ha ottenuto prima gli elogi per aver obbligato quegli ingrati dei libici a bloccare le partenze dei migranti verso le coste italiane e poi perché ha ottenuto una insperata ribalta internazionale quando di fatto l’Ue nel suo complesso ha deciso di adottare il suo modello – “soldi contro contenimento” – già peraltro sperimentato in Turchia da Frau Merkel senza grandissimo successo.

Anche la Germania è contenta, perché intestando il piano all’Unione Europea ha evitato che Parigi facesse da ‘asso pigliatutto’ e la scavalcasse.

Ovviamente che in Europa arriveranno meno migranti rispetto al passato è tutto da vedere. Le migrazioni di massa alle quali assistiamo da qualche anno non sono dei fenomeni congiunturali, e tantomeno il frutto delle manovre complottiste di qualche “miliardario mondialista”. Fuori dalla fortezza europea e dall’Occidente in declino c’è un intero e sconfinato mondo in subbuglio, scosso da cambiamenti climatici, guerre, carestie, sommovimenti di vario tipo.

Sicuramente, se il progetto andrà in porto e terrà – interessi e contromisure statunitensi, cinesi e saudite permettendo – il carattere imperialista, guerrafondaio e militarista dell’Unione Europea ne uscirà nettamente rafforzato. Di fronte ad una diminuzione della pressione migratoria anche i recalcitranti paesi aderenti al Patto di Visegrad dovranno tirare i remi in barca come del resto hanno già fatto per quanto riguarda la formazione a tappe forzate di un esercito europeo da affiancare (e contrapporre, se necessario) alla Nato.

Mentre i partiti della destra xenofoba e populista utilizzano l’immigrazione per guadagnare credibilità e consensi spargendo bufale e allarmismi, le forze politiche europeiste – altrettanto razziste ma più compassate – hanno dimostrato di essere assai più lungimiranti, tentando di trasformare il problema, cioè i flussi migratori, in una risorsa. L’ennesima crisi è stata di fatto rivoltata e trasformata in una nuova opportunità di rilancio e di coesione per l’Unione Europea, da una classe dirigente continentale che ha appetiti sempre più voraci e a lungo raggio.

Sempre che il gioco funzioni, ovviamente. E non è detto.

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Arriva il Reddito di Inclusione. Propaganda e realtà dei fatti

Il governo ha deciso di varare il “reddito di inclusione” propagandato come “un sostegno alle famiglie più deboli”. Ma abbiamo imparato da decenni a diffidare di ogni annuncio di questo tipo. In fondo, anche il Jobs Act viene ancora spacciato come un incentivo alle assunzioni e alla “buona occupazione”, anche se dopo tre anni è chiarissima la sua funzione di precarizzazione totale del lavoro, libertà di licenziamento, compressione dei salari, ecc.

Proprio per questo vi proponiamo una doppia lettura. La prima, vaghissima ed esultante, è quella di Repubblica, organo ufficiale del governo che rende praticamente inutile l’ufficio stampa di Palazzo Chigi.

La seconda è quella – sintetica ma precisa – fatta dall’Usb, il sindacato di base che più di tutti si candida a ricoprire il ruolo di sindacato generale, concretamente alternativo alla “triplice dei complici”.

Gli elementi che dovrebbero mettere tutti in sospetto sono facili da individuare.

a) Il Reddito di inclusione (Rei) sostituisce altre due forme di sostegno al reddito (il Sostegno all’inclusione attiva – Sia – e l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione), ricalcando di fatto le caratteristiche del primo.

b) L’importo del Rei è decisamente miserevole – dai 190 fino ai 485 euro – e molto inferiore all’attuale (e insufficiente) Assegno di disoccupazione, che corrisponde invece “al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni”; un cifra variabile con il livello della perduta retribuzione, tanto che la stessa legge imponeva un limite (“l’importo della prestazione non può superare il limite massimo di 1.300 euro”) e una riduzione del 3% ogni mese per “incentivare la ricerca di una nuova occupazione”).

c) I requisiti particolarmente restrittivi per l’accesso alla prestazione (come per l’attuale Sia; unica differenza il livello dell’Isee, ora a 6.000 euro invece che a 3.000) e le “condizionalità” (mettersi in mano ai servizi sociali, nel frattempo ridotti alla paralisi a causa dei tagli al bilancio).

d) Le risorse finanziarie ridicole (1,7 miliardi), sufficienti per poco più di mezzo milione di famiglie (il “familismo” è la filosofia dominante di questa misura); lo stesso governo dice di sperare bastino per “660mila”.

In pratica, il Rei non si discosta molto dalla famosa “social card” di Giulio Tremonti. Con la differenza che quella misura ridicola, se non altro, non era sostitutiva di altre forme di sostegno al reddito ben più consistenti.

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La propaganda di Repubblica

Reddito di inclusione, dal primo gennaio arriva il sostegno per le famiglie più deboli

Con il via libera definitivo dopo il secondo esame in consiglio dei ministri decolla ufficialmente il Reddito d’inclusione (ReI), lo strumento di contrasto alla povertà che sostituisce il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) e anche l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione e che partirà il prossimo primo gennaio. La misura consiste in un assegno mensile di importo variabile dai 190 fino ai 485 euro in caso di famiglie molto numerose per una durata massima di 18 mesi e sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo richiedere nuovamente.

Beneficiarie della misura saranno le famiglie con un Isee non superiore ai 6mila euro, un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, non superiore ai 20 mila euro e un patrimonio mobiliare massimo tra i 6 mila e i 10 mila euro a seconda del numero dei componenti del nucleo. Priorità, almeno nella fase iniziale di introduzione, alle famiglie con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati over 55.

Nelle intenzioni del governo, aveva spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti dopo il primo via libera a giugno, lo strumento dovrebbe coinvolgere circa 660 mila famiglie, di cui 560 mila con figli minori. Sul tavolo il governo ha messo 1,7 miliardi di euro destinati a crescere ad almeno 2 miliardi l’anno. Lo strumento di accesso al beneficio sarà la carta Rei, dove verrà materialmente caricato l’importo. Si tratta di una carta con cui sarà possibile acquistare una serie di beni, utilizzabile anche come bancomat per prelevare fino alla metà dell’importo erogato mensilmente. Contestualmente alla ricezione del sostegno, i beneficiari dovranno però partecipare a un progetto di reinserimento sociale e nel mondo del lavoro.

Il provvedimento fissa però dei paletti per l’accesso alla misura. Non potranno ottenere il Rei i proprietari di imbarcazioni, o auto e moto immatricolati nei 24 mesi precedenti la richiesta del sussidio.

Soddisfatto il premier che su Twitter ha commentato: “Via libera definitivo al Reddito di Inclusione. Un aiuto a famiglie più deboli, un impegno di Governo Parlamento e Alleanza contro povertà”.

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La realtà del provvedimento, nell’analisi critica dell’Usb, che prende in esame anche il “reddito di cittadinanza” proposto dai Cinque Stelle ed avanza una proposta alternativa originale e realistica.

1 La povertà in Italia

Quanti sono i poveri in Italia

L’ISTAT calcola la stima della povertà secondo due distinte misure: povertà assoluta e povertà relativa. I dati del 2016 stimano che:

• gli individui che vivono in povertà assoluta ammontano a 4 milioni e 742mila (7,9% della popolazione) e riguardano 1 milione e 619mila famiglie (6,3% delle famiglie residenti);

• gli individui che vivono in povertà relativa ammontano a 8 milioni 465mila (14,0% della popolazione), per un totale di 2 milioni 734mila famiglie (10,6% delle famiglie

Chi colpisce di più

La povertà, sia assoluta che relativa, colpisce soprattutto la famiglie numerose, con 4 o 5 e più componenti e con minori, la famiglie giovani dove la persona di riferimento ha meno di 35 anni e il cui titolo di studio posseduto è al massimo la licenza elementare.

I working poor

Le famiglie in povertà assoluta la cui persona di riferimento può contare su un’occupazione (working poor) rappresentano il 6,4% (il 10,2% se si considera la povertà relativa) e particolarmente sfavorite risultano le famiglie di operai assimilati (12,6% in povertà assoluta e il 18,7% in povertà relativa), mentre tra i non occupati è colpito soprattutto chi è in cerca di occupazione (23,2% in povertà assoluta e il 31,0% in povertà relativa).

2 Il dibattito in UE sul reddito minimo europeo

Punti di partenza

Vi è una proposta del parlamento europeo che verrà votata dalla Commissione europea a fine settembre: istituzione di un regime RM in tutti i paesi costituito da misure (prestazione economica + accesso agevolati ai servizi) per coloro che hanno un reddito insufficiente.

- La relazione mette in luce la difficoltà di tutti gli schemi di risolvere i problemi dei cittadini in difficoltà: tendenza all’irrigidimento delle condizionalità, aumento della selettività.

- Le riforme sul MDL e il consolidamento dei bilanci hanno acuito le disparità tra paesi. La riduzione della spesa pubblica (sanità, alloggi, istruzione e protezione sociale) ha aggravato le condizioni dei più fragili.

- Il RM funge da stabilizzatore automatico in caso di importanti crisi (effetto anticiclico).

- Gli studi della Banca mondiale concludono che la povertà incide negativamente sulla crescita economica

Perché conviene

- Le politiche a sostegno delle fasce più svantaggiate andranno a vantaggio di tutta l’economia dell’UE e saranno tendenzialmente stabili sul bilancio

- L’FMI (Fondo Monetario Internazionale) sottolinea che: se la quota di reddito aumenta di 1 punto per il 20% delle persone che si collocano nella fascia superiore dei redditi, il tasso d crescita del PIL si riduce dello 0,08 punti percentuali nei successivi 5 anni. Viceversa, ad un aumento di reddito di un punto percentuale per quelle persone che si collocano nel 20% di reddito più basso, è associato un tasso di crescita del PIL dello 0,38% .

Conclude

In sede di definizione delle politiche macro-economiche tenere conto di garantire l’accesso ai servizi sociali pubblici finanziati adeguatamente e sistemi di sostegno economico ai più fragili.

3 Principali elementi del Reddito di inclusione

Che cosa è il Reddito di inclusione e come si compone

E’ una misura nazionale di contrasto alla povertà presentata come universale, ma nei fatti categoriale (selettiva)

Si compone di 2 parti:

a) Beneficio economico erogato attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI)

b) Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa.

Il REI condiziona l’erogazione del sostegno economico all’adesione di un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa. La misura entrerà in funzione dal 1° gennaio 2018.

Beneficiari

Beneficiari della misura non sono gli individui, ma i nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di stima della povertà assoluta: circa 500 mila famiglie, di cui 420 mila con minori. Le persone potenzialmente coperte dal REI sono complessivamente quasi 1,8 milioni, di cui 700 mila minori.

Risorse finanziarie

Per finanziare il Reddito di inclusione è stato istituito il Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, con una dotazione strutturale che l’ultima legge di bilancio ha portato a circa 1,7 miliardi di euro dal 2018 fino ad arrivare a oltre 2 miliardi di euro dal 2019.

Non meno del 15% del Fondo povertà verrà destinato al rafforzamento degli interventi e servizi sociali per il contrasto alla povertà per i servizi di informazione alle persone, l’organizzazione delle procedure di accesso per gli aventi diritto così come i percorsi d’inserimento sociale (262 milioni di euro per l’anno 2018 e 277 milioni di euro per il 2019 – art 7 comma 3).

Le Regioni e le Province autonome possono concorrere con risorse proprie a rafforzare il REI con riferimento ai propri residenti.

Entità del beneficio economico

Il beneficio per ogni nucleo familiare non potrà essere superiore all’assegno sociale (485,411 euro al mese). Se i componenti del nucleo familiare ricevono altri trattamenti assistenziali, il valore del REI è ridotto del valore dei trattamenti, esclusi quelli non sottoposti alla prova dei mezzi (indennità di accompagnamento).

Il beneficio massimo mensile del REI per numero di componenti il nucleo familiare è il seguente:


4. Requisiti per beneficiare del Reddito di inclusione

Durata del beneficio economico

Il beneficio è concesso per un periodo massimo di 18 mesi e non potrà essere rinnovato prima di 6 mesi. In caso di rinnovo, la durata è fissata in 12 mesi.

Requisiti dei nuclei familiari

Nuclei familiari con almeno una delle seguenti condizioni (priorità alla famiglie con minori):

- presenza di figli minorenni

- presenza di una persona con disabilità e di almeno un suo genitore

In assenza di figli minori:

- presenza di una donna in stato di gravidanza accertata (la documentazione medica deve essere rilasciata da una struttura pubblica e allegata alla richiesta di beneficio non prima di 4 mesi dalla data presunta del parto);

- presenza di almeno un disoccupato che abbia compiuto 55 anni che si trovi in stato di disoccupazione con cessazione da almeno 3 mesi e che non percepiscano ammortizzatori sociali.

Requisiti di residenza e soggiorno

Il componente che richiede il beneficio deve essere residente in Italia da almeno 2 anni e può essere:

- cittadino italiano o comunitario;

- familiare di cittadini italiani o comunitari titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente;

- cittadino straniero in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;

- titolare di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria).

Requisiti economici

Il nucleo familiare deve essere in possesso congiuntamente di:

- un valore ISEE in corso di validità non superiore a 6 mila euro

- un valore ISRE (indicatore reddituale ISEE diviso la scala di equivalenza) non superiore a 3 mila euro

- un valore patrimoniale immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20 mila euro

- un valore patrimoniale mobiliare (depositi, conto correnti) non superiore a 10 mila euro (ridotto a 8 mila per una coppia e a 6 mila per una persona sola )

Nessun componente del nucleo familiare deve:

- possedere autoveicoli e /o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi gli autoveicoli/ motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità)

5 Principali elementi del Reddito di inclusione

Come funziona la Carta REI

Il beneficio economico viene erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI) gratuita. La carta può essere usata solo dal titolare e anche per prelevare contante entro il limite mensile non superiore alla metà del beneficio attribuito.

La carta permette di effettuare:

- acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitate al circuito Mastercard;

- il pagamento delle bollette elettriche e del gas presso gli uffici postali.

Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa

- Il Progetto personalizzato è preceduto da una valutazione multidisciplinare che consiste in è un’analisi preliminare effettuata da operatori sociali identificati dai servizi competenti. Sono oggetto di analisi dei beneficiari: le condizioni personali e sociali, la situazione economica, la situazione lavorativa e il profilo di occupabilità, l’istruzione e la formazione, la condizione abitativa, le reti familiari, di prossimità e sociali

- Se la situazione di povertà è connessa alla mancanza di lavoro, il progetto personalizzato è sostituito dal Patto di servizio o dal programma di ricerca intensiva di occupazione (previsti dal Dlgs.150/2015, art.20).

- Il Progetto di attivazione sociale e lavorativa deve essere sottoscritto dai componenti del nucleo familiare e individua, sulla base dei bisogni, una figura di riferimento che cura la realizzazione e il monitoraggio del progetto (assistente sociale: case manager). La sottoscrizione è obbligatoria anche per ricevere il beneficio economico (condizionalità del REI)

- Se successivamente all’analisi preliminare emerge l’esigenza di sviluppare un quadro di analisi approfondito, si costituisce una équipe multidisciplinare composta da un operatore sociale appartenente al servizio sociale competente e da altri operatori afferenti alla rete dei servizi territoriali (servizi per l’impiego, la formazione, le politiche abitative, la tutela della salute e l’istruzione)

- I progetti personalizzati di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa sono avviati dai Comuni che esercitano le funzioni a livello di Ambiti territoriali.

6 Principali elementi del Reddito di Cittadinanza del M5S

Che cosa è il Reddito di cittadinanza e come si compone

La proposta di reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è costituita da un insieme di misure volte al sostegno del reddito per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che vivono al di sotto della soglia di rischio di povertà relativa calcolato dall’ISTAT. La proposta si compone di diverse parti:

a) Beneficio economico

b) Progetto personalizzati di inserimento (condizionalità)

c) Misure integrative di sostegno per casa, istruzione e la formazione dei giovani, servizi sociali e socio-sanitari, trasporti pubblici, utenze, ecc.

Il Reddito di cittadinanza è condizionato dalla disponibilità del beneficiario, in età non pensionabile, ad iscriversi ai centri per l’impiego, a dare la propria disponibilità al lavoro, ad intraprendere, entro sette giorni, percorsi di inserimento lavorativo.

Beneficiari

Beneficiari della misura sono le famiglie di residenti italiani, europei e stranieri, che non raggiungono un reddito pari a 6/10 del reddito mediano equivalente (pari a 15.514 euro all’anno), ossia con un reddito annuo al di sotto di 9.360 euro all’anno (soglia per un individuo).). L’importo è comunque variabile poiché va ad integrazione del reddito ( anche per gli occupati)

Risorse finanziarie

Il costo totale della misura è stato valutato da Istat per 14,9 miliardi di euro. Dalla simulazione effettuata dall’ISTAT la misura è destinata a 2 milioni e 759mila famiglie (10,6% delle famiglie residenti in Italia

Entità del beneficio economico

Il beneficio economico medio per famiglia è pari a 12.175 euro l’anno per le famiglie molto povere e decresce all’aumentare del reddito fino ad un minimo di circa 2.500 euro. Il sussidio mensile massimo erogato alle famiglie senza reddito è:


7 Reddito minimo garantito. La nostra proposta

Che cosa è il Reddito minimo garantito e come si compone

Il reddito minimo garantito è uno misura di contrasto alle vecchie e nuove povertà. E’ uno strumento di autonomia e valorizzazione delle persona, finalizzato a contrastare le disuguaglianze ed esclusioni sociali, a garantire la libera scelta del lavoro sottraendo i cittadini al ricatto del lavoro sottopagato e della precarietà, a contribuire alla redistribuzione della ricchezza. Si compone di:

a) un beneficio economico;

b) in diverse forme di sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito ai servizi socio-sanitari, di istruzione, trasporti pubblici e diritto all’abitare (anche attraverso il sostegno al pagamento di affitto o mutuo).

L’erogazione del beneficio economico è incondizionato alla adesione/non adesione del beneficiario ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo stipulato con gli enti preposti (servizi pubblici per l’impiego). Tali servizi son comunque tenuti a proporre un progetto ed eventualmente “un’offerta congrua” di lavoro che sarà valutata dal beneficiario.

Beneficiari e durata

È rivolto a tutte le persone che hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa calcolata convenzionalmente come il 60% del reddito mediano nazionale. E’ una misura soggettiva cui possono accedere tutti i residenti sul territorio italiano, indipendentemente dalla loro condizione sul mercato del lavoro (occupati/non occupati; attivi e inattivi) nazionalità, genere e età anagrafica. La residenza è l’unica soglia di accesso per gli immigrati.

La durata del beneficio è vincolata al tempo di garanzia del diritto e dunque della dignità della persona. Viene a cessare nel caso di un lavoro o pensione che garantiscano una vita dignitosa al di sopra della soglia di povertà relativa.

Risorse finanziarie

Il costo del dispositivo può essere assimilato a quello del reddito di cittadinanza 15 miliardi circa.

Entità del beneficio economico

Il beneficio economico non può essere inferiore a 780 euro per un singolo (senza reddito), il valore è aggiornato annualmente. Al beneficio economico si sommano una serie di strumenti di sostegno indiretto al reddito: servizi socio-sanitari, scuola, trasporto gratuiti e sostegno al canone di affitto o mutuo nel caso di possessori di abitazione. Nel caso di famiglie, il beneficio economico viene calcolato sulla base della scala di equivalenza standard.

Fonte

Il Venezuela si prepara a resistere. Intervista da Caracas con Luciano Vasapollo

Gli aggiornamenti sulla situazione in Venezuela e la preparazione delle due giornate internazionali di solidarietà che si terranno a Caracas il 16 e 17 settembre “Todos somos Venezuela”. Ne abbiamo parlato, in diretta da Caracas, con Luciano Vasapollo che ha partecipato ai lavori delle commissioni che stanno preparando l’evento.
Ascolta l’intervista su Radiocittaperta.it

Guarda l’intervista rilasciata a Telesur

Ai lavori delle commissioni hanno partecipato rappresentanti di movimenti sociali, analisti, senatori e accademici provenienti dal Messico, Cile, Francia, Bolivia, Brasile, l’Uruguay, gli Stati Uniti, El Salvador, Italia, Russia, Cuba, Perù, Ecuador, Venezuela e Argentina.

Nel suo discorso inaugurale, il Vice Ministro per le Comunicazioni Internazionali, William Castillo, ha ricordato l’appello alla solidarietà fatto dal presidente Nicolás Maduro, in difesa del popolo venezuelano di fronte agli attacchi “che crescono ogni giorno da parte dell’imperialismo statunitense”.

Durante l’evento, il vice presidente per lo Sviluppo Sociale e il ministro dell’Istruzione, Elías Jaua, ha analizzato la situazione attuale del Venezuela e ha sottolineato la battaglia che ha attraversato il popolo bolivariano per difendere il diritto di decidere il proprio destino e di esercitare il diritto all’autodeterminazione del modello politico, economico, sociale e culturale.

“Sono stati 18 anni di aggressioni economiche, diplomatiche internazionali e militari; aggressioni attuate attraverso la destabilizzazione e la violenza “, ha dichiarato il ministro.

Allo stesso modo, ha denunciato che, dallo scorso 1° aprile, i centri di potere imperialisti hanno deciso di rovesciare ad ogni costo definitivamente il governo rivoluzionario e costituzionale guidato dal presidente Nicolás Maduro.

“La prima offensiva è stata condotta da settori organizzati attraverso l’odio sociale e la violenza armata; il Venezuela non ha vissuto in questi ultimi tre mesi rivolte formali come quelli che possono accadere in qualsiasi parte del mondo, abbiamo vissuto il confronto di gruppi armati contro il ​​diritto di vivere in pace dalla maggior parte dei venezuelani con l’obbiettivo di destabilizzare, promuovendo la guerra civile in Venezuela”, ha detto il Ministro.

Tuttavia, ha affermato, che queste azioni sono state sconfitte dallo Stato venezuelano grazie alle più di 8 milioni di persone che lo scorso 30 luglio hanno eletto l’Assemblea Nazionale Costituente: “In difesa del diritto di vivere in pace”.

Su quest’ultimo tema, e di fronte la campagna di manipolazione mediatica e il non riconoscimento della Costituente, il Vice Presidente per lo Sviluppo Sociale ha ribadito la legittimità di quest’organo legislativo che si basa sugli articoli 374, 348 e 349 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

“Siamo di fronte ad un processo profondamente democratico, che non può essere travisato; un potente strumento per la liberazione“, ha detto Jaua, che ha anche respinto le misure recentemente prese dalla amministrazione Trump contro la Repubblica Bolivariana.

Nel corso della riunione preparatoria, il deputato costituente, Adán Chávez, ha spiegato le linee di azione previste dal “copione dell’impero” che cercano di creare le condizioni favorevoli per rovesciare il governo bolivariano: la guerra psicologica e mediatica; la guerra economica e l’intervento diretto.

Tuttavia, ha affermato che il Venezuela conta con dei meccanismi per resistere e affrontare questo “attacco feroce”.

Allo stesso tempo, ha ringraziato la solidarietà dei popoli del mondo davanti alle decisioni unilaterali di Washington a discapito del Venezuela.

“Così come è cresciuto l’assalto dell’impero, allo stesso modo è aumentata la solidarietà internazionale nei confronti del nostro processo, quella disponibilità alla lotta congiunta per continuare ad eseguire uno dei mandati bolivariani del comandante Chávez: l’Unione della Nostra America, l’unione dei nostri popoli“, ha affermato Adán Chávez.

Infine, il ministro per la Comunicazione e Informazione Ernesto Villegas ha sottolineato che la dichiarazione del Presidente Donald Trump, in cui afferma di non escludere un intervento militare in Venezuela e l’ordine esecutivo firmato venerdì scorso dal Presidente nordamericano contro il Venezuela rappresentano “una dichiarazione di guerra economica”.

Di fronte a questa situazione, il Ministro per la Comunicazione ha fatto un appello ai popoli del mondo di “osservare attraverso gli occhi del tempo storico ciò che si sta facendo in Venezuela, di osservarlo attraverso lo sguardo dei nostri liberatori (...) Il popolo venezuelano sta sviluppando un processo storico che riprende quelle gesta”.

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