Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/05/2019

Francia - Una prima valutazione delle elezioni europee

Una prima panoramica sulle europee deve considerare un aspetto centrale nella vita democratica francese: la disaffezione per le elezioni della sua popolazione.

L’astensione è da tempo il primo partito tra le classi popolari, ed anche questa volta – sebbene si sia registrato un aumento dei votanti – solo una persona su due circa si è recato alle urne, avvicinando la partecipazione al 52,7% del 1994.

Per la precisione il tasso di partecipazione è stato questa volta del 50,7% rispetto agli aventi diritto, cioè 8,3% in più che nel 2014 – mentre era stato del 40,6% nel 2009.

Tra il 1990 e il 2014 nei paesi della UE la Francia è stata in testa per il tasso medio di astensione (40%), decisamente superiore rispetto al gruppo mediano (Olanda, Spagna, Germania). Inoltre era il solo paese in cui la “non partecipazione” al voto è stata lineare passando dal 32,5% al secondo turno al 44,7% di quello del 2012.

Questa sfiducia nell’assetto politico francese in generale è stata registrata dalla fotografia – più attendibile dei sondaggi – del Cevipof, laboratorio di ricerca in scienze politiche che rende pubblica una inchiesta qualitativa annuale dal 2009.

Nel gennaio 2019, in pieno movimento dei GJ, questa inchiesta rilevava che la fiducia nel presidente in carica e nell’istituzione presidenziale veniva espressa solo dal 23% degli intervistati.

Il 70% dei sondati dichiarava che la democrazia non funziona bene, il 74% si esprimeva dicendo che lo Stato viene gestito nell’interesse di qualcuno, mentre l’85% affermava che i responsabili politici non si preoccupano delle persone come loro.

Un quadro che fa emergere come Macron stesse governando, e stia tuttora governando, senza consenso.

Tra questi dati, poco più della metà (il 57% per la precisione) non è d’accordo con l’affermazione che la politica è un affare per specialisti.

Un dato interessante per due motivi: da un lato perché dimostra che per più della metà del campione la sfera della cosa pubblica è patrimonio dei cittadini e non di una oligarchia; dall’altra questa affermazione viene espressa in un periodo in cui l’azione politica collettiva che si esprime attraverso il movimento dei GJ, sembra essere lo sbocco necessario all’esaurimento di ogni ipotesi di cambiamento all’interno della rappresentanza politica dentro il rigido assetto della Quinta Repubblica.

Una risposta che sembra maturata dentro quell’immensa scuola politica di massa che è stata – ed è tuttora – la marea gialla, che oltre a rivendicazioni sociali esprime precise richieste politiche che sottolineano il deficit strutturale di democrazia in Francia, come ha ben messo in evidenza Edwy Plenel – direttore di “Mediapart” – nel suo bel pamphlet: “La victoire des vaincus. À propos des gilets jaunes”.

Il dato di disaffezione che riportavamo all’inizio si accentua per le europee tenendo anche conto della mancata presa in carico della volontà popolare espressa con il referendum nel 2005, contro il progetto di costituzione europea, bocciata nell’Esagono anche grazie alla mobilitazione della CGT e di quella parte della sinistra radicale (tra cui la sinistra socialista), che pose le basi per l’attuale configurazione politica.

Volendo semplificare, i francesi sono da tempo un popolo di “euro-scettici” che hanno visto susseguirsi una serie di figure politiche alla testa dello Stato che hanno chinato il capo di fronte alla UE, nonostante le promesse elettorali “riformiste”.

Queste considerazioni preliminari erano una premessa dovuta, considerato il fatto che Macron – che esce sconfitto dalle europee, superato dal FN – aveva puntato sul fatto che queste fossero un referendum sul suo operato e sulla sua persona, oltre alla concezione di “nazionalismo europeo” e di smaccato filo-europeismo che ne aveva fatto l’alfiere, a livello continentale, del progetto di integrazione europea – non da ultimo con la firma del trattato di Aquisgrana.

D’altro canto Jean Luc Mélenchon, nella tarda estate dell’anno scorso, durante il tradizionale meeting degli insoumis a Marsiglia aveva espresso la sua volontà di fare delle elezioni europee un referendum anti-Macron, “copiato” poi successivamente da Marine Le Pen che ha di fatto incassato l’ostilità a Macron, nonostante la sua politica converga alquanto con quella del Presidente, con un calco leggermente maggiore sulla politica migratoria ed un euro-scetticismo retorico che però – come tutte le altre forze cosiddette sovraniste nel continente – scompare quando c’è da confrontarsi effettivamente con il “rispetto del trattati”.

Nonostante questa chiara sconfitta già da domenica sera, “il Presidente dei ricchi” affermava che durante il secondo atto del suo quinquennio non avrebbe cambiato la propria direzione, in pratica la continuità con il suo operato, tra l’altro messo in discussione da una mobilitazione che dura dal 17 novembre, e che va tuttora avanti, senza perdere sostanzialmente di vigore.

Sia detto di passaggio, ma le liste di gruppi provenienti dai GJ – fortemente osteggiate dal movimento stesso – presentate alle europee si sono attestate attorno all’1%, cioè non hanno raccolto nemmeno parzialmente quel massiccio consenso, espresso anche nei sondaggi, rispetto all’azione della marea gialla, tramutatesi di fatto in “liste civetta” che hanno penalizzato le formazioni che hanno appoggiato i GJ, come la FI e il PCF.

Marine Le Pen, forte del risultato ottenuto, ha auspicato la dissoluzione dell’attuale assemblea nazionale e l’indizione di nuove elezioni.

Nelle elezioni europee precedenti, il partito dell’allora presidente F. Hollande, quello socialista, conobbe una grave sconfitta raccogliendo solo il 14% dei voti, contro il 24,9% del FN e il 20,8% dell’UMP il partito gollista che esprimeva allora una composizione unitaria.

Guardiamo ora alcunoi dati e tendenze.

Il Rassemblement Nationale, con il capo di lista Jordan Bardella, guadagna 22 eurodeputati con il 23,3%; l’alleanza LREM e MoDem, con alla testa Nathalie Loiseau, guadagna 21 deputati con il 22,4%, i verdi (EEVL) guadagnano 12 deputati con un 13,5% (avevano ottenuto il 16% alle precedenti europee); Les Républicains guadagnano 8 deputati con l’8,5%.

La France Insoumise, che alle precedenti elezioni europee aveva ottenuto un solo deputato, ne ottiene sei, con il 6,3%; ultima formazione ad ottenere dei deputati il Ps, Place Publique, che ottiene 5 deputati con un magro 6,2%, che rappresenta meno della metà dello score alle precedenti europee.

Sono esclusi da avere una rappresentanza in parlamento il PCF – un tempo il secondo più grande partito comunista occidentale dopo quello italiano – che con il capolista Ian Brossat ottiene solo il 2,5% e il movimento Génération.s creato da B. Hamon, da una costola del partito socialista, collegato all’alleanza dell’ex ministro delle finanze del governo Tsipras, Y.Varoufakis, con il 3,3%.

Dopo la sconfitta Hamon ha detto che si ritirerà dalla politica.

Sia detto di passaggio, “Primavera Europea” porta nel parlamento europeo solo Sofia Sakorafa, la deputata uscita da Syriza, eletta in Grecia con MeRA25, mentre Varoufakis presentatosi in Germania con la lista “Demokratie in Europa”, non è passato.

La lista sostenuta dal movimento creato da Macron (LREM) è arrivata in testa in 31 dipartimenti metropolitani e 3 collettività d’oltre-mare, tra cui Parigi.

Il partito di Marine Le Pen si impone in 65 dipartimenti metropolitani e 7 dipartimenti o collettività d’oltremare.

I verdi di EELV – vera “sorpresa” della competizione elettorale – superano il 20% in due dipartimenti (entrambi in Corsica), e sorpassano il 10% in 20 dipartimenti o collettività.

Gli eredi del partito gollista, Les Republicains di L.Wauquiez, sono in caduta libera, così come i socialisti.

La formazione di Wauquiez ha il suo miglior risultato nel dipartimento dell’Alta Loira, di cui è presidente con il 19,6%, ma in nessuno ha superato il 20%, mentre va oltre il 10% in soli 25 dipartimenti o collettività.

Il Partito Socialista è ancora più in crisi superando il 10% solo a Saint-Pierre-et-Miquelon e nelle Landes, mentre in 27 dipartimenti o collettività è al di sotto del 5%.

La France Insoumise oltrepassa il 10% alla Réunion – isola dell’oceano indiano e uno degli epicentri della marea gialla – con il 19%, in Guyana con il 13,6%, in Guadalupe con il 13% ed in Martinica con il 12,9% e a Siant-Pierre-et-Miquelon con il 11,9%.

Nel territorio metropolitano la formazione di J.L. Mélenchon supera il 10% solo a Seine-Saint-Denis – nella regione parigina – con l’11% e in Ariege (10,7%), mentre rimane sotto la soglia del 5% in 20 dipartimenti o collettività.

Le urne hanno sancito una dura sconfitta di Macron ed una vittoria del FN – che progredisce sulla costa atlantica – una discesa agli inferi pressoché inarrestabile della parte del gaullismo non alleata con Macron e del partito socialista – cioè dei due ex-pilastri del sistema politico francese – e la crisi di una parte della sinistra (PCF e Géneration) che non supera lo sbarramento.

I verdi, forza centrista e “compatibilista” come nel resto del continente, hanno un risultato in sintonia con il resto del Nord Europa, anche grazie alla spinta del movimento FFF; oltre ad essersi avvantaggiarsi dell’uscita di scena, lo scorso settembre, del popolare ministro alla transizione ecologica Houlot, in rottura con Macron, che aveva fornito un travestimento ecologista alla narrazione macroniana.

La FI, su cui torneremo più avanti, migliora il suo risultato rispetto alle europee precedenti, ma è in calo sia rispetto allo strabiliante risultato al primo turno delle presidenziali (19,6%) cioè più di 7 milioni di voti, che dei quasi 2 milioni e mezzo di voti delle successive elezioni legislative tenutesi di lì a poco, e che fecero l’11% dei consensi, totalizzando questa volta poco meno di un milione e mezzo di voti (1.428.410), e attestandosi come quinta forza politica francese.

In questo quadro, le mobilitazioni dei GJ non si arrestano e Macron è deciso più che mai a continuare la sua opera di “rullo compressore” in patria e di attore di primo piano della riconfigurazione della UE, segno che anche in Francia le europee non sono state che “un passaggio” relativamente importante che non fanno però cambiare direzione generale né al rappresentante delle oligarchie, per cui il FN come ha affermato Mélenchon ne è “l’assicurazione per la vita”, né ai suoi veri oppositori.

A forza di emulare la destra nel suo campo di “ordine e di disciplina” per potere sottrargli i consensi che perdeva, Macron non ha fatto che avvantaggiarla, in un ben studiato gioco delle parti, teso a creare una opposizione fittizia del tutto funzionale ai suoi grandi sponsor.

Fonte

Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire

Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.

Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.

La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.

È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.

Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:

“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.

Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...

Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.

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Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.

Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.

In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.

In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.

Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.

Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.

Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...

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Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.

La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.

Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.

Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...

I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.

I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.

La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.

Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.

I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.

È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.

Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.

Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.

Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.

I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).

Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.

Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.

Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.

A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.

Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.

Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!

Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.

Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.

Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

Fonte

Viola Carofalo: «L’unità a sinistra? Una boiata consolatoria»

da il manifesto.it

Parla la ‘capa’ di Potere al popolo. Le sommatorie di ceti politici non funzionano, ormai è un dato, serve guardare fuori dal circolo. Meglio sbagliare in maniera diversa anziché fare sempre lo stesso errore

Viola Carofalo, dopo il voto, replicando agli elettori di sinistra delusi, ha pronunciato una sentenza di sapore fantozziano: «L’unità della sinistra è una cazzata». Ce la articola?

Vedevo i commenti su facebook. È partito il mantra: la soluzione dei problemi della sinistra è rimettersi tutti insieme. Ora, senza negare che la litigiosità a sinistra sia un guaio, è una risposta consolatoria. Il risultato della Sinistra lo dimostra: l’addizione non ha funzionato. Il problema è guardare fuori, a quelli che non si riconoscono nella sinistra. Non vuol dire che non è giusto fare alleanze, né che noi siamo autosufficienti. Ma la matematica lo ha detto varie volte: rimettere insieme quel che c’è non risolve niente. È un dato.

Ma prima del voto a un tavolo vi siete seduti. Ci avevate provato.

Sarebbe da pazzi non provarci. Ma le alleanze vanno fatte sui contenuti. Non volevamo la solita sommatoria dei ceti politici. Sarebbe andata meglio? Non lo so. Ma è meglio sbagliare in maniera diversa anziché fare sempre lo stesso errore.

Perché è saltato tutto?

Non volevano rinunciare alla continuità. Ci era stato proposto Cofferati. Con rispetto per la persona, non ci rappresenta. Per noi era importante che ci fosse De Magistris, la sua è una figura credibile.

Cofferati non era candidato.

Ha rinunciato. Ma la continuità è anche la mancanza di chiarezza. Sinistra italiana in Piemonte ha sostenuto Chiamparino. Ognuno faccia come vuole. Non siamo settari, ma siamo No Tav.

Vuol dire che già sappiamo che l’unità con queste forze alle politiche non la farete?

A me l’unità dei ceti politici non interessa, invece mi piace moltissimo l’unità con le associazioni con cui lavoriamo sempre e con la gente normale. Abbiamo fatto accordi a Firenze e Livorno: c’erano persone credibili.

Ripeto: alle future politiche non farete nessuna convergenza con i soggetti de La Sinistra?

Dipende come si costruisce. Per Pap non decido io, decidiamo assieme. Con il Prc si poteva già fare alle europee, ma loro inseguivano Si, Diem, Verdi...

Con il Prc avevate testé rotto.

Una cosa è un soggetto politico, un’altra è una convergenza. Il nostro problema è anche non disperdere forze. In queste riunioni si parla per ore, si fanno le tabelline con i voti che ciascuno porta, e non si fa mezzo sforzo per uscire dal circolo ristretto.

Stavolta avete saltato il giro. Salterete anche le politiche?

Credo che sarebbe sbagliato. Ma candidarsi a tutti i costi non ha senso. Stare nelle istituzioni può servire, abbandonare tutto per fare campagna elettorale, no. Facciamo attività sociale. Tanto la strada è lunga. C’è chi oggi si è risvegliato con la Lega al 30 per cento. E invece sono vent’anni che la sinistra va alla deriva. Tre mesi di chiacchiere elettorale? Meglio di intervento sociale. Per defascistizzare la società dal basso.

In Italia il fascismo è alle porte?

Io non uso con leggerezza la parola fascismo. Di sicuro c’è una stretta autoritaria. Mi spaventa. Ma non siamo vittime di un colpo di stato. Spero che Salvini sia il punto più basso, ma non ne sono sicura purtroppo.

Se c’è questo il rischio non servirebbe un fronte democratico?

Ma si riferisce al Pd?

Mi riferisco a tutte le forze democratiche che denunciano la stretta autoritaria.

In astratto sì. In concreto sta parlando del partito del decreto Minniti. Salvini è più tamarro e fa più impressione. Ma no, un fronte elettorale con il Pd no. Non funziona, anche questo è dimostrato. Nei quartieri popolari la destra cresce. E non c’è alleanza che la fermi, anzi le operazioni politicistiche allargano le distanze. Bisogna tornare lì a parlare con le persone. Sono idealista? Ma le scorciatoie hanno fatto solo danni.

Quindi di fronte al rischio di un governo Salvini, pace?

Pace? Guerra.

La prego. È una provocazione?

Guerra politica intendo. Intervento sociale.

Fonte

Non prendiamoci in giro, l’Europa è sempre stata sovranista (e non è vero che ha garantito 70 anni di pace)

di Alberto Negri

Forse non ce ne eravamo accorti ma l’Europa era già sovranista prima che arrivassero sulla scena Salvini, Orbàn o Le Pen: non ha mai avuto una politica estera e di difesa comuni. La Francia ha dato il via alla guerra di Libia nel 2011 consultandosi con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, non con la Germania o l’Italia. Questa decisione, la più grave di tutte, perché si è trattato di andare in guerra, ha reso chiaro che a prevalere erano gli interessi nazionali. L’avventura libica è stato il maggiore disastro per l’Italia dalla seconda guerra mondiale ma anche per l’Unione europea. Tutti hanno capito che un Paese fondatore poteva essere colpito nella sua sfera vitale, nonostante ci fosse l’Unione e che anzi proprio l’Europa poteva affondare un suo stato membro. La politica estera europea è un po’ come l’araba fenice. Ha dei contorni assai vaghi e si esprime soprattutto con mezzi economici, come le sanzioni o attraverso la cooperazione internazionale.

Ma soprattutto si scontra con una mantra falso quanto mai: “l’Europa ha garantito la pace e la sicurezza nel continente per 70 anni”. Al massimo ha garantito la pace tra i Paesi membri dell’Unione ma fino a un certo punto. Sarebbe meglio dire che l’Unione ha limitato, e pure male, le conseguenze delle sanguinose e devastanti guerre in Europa e nel Mediterraneo. I flussi migratori e le tragedie del mare derivati dal caos libico in Italia hanno regalato a sovranisti e populisti l’arma migliore che potessero trovare: le élite tradizionali non erano state in grado di difendere il Paese. E’ la vecchia leva della paura che spinge a votare a destra.

Vediamo allora qual è la realtà e di rifrescarci la memoria. Negli anni Novanta non solo l’Europa non impedisce la guerra in Jugoslavia ma favorisce la disgregazione della Federazione fondata dal Maresciallo Tito. La Germania, insieme al Vaticano, appoggia la secessione della Croazia e inizia un conflitto che in un decennio farà oltre 250 mila morti e più di un milione di profughi.

L’Italia per esempio sulla secessione Jugoslavia aveva idee assai diverse da quelle di una Germania che dopo il crollo del Muro nel 1989 si era appena riunificata. La disgregazione della Jugoslavia è stata la fine dello stato più multi-etnico e multi-religioso d’Europa, un evento drammatico che poi è stato foriero di altre guerre, di altre secessioni e di altri guai.

Durante le stesse guerre della Jugoslavia l’Europa non è stata capace di fermare il conflitto in Bosnia la cui fine è stata dovuta all’intervento degli americani, non degli europei. Più o meno lo stesso discorso vale per la guerra in Kosovo che è stata portata dalla Nato ma che evidenziava l’obiettivo americano di spingersi verso Est e tenere sotto pressione la Russia che aveva dato addio da un pezzo all’Urss e si trovava allora in piena decadenza. Se poi la Russia di Putin ha replicato in Ucraina, Crimea e Siria, lo si deve anche a quegli eventi.

L’Europa non ha garantito nulla e non ha fermato alcun massacro, anzi ha contribuito a crearne altri. Non solo. Va in ordine sparso e davanti o scelte epocali come la pace e la guerra ragiona secondo gli interessi degli stati nazionali.

Prendiamo la guerra all’Iraq del 2003, il conflitto che ha scatenato l’attuale destabilizzazione del Medio Oriente, voluto da americani e britannici sulle false prove che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. L’Italia per esempio si è unita alla guerra, dove ha subito il massacro di Nassiriya, mentre la Francia di Jacques Chirac ha tenuto a casa le truppe ed era contraria al conflitto.

E veniamo alla Libia e alle cosiddette “primavere arabe” del 2011. La guerra in Libia contro Gheddafi è stata scatenata dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La Francia ha cominciato i raid su Gheddafi senza neppure farci una telefonata, pur sapendo che il Colonnello era il maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.

Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale

Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Sei mesi prima dei bombardamenti, il 30 agosto 2010, Gheddafi era stato ricevuto a Roma e aveva firmato accordi su temi economici e della sicurezza per un valore di dozzine di miliardi di euro. Intese, è bene ricordarlo, approvate dal 98% dei nostri parlamentari. Non solo. L’Italia venne costretta un mese dopo a partecipare ai raid. La decisione fu presa dal presidente della repubblica Napolitano sulla scorta di una considerazione pratica e di una politica. I terminali dell’Eni di Mellitah erano stati collocati nella lista dei bersagli della Nato, il presidente della Repubblica voleva tenere l’Italia nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti.

Ma il peggio doveva ancora venire. Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano. Le missioni europee come quella denominata Sophia per frenare il traffico dei migranti non hanno avuto alcun successo e non sono mai state pienamente attuate con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Né tanto meno abbiamo ottenuto, se non in parte, la redistribuzione dei migranti mentre sei Paesi sospendevano gli accordi di Schengen.

C’è dell’altro. L’attuale governo e quelli precedenti si sono fatti prendere in giro con la promessa americana di una “cabina di regia” sulla Libia che nessun Paese europeo e della regione ha mai voluto affidare all’Italia. Così siamo stati presi di sorpresa anche dall’avanzata del generale Haftar. Come ben si vede in Libia non c’è nessuna politica europea e l’Italia ne paga il prezzo con il suo isolamento. A Tripoli abbiamo sostenuto un governo Sarraj appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, due stati non europei. E’ chiaro che siamo sbilanciati e ora tentiamo di smarcarci senza troppo successo.

Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano

Tralascio i casi dell’Ucraina e della Siria, se non per sottolineare che per i profughi siriani la Germania, dopo averne accolto un milione, ha voluto un accordo del valore di sei miliardi di euro con la Turchia per spingere Erdogan a tenersene in casa circa tre milioni. Come si vede la politica estera europea e la sua presunta solidarietà sono a geometria piuttosto variabile, dettata dagli interessi dei due Paesi-guida, Francia e Germania. Nel caso di Brexit però sarà la Francia ad avere i mezzi più incisivi perché resterà l’unico Paese dell’Unione dotata di un arsenale nucleare e con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu. Non solo. La Francia, a differenza della Germania, ha diverse missioni militari nel Sahel dove è alleata con gli Usa.

Tutto questo sarà determinante per il futuro e in caso di conflitto tra Usa e Iran. Nonostante gli stati europei aderiscano all’accordo sul nucleare con Teheran del 2015, finiranno per decidere la partecipazione a una guerra in base ai loro interessi nazionali.

Questi interessi sono determinati dall’industria bellica, dai flussi di armi e dagli accordi economici con gli Usa, Israele e le monarchie del Golfo, tutti nemici dell’Iran e anche maggiori clienti dell’export di armamenti, oltre che fornitori di petrolio ed energia.

La stessa Italia potrebbe essere chiamata dagli Usa a concedere le basi nel Sud in caso di conflitto con Teheran. E dove sarà allora la politica estera europea comune? Resterà un pezzo di carta straccia di false intenzioni.

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Le elezioni e i NoTav

Le elezioni non ci hanno mai spaventato in tutti questi anni e nemmeno questa volta, nonostante alcuni titoli di giornale e dichiarazioni di politici che ci tengono in maniera particolare a legare il voto con la forza del movimento notav.

Il nostro movimento, e la nostra Valle si dimostrano ancora una volta popolari, in quanto composti in maniera trasversale dal “popolo” e attenti alle dinamiche che più ci riguardano da vicino.

Il voto alle Europee è in linea con il voto nazionale, né più né meno, dove Salvini acquisisce consensi sulla praticità delle sue dichiarazioni, sulla pancia di chi vede nell’Europa un problema e non un’opportunità.

Ma soprattutto questo avviene perché le alternative sono deboli e già provate.

Le europee sono un voto legato alla realizzazione o meno del Tav Torino Lione?

Assolutamente no!

Lo abbiamo capito in tutti questi anni in cui di elezioni ne abbiamo viste tante e nessuna si è mai rivelata un consenso o un diniego esplicito alla nostra vicenda.

Diverso è per i partiti che si sono esposti e se dobbiamo vedere realmente chi ha fatto del Tav il suo punto principale, allora dobbiamo leggere nella batosta di Chiamparino un dato positivo, che non ha creato quella breccia che il Pd e il centro sinistra “madamino” volevano aprire, anzi.

Stesso discorso per i vari residui come Gioachino e simili, tanto rumore per nulla.

E’ il trend nazionale che ha portato a questi risultati così come tutti i danni fatti in questi anni dal PD e simili.

Del resto non ci stupiscono le dichiarazioni di personaggi come Ferrentino ed Esposito, che sono più contenti del voto alla Lega in ottica si tav che tristi per la batosta presa, segnale chiaro di come il partito del cemento non abbia colori.

Altro discorso è quello del Movimento 5 stelle, che evidentemente ha pagato la mancanza di decisione e di risultati rispetto alle aspettative create, sul Tav come su tutto il resto.

E su questo tema, il voto in Valle rispecchia la completa indipendenza del movimento, che non firma cambiali in bianco con nessuno.

Le elezioni amministrative invece sono una cartina di tornasole della vita politica in Valle, contaminata dal movimento senza dubbio. E qui i dati sono ben diversi visto che le amministrazioni notav si sono praticamente riconfermate, con l’aggiunta di una vittoria significativa a Bussoleno e Giaglione e la perdita, purtroppo, invece di Susa.

Una politica chiara sul territorio che premia chi si batte contro il Tav per salvaguardare la nostra Valle e soprattutto per collaborare insieme per un futuro diverso, sostenibile e innovativo, che guardi al benessere di tutti e non agli interessi di pochi.

Negli scorsi mesi abbiamo sorriso parecchio nel leggere chi accusava il movimento notav di essere diventato filogovernativo. Noi che di governi ne abbiamo visti passare tanti eravamo certi che i nodi sarebbero tutti venuti al pettine. A giudicare dalla dichiarazioni post voto, il TAV si annuncia già da ora come il principale terreno di scontro e di resistenza, anche contro l’avanzata di Salvini.

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Kosovo - Scontri nell’enclave serba. Arrestato funzionario russo dell’Onu

Tensione è sempre più alta tra Belgrado e Pristina dopo gli scontri nel Kosovo settentrionale avvenuti ieri. Il presidente serbo ha messo in allerta tutte le unità delle forze armate serbe, dopo che un’operazione anti-crimine condotta all’alba nelle quattro enclave serbe settentrionali da parte delle forze speciali della polizia ha dato origine allo scontro a fuoco.

Le immagini rilasciate dalla televisione Kosovar mostrano un imponente fumo nero nel cielo mentre i colpi di arma da fuoco si sentono in lontananza su quello che sembra essere uno dei luoghi dell’intervento.

Durante questa operazione, un poliziotto kosovaro è rimasto ferito e ricoverato in ospedale, non è in pericolo di vita, due serbi leggermente feriti nella comune di Zubin Potok dove, secondo i media, l’incidente è scoppiato quando la polizia ha iniziato ad attraversare barricate erette dagli abitanti.

Gli arrestati durante l’operazione sono accusati di “contrabbando” e collegamenti con “criminalità organizzata”, il loro numero esatto è sconosciuto. Sono stati arrestati anche quattro doganieri, secondo la loro amministrazione.

La forza internazionale guidata dalla NATO (KFOR) ha confermato all’AFP che era “solo un’operazione di polizia” a seguito di “mandati di arresto emessi da un tribunale di Pristina in relazione a un indagine sulla corruzione “.

Minaccia di Belgrado

Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha detto in una riunione del Consiglio di sicurezza serbo che il suo paese è pronto ad agire se ROSU non si ritira, secondo RTS.

Il presidente serbo ha inoltre dichiarato al Parlamento che 23 persone di nazionalità serba e bosniaca sono state arrestate a Pristina. Ex provincia serba, il Kosovo ha proclamato unilateralmente la sua indipendenza nel 2008, che non è riconosciuta da Belgrado.

Il Kosovo è riconosciuto da circa 110 paesi, inclusa la maggior parte delle nazioni occidentali. Ma la Russia e la Cina in particolare si oppongono, chiudono la porta delle Nazioni Unite.

120.000 serbi vivono ancora in Kosovo, per lo più abitati da albanesi, nel nord e in una dozzina di enclavi.

La diplomazia russa parla di “nuova provocazione organizzata da Pristina”

“Riteniamo che l’intrusione nella mattinata del 28 maggio delle forze speciali kosovare e albanesi nei comuni abitati dai serbi [...] sia una nuova provocazione organizzata da Pristina con lo scopo di intimidire la popolazione non albanese, per cacciarla e prendere il controllo di queste aree”, ha detto Maria Zakharova, portavoce della diplomazia russa in reazione all’operazione condotta dalla polizia del Kosovo.

La portavoce ha anche detto che la data del lancio dell’operazione, il giorno dopo l’intervento del presidente serbo Aleksandar Vucic nell’Assemblea nazionale del suo paese sulla questione del Kosovo, “non è stata scelta a caso”.

Maria Zakharova ha anche invitato i “protettori occidentali di Pristina” ad evitare di “riaccendere gli estremisti kosovaro e albanese” per arginare il peggioramento del conflitto.

Funzionario Onu russo arrestato, Mosca chiede il suo rilascio

Il presidente serbo ha anche annunciato in Parlamento che un membro russo della missione ONU, è tra gli arrestati dalla polizia del Kosovo.

Tra gli arrestati vi è il cittadino russo Mikhail Krasnoshchekov, membro dell’UNMIK [Missione di amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo]. Abbiamo informato i competenti organi russi”, ha affermato.

“Siamo indignati per la provocazione delle autorità di Pristina contro il cittadino russo, membro dello staff dell’UNMIK Mikhail Krasnoshchekov. Chiediamo di rilasciare immediatamente il nostro cittadino e consegnare alla giustizia tutti i responsabili di questo incidente”, ha dichiarato ai giornalisti l’ambasciatore russo Alexander Tchepourin.

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Crisi nel M5S. Domani referendum su Di Maio

La “scoppola” alle elezioni europee si fa sentire, eccome, dentro il M5S. Di Maio ha chiesto un pronunciamento della piattaforma Rosseau sulla propria leadership ed ha convocato un nuovo vertice ristretto ai fedelissimi (i capigruppo di Camera e Senato D’Uva e Patuanelli, i ministri Fraccaro e Bonafede), alla vigilia dell’assemblea dei gruppi parlamentari che è stata fissata per oggi.

In rete e a voce circolano da domenica sera i rumors sulle possibili dimissioni di Di Maio da leader del Movimento, ma adesso c’è la decisione di una sorta di referendum su di lui. Gli iscritti alla piattaforma voteranno già domani, dalle 10 alle 20, su una domanda una volta tanto chiarissima: “confermi Luigi Di Maio come capo politico del movimento 5 stelle?”

A mettere in discussione la leadership politica di Di Maio, fin qui confermata dalle varie anime del M5S (Grillo, Casaleggio, Di Battista e Fico), è stata la richiesta di discontinuità venuta da molti esponenti di punta del movimento, tra questi Roberta Lombardi, Carla Ruocco e Luigi Gallo, sempre molto critici verso lo schema del “un uomo solo al comando”.

Intanto, qui e lì, si annunciano dimissioni. Quelle di Primo Di Nicola da vice capogruppo al Senato, che lo stesso Di Nicola motiva come legate a “un’assunzione di responsabilità per la sconfitta di tutti”. E poi c’è il senatore Gianluigi Paragone, che ha annunciato di voler consegnare le sue dimissioni da parlamentare a Di Maio, poi “deciderà lui cosa fare”. Ma qui le parole diventano più esplicite: “La generosità di Di Maio di mettere insieme 3-4 incarichi va rivista. Per ripartire il M5S ha bisogno di una leadership politica non dico h24, ma quasi”.

Si parla di una segreteria di 10 persone, mentre il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, propone cinque o più “cavalieri della tavola quadrata”, ma scelti insieme da tutti gli attivisti passando attraverso il voto sulla piattaforma Rousseau. Di Maio promette collegialità, ma come si è visto non è bastato e domani si va al referendum sul “capo”.

Il nodo irrisolto, e che pesa come un macigno, sta diventando anche questo, potremmo dire che è un nodo “ideologico”. Aver costruito un movimento di massa che è riuscito anche ad andare al governo (prima di alcune città, poi di quello nazionale), ha messo in crisi una modellistica che funziona solo se si ha una funzione oppositiva. “Uno vale uno”, “decide la piattaforma”, una organizzazione fortemente liquida alla base, si sono scontrate con la materialità dei fatti, le responsabilità del far politica e soprattutto con quelle di governo (due ambiti in cui l’esigenza dell’efficienza decisionale fa a cazzotti con la pretesa “democraticità delle procedure”). E le hanno fatte a pezzi.

In secondo luogo la composizione e l’interlocuzione sociale del M5S (piccola borghesia devastata nelle proprie aspettative, disattese dal “sistema”) hanno verificato con mano che onestà, trasparenza, buona volontà non bastano a fare la differenza, né il “cambiamento”. Una volta a contatto con gli interessi materiali del mondo reale (vedi al Comune di Roma), o si ha la forza di un progetto politico o ci si rivela vulnerabili a tutti i colpi.

Infine, la discussione e le sorti del M5S si intrecciano con il destino incerto del Governo, che a giorni, dopo il caso Siri, potrebbe inciampare anche sul “caso Rixi”. 

Il viceministro leghista alle Infrastrutture è accusato di peculato per le “spese pazze” del Consiglio regionale della Liguria tra il 2010 e il 2012. Sul suo caso è atteso per giovedì il giudizio del tribunale di Genova. In caso di condanna, i Cinque Stelle ne pretendono l’esclusione dal Governo. “C’è un contratto di governo e quello si rispetta”, tuona da lontano Alessandro Di Battista.

Salvini, forte del risultato elettorale alle europee ha già fatto sapere che “La Lega ha deciso. In ogni caso Rixi resterà al suo posto”; dunque una ipotesi fin qui irricevibile per il M5S, tanto più dopo le dimissioni imposte al sottosgretario Armando Siri.

Tra Lega e M5S ci sono però anche segnali distensivi. La Lega ha accettato di trasformare l’emendamento per proseguire la Tav, dentro al Decreto sblocca-cantieri, in un ordine del giorno. In cambio chiede il via libera al Decreto Sicurezza bis (peggiore e più autoritario del primo) e all’autonomia differenziata nelle regioni.

Il governo gialloverde – con un socio in aperta crisi e l’altro apparentemente trionfante – sembra avere i giorni contati.

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L’Italia e i diktat europei. The show must go on

Inutile addentrarsi nel vortice delle previsioni sulla tenuta dell’attuale governo, oramai chiaramente a trazione leghista, (tutti gli scenari sono potenzialmente aperti) più interessante è invece riflettere sulla rapidità con al quale la realtà si ripropone e si appresta a spazzare via la propaganda.

Nemmeno il tempo di archiviare la pratica del voto europeo, che i conti pubblici italiani sono tornati sotto la lente della Commissione europea: una prima lettera è in arrivo per il prossimo 5 giugno.

Il tema dell’Unione europea e della vera natura della sua architettura politica, giuridica ed economica, al netto delle consuete battutine pressoché eluso durante la campagna elettorale, ritorna così prepotentemente sulla scena politica nazionale.

Oggetto del contendere il mancato rispetto da parte del nostro Paese delle regole di bilancio che spalancherebbe le porte alla letterina delle istituzioni europee prodromica alla richiesta di misure aggiuntive volte a garantire il rispetto del Patto di stabilità e, nel caso di mancata ottemperanza, all’avvio della procedura di infrazione.

In particolare, secondo Bruxelles, lo scostamento finale tra il 2018 e il 2019 ammonterebbe allo 0,7% (circa 11 miliardi) rispetto agli obiettivi Ue, a fronte di una richiesta di riduzione del deficit strutturale di 0,6% avanzata a maggio scorso dalla Commissione e di una promessa di taglio dello 0,3% fatta dall’Italia.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Commissario agli Affari economici Moscovici avrebbe spiegato di non avere una particolare preferenza per il ricorso alle sanzioni, a fronte di uno Stato che non rispetta le regole di bilancio Ue. Tuttavia, per il commissario Ue “una cosa dev’essere chiara: se un Paese, ad un certo punto, è totalmente fuori dalle regole, non compatibile con le regole, le sanzioni ci sono”. In generale “sono principalmente dissuasive, ma possono essere anche persuasive. Cerchiamo di evitarlo”.

In altre parole: vi abbiamo fatto parlare, vi abbiamo fatto persino votare ma il tempo delle chiacchiere è scaduto perché quello che dovete fare è deciso già in partenza a maggior ragione, è il caso di aggiungere, considerato il sostanziale ridimensionamento delle velleità del cosiddetto fronte sovranista su scala europea.

Ritornano in mente le parole dell’allora Ministro delle Finanze tedesco Schauble il quale dopo il famoso OXI ricordò candidamente al popolo greco che un referendum e in generale le elezioni, non potevano certo cambiare il corso delle decisioni assunte dall’élite europeista.

Che da parte dell’attuale governo ed in particolare del suo azionista di maggioranza non vi sia la benché minima volontà di sfidare davvero e non con le parole l’Unione europea è fuori discussione.

Il punto vero è che sembra di assistere ad un deja-vu.

Riavvolgendo il nastro ricordiamo perfettamente quanto accaduto in prossimità della legge di bilancio 2019: dopo tanto tuonare da parte del governo giallo verde sullo sforamento del 3% del rapporto deficit PIL, la manovra inizialmente presentata si attestò sul 2,4% per poi essere ulteriormente ridimensionata, sotto i colpi dell’UE, attorno al 2,04%.

Allora la grande bagarre mediatica, gli annunci e le dichiarazioni di fuoco contro l’UE approdarono al varo di una manovra perfettamente collocata nel solco del liberismo con il consueto avanzo primario per il bilancio dello Stato. Esattamente come avviene nel nostro paese da 25 anni a questa parte.

Oggi il copione si ripete, Salvini mostra la faccia feroce, addirittura rilanciando sulla flat tax (costo 30 miliardi), mentre tocca agli sherpa del Tesoro l’improbo compito di rassicurare Bruxelles.

Ma se dal lato del governo sembra di assistere ad un film già visto, lo stesso copione va in onda anche sul fronte dell’opposizione (si fa per dire...), dove il PD rilancia la consueta originale ricetta: per contenere la crescita dello spread e dell’aumento degli interessi sul debito dobbiamo essere credibili agli occhi dei mercati e non urtare la loro suscettibilità.

Nessun pudore nemmeno nel provare a nascondere l’incredibile potere decisionale attribuito ai mercati capaci con i loro movimenti di determinare dinamiche speculative in grado di orientare le politiche economiche, ricattare e piegare intere popolazioni.

The show must go on. Da un lato chi finge di opporsi ai diktat europei, dall’altro chi invoca la sacralità dei mercati.

Le elezioni sono passate, il copione è sempre lo stesso.

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