Si è chiusa con il solito bollettino di guerra la giornata di ieri in Siria:
almeno 43 persone, tra cui tre bambini, sono morte nell’esplosione di
un’autobomba vicino al confine con la Turchia, nell’area settentrionale
di Karaj Sajou, a nord di Aleppo. Un attentato per cui è
sospettata la formazione jihadista dello Stato islamico dell’Iraq e del
Levante (Isil) contro i ribelli delle Brigate Tawhid, fazione del Fronte
Islamico, che controllano il vicino valico di Bab al-Salam. Il fronte
Islamico ha firmato un attentato di pochi giorni fa contro le truppe
governative nella città settentrionale di Iblid: i miliziani
hanno fatto saltare in aria un’intera base militare da un tunnel scavato
sotto il presidio con 60 tonnellate di esplosivo, provocando la morte
di decine di soldati.
E mentre si sta consumando uno scontro sanguinoso all’interno della
variegata galassia dell’opposizione, a Londra, sempre ieri, si è
discusso degli aiuti ai gruppi di ribelli che da tre anni combattono per
rovesciare il presidente Bashar al Assad. Le truppe
governative stanno riguadagnando terreno e Assad, con le presidenziali
che andranno in scena il prossimo 3 giugno, definite una “farsa” dagli
oppositori, sta cercando la legittimazione delle urne per restare alla
guida del Paese.
Negli ultimi tre anni di conflitto sono morte oltre 150.000 persone e
milioni di siriani sono fuggiti dalle violenze, all’estero o
all’interno del Paese. Secondo il rapporto del Centro di
monitoraggio degli sfollati interni (Idmc), ogni 60 secondi una famiglia
siriana è costretta ad abbandonare la propria casa. Le carceri
della Siria sono diventate luoghi di tortura, con circa 850 vittime di
abusi o esecuzioni sommarie dall’inizio dell’anno, secondo
l’Osservatorio per i Diritti umani con sede a Londra, e si è tornato a
parlare dell’impiego di armi chimiche nei combattimenti. È stata
la Ong Human Rights Watch di recente a denunciare l’uso da parte
dell’aviazione governativa di barili-bomba pieni di cilindri di gas
clorino contro diverse città del nord della Siria.
Una guerra che non accenna a cessare, mentre la diplomazia, che
sinora ha fallito diversi tentativi, prova a cambiare le sorti del
conflitto a favore dell’opposizione. Ieri a Londra il gruppo dei
cosiddetti “Amici della Siria”, o “Londra 11″ (Stati Uniti, Germania,
Italia, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia,
Giordania, Gran Bretagna, Francia), ha trovato un’intesa per dare
maggiore supporto all’opposizione (presunta) “moderata”, cioè “alla
Coalizione nazionale siriana, al suo Consiglio militare e ai gruppi
armati moderati”. Inoltre, si è parlato degli aiuti umanitari
che non riescono a raggiungere una popolazione stremata dai
bombardamenti, dagli scontri che coinvolgono città e villaggi e dagli
assedi che stanno letteralmente affamando centinaia di persone. Il
segretario di Stato Usa, John Kerry, nel corso dell’incontro ha detto
che Washington farà di tutto per fare arrivare gli aiuti alla
popolazione, anche senza le autorizzazioni di Assad, le cui truppe
controllano diverse zone in emergenza umanitaria. Il gruppo
Amici della Siria si è formato nel 2012 e questo meeting a Londra è
arrivato pochi giorni dopo le dimissioni di Lakhdar Brahimi da inviato
speciale dell’Onu per la Siria, a causa del fallimento nei negoziati
(Ginevra 1 e 2) per porre fine al conflitto.
Intanto, ieri sono stati liberati gli ultimi due dei cinque operatori umanitari di Medici senza Frontiere rapiti lo scorso gennaio
nel nord-ovest del Paese. In seguito al sequestro la Ong ha chiuso uno
degli ospedali e due centri sanitari nella regione di Jabal Akkrad.
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