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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

11/02/2016

150 mila euro di multa a chi esce dal M5S? Belinate

Lo statuto del movimento 5 stelle romano, che prevede una multa di 150mila euro ai consiglieri comunali della capitale in caso di uscita dal gruppo una volta eletti, fa parte delle vicende commentabili con una parola sempre in bocca al concittadino di Grillo, presidente del Livorno: belinate.

La multa ricorda involontariamente la clausola di rescissione dei calciatori legati a contratto da società e a forte richiesta. Perché è bene ricordare una cosa: al livello degli affari che si giocano nella metropoli romana, e della posta in gioco su molti temi, 150.000 euro un gruppo di interessi, per liberare un voto, può pagarli eccome. Un comitato di base che vuol lanciare un messaggio politico d’emergenza su temi come trasporti, scuola, verde pubblico tramite il comportamento di un consigliere queste cifre non può permettersele. Il movimento 5 stelle è la più originale formazione politica istituzionale degli anni ’10. E’ emerso dal basso, contro le corporazioni della politica istituzionale ed è un ottimo detonatore politico contro il centro-sinistra, formazione politica sottomessa da sempre all’austerità di Bruxelles-Francoforte e a tante cordate di potere bancario, finanziario, immobiliare. E’ davanti a una complessa, e storica piuttosto che importante, prova metropolitana come il voto e, eventualmente, il governo romano. Governare Roma richiede una competenza che guarda alle grandi metropoli del continente europeo ma che comprende, anche, la capacità di guardare alla controversa complessità di metropoli come Ankara o il Cairo. Se il biglietto da visita deve essere, detto in linguaggio giornalistico, la supermulta per chi sgarra non ci siamo. Anche perché, come abbiamo visto, la multa alza solo il valore finanziario dell’uscita da un gruppo consigliare. Quando una metropoli fa sentire la propria forza centrifuga non ci sono barriere finanziarie che tengano.

Perché qui il problema non è trovare la regola giusta per uno statuto ma dare, ed avere, linee di indirizzo del governo urbano nella crisi. Il M5S può vincere a Roma e dire la sua fino all’ultimo a Torino e, forse, a Bologna. Quali sono le linee di governo delle città, su quale profilo di rinascita urbana ci si attesta? Quali sono le conferenze per i futuri amministratori, i quadri, gli elettori che vogliono crescere attorno a questi temi? Non si governa con le leggi, né con gli statuti, figuriamoci con i non statuti. Qui siamo di fronte ad un combinato di decreti Madia-Renzi, non ancora terminato, che nega qualsiasi potere pubblico nel governo reale del territorio. Il M5S nazionale come vuol comportarsi, in materia, se prende il potere a Roma? Stessa cosa vale per le leggi Monti, di governo del bilancio pubblico, uscite a fine 2011. Negano la possibilità stessa di un comune di fare indirizzo all’economia e condannano i territori, e i loro servizi, al saccheggio dei privati. Dove ci sono soldi da investire, ovvio. Per non parlare della questione casa e dei rifiuti, temi finora lasciati alla desertificazione renziana dei territori. Evidenziare il costo della multa, sempre se vale voti sul piano dell’immagine e del governo dei consigli comunali, non sposta di un millimetro l’esistenza di questi temi da tempo lasciati ai privati, in qualche caso alle mafie, e solo quando credono di ricavarne profitto. Perché poi con la supermulta puoi anche tenere in mano un consiglio comunale ma se non hai idee la botta arriva lo stesso. E quale concezione della politica rivela l’idea della multa? Dalla fine della democrazia liberale, quando il seggio era una sorta di proprietà come se fosse un appartamento nella capitale, c’è sempre stata la tendenza ad affrancare gli eletti da impellenti necessità materiali. Per evitare che potessero essere ricattati economicamente.

Certo, e il M5S ha fatto bene ad evidenziare il problema, da troppo tempo questa tendenza è diventata una corsa all’arricchimento e fonte essa stessa di molteplici ricatti. Ma in questo modo, al massimo, si spaventa qualcuno che fa i conti su quanto può costare qualche parola. Non si fa emergere una nuova rete di governo. Già perché finora il M5S ha fatto parlare di sé più per un uso della rete legato alla democrazia deliberativa (dalle proposte di legge alle espulsioni) che per l’innovazione legata all’intelligenza collettiva delle rete. E’ quest’ultima che può risollevare i territori non i voti in rete, ridotti a sondaggi d’opinione, o le multe. Quanto alle critiche che sono venute dagli ascari renziani lasciamo perdere. Stiamo parlando di gente alla quale non va bene neanche la spenta e connivente Rai di nominati dallo stesso presidente del consiglio. L’Italia ha problemi più seri di dover rispondere a questa gente, che ha un livello di tossicodipenza dal potere tale da dover entrare in terapia il giorno della mancata rielezione. Ma a problemi seri si risponde con politiche serie, specie in un periodo denso di pericoli come quello che ci sta preparando la crisi bancaria-finanziaria.

Redazione, 10 febbraio 2016

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