Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/07/2015

Cari compagni di Sel, rifondazione ecc. perché non vi fermate un attimo a riflettere?

Alcuni interventori su questo blog, così come conoscenti ed amici per mail o in fb prendono molto male le mie critiche alla Coalizione Sociale di Landini o al nuovo-vecchio soggetto politico che sta nascendo fra Sel-Rifondazione, fuorusciti dal Pd ed ex M5s.

Per la verità si tratta di poche persone (relativamente al sito si tratta di circa il 10-15% degli intervenuti, sempre che dietro i diversi nick ci siano persone diverse e non sempre una).

Qualcuno mi accusa di ostilità preconcetta, qualche altro di farlo per difendere il M5s, che sarebbe terrorizzato dal certo successo di una forza del genere, qualcuno cerca di argomentare ma, nella maggior parte dei casi, si tratta di interventi – scusatemi – rozzi, offensivi e non motivati (anche se, magari, vengono da un docente universitario). Pazienza, non me la prendo e ci passo su; mi limito a censurare qualche intervento insopportabilmente incivile (non più di un paio) ma per il resto, come potete verificare, passo regolarmente tutto, e non credo che ci siano molti altri siti così aperti.

Per il resto, posso assicurare di non avere alcuna animosità verso l’area che chiamo bonariamente Brigata Kalimera. Non me la prendo anche perché capisco la sofferenza psicologica che sta dietro a questi interventi. Il punto è che quell’area che corrisponde grosso modo alla vecchia Rifondazione dei bei tempi, di volta in volta arricchita di qualche rigagnolo verde, Idv o Ds-Pd, proprio non riesce a capacitarsi dello stato di marginalità ed irrilevanza in cui è precipitata.

Rifondazione, nel 1996 ottenne l’8,6% e vantava circa 150.000 iscritti (va bè, diciamo che quelli reali erano 90-100.000), nel 2006 Rifondazione e Comunisti Italiani, presero rispettivamente il 5,84% ed il 2,32% senza contare i Verdi. Poi, nel 2008, il blocco della Sinistra Arcobaleno, che includeva anche verdi e sinistra Ds, precipitò al 3,12% e passò da 3.900.000 voti a 1.124.000, perdendo oltre 3 elettori su 4, un record storico ineguagliato. Oggi è solo una pozzanghera in via di prosciugamento. Perché?

Nessuno si è mai preoccupato di dare una spiegazione soddisfacente di questa decadenza. Nel 2008, qualcuno disse che l’errore era stato un simbolo ed una sigla troppo recenti, qualche altro che la causa era stata il “voto utile” dopo che Veltroni aveva escluso la sinistra arcobaleno dalla coalizione, altri lamentarono una campagna elettorale troppo debole e solo i più ardimentosi azzardarono far cenno alla sciagurata partecipazione di governo, ma per cambiare subito discorso. Non voglio dire che tutte queste cause non abbiano inciso, ma, quando perdi tre elettori su quattro, cause così accidentali non bastano e vuol dire che il rapporto con il tuo elettorato era così allentato, che è bastato un nulla per perderlo. Persino la pessima partecipazione di governo, in fondo non era tale da spiegare quell’esito catastrofico.

Ma la sconfitta fu subito rimossa dopo un congresso isterico e la scissione non migliorò le cose. Poi Sel ebbe una ripresa e, grazie anche all’inatteso successo nelle regionali del 2010 in Puglia, ci fu un momento di grande favore per Vendola che, per un attimo, parve un credibile sfidante del Pd nelle primarie. Il momento di grazia non durò molto: più o meno un anno, fra la metà del 2010 e quella del 2011. Ma Nichi buttò via quell’occasione, limitandosi a chiedere ossessivamente le primarie e disperdendosi su mille piccole cose, ma “bucando” totalmente il tema della crisi. Bisognerà pur decidersi a capire che la letteratura non fa linea politica. Sel non aveva nulla da dire sulla crisi, perché non aveva la cultura politica necessaria e taciamo per decenza di Rifondazione e delle esilaranti trovate ferreriane della michetta ad un Euro e del ”populismo di sinistra”.

Così si arrivò alle primarie del 2012, dove Vendola racimolò un magro 15% e poi, alle politiche del 2013, la nuova alleanza con il Pd ed il deludente risultato del 3 e qualcosa per cento che, però, anche grazie allo spropositato premio di maggioranza, si trasformò miracolosamente in 35 seggi alla camera. Mentre Rifondazione, con il terribile accrocco di Rivoluzione Civile, restava di nuovo fuori.

Poi le europee, dove mettendo insieme Rifondazione, Sel e mezza redazione di Repubblica, si prese il 4%.

Ora, mi pare chiaro che i valori di questa area non vanno oltre questa barriera e ciò nonostante una crisi che dovrebbe gonfiare le vele a formazioni sedicenti antisistema.

Allora, cari compagni ed amici, non vi viene il sospetto che questo logoramento, che ha ridotto al lumicino questa area, sia dovuta ad una ragione molto semplice: che Rifondazione prima e le sue sciagurate appendici attuali, abbiano perso perché non avevano nulla da dire?

Pochi slogan mal connessi, qualche boutade televisiva, qualche occasionale ostruzionismo parlamentare non fanno una linea politica. Cosa ha detto questa area su crisi, occupazione, fisco, politica estera, ecc? Una crisi di sistema, come quella in atto, è la grande prova storica di una forza antisistema cui spetta il compito di prospettare un diverso assetto sociale ed economico e di agire conseguentemente, conquistando il necessario consenso. Cari amici: vi sentite pari a questo compito?

La cd sinistra radicale sta morendo di inedia perché non ha progetto, non ha cultura, non ha iniziativa politica. E, in queste condizioni, perché mai la gente dovrebbe votare per questi simboli?

Altro interrogativo che dovreste porvi, cari amici, è: ma perché il M5s ha avuto un successo politico senza precedenti? Non dico il 25% delle europee, ma neppure il 15% delle amministrative (test sempre sfavorevole al M5s) è mai stato lontanamente alla portata di Rifondazione e neanche dell’Idv. Come mai?

Perché, al di là delle crisi di invidia, agli isterismi ed ai complessi di inferiorità, che trasudano penosamente dai vostri interventi abituali, non cercate di misurarvi con questo interrogativo: perché il M5s ha avuto successo? Quale è il suo segreto? Badate che io non penso affatto che il M5s abbia quella cultura politica, quel progetto e quella iniziativa che io rimprovero di non avere alla vostra area. Spesso ho scritto per criticare molti aspetti del modo di essere del M5s, quindi sono consapevole dei suoi limiti, ma come spiegare che, nonostante questi limiti, esso ha avuto quel successo che è sempre sfuggito all’area della cd “sinistra radicale”. Non sarà che, magari, questa sinistra sia proprio assai poco radicale?

Il grillismo è l’altra faccia del renzismo? E’ un finto movimento guidato da due miliardari dietro i quali chissà chi c’è? Non ha nessuna democrazia interna? E’ composto da politici dilettanti? Va bene, non ribatto e vi concedo tutto; non discuto, ma spiegatemi perché, nonostante ciò, prendono tutti quei voti che, invece, voi non prendete?

Io un’ipotesi di spiegazione l'avrei, ma preferisco sentire prima le vostre ipotesi.

Cari amici se non vi confrontate seriamente con le ragioni, evidentemente connesse, del vostro insuccesso e del successo altrui, non ne verrete mai fuori e continuerete a passare da un fallimento all’altro, ma, soprattutto, non supererete la depressione che attualmente vi affligge e che sta trasformando un caso politico in uno psicodramma di gruppo. Lo dico per voi.

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Tuareg e Tebu: la guerra civile sconosciuta della Libia in disgregazione

di Francesca La Bella

Dopo quasi un anno di combattimenti è stata firmata una tregua tra Tuareg e Tebu nel sud della Libia. Il 25 luglio a Sebha, città principale della regione del Fezzan, è stato raggiunto un compromesso tra le due popolazioni che prevede, oltre a una tregua nelle ostilità, la messa in atto di dispositivi che dovrebbero consentire il raggiungimento di una stabile pacificazione dell’area. L’accordo prevederebbe il rilascio dei prigionieri da entrambe le parti e la predisposizione delle condizioni necessarie per il ritorno delle popolazioni allontanatesi dall’area a causa degli scontri.

Da molti mesi nella regione sud occidentale della Libia si assiste a una guerra civile locale che, pur mantenendo alcuni legami con la più ampia disputa nazionale per il potere, sembra presentare caratteri propri. Solo nella settimana precedente alla firma del cessate il fuoco, circa 60 sono stati i morti e numerosi i feriti, concentrati perlopiù nelle città principali di Ubari e Ghat mentre incalcolabili sono i danni sociali ed economici con decine di sfollati e centri medici al collasso per la mancanza di medicinali e materiali per il primo soccorso. Una situazione non particolarmente difforme rispetto alla realtà del Paese, attraversato da combattimenti e distruzione ormai da molto tempo.

Come accennato in precedenza, i contrasti tra tribù Tebu e tribù Tuareg non sarebbero, però, come invece affermano alcuni analisti, esclusivamente legati al posizionamento dei primi con il Governo di Tobruk ed i secondi con quello di stanza a Tripoli, ma si baserebbero su una più ampia dinamica di controllo del potere e del territorio nel quale i due gruppi convivono. A tal proposito sembra importante sottolineare la valenza strategica ed economica di questa area: confini con Algeria e Niger porosi a traffici particolarmente redditizi di merci e persone; pozzi petroliferi di grande importanza come l’area di El Sharara, secondo campo petrolifero del Paese.

Da questo punto di vista, il contrasto armato tra popolazioni Tuareg e Tebu deve essere letto più nell’ottica della lotta per la conquista del territorio in un contesto di caos e di mancanza di strutture statuali forti che nel senso della guerra per procura dei due Governi della contesa libica. Dopo la caduta di Gheddafi, i gruppi etnici minoritari nel Paese hanno cercato di trovare un proprio spazio di autodeterminazione e di radicamento territoriale. Nonostante le diverse scelte strategiche che hanno visto le dirigenze delle due popolazioni su fronti opposti, i Tuareg al fianco del Colonnello e i Tebu nelle file dei ribelli, entrambi i gruppi hanno visto nella destituzione del Governo, l’aprirsi di una nuova fase politica che avrebbe consentito loro di estendere la propria area di influenza con le conseguenti ricadute economiche.

Questo quadro non sarebbe, però, completo se si tralasciassero le alleanze con i diversi attori della guerra civile libica che, anche in questa fase di negoziato, hanno avuto un ruolo significativo sia in termini di appoggio all’una o all’altra parte sia in termini di mediazione. L’importanza delle forze fedeli al Governo di Tobruk e delle milizie di Misurata nelle dinamiche del Fezzan ha, infatti, portato ad un amplificarsi della battaglia tra le opposte fazioni. Non un ruolo primario, dunque, quello degli attori nazionali, ma un’azione di supporto che ha consentito a popolazioni nomadi con limitate disponibilità economiche di portare avanti una guerra lunga e sanguinosa.

Alla luce di questo, possiamo affermare che, nonostante la fiducia riposta in questa tregua, molte sono ancora le incognite interne ed esterne che minacciano il negoziato. In questi mesi si è assistito più volte a brevi fasi di calma, velocemente cancellate dalla mancanza delle premesse per la costruzione di un’amministrazione locale condivisa e duratura. In senso più ampio, invece, la mancanza di unità nazionale, la presenza di gruppi minoritari rimasti fino ad ora nell’ombra dei due attori principali e lo sviluppo di nuove entità come lo Stato Islamico potrebbero inficiare questi tentativi, gettando nuovamente l’area nella guerra. Una nuova fase di instabilità con molti più attori e, conseguentemente, ancor più difficile da superare.

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30/07/2015

Ankara bombarda e arresta. Si scrive “lotta all’Is”, si legge guerra al Pkk e a Damasco

Bombardamenti nel Nord dell’Iraq e anche sulle montagne dell’Anatolia turca, quella dove più forte è la concentrazione della popolazione curda. I caccia di Ankara compiono una missione dopo l’altra in attesa del via libera definitivo da parte degli Stati Uniti a sconfinare nel nord della Siria e prendersi una fascia di varie centinaia di chilometri quadrati per istituire la cosiddetta ‘safe zone’. La zona cuscinetto dovrebbe essere lunga 90 km e profonda 50, affiancata da una “zona di non volo”, con l’obiettivo di dividere i cantoni curdi parzialmente liberati del Rojava e permettere al regime turco di deportarvi alcune centinaia di migliaia di profughi siriani. Tra i quali magari reclutare qualche migliaio di miliziani da utilizzare per occupare il territorio siriano e per scagliarli all’occorrenza contro le truppe di Damasco o le Unità del Protezione del Popolo senza dover far intervenire, almeno formalmente, le proprie truppe. I preparativi sembrano a buon punto: l’Ufficio del Governatore di Kilis ha già annunciato l’istituzione di una "zona di sicurezza speciale" al confine con il Cantone di Efrîn nel Rojava per un periodo di 7 giorni, e numerosi carri armati e cannoni sono stati piazzati nel territorio a ridosso della Siria.

Dopo i primi ‘spettacolari’ – e assai mediatizzati – attacchi di venerdì contro alcune postazioni dei jihadisti nel nord della Siria da parte dei carri armati turchi, la tanto sbandierata campagna militare di Ankara contro lo Stato Islamico (servita per far abboccare il sistema mediatico internazionale e sdoganare il sostegno Usa e Nato) è praticamente cessata. Da venerdì non si segnala infatti alcuna azione bellica nei confronti dei fondamentalisti che anzi pare stiano approfittando della persecuzione turca nei confronti dei curdi per organizzare meglio le proprie forze.

Intanto è guerra aperta contro il Pkk sia all’interno che all’esterno dei propri confini, bersagliando soprattutto la zona di Qandil, dove si trovano i comandi della resistenza curda. Dopo il sostegno di Washington e il tiepido ‘si’ arrivato anche dal consiglio degli ambasciatori dell’Alleanza Atlantica, addirittura il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si è espresso a favore della guerra turca contro i curdi, nonostante questi rappresentino una delle poche forze realmente in campo contro l’espansione del Califfato e del terrorismo jihadista in Medio Oriente. “So che queste azioni intraprese dalla Turchia sono in accordo con la carta Onu, come modalità di esercizio dell’autodifesa” ha detto Ban Ki-moon riferendosi all’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

Ieri almeno nove guerriglieri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan sono morti nei bombardamenti realizzati dagli F-16 di Ankara al confine tra Kurdistan turco e Kurdistan iracheno, nella provincia di Dohuk. Secondo alcuni siti curdi le truppe di Ankara hanno addirittura aperto il fuoco contro un gruppo di profughi del Rojava che tentavano di superare il confine per tornare a Kobane, ferendo un bambino di sei anni.

Ieri la maggioranza dei deputati del par­la­mento turco ha boc­ciato la proposta di formare una com­mis­sione di inchie­sta sugli attentati che recentemente hanno colpito un comizio dell’Hdp a Diyarbakir e poi i giovani attivisti di sinistra a Suruc, intenzionati a recarsi a Kobane per partecipare alla ricostruzione; a favore hanno votato i rappresentanti del Partito Democratico dei Popoli e del Partito Repubblicano del Popolo, contro gli islamisti dell'Akp e i nazionalisti di destra dell’Mhp.


Intanto nel paese si diffondono gli allarmi su possibili nuovi attentati, alcuni reali e giustificati – come quello ‘previsto’ nella regione di Antiochia, al confine con la Siria, abitata da popolazioni di origine araba – ed altri invece diffusi ad arte dal regime per poter giustificare una campagna repressiva che non accenna a fermarsi. Ad esempio ultimamente le autorità turche hanno diffuso una allerta sul rischio di possibili attentati contro i trasporti pubblici ad Istanbul.

Nel paese la repressione turca e la reazione della resistenza curda continua a mietere vittime. La polizia di Ankara ha ucciso a Cizre un giovane di soli 17 anni, Hasan Nere, ed ha ferito altri due occupanti di un’automobile bloccata ad un check point. Contemporaneamente un commando del Pkk ha attaccato una pattuglia della polizia nel distretto di Cinar, uccidendo un poliziotto; nella sparatoria sarebbe morto anche un civile. In un altro episodio tre soldati turchi sono rimasti uccisi oggi in un attacco del Pkk contro il loro convoglio nella provincia di Agri. "A causa dell'attacco lanciato dall'Organizzazione separatista del terrore tre dei nostri valenti soldati sono rimasti uccisi", ha fatto sapere l'esercito di Ankara nel proprio consueto stile.

Nelle ore precedenti tre soldati turchi erano stati feriti a Dogu­ba­ya­zit mentre nella provincia di Mus un commando ha ucciso un alto uffi­ciale dell’esercito, Arslan Kulaksiz. A Lice due poli­ziotti sono stati arre­stati dal fronte combattente del Pkk (Hpg), mentre a Dicle e ad Hak­kari sono state col­pite da razzi le stazioni di poli­zia locale e un tribunale. A Diyarbakir, la più popolosa delle città curde, interi quartieri sono sotto il controllo dei comitati di autodifesa creati dalle organizzazioni del movimento di liberazione, mentre manifestazioni si stanno tenendo ininterrottamente ormai da giorni in tutto il paese, sistematicamente attaccate dalla polizia in assetto antisommossa con lacrimogeni, idranti, pallottole di gomma e anche armi da fuoco. Dopo che martedì era stato fatto saltare un tratto del gasdotto che collega la Turchia all’Iran, nella provincia di Agri, ieri ad essere sabotato è stato invece l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan che trasporta il petrolio estratto nel Kurdistan iracheno – il cui governo guidato da Barzani continua a collaborare con gli aguzzini dei propri connazionali – verso la Turchia. Attacchi sono stati segnalati anche a Mardin, Erzurum e Bitlis.

Nel quasi completo silenzio della stampa internazionale e della cosiddetta comunità mondiale che sembra aver distolto rapidamente lo sguardo, in tutta la Turchia continua la maxi retata iniziata venerdì scorso contro le organizzazioni popolari curde e i partiti di sinistra radicale. Il numero dei militanti e degli attivisti arrestati era arrivato ieri all’incredibile cifra di 1300. Di questi, per stessa ammissione delle autorità di Ankara, 800 sarebbero riconducibili ai movimenti curdi, un centinaio alle organizzazioni comuniste e anarchiche turche, e solo un centinaio i membri di presunte organizzazioni collaterali allo Stato Islamico, ad Al Qaeda e ad altre sigle jihadiste. Senza contare che in "tempi normali", dal gennaio al giugno di quest'anno, le forze di sicurezza turche hanno arrestato ben 648 militanti del Fronte del Popolo (Halk Cephesi), organizzazione comunista dichiarata fuorilegge.

Solo ieri sono state ben 302 le persone rastrellate dalla polizia in 39 diverse località della Turchia, mentre invece 15 militanti jihadisti arrestati nei giorni scorsi ad Istanbul e accusati di sostenere lo Stato Islamico – tra loro 11 stranieri – sono stati rimessi in libertà dopo che la Procura non ha trovato prove del loro coinvolgimento in attività criminali.

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Gli USA si impegnano ad infrangere la barriera dell'exaflop in 10 anni

Sembra che la Casa Bianca stia considerando con una certa attenzione il mondo dei supercomputer: il Presidente Obama ha infatti emesso un ordine esecutivo istituendo la National Strategic Computing Initiative, una strategia federale per assicurare il primato all'America nel campo degli high-performance computing.

Come spiegato nel post sul blog ufficiale della Casa Bianca, l'iniziativa ha l'obiettivo di promuovere la realizzazione e l'uso di supercomputer in ambito medico, di ricerca scientifica, nel settore spaziale e via discorrendo, sottolineando i benefici raggiungibili impiegando gli HPC. L'iniziativa porta avanti, inoltre, una nuova promessa: nei prossimi dieci anni il governo si impegna nella costruzione di un supercomputer di classe exascale, ovvero in grado di eseguire 1018 operazioni al secondo.

Gli osservatori attenti del panorama HPC avevano già previsto la possibilità che gli USA superassero la barriera dell'exaflop attorno al 2023: una possibilità ancor più concreta ora che il governo si è impegnato fattivamente su questo fronte, stanziando probabilmente qualche considerevole risorsa. Attualmente i più potenti supercomputer in sviluppo negli USA sono Summit e Sierra, costruiti da IBM per il Department of Energy e in grado di gestire 100 petaflop ciascuno una volta che verranno completati nel 2017.

Il superamento della barriera dell'exaflop è impresa ben più complessa che decuplicare un Summit o un Sierra. Senza rivoluzioni architetturali un supercomputer di questa potenza richiederebbe un'intera centrale elettrica per il suo funzionamento, rendendolo poco adatto per la scienza pubblica. La speranza è che negli anni a venire vengano sviluppate nuove architetture e nuovi sistemi software in grado di poter meglio gestire tutta quella potenza di calcolo.

Si legge nel blog della Casa Bianca: "Con un investimento strategico ora, possiamo prepararci per la crescente domanda di computazione e per le emergenti sfide tecnologiche, costruendo le fondamenta per una robusta leadership nei decenni a venire, e al contempo espandere il ruolo dell'high-performance computing di affrontare le pressanti sfide presenti in molti settori".

Evidentemente l'amministrazione Obama non ha gradito che nell'ultima TOP500 List gli USA, pur ben rappresentati in classifica, siano stati surclassati dal supercomputer cinese Tianhe-2, in grado di esprimere una potenza computazionale di oltre 33 petaflop, ovvero quasi il doppio dei 17,59 petaflop del secondo classificato, il supercomputer statunitense Titan.
 
 
La notizia non fa riflettere sul fatto che la strada "indicata" da Obama ha prima di tutto una valenza geostrategica, in un'epoca in cui l'impero americano in declino sente il fiato (cinese) sul collo anche in un settore in cui le corporation statunitensi pensavano di mantenere all'infinito il primato, quello tecnologico e informatico in particolare.

Palestina - Hamas chiama alla rivolta contro la repressione di Fatah

La faida mai risolta tra Hamas e Fatah ha raggiunto un nuovo apice: dopo la formazione del fallimentare governo di unità nazionale lo scorso anno, le “dimissioni” dell’esecutivo imposte dal presidente dell’Autorità Nazionale, Mahmoud Abbas, ora il movimento islamico alza la voce e chiama alla “rivolta” contro le forze di sicurezza dell’Anp.

Ad annunciare la rottura è stato il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, dopo quanto dichiarato dalla leadership di Fatah domenica scorsa: Azzam al-Ahmad aveva chiesto al governo de facto della Striscia di abbandonare il potere, farsi da parte e lasciare l’enclave palestinese nelle mani di Ramallah. Così, aveva aggiunto al-Ahmad, si sarebbe potuto creare un nuovo governo di unità: Hamas “tolga le mani da Gaza”, condizione alla nomina di un nuovo esecutivo.

La risposta è arrivata ieri: Abu Zuhri ha tacciato l’Anp di voler infiammare le tensioni e accusato il partito rivale di essere il reale responsabile del fallimento dell’unità nazionale. Alle dichiarazioni del portavoce sono seguite quelle dei parlamentari di Hamas, riunitisi ieri nel parlamento di Gaza, che hanno chiamato il popolo alla “rivolta contro gli arresti politici” portati avanti dall’Autorità Nazionale in Cisgiordania e chiesto alle fazioni palestinesi di adottare “una posizione ferma contro i crimini dell’Anp verso la resistenza e i suoi membri”. Tre settimane fa, il 7 luglio, le forze di sicurezza dell’Anp avevano compiuto un’ampia operazione, arrestando oltre 200 membri o sospetti tali del movimento islamista.

Ritorna la stessa narrativa precedente al fittizio processo di riconciliazione: Hamas accusa l’Anp di cooperare con Israele e difendere gli interessi sionisti, tentando di sradicare il braccio della resistenza palestinese in Cisgiordania; l’Anp (e Fatah) puntano il dito sulle azioni controproducenti del movimento islamico, accusato durante l’attacco contro Gaza della scorsa estate di provocare Israele con il lancio di missili.

Muore così il rinnovato negoziato, cominciato dopo l’Eid, la festa di fine Ramadan, e che avrebbe dovuto condurre ad un nuovo esecutivo nazionale. E si rafforza la crisi interna alle due principali fazioni palestinesi, entrambe sempre più isolate a livello nazionale e regionale. Fatah vede crollare giorno dopo giorno il proprio consenso, ai minimi termini tra la popolazione palestinese dei Territori Occupati. Hamas vive una fase simile, a Gaza, dove non è più in grado di amministrare né di controllare i gruppi estremisti salafiti.

E fuori, a causa delle scelte compiute durante la guerra civile siriana, l’abbandono dell’alleato storico Assad e il rafforzamento dei legami con l’Egitto dei Fratelli Musulmani, sarebbe definitiva anche la fine dei rapporti con l’Iran, finanziatore del movimento. Secondo un funzionario di Hamas, rimasto anonimo, Teheran avrebbe deciso di tagliare completamente gli aiuti finanziari al movimento islamista. La notizia è stata riportata da al-Jazeera ma non trova conferma dalla leadership di Hamas: “Tutta l’assistenza è stata interrotta, sia quella civili a Gaza che quella militare ad Hamas. L’Iran ha aiutato enormemente la resistenza in Palestina: senza questa assistenza sarà difficile per noi andare avanti”, avrebbe detto il funzionario alla tv qatariota.

La dichiarazione va presa con le molle, visto il riavvicinamento di Hamas all’Iran degli ultimi mesi: dopo l’uscita dal cosiddetto asse della resistenza, sciita (seppur Hamas sia sunnita), leader di Teheran avevano riallacciato i rapporti con la fazione palestinese. Che, allo stesso tempo, però, si starebbe guardando intorno: girano con insistenza voci di un miglioramento delle relazioni tra Hamas e Arabia Saudita, da sempre impegnata nel fronte anti-Fratellanza: nelle scorse settimane la leadership in esilio ha visitato re Salman a Riyadh, per la prima volta in tre anni.

Un tentativo chiaro da parte saudita: stringere le fila sunnite, anche con soggetti avversari, per indebolire la crescente influenza iraniana nella regione.

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Padova - Scappa dai carabinieri e loro gli sparano

Mauro Guerra, 33 anni, era nudo e disarmato quando i carabinieri lo hanno freddato in aperta campagna, a Carmignano di Sant'Urbano, in provincia di Padova, intorno all'ora di pranzo di ieri.

A sparare il colpo mortale è stato il maresciallo Marco Pegoraro, comandante della stazione locale, arrivato in paese appena tre mesi fa. Per gli uomini in divisa, Guerra stava aggredendo il brigadiere Stefano Sarto, che lo aveva inseguito per i campi sotto il sole.

Lo aveva persino ammanettato, il carabiniere. Poi l'uomo, scalzo e in mutande, avrebbe reagito, si sarebbe liberato dalla presa del militare e avrebbe cominciato a picchiarlo. A questo punto Pegoraro - questa la versione fornita dal militare - avrebbe prima intimato l'alt e poi aperto il fuoco, trafiggendo il 33enne a un fianco. Inutili i soccorsi, con tanto di cinquanta interminabili minuti di massaggio cardiaco.

Questa la cronaca, nella versione fornita dai carabinieri. Già perché c'è un testimone che ha visto e raccontato una scena diversa: Guerra viene raggiunto dal carabiniere, lo colpisce con due pugni, continua a fuggire e poi muore sparato. E il nodo centrale di questa storia è tutto qui: il colpo è partito mentre Mauro stava massacrando di botte il carabiniere o mentre stava scappando? Si annuncia così una guerra di perizie e controperizie, come da consolidato copione dei casi di malapolizia, dove sembra sempre che sia vero tutto e anche il suo contrario.

Le cronache locali del padovano, oggi, descrivono Mauro come «un uomo difficile», grande e grosso, ma anche sensibile, molto sensibile, troppo sensibile. Uno che veniva alle mani facilmente e dalla stazza imponente, ma che due minuti dopo poteva anche cominciare a parlarti di arte, o di fede, o di amore. Ai tempi del servizio militare aveva scelto i parà come 'Carabiniere ausiliario', reparto durissimo e crudele. Poi si era laureato in Economia Aziendale ed aveva cominciato a lavorare in uno studio di commercialista di Monselice, dedicandosi a tempo perso alla pittura e al design.

In paese lo conoscevano tutti: un ragazzo a posto, anche se con qualche stranezza: pare fosse solito mandare messaggi su Facebook alle ragazze, poi un giorno ha mandato un mazzo di fiori a una ventenne, che però non ha preso bene la sua insistenza ed è andato a denunciarlo. L'ipotesi investigativa era di trovarsi di fronte a uno stalker. Verso mezzogiorno di ieri i familiari di Marco avevano chiamato i carabinieri perché il 33enne stava dando in escandescenze. La situazione è precipitata in maniera assai rapida, Mauro Guerra si è dato alla fuga nei campi, fino al tragico epilogo.

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Amnesty - "Quelli israeliani a Gaza sono stati crimini di guerra"

Nuove prove che dimostrano come le forze israeliane abbiano compiuto crimini di guerra in rappresaglia alla cattura di un soldato israeliano sono state rese note in un rapporto congiunto di Amnesty International e Architettura legale. Le prove, che includono un'analisi dettagliata di grandi quantità di materiali multimediali, suggeriscono che il carattere sistematico e apparentemente deliberato dell'attacco aereo e di terra su Rafah che ha ucciso almeno 135 civili, può anche costituire crimini contro l'umanità.

Il rapporto "Venerdì nero': carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014" presenta tecniche investigative all'avanguardia e un'analisi introdotta da Architettura legale, un gruppo di ricerca con sede a Goldsmiths, presso l'Università di Londra.

"Ci sono prove convincenti che le forze israeliane hanno commesso crimini di guerra nel loro bombardamento implacabile e massiccio delle zone residenziali di Rafah, al fine di sventare la cattura del tenente Hadar Goldin, mostrando scioccante disprezzo per la vita dei civili. Hanno effettuato una serie di attacchi sproporzionati o altrimenti indiscriminati, che si è completamente fallito di indagare in modo indipendente", ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Questo rapporto presenta una richiesta urgente di giustizia che non deve essere ignorata. L'analisi combinata di centinaia di foto e video, nonché immagini satellitari e testimonianze di testimoni oculari, fornisce prove convincenti di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale da parte delle forze israeliane che devono essere indagate".

La massiccia quantità di prove raccolte è stata presentata ai militari e ad altri esperti e poi organizzata in ordine cronologico a creare un resoconto dettagliato degli eventi dal 1° agosto, quando l'esercito israeliano ha applicato la controversa e riservata procedura "Hannibal" a seguito della cattura del tenente Hadar Goldin.

Secondo la "Direttiva Hannibal", le forze israeliane possono rispondere alla cattura di un soldato con un'intensa potenza di fuoco, nonostante i rischi per la sua vita o per i civili nelle vicinanze. Come il rapporto illustra, l'attuazione della direttiva ha portato all'ordine di compiere attacchi illegali contro i civili.

"Dopo la cattura del tenente Hadar Goldin, le forze israeliane sembrano essersi sbarazzate dei regolamenti, utilizzando una politica "senza regole" con conseguenze devastanti per la popolazione civile. L'obiettivo era quello di sventare la sua cattura a tutti i costi. L'obbligo di prendere precauzioni per evitare la perdita di vite civili è stata completamente trascurata. Interi quartieri di Rafah, tra cui aree abitate intensamente popolate, sono state bombardate senza distinzione tra civili e obiettivi militari", ha affermato Philip Luther.

La ferocia degli attacchi, che è continuata anche dopo che il tenente Goldin è stato dichiarato morto il 2 agosto, suggerisce che potrebbero in parte essere stati motivati dal desiderio di punire la popolazione di Rafah come vendetta per la sua cattura.

Poco prima della cattura del tenente Goldin il 1° agosto 2014, un cessate il fuoco era stato annunciato e molti civili erano tornati alle loro case credendosi al sicuro. Un bombardamento massiccio e prolungato è iniziato senza preavviso mentre masse di persone erano in strada, e molti di loro, soprattutto quelli nelle auto, sono diventati bersagli. Quel giorno è rimasto noto in seguito a Rafah come "venerdì nero".

I racconti dei testimoni oculari hanno descritto scene raccapriccianti di caos e panico come un inferno di fuoco da jet F-16, droni, elicotteri e artiglieria piovuto giù per le strade, colpendo civili a piedi o in auto, nonché ambulanze e altri veicoli di evacuazione dei feriti.

Un testimone ha descritto gli attacchi di quel giorno come un tentativo di polverizzare i civili di Rafah, paragonando l'assalto a "una macchina per tritare le persone senza pietà".

Per questa indagine, i racconti dei testimoni che descrivono la carneficina a Rafah sono stati verificati con riscontri incrociati tra centinaia di foto e video presi da varie fonti e molteplici sedi, così come con nuove immagini satellitari ad alta risoluzione ottenute da Amnesty International.

Un gruppo di ricercatori di Architettura legale ha utilizzato una serie di tecniche sofisticate per analizzare queste prove. I ricercatori hanno esaminato gli indicatori temporali all'interno di un'immagine - come l'angolo delle ombre o la forma e le dimensioni dei pennacchi di fumo, che agiscono come "orologi fisici" - per determinare con precisione gli attacchi nel tempo e nello spazio (un processo noto come geo-sincronizzazione).

L'analisi rivela che il 1° agosto gli attacchi israeliani contro Rafah hanno preso di mira diversi luoghi in cui si credeva potesse trovarsi il tenente Goldin, a prescindere dal pericolo rappresentato per i civili, il che suggerisce che gli attacchi avrebbero anche potuto ucciderlo.

In uno degli incidenti maggiormente letali, i ricercatori, con l'aiuto di militari esperti, sono stati in grado di confermare che le due bombe da una tonnellata - il più grande tipo di bomba nell'arsenale dell'aviazione israeliana - sono state sganciate su un edificio a un solo piano a al-Tannur, Rafah est. Decine di civili erano nelle immediate vicinanze in quel momento il che ha reso l'attacco esageratamente sproporzionato.

"La ferocia dell'attacco a Rafah mostra le misure estreme che le forze israeliane erano preparate a prendere per impedire la cattura in vita di un solo soldato - decine di vite civili palestinesi sono state sacrificate per questo unico scopo." ha evidenziato Philip Luther.

L'analisi delle fotografie, dei video e degli altri elementi di prova multimediali da parte dei testimoni oculari è stato fondamentale per indagare sulle possibili violazioni in quanto le autorità israeliane hanno negato l'accesso al personale di Amnesty International nella Striscia di Gaza dall'inizio del conflitto del 2014.

"Architettura legale unisce nuove tecnologie architettoniche e mediali per ricostruire incidenti complessi basati sulle tracce che la violenza lascia sugli edifici durante un conflitto. I modelli architettonici ci aiutano a disegnare legami tra più elementi di prova, come immagini, video caricati sui social media e testimonianze per ricostruire virtualmente lo svolgersi degli eventi" ha dichiarato Eyal Weizman, direttore di Architettura legale.

Le immagini satellitari e le fotografie analizzate per il rapporto mostrano i crateri e i danni che indicano come gli ospedali e le ambulanze siano stati ripetutamente attaccati durante l'assalto a Rafah, in violazione del diritto internazionale.

Un medico ha descritto come i pazienti siano fuggiti freneticamente dall'ospedale di Abu Youssef al-Najjar dopo l'intensificarsi degli attacchi sulla zona. Alcuni sono stati spinti giù dai letti, molti avevano ancora la flebo attaccata. Un ragazzo ingessato si è trascinato a terra pur di scappare.

Un'ambulanza che portava un anziano ferito, una donna e tre bambini è stata colpita da un missile sparato da un drone, incendiandola e bruciando vivo chiunque fosse all'interno, operatori sanitari compresi. Jaber Darabih, un paramedico che era arrivato sulla scena, ha descritto i resti carbonizzati dei corpi come "senza gambe, senza mani... gravemente ustionati". Tragicamente ha poi scoperto che anche suo figlio, un paramedico volontario, era tra quanti sono rimasti uccisi nell'ambulanza.

"Attaccando le ambulanze e colpendo vicino agli ospedali, l'esercito di Israele ha mostrato un plateale disprezzo per le leggi di guerra. Attaccare deliberatamente strutture sanitarie e medici professionisti equivale a compiere crimini di guerra", ha ammonito Philip Luther.

Questa indagine su Rafah fornisce una delle prove sinora più convincenti delle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, compresi i crimini di guerra, compiute durante il conflitto.

Nei precedenti rapporti, Amnesty International ha messo in evidenza le violazioni compiute da entrambe le parti, inclusi gli attacchi sistematici da parte di Israele sulle case civili e la sua deliberata distruzione di edifici civili multipiano; gli attacchi indiscriminati dei gruppi armati palestinesi e gli attacchi mirati ai civili in Israele, così come le uccisioni sommarie di palestinesi a Gaza.

Tuttavia, un anno dopo il conflitto, le autorità israeliane non hanno condotto indagini credibili, indipendenti e imparziali sulle violazioni del diritto umanitario internazionale. Limitate indagini militari di Israele su alcune delle azioni condotte dalle sue forze a Rafah il 1° agosto non hanno ancora accertato alcuna responsabilità.

"Finora, le autorità israeliane hanno dimostrato nel migliore dei casi di non essere in grado di svolgere indagini indipendenti sui crimini di diritto internazionale a Rafah e altrove e nel peggiore dei casi di non essere disposte a farlo. I risultati di questo rapporto aggiungono prove convincenti a un già grande mole di documentazione credibile delle gravi violazioni commesse durante il conflitto di Gaza, che richiedono indagini indipendenti, imparziali ed efficaci", ha concluso Philip Luther.

"Le vittime e le loro famiglie hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. E quanti sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra devono essere perseguiti".

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L'euro ammazza i paesi deboli. Parola di Bce....

La teoria economica l'aveva stabilito da un pezzo, facendo gli esempi dell'unità d'Italia, dell'unificazione tedesca o della "dollarizzazione" di alcuni paesi latino-americani. Se adotti la stessa moneta forte di un paese forte, ma sei un paese relativamente più arretrato, all'inizio ti sembrerà un bengodi, poi - neanche tanto lentamente - si trasformerà in un incubo. I pezzi migliori della tua economia perderanno competitività, cercherai di recuperarla comprimendo i salari, tagliando la spesa sociale, ecc. Ma così facendo ridurrai drasticamente anche il mercato interno, quello dei consumi di massa; e quindi metterai in crisi anche le industrie meno avanzate, che non vederanno più come prima. A quel punto le teste migliori cercheranno un'occupazione altrove (nelle aree forti, ovviamente) e tu perderai anche la possibilità di riprenderti grazie alle nuove generazioni.

Ma se a dirlo è la Bce viene voglia di mettergli le mani addosso...

Eppure è proprio quello che ha scritto - forse involontariamente - nel suo solito Bollettino:

L'Italia è il paese che «ha registrato i risultati peggiori» sulla crescita del Pil procapite tra quelli che hanno adottato l'euro fin dall'inizio. La Bce spiega che la «convergenza» qui esaminata è quella «reale», in pratica «quando il Pil pro capite delle economie a più basso reddito converge in maniera durevole verso quello dei paesi con redditi più alti».

«Tra i paesi ad alto reddito, l'Italia ha registrato una crescita inferiore alla media dell'area dell'euro quasi per l'intero periodo generando un'aumentata divergenza» con le economia dei paesi più forti. E il concetto viene addirittura ripetuto con altre parole: «l'Italia, inizialmente un paese a più alto reddito, ha registrato i risultati peggiori e questo suggerisce una divergenza sostanziale rispetto al gruppo con redditi elevati».

Tra il 1999 e il 2014, per quanto riguarda il reddito pro capite, «Di fatto, se si considera il periodo nel suo insieme, esistono alcuni riscontri di una divergenza tra i paesi che hanno adottato per primi la moneta unica in quanto, nell'arco di 15 anni, diverse economie con redditi relativamente bassi hanno mantenuto (Spagna e Portogallo) o persino accresciuto (Grecia) il divario di reddito rispetto alla media».

E la Bce non riesce a spiegarsi perché all'inizio dell'unione monetaria «molti osservatori si aspettavano che la maggiore integrazione monetaria e finanziaria imprimesse un'accelerazione al processo di convergenza reale». Invece «il finanziamento privato esterno ha cominciato a ridursi con lo scoppio della crisi finanziaria mondiale e ha continuato a diminuire sostanzialmente nel periodo successivo». Ma guarda un po' come funziona l'economia capitalistica... Ad averlo saputo prima, magari...

Naturalmente una spiegazione provano a darsela lo stesso, individuando «l'effetto congiunto di tre fattori».

A) «Le condizioni istituzionali in alcuni paesi non erano favorevoli all'innovazione e alla crescita sottostante della produttività». Insomma, non avevano le Costituzioni adatte a digerire questa novità che toglieva di mano la principale leva di governo di un paese.

B) «Le rigidità strutturali e la scarsa concorrenza hanno contribuito a determinare distorsioni nell'allocazione del capitale e questo ha a sua volta impedito al potenziale di offerta dell'economia di allinearsi alla domanda». Tradotto: dovevano fare le "riforme strutturali" ancora prima di entrare nell'euro, così le cose sarebbe andate secondo le previsioni (forse), e soprattutto non ci sarebbe ora così tanta gente incazzata con la moneta unica e l'Unione Europea per essere stata spinta sul lastrico.

C) «Il brusco calo dei tassi d'interesse reali ha favorito una forte crescita del credito e ha fatto salire la domanda, dando origine ad aspettative erronee sui redditi futuri». Il che mette in discussione radicalmente proprio quello che era stato fin qui riconosciuto come il principale merito della Bce, ovvero il saper adottare tempestivamente "misure anche non convenzionali", come il quantitative easing. Che però genera distorsione e "attese sbagliate"...

Divertente, per concludere, l'attesa che l'eurozona possa allargarsi: «in prospettiva, è atteso un ulteriore ampliamento».

Proprio stamattina IlSole24Ore ha pubblicato una serie di robusti "no" all'ingresso nell'euro dei paesi dell'Est che dovevano avvicinarvisi. Leggiamo:

Polonia
«Non bisogna correre quando c'è ancora fumo che arriva da una casa che stava bruciando. Non è sicuro». Ricorre alla metafora dell'incendio Marek Belka, governatore della Banca centrale di Polonia nonché ex primo ministro ed ex direttore del dipartimento europeo del Fmi, intervistato pochi giorni fa dal quotidiano britannico Telegraph. E per essere ancora più chiaro esce dalla metafora e ribadisce: «Finché l'eurozona ha problemi con i suoi stessi membri, non vi aspettiate una nostra adesione entusiastica». Punto.

Alla domanda di cosa pensino i polacchi dell'euro, Belka risponde che «di sicuro la situazione greca non ha aumentato la fiducia nella moneta unica e se la Polonia politicamente andrà a destra l'entusiasmo per l'euro diventerà ancora più flebile».

Riflessioni perfettamente in linea con quelle del nuovo primo ministro Ewa Kopacz, in carica dallo scorso settembre al posto di Donald Tusk: «Prima di chiederci quando entreremo nell'euro – aveva detto Kopacz – dovremmo farci un'altra domanda: qual è la situazione dell'eurozona e dove sta andando?»

Secondo l'ultimo sondaggio di Eurobarometro – che risale all'aprile scorso, quindi prima della crisi greca – il 53% dei polacchi è contrario all'adozione della moneta unica, mentre il 44% è a favore (era il 45% l'anno prima). Nel 2012, nel pieno dell'eurocrisi, il 70% dei polacchi era convinto che l'adozione della moneta unica sarebbe stata negativa per l'economia polacca.

Repubblica Ceca
Anche Praga, che con un rapporto debito pubblico-Pil circa al 50% avrebbe tutte le carte in regola per entrare nell'eurozona, si guarda bene dall'abbandonare la corona ceca. I sondaggi sono impietosi: sempre secondo l'Eurobarometro, nell'aprile scorso il 70% dei cechi era contrario alla moneta unica. Il referendum sull'ingresso nell'eurozona, caldeggiato dal presidente Milos Zeman, viene continuamente rimandato.

E nel dicembre scorso, il Governo e la Banca centrale ceca sono direttamente scesi in campo dichiarando che è meglio non definire alcuna data per entrare nell'euro. Un contesto di estrema diffidenza che la crisi greca ha contribuito a peggiorare ulteriormente.
    
Ungheria
Alla ricerca di stabilità e benessere, Budapest stava lavorando sodo per entrare nell'eurozona fin dal lontano 2003, con l'obiettivo di adottare la moneta unica nel 2007 o nel 2008. Ma la crisi finanziaria mondiale post Lehman e poi quella del debito sovrano europeo hanno spinto gli ungheresi a restare abbracciati al fiorino, senza indicare una data di adozione dell'euro, nemmeno lontanissima.

Nell'aprile 2013 Viktor Orban, il primo ministro ultraconservatore che ha trionfato alle elezioni di cinque anni fa, ha dichiarato che l'Ungheria avrebbe adottato l'euro quando il Pil procapite ungherese (a parità di potere d'acquisto) sarebbe stato pari al 90% della media dell'eurozona. Il che, stando alle attuali proiezioni di crescita del reddito ungherese, dovrebbe avvenire nel lontano 2056. Sempre che allora ci sia ancora l'euro che conosciamo oggi.

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