Il problema con l’analisi politica è che spesso manca di prospettiva storica ed è per lo più limitata agli eventi recenti.
L’attuale analisi della guerra israeliana a Gaza cade vittima di questo pensiero ristretto. L’accordo di cessate il fuoco, firmato tra gruppi palestinesi e Israele con la mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti a Doha il 15 gennaio, ne è un esempio.
Alcuni analisti, tra cui molti della regione, insistono nell’inquadrare l’esito della guerra come un risultato diretto delle dinamiche politiche di Israele. Sostengono che la crisi politica di Israele è la ragione principale per cui il paese non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi di guerra dichiarati e non dichiarati, vale a dire, ottenere il totale “controllo della sicurezza” su Gaza e la pulizia etnica della sua popolazione.
Tuttavia, questa analisi presuppone che la decisione di entrare o meno in guerra sia interamente nelle mani di Israele. Continua ad elevare il ruolo di Israele come l’unica entità in grado di plasmare i risultati politici nella regione, anche quando tali risultati non favoriscono Israele.
Un altro gruppo di analisti si concentra interamente sul fattore americano, sostenendo che la decisione di porre fine alla guerra spettava in ultima analisi alla Casa Bianca. Poco dopo che il cessate il fuoco è stato ufficialmente dichiarato a Gaza, un canale televisivo panarabo ha chiesto a un gruppo di esperti se fosse l’amministrazione Biden o Trump a meritare il merito di aver presumibilmente “fatto pressione su Israele” per accettare un cessate il fuoco.
Alcuni sostengono che sia stato l’inviato di Trump in Israele, Steve Witkoff, a negare al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu qualsiasi spazio di manovra, costringendolo così, seppur con riluttanza, ad accettare i termini del cessate il fuoco.
Altri ribattono dicendo che l’accordo è stato inizialmente presentato dall’amministrazione Biden. Sostengono che la presunta diplomazia attiva di Biden alla fine ha portato al cessate il fuoco.
Quest’ultimo gruppo non riconosce che è stato il sostegno incondizionato di Biden a Israele a sostenere la guerra. Il costante rifiuto del suo inviato all’ONU di chiedere il cessate il fuoco al Consiglio di Sicurezza ha reso irrilevanti gli sforzi internazionali per fermare la guerra.
Il primo gruppo, tuttavia, ignora il fatto che la società israeliana era già a un punto di rottura. La guerra a Gaza si era dimostrata impossibile da vincere. Ciò significa che se Trump abbia fatto o meno pressione su Netanyahu, l’esito della guerra era già segnato. Continuare la guerra avrebbe significato l’implosione della società israeliana.
Da parte palestinese, alcuni analisti – affiliati a una fazione o all’altra – sfruttano l’esito della guerra per ottenere vantaggi politici. Questo tipo di pensiero è estremamente insensibile e deve essere completamente respinto.
Ci sono anche coloro che sperano di svolgere un ruolo nella ricostruzione di Gaza per ottenere influenza politica e finanziaria e aumentare la loro influenza. Si tratta di una presa di posizione vergognosa, data la distruzione totale di Gaza e l’urgente necessità di recuperare le migliaia di corpi intrappolati sotto le macerie, nonché di guarire i feriti e la popolazione nel suo complesso.
Una cosa che tutte queste analisi trascurano è che Israele ha fallito a Gaza perché la popolazione di Gaza si è dimostrata indistruttibile. Tali nozioni sono spesso trascurate nelle discussioni politiche tradizionali, che tendono a impegnarsi in una linea elitaria. Questa linea è completamente lontana dalle lotte quotidiane e dalle scelte collettive della gente comune, anche quando compie imprese straordinarie.
La storia di Gaza è una storia di dolore e orgoglio. Risale alle antiche civiltà e include una grande resistenza contro le invasioni, come l’assedio di tre mesi di Alessandro Magno e del suo esercito macedone nel 332 a.C. Allora, gli abitanti di Gaza resistettero e resistettero per mesi prima che il loro leader, Batis, fosse catturato, torturato a morte e la città fosse saccheggiata.
Questa leggendaria resilienza e sumoud (fermezza) si sono rivelate cruciali in numerose altre lotte contro gli invasori stranieri, tra cui la resistenza contro l’esercito di Napoleone Bonaparte nel 1799.
Anche se una parte dell’attuale popolazione di Gaza non è a conoscenza di quella storia, ne è un prodotto diretto. Da questo punto di vista, né le dinamiche politiche israeliane, né il cambiamento dell’amministrazione statunitense, né qualsiasi altro fattore sono rilevanti.
Questo è noto come “lunga storia” o longue durée. Lungi dall’essere un concetto meramente accademico, la lunga eredità di resistenza contro l’ingiustizia ha plasmato la mentalità collettiva della popolazione palestinese a Gaza nel corso degli anni. In quale altro modo possiamo spiegare come una popolazione piccola, isolata e impoverita, che viveva in un pezzo di terra così piccolo, sia riuscita a resistere a una potenza di fuoco equivalente a molte bombe nucleari?
La guerra è finita perché Gaza ha resistito, non grazie alla gentilezza di un presidente americano. È fondamentale sottolineare questo punto ripetutamente, piuttosto che cercare risposte inconcludenti e irrazionali.
Poco importa come definiamo la vittoria e la sconfitta per una nazione che ancora soffre le conseguenze di una guerra di annientamento. Tuttavia, è importante riconoscere che i palestinesi di Gaza hanno resistito, nonostante le immense perdite, e hanno prevalso. Questo può essere attribuito solo a loro, una nazione che storicamente si è dimostrata indistruttibile. Questa verità, radicata in una “lunga storia”, rimane valida oggi.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/01/2025
I debiti americani che Trump vuol far pagare al mondo
Il primo a denunciarlo fu Charles de Gaulle: «gli americani vivono al di sopra di quanto producono, a spese del resto del Mondo, meno ricco di loro». La bilancia dei pagamenti Usa è in cronico disavanzo dagli anni Settanta. Nel 2024 il deficit ha sfiorato il trilione di dollari (prossimi all’85% del Pil). Le passività americane possedute dall’estero (depositi, prestiti, titoli, azioni) si sono rette sull’accettazione del dollaro strumento di transazione e di riserva internazionale. Autarchia e protezionismo di Trump la cura giusta?
Le nuove guerre nei mercati finanziari
Ormai lo ripetiamo da un pezzo: le nuove guerre dell’era Trump, saranno combattute nei mercati finanziari. E le vittime, innumerevoli, verranno sotterrate da sanguinose risse commerciali e assalti all’arma bianca, fatti di dazi e tariffe doganali. Sarà un calderone granguignolesco, dove un risorgente protezionismo soffocherà quello che resta della globalizzazione. Inutile farsi illusioni.
La perduta ‘Età dell’oro’
Il nuovo Presidente americano è stato chiaro nel suo primo discorso, all’atto dell’insediamento. «Trump – come scrive il Wall Street Journal – ha paragonato il suo approccio a quello di un altro Presidente, William McKinley, un leader repubblicano durante un’epoca nota come ‘Gilded Age’. Un periodo di rapida industrializzazione dopo la guerra civile, che creò un’enorme ricchezza per gli Usa, ma fu caratterizzato da una dilagante disuguaglianza». Tuttavia, il vero problema, che si trova davanti oggi il ‘sistema-America’, non è quello di una ricetta che resusciti una specie di autarchia del Terzo millennio. La questione è più profonda e riguarda l’etica stessa di un capitalismo malato. Di un modello, cioè, che mentre si dà delle regole, studia nello stesso tempo anche il modo per aggirarle. Perché il profitto non conosce ostacoli.
Fine del libero scambio
Dunque, Trump ha già deciso, con la sua squadra, di dare un colpo mortale ai principi del libero scambio. Attenzione: le sue ragioni sono squisitamente finanziarie e hanno la priorità. Quelle geopolitiche vengono solo dopo. Il nuovo Presidente ha già annunciato ulteriori tariffe del 10%, sulle importazioni in arrivo dalla Cina e, addirittura, del 25% sui prodotti canadesi e messicani. E qui dobbiamo aprire una larga parentesi, spiegando le ragioni di un simile approccio, che ricorda misure da emergenza bellica. E, in effetti, secondo i sacri libri di testo della teoria economica, gli Stati Uniti hanno un piede e mezzo nella fossa (finanziaria). Pensate, a novembre scorso (Amministrazione Biden) hanno battuto tutti i record di indebitamento pubblico, arrivando in rosso per la bazzecola di 37 mila miliardi di dollari. Come vanno avanti? Facendo debiti, cioè emettendo titoli di Stato. Danno carta (garantita, per carità) e ricevono soldi, che poi spendono. E diverse volte spandono. Ma questa è solo una parte del discorso. Perché, se l’economia non gira bene, se c’è inflazione o semplicemente se i risparmiatori ‘non si fidano’, allora bisogna alzare i tassi di interesse, e ripagare il debito costerà di più. Quindi, la situazione di «rosso cronico» è determinata da come va l’economia nel suo complesso.
Bilancia commerciale a colpi di dazi
In questo senso, un’importanza fondamentale hanno la bilancia commerciale e la differenza tra import ed export di beni, servizi e capitali. Bene, è questo il problema numero uno dell’America: di Biden, di Trump, o di chi volete voi. Stiamo parlando di una cifra che, alla fine del 2024, arrivava quasi a toccare i 1000 miliardi di dollari. Si può esportare di più, producendo bene e vendendo meglio, rendendo i prodotti competitivi grazie al rapporto prezzo-qualità. Oppure puoi scegliere la strada di Trump. Imponendo dazi doganali a casaccio, per proteggere i tuoi prodotti, anche se costano assai e, magari, sono fatti male. L’obiettivo è quello di costringere gli americani a comprare ‘Made in Usa’, delocalizzare con incentivi le fabbriche europee o di altri Paesi e, in ultima analisi, invertire a poco a poco il trend negativo della bilancia commerciale. Secondo alcuni economisti di scuola reaganiana, questo metterebbe in moto un circuito (noto agli specialisti come ‘curva di Laffer’) che preconizza un allargamento del volume del gettito fiscale, nonostante il taglio delle tasse. Insomma, il protezionismo all’estero consentirebbe all’Amministrazione repubblicana di cominciare a fare ‘campagna’ con due anni di anticipo, sulle elezioni di Mid term.
Privilegi da Stati Uniti d’America
D’altro canto, è questo il punto, non è che Trump debba preoccuparsi più di tanto del deficit federale. Se gli Usa si fossero chiamati in un altro modo, il Fondo monetario internazionale avrebbe già spedito i suoi ispettori a commissariare Ministeri e bilanci. La verità è che i conti dell’America sono allo scasso e non si procede al pignoramento perché la finanza internazionale è prigioniera del dollaro. Che vuol dire, che gli Usa possono fallire? No, ma ci marciano, come fa ora Trump. Il loro debito pubblico è la principale fonte di finanziamento valutario, grazie al dollaro, per il resto del mondo. Quasi tutte le transazioni avvengono in dollari, e chi cerca di farlo in qualche altra valuta è guardato di traverso.
In tempi non sospetti, Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze della Francia, disse che Washington godeva di questo “privilegio esorbitante”, che le consentiva di fare debiti, sapendo che qualcuno avrebbe comunque comprato il dollaro, indipendentemente dalle sue oscillazioni. Oggi, Trump non fa altro che approfittare, furbescamente, di un potere finanziario senza limiti, che il suprematismo americano ha saputo costruire nell’ultimo secolo. Ci sono molti modi di fare le guerre, anche senza dover sparare un colpo.
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Le nuove guerre nei mercati finanziari
Ormai lo ripetiamo da un pezzo: le nuove guerre dell’era Trump, saranno combattute nei mercati finanziari. E le vittime, innumerevoli, verranno sotterrate da sanguinose risse commerciali e assalti all’arma bianca, fatti di dazi e tariffe doganali. Sarà un calderone granguignolesco, dove un risorgente protezionismo soffocherà quello che resta della globalizzazione. Inutile farsi illusioni.
La perduta ‘Età dell’oro’
Il nuovo Presidente americano è stato chiaro nel suo primo discorso, all’atto dell’insediamento. «Trump – come scrive il Wall Street Journal – ha paragonato il suo approccio a quello di un altro Presidente, William McKinley, un leader repubblicano durante un’epoca nota come ‘Gilded Age’. Un periodo di rapida industrializzazione dopo la guerra civile, che creò un’enorme ricchezza per gli Usa, ma fu caratterizzato da una dilagante disuguaglianza». Tuttavia, il vero problema, che si trova davanti oggi il ‘sistema-America’, non è quello di una ricetta che resusciti una specie di autarchia del Terzo millennio. La questione è più profonda e riguarda l’etica stessa di un capitalismo malato. Di un modello, cioè, che mentre si dà delle regole, studia nello stesso tempo anche il modo per aggirarle. Perché il profitto non conosce ostacoli.
Fine del libero scambio
Dunque, Trump ha già deciso, con la sua squadra, di dare un colpo mortale ai principi del libero scambio. Attenzione: le sue ragioni sono squisitamente finanziarie e hanno la priorità. Quelle geopolitiche vengono solo dopo. Il nuovo Presidente ha già annunciato ulteriori tariffe del 10%, sulle importazioni in arrivo dalla Cina e, addirittura, del 25% sui prodotti canadesi e messicani. E qui dobbiamo aprire una larga parentesi, spiegando le ragioni di un simile approccio, che ricorda misure da emergenza bellica. E, in effetti, secondo i sacri libri di testo della teoria economica, gli Stati Uniti hanno un piede e mezzo nella fossa (finanziaria). Pensate, a novembre scorso (Amministrazione Biden) hanno battuto tutti i record di indebitamento pubblico, arrivando in rosso per la bazzecola di 37 mila miliardi di dollari. Come vanno avanti? Facendo debiti, cioè emettendo titoli di Stato. Danno carta (garantita, per carità) e ricevono soldi, che poi spendono. E diverse volte spandono. Ma questa è solo una parte del discorso. Perché, se l’economia non gira bene, se c’è inflazione o semplicemente se i risparmiatori ‘non si fidano’, allora bisogna alzare i tassi di interesse, e ripagare il debito costerà di più. Quindi, la situazione di «rosso cronico» è determinata da come va l’economia nel suo complesso.
Bilancia commerciale a colpi di dazi
In questo senso, un’importanza fondamentale hanno la bilancia commerciale e la differenza tra import ed export di beni, servizi e capitali. Bene, è questo il problema numero uno dell’America: di Biden, di Trump, o di chi volete voi. Stiamo parlando di una cifra che, alla fine del 2024, arrivava quasi a toccare i 1000 miliardi di dollari. Si può esportare di più, producendo bene e vendendo meglio, rendendo i prodotti competitivi grazie al rapporto prezzo-qualità. Oppure puoi scegliere la strada di Trump. Imponendo dazi doganali a casaccio, per proteggere i tuoi prodotti, anche se costano assai e, magari, sono fatti male. L’obiettivo è quello di costringere gli americani a comprare ‘Made in Usa’, delocalizzare con incentivi le fabbriche europee o di altri Paesi e, in ultima analisi, invertire a poco a poco il trend negativo della bilancia commerciale. Secondo alcuni economisti di scuola reaganiana, questo metterebbe in moto un circuito (noto agli specialisti come ‘curva di Laffer’) che preconizza un allargamento del volume del gettito fiscale, nonostante il taglio delle tasse. Insomma, il protezionismo all’estero consentirebbe all’Amministrazione repubblicana di cominciare a fare ‘campagna’ con due anni di anticipo, sulle elezioni di Mid term.
Privilegi da Stati Uniti d’America
D’altro canto, è questo il punto, non è che Trump debba preoccuparsi più di tanto del deficit federale. Se gli Usa si fossero chiamati in un altro modo, il Fondo monetario internazionale avrebbe già spedito i suoi ispettori a commissariare Ministeri e bilanci. La verità è che i conti dell’America sono allo scasso e non si procede al pignoramento perché la finanza internazionale è prigioniera del dollaro. Che vuol dire, che gli Usa possono fallire? No, ma ci marciano, come fa ora Trump. Il loro debito pubblico è la principale fonte di finanziamento valutario, grazie al dollaro, per il resto del mondo. Quasi tutte le transazioni avvengono in dollari, e chi cerca di farlo in qualche altra valuta è guardato di traverso.
In tempi non sospetti, Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze della Francia, disse che Washington godeva di questo “privilegio esorbitante”, che le consentiva di fare debiti, sapendo che qualcuno avrebbe comunque comprato il dollaro, indipendentemente dalle sue oscillazioni. Oggi, Trump non fa altro che approfittare, furbescamente, di un potere finanziario senza limiti, che il suprematismo americano ha saputo costruire nell’ultimo secolo. Ci sono molti modi di fare le guerre, anche senza dover sparare un colpo.
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La Meloni “la butta in caciara” sul caso Almasri
Giocare sulle parole, “buttarla in caciara”, alimentare il vittimismo aggressivo e poi passare all’attacco. La premier Meloni ha recitato il suo solito copione anche in queste ore.
La vicenda è quella legata alla liberazione del generale libico Osama Almasri, per il quale la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto con l’accusa di tortura, assassinio, violenza sessuale, minaccia, lavori forzati, lesioni a danno di un numero imprecisato di vittime nei centri di detenzione libici.
Un avvocato, Luigi Li Gotti, (ex missino tra l’altro, ma che per la Meloni è diventato anche lui “di sinistra”, ndr) ha denunciato alla procura alcuni membri del Governo (Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario addetto ai servizi segreti Mantovano) per favoreggiamento personale e peculato chiedendo alla magistratura inquirente di indagare sulla legittimità dell’utilizzo di un aereo di Stato per prelevare il generale libico a Torino e condurlo in Libia invece di trattenerlo e poi consegnarlo alla Corte Penale Internazionale.
Ma cosa è accaduto veramente? In primo luogo c’è un cosiddetto “atto dovuto” da parte dei magistrati. Quello ricevuto dalla Meloni infatti non è neanche un avviso di garanzia – come impropriamente riferito sia dalla Meloni sia dal deputato Fratoianni in aula, cosa quest’ultima che ha scatenato il putiferio. Si tratta solo di una notifica al Tribunale dei Ministri la quale informa gli interessati che è stato consegnato alla Procura di Roma un esposto contro alcuni ministri e la premier da parte di un cittadino. Una cosa ben diversa.
La stessa Associazione Nazionale Magistrati ha segnalato al fine di fare chiarezza, “il totale fraintendimento da parte di numerosi esponenti politici dell’attività svolta dalla procura di Roma, la quale non ha emesso, come è stato detto da più parti impropriamente, un avviso di garanzia nei confronti della presidente Meloni e dei ministri Nordio e Piantedosi ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89”.
Si tratta appunto di una disposizione che impone al procuratore della Repubblica, ricevuta la denuncia nei confronti di un ministro, ed omessa ogni indagine, di trasmettere, entro il termine di quindici giorni, gli atti al Tribunale dei ministri, dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati affinché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati. “Si tratta, dunque, di un atto dovuto”, conclude l’Anm.
Il contesto in cui questo atto dovuto è pervenuto è però quello di un durissimo braccio di ferro tra due poteri dello Stato – quello esecutivo e quello giudiziario – sulla controversa riforma della giustizia varata dal governo e osteggiata apertamente dalla magistratura.
Da qui è scattato il consueto binomio tra vittimismo aggressivo – la sindrome di Calimero alla quale ricorre fin troppo spesso la premier Meloni – e la strumentalizzazione ai fini della lotta politica. Con il risultato che le omissioni del governo sulla vicenda Almasri rischiano di finire in secondo piano.
Ad esempio il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo ai cronisti ha definito la decisione “una reazione alla riforma della separazione delle carriere voluta dal governo, del tutto priva di fondamento” – ha dichiarato Tajani – “Non credo sia giusto aprire uno scontro da parte di alcuni magistrati nei confronti del potere politico perché questo fa un danno alle istituzioni. Non condivido neanche la scelta dei tempi lampo da parte della Procura di Roma, che trovo fuori luogo. È un attacco al governo che va respinto totalmente”.
Sin dall’inizio di questa vicenda è apparso evidente che il governo ha fatto del “lavoro sporco” sul caso Almasri in nome di “ragioni superiori” e di Stato. Del resto il generale libico è uno che sta facendo da anni il lavoro sporco per l’Italia, chiudendo o aprendo i rubinetti delle partenze dei barconi dalla Libia. Sarebbe interessante, tra l’altro, portare alla luce gli “accordi indicibili” tra l’Italia e la Libia del generale Almasri, e in quel caso si risalirebbe anche agli anni passati, quelli del ministro Minniti e dei successivi. Ma a questo punto ogni richiesta e necessità di chiarimento sulle molte contraddizioni e omissioni con cui il governo ha gestito l’affare Almasri è scomparsa in un polverone. Al punto che pare saltata anche l'informativa al Parlamento dei ministri Piantedosi e Nordio prevista per oggi. Il governo sta alzando la polvere e affilando le armi per giocare questa partita sia contro la magistratura che contro l’opposizione.
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La vicenda è quella legata alla liberazione del generale libico Osama Almasri, per il quale la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto con l’accusa di tortura, assassinio, violenza sessuale, minaccia, lavori forzati, lesioni a danno di un numero imprecisato di vittime nei centri di detenzione libici.
Un avvocato, Luigi Li Gotti, (ex missino tra l’altro, ma che per la Meloni è diventato anche lui “di sinistra”, ndr) ha denunciato alla procura alcuni membri del Governo (Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario addetto ai servizi segreti Mantovano) per favoreggiamento personale e peculato chiedendo alla magistratura inquirente di indagare sulla legittimità dell’utilizzo di un aereo di Stato per prelevare il generale libico a Torino e condurlo in Libia invece di trattenerlo e poi consegnarlo alla Corte Penale Internazionale.
Ma cosa è accaduto veramente? In primo luogo c’è un cosiddetto “atto dovuto” da parte dei magistrati. Quello ricevuto dalla Meloni infatti non è neanche un avviso di garanzia – come impropriamente riferito sia dalla Meloni sia dal deputato Fratoianni in aula, cosa quest’ultima che ha scatenato il putiferio. Si tratta solo di una notifica al Tribunale dei Ministri la quale informa gli interessati che è stato consegnato alla Procura di Roma un esposto contro alcuni ministri e la premier da parte di un cittadino. Una cosa ben diversa.
La stessa Associazione Nazionale Magistrati ha segnalato al fine di fare chiarezza, “il totale fraintendimento da parte di numerosi esponenti politici dell’attività svolta dalla procura di Roma, la quale non ha emesso, come è stato detto da più parti impropriamente, un avviso di garanzia nei confronti della presidente Meloni e dei ministri Nordio e Piantedosi ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89”.
Si tratta appunto di una disposizione che impone al procuratore della Repubblica, ricevuta la denuncia nei confronti di un ministro, ed omessa ogni indagine, di trasmettere, entro il termine di quindici giorni, gli atti al Tribunale dei ministri, dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati affinché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati. “Si tratta, dunque, di un atto dovuto”, conclude l’Anm.
Il contesto in cui questo atto dovuto è pervenuto è però quello di un durissimo braccio di ferro tra due poteri dello Stato – quello esecutivo e quello giudiziario – sulla controversa riforma della giustizia varata dal governo e osteggiata apertamente dalla magistratura.
Da qui è scattato il consueto binomio tra vittimismo aggressivo – la sindrome di Calimero alla quale ricorre fin troppo spesso la premier Meloni – e la strumentalizzazione ai fini della lotta politica. Con il risultato che le omissioni del governo sulla vicenda Almasri rischiano di finire in secondo piano.
Ad esempio il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo ai cronisti ha definito la decisione “una reazione alla riforma della separazione delle carriere voluta dal governo, del tutto priva di fondamento” – ha dichiarato Tajani – “Non credo sia giusto aprire uno scontro da parte di alcuni magistrati nei confronti del potere politico perché questo fa un danno alle istituzioni. Non condivido neanche la scelta dei tempi lampo da parte della Procura di Roma, che trovo fuori luogo. È un attacco al governo che va respinto totalmente”.
Sin dall’inizio di questa vicenda è apparso evidente che il governo ha fatto del “lavoro sporco” sul caso Almasri in nome di “ragioni superiori” e di Stato. Del resto il generale libico è uno che sta facendo da anni il lavoro sporco per l’Italia, chiudendo o aprendo i rubinetti delle partenze dei barconi dalla Libia. Sarebbe interessante, tra l’altro, portare alla luce gli “accordi indicibili” tra l’Italia e la Libia del generale Almasri, e in quel caso si risalirebbe anche agli anni passati, quelli del ministro Minniti e dei successivi. Ma a questo punto ogni richiesta e necessità di chiarimento sulle molte contraddizioni e omissioni con cui il governo ha gestito l’affare Almasri è scomparsa in un polverone. Al punto che pare saltata anche l'informativa al Parlamento dei ministri Piantedosi e Nordio prevista per oggi. Il governo sta alzando la polvere e affilando le armi per giocare questa partita sia contro la magistratura che contro l’opposizione.
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“Parlare la lingua di Trump”: dagli Esteri UE il rinnovo dello scontro con la Russia
Si è concluso due giorni fa il Consiglio Affari Esteri della UE, che è andato di pari passo con una serie di importanti incontri diplomatici con al centro la guerra in Ucraina e il braccio di ferro con Mosca. E in generale, l’aumento dell’impegno di Bruxelles nella difesa euroatlantica.
Scrivevamo recentemente dei guerrafondai europei che preparano il terreno alla precipitazione bellica del modello europeo – da tempo, inoltre – e ora Kaja Kallas ha rincarato la dose, rifacendosi al rapporto da tenere con l’altro e principale ‘azionista’ della NATO.
“La nuova amministrazione americana usa un linguaggio transazionale – ha detto – e dobbiamo parlare quella lingua anche noi: l’UE è una potenza economica, siamo forti e non dobbiamo sottostimare la nostra forza, sia quando abbiamo a che fare con gli avversari sia quando trattiamo con i partner”.
Parlare la lingua di Trump ha significato innanzitutto rinnovare le sanzioni alla Russia su petrolio, carbone, tecnologia, finanza, beni di lusso, trasporti e trasmissioni radiotelevisive, oltre al congelamento dei beni della Banca centrale russa, usati per garantire prestiti a Kiev.
Per la decisione serve l’unanimità, stando alle regole europee, e lunedì dal Consiglio è arrivato il via libera, dopo che l’Ungheria ha ritirato il proprio veto. Lo stallo si è risolto dopo che Budapest ha ottenuto garanzie per le forniture di gas dall’Azerbaijan attraverso l’Ucraina.
La dichiarazione sulla “integrità dell’infrastruttura energetica” è stata però indicata da una fonte UE come una promessa a continuare a discutere, più che come una reale garanzia. Ma ad ogni modo, sembra facilitata la strada anche per l’approvazione del sedicesimo pacchetto di sanzioni.
Bruxelles sta prendendo di mira in maniera sempre più ampia quella che è considerata la ‘flotta ombra’ con cui Mosca starebbe riuscendo a eludere le sanzioni. E che è stata accusata anche dei recenti sabotaggi dei cavi sottomarini nel Mar Baltico, da cui è originato l’annuncio di una nuova missione NATO in quelle acque.
Kallas ha ricordato che sono stati già forniti 134 miliardi di aiuti all’Ucraina, “ma è chiaro che l’Ucraina ha bisogno di più. La linea del fronte si sta spostando verso ovest, ma dovrebbe spostarsi verso est”: il solito invito a continuare il conflitto, a costo delle vite ucraine, si intende.
Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha incontrato a Cracovia Zelensky, ribadendo che “l’UE starà al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario”, cioè finché sarà utile. Ma intanto ha incoraggiato Kiev a continuare a lavorare all’adesione alla comunità europea.
Nel frattempo, a Madrid il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha incontrato il primo ministro spagnolo Sanchez. Il governo iberico ha diffuso una nota tramite la quale fa sapere che “ora più che mai la Spagna sosterrà Kiev” e promuoverà “l’unità della NATO”.
Sanchez ha ricordato che nell’ultimo decennio Madrid ha aumentato del 70% le proprie spese militari, ed è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL. Ma ha anche sottolineato come sia necessario che la NATO “presti attenzione al Sud e al Piano d’azione per il Sud”.
Anche la Danimarca si è mossa, in seguito alle pressioni provenienti dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Kallas ha rassicurato che quando Trump parla di Groenlandia non bisogna “prendere quanto viene affermato parola per parola”, ma a Copenhagen hanno deciso di attrezzarsi di conseguenza.
Troels Lund Poulsen, il ministro della Difesa danese, ha infatti annunciato un investimento di quasi 2 miliardi di euro per potenziare la presenza militare del proprio paese nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale. È previsto il dispiegamento di altre tre nuove navi militari, due droni di sorveglianza a lungo raggio e l’implementazione di una migliore capacità satellitare.
Un lunedì denso di eventi sulla strada della guerra totale su cui si è incamminato l’Occidente...
Fonte
Scrivevamo recentemente dei guerrafondai europei che preparano il terreno alla precipitazione bellica del modello europeo – da tempo, inoltre – e ora Kaja Kallas ha rincarato la dose, rifacendosi al rapporto da tenere con l’altro e principale ‘azionista’ della NATO.
“La nuova amministrazione americana usa un linguaggio transazionale – ha detto – e dobbiamo parlare quella lingua anche noi: l’UE è una potenza economica, siamo forti e non dobbiamo sottostimare la nostra forza, sia quando abbiamo a che fare con gli avversari sia quando trattiamo con i partner”.
Parlare la lingua di Trump ha significato innanzitutto rinnovare le sanzioni alla Russia su petrolio, carbone, tecnologia, finanza, beni di lusso, trasporti e trasmissioni radiotelevisive, oltre al congelamento dei beni della Banca centrale russa, usati per garantire prestiti a Kiev.
Per la decisione serve l’unanimità, stando alle regole europee, e lunedì dal Consiglio è arrivato il via libera, dopo che l’Ungheria ha ritirato il proprio veto. Lo stallo si è risolto dopo che Budapest ha ottenuto garanzie per le forniture di gas dall’Azerbaijan attraverso l’Ucraina.
La dichiarazione sulla “integrità dell’infrastruttura energetica” è stata però indicata da una fonte UE come una promessa a continuare a discutere, più che come una reale garanzia. Ma ad ogni modo, sembra facilitata la strada anche per l’approvazione del sedicesimo pacchetto di sanzioni.
Bruxelles sta prendendo di mira in maniera sempre più ampia quella che è considerata la ‘flotta ombra’ con cui Mosca starebbe riuscendo a eludere le sanzioni. E che è stata accusata anche dei recenti sabotaggi dei cavi sottomarini nel Mar Baltico, da cui è originato l’annuncio di una nuova missione NATO in quelle acque.
Kallas ha ricordato che sono stati già forniti 134 miliardi di aiuti all’Ucraina, “ma è chiaro che l’Ucraina ha bisogno di più. La linea del fronte si sta spostando verso ovest, ma dovrebbe spostarsi verso est”: il solito invito a continuare il conflitto, a costo delle vite ucraine, si intende.
Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha incontrato a Cracovia Zelensky, ribadendo che “l’UE starà al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario”, cioè finché sarà utile. Ma intanto ha incoraggiato Kiev a continuare a lavorare all’adesione alla comunità europea.
Nel frattempo, a Madrid il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha incontrato il primo ministro spagnolo Sanchez. Il governo iberico ha diffuso una nota tramite la quale fa sapere che “ora più che mai la Spagna sosterrà Kiev” e promuoverà “l’unità della NATO”.
Sanchez ha ricordato che nell’ultimo decennio Madrid ha aumentato del 70% le proprie spese militari, ed è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL. Ma ha anche sottolineato come sia necessario che la NATO “presti attenzione al Sud e al Piano d’azione per il Sud”.
Anche la Danimarca si è mossa, in seguito alle pressioni provenienti dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Kallas ha rassicurato che quando Trump parla di Groenlandia non bisogna “prendere quanto viene affermato parola per parola”, ma a Copenhagen hanno deciso di attrezzarsi di conseguenza.
Troels Lund Poulsen, il ministro della Difesa danese, ha infatti annunciato un investimento di quasi 2 miliardi di euro per potenziare la presenza militare del proprio paese nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale. È previsto il dispiegamento di altre tre nuove navi militari, due droni di sorveglianza a lungo raggio e l’implementazione di una migliore capacità satellitare.
Un lunedì denso di eventi sulla strada della guerra totale su cui si è incamminato l’Occidente...
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Teheran tra la “massima pressione” di Trump e le possibilità di una intesa /1
La pressione economica e le difficoltà quotidiane hanno raggiunto la soglia di insostenibilità per molti iraniani. Il governo accusa le sanzioni occidentali come causa, mentre la popolazione incolpa l’intero sistema. Non sono pochi quelli che credono che l’adozione della probabile politica di “massima pressione”, sbandierata dalla nuova amministrazione americana, potrebbe portare alla caduta della Repubblica Islamica.
Una speranza che sembra poco realistica. Sicuramente una forte pressione del governo statunitense può indebolire l’economia della Repubblica Islamica, già in affanno, ma che ciò possa causare o accelerare il declino del sistema non è affatto scontato. Finora, le numerose sanzioni imposte da vari paesi e organizzazioni internazionali hanno colpito pesantemente solo la popolazione, mentre non hanno avuto alcun effetto sulla politica estera, sulla conduzione militare e sulle decisioni strategiche del paese. Per quanto riguarda il programma nucleare, le sanzioni hanno causato una forte accelerazione, che ha portato Teheran alla soglia della capacità di costruire l’arma atomica.
Il potere ha ripetutamente utilizzato le sanzioni come strumento per ottenere il sostegno popolare. Nell’aprile 2024, Khamenei ha esortato il popolo iraniano a considerare le sanzioni come un tentativo di costringere l’Iran a conformarsi a “politiche colonialiste e imperialistiche” e a sottomettersi a “richieste tiranniche”. Sebbene tali appelli si siano affievoliti nel corso degli anni nella loro efficacia, in alcuni casi continuano a esercitare un certo impatto, alimentati dal sentimento nazionalista diffuso tra tutte le classi sociali. Teheran probabilmente non si lascerà scoraggiare dal ritorno della campagna di massima pressione di Trump, anche se dovesse affrontare nuove pesanti sanzioni.
Qualsiasi cambiamento radicale del sistema sembra dipendere maggiormente da variabili interne alla politica iraniana e dall’alterazione degli equilibri di potere tra il governo e il popolo, piuttosto che dalle sanzioni o da un intervento dall’estero.
Tuttavia, non sono pochi, tra cui Javad Zarif, vicepresidente iraniano per gli Affari strategici, che sostengono che un accordo con Trump fosse possibile. L’affermazione di Trump di non voler impegnarsi nelle operazioni militari e ripetere esperienze come Afghanistan e Iraq, e il suo carattere mercantilista, rafforzano tale convinzione.
La leadership iraniana segnala, apparentemente con la consapevolezza e l’approvazione del leader supremo Khamenei, che è necessario esaminare la possibilità di raggiungere un nuovo accordo sul nucleare. Se i paesi europei avessero potuto operare indipendentemente dagli Stati Uniti, la Repubblica Islamica avrebbe preferito mille volte non entrare in negoziati con Washington. Tuttavia, l’amministrazione iraniana sa che gli europei non possono agire autonomamente senza il consenso degli Stati Uniti, come emerso chiaramente dopo l’uscita unilaterale di Washington dall’accordo nucleare. All’epoca, il tentativo degli europei di mantenere in vita l’accordo è fallito miseramente sotto la pressione della superpotenza americana.
Intervenendo al World Economic Forum di Davos, Zarif ha affermato che l’Iran spera che il presidente degli Stati Uniti scelga la “razionalità” nei suoi rapporti con la Repubblica Islamica. “Spero che questa volta il “Trump 2” sarà più serio, più mirato e più realistico”, ha aggiunto. Queste dichiarazioni arrivano dopo che il presidente iraniano, nell’ultima intervista con NBC, aveva dichiarato: “Siamo pronti al dialogo; accettiamo un dialogo paritario che tenga conto della nostra dignità e saggezza, e non ci sottometteremo in alcun modo alla forza”.
È probabile che questa volontà derivi dalle difficoltà regionali e interne che Teheran sta affrontando, in particolare dai gravi danni subiti dai suoi alleati, dal crollo del regime di Assad. Anche se il potere non lo ammette, definendo “delirante” l’idea che il Paese si sia indebolito, è indubbio che la debilitazione dei suoi alleati nella regione e la supremazia militare israeliana, sostenuta incondizionatamente dagli Stati Uniti, abbiano proiettato un’immagine di debolezza di Teheran, almeno agli occhi del grande pubblico nella regione.
Comunque sia, ci sono altri motivi importanti che spingono Teheran ai negoziati con gli Stati Uniti, nonostante la sua dottrina antiamericana seguita fin dal giorno successivo alla rivoluzione del 1979.
In primo luogo, il peggioramento delle difficoltà economiche interne. La crisi economica non sembra superabile senza la rimozione delle sanzioni, che stanno strangolando l’economia. Anche nel caso di una possibile cancellazione, potrebbero volerci diversi anni per riportare l’economia alla normalità. Attualmente, l’instabilità economica è tale che ogni notizia provoca uno shock sul mercato monetario, anche senza alcun evento concreto, ma semplicemente per effetto della notizia stessa. L’inflazione galoppante ha raggiunto il 33,6%, secondo il Centro Statistico Iraniano, nel periodo di dodici mesi conclusosi il 21 ottobre. La moneta nazionale ha perso il 90% del suo valore rispetto al dollaro statunitense.
Alla crisi economica si aggiunge anche il deficit energetico. Nonostante l’Iran detenga la seconda riserva di gas naturale e sia il quarto paese per riserve di petrolio, il paese affronta significative difficoltà energetiche. In particolare, deve far fronte a un deficit costante del 20% nella produzione di elettricità e del 25% nel gas naturale. Questa situazione è il risultato della mancata manutenzione delle infrastrutture energetiche e della produzione, aggravata dalla carenza di investimenti e dall’impatto delle sanzioni internazionali.
L’invecchiamento e l’inefficienza delle infrastrutture causano una perdita significativa durante la produzione e la trasmissione, che equivale al 40% del consumo totale di elettricità e gas domestico. Attualmente, tra il 30% e il 50% delle fabbriche sono inattive a causa della mancanza di energia elettrica regolare.
La Camera di Commercio, Industria, Miniere e Agricoltura del paese stima che le interruzioni di corrente costino all’economia circa 250 milioni di dollari al giorno. Secondo l’agenzia di stampa statale IRNA, il 40% della capacità di produzione dell’acciaio è rimasta inutilizzata, la fornitura di gas ad almeno dieci stabilimenti petrolchimici è stata interrotta e il flusso di gas al settore del cemento è diminuito dell’80%. Attualmente, oltre il 90% dell’elettricità del paese è generata da centrali termoelettriche, caratterizzate da tassi di efficienza molto bassi. Alcune delle centrali più vecchie hanno tassi di efficienza inferiori al 20%. Inoltre, le energie rinnovabili forniscono solo l’1% dell’elettricità totale del paese.
Il paese affronta anche un deficit significativo di benzina e gasolio. Per far fronte a queste carenze, Teheran è costretta a importare carburante dai paesi vicini, tra cui la Russia.
Il ministro del petrolio iraniano, Mohsen Paknejad, ha dichiarato che l’Iran ha bisogno di 45 miliardi di dollari di investimenti per uscire dalla crisi energetica.
Non da meno, in vista della scadenza della risoluzione 2231 prevista per ottobre 2025, se la Repubblica Islamica non riuscisse a concludere un accordo sul suo programma nucleare, rischierebbe che la troika europea attivi le disposizioni dello “Snapback”. La risoluzione, adottata dopo il raggiungimento dell’accordo JCPOA (Piano d’Azione Congiunto Globale), ha annullato sei precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti il programma nucleare iraniano e la maggior parte delle sanzioni delle Nazioni Unite. Tuttavia, in caso di attivazione dello “Snapback”, tutte le sanzioni internazionali contro l’Iran verrebbero ripristinate, rappresentando una sfida che Teheran preferirebbe evitare.
L’altra questione importante è l’inevitabile tema della successione del leader del paese, Ali Khamenei, 85 anni. Questo rappresenta uno dei fattori cruciali nella ricerca di stabilità. Affrontare un passaggio così delicato in un momento di massima pressione economica, quando persino i sostenitori del regime lamentano le difficoltà che gravano sul paese, potrebbe rivelarsi estremamente rischioso. Una tale situazione rischia di generare seri conflitti sia all’interno della cerchia del potere sia tra la popolazione e le istituzioni del potere.
Tutto ciò spinge l’amministrazione iraniana a mostrarsi disponibile a negoziare. Tuttavia, le condizioni e i limiti che Teheran è disposta ad accettare sono cruciali per il possibile futuro accordo. Per il momento, Teheran si concentra esclusivamente sulla questione nucleare, ma è difficile immaginare che gli americani si limiteranno a trattare unicamente questo tema.
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Una speranza che sembra poco realistica. Sicuramente una forte pressione del governo statunitense può indebolire l’economia della Repubblica Islamica, già in affanno, ma che ciò possa causare o accelerare il declino del sistema non è affatto scontato. Finora, le numerose sanzioni imposte da vari paesi e organizzazioni internazionali hanno colpito pesantemente solo la popolazione, mentre non hanno avuto alcun effetto sulla politica estera, sulla conduzione militare e sulle decisioni strategiche del paese. Per quanto riguarda il programma nucleare, le sanzioni hanno causato una forte accelerazione, che ha portato Teheran alla soglia della capacità di costruire l’arma atomica.
Il potere ha ripetutamente utilizzato le sanzioni come strumento per ottenere il sostegno popolare. Nell’aprile 2024, Khamenei ha esortato il popolo iraniano a considerare le sanzioni come un tentativo di costringere l’Iran a conformarsi a “politiche colonialiste e imperialistiche” e a sottomettersi a “richieste tiranniche”. Sebbene tali appelli si siano affievoliti nel corso degli anni nella loro efficacia, in alcuni casi continuano a esercitare un certo impatto, alimentati dal sentimento nazionalista diffuso tra tutte le classi sociali. Teheran probabilmente non si lascerà scoraggiare dal ritorno della campagna di massima pressione di Trump, anche se dovesse affrontare nuove pesanti sanzioni.
Qualsiasi cambiamento radicale del sistema sembra dipendere maggiormente da variabili interne alla politica iraniana e dall’alterazione degli equilibri di potere tra il governo e il popolo, piuttosto che dalle sanzioni o da un intervento dall’estero.
Tuttavia, non sono pochi, tra cui Javad Zarif, vicepresidente iraniano per gli Affari strategici, che sostengono che un accordo con Trump fosse possibile. L’affermazione di Trump di non voler impegnarsi nelle operazioni militari e ripetere esperienze come Afghanistan e Iraq, e il suo carattere mercantilista, rafforzano tale convinzione.
La leadership iraniana segnala, apparentemente con la consapevolezza e l’approvazione del leader supremo Khamenei, che è necessario esaminare la possibilità di raggiungere un nuovo accordo sul nucleare. Se i paesi europei avessero potuto operare indipendentemente dagli Stati Uniti, la Repubblica Islamica avrebbe preferito mille volte non entrare in negoziati con Washington. Tuttavia, l’amministrazione iraniana sa che gli europei non possono agire autonomamente senza il consenso degli Stati Uniti, come emerso chiaramente dopo l’uscita unilaterale di Washington dall’accordo nucleare. All’epoca, il tentativo degli europei di mantenere in vita l’accordo è fallito miseramente sotto la pressione della superpotenza americana.
Intervenendo al World Economic Forum di Davos, Zarif ha affermato che l’Iran spera che il presidente degli Stati Uniti scelga la “razionalità” nei suoi rapporti con la Repubblica Islamica. “Spero che questa volta il “Trump 2” sarà più serio, più mirato e più realistico”, ha aggiunto. Queste dichiarazioni arrivano dopo che il presidente iraniano, nell’ultima intervista con NBC, aveva dichiarato: “Siamo pronti al dialogo; accettiamo un dialogo paritario che tenga conto della nostra dignità e saggezza, e non ci sottometteremo in alcun modo alla forza”.
È probabile che questa volontà derivi dalle difficoltà regionali e interne che Teheran sta affrontando, in particolare dai gravi danni subiti dai suoi alleati, dal crollo del regime di Assad. Anche se il potere non lo ammette, definendo “delirante” l’idea che il Paese si sia indebolito, è indubbio che la debilitazione dei suoi alleati nella regione e la supremazia militare israeliana, sostenuta incondizionatamente dagli Stati Uniti, abbiano proiettato un’immagine di debolezza di Teheran, almeno agli occhi del grande pubblico nella regione.
Comunque sia, ci sono altri motivi importanti che spingono Teheran ai negoziati con gli Stati Uniti, nonostante la sua dottrina antiamericana seguita fin dal giorno successivo alla rivoluzione del 1979.
In primo luogo, il peggioramento delle difficoltà economiche interne. La crisi economica non sembra superabile senza la rimozione delle sanzioni, che stanno strangolando l’economia. Anche nel caso di una possibile cancellazione, potrebbero volerci diversi anni per riportare l’economia alla normalità. Attualmente, l’instabilità economica è tale che ogni notizia provoca uno shock sul mercato monetario, anche senza alcun evento concreto, ma semplicemente per effetto della notizia stessa. L’inflazione galoppante ha raggiunto il 33,6%, secondo il Centro Statistico Iraniano, nel periodo di dodici mesi conclusosi il 21 ottobre. La moneta nazionale ha perso il 90% del suo valore rispetto al dollaro statunitense.
Alla crisi economica si aggiunge anche il deficit energetico. Nonostante l’Iran detenga la seconda riserva di gas naturale e sia il quarto paese per riserve di petrolio, il paese affronta significative difficoltà energetiche. In particolare, deve far fronte a un deficit costante del 20% nella produzione di elettricità e del 25% nel gas naturale. Questa situazione è il risultato della mancata manutenzione delle infrastrutture energetiche e della produzione, aggravata dalla carenza di investimenti e dall’impatto delle sanzioni internazionali.
L’invecchiamento e l’inefficienza delle infrastrutture causano una perdita significativa durante la produzione e la trasmissione, che equivale al 40% del consumo totale di elettricità e gas domestico. Attualmente, tra il 30% e il 50% delle fabbriche sono inattive a causa della mancanza di energia elettrica regolare.
La Camera di Commercio, Industria, Miniere e Agricoltura del paese stima che le interruzioni di corrente costino all’economia circa 250 milioni di dollari al giorno. Secondo l’agenzia di stampa statale IRNA, il 40% della capacità di produzione dell’acciaio è rimasta inutilizzata, la fornitura di gas ad almeno dieci stabilimenti petrolchimici è stata interrotta e il flusso di gas al settore del cemento è diminuito dell’80%. Attualmente, oltre il 90% dell’elettricità del paese è generata da centrali termoelettriche, caratterizzate da tassi di efficienza molto bassi. Alcune delle centrali più vecchie hanno tassi di efficienza inferiori al 20%. Inoltre, le energie rinnovabili forniscono solo l’1% dell’elettricità totale del paese.
Il paese affronta anche un deficit significativo di benzina e gasolio. Per far fronte a queste carenze, Teheran è costretta a importare carburante dai paesi vicini, tra cui la Russia.
Il ministro del petrolio iraniano, Mohsen Paknejad, ha dichiarato che l’Iran ha bisogno di 45 miliardi di dollari di investimenti per uscire dalla crisi energetica.
Non da meno, in vista della scadenza della risoluzione 2231 prevista per ottobre 2025, se la Repubblica Islamica non riuscisse a concludere un accordo sul suo programma nucleare, rischierebbe che la troika europea attivi le disposizioni dello “Snapback”. La risoluzione, adottata dopo il raggiungimento dell’accordo JCPOA (Piano d’Azione Congiunto Globale), ha annullato sei precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti il programma nucleare iraniano e la maggior parte delle sanzioni delle Nazioni Unite. Tuttavia, in caso di attivazione dello “Snapback”, tutte le sanzioni internazionali contro l’Iran verrebbero ripristinate, rappresentando una sfida che Teheran preferirebbe evitare.
L’altra questione importante è l’inevitabile tema della successione del leader del paese, Ali Khamenei, 85 anni. Questo rappresenta uno dei fattori cruciali nella ricerca di stabilità. Affrontare un passaggio così delicato in un momento di massima pressione economica, quando persino i sostenitori del regime lamentano le difficoltà che gravano sul paese, potrebbe rivelarsi estremamente rischioso. Una tale situazione rischia di generare seri conflitti sia all’interno della cerchia del potere sia tra la popolazione e le istituzioni del potere.
Tutto ciò spinge l’amministrazione iraniana a mostrarsi disponibile a negoziare. Tuttavia, le condizioni e i limiti che Teheran è disposta ad accettare sono cruciali per il possibile futuro accordo. Per il momento, Teheran si concentra esclusivamente sulla questione nucleare, ma è difficile immaginare che gli americani si limiteranno a trattare unicamente questo tema.
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Trump tenta lo strangolamento finale di Cuba
Il ritorno alla Dottrina Monroe preoccupa l’America Latina. L’adesione ai Brics+ come possibile strategia emancipatoria.
Nelle 24 ore successive al suo insediamento alla Casa Bianca, il neopresidente Trump ha firmato oltre 100 decreti di urgenza dai quali gli analisti hanno estrapolato interessanti indicazioni su quelle che potrebbero essere le principali linee guida politiche dell’attività di governo durante il suo secondo mandato presidenziale.
Dando seguito al discorso del 7 gennaio nel quale da presidente in pectore aveva annunciato, destando sorpresa e preoccupazione, di voler annettere il Canada come 51esimo stato dell’Unione, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca e di volersi riprendere il Canale di Panama, a suo dire inavvedutamente restituito anzitempo da Jimmy Carter ai panamensi nel 1979 (Trattati Torrijos-Carter del 1977).
Da queste forti dichiarazioni, in diversi avevano interpretato la volontà di Trump, nel contesto di una ridefinizione degli assetti geopolitici su base multilaterale, di voler serrare le fila sul continente americano, rispolverando, a due secoli dalla sua enunciazione nel 1823, in chiave 2.0 la mai abbandonata Dottrina Monroe.
Non poche preoccupazioni sono quindi immediatamente serpeggiate in America Latina, vittima predestinata, di tale teoria imperialista.
E in particolare il pensiero è corso a paesi come Cuba e Venezuela già crudelmente presi di mira da Trump nel suo primo mandato causando l’inasprimento di situazioni di per sé già economicamente non prospere e provocando gravi sofferenze alle rispettive popolazioni.
I timori suscitati il 7 gennaio hanno trovato conferma subito dopo il suo ingresso nello Studio ovale quando ha proceduto alla firma di un decreto che riguardava proprio il reiserimento di Cuba nella lista degli stati che sostengono il terrorismo, dalla quale l'Avana era stata depennata solo pochi giorni prima da Biden.
Un provvedimento arbitrario, in quanto privo di prove a supporto, che va ad aggiungersi alle 242 misure restrittive già da lui stesso adottate durante il suo primo mandato e al bloqueo imposto nel lontano 1961 da Kennedy.
L’obiettivo è quello di tentare lo strangolamento economico finale del paese, già provato dagli effetti dei precedenti draconiani provvedimenti e di porre fine all’esperienza emancipatoria della revolucion cubana rea di essersi ribellata al giogo imperialista con la rivoluzione castrista nel 1959 e di aver scelto la strada dell’autodeterminazione nazionale e un modello economico basato sull’equità e sul progresso sociale.
Il recente ingresso di Cuba nei Brics+ in qualità di membro associato esterno, insieme alla Bolivia, a inizio anno, potrebbe rappresentare l’ancora di salvezza per la revolucion, a condizione che porti in tempi rapidi a un incremento significativo degli scambi commerciali, riuscendo a sollevare la popolazione dalle strettezze in cui è precipitata a causa delle precedenti numerose misure restrittive.
Provvedimenti unilaterali fuori dal diritto internazionale puntualmente condannati ogni anno dall’Assemblea Generale dell’ONU praticamente all’unanimità, salvo il voto contrario dei soliti Stati Uniti e Israele.
Il secondo mandato di Trump, sin dai suoi primissimi giorni, prospetta, come non solo da noi paventato, un deciso aumento delle pressioni sull’America Latina, in generale, a partire dalle rivendicazioni sul Canale di Panama ribadite nel discorso di insediamento, e, in particolare, per motivi di avversità ideologica contro Cuba e Venezuela, ma non solo.
Mala tempora currunt a sud del rio Bravo…
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Nelle 24 ore successive al suo insediamento alla Casa Bianca, il neopresidente Trump ha firmato oltre 100 decreti di urgenza dai quali gli analisti hanno estrapolato interessanti indicazioni su quelle che potrebbero essere le principali linee guida politiche dell’attività di governo durante il suo secondo mandato presidenziale.
Dando seguito al discorso del 7 gennaio nel quale da presidente in pectore aveva annunciato, destando sorpresa e preoccupazione, di voler annettere il Canada come 51esimo stato dell’Unione, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca e di volersi riprendere il Canale di Panama, a suo dire inavvedutamente restituito anzitempo da Jimmy Carter ai panamensi nel 1979 (Trattati Torrijos-Carter del 1977).
Da queste forti dichiarazioni, in diversi avevano interpretato la volontà di Trump, nel contesto di una ridefinizione degli assetti geopolitici su base multilaterale, di voler serrare le fila sul continente americano, rispolverando, a due secoli dalla sua enunciazione nel 1823, in chiave 2.0 la mai abbandonata Dottrina Monroe.
Non poche preoccupazioni sono quindi immediatamente serpeggiate in America Latina, vittima predestinata, di tale teoria imperialista.
E in particolare il pensiero è corso a paesi come Cuba e Venezuela già crudelmente presi di mira da Trump nel suo primo mandato causando l’inasprimento di situazioni di per sé già economicamente non prospere e provocando gravi sofferenze alle rispettive popolazioni.
I timori suscitati il 7 gennaio hanno trovato conferma subito dopo il suo ingresso nello Studio ovale quando ha proceduto alla firma di un decreto che riguardava proprio il reiserimento di Cuba nella lista degli stati che sostengono il terrorismo, dalla quale l'Avana era stata depennata solo pochi giorni prima da Biden.
Un provvedimento arbitrario, in quanto privo di prove a supporto, che va ad aggiungersi alle 242 misure restrittive già da lui stesso adottate durante il suo primo mandato e al bloqueo imposto nel lontano 1961 da Kennedy.
L’obiettivo è quello di tentare lo strangolamento economico finale del paese, già provato dagli effetti dei precedenti draconiani provvedimenti e di porre fine all’esperienza emancipatoria della revolucion cubana rea di essersi ribellata al giogo imperialista con la rivoluzione castrista nel 1959 e di aver scelto la strada dell’autodeterminazione nazionale e un modello economico basato sull’equità e sul progresso sociale.
Il recente ingresso di Cuba nei Brics+ in qualità di membro associato esterno, insieme alla Bolivia, a inizio anno, potrebbe rappresentare l’ancora di salvezza per la revolucion, a condizione che porti in tempi rapidi a un incremento significativo degli scambi commerciali, riuscendo a sollevare la popolazione dalle strettezze in cui è precipitata a causa delle precedenti numerose misure restrittive.
Provvedimenti unilaterali fuori dal diritto internazionale puntualmente condannati ogni anno dall’Assemblea Generale dell’ONU praticamente all’unanimità, salvo il voto contrario dei soliti Stati Uniti e Israele.
Il secondo mandato di Trump, sin dai suoi primissimi giorni, prospetta, come non solo da noi paventato, un deciso aumento delle pressioni sull’America Latina, in generale, a partire dalle rivendicazioni sul Canale di Panama ribadite nel discorso di insediamento, e, in particolare, per motivi di avversità ideologica contro Cuba e Venezuela, ma non solo.
Mala tempora currunt a sud del rio Bravo…
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28/01/2025
A Roma si muore in fila davanti alla Questura
Nella notte di martedì 28 gennaio una persona richiedente asilo è morta mentre era in fila davanti gli uffici della Questura a Roma, Ufficio Stranieri di Via Patini. Dalle testimonianze dei presenti, pare si trattasse di una persona anziana che si trovava fuori dalla questura per fare richiesta di asilo: si è messo in fila questa notte dalle ore 10, poiché è prassi della Questura scegliere solo poche persone ogni giorno, tra quelle in fila da fare entrare per tale richiesta, mentre tutte le altre vengono respinte.
Molte persone provano per più giorni a dormire fuori dalla Questura, per poter accedere ad un diritto che dovrebbe essere di tutti i cittadini stranieri presenti in Italia: avere un documento, per poter vivere dignitosamente!
La vergogna delle Questure immigrazione deve finire: a Roma, come in altre città, i lavoratori e le lavoratrici migranti sono costrette in condizioni pietose per poter ottenere quello che è un loro diritto.
Basta razzismo di stato, basta con le inadempienze del Governo nei confronti dei lavoratori stranieri. Non è accettabile morire per ottenere un foglio di carta: questa è barbarie! Vogliamo giustizia per il lavoratore morto questa notte!
USB Migranti invita tutti a mobilitarsi, per la dignità di tutti i lavoratori stranieri ed i richiedenti asilo che vivono nel nostro Paese. Mercoledì 29 gennaio ore 16:00 presidio in Via Nazionale, di fronte al Palazzo delle Esposizioni.
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Molte persone provano per più giorni a dormire fuori dalla Questura, per poter accedere ad un diritto che dovrebbe essere di tutti i cittadini stranieri presenti in Italia: avere un documento, per poter vivere dignitosamente!
La vergogna delle Questure immigrazione deve finire: a Roma, come in altre città, i lavoratori e le lavoratrici migranti sono costrette in condizioni pietose per poter ottenere quello che è un loro diritto.
Basta razzismo di stato, basta con le inadempienze del Governo nei confronti dei lavoratori stranieri. Non è accettabile morire per ottenere un foglio di carta: questa è barbarie! Vogliamo giustizia per il lavoratore morto questa notte!
USB Migranti invita tutti a mobilitarsi, per la dignità di tutti i lavoratori stranieri ed i richiedenti asilo che vivono nel nostro Paese. Mercoledì 29 gennaio ore 16:00 presidio in Via Nazionale, di fronte al Palazzo delle Esposizioni.
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