Miglior spot elettorale il presidente Assad non poteva immaginarlo: la bandiera del regime fatta sventolare nel cuore della città “ribelle” di Homs, a meno di un mese dalle elezioni, è una vittoria strategica di vitale importanza. Sia sul piano politico che territoriale: in pochi mesi, l’esercito di Damasco ha assunto il controllo quasi totale del corridoio che collega la capitale alle città lungo la costa, allontanando e dividendo le già frantumate milizie dell’opposizione da aree considerate ormai roccaforti ribelli.
Tra
queste proprio Homs che in questi giorni assiste alla fuga di oltre
1.200 miliziani, appartenenti sia al laico Esercito Libero Siriano che
ai gruppi islamisti e qaedisti. Ha ceduto anche il Fronte
al-Nusra: ieri i guerriglieri islamisti hanno lasciato la città a bordo
di vecchi autobus, dopo aver accettato l’ultimatum del regime, la
vita in cambio delle armi e dell’evacuazione da Homs. Oggi toccherà
agli ultimi 250 miliziani. Da mercoledì sarebbero oltre 1.600 i ribelli
in fuga da Homs, definita tre anni fa “la capitale della rivoluzione”
dalla stampa internazionale.
“Nelle
prossime ore risolveremo i problemi logistici e completeremo
l’operazione, così che possano raggiungere le loro destinazioni – ha
detto il governatore provinciale di Homs, Baraki – Hanno dormito negli
autobus e gli abbiamo portato cibo, acqua e sigarette”. Solo
ad un gruppo di miliziani il regime ha permesso di portare con sé le
proprie armi, in cambio del rilascio di 40 prigionieri, donne e bambini,
e di 30 soldati catturati.
E
se ad Aleppo era il presidente Assad a subire un duro colpo – il Fronte
Islamico ha fatto saltare in aria l’hotel utilizzato dall’esercito come
caserma, in piena Città Vecchia, provocando almeno 14 morti tra i
soldati – Damasco pare proseguire nella sua avanzata, nonostante i
tentativi occidentali di sostenere le opposizioni moderate. Washington,
in particolare, ha promesso altre armi oltre al riconoscimento
diplomatico esclusivo della Coalizione Nazionale Siriana, che però sul
terreno continua a retrocedere. Il Dipartimento di Stato ha
annunciato l’invio di 27 milioni di dollari in armi non letali
(generatori, radio, furgoni) a favore del gruppo guidato da Al Jarba.
Con l’altra mano l’amministrazione Obama stabiliva nuove sanzioni nei confronti del regime: il
Dipartimento del Tesoro ha preso di mira ieri sei funzionari siriani e
la banca russa Tempbank accusata dagli Stati Uniti di sostegno a Damasco
con milioni di dollari liquidi, versati direttamente nelle casse della
Banca Centrale siriana. La conferenza di Ginevra II non è mai sembrata
tanto lontana: la comunità internazionale, profondamente spaccata sulla
questione siriana, tenta di tutelare i propri interessi strategici,
tirando una coperta sempre più corta. Le elezioni del 3 giugno e la
probabile vittoria del presidente Assad cambieranno ben poco sul
terreno, dove i settarismi interni alle stesse opposizioni rendono la
transizione politica immaginata (male) da Washington e Mosca
un’illusione delle peggiori.
A onor del vero bisognerebbe scrivere che la transizione non è stata immaginata proprio da nessuno. L'occidente in particolare (USA e Francia soprattutto) fin da subito hanno preteso uno stravolgimento che imponesse i ribelli al potere, gioco forza la Russia ha agito di sponda per tutelare lo storico alleato e soprattutto la sua unica base militare permanente nel Mediterraneo.
C'è poco da dire, nell'ottica di mettere la zampa sugli orticelli altrui l'occidente si sta muovendo malissimo e l'amministrazione Obama sta dando lustro inimmaginabile agli scempi prodotti da 8 anni di amministrazione Bush; il grave e che fino a quando alla Casa Bianca risiedeva il cespuglio texano tutti criticavano, ora che c'è una faccia nera, invece, nessuno si prende la briga di additare la politica internazionale statunitense che non è mai cambiata di una virgola.
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