Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/10/2014
L’Italia e la guerra come il peccato, si fa ma non si dice
Il ruolo dell’Italia nella guerra mediorientale, si chiede LookOut nella sua attenzione alle cose militari. La difesa italiana rinnova l’impegno militare a sostegno del Libano e invia soldati e mezzi contro lo Stato Islamico in Iraq. A farne le spese la Libia esclusa da ogni nostro intervento.
L’Italia ha le sue guerre, che non sono soltanto quelle politiche interne e quelle contabili con l’Ue. Alcune sono invece guerre vere, vedi la missione Nato in Afghanistan da cui - per fortuna - stiamo per tirarci fuori. Ma altre guerre vere incombono, anche se gli eserciti e gli armamenti costano e noi Paese Italia siamo decisamente nei guai. Ma alcuni impegni politico-diplomatici presi nel passato restano e altri stanno arrivando, anche se in Parlamento - pastone da Tg - non se n’è sentito molto parlare. Forse perché erano tutti impegnati nella centesima fumata nera per i giudici costituzionali?
Il 15 ottobre Saad Hariri, ex premier libanese è stato a Roma dove ha incontrato i ministri degli Esteri e della Difesa. Hariri avrebbe ottenuto dalle due signore rassicurazioni sulla presenza dei 1100 militari della missione Joint Task Force Lebanon. Obiettivo formale, vigilare sulla vecchia guerra tra Libano e Israele. Obiettivo reale, interposizione tra jihadisti sunniti che combattono Assad ed Hezbollah sciiti che lo sostengono. Il famoso ‘si fa ma non si dice’. L’Italia invierà in Iraq un aereo KC-767 per rifornimento in volo, due droni Predator, e 280 ‘consiglieri militari’ e addestratori.
Assaggio delle tensioni in Libano l’intensificarsi degli scontri tra i qaedisti di Al Nusra, alleati del Califfo Al Baghdadi, ed Hezbollah. Per le milizie sunnite jihadiste ottenere il controllo della regione significherebbe avvicinarsi alla Valle della Beqaa, area di fatto fuori il controllo delle forze armate libanesi. Scenari simili anche nella regione di Al Arqoub, lungo le alture del Golan. Una situazione etnico-religiosa esplosiva. La maggioranza degli abitanti sono sunniti, ma vi sono sciiti, cristiani e drusi, costretti a convivere con le migliaia di profughi siriani arrivati con lo scoppio della guerra.
L’Italia mette quindi ufficialmente piede nella grande guerra mediorientale, facendo però finta di nulla. Il contributo alla campagna militare contro lo Stato Islamico comporta ovviamente anche dei rischi di ritorsione, quindi meno riflettori sono puntati sul nostro Paese, meglio è. Dissensi politici sull’impiego di tante risorse sul fronte militare, e critiche sulla scelta del luogo di intervento. Perché uomini e mezzi in Libano e Iraq e non in aree di crisi molto più vicine ai nostri territori e ai nostri interessi economici? Perché abbandonare di fatto la Libia, il suo petrolio e i migranti sulle sue coste?
Fonte
Qui Remondino che pragmaticamente si chiede perché la peggio merda (Libano e Iraq) sì e quello che potrebbe essere più appetibile (la Libia con tutti gli interessi dell'ENI) no. A me verrebbe da rispondere "semplice, perché l'Italia viene bene come bacino di mercenari sempre fedeli, il resto lo gestiscono altri, nella fattispecie gli Stati Uniti".
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