di Roberto Prinzi
Damasco
non era all’oscuro dell’intenzione della coalizione internazionale di
compiere raid contro l’Is (“Stato islamico) perché aveva ricevuto
“informazioni” da parti terze. Il presidente siriano, Bashar al-Asad, lo
ha ribadito ieri alla BBC. Il presidente ha voluto lanciare
due messaggi: uno rivolto agli occidentali e ai leader arabi in cui,
mostrando i muscoli, ha difeso la sovranità del suo territorio (di cui,
però, governa con difficoltà solo un terzo) contro l’ingerenza
straniera. E un secondo, sebbene implicito, di segno totalmente
opposto in cui si è mostrato disponibile a cooperare con Washington.
Al-Asad ha precisato, infatti, che al momento non c’è alcuna collaborazione con gli statunitensi:
“non c’è dialogo. Diciamo che ci sono delle informazioni, ma non un
dialogo”. Non dunque una “diretta cooperazione” perché l’avviso degli
imminenti bombardamenti in terra siriana è giunto attraverso parti
terze. “Più di un paese, l’Iraq ma anche altri. Qualche volta
trasmettono un messaggio, un messaggio generico – ha detto un sereno
al-Asad – ma niente di tattico”. In pratica il presidente ha voluto
sottolineare come nessuno possa aver violato la sovranità del suo
territorio a sua insaputa mandando così una frecciatina
all’Amministrazione Obama la quale, per evitare le dure critiche che le
pioverebbero addosso qualora venisse fuori una qualche forma di
collaborazione con il “dittatore”, continua a negare di avere avvisato
il regime.
Da quando sono iniziati lo scorso settembre i
bombardamenti anti-Is in Siria, non è mancata occasione in cui Damasco
non abbia criticato l’operato della coalizione per non essersi
coordinata con il suo apparato difensivo. La posizione
ufficiale siriana è chiara: l’alleanza anti-Is non potrà mai vincere
finché non collaborerà con le nostre truppe di terra. Secondo
al-Asad, infatti, i raid internazionali potrebbero aiutare il suo
governo se “fossero più seri”. “Sì, porterebbero dei benefici – ha
aggiunto – ma se fossero più seri, efficaci ed efficienti. Ma non lo
sono così tanto”. Ma ad una velata apertura al dialogo e alla
cooperazione con la coalizione, il presidente è poi tornato a mostrarsi
duro e inflessibile quando gli è stato chiesto se ha mai pensato di
unirsi ad essa. “Assolutamente no, non possiamo e non lo vogliamo” – ha
esclamato sicuro – non possiamo allearci con chi sostiene il terrorismo”
riferendosi al sostegno dato dalla coalizione ai ribelli “moderati”
(secondo l’Occidente) considerati invece da Damasco tout court
“terroristi”. E così ha fatto ricorso nuovamente a toni orgogliosamente
(ma fintamente) anti-imperialistici: “gli ufficiali Usa calpestano la
legge internazionale che difende la nostra sovranità. Loro non ci
parlano e noi non lo facciamo con loro”.
Al-Asad si è poi difeso dalle accuse di uso “indiscriminato di armi”.
Sprezzante e in modo arrogante, ha commentato con sarcasmo quando gli è
stato chiesto dell’utilizzo da parte della sua aviazione delle
tristemente note “bombe a barile”. “Non ho mai sentito che l’esercito
abbia utilizzato barili e pentole da cucina” – ha detto sorridendo –
abbiamo bombe, missili e proiettili. Non usiamo armi indiscriminate.
Quando spari, tu miri, e quando tu spari e miri, tu punti ai terroristi
per proteggere civili”. Una lezioncina di guerra militare, quella del
presidente, che non corrisponde al vero considerato il numero enorme di
vittime civili causato dai suoi uomini. E sul presunto attacco chimico
dell’agosto del 2013 (in cui secondo l’opposizione sarebbero morte più
di 1.400 persone), il presidente ha controbattuto: “chi ha verificato
chi ha lanciato il gas? E su chi?”. Negando qualunque responsabilità dei
suoi uomini su quanto è accaduto (“le mie forze non usano il gas
clorino”) ha detto che il numero dei morti è “esagerato”.
Al-Asad può continuare a mostrarsi sicuro
fintanto che i suoi alleati di ferro (Iran e Russia) continuano a
sostenerlo. E per il momento fa bene perché tradimenti appaiono
difficili da prefigurarsi. In una nota ufficiale rilasciata
ieri, il presidente russo Putin ha criticato nuovamente la guerra
scagliata dalla coalizione in Iraq e in Siria affermando che quanto
accade nei due Paesi è dovuto all’“interferenza esterna senza ritegno”.
Ma la sanguinosa guerra siriana è anche lotta
di propaganda. Lo sa bene lo “Stato Islamico” che sapientemente usa i
suoi video graficamente ben realizzati per reclutare nuovi jihadisti e
farsi beffe della coalizione internazionale. Non deve stupire
se, ora che i miliziani del “califfo” arretrano leggermente sul piano
militare apparendo un po’ in confusione, i suoi video brutali (come
quello del pilota giordano bruciato vivo in una gabbia della scorsa
settimana) e di becera propaganda vengano rilasciati a distanza di pochi
giorni. In un nuovo “documentario” dal titolo “Da dentro Aleppo”, il prigioniero inglese John Cantlie appare nella seconda città siriana,
martoriata da oltre due anni e mezzo da feroci combattimenti tra
esercito siriano, vari gruppi ribelli e “Stato Islamico”.
L’ostaggio/reporter appare in buone condizioni di salute e tratta nuove tematiche: dopo aver mostrato come la vita proceda regolarmente a Mosul nella precedente “puntata”, ora si occupa dell’educazione sotto l’Is e della sharia. Cantlie esalta l’avanzata degli uomini del “califfo” al-Baghdadi descrivendola come “notevole e straordinaria”.
Il giornalista britannico osserva come ampie aree
della città siano ormai ridotte in macerie a causa dei bombardamenti del
regime e dell’aviazione statunitense. Tuttavia, è proprio la vista
delle rovine di quella che fu una splendida città, che gli consente per
contrasto di esaltare le virtù di coloro che amministrano la parte della
città che funziona. Chiaramente quella sotto controllo dell’Is dove
regna ancora una “florida economia”.
Cantlie affronta poi il tema dell’educazione nelle aree del “califfato” sottolineando i vantaggi della “semplicità” della giustizia sharitica. Il video si conclude con l’intervista ad un membro francese dell’Isis in cui il combattente loda gli attacchi di Parigi dello scorso gennaio al magazine satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher (16 le vittime). Un invito rivolto ad altri aspiranti attentatori a commettere altri attacchi (proprio a Parigi si sono registrati in questi giorni aggressioni simili, una tempistica non casuale), ma anche una prova che è stato girato di recente.
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