La vittoria di Syriza in
Grecia ha suscitato diffuse speranze di cambiamento della politica
economica europea. Ma l'ultimatum lanciato ieri dalla BCE al governo
greco chiarisce che una tangibile svolta negli indirizzi europei è a dir
poco improbabile. La verità è che il governo di Alexis Tsipras sarà
prima o poi costretto a scegliere: o l'agonia di un'austerità appena un
po' mitigata oppure la difficile impresa di un'uscita dall'euro, con un
effetto domino su tutta l'Unione.
In una intervista rilasciata a Micromega
il 13 gennaio scorso, sostenevo che la Commissione europea e la BCE
avrebbero al massimo offerto al nuovo governo greco "un’austerità appena
un po’ mitigata, un piatto avvelenato che condannerebbe Syriza alla
stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreou".
L'intervistatore obiettava però che un governo guidato dalla sinistra
greca potrebbe minacciare di ripudiare il debito per convincere le
istituzioni europee ad abbandonare la logica perniciosa dell'austerity.
Io replicavo che anche un parziale ripudio unilaterale del debito
"indurrebbe la BCE a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova
crisi di liquidità".
La mia previsione si basava su un
precedente: il modo in cui due anni fa la BCE ha gestito la crisi a
Cipro. Mentre il governo cipriota faticava a trovare una maggioranza
parlamentare per approvare il piano di austerity imposto dalle autorità
europee, la BCE pubblicò un comunicato
di poche righe in cui dichiarava che la liquidità di emergenza a favore
della Banca centrale di Cipro sarebbe stata fornita solo per altre 72
ore. Dopodiché, l’erogazione di credito da parte della BCE sarebbe stata
interrotta fino all’accettazione del piano di austerità da parte delle
autorità cipriote.
Ebbene, ieri sera la BCE ha diramato un nuovo comunicato,
questa volta indirizzato alla Grecia. L'istituto guidato da Mario
Draghi ha revocato la possibilità per le banche greche di consegnare in
garanzia titoli del debito pubblico di Atene in cambio di liquidità. La
BCE giustifica la decisione affermando che al momento non è possibile
stabilire se il nuovo governo greco porterà a termine la revisione del
programma di pagamento dei debiti concordata dal precedente esecutivo
con i creditori internazionali. Per il momento la BCE lascia ai greci la
possibilità di attingere dallo sportello per la liquidità di emergenza,
ma per quanto tempo? E' evidente che siamo al cospetto di un nuovo
ultimatum, molto simile a quello indirizzato a Cipro nel 2013.
La vera questione è se il nuovo esecutivo
greco sarà costretto a piegarsi alla BCE, come fece quello cipriota, o
se disporrà di opzioni alternative. Per rispondere a questo
interrogativo occorre valutare se la Grecia sia realisticamente in grado
di minacciare un'uscita dall'euro. In un recente articolo
che prende spunto dal modello per l'economia greca del Levy Economics
Institute, abbiamo spiegato che un eventuale ritorno della Grecia alla
dracma e una politica espansiva avrebbero senso solo se si riuscisse a
tenere in equilibrio il saldo delle importazioni e delle esportazioni
verso l’estero. Si tratta di un’impresa difficile per un paese portato
allo stremo, che se però venisse tentata provocherebbe un effetto domino
sulla tenuta complessiva dell’Unione monetaria europea. E' questo il
nodo reale della vicenda, ed è su di esso che bisognerebbe concentrare
l'analisi.
In tempi più illuminati del nostro si
sostenne acutamente che l'invito a sperare è in fondo un invito a
ignorare. Chi conosce non spera, ma innanzitutto prevede.
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