di Roberto Prinzi
“Vogliamo che tutti i mihajedin
si uniscano nello Sham [Siria] in modo da liberarla dai russi e dai
crociati occidentali. Fratelli, la questione dell’unità è un fatto di
vita o di morte per voi”. A dirlo, in un messaggio audio rilasciato
ieri, è il leader di al-Qa’eda, Ayman az-Zawahiri.
Il discorso del capo qa’edista offre alcuni interessanti
punti di riflessione. In primo luogo il conflitto all’interno della
galassia jihadista tra Stato Islamico (Is) e al-Qa’eda, a distanza di
due anni dalla loro rottura, è quanto mai vivo. Az-Zawahiri ha
infatti lodato il braccio siriano qa’edista (il Fronte an-Nusra) non
risparmiando dure critiche ai miliziani dell’autoproclamato Stato
Islamico (Is) che vengono chiamati nella registrazione “estremisti
rinnegati”. Una delegittimazione, quest’ultima, non scontata e che va a
smentire le recenti voci circa un loro riavvicinamento a causa
dell’attacco congiunto dei russi e della coalizione internazionale.
An-Nusra e Is – unite sotto un unico stendardo fino al 2014 nella lotta
al presidente siriano al-Asad – restano per il momento divise. Una
rivalità che va oltre i confini siriani: in ballo è la supremazia nel
variegato mondo del radicalismo islamico.
L’unità che l’anziano capo qa’edista chiede non è quella con
il rivale al-Baghdadi (al momento una ferita che non si può risanare),
ma quella con le forze islamiste (più o meno radicali) che sono presenti
in Siria in gran numero e che l’Occidente definisce “forze moderate“.
Niente di più falso: queste formazioni non si discostano molto dai
jihadisti qa’edisti e dall’Is in termini di prassi politica e di
ideologia (una Siria retta dalla legge islamica). L’unica sostanziale
differenza è che, contrariamente a quei gruppi che Washington e
Bruxelles ritengono “terroristi” (Isis e Nusra), queste brigate cercano
un riconoscimento della comunità internazionale.
L’obiettivo è chiaro: provando ad approfittare dell’ostilità
occidentale nei confronti “dell’asse sciita”, queste formazioni
strizzano l’occhio alle capitali europee (e del Golfo) nel tentativo di
accaparrarsi anche loro di una fetta di Siria (che ovviamente dovrà
essere islamica). Emblematico, a tal proposito, fu il no secco all’unità
che an-Nusra ricevette lo scorso gennaio dai salafiti di Ahrar ash-Sham
(sostenuti da Turchia e Arabia Saudita).
Un altro aspetto interessante del messaggio audio è la
tempistica: az-Zawahiri, da tempo leader silenzioso e di cui ben poco si
conosce, ritorna alla ribalta mediatica a distanza di pochi giorni dal
quinto anniversario della morte di Bin Laden (della cui “eliminazione”, nelle modalità presentate dagli americani, permetteteci di avere ancora dei dubbi). Il
significato non è da sottovalutare: l’attuale capo di al-Qa’eda non ha
voluto solo intromettersi nei fatti siriani, ma anche ribadire, a chi dà
al-Qa’eda per moribonda, che l’organizzazione radicale islamica è
ancora viva e forte al punto da poter chiamare a raccolta i “mujahidin“.
Un messaggio, dunque, di continuità e di forza il cui principale
destinatario è soprattutto il mondo islamico radicale troppo ammaliato
negli ultimi anni dalle sirene del “califfo”.
Ma se il radicalismo islamico ha attecchito (e tanto) in
Siria da quando è iniziata la devastante guerra civile nel Paese, ciò è
stato possibile anche grazie alla Turchia i cui varchi di confine con lo stato arabo sono stati i principali punti d’ingresso per migliaia di jihadisti e di foreign fighters venuti a combattere per il “califato” e per i loro ex-fratelli di an-Nusra. Ma guai a sottolineare questo aspetto ad Erdogan.
Ieri, infatti, il presidente turco ha accusato la comunità
internazionale di averlo lasciato “da solo” a fronteggiare i jihadisti
sul suo territorio. “In Siria nessuno di quelli che sta combattendo
Daesh [altro nome per Stato Islamico, ndr] ha sofferto le nostre stesse
perdite, nessuno ha pagato un caro prezzo [in termini di vite umane]
come noi. Siamo soli nella battaglia contro questa organizzazione che,
con attentati suicidi [nel Paese] e razzi a Kilis, ha ucciso molti di
noi”. Nella sola Kilis, cittadina a confine tra la Siria e la Turchia,
sono morte recentemente almeno 21 persone a causa dei missili lanciati
da presunti miliziani di al-Baghdadi. La dichiarazione ieri di Erdogan
fa il paio con quella di sabato delle forze armate di Ankara. Secondo
l’esercito, l’artiglieria turca avrebbe ucciso negli ultimi giorni
almeno 55 “membri dell’Is”.
Ma gli occidentali, in particolare l’Europa, sono attaccati
dal presidente turco anche per un altro aspetto: la questione rifugiati. Intervenendo ieri in una competizione di cortometraggi tenutasi a Istanbul, il “sultano” ci è andato giù duro:
le nazioni europee, a suo dire, sono “dittature crudeli” che non hanno
“misericordia” e non conoscono “giustizia” perché mantengono le
frontiere chiuse al transito dei profughi che scappano dalla guerra
siriana. Un discorso duro e, in parte, condivisibile. Peccato
che colui che lo ha pronunciato non vanti di certo un curriculum
invidiabile per ciò che concerne il rispetto dei diritti umani e delle
libertà.
In Siria, intanto, la guerra non conosce tregua. Gli aerei
militari del regime hanno ieri bombardato alcune postazioni islamiste ad
Aleppo nel quartiere di Jamiyat az-Zahra’a cercando di
avanzare nelle aree della città ancora sotto il controllo dei ribelli.
Secondo l’Osservatorio dei diritti umani siriani, Ong di stanza a Londra
e vicina all’opposizione, quest’ultimi avrebbero sparato dei missili
sulle aree residenziali controllate dal regime provocando sette feriti.
Alcune fonti parlano anche di morti per la caduta di un edificio nei
pressi del distretto di Midan. I caccia di Damasco hanno attaccato anche
la vicina cittadina di Khan Touman riconquistata giovedì scorso dalle
forze di opposizione.
Nel bagno di sangue siriano è giunta però una buona notizia:
tre giornalisti spagnoli, rapiti 10 mesi fa circa in Siria, sono ieri
tornati a casa dove ad attenderli in lacrime vi erano i loro familiari. Un po’ di umanità, prima di ascoltare o leggere di un nuovo massacro.
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