di Guido Salerno Aletta
Se Donald Trump aveva cominciato la guerra commerciale con la Cina introducendo dazi nei confronti delle importazioni e vietando di istallare sistemi ed apparati cinesi nelle reti di telecomunicazioni americane per ragioni di sicurezza nazionale, la reazione di Pechino era rimasta sullo stesso piano, imponendo dazi alle esportazioni americane in Cina, colpendo i settori più sensibili dal punto di vista elettorale, come quello agricolo. Ad esempio, la soia ed il mais americani erano stati penalizzati con i "contro-dazi" da parte della Cina, favorendo così la produzione dell'Argentina e del Brasile.
"Occhio per occhio", viene da dire.
Ma l'Amministrazione guidata da Joe Biden non è stata affatto da meno: non solo ha fatto approvare dal Congresso il Chips & Science Act, un provvedimento che stanzia somme considerevoli per incentivare la ricerca scientifica nel settore della Intelligenza Artificiale ed il ritorno della produzione dei microchip in America, mentre ora le multinazionali americane si dedicano prevalentemente alla fase del design tecnologico, ma ha sostanzialmente vietato a partire dal 7 ottobre dell'anno scorso l'export alla Cina dei microchip più avanzati al fine di penalizzarne l'industria: è stato introdotto un sistema di licenze per esportare questi prodotti. In aggiunta, sempre da parte americana è stato chiesto anche il sostegno di alcuni Paesi partner europei affinché vietassero la cessione alla Cina anche delle tecnologie che consentono di fabbricare i microprocessori più avanzati.
Se la competizione economica tra Usa e Cina si fonda sempre di più sulle tecnologie informatiche avanzate, la decisione americana è stata di mettere quanti più ostacoli possibile allo sviluppo dell'industria cinese.
La risposta cinese è arrivata di recente: è stato introdotto un sistema di controllo anche sulle esportazioni di gallio e di germanio, due minerali fondamentali per l'industria informatica, entrambi molto costosi sia da estrarre che da raffinare, che si vanno ad aggiungere alla lista dei 17 elementi già classificati dalla Cina come "terre rare" nel 2021, e di cui controlla direttamente o indirettamente la metà del mercato mondiale. Oltre ad essere un grande produttore di questi minerali per via dei numerosi giacimenti che si trovano sul suo territorio, la Cina ha stipulato accordi di esclusiva con una serie di Paesi africani: ha fatto esattamente come la Gran Bretagna ai tempi dell'Impero, con le miniere d'oro. Se ne assicurava il monopolio, per rendere la Banca d'Inghilterra e la sterlina imbattibili a livello globale.
"Dente per dente", viene da dire.
Dopo la visita a Pechino del Segretario di Stato americano Tony Blinken, che è stato ricevuto dal Presidente Xi Jinping dopo aver affrontato con i suoi omologhi cinesi i temi geopolitici più delicati, è ora la volta di Janet Yellen, Segretario al Tesoro: ufficialmente, il tema dei colloqui è quello della fair-competition e del de-risking.
Ci sarà anche dell'altro nell'agenda, ma si capirà un po' alla volta: dall'uso dello yuan digitale nel commercio internazionale alle criptovalute, dai processi di de-dollarizzazione agli investimenti in titoli del Tesoro statunitense.
Bisogna tenersi buoni i cinesi: la situazione internazionale è già abbastanza complessa.
Ma a Pechino non dormono.
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