Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Indignazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Indignazione. Mostra tutti i post
05/10/2025
C’è un popolo che ha riscattato un paese, sulla Palestina e non solo
Una marea umana in marcia per la Palestina. Qualcuno annuncia “un milione”, altri ammettono che si tratta di centinaia di migliaia di manifestanti. Per la Questura erano 250mila persone (fate da soli la tara).
Lo si capiva dai grappoli di persone che si dirigevano verso Porta San Paolo a piedi sbucando da ogni angolo di strada, da ogni fermata di metropolitana o autobus che porta nei paraggi.
La manifestazione nazionale per la Palestina, per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza e fermare il progetto sionista con la resistenza è diventata ben presto una marea incalcolabile che straripa su ogni metro di strada che da Porta San Paolo porta verso Piazza San Giovanni dove sono previsti gli interventi finali del corteo.
La manifestazione è aperta dalle associazioni palestinesi, con tantissimi ragazzi di seconda generazione, poi i sindacati base, e via via innumerevoli spezzoni e striscioni. Ma la gente è talmente tanta che il corteo deve procedere su due corsie su viale Aventino. Gli slogan che si sentono con maggiore decisione sono “Meloni e Salvini assassini”, “Palestina libera”, “Siamo tutti antifascisti/antisionisti”.
Ci sono molti striscioni sulla resistenza. Uno striscione parla del 7 ottobre come giornata di resistenza e l’istinto ci dice appena lo vediamo che sarà quello che non passerà inosservato sulle prime pagine dei giornali di domani e dei servizi dei telegiornali della sera.
Un rapido sguardo alle pagine online dei giornali e ai tg della sera e l’intuizione si rivela giusta. Così come alcuni incidenti marginali lontano dal corteo principale.
Colpisce il grosso spezzone di Livorno per la Palestina, dove dentro vedi dai portuali agli studenti ai boy scout in divisa. In questi giorni hanno bloccato il porto alle navi israeliane per più giorni.
All’altezza di piazza Albania il corteo straripa addirittura su tre corsie, ma nella piazza di partenza ci sono ancora migliaia di persone che non riescono a partire. Si capisce allora che le persone venute a manifestare a Roma sono centinaia di migliaia, anche se la polizia ha creato “imbuti” per rallentare l’afflusso ai caselli delle autostrade o ha dirottato alcuni pullman per non farli arrivare a destinazione.
La manifestazione nazionale arriva a conclusione di settimane di mobilitazione popolare di massa in tutte le città all’insegna del “Blocchiamo tutto”, con ben due scioperi generali – il 22 settembre e il 3 ottobre – e quattro giorni consecutivi di manifestazioni scattate dopo l’assalto israeliano alla Global Sumud Flotilla. Una mobilitazione che ha palesemente “innervosito” il governo.
Se la Palestina va dal fiume al mare, oggi nella strade di Roma c’era un fiume umano ininterrotto da Porta San Paolo passando per il Colosseo fino a Piazza San Giovanni per la Palestina, che è diventato mare, un mare di indignazione contro il genocidio e un governo che se ne è reso complice.
Oggi nella Capitale si è reso visibile un popolo che ha riscattato l’intero paese dalla vergogna del suo governo schierato con Israele e Trump e insensibile al grido di giustizia del popolo palestinese.
Fonte e foto della giornata
Un popolo indignato in cerca di nuovi riferimenti
Non è un fatto occasionale. Due scioperi generali nel giro di undici giorni riusciti come non riuscivano da alcuni decenni, centinaia di piazze di enormi dimensioni, ripetute manifestazioni imponenti in tutte le principali città del Paese e una mobilitazione diffusa che coinvolge anche i centri minori, ci dicono che siamo in presenza di qualcosa di profondo e duraturo, di una scossa tellurica destinata a cambiare il corso delle cose.
L’indignazione per come il governo sta gestendo le relazioni con Israele e per la sua conclamata complicità con un sistema genocida costituiscono il fattore scatenante. Orrore di fronte al massacro ripetuto e rivendicato da un lato e disgusto per la ripetuta ipocrisia di chi ci governa sono gli ingredienti di una mobilitazione che non accenna a fermarsi, anzi aumenta di intensità.
Ma, non c’è dubbio, il vecchio quadro sindacale e politico a disposizione, quello che comunemente si chiama da un po’ di tempo “campo largo”, non dispone oggi nè della credibilità nè dell’autorevolezza per esprimere i sentimenti che questo fiume in piena sta manifestando. Anzi, l’accusa di ipocrisia e di complicità finisce per lambire anche la stessa opposizione che non a caso, quasi in extremis, è andata via via cambiando la propria posizione per cercare di rincorrere affannosamente l’indignazione popolare.
La gente in piazza, diciamolo con chiarezza, letteralmente non ne può più. Ma siccome non ha trovato riferimenti nel mondo politico e sindacale, è rimasta a lungo silente, subendo passivamente il decadimento della vita politica, l’arretramento dei diritti e il peggioramento delle condizioni sociali.
Ora improvvisamente si aggrappa ad un soggetto che appare sulla scena e rompe quasi d’incanto l’ipocrisia generale. È un urlo il segnale e a lanciarlo sono i portuali del Calp a Genova: blocchiamo tutto. Poi, a seguire, si materializza nello spazio pubblico un reticolo di soggetti giovanili e politici, ancora piccoli ma diffusi in tutta la penisola. E dal mondo sindacale emerge un’organizzazione, l’USB, che dimostra di avere le idee chiare, la giusta determinazione ed anche alcuni strumenti per mettere in pratica quello che dichiara. E il popolo, che non ne può più, ci si aggrappa per esplodere.
La marea che attraversa il Paese non ha riferimenti e non si fida più di quelli che aveva. In tanti ancora hanno in tasca la vecchia tessera e ascoltano i discorsi stanchi dei leader di un’opposizione incoerente e logora. Li ascoltano perchè non hanno altro da ascoltare, ma non gli credono più.
Per l’USB è un’occasione storica, diventare il nuovo riferimento sindacale di un popolo che ha perso fiducia nell’importanza dell’organizzazione sindacale, della difesa e della rappresentanza collettiva. Un’impresa enorme, molto al di sopra delle nostre forze. Ma quello che fino a ieri sembrava impossibile, rompere la gabbia di un sistema bloccato da decenni, ora è diventato un obiettivo realistico.
Quell’indignazione che oggi respiriamo a pieni polmoni nelle piazze è figlia di un grande malessere sociale che va organizzato e trasformato in forza stabile. A partire dai posti di lavoro, è ora di far partire un’ondata che leghi la lotta contro il riarmo ai temi del salario, delle condizioni di lavoro e della difesa dei servizi pubblici e del welfare universale. Passare dall’indignazione alla lotta organizzata. Diventare punto di riferimento vero e stabile, dare a tanti, tantissimi, la possibilità di tornare a credere nell’importanza dell’organizzazione collettiva.
C’è un elemento importante di cui tenere conto: attraverso l’USB tornano protagonisti i lavoratori, gli operai, quelli che sembravano essere usciti definitivamente di scena. La loro presenza dà fiducia al movimento che si è messo in moto, incoraggia i giovani e assicura la giusta determinazione e responsabilità nel portare avanti la lotta. Il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici è un elemento fondamentale di questo movimento, la sua forza più rilevante. Nell’alleanza tra lavoratori e giovani, tra operai e studenti, i giovani costituiscono il fattore dinamico ma i lavoratori sono la possibilità del cambiamento. Ciò che può rendere possibile bloccare tutto per cambiare tutto.
Fonte
L’indignazione per come il governo sta gestendo le relazioni con Israele e per la sua conclamata complicità con un sistema genocida costituiscono il fattore scatenante. Orrore di fronte al massacro ripetuto e rivendicato da un lato e disgusto per la ripetuta ipocrisia di chi ci governa sono gli ingredienti di una mobilitazione che non accenna a fermarsi, anzi aumenta di intensità.
Ma, non c’è dubbio, il vecchio quadro sindacale e politico a disposizione, quello che comunemente si chiama da un po’ di tempo “campo largo”, non dispone oggi nè della credibilità nè dell’autorevolezza per esprimere i sentimenti che questo fiume in piena sta manifestando. Anzi, l’accusa di ipocrisia e di complicità finisce per lambire anche la stessa opposizione che non a caso, quasi in extremis, è andata via via cambiando la propria posizione per cercare di rincorrere affannosamente l’indignazione popolare.
La gente in piazza, diciamolo con chiarezza, letteralmente non ne può più. Ma siccome non ha trovato riferimenti nel mondo politico e sindacale, è rimasta a lungo silente, subendo passivamente il decadimento della vita politica, l’arretramento dei diritti e il peggioramento delle condizioni sociali.
Ora improvvisamente si aggrappa ad un soggetto che appare sulla scena e rompe quasi d’incanto l’ipocrisia generale. È un urlo il segnale e a lanciarlo sono i portuali del Calp a Genova: blocchiamo tutto. Poi, a seguire, si materializza nello spazio pubblico un reticolo di soggetti giovanili e politici, ancora piccoli ma diffusi in tutta la penisola. E dal mondo sindacale emerge un’organizzazione, l’USB, che dimostra di avere le idee chiare, la giusta determinazione ed anche alcuni strumenti per mettere in pratica quello che dichiara. E il popolo, che non ne può più, ci si aggrappa per esplodere.
La marea che attraversa il Paese non ha riferimenti e non si fida più di quelli che aveva. In tanti ancora hanno in tasca la vecchia tessera e ascoltano i discorsi stanchi dei leader di un’opposizione incoerente e logora. Li ascoltano perchè non hanno altro da ascoltare, ma non gli credono più.
Per l’USB è un’occasione storica, diventare il nuovo riferimento sindacale di un popolo che ha perso fiducia nell’importanza dell’organizzazione sindacale, della difesa e della rappresentanza collettiva. Un’impresa enorme, molto al di sopra delle nostre forze. Ma quello che fino a ieri sembrava impossibile, rompere la gabbia di un sistema bloccato da decenni, ora è diventato un obiettivo realistico.
Quell’indignazione che oggi respiriamo a pieni polmoni nelle piazze è figlia di un grande malessere sociale che va organizzato e trasformato in forza stabile. A partire dai posti di lavoro, è ora di far partire un’ondata che leghi la lotta contro il riarmo ai temi del salario, delle condizioni di lavoro e della difesa dei servizi pubblici e del welfare universale. Passare dall’indignazione alla lotta organizzata. Diventare punto di riferimento vero e stabile, dare a tanti, tantissimi, la possibilità di tornare a credere nell’importanza dell’organizzazione collettiva.
C’è un elemento importante di cui tenere conto: attraverso l’USB tornano protagonisti i lavoratori, gli operai, quelli che sembravano essere usciti definitivamente di scena. La loro presenza dà fiducia al movimento che si è messo in moto, incoraggia i giovani e assicura la giusta determinazione e responsabilità nel portare avanti la lotta. Il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici è un elemento fondamentale di questo movimento, la sua forza più rilevante. Nell’alleanza tra lavoratori e giovani, tra operai e studenti, i giovani costituiscono il fattore dinamico ma i lavoratori sono la possibilità del cambiamento. Ciò che può rendere possibile bloccare tutto per cambiare tutto.
Fonte
22/09/2025
È stato un vero, enorme, clamoroso sciopero generale
Per Gaza, per isolare e fermare Israele, per costringere il governo Meloni a smetterla di foraggiare di armi e munizioni l’esercito israeliano, per rompere le relazioni diplomatiche e commerciali con uno stato che agisce barbaramente contro ogni regola internazionale è sceso in piazza un popolo immenso, inondando le piazze di tutta la penisola, dalla Val d’Aosta fino alla Sicilia. Blocchiamo tutto, avevano detto i portuali del Calp di Genova e tutto è stato bloccato, dai porti alle stazioni al trasporto locale. Il Paese si è fermato, lanciando un segnale chiaro e inequivocabile al governo.
Ci sarà tempo per fare una valutazione più attenta di quello che è successo, anche se dovremo farlo in fretta. La storia sembra si sia messa a correre.
Intanto però, a caldo, abbiamo ancora negli occhi l’entusiasmo di migliaia di giovani e la voglia di riscatto di operai, facchini, autisti, infermieri, commesse, impiegati, giovani a partita iva, precari, occupanti di case, migranti. Il mondo del lavoro che è tornato protagonista e che chiama la cittadinanza, tutta la cittadinanza, ad alzarsi in piedi. Non lo fa per un rinnovo contrattuale ma per chiedere giustizia per un popolo lontano e martoriato. In questa epoca di egoismi e individualismi sembra qualcosa di impensabile. E invece no, la solidarietà tra i popoli, la fratellanza al di là dei confini, non sono valori morti e sepolti, anzi sono vivi e forti. C’era solo bisogno che una soggettività organizzata li valorizzasse e li riportasse alla ribalta. Che una qualche organizzazione avesse il coraggio, contro tutti e tutto, di rimetterli al centro.
Quando questo è successo ed ha incontrato il coraggio di un gruppo di volontari, la Global Sumud Flotilla, e lo spirito indomito dei portuali di Genova la miscela si è innescata e il motore si è acceso.
Ora che un popolo si è alzato tutto è destinato a cambiare. Come dice qualcuno, quando il dentifricio è uscito dal tubetto è impossibile farcelo rientrare. Il 22 settembre è cominciata un’altra storia. Una storia tutta da scrivere.
Fonte
Ci sarà tempo per fare una valutazione più attenta di quello che è successo, anche se dovremo farlo in fretta. La storia sembra si sia messa a correre.
Intanto però, a caldo, abbiamo ancora negli occhi l’entusiasmo di migliaia di giovani e la voglia di riscatto di operai, facchini, autisti, infermieri, commesse, impiegati, giovani a partita iva, precari, occupanti di case, migranti. Il mondo del lavoro che è tornato protagonista e che chiama la cittadinanza, tutta la cittadinanza, ad alzarsi in piedi. Non lo fa per un rinnovo contrattuale ma per chiedere giustizia per un popolo lontano e martoriato. In questa epoca di egoismi e individualismi sembra qualcosa di impensabile. E invece no, la solidarietà tra i popoli, la fratellanza al di là dei confini, non sono valori morti e sepolti, anzi sono vivi e forti. C’era solo bisogno che una soggettività organizzata li valorizzasse e li riportasse alla ribalta. Che una qualche organizzazione avesse il coraggio, contro tutti e tutto, di rimetterli al centro.
Quando questo è successo ed ha incontrato il coraggio di un gruppo di volontari, la Global Sumud Flotilla, e lo spirito indomito dei portuali di Genova la miscela si è innescata e il motore si è acceso.
Ora che un popolo si è alzato tutto è destinato a cambiare. Come dice qualcuno, quando il dentifricio è uscito dal tubetto è impossibile farcelo rientrare. Il 22 settembre è cominciata un’altra storia. Una storia tutta da scrivere.
Fonte
Oggi è sciopero generale, contro un genocidio e con ogni mezzo a disposizione
Qualcuno lo ha definito uno “sciopero morale”. Lo sciopero generale di oggi, che per la prima volta vede il mondo del lavoro fermarsi per motivazioni decisamente politiche e non solo vertenziali, è indubbiamente un fatto straordinario.
Lo sciopero di oggi è cresciuto esponenzialmente sull’onda di una indignazione generale che sta attraversando tutta la società contro un genocidio – quello del popolo palestinese – e la complicità del governo con lo stato di Israele che quel genocidio lo sta compiendo materialmente.
L’USB e i sindacati di base hanno colmato un vuoto e lo hanno riempito di contenuti, appuntamenti e indicazioni.
In qualche modo questo sciopero raccoglie ed esprime un sentimento diffuso che è andato oltre la protesta sulle condizioni materiali di chi lavora (dai bassi salari alle ripercussioni dell’economia di guerra).
Un fatto decisamente nuovo nell’agenda politica del paese e che vede lavoratrici e lavoratori – a partire dai portuali di Genova – riacquistare una capacità di parlare a tutta la società e di dare le indicazioni giuste al momento giusto.
In tutta franchezza ci risparmiamo le parole a commento della precipitosa e maldestra decisione della Cgil di convocare – sulla stessa questione – ma di corsa e in ritardo, uno sciopericchio parziale a tre giorni da quello del 22 invece di convergere su questo. Un atteggiamento da “gruppettari” quello dimostrato dalla “maggiore confederazione sindacale”.
Nella giornata di oggi sono previste manifestazioni in 65 città con l’indicazione di bloccare i varchi portuali, fermare stazioni e ponti, rallentare o fermare le normali attività economiche, in particolare quelle legate all’industria militare, al traffico di armi e ai rapporti commerciali con Israele.
Lavoratrici, lavoratori, studenti, insegnanti, attiviste/i sociali scenderanno in piazza diffusamente e convintamente in tutto il paese per denunciare l’insopportabilità del genocidio di un popolo e provare a fermarlo con ogni mezzo necessario e a disposizione.
In qualche modo lo sciopero generale agisce anche da scorta e supporto alle attiviste e attivisti imbarcati sulla Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza per rompere l’assedio della fame e consegnare le tonnellate di aiuti alimentari e sanitari raccolti con una sorprendente mobilitazione spontanea. Una azione umanitaria dunque, ma che ha assunto un enorme valore politico e morale, sia verso la società che contro l’inerzia/complicità dei governi occidentali verso il genocidio dei palestinesi e il ruolo di Israele.
La riuscita dello sciopero e della mobilitazione di oggi avranno una importanza rilevante sul futuro di questo paese e sul suo riscatto morale e politico diventato una esigenza generale.
Buon sciopero e buon vento a tutte e tutti!
Fonte
Lo sciopero di oggi è cresciuto esponenzialmente sull’onda di una indignazione generale che sta attraversando tutta la società contro un genocidio – quello del popolo palestinese – e la complicità del governo con lo stato di Israele che quel genocidio lo sta compiendo materialmente.
L’USB e i sindacati di base hanno colmato un vuoto e lo hanno riempito di contenuti, appuntamenti e indicazioni.
In qualche modo questo sciopero raccoglie ed esprime un sentimento diffuso che è andato oltre la protesta sulle condizioni materiali di chi lavora (dai bassi salari alle ripercussioni dell’economia di guerra).
Un fatto decisamente nuovo nell’agenda politica del paese e che vede lavoratrici e lavoratori – a partire dai portuali di Genova – riacquistare una capacità di parlare a tutta la società e di dare le indicazioni giuste al momento giusto.
In tutta franchezza ci risparmiamo le parole a commento della precipitosa e maldestra decisione della Cgil di convocare – sulla stessa questione – ma di corsa e in ritardo, uno sciopericchio parziale a tre giorni da quello del 22 invece di convergere su questo. Un atteggiamento da “gruppettari” quello dimostrato dalla “maggiore confederazione sindacale”.
Nella giornata di oggi sono previste manifestazioni in 65 città con l’indicazione di bloccare i varchi portuali, fermare stazioni e ponti, rallentare o fermare le normali attività economiche, in particolare quelle legate all’industria militare, al traffico di armi e ai rapporti commerciali con Israele.
Lavoratrici, lavoratori, studenti, insegnanti, attiviste/i sociali scenderanno in piazza diffusamente e convintamente in tutto il paese per denunciare l’insopportabilità del genocidio di un popolo e provare a fermarlo con ogni mezzo necessario e a disposizione.
In qualche modo lo sciopero generale agisce anche da scorta e supporto alle attiviste e attivisti imbarcati sulla Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza per rompere l’assedio della fame e consegnare le tonnellate di aiuti alimentari e sanitari raccolti con una sorprendente mobilitazione spontanea. Una azione umanitaria dunque, ma che ha assunto un enorme valore politico e morale, sia verso la società che contro l’inerzia/complicità dei governi occidentali verso il genocidio dei palestinesi e il ruolo di Israele.
La riuscita dello sciopero e della mobilitazione di oggi avranno una importanza rilevante sul futuro di questo paese e sul suo riscatto morale e politico diventato una esigenza generale.
Buon sciopero e buon vento a tutte e tutti!
Fonte
04/05/2019
Con i fascisti non si parla
La casa editrice YYYXXX ringrazia sentitamente per tutta la pubblicità gratuita che sta ricevendo in queste tiepide giornate primaverili.
Da gruppo di sfigati più o meno organici a Casapound, in procinto d'ospitare nel proprio catalogo il nuovo libro di Matteo Salvini (manco stessimo parlando di Stephen King: andate a vedere quante copie vendono di solito i libri dei politici, poi ne riparliamo), adesso si atteggiano a eroi della libertà di parola e si permettono pure di rilasciare comunicati in cui dichiarano che non sono intenzionati più a dare via gratis la propria visibilità.
Sapete che c’è? Hanno ragione: fino alla settimana scorsa non se li inculava nessuno, adesso hanno effettivamente una visibilità che, giustamente, non vogliono dare via gratis.
È stato spiegato con molta calma che né XXXYYY né Salvini hanno eventi in programma al Salone di Torino. Semplicemente la casa editrice avrà uno stand di 10 metri quadrati su 60.000 di esposizione, cosa peraltro accaduta in passato anche ad altri editori di estrema destra. Non se ne sarebbe accorto nessuno, anche perché – fidatevi – chi va al Salone di solito non compra la biografia di Salvini, né va a guardare gli altri opuscoli fantaculturali dei fascisti.
E qui si pone il solito problema: bisogna rispondere o no alle provocazioni di costoro?
Non ho una risposta precisa, ma so di certo che loro lo fanno di proposito. Quando Salvini annuncia la sua presenza in una città e mette la piazza di un’altra città, lo fa di proposito. Quando Giorgia Meloni parla di «zucchine di mare», lo fa di proposito. Quando Morini mette il giorno di Pasqua una foto di Salvini con il mitra in mano e dice che la Lega è pronta a sparare, lo fa di proposito. E così via.
Lo fanno di proposito perché poi noi ci indigniamo e riverberiamo il loro messaggio molto oltre quelle che sarebbero le loro possibilità. Non solo: ogni volta che li correggiamo e li chiamiamo scemi, diamo loro la possibilità di chiamarci professoroni-radical chic-zekke-comunisti. E in questo momento storico i professoroni-radical chic-zekke-comunisti in società sono visti peggio degli scemi.
Quindi, bisogna lasciarli fare? Certo che no, però bisognerebbe fare una cosa molto semplice e che in passato veniva praticata un po’ da tutti, non solo dai professoroni-radical chic-zekke-comunisti: coi fascisti non si parla.
E basta.
Fonte
03/04/2019
L’indignazione dei nonni
Ogni tanto, meno di quanto vorrei, vado a prendere mio nipote più grande alla scuola materna e poi, in questi giorni di primavera, è d’obbligo un passaggio nel piccolo parco giochi del vicino oratorio. Lì siamo soprattutto mamme e nonni che osservano figli e nipoti e qualche volta chiacchierano tra loro.
“Ehi ma lei è Cremaschi il sindacalista che veniva all’OM?”
È un ex operaio, anche lui nonno in attività, che così mi si rivolge. Perché la fabbrica più grande di Brescia, oggi IVECO FCA, per gli operai di una volta si chiama sempre con il suo vecchio nome, OM.
Io, più di trent’anni fa, ero segretario della FIOM di Brescia e alla OM ovviamente ho passato tanto tempo, dentro e fuori i cancelli, come durante la lotta FIAT del 1980.
“Quanti scioperi quante lotte abbiamo fatto, oggi non è rimasto niente abbiamo perso tutto. Io non portavo mai a casa una busta paga intera, ma sai che ti dico? – dopo la conferma che io ero quel Cremaschi siamo passati al tu – Sai che ti dico, ne valeva la pena. Lottavamo e ci costava, ma alla fine venivano sempre dei risultati. E poi c’era un risultato che valeva più di tutti: il rispetto. Il padrone ci rispettava, noi ci rispettavamo tra di noi, anzi a volte ci si sentiva persino orgogliosi di essere operai assieme.
Oggi tutto questo non c’è più. Chi lavora subisce tutto. Hanno i telefonini e le tecnologie, pensano di essere nel futuro ed invece sono tornati al 1800. C’è paura di tutto, i giovani neppure ci credono che c’è stato un periodo nel quale era il padrone ad aver paura di noi. Si accettano cose per noi inconcepibili, si subiscono ordini che chiunque di noi avrebbe rifiutato.
Sì, ho detto che siamo tornati al 1800 perché certe umiliazioni che gli operai oggi subiscono sul lavoro somigliano a quelle che ci raccontavano i nostri nonni. Ma non è colpa loro. Quando il padrone può dirti: quella è la porta e fuori ci sono tanti disoccupati, beh, come fai a ribellarti, anche se ti viene una gran voglia di ribellarti.
Ogni tanto mi chiedo come siamo arrivati fino qui, come abbiamo fatto a tornare così indietro e non mi so dare una risposta. Penso a quei pagliacci che sono al governo, che fanno finta di litigare su tutto, ma poi si mettono sempre d’accordo, fanno finta di sostenere i lavoratori ma poi stanno coi padroni. E penso anche che quelli di oggi sono al governo sono lì perché il PD ha cancellato l’articolo 18 e approvato la Fornero. È cambiato tutto, ma tutto è diventato più ingiusto. Io spero che alla fine cambi davvero di nuovo, vorrei vederlo questo cambiamento perché come oggi sono trattati gli operai, i lavoratori, beh, è proprio una vergogna...”
Nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, è indignato per ciò che è accaduto alla classe di cui orgogliosamente ancora oggi si sente parte. Non è il solo, sono tantissimi della sua età e storia che la pensano come lui.
C’è una generazione anziana di ex operai che sente oggi, per il mondo in cui viviamo, la stessa indignazione dei giovanissimi che sono scesi in piazza per l’ambiente. Quei giovani non sanno nulla delle lotte operaie, se seguono l’informazione dominante oggi probabilmente neppure credono che esse siano esistite. Eppure la devastazione ambientale e sociale del mondo di oggi è dilagata assieme alla distruzione dei diritti e del potere della classe operaia e di tutto il mondo del lavoro.
Gli operai come Osvaldo sono stati definiti “privilegiati” dai ricchi che volevano restaurare i loro veri privilegi e poteri, che proprio le lotte operaie avevano intaccato. E quando i “privilegi”, cioè i diritti, della classe operaia sono stati smantellati, siamo tornati al 1800. E tutta la società ora subisce la dittatura del profitto.
Quando l'indignazione di nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, si incontrerà con quella dei nipoti che oggi manifestano per il futuro, beh, allora le cose cominceranno davvero a cambiare.
Fonte
“Ehi ma lei è Cremaschi il sindacalista che veniva all’OM?”
È un ex operaio, anche lui nonno in attività, che così mi si rivolge. Perché la fabbrica più grande di Brescia, oggi IVECO FCA, per gli operai di una volta si chiama sempre con il suo vecchio nome, OM.
Io, più di trent’anni fa, ero segretario della FIOM di Brescia e alla OM ovviamente ho passato tanto tempo, dentro e fuori i cancelli, come durante la lotta FIAT del 1980.
“Quanti scioperi quante lotte abbiamo fatto, oggi non è rimasto niente abbiamo perso tutto. Io non portavo mai a casa una busta paga intera, ma sai che ti dico? – dopo la conferma che io ero quel Cremaschi siamo passati al tu – Sai che ti dico, ne valeva la pena. Lottavamo e ci costava, ma alla fine venivano sempre dei risultati. E poi c’era un risultato che valeva più di tutti: il rispetto. Il padrone ci rispettava, noi ci rispettavamo tra di noi, anzi a volte ci si sentiva persino orgogliosi di essere operai assieme.
Oggi tutto questo non c’è più. Chi lavora subisce tutto. Hanno i telefonini e le tecnologie, pensano di essere nel futuro ed invece sono tornati al 1800. C’è paura di tutto, i giovani neppure ci credono che c’è stato un periodo nel quale era il padrone ad aver paura di noi. Si accettano cose per noi inconcepibili, si subiscono ordini che chiunque di noi avrebbe rifiutato.
Sì, ho detto che siamo tornati al 1800 perché certe umiliazioni che gli operai oggi subiscono sul lavoro somigliano a quelle che ci raccontavano i nostri nonni. Ma non è colpa loro. Quando il padrone può dirti: quella è la porta e fuori ci sono tanti disoccupati, beh, come fai a ribellarti, anche se ti viene una gran voglia di ribellarti.
Ogni tanto mi chiedo come siamo arrivati fino qui, come abbiamo fatto a tornare così indietro e non mi so dare una risposta. Penso a quei pagliacci che sono al governo, che fanno finta di litigare su tutto, ma poi si mettono sempre d’accordo, fanno finta di sostenere i lavoratori ma poi stanno coi padroni. E penso anche che quelli di oggi sono al governo sono lì perché il PD ha cancellato l’articolo 18 e approvato la Fornero. È cambiato tutto, ma tutto è diventato più ingiusto. Io spero che alla fine cambi davvero di nuovo, vorrei vederlo questo cambiamento perché come oggi sono trattati gli operai, i lavoratori, beh, è proprio una vergogna...”
Nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, è indignato per ciò che è accaduto alla classe di cui orgogliosamente ancora oggi si sente parte. Non è il solo, sono tantissimi della sua età e storia che la pensano come lui.
C’è una generazione anziana di ex operai che sente oggi, per il mondo in cui viviamo, la stessa indignazione dei giovanissimi che sono scesi in piazza per l’ambiente. Quei giovani non sanno nulla delle lotte operaie, se seguono l’informazione dominante oggi probabilmente neppure credono che esse siano esistite. Eppure la devastazione ambientale e sociale del mondo di oggi è dilagata assieme alla distruzione dei diritti e del potere della classe operaia e di tutto il mondo del lavoro.
Gli operai come Osvaldo sono stati definiti “privilegiati” dai ricchi che volevano restaurare i loro veri privilegi e poteri, che proprio le lotte operaie avevano intaccato. E quando i “privilegi”, cioè i diritti, della classe operaia sono stati smantellati, siamo tornati al 1800. E tutta la società ora subisce la dittatura del profitto.
Quando l'indignazione di nonno Osvaldo, ex operaio dell’OM, si incontrerà con quella dei nipoti che oggi manifestano per il futuro, beh, allora le cose cominceranno davvero a cambiare.
Fonte
21/03/2017
Donne dell’Est e dell’Ovest. Una chiusura non chiude il problema
Durante la trasmissione viene mostrato un elenco di 6 motivi per i quali gli uomini italiani preferirebbero le donne dell'Est Europa, tra cui il fatto che queste sarebbero ottime compagne in quanto mogli, madri e amanti silenziose, dedite alla soddisfazione del marito e al mantenimento "marmoreo" del proprio corpo. Niente di più sessista e offensivo, diffuso proprio dalla Rai, diretto competitor del pomeriggio televisivo di canale 5, che, diciamocelo, si è sempre un po vantato di offrire informazione e intrattenimento di qualità migliore rispetto alla "berlusconiana" Mediaset.
Ma la scelta di Paola Perego di affrontare il tema dello “straniero” declinandolo sulla questione delle relazioni umane, ha superato ogni limite: ha messo insieme non solo un velo di razzismo di fondo nei confronti dei migranti dell’Est Europa (di cui ci eravamo un po’ dimenticati a causa delle “invasioni” dal medio oriente), ma anche il sessismo e tutti gli stereotipi di una società maschilista e patriarcale. La trasmissione, seguita da più di un milione e mezzo di italiani, da sabato non andrà più in onda.
Ad annunciare la scelta di interrompere la messa in onda del programma è stato il direttore generale Rai, Antonio Campo Dall’Orto: “La decisione di chiudere Parliamone Sabato non è solo la semplice e necessaria reazione ai contenuti andati in onda lo scorso sabato, contenuti che contraddicono in maniera indiscutibile sia la mission del Servizio Pubblico che la linea editoriale che abbiamo indicato sin dall’inizio del mandato – ha detto Campo Dall’Orto, renziano di ferro – E’ anche una decisione che accelera la revisione del daytime di RaiUno sulla quale peraltro stavamo già lavorando da tempo. Questo al fine di rendere i contenuti Rai sempre più coerenti ai valori che ne ispirano la missione”.
Una scivolata di cattivo gusto, insomma, così viene definita una trasmissione pensata, ragionata e programmata dalla Rai, ma che nel corso della mattinata di ieri aveva raccolto lo sdegno e la polemica non solo delle migliaia di donne e uomini che su Facebok hanno postato in segno di protesta le foto delle tantissime donne dell’Est che a vario titolo hanno lottato e combattuto per la loro dignità ed emancipazione, ma anche di personalità come la presidente della RAI Monica Maggioni, il direttore di RaiUno Andrea Fabiano e della stessa presidente della camera dei deputati, Laura Boldrini.
Fino alla scrittrice Silvia Ballestra, che su Facebook aveva commentato: "Che schifo di Paese, un'offesa continua alla dignità, all'intelligenza, al lavoro. Così non si va da nessuna parte: si torna indietro e basta. Nel giro di poche ore le bassezze di Francesco Merlo di Repubblica su Angelina Jolie, la misoginia travestita da sciocco sarcasmo di Mattia Carzaniga su Emma Watson sulla rivistina ‘de cultura’ (RivistaStudio, un nome un programma), le porcate al sabato pomeriggio su RaiUno. Tralasciando i titoli sulle patate dei vari Libero o fogliacci del genere, è un attacco continuo e volgare alle donne, da destra a sinistra, dall'alto al basso, sui media e nella società. Danni continui (il lavoro, i servizi, la rappresentanza, i diritti, le opportunità, la parola pubblica: tutto negato alle donne) e adesso anche il moltiplicarsi delle beffe sui media. Dovremmo riderci su? Io rido di altre cose: sul razzismo, il sessismo e l'ignoranza non c'è da ridere. Mi verrebbe da dire che c'è da scrivere, c'è da lavorare, ma al momento il sentimento è di schifo e amarezza. Alle ragazze italiane vorrei solo dire: scappate, andate fuori a respirare un'aria meno mefitica, via da questo Paese orrendo. Un Paese in putrefazione".
Indignazione quindi, e come succede spesso per banalizzare la questione, quello che viene proposto come soluzione, è la fuga all’estero... perché l’erba del vicino è sempre migliore, soprattutto per i giovani. Non è banalizzando, o suggerendo la fuga, che si risolverà lo “schifo” di questo Paese, ma offrendo alle giovani generazioni un’alternativa per cui lottare e resistere per la propria dignità ed emancipazione. Come hanno fatto le migliaia di donne nell'Ovest e dell'Est, che si sono battute per i propri diritti sul lavoro, per l'emancipazione del proletariato e quindi per l'emancipazione delle donne, per il pane e anche le rose! Come fanno tutt'oggi le migliaia di donne dell'Ovest e dell'Est, che si battono per il proprio successo, e per una vita dignitosa e soddisfacente, e non al soldo degli orgasmi del marito!
Sono passate solo due settimane della giornata dell'8 marzo in cui uno storico sciopero globale delle donne si è riappropriato di quella data dimostrando che c'è una lotta da portare avanti che cerca di costruire un nesso, sempre più forte, tra violenza maschile sulle donne e la questione del lavoro e dell'autonomia. Il movimento Non Una di Meno lancia per mercoledì 22 un presidio davanti alla sede della RAI per denunciare come nella TV di stato possano trovare spazio narrazioni caratterizzate "dai peggiori stereotipi, in cui machismo, sessismo, beceri luoghi comuni si fondono con un razzismo sempre più dilagante. Intrecci di genere, razza e classe sociale giocati ancora una volta sui corpi delle donne. Quante migliaia di persone sono costrette a vedere una televisione pubblica così stereotipata e sessista?"
Un movimento che sta preparando un altro appuntamento importante a Roma per il 22 e 23 Aprile per continuare a scrivere il Piano femminista contro la violenza sulle donne: "un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze".
Donne dell'Est e donne dell'Ovest, potremmo aggiungere.
Fonte
21/11/2015
Parigi – In The Flicker
“S’indigna solo chi è male informato”
– P.P. Pasolini –
– P.P. Pasolini –
Premessa – che sarebbe da fare col caps lock, per evitare che ognuno capisca solo quel che vuol capire – : questo mio non vuole in nessun modo sminuire, minimizzare, giustificare quanto accaduto a Parigi.
Dunque.
Abbiamo scoperto l’acqua calda, già: il mondo è un brutto posto e succedono cose atroci.
Sono qui, osservo i social, osservo i servizi del telegiornale, i giornali, i titoli di Belpietro, gli status delle persone e non capisco, non capisco, non capisco questa paura scandalizzata, questo terrore, questo richiedere protezione in modo quasi spasmodico.
Che cosa è cambiato, rispetto all’altro ieri? Abbiamo forse scoperto che, anche noi, possiamo morire di morte violenta, noi che guidiamo le nostre berline, ci lamentiamo del mutuo, dell’affitto, del canone rai, del governo ladro?
Venerdì scorso sono entrato in casa, più o meno all’una, e ho trovato mio padre davanti al televisore.
“E’ successo un casino a Parigi” mi fa lui.
Io mi sono girato, ho letto i titoli in bianco su sfondo rosso in sovrimpressione e ho detto “Ah”.
Non fraintendetemi, ci sono rimasto di sasso, ma non più di sasso rispetto ad altre volte.
Consapevolezza. E’ una parola che mi è sempre piaciuta.
Consapevolezza che vuol dire percezione della realtà, del reale.
Vi racconto una storia.
Siamo a El Salvador, nel villaggio di El Mozote ed è il 1981.
Alle sei del pomeriggio arrivano veicoli militari dell’esercito regolare, ne scendono uomini armati che si sparpagliano per il paese.
Questi uomini sono gli uomini del Battaglione Atlacatl, membri dell’esercito regolare che combattono contro il FMLN (Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional).
Prima vengono radunati gli uomini, chi si ribella viene freddato con un singolo colpo alla testa; vengono chiusi nella chiesa, la chiesa viene fatta saltare in aria con la dinamite.
Poi, donne e bambini, radunate nella piazza: le più belle vengono scelte, portate dietro gli alberi, seviziate e stuprate, infine sgozzate.
Gli altri, tutti gli altri, fucilati.
Mille e duecento persone, infine, si conteranno tra i morti. Almeno cento quaranta erano bambini di meno di dodici anni.
Sul muro di una casa, il Battaglione Atlacatl lascerà una scritta: “Di qui è passato il Battaglione Atlacatl, gli angioletti dell’inferno. Figli di puttana”.
Gli uomini di questo battaglione erano dotati di fucili M-16, arma d’ordinanza statunitense, ed erano stati addestrati da Negroponte, generale statunitense – colui che coordinò le operazioni Desert Storm in Iraq –. Difendevano la democrazia dalla minaccia socialista.
Nessuno ha pagato per quella strage.
Altra storia.
Irma Bandiera, anni ventinove, nativa di Bologna, staffetta partigiana.
Viene catturata dalle brigate nere. Viene interrogata. Viene torturata. Le viene chiesto dove si trovano i suoi compagni. Lei non parla. Lei non dice niente. E allora la accecano, con la brace di sigaretta. La picchiano. La massacrano di botte. La abbandonano morente e agonizzante in mezzo alla strada, sotto la casa dei suoi genitori. Senza che lei abbia detto nulla sulla posizione dei suoi compagni.
Piccolo aneddoto.
Cile, anni 70. Celle buie. Prigionieri politici. Ho letto di un paio di torture che piacevano tanto ai soldati di Pinochet, salito al potere illegittimamente, grazie a Kissinger e, manco a dirlo, gli U.S.A: la prima, riservata agli uomini, si chiamava la friggitrice; venivi attaccato a una rete metallica ad alto voltaggio e, per almeno mezz’ora, subivi fortissime scariche elettriche. Senza motivo. Per divertimento. Una variante consisteva in dei cavi attaccati direttamente ai genitali; la modalità d’esecuzione non cambiava.
Un’altra, riservata alle donne, – e questa ho schifo a scriverla – prevedeva la presenza di un ratto e di una vagina. Mettete insieme voi i puntini.
Non metto niente sul piano di niente, spiego solo perché io non sono né scandalizzato, né stupito, né impaurito.
Faccio parte dell’occidente democratico che ha spalleggiato i peggiori criminali esistiti sulla faccia della terra, in nome della democrazia, e mi fa schifo farne parte.
E sto male allo stesso modo per chi muore in Chiapas, in Siria, in Turchia ogni cazzo di giorno e chi crepa senza motivo, per sfiga, perché era lì al momento sbagliato, un venerdì di Novembre a Parigi.
Ma non mi scandalizzo, non mi stupisco, non cado dal pero.
E’ qui vicino, è vero, ma per quanto mi riguarda venti metri o tremila chilometri non mi cambiano niente.
Semmai mi incazzo. Semmai mi si bagnano gli occhi di lacrime.
Ma non riesco a riconoscermi in una bandiera francese sul profilo di facebook, o in chi invoca protezione, in chi si dice terrorizzato.
I miei fratelli e sorelle rimangono tali, oggi come ieri, senza che nulla cambi, senza che io abbia paura di qualcuno in particolare, o mi ci debba confrontare per tranquillizzarmi del fatto che non sono tutti terroristi.
Non l’ho mai fatto, non lo farò questa volta.
Rimango in silenzio. Incazzato. E vorrei dar fuoco a tutto, per spegnere le stronzate senza senso che si leggono, si sentono, si vedono in questi giorni.
Non vedo l’ora in cui vi sarete dimenticati, come vi dimenticate di tutto, di questa cosa.
Dedico una canzone, a tutti i morti di tutte le stragi senza senso.
A tutte le vittime dell’orrore.
A chi è vittima e non se ne rende conto.
Ai primi e agli ultimi di questo mondo.
A voi.
A me.
A lei, che è lei.
Vostro,
Inchiostro Vittorio Sergio
Fonte
25/09/2015
Miss Italia e il tizio che guarda il dito e non la luna
Ok.
E’ un pochino che non scrivo nulla e scommetto che non vi sono mancato.
Stavo giustappunto pensando di scrivere qualcosa riguardo la percezione dei corpi, solo che poi si è sollevato il gran macello riguardo le dichiarazioni di Miss Italia, e quindi.
Ragazzi, devo dirlo, certe cose mi fanno ammattire.
Ammattire nel senso che vengo colto da momenti di ilarità incontrollata, nel senso che sono proprio divertito.
Voglio dire, Miss Italia dice due stronzate riguardo una cagata e tutti s’infiammano, corrono verso la Bastiglia per far rotolare la testa del Re.
Erri De Luca prende otto mesi – otto mesi, duecentoquarantagiorniperdìo – e nessuno dice nemmanco bah.
E, insomma, queste cose mi divertono. Molto.
E, sempre insomma, mi viene in mente la manifestazione del primo maggio, quella dei No Expo, con conseguente contromanifestazione domenicale intitolata #NonToccateMilano – che, voglio dire, nome più infelice non poteva proprio essere scelto –.
E mi vien da pensare che, al netto dei danni, la devastazione di sessanta metri di una via del centro città – sessanta metri, non l’intera wannabebigcity – ha indignato molto di più il comune cittadino di, in ordine sparso:
E quindi, niente, mi vien da pensare a quel detto del tal tizio che guarda il dito e non la luna.
Mi vien da pensare che il black bloc sia sì criticabile, ma non per i motivi che sono stati, vengono, verranno sempre addotti.
Mi piace il fatto che le persone vengano attratte dalle cose veramente futili e non, invece, da quelle un po’ più pregne d’un qualche contenuto.
E i fatti del primo maggio di Milano ne sono un lampante esempio, a mio parere.
Non dirò che cos’è per me Expo, perché non voglio andare troppo fuori tema, e potrei finire veramente tanto fuori tema.
Però farò una domanda: al grande evento de I sapori dal mondo ci sono per caso i veri produttori dei prodotti, i contadini – chessò, del Messico – o ci sono quelli che quei contadini li sottopagano per poi esportare bellissimi prodotti iper biologici e super saporiti e mega belli?
Poi, secondo aspetto: ho visto un paio di menù dei padiglioni, e posso ben affermare che non c’è nulla di diverso da quello che si può mangiare in qualunque locale etnico della città, a prezzi anche decisamente inferiori.
E, quindi, mi domando io, dove cristo sta tutta questa grande novità, tolti i padiglioni futuristici, colorati, costruiti col das e pagati con soldi pubblici?
Però guai se si tocca la vetrina di una banca, o una macchina parcheggiata, insomma guai se si tocca la vita intima del cittadino del centro città.
Chissenefotte se la periferia è una merda – e in periferia gli indignados ripulitori mica son passati, troppo poco chic – o se hanno devastato una città per costruire l’area di un evento che è una presa per il culo per miliardi di aspetti che in settecento battute non ci stanno.
Chissenefotte.
E l’affaire Miss Italia sta nello stesso campo d’esistenza.
Si fanno dei gran fuochi di paglia per le stronzate, senza mai andare a fondo nelle questioni.
Non è che la Miss ha detto quel che ha detto perché formata in una scuola che fa vomitare, dove non vengono insegnate le cose e dove i programmi sono fermi al 1229?
E magari quelli che si sono indignati per quest’esternazione ilare sono poi quelli che dicono che La Buona Scuola è una grande riforma, vero furboni?
Sì, è un pastiche di concetti e prendetelo per quel che è.
Un pasticciaccio brutto – ma non di Via Merulana, con buona pace di Carlo Emilio Gadda – scritto perché certe cose mi fanno veramente ammattire in modo divertito.
Penso al tal tizio che guarda il tal dito, anziché la tal luna e penso che non sia mai stato espresso detto più veritiero.
Ed è tutto.
Vi amo, come sempre.
E, sempre come sempre, vostro,
Fonte
E’ un pochino che non scrivo nulla e scommetto che non vi sono mancato.
Stavo giustappunto pensando di scrivere qualcosa riguardo la percezione dei corpi, solo che poi si è sollevato il gran macello riguardo le dichiarazioni di Miss Italia, e quindi.
Ragazzi, devo dirlo, certe cose mi fanno ammattire.
Ammattire nel senso che vengo colto da momenti di ilarità incontrollata, nel senso che sono proprio divertito.
Voglio dire, Miss Italia dice due stronzate riguardo una cagata e tutti s’infiammano, corrono verso la Bastiglia per far rotolare la testa del Re.
Erri De Luca prende otto mesi – otto mesi, duecentoquarantagiorniperdìo – e nessuno dice nemmanco bah.
E, insomma, queste cose mi divertono. Molto.
E, sempre insomma, mi viene in mente la manifestazione del primo maggio, quella dei No Expo, con conseguente contromanifestazione domenicale intitolata #NonToccateMilano – che, voglio dire, nome più infelice non poteva proprio essere scelto –.
E mi vien da pensare che, al netto dei danni, la devastazione di sessanta metri di una via del centro città – sessanta metri, non l’intera wannabebigcity – ha indignato molto di più il comune cittadino di, in ordine sparso:
- Tangenti prese e date per costruire area Expo
- Il fatto che con soldi pubblici sia stato finanziato un evento che dà introiti ai privati
- Che per costruire la bellissima area Expo siano stati dissodati terreni inquinati
- Che siano state distrutte tre grandi aree verdi per cementificare un’intera area
- Che l’area costruita verrà, probabilmente, concessa a quei simpaticoni di CL per organizzare il loro meeting
- Che l’area costruita rimarrà, per sua gran parte, inutilizzata e comunque inibita al comune cittadino, che in questi giorni, festoso e gaudente, si aggira per i padiglioni convinto di stare facendo davvero – diòs mio – un viaggio nel mondo
E quindi, niente, mi vien da pensare a quel detto del tal tizio che guarda il dito e non la luna.
Mi vien da pensare che il black bloc sia sì criticabile, ma non per i motivi che sono stati, vengono, verranno sempre addotti.
Mi piace il fatto che le persone vengano attratte dalle cose veramente futili e non, invece, da quelle un po’ più pregne d’un qualche contenuto.
E i fatti del primo maggio di Milano ne sono un lampante esempio, a mio parere.
Non dirò che cos’è per me Expo, perché non voglio andare troppo fuori tema, e potrei finire veramente tanto fuori tema.
Però farò una domanda: al grande evento de I sapori dal mondo ci sono per caso i veri produttori dei prodotti, i contadini – chessò, del Messico – o ci sono quelli che quei contadini li sottopagano per poi esportare bellissimi prodotti iper biologici e super saporiti e mega belli?
Poi, secondo aspetto: ho visto un paio di menù dei padiglioni, e posso ben affermare che non c’è nulla di diverso da quello che si può mangiare in qualunque locale etnico della città, a prezzi anche decisamente inferiori.
E, quindi, mi domando io, dove cristo sta tutta questa grande novità, tolti i padiglioni futuristici, colorati, costruiti col das e pagati con soldi pubblici?
Però guai se si tocca la vetrina di una banca, o una macchina parcheggiata, insomma guai se si tocca la vita intima del cittadino del centro città.
Chissenefotte se la periferia è una merda – e in periferia gli indignados ripulitori mica son passati, troppo poco chic – o se hanno devastato una città per costruire l’area di un evento che è una presa per il culo per miliardi di aspetti che in settecento battute non ci stanno.
Chissenefotte.
E l’affaire Miss Italia sta nello stesso campo d’esistenza.
Si fanno dei gran fuochi di paglia per le stronzate, senza mai andare a fondo nelle questioni.
Non è che la Miss ha detto quel che ha detto perché formata in una scuola che fa vomitare, dove non vengono insegnate le cose e dove i programmi sono fermi al 1229?
E magari quelli che si sono indignati per quest’esternazione ilare sono poi quelli che dicono che La Buona Scuola è una grande riforma, vero furboni?
Sì, è un pastiche di concetti e prendetelo per quel che è.
Un pasticciaccio brutto – ma non di Via Merulana, con buona pace di Carlo Emilio Gadda – scritto perché certe cose mi fanno veramente ammattire in modo divertito.
Penso al tal tizio che guarda il tal dito, anziché la tal luna e penso che non sia mai stato espresso detto più veritiero.
Ed è tutto.
Vi amo, come sempre.
E, sempre come sempre, vostro,
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
