Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/10/2016

Rapporto da Erbil. Intervista con Ezel di ritorno dal Rojava

Giungere ad Erbil è più facile di quanto si possa pensare e a differenza di altri luoghi in guerra e con una presenza attiva di Daesh, i controlli all'aeroporto non sono poi così approfonditi.

La regione autonoma del kurdistan iracheno, sebbene riconosciuta dal 1991 dal governo centrale di Bagdad, non gode ancora di completa indipendenza. Basti pensare che il commercio del petrolio di questa zona non può essere attuato senza l'accordo con il governo centrale dell'Iraq.

Erbil è una città di 2,5 milioni di abitanti in continua trasformazione. Le gru dei molteplici cantieri, sovrastano i tetti della vecchia città o avanzano verso campi liberi alla periferia urbana. Uno sviluppo certamente ottenuta anche grazie alla politica filo americana del presidente Barzani che con i suoi peshmerga lavora affinché la sua real politik abbia sostegno e il progetto del Rojava sia solo un sogno irraggiungibile.

A differenza della vicina Bagdad, dove la guerra civile tra sciiti e sunniti è routine quotidiana, qui a Erbil la vita scorre tranquillamente. Almeno in apparenza, perché i contrasti con il governo centrale, che riguardano la questione dei confini, della gestione delle risorse petrolifere e la situazione siriana, sono all'ordine del giorno.

Nostro obiettivo è visitare i campi profughi di questa vasta area e verificare, con l'aiuto di alcune organizzazioni umanitarie locali, lo stato d'avanzamento di alcuni progetti e della guerra ancora per nulla finita. Decidiamo per questo, di capirne di più incontrando Ezel di ritorno dal Rojava.

In Rojava la situazione si è aggravata a causa della varietà delle forze in campo cui oltre al pericolo Daesh si sono aggiunte la Turchia, le truppe di Assad con la Russia e la coalizione dell'Esercito Siriano di liberazione sostenuta dagli USA. Una varietà di forze in campo che premono affinché il PYD vada alla conquista di Raqqa. Azione questa a cui si oppongono in primo luogo perché, nella conquista di Mamby, hanno lasciato molti combattenti sul campo e anche perché prendere Raqqa, ricca di petrolio, di fatto vorrebbe dire concedergli la possibilità, per la coalizione ESL e di altri soggetti, di poter entrare in forza in quel territorio, con una forte marginalizzazione dei kurdi.

Il medesimo pensiero è rivolto per il prossimo possibile attacco a Mossul, dove la coalizione pretenderebbe di utilizzare i kurdi per l'attacco via terra.

In questo scenario, è bene ricordare che l'attuale rapporto tra USA e Rojava è di pura tattica e non strategico. Analogamente quello tenuto con la Russia. Infatti, USA e Russia, autonomamente, cercano una propria egemonia nella zona.

Chiediamo informazioni sulla città di Kobane. Attualmente non si sono svolte azioni militari significative di Daesh, perché si sono concentrati sui villaggi limitrofi.

Kirkuk, invece, è controllata, sia in entrata che in uscita, dai peshmerga iracheni anche se in realtà sono stati i guerriglieri del PKK ad averla liberata. Tra l'altro a Kirkuk stanno attuando un operazione di trasformazione sociale, consentendo insediamenti arabi, con l'obiettivo di alterare la composizione demografica della città e consentendo di divenire l'etnia prevalente.

Su questo argomento, Ezel ha ricordato di una situazione particolare vigente in Rojava. I kurdi siriani, sotto Assad, dovevano coltivare solo grano e cotone e non piantare alberi. Il raccolto doveva poi essere consegnato gratuitamente al governo (all'80%) con la motivazione che ai kurdi non era concesso di possedere la terra, contrariamente alle altre etnie presenti nel territorio. Soprattutto arabi.

Riguardo alla presa di Jerabolus, da parte dei turchi, questa è stata favorita grazie all'intervento dei guerriglieri del Daesh che da combattenti del Califfato, ora militano in formazioni filo turche.

Ma questa conquista della Turchia non ridimensiona uno degli obiettivi del PYD: collegare Kobane con Afrin. Difatti, l'occupazione di Jerabolus ad opera dei turchi, vorrebbe impedire questo progetto, ma la strategia del PYD è quello di passare a sud attraverso la conquista di El Bab. Località che però anche i turchi vogliono conquistare.

Sull'attuale posizione militare della Turchia in questa zona, il PYD ritiene che i turchi si siano messi in trappola. Primo perché non possono bombardare il Rojava, pena la sconfessione di Russia e USA e anche perché i combattenti del PYD sono disponibili a combattere sino alla morte.

Il legame tra la guerra e il golpe in Turchia va ricercato nello scacco subito dall'esercito turco durante la conquista e la distruzione di molte città del Kurdistan del nord (Bakur) dove ha subito pesanti perdite (morti e feriti). Non è infatti un caso che il generale che comandava l'operazione in quelle città, sia stato poi rimosso e accusato di essere il capo del tentato golpe.

L'obiettivo turco era quello dell'allontanamento della maggior parte dei kurdi dal Bakur e la sostituzione di questi con arabi sunniti siriani a cui sarebbe stata data la cittadinanza con diritto di voto. Ma l'operazione è fallita perché i kurdi, pur nella sofferenza, non si sono allontanati dal loro territorio rendendo vano il fine politico che si erano prefissati. Questi fatti, tra l'altro, hanno rafforzato la volontà di lotta nei giovani kurdi consentendogli inoltre, di collocare numerosi kurdi, nelle città del nord dell'ovest. Uomini e combattenti che saranno in futuro la spina dorsale della Resistenza non più localizzata sui monti ma in tutta la Turchia.

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Appunti per una scuola a venire

1) Perché dare tanta importanza alla comunicazione dell’esperienza?
Oggi, attraverso i social network (fb, wap, twitter, ecc…) non si fa altro che comunicare esperienze acerbe e stati d’animo vacui. Vittime del vortice mediatico, anneghiamo senza possibilità di riconoscimento in un prima e in un dopo.
Nella fretta di comunicare non si vive.
La parola leggera va più veloce. Un soffio di vento se la porta via, perché non ha densità che la trattenga e la faccia germogliare.
Sembra sia passata un’eternità da McLuhan, Warhol, Pasolini e Debord. La frattura insanabile che da veggenti questi avevano intravisto, noi non la vediamo più, perché l’abbiamo completamente interiorizzata, rendendo totali la schizofrenia e l’alienazione.
Non sarebbe forse più utile insegnare a far sedimentare l’esperienza prima di comunicarla? Insegnare l’inutilità dell’attualità e la potenza imperitura dei classici?
Perché non insegniamo il silenzio e l’ascolto invece di nutrire il chiacchiericcio querulo e indistinto, che ha reso illeggibili giornali, riviste e molta della letteratura contemporanea, inguardabile qualsiasi programma televisivo e insostenibile il volto e la parola di ogni politico?

2) Va bene far leva sui punti forza, che si rinsaldano fuori dalle mura scolastiche. Ma non sarebbe un errore lasciare troppo spazio ai nuovi media? Cosa ci succede quando indugiamo per troppo tempo davanti allo schermo di uno “smart”phone o di un pc? Cosa ne è della nostra attenzione? A chi giova?
I supporti che proliferano ogni minuto sono stampelle per corpo e mente. Catene che spingono all’atrofia.
Non sarebbe meglio salvare il nostro cuore agonizzante dalle macerie di questa tecnologica età di mezzo? Non sarebbe meglio ridare voce e spazio a un corpo adolescente, costretto sei ore in un banco? Non sarebbe meglio evitare che già così giovani, gli studenti, siano costretti a sublimare i loro bisogni naturali?
Mai come ora c’è bisogno di una ferrea autodisciplina per tenere in vita la nostra sensibilità e le nostre percezioni. Proteggersi per coltivarsi.
Forse si dovrebbe insegnare a scoprire l’incomunicabile, semmai fosse possibile.

3) “Compito di realtà”
Così come già nelle università, ora pure nelle scuole di grado inferiore, vogliamo che il sapere sia pratico, immediatamente spendibile nella realtà circostante. L’astrazione non serve più a niente.
Bene!
Quale utilità immediatamente pratica avevano la teoria della relatività o la fissione dell’atomo?
Con la pretesa di formare cittadini attivi, capaci di “muoversi nel mondo”, con la conoscenza delle leggi, delle lingue, di strumenti e supporti finiremo per avere degli operai del sapere senza la minima curiosità per l’astrazione tesa verso l’ignoto, unico generatore di ogni scoperta e invenzione.

4) La didattica trasversale necessita di un ingente dispendio di energia per creare percorsi che riuscirebbero a mala pena a mettere insieme le diverse personalità dei docenti e i loro diversi approcci. Potrebbe però essere utile come spazio di incontro, scontro e ascolto tra colleghi. Ma perché non creare altri spazi di confronto personale e didattico, così che ogni docente sia semplicemente aperto alle altre discipline e soprattutto agli altri colleghi, lasciando così che insorga naturalmente la visione trasversale nella mente degli alunni?
Ogni docente dovrebbe rendere accessibile agli alunni la propria esperienza di Vita, coltivandola quotidianamente con più consapevolezza possibile. Egli è l’esempio vivente di come la Vita ha cambiato il proprio cuore e la propria mente. E questo arriva immediatamente agli alunni, senza che si dia aria alla bocca.
Tutto il resto sono nozioni, che vengono veicolate con diverse connotazioni, a seconda del caso.
Ecco perché a scuola non si potrà che insegnare la storia della letteratura e non ad essere scrittori, la storia della musica e della pittura, le tecniche e non ad essere artisti.
Questo perché c’è di mezzo la Vita e la Vita non si insegna.
La pretesa del compito di realtà è assurda.

5) “Compito di realtà 2”
Non esiste struttura preordinata che ci dica come affrontare la Vita. Solo conoscendo le nostre dinamiche interiori, potremo conoscere meglio gli altri e il mondo, creando una sintonia e non un contrasto.
Da milioni di anni esiste la Terra. Il seme sprofonda. Acqua, sole e vento lo nutrono, e il fiore come per magia germoglia, cresce, frutta! Ogni frutto sarà diverso. Alcuni molto saporiti, altri meno. Non dipende solo dal terreno o dall’aria, ma anche da fattori incalcolabili e imprevedibili.
Da alcuni decenni, si ricerca la perfezione e si perde la natura.

6) La scuola non può sostituirsi alla famiglia, né allo Stato, né alla comunità. Anche se a volte dalle macerie riesce a cavarne fuori qualcosa di buono.

7) La scuola non deve rincorrere né la famiglia, né lo Stato, né la comunità. Potrebbe addestrare al vuoto, far riscoprire la noia, lì dove la tendenza a riempire ha reso impossibile la Visione.

8) La scuola dovrebbe e potrebbe essere un’ondata vitale, che si erge contro una società completamente alienata che trasuda morte, anche se la morte non sa nemmeno più come affrontarla ed onorarla.

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Le primarie nel Donbass e la realtà ucraina

Sono in corso da questa mattina le “primarie” nella LNR e DNR, per scegliere i candidati in vista delle elezioni per le amministrazioni locali, previste dagli accordi di Minsk, ma tuttora rifiutate dalla junta golpista. Uno degli scopi delle votazioni, scrive Sputniknews “è dimostrare alla comunità mondiale la possibilità di svolgere le elezioni nei territori del Donbass nel rispetto degli standard internazionali”. Già alle 12 di oggi l'affluenza era tale che permetteva di considerare valide e legittime le votazioni – come testimoniato anche dagli osservatori di Polonia, Finlandia, Grecia, Germania, Italia, Repubblica Ceca e Ossetia meridionale – e news-front mostrava le immagini di lunghe file ai seggi di Lugansk, con persone che dichiaravano di voler esprimere in tal modo la propria fiducia nella Repubblica popolare, a dispetto della propaganda ucraina, secondo cui i cittadini del Donbass sarebbero “spinti ai seggi con le canne dei fucili”. Stesse scene a Donetsk, dove i cittadini dichiarano di “votare per i nostri uomini” e perché “vogliamo così ringraziare coloro che, in questi tempi difficili, ci hanno assicurato luce e calore”.

Ma Kiev non solo si oppone a uno dei punti chiave dell'accordo, ribadito anche dalla road map formulata lo scorso 14 settembre dai Ministri degli esteri tedesco e francese, Frank-Walter Steinmeier e Jean-Marc Ayrault, quello appunto, sulle elezioni locali, ma sabota in ogni modo il perno della soluzione pacifica: il rispetto del cessate il fuoco e il ritiro delle truppe in tre aree pilota, il cui inizio era previsto per ieri. Ancora la notte scorsa le forze ucraine hanno esploso centinaia di colpi di artiglieria da 120 mm e di mortaio da 82 e 120 mm sulle periferie di Donetsk, Jasinovataja e Gorlovka; due miliziani della DNR sono rimasti uccisi e uno ferito. Ieri invece, il comando ucraino ha rimandato la decisione sul ritiro di truppe e mezzi pesanti in una delle tre aree pilota, quella di Stanitsa Luganskaja, nell'area della LNR, adducendo la non completa preparazione alla manovra di arretramento. Al contrario, secondo Novorosinform, le forze ucraine avrebbero addirittura rafforzato le proprie posizioni con mezzi blindati, corazzati e camion carichi di munizioni, lungo la linea di contatto con la DNR, in prossimità dei centri di Granitnoe, Bogdanovka, Petrovskoe.

E però ieri, dopo il colloquio telefonico di venerdì scorso tra Vladimir Putin e Angela Merkel, il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha detto di non escludere un incontro del “quartetto normanno” – Francia, Germania, Russia e Ucraina. Ora, scrive news-front, dato che proprio Putin, al G20 di inizio settembre a Hangzhou, aveva escluso contatti a breve scadenza con esponenti ucraini, in risposta alle diversioni terroristiche ucraine in Crimea, il cambio di registro del Cremlino potrebbe esser dovuto a concessioni annunciate dalla Merkel, legate a una certa contrapposizione economica UE-USA. Aleksej Byčkov rileva che una certa tendenza europea a “sottrarsi all'influenza di Washington, potrebbe spingere la UE e in particolare la Merkel a mutare i rapporti con la Russia e l'atteggiamento sulle questioni della soluzione politica per il Donbass”. Secondo Byčkov, i risultati delle presidenziali statunitensi potrebbero portare a un “mutamento radicale nei rapporti Mosca-Washington e, quindi, nelle maggiori crisi geopolitiche, quali Siria e Ucraina”. D'altro canto, nemmeno le pressioni europee su Petro Porošenko hanno sinora potuto costringerlo a un cambio di atteggiamento nei confronti di Mosca; questo, se da un lato testimonia del ribadito appoggio USA ai golpisti ucraini, ha determinato una certa “disillusione” europea nei confronti di Kiev e il conseguente “avvicinamento” alle posizioni russe sulla questione del Donbass.

Su tale “disillusione” potrebbe avere qualche effetto anche il continuo stillicidio di bravate dei golpisti. Svjatoslav Knjazev scrive su news-front che Kiev, nell'euforia nazionalistica, continua a calpestare la costituzione: il vice Ministro dell'istruzione e della ricerca, Roman Greba, ha proibito a tutti i funzionari e lavoratori del dicastero, dalle più alte sfere fino agli addetti alle pulizie nelle scuole, di usare qualsiasi lingua all'infuori dell'ucraino. Una direttiva questa – peraltro emanata da un vice Ministro e non dal titolare del Ministero e non sulla Gazzetta ufficiale, ma su feisbuc – che va contro la legge del 2012 “Sui fondamenti della politica linguistica nazionale”, tuttora in vigore e fissata nella Costituzione al punto sul “Libero sviluppo della lingua russa”. E, del resto, se ciò vale per le regioni del sudest, altrettanto è richiamato a proposito dell'uso delle lingue ungherese e rumena, rispettivamente nelle regioni di Transcarpazia e Černovts. Oltretutto, nota Knjazev, l'Istituto Gallup ha rilevato che l'83% di tutta la popolazione ucraina, in casa, usa la lingua russa e addirittura, anche nelle regioni occidentali, il 30% degli studenti nel 2016 ha avuto appena la sufficienza all'esame di lingua ucraina.

Su un altro versante dei modelli “democratici” mondiali, nota Vasilij Volga, il Ministro degli interni Arsen Avakov, colui che non aveva avuto remore a reclutare truppe tra la criminalità comune, vista la renitenza di massa alla leva da parte dei giovani ucraini, si richiama oggi agli USA del dopo-Viet Nam, allorché il 40% dei veterani era finito in galera e dichiara che il 40% dei reduci dal Donbass, poco meno di centomila uomini, è destinato alla galera. D'altronde, anche senza i criminali arruolati e gli arruolati divenuti criminali nei saccheggi, assassinii e stupri nel Donbass, la stragrande maggioranza della popolazione ucraina, grazie alle delizie imposte da FMI e Banca Mondiale, per sopravvivere è obbligata a barcamenarsi nei meandri della piccola illegalità, quando non rimane direttamente vittima dell'illegalità “democratica” della junta europeista. Pare che nella sola ultima decade di settembre si siano verificati un'ottantina di casi (di cui quasi la metà con esiti mortali) di avvelenamento per bevande adulterate al metanolo. Le stesse autorità ucraine sono state costrette ad ammettere che ciò è in larga parte dovuto alla crescente “economia ombra”, illegale (40% nel 2015, equivalente a 44 miliardi di $: quasi la metà del PIL, secondo il primo ministro Vladimir Grojsman), all'assenza di controlli pubblici e alla corruzione, che portano alla morte di quasi diecimila persone all'anno, per avvelenamento da surrogati alcolici. Una bottiglia di vodka, dice il direttore di “Ukrvodka”, Vladimir Ostapjik, “considerate le accise attuali, dovrebbe costare almeno 70 grivne (poco meno di 3 euro), ma alcuni commercianti riescono a smerciare la vodka fatta in casa a 35-40grivne, qualcosa non torna”.

D'altra parte, scrive rusvesna, mentre l'inflazione galoppa a due cifre per il terzo anno consecutivo, lo stipendio medio è dimezzato dai circa 400$ del 2013 ai 200 attuali; tra le spese domestiche, quelle per le tariffe comunali, se rappresentavano il 10% nel 2013, sono oggi al 22%, con il gas rincarato di dieci volte, secondo le “raccomandazioni” del FMI. L'alimentazione costituisce, come per il passato, il 50% delle spese familiari, mentre sono drasticamente diminuite quelle per vestiario e tempo libero; nonostante ciò, nell'ultimo semestre è stato venduto il 20% in meno di prodotti alimentari, a scapito in particolare di carne, verdure, prodotti ittici e caseari. Secondo i dati ufficiali, se prima gli ucraini riuscivano a mettere da parte circa il 20% delle entrate, oggi la media nazionale è inferiore al 10%.

Le cose vanno “male” anche per gli oligarchi: i 100 uomini più ricchi d'Ucraina secondo Forbes.ua, nel 2016 hanno perso complessivamente 20 miliardi di $ rispetto al 2015, soprattutto per la caduta dei prezzi nel settore metallurgico. Viktor Pinčuk, ad esempio, è passato dal secondo al quarto posto della classifica, avendo perso circa 300 milioni di $ (è passato da 1,5 miliardi nel 2015 a 1,2 miliardi) nel mercato delle tubazioni per condotti energetici. Nonostante ciò, rimane immutata la lista delle sei persone più ricche d'Ucraina: Rinat Akhmetov (2,3 mld $), Igor Kolomojskij e Gennadij Bogoljubov (entrambi con 1,3 mld $), Viktor Pinčuk, Jurij Kosjuk (1 mld $), Petro Porošenko (858 milioni $).

Anche loro cominciano a passarsela male; ma non così male, in fondo, no?

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Referendum: perché Napolitano adesso striglia Renzi?

Napolitano continua a comportarsi da capo della maggioranza e da Presidente della Repubblica (al punto che non riusciamo a capire perché si dimise due anni fa), ed ha colto l’occasione per strigliare Renzi attribuendogli errori che avrebbero fatto partire il No, mentre, con il sotto tono, la vittoria del Si sarebbe stata certa e tranquilla.

E’ evidente che l’errore che Napolitano rimprovera a Renzi  è la sua impostazione iniziale “se vincono i no, me ne vado” scatenando quella personalizzazione dello scontro che avrebbe avvantaggiato il No.

Ovviamente c’è del vero in quel che dice Napolitano e personalmente tirai un sospiro di sollievo ascoltando quella dichiarazione di Renzi: basta rileggere un mio articolo pubblicato qui nel quale, fra i dissensi di diversi lettori, sostenni che Renzi era il punto debole degli avversari e che la campagna del no avrebbe dovuto far leva sulla diffusa ostilità verso il personaggio. Solo che, Renzi ci ha reso la vita più facile andando al self service, ma sarebbe stato comunque inevitabile che si producesse un effetto simile, perché in ogni referendum c’è sempre un nemico di elezione che incarni il fronte avversario (Fanfani 1974, Craxi 1991, Berlusconi 1998 e 2005).

Peraltro ci si mise lo stesso Napolitano a dire che la campagna per il No era un affronto nei suoi confronti, gettando altra benzina sul fuoco. Ed allora, perché questo sfogo, senza nemmeno attendere il risultato del referendum?

Si tratta di un segnale di nervosismo che fa capire come le cose si stiano mettendo male per il Si, ma perché dichiararlo apertamente? Il fatto è che stanno venendo al pettine i dissensi sopiti fra i due.

Napolitano non ha mai amato Renzi (era chiaro che il suo preferito era piuttosto Letta), poi, visto che c’era e che bisognava farci i conti per portare al termine il suo progetto di sventramento costituzionale, ci si è adattato a convivere. Anche Renzi non ha mai amato Napolitano (ci ricordiamo degli sgarbi istituzionali dei primi mesi del suo governo?).

D’altra parte, tutti e due avevano il piano di una riforma della Costituzione di stampo piduista, per cui potevano convergere almeno su quello, anche se poi in politica estera – ad esempio – e nei rapporti con la Ue, non la pensavano certo allo stesso modo. Ma, se il progetto costituzionale in sé era comune ai due ed, anzi, era più di Napolitano che di Renzi (che, non a caso ha recentemente detto che “questa riforma è più di Napolitano che mia”) era decisamente diverso l’uso che ciascuno dei due intendeva fare.

Renzi aveva pensato di fare della battaglia per la riforma costituzionale, la base del suo “partito della Nazione” che l’Italicum avrebbe dovuto garantire nel suolo di eterno partito di regime. E questo si saldava anche con un progetto personale che vedeva lui al Quirinale dopo Mattarella (tanto, a modificare la Costituzione ci ha preso gusto e non è certo la norma sui 50 anni che potrebbe fermarlo) e la Boschi a Palazzo Chigi.

Ma a Napolitano dei progetti del duo Boschi-Renzi non potrebbe importare di meno. A lui interessa solo la riforma costituzionale che ha promesso all’“Europa” (cioè alla tecnocrazia europea). E non ha alcuna passione per un maggioritario di partito: per lui  le larghe intese sono quello che ci vuole ed il governo Letta era la perfezione.

L’Italicum gli è sembrato un azzardo senza né capo né coda che ha compromesso la riforma presentandola come autoritaria. E’ questo il vero richiamo a Renzi mascherato dietro il rimbrotto sulla personalizzazione del referendum che è un peccato veniale rispetto al precedente. E tanto per essere capito, ora che si mette mano alla riforma elettorale, dice senza mezzi termini, che le coalizioni non sono una bestemmia. Quindi...

Renzi ha fatto il viso dell’arme e si è comportato come uno scolaretto: “Si signor maestro, mi sono sbagliato”. Vedremo dal testo di riforma della legge elettorale se davvero crede a quel che ha detto o cerca di sgusciare con qualche altra trovata.

E’ una partita a mosse oblique e ne vedremo ancora delle belle.

02/10/2016

Cervelli in fuga: la corruzione prospera se la ricerca è sotto-finanziata

Ieri sul Corriere della Sera è stata pubblicata una mia intervista riguardo la corruzione nelle università italiane e le dichiarazioni di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità Anticorruzione. Un’intervista che merita alcuni commenti per il modo in cui è stata riportata dal quotidiano in questione.

Alle parole di Cantone, secondo cui la corruzione è causa della fuga dei cervelli dalle università italiane, ho risposto che se da un lato ero d’accordo sull’esistenza di sacche di corruzione anche all’interno dell’università, in nessun modo concordo sul nesso causale tra corruzione e fuga di cervelli. La fuga dei cervelli – locuzione di per sé infelice – è strettamente legata al disinvestimento nell’università e ricerca pubblica. Un disinvestimento che in Italia ha visto i fondi diminuire del 25% in meno di un decennio. Inoltre, la carenza di fondi, così come di strutture, sia quelle tecniche sia quelle che permettono una certa qualità della vita dentro i dipartimenti, sono fattori cruciali non solo per la ricerca, ma anche per la didattica. Troppo spesso infatti, ci si dimentica che l’università non è solo ricerca ma anche formazione e in Italia il tasso di laureati è ancora ai margini delle classifiche europee a cui va aggiunto un sempre maggiore abbandono scolastico. Un altro elemento più volte sottolineato, e di cui non c’è traccia nel testo dell’intervista, riguarda l’imbuto che si è venuto a creare sulla prima posizione stabile, cioè quella di associato, a seguito dell’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e del taglio del fondo ordinario. Insomma, ci vogliono investimenti massicci, uno sblocco vero del turnover, non leggi formali facilmente aggirabili.

Quindi – proseguo – “la fuga” avviene ben prima di avvicinarsi ai concorsi, ribadendo che la scelta è dettata proprio dalle condizioni materiali e immateriali entro cui si è spesso costretti a lavorare. Altre volte, si parte per scelta, non curanti di ciò che avviene attorno. Così arriva il punto su quanto guadagna una dottoranda a SciencesPo a Parigi – ho spiegato alla giornalista che noi siamo un regime particolare. Al di là, delle cifre in sé, il messaggio dovrebbe essere chiaro: le borse di studio devono prevedere retribuzioni adeguate. Inoltre, se all’attività di ricerca affianchiamo l’insegnamento è nostro diritto esser pagati, in modo dignitoso. Insomma, se aumenta la corruzione non è perché l’università pubblica è marcia, ma perché è sempre meno democratica: potere su poche risorse crea incentivo e meccanismi per garantire quel potere, senza metterlo mai in discussione. Invece in Italia pur di rimanere a fare il proprio lavoro e aspirare a una carriera ci ritroviamo con assunzioni iper precarie, con contratti di collaborazione o prestazioni occasionali, su progetti sempre più spesso finanziati da privati perché i fondi pubblici semplicemente non ci sono, a parità di questioni di merito. Lo stesso vale per i fondi europei che dovrebbero essere una parte minoritaria del finanziamento della ricerca pubblica.

Fin qui, quindi, in nessun caso ho parlato contro l’università e ricerca pubblica, o sull’incapacità di chi rimane in Italia. Al contrario, come viene poco elegantemente liquidato in chiusura dell’articolo, avevo sostenuto che i colleghi in Italia stanno tenendo sulle loro spalle un intero sistema, nonostante le condizioni avverse e i continui discrediti. In questo tutta la mia stima.

Senza dover riprendere frase per frase l’intervista, è necessario almeno riportare i tratti salienti taciuti o trasformati, come le condizioni minime che mi spingerebbero a tornare in Italia. Da un lato, ovviamente la retribuzione: il lavoro si paga, sempre! E la paga deve essere dignitosa. Dall’altro lato, però, ho sostenuto che la questione non è solo la retribuzione ma tutto il sistema di diritti che ruota attorno alla vita di una persona: la casa, i mezzi pubblici, i fondi per invitare i colleghi stranieri, per organizzare cicli di seminari settimanali – come si fa qui in Francia (ma non soltanto).

Tutto quanto detto finora non implica che in Francia non ci siano clientele, anzi, ma di questo nell’intervista non si parla. Nell’intervista mi si chiede se sono d’accordo con Cantone nel rintracciare nella corruzione la causa del declino dell’università italiana a cui ho fermamente risposto negativamente.

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Roma vuole cambiare, davvero. Il 4 ottobre in Campidoglio

Qui di seguito il comunicato con cui varie realtà sociali (Carovana delle Periferie, Decide Roma, Usb, Forum Salviamo il Paesaggio) danno appuntamento per una assemblea popolare martedi 4 ottobre in Campidoglio dalle ore 16.00 in poi.

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Roma vuole cambiare

Ma per farlo non basta cambiare il governo della città. È indispensabile liberarsi dei vincoli del patto di stabilità, ingaggiare una battaglia per le risorse da destinare ai servizi, alla mobilità, al ciclo dei rifiuti.

Per cambiare è necessario il protagonismo dei territori e delle periferie; della città che soffre la crisi e che aspetta alle fermate degli autobus; della città sotto sfratto e di quella che occupa spazi abbandonati per riempirli con insostituibili esperienze di solidarietà, cultura e mutualismo.

Roma può cambiare solo se a decidere sul futuro della città saranno i suoi stessi cittadini; se saremo in grado di costruire nuove forme di democrazia radicale contro gli avvoltoi che aspettano di speculare sui nostri territori e di accaparrarsi i servizi pubblici costringendo alla privatizzazione; se al centro saranno messi i beni comuni, la loro valorizzazione e gestione democratica.

Per cambiare alla città non servono (e non bastano) bravi tecnici e burocrati onesti e valutazioni infinite di ‘curriculum’ professionali, Se le competenze non sono al servizio di un progetto di cambiamento, se non si ha una visione globale e d’insieme di questa città, se il lavoro di governo non si contamina con i saperi prodotti dalle esperienze di lotta, dei comitati di quartiere e dalle associazioni, in un processo di vera e fattiva partecipazione democratica, tutto ciò che resterà non saranno altro che tagli lineari al bilancio. Tutto secondo le regole certamente, quelle stesse “regole” con cui Roma è stata "legalmente" saccheggiata per anni ed in nome di quella stessa legalità contabile, nel nome di un debito indiscutibile, impone scelte di cui pagano le conseguenze soltanto gli abitanti di questa città.

A cento giorni dall’insediamento della nuova giunta stiamo constatando la totale discontinuità con i programmi che avevano ricevuto il consenso così ampio dei cittadini romani, e che ha conferito a questa giunta un’ampia maggioranza in grado di operare radicalmente su scelte di campo sostanziali e di vero cambiamento di rotta con i diktat dei piani di rientro e dei grandi potentati economici.

E per questo, a cento giorni dall'insediamento della nuova Giunta comunale, invitiamo tutta la città solidale, i cittadini delle periferie e la città che resiste, in piazza del Campidoglio martedì 4 ottobre dalle ore 16.00 per una grande agorà: Roma vuole cambiare, cambiamo Roma!

Sono invitati a partecipare i comitati di quartiere, le realtà culturali e associative, gli spazi sociali, i sindacati di base e le realtà di lotta, i consiglieri comunali, i presidenti e i consiglieri dei municipi, la giunta capitolina.

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La vittoria dei 5 operai Fiat. Intervista all’avv. Marziale

Dopo la sacrosanta e legittima soddisfazione per il risultato della sentenza della Corte d'Appello di Napoli favorevole ai 5 licenziati della F.C.A. di Pomigliano d’Arco (Na) incontriamo l’Avvocato, Giuseppe Marziale, che, da sempre, segue questa vicenda politica, sindacale e giudiziaria e gli chiediamo alcune valutazioni all’indomani di questo pronunciamento.

Domanda: Prima di tutto una domanda che – crediamo – sia nella testa di tutti i compagni e di quanti, nel corso degli ultimi anni, hanno seguito questa lunga e complessa vicenda. Ti aspettavi questa sentenza? Avevi avuto qualche sentore circa un possibile pronunciamento dei giudici in tale direzione?

R: Sono sempre stato fermamente convinto della illegittimità dei licenziamenti che Fiat nel 2014 ha comminato ai cinque compagni. Ciò non solo per una pur fondatissima considerazione in ordine alla violazione realizzata dall’azienda della prescrizione costituzionale, sancita dall’art.21 della Carta Costituzionale, relativa al diritto di espressione e di manifestazione del pensiero ma altresì in applicazione di fondamentali norme che nel nostro Ordinamento delimitano il perimetro delle obbligazioni e dunque degli inadempimenti sanzionabili, nell’ambito del contratto di lavoro.

Che poi io fossi convinto delle nostre ragioni non solo sostanziali ma anche legali, non significa che non fossi ragionevolmente pessimista circa l’autonomia intellettuale attuale della magistratura del lavoro rispetto al pensiero liberista dominante.

Domanda: Che valutazione dai del corso giudiziario di questo iter processuale? La sentenza intervenuta è una anomalia rispetto ad un quadro del diritto del lavoro sostanzialmente bloccato nei confronti dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori oppure ci sono fattori peculiari di questo caso che hanno fatto la differenza nell’elaborazione della sentenza?

R: La sentenza della Corte d’Appello di Napoli è un importante segnale e un importante precedente che va oltre la specifica e pur importante vertenza. Il diritto del lavoro in Italia dal 2010 in poi è stato destinatario di riforme stravolgenti dell’assetto normativo in precedenza consolidato. Riforme che sono andate progressivamente a colpire, fino ad annullare in molti casi, tutele dei diritti dei lavoratori, innanzitutto democratiche nonché coerenti con il sistema civilistico italiano. Sono state abbattute conquiste sociali, sindacali e di civiltà giuridica che da decenni erano acquisite anche a seguito di vaste esperienze di lotte operaie e dei lavoratori succedutesi dagli anni sessanta del novecento in poi.

Ciò nonostante norme cardine dell’Ordinamento sopravvivono e resistono, alcune di diretta derivazione costituzionale, ma si assiste anche ad una tendenza che definirei culturale di rilevante parte della magistratura del lavoro che interpreta il mutato quadro normativo esclusivamente nella direzione di tutelare le ragioni dell’imprenditore e ciò assai spesso ben oltre le modifiche legislative intervenute, finendo per stravolgere il contesto legale esistente, anche nella sua parte, tutt’ora rilevante, in cui i diritti dei lavoratori non sono stati affievoliti (almeno non ancora) e la normativa è rimasta la medesima di prima del 2010.

In particolare e con riferimento al licenziamento disciplinare dei cinque militanti sindacali antagonisti della Fiat di Pomigliano d’Arco, l’operazione tentata da Fiat ed assecondata dal Tribunale di Nola che inizialmente aveva respinto il nostro ricorso contro i licenziamenti, è stata quella che va affermandosi tra le aziende datrici di lavoro e, cosa ancor più grave, che viene sovente assecondata nelle sentenze dei giudici del lavoro; operazione che io definisco di attuazione di una concezione neocorporativa dei rapporti di lavoro.

Concezione per la quale il dipendente finisce per “appartenere” all’imprenditore non solo nei limiti della sua prestazione lavorativa, ma altresì con tutta la sua persona e con tutte le sue convinzioni e condotte anche extralavorative e che nulla hanno a che vedere con l’attività di lavoro. Dipendente dunque che, in base a tale concezione, è vincolato all’azienda anche quando esprime le sue convinzioni politiche, sindacali e di critica alle politiche e pratiche industriali ed è destinatario così di sanzioni disciplinari che per lo più sono il licenziamento, allorquando esprima sue legittime critiche anche con forme e modalità dure e aspre ma comunque legittime, qual è stata la rappresentazione satirica e grottesca del suicidio per impiccagione dell’amministratore delegato di Fiat come nella vicenda dei cinque licenziati di Pomigliano.

Dunque la sentenza della Corte d’Appello, nel definire gli esatti termini dell’esercizio del diritto di critica e di espressione del pensiero e nel circoscrivere quell’obbligo di fedeltà all’impresa enormemente ed agiuridicamente amplificato dalla Fiat prima e dal Tribunale di Nola poi, ha specificato e dato applicazione semplicemente al principio di legalità relativo a quale è il perimetro entro il quale il lavoratore ha obblighi verso l’imprenditore in forza del contratto di lavoro e oltre il quale le condotte extralavorative del dipendente non sono passibili di sanzione disciplinare. Da ciò ritengo che la sentenza della Corte d’Appello rappresenti un forte segnale in controtendenza e come tale di rilevanza complessiva e nazionale.

Domanda: Sembra che uno dei motivi che abbia indirizzato la Corte d’Appello verso questo tipo di sentenza sia stato il dato che Mimmo Mignano e gli altri lavoratori licenziati sono stati reintegrati in virtù della loro condizione di essere stati assunti in un periodo di vigenza dell’articolo 18. Come è – drammaticamente – mutata la giurisdizione nel mondo del lavoro e che spazi di difesa legale è ancora possibile sostenere ed esercitare alla luce di queste trasformazioni autoritarie ed antidemocratiche?

R: Il licenziamento dei cinque operai è del 2014, dunque dopo la legge Fornero (legge n°92 del 2012) e prima del decreto legislativo n°23 del 2015 entrato in vigore il 7 marzo 2015, attuativo con altri decreti del cd. Jobs Act.

A tal proposito va detto che le tutele che erano previste dall’art.18 dello statuto dei lavoratori, sono state fortemente ridimensionate già con la legge Fornero, passata peraltro senza la benché minima reale opposizione dei sindacati confederali. Tale riforma prevede in estrema sintesi, per tutti i lavoratori dipendenti italiani, che per i licenziamenti che il giudice riconosca come illegittimi, intimati dal 18 luglio 2012 in poi, la tutela piena della reintegrazione nel posto di lavoro sia possibile solo in alcune e circoscritte ipotesi, mentre per una vasta tipologia di licenziamenti, pur dichiarati dal giudice illeciti, l’effetto è solo indennitario, cioè il pagamento di una somma senza però reintegrazione nel posto di lavoro.

E dunque le motivazioni alla base dei licenziamenti del 2014 di Mignano e dei suoi quattro compagni, sono state riconosciute dalla Corte d’Appello del tutto insussistenti e solo per tale ragione, anche sotto la vigenza della legge Fornero, è stato possibile ottenere la massima tutela della reintegrazione nel posto di lavoro.

Con il Jobs Act, che per i licenziamenti si applica solo agli assunti dal 7 marzo 2015 e non ai lavoratori che a tale data già avevano in corso il contratto di lavoro, la reintegrazione è stata del tutto esclusa ed inoltre l’indennità prevista è stata pure fortemente ridotta. Con tale ultima riforma il processo di cancellazione dell’art.18 dello Statuto, già avviato dal governo Monti nell’estate del 2012, è stato definitivamente portato a compimento.

Domanda: Questa sentenza – ben oltre gli effetti pratici che produrrà concretamente ai 5 lavoratori interessati – incoraggia, oggettivamente, quanti nelle fabbriche F.C.A. in Italia ed in generale nel settore privato si battono, in condizioni difficili, per far avanzare una processo di sindacalizzazione e di tutela dei diritti sindacali e sociali. Ritieni, a tuo parere, che questo compito politico/sindacale potrà giovarsi di questa sentenza e da compagno/avvocato, quale sei, che tipo di valutazioni puoi esprimere su tale interrogativo?

R: Come ho detto prima, la sentenza del 27 settembre della Corte d’Appello di Napoli riveste, a mio parere, un significato notevole che va ben oltre la specifica controversia e detta una linea giudiziaria in controtendenza che sarà della massima importanza in ogni ambito lavorativo. Resta ferma però la convinzione che ho da sempre e cioè che le vertenze giudiziarie sono o possono essere, un elemento delle iniziative di lotta e di opposizione. Elemento a volte anche importante, ma da solo del tutto insufficiente nel perseguimento dell’obiettivo della riorganizzazione e della affermazione di un forte movimento sui luoghi di lavoro di contrapposizione alle politiche liberticide, liberiste e neo corporative che avanzano.

La necessità della nascita e crescita dell’organizzatore collettivo dell’opposizione sociale e sindacale è ineludibile. Purtroppo la perdurante tendenza delle organizzazioni sindacali di base ed antagoniste a dividersi piuttosto che a confluire in processi unitari è sotto gli occhi di tutti e ciò, confesso il mio pensiero, non fa ben sperare per una ripresa efficace e di massa di esperienze di lotte antagoniste e vincitrici.

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Tornare all’altro mondo. Il colore del Sahel

L’altro mondo non è distante. Sono passati quaranta giorni e a Niamey la temperatura annunciata in volo è di 36 gradi centigradi. Dai 18 gradi di Parigi ai 24 di Genova l’altro mondo ritrovato conserva la sua calda identità tropicalizzata. Il colore è lo stesso di prima della partenza. Composto da un misto di polvere riverniciata di fresco dalla stagione delle pioggie. La carta d’imbarco fa accedere all’interno dell’aereo che dà l’impressione di conoscere la rotta, mette la musica e offre i giornali gratis. L’equipaggio di bordo s’industria per rendere il viaggio all’altro mondo di una normalità ormai acquisita. Senza turbolenze e scosse come si addice alle buone compagnie di bandiera. L’ora d’imbarco, la porta di uscita e persino il numero del sedile. Cose dell’altro mondo dove in apparenza tutto sembra calcolato come i posti a tavola e nessuno che indovini chi viene a cena stasera. Tutto previsto dal regolamento a parte il terremoto che per qualche giorno ha riempito i vuoti di cronaca estiva. Sono solo i crolli che rivelano la fragilità del sistema appena lasciato da parte. Si parla tanto di sicurezza e si spia chi arriva dal mare senza carta d’imbarco.

All’aeroporto dell’altro mondo mettono liquido sulle mani e misurano la febbre col raggio di laser blu. Si esegue così la prevenzione di malattie infettive che la temperatura alta rivela. Poi passano in fretta i bagagli sotto lo sguardo complice del personale dell’aeroporto. Si distinguono per l’uniforme i facchini col carrello che conoscono a menadito la pista per raggiungere i posteggi poco lontano. Da Parigi fino a Niamey sono poche ore di viaggio in classe economica e l’ora di partenza fissata alle 11. Quella di arrivo non essendo precisata si può immaginare un viaggio che non finisce mai. E poco dopo sfilano le strade della città che 40 giorni hanno messo alla prova. La distruzione sistematica di negozi, tende e chioschi improvvisati lungo la strada rendono la capitale solo meno normale di prima. Il proliferare delle rotonde, alcune delle quali con monumenti altamente improbabili lascia presagire il peggio. L’altro mondo si avvicina assai a quest’altro che resiste come può all’invasione dei cinesi e dei militari che hanno sempre la precedenza. Non era che il 28 settembre di un anno qualsiasi dopo 40 giorni passati all’altro mondo.

Il primo messaggio ricevuto è quello di Juliette che fa coincidere l’arrivo col primo compleanno della figlia. Seguono gli altri per qualche attimo di sorpresa come se tornare dall’altro mondo costituisse una novità. In senso contrario a quello degli sbarchi e in consonanza al mondo umanitario. Sul sedile accanto c’era infatti una dottoressa di ‘Medici senza Frontiere’ che passava il tempo di volo a guardare un film. Si preparava dunque così al suo prossimo servizio nel Niger. Resterà giusto tre mesi per occuparsi di bambini poco nutriti mentre nella fila accanto i cinesi si raccontavano storie d’altri tempi. La stagione delle piogge ha fatto il possibile per i contadini del posto e anche di più in altre regioni del paese. C’è stato il tempo per apprezzarne l’intensità ieri pomeriggio in centro città. Saltavano i tombini di scolo e la strada cambiava di odore e di colore a seconda dei liquami. I medici, gli insegnanti e universitari sono in sciopero quasi permanente e solo funzionano le cliniche e certe scuole private. L’altro mondo si avvicina e si allontana a seconda dei giorni e dei venti di sabbia. C’è chi domanda un ricordino del viaggio e a chi basta il ritorno per essere felice.

La carta d’imbarco, il passaporto e il permesso di soggiorno sono la magia dell’altro mondo che permette di accedere a quest’altro col denaro come contorno. Mondi paralleli, incrociati, insostenibili eppure vicini come Lazzaro e il Ricco senza nome che l’abisso della parabola separa. In quell’epoca non c’erano gli Airbus e il volo ammesso era quello delle aquile romane con le legioni a garantire la pace. L’abisso, invece, quello ancora rimane da colmare.

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