Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/04/2019

25 aprile, di quali schifezze dobbiamo ancora liberarci

Un po’ è colpa di quella frase di Marx (Karl, tipo interessante) sulla storia che si ripete come farsa, per cui ogni volta che vediamo segnali di fascismo pensiamo che il fascismo c’è già stato come tragedia, e ora ci becchiamo la farsa.

La faccenda è un po’ più complicata, perché ci possono essere farse molto tragiche, e una di quelle fu proprio il fascismo del Puzzone Mascelluto, il più grande serial killer nostrano, uno responsabile della morte di centinaia di migliaia di italiani che fu beccato mentre scappava in Svizzera con i complici, l’oro e l’amante, e poi sappiamo la fine.

Bene, dopotutto il 25 aprile si festeggia proprio la fine di quella schifezza omicida, ed è una festa sacra. Molti aspetti di quel fascismo, però, li ritroviamo oggi, qui e ora, quasi in fotocopia. Per esempio indicare al popolo i nemici del momento, che sono sempre i più deboli. Il rom, per dirne uno (il nazifascismo ne fece strage), il nero immigrato (quelli che aiutammo a casa loro nelle guerre coloniali usando le armi chimiche, per dire), che oggi lasciamo affogare o rispediamo nei lager della Libia. Oppure il deviante, il barbone, l’irregolare, quelli per cui si fanno allegramente leggi discriminatorie, Daspo urbani e (in questi giorni) zone rosse per spedirli fuori dai coglioni, non in centro, non nei quartieri buoni, ma in mezzo ad altri poveri, in periferia.

Bella mossa (molto fascista): così si potranno aizzare di nuovo i poveri contro i più poveri.

Il fascismo è un fuoco che si autoalimenta, come i fuochi veri. E’ per quello che i pompieri continuano a sparare acqua sulla cenere anche quando il fuoco sembra spento: dopotutto è quello che facciamo il 25 aprile.

In generale si può parlare di fascismo ogniqualvolta si opprime una minoranza. E quindi qui ce n’è in abbondanza. Non solo i pagliacci della nostalgia, quelli con le croci celtiche, i Casapound, i Forza Nuova, che sono gli squadristi di oggi. O quelli col nome in ditta, Caio, Tizio, Sempronio Mussolini e quell’altra de er nonno, er nonno, er nonno mio.

Non solo il ministro delle foto con la Nutella che fa il ganassa coi deboli e omaggia e serve i forti. Un ministro dell’Interno a cui ammazzano un narcos in centro a Milano alle otto del mattino e che il giorno dopo twitta trionfante che a Monza hanno sequestrato tre pezzetti di fumo. Insomma, uno che sa come si rinfocola il fuocherello, e infatti ce l’ha col 25 aprile, e lo insulta, bacioni.

Il fascismo – oggi che abbiamo i social network invece dell’Agenzia Stefani, i tweet di Matteo Salvini al posto delle veline – è una tecnica semplice. Si indica la fila. Lo vedi quanto è lunga! Uh! Poi si va da quelli in fondo alla fila e si dice: ehi guardate, ne arrivano altri, mandateli via! Eccoci qua, indicare l’ultimo come nemico al penultimo sempre più incazzato, mentre i primi della fila, lassù nella scala sociale, festeggiano e si fanno i cazzi loro.

Questo è, praticamente, in fotografia (menare i contadini per compiacere i grandi agrari), il fascismo di oggi. Molto simile a quello di ieri. Ma ancora una volta, non c’è solo questo.

Ci sono gli spettatori muti che dicono: “Uh, figurati!”, e anche: “Uh, che esagerazione!”. Quelli che non muovono un dito, quelli che fanno finta di non vedere, quelli che dicono, “Ma va’, fascismo, ma cosa vai a pensare!”. Quelli che (larghissima maggioranza) non se ne occupano perché la faccenda non li tocca. Dirò meglio: non li tocca ancora.

Il campo di sterminio di Mauthausen fa impressione, sì, molta. Ma fanno impressione anche le fattorie intorno. Belle fattorie nel verde morbido della campagna austriaca. Gente “perbene” che mentre lì a mezzo chilometro si sterminavano moltitudini di innocenti non vedeva, non sapeva, faceva la gnorri. O complice o finta tonta, magari diceva “Uh, figurati!”, e anche: “Uh, che esagerazione!”, e magari: “Guarda che simpatico il tipo con la Nutella!”.

Ecco un’altra cosa che somiglia al fascismo, quello di ieri e quello di oggi. Prima tragedia, poi farsa, ma anche post-farsa, speriamo non pre-tragedia eccetera eccetera.

Che poi, se andate a chiederlo a uno che sta su un canotto in mezzo al mare perché scappa da Mauthausen, e che si vuole rimandare a Mauthausen perché “prima gli italiani”, state certi che all’aspetto farsa lui non ci crede per niente.

Perché il fascismo, anche in caricatura, in bozzetto, in parodia o in felpa, per qualcuno è sempre tragedia.

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Via della Seta, cosa cambia?


Il mondo sta cambiando velocemente, anche se l’informazione “ufficiale” italiana sembra non accorgersene. E il vettore più importante del cambiamento – per dimensioni economico-finanziarie, visione d’insieme, progettualità, ecc. – è da diversi anni la Cina.

Naturalmente ogni cambiamento – come sappiamo noi italiani, alle prese con una fetecchia di “governo del cambiamento” – può esser buono o pessimo, ma è. Non vederlo è l’errore più grande che si possa fare, specie da comunisti.

Nel weekend appena concluso, a Pechino, c’è stato il secondo Forum sulla Belt and Road Initiative (Bri), chiamata anche “Nuova Via della Seta”. Lì persino alcuni tetragoni corrispondenti di media mainstream hanno dovuto ammettere che “siamo ormai nel pieno di un sempre più probabile spostamento a Est del baricentro del mondo: non è più solo una questione di trend che si scorgono all’orizzonte. Lo sviluppo economico della Cina unito a una sempre più marcata attenzione verso obiettivi di innovazione tecnologica – la Cina investe già oggi più del 2,5% del suo enorme Pil in ricerca e sviluppo – attribuiscono oggi al Regno di Mezzo il ruolo di credibile e unico alter ego rispetto agli Usa nella gestione delle sorti del mondo”.

I numeri del Forum parlano da soli. Presenti i leader di 37 Paesi (otto di più rispetto alla prima edizione), e delegazioni di quasi tutti i Paesi più rilevanti (un centinaio). Firmati centinaia di accordi, contratti, impegni che nell’insieme vanno a infittire i legami tra aree del mondo interessate allo sviluppo e, molto spesso, assai “deluse” – diciamo così – dall’approccio predatorio sempre seguito da Usa e paesi europei. Imperialismo e colonialismo, d’altro canto, sono ancora oggi parte integrante della “cultura”, quando non anche dell’aggressività militare, dei gruppi dirigenti dell’Occidente.

Senza credere nel paradiso – il mondo degli affari non lo prevede proprio – l’approccio cinese si presenta come win-win, ossia vantaggioso per entrambe le parti. Magari i singoli accordi non saranno interamente paritari, ma per molti paesi – specie i più poveri, come molti di quelli africani – sono assolutamente preferibili alle autentiche rapine compiute dagli ex (?) colonizzatori. Che in genere si limitano a corrompere il despota di turno, magari sostituendone uno proprio a quello “autoctono”, prendono tutto quel che possono (risorse minerarie o comunque estrattive, in genere) e via da un’altra parte.

Con tutte le diffidenze possibili, e a passo felpato per non suscitare le ire dell’America first – classico paradigma di approccio win-lose, dove uno vince e l’altro perde, sempre – anche i paesi dell’Unione Europea cercano di entrare nella Bri. E lo fanno con il solito atteggiamento bipolare: da un lato tanta retorica “europeista” (“dobbiamo muoverci come un soggetto unitario”), in pratica tanta concorrenza sotto traccia per spuntare i contratti migliori per le “proprie” aziende.

E’ del resto questa la logica vera dell’Unione, dove ogni trattato comunitario contiene in sé il virus della competizione interna, che sta devastando intere società (quelle dei paesi mediterranei, in primo luogo), impedisce la crescita delle economie continentali, congela i finanziamenti alla ricerca, lascia decadere gran parte delle università “non di prima fascia” e impoverisce la grande maggioranza della popolazione continentale. Persino nella Grande Germania si calcolano ormai oltre 3 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta e oltre 8 milioni che si barcamenano con meno di 800 euro al mese...

Com’è noto, l’Italia del governicchio gialloverde – alla disperata ricerca di sbocchi commerciali sottratti all’occhiuta supervisione competitiva della Commissione Europea – ha firmato a Roma poche settimane fa un “Memorandum of Understanding” direttamente con il presidente Xi Jinping. Si tratta di un “accordo quadro”, ossia un’intesa politica di fondo, che farà da cornice agli accordi veri e propri. E’ stato il primo dei paesi del G7 a fare una mossa del genere, scandalizzando i nostri democrat e sollevando le ire di Germania e Francia. Che il giorno dopo hanno mandato i propri leader a firmare contratti ancora più lucrosi, ma (ancora) senza la “cornice” regolativa di lungo periodo.

Tanto che persino qualche commentatore confindustriale è stato costretto a scrivere: “la nostra (piccola) Italia ha portato a casa un dividendo simbolico per il fatto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato l’unico leader ad avere un bilaterale e una cena riservata con il presidente Xi. Un dividendo che dobbiamo tuttavia essere capaci di convertire molto rapidamente in risultati di business concreti: infatti, gli altri Paesi europei, che già si sono accomodati al tavolo della Bri – con progetti ferroviari già operativi anche se non sbandierati ai quattro venti sui media per non urtare la suscettibilità della Commissione europea e di Trump – troveranno il modo di firmare il Memorandum con la Cina e a quel punto l’Italia non godrebbe più di alcun vantaggio comparato“.

Ma perché dei comunisti dovrebbero interessarsi a queste vicende?

Per un ottimo motivo. Noi stiamo vivendo da quasi 30 anni – dagli accordi di Maastricht in poi – in un regime economico che impoverisce progettualmente questo paese, ne inchioda le scelte alle “prescrizioni” di Bruxelles, ne ha distrutto buona parte della capacità produttiva e persino della famosa “inventiva” italiana (che era fatta di buone scuole, ottime università, selezione in base alle capacità e non al censo, ossia ai “figli di qualcuno”). E che soprattutto, lo condanna a un declino senza possibilità di riscatto.

Qualunque sia il governo in carica. L’esperienza di Syriza e Tsipras, da questo punto di vista, è tombale rispetto alle illusioni di poter “trattare” con o “cambiare” l’Unione Europea.

Abbiamo spesso definito questa condizione come una “gabbia”, da cui non si può fuggire.

La Via della Seta, invece, comincia ad essere un’alternativa concreta e praticabile. Qualsiasi sia il governo in carica, non paradossalmente. Non perché i cinesi siano “buoni” o “meglio” degli attuali partner strategici, ma semplicemente perché sono altri partner. E anche l’ultimo degli economisti liberali riesce a capire che è meglio avere diverse alternative contrattuali piuttosto che sbattersi contro un “monopolio minaccioso e strapotente”.

Quando, nella disperante mentalità della autonominata “sinistra radicale” italiana, si comincerà a capire che “rompere l’Unione Europea” significa poter decidere come società il proprio destino e con chi provare a condividerlo – non “ritornare allo Stato-nazione” che sta solo nei sogni della destra liberista ma “poraccio-nazionalista” – sarà un gran giorno.

Basta che non avvenga troppo tardi...

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Esercitazioni Nato tra “minaccia russa” e crescenti spese militari


Mentre il SIPRI rendeva note ieri le spese complessive mondiali in armi, salite a 1,8 trilioni di dollari nel 2018 (+2,6% sul 2017 e +76% sul 1998), cominciavano in Estonia le manovre NATO “Spring Storm-2019”, che andranno avanti fino al 17 maggio, con la partecipazione di oltre 9.000 soldati di 13 paesi, compresi Finlandia, Georgia e Ucraina, non ancora membri effettivi dell’Alleanza atlantica. Per “contrastare la minaccia russa”: ça va sans dire.

Praticamente senza soluzione di continuità, quelle estoni seguono gli “addestramenti” del gruppo tattico multinazionale (forze ceche, olandesi, tedesche, norvegesi e lituane) “Eager Leopard”, iniziati il 17 aprile a Pabrade, in Lituania, in preparazione delle esercitazioni vere e proprie, le “Iron Wolfe”, che inizieranno a giugno, sempre in Lituania.

Mentre più a sud, nel mar Nero, dal 5 al 13 aprile, cinque unità del Standing NATO Maritime Group Two (SNMG2) avevano preso parte all’esercitazione “Sea Shield”, con oltre 20 vascelli di USA, Romania, Bulgaria, Canada, Grecia, Paesi Bassi e Turchia che operavano nel Maritime Patrol Aircraft (MPA), ecco che, ancora nell’area baltica, l’Ungheria si appresta a guidare a maggio la NATO’s Baltic Air Policing, con caccia JAS-39 Gripen di stanza alla base di Šiauliai in Lituania.

A questa missione “di polizia”, la Spagna parteciperà con F-18 di stanza a Šiauliai e la Gran Bretagna con Eurofighter di base a Ämari, in Estonia. E’ questo, secondo il sito ufficiale della NATO, il cinquantesimo dispiegamento del Baltic Air Policing dal 2004 (da quando cioè Estonia, Lettonia e Lituania hanno aderito alla NATO) condotto a turno da tutti i Paesi membri dell’Alleanza atlantica, Italia compresa, naturalmente.

Le manovre estoni cominciate ieri, interessano le contee settentrionali di Lääne-Virumaa e Ida-Virumaa, a est di Tallin; la parte propriamente operativa delle esercitazioni aero-terrestri si svolgerà dal 2 al 10 maggio. Oltre a truppe estoni e milizia volontaria Kaitseliit, vi prendono parte militari francesi e britannici del Battaglione multinazionale schierato nel Paese, oltre a soldati USA, tedeschi, belgi, canadesi, lituani, lettoni, finlandesi, georgiani e ucraini. E’ previsto l’impiego di un paio di centinaia di mezzi corazzati, tra cui carri Challenger-2 e Leclerc, trasporti truppe Warrior; per la parte aerea: caccia Eurofighter tedeschi e britannici, velivoli d’assalto Su-22 polacchi, elicotteri Wildcat e Apache britannici, e Pave Hawk USA. La parte marittima delle esercitazioni verrà condotta da unità estoni dal 6 al 9 maggio.

Il lato, per così dire, sarcastico, della storia è che lo Stato maggiore estone si è rivolto alla popolazione, affinché mostri “comprensione” per il temporaneo disagio dovuto al via vai di mezzi militari e alle restrizioni della circolazione ai mezzi civili, per il rumore provocato da blindati, aerei e sparatorie nei poligoni.

Lo Stato maggiore invita i civili a prestare “maggiore attenzione ai bambini e agli animali domestici”, assicurando che eventuali danni “verranno compensati”. Sputnik Estonia nota anche come, certo non casualmente, la principale parte operativa delle manovre sia stata fatta coincidere con le celebrazioni del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, proprio in un’area abitata da popolazione prevalentemente russa, come le zone di Sillamae e Vaivara, Oru e Voka, Jõhvi, Ahtme e Sompa.

D’altronde, non da ora, si sottolinea il ruolo giocato dall’isteria della “minaccia russa” nel sostenere gli interessi del complesso militare-industriale. L’esperto Aleksandr Pylaev rileva su Sputnik.ru come le esercitazioni militari, soprattutto oggi, servano da volano “all’attuale amministrazione statunitense, che sta cercando in tutti i modi di spingere i paesi NATO ad aumentare la quota del PIL destinata a spese militari.

Per fare un esempio, le passate manovre NATO in Norvegia – le più estese dai tempi della Guerra Fredda, con il coinvolgimento di 29 paesi, oltre 50 vascelli, 250 aerei, diecimila mezzi di trasporto e cinquantamila uomini – sono costate non pochi soldi ai Paesi NATO: 180 voli e 60 navi noleggiate, soltanto per il trasferimento di equipaggiamenti e personale, senza contare i costi per munizioni, carburante, ecc. Secondo Sputnik, il volume di contratti con le sole società norvegesi per far fronte alle esercitazioni era stato stimato in 159 milioni di euro.

Nel maggio 2016, quando gli Stati Uniti iniziarono a dispiegare i sistemi di “difesa missilistica in Europa”, ricorda Pylaev, Vladimir Putin affermò che la Russia non si sarebbe lasciata trascinare in una nuova corsa agli armamenti, ma avrebbe fatto comunque di tutto per preservare “l’equilibrio strategico delle forze e prevenire conflitti militari su larga scala”.

Ed ecco che la Russia, secondo i dati pubblicati ieri del SIPRI (per alcuni Paesi, le cifre si discostano in più o in meno da quelle calcolate dal Jane’s Defence Budget), ha lasciato la quinta posizione mondiale per spese in armamenti, che occupava dal 2006, ed è ora sesta, dietro a USA (649 miliardi $), Cina (250), Arabia Saudita (67,6), India (66,5) e Francia (63,8); a questi primi 5 Paesi va il “record” del 60% delle spese militari mondiali che, complessivamente, si sono attestate a 1.882 miliardi $ (di cui 1.470 ai primi 15 Paesi del mondo): vale a dire che, prima ancora che il governo giallo-razzista approvasse la Legge sulla “legittima difesa”, lo scorso anno ogni abitante del pianeta “ha speso” in armi 239 dollari.

Tuttavia la Russia, pur scendendo al 6° posto per la spesa, per la prima volta dagli anni 2000 è balzata alla 2° posizione (9,5% del commercio mondiale) per vendita di armamenti, tra USA (57%) e Gran Bretagna (9%). Secondo il SIPRI, nel periodo 2014-2018, il 75% del volume complessivo di export di armamenti è stato realizzato da USA (36%), Russia (21%), Francia (6,8%), Germania (6,4%) e Cina (5,2%); seguono Gran Bretagna (4,2%), Spagna (3,2%), Israele (3,1%), Italia (2,3%).

Ma il SIPRI segnala anche come vari Paesi dell’Europa centrale e orientale abbiano notevolmente aumentato le spese militari nel 2018: la Polonia del 8,9% e l’Ucraina addirittura del 21%, arrivando a 4,8 miliardi $; aumenti tra il 18 e il 24% anche per Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania; la spesa complessiva dei 29 Paesi NATO è stata di 963 mld $, pari al 53% della spesa mondiale.

Tutto ciò è dovuto, afferma Pieter Wezeman del SIPRI, “alla crescente percezione di una minaccia proveniente dalla Russia”, anche a dispetto del “fatto che le spese militari russe siano diminuite negli ultimi due anni”. Secondo i calcoli del SIPRI, la spesa militare russa nel 2018 è stata di 61,4 miliardi di dollari, diminuita del 3,5% rispetto al 2017, pur se, come ricorda la russa RT, nel rating mondiale stilato lo scorso anno da Business Insider, la Russia occupava il secondo posto per potenza militare, dietro a USA e davanti a Cina, India e Francia.

Dunque, è per prevenire la “minaccia russa” che si devono avviare esercitazioni sempre più estese e sempre più costose.

Le industrie delle armi ringraziano.

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Venezuela - Nuovo tentativo di golpe, già sventato


Senza tregua, l’imperialismo statunitense continua a cercare di rovesciare con mezzi violenti il legittimo governo di Nicolas Maduro.

Juan Guaidò ha chiamato alla “sollevazione” i militari presentandosi nei pressi de La Carlota, base dell’aviazione venezuelana, attorniato da militari armati con fucili – secondo un piano palesemente preparato – proclama quello che di fatto è un colpo di stato, invitando la gente a scendere per strada.

Vicino a lui uno dei peggiori protagonisti della storia politica recente del paese, quel Leopoldo Lopez (accusato di numerosi crimini) che i militari golpisti stanotte hanno prelevato dalla residenza dov’era detenuto agli arresti domiciliari, assumendosi così la responsabilità di rimettere in strada un criminale.

Il governo, con un tweet di Jorge Rogriguez, ha avvisato la popolazione per informarla che le forze regolari hanno già provveduto a “disattivare” il gruppo di traditori. E smentisce che la base aerea sia stata “presa” dai golpisti.

“Nessuna installazione militare è stata violata nel paese, sono per strada nel distributore di Altamira e stiamo dirigendo le operazioni dalla base aerea di La Carlota”, ha spiegato poi Diodado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente.

Allo stesso modo, il governo nazionale ha invitato il popolo venezuelano a trasferirsi a Miraflores per respingere il tentativo di colpo di stato.

All’inizio di questo martedì il vicepresidente della comunicazione, Jorge Rodríguez, ha riferito che un gruppo di soldati si trovava nel distributore di Altamira, nella parte orientale di Caracas, per promuovere un colpo di stato insieme all’estrema destra.

Il Venezuela è stato sottoposto negli ultimi mesi a un assedio internazionale che ha incluso il sostegno degli Stati Uniti all’autoproclamazione come presidente ad interim del deputato dell’opposizione Juan Guaidó, che è stato denunciato come un continuo colpo del governo nazionale.

Le autorità delle diverse istituzioni dello Stato hanno stabilito una posizione di rifiuto del tentato colpo di stato.

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30 aprile 1975 - La Liberazione del Vietnam

Il 30 aprile 1975 i Vietcong e i soldati dell’esercito del Vietnam del Nord entrano a Saigon, capitale del cosiddetto Vietnam del Sud, ponendo fine al regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti. Un successo militare e, soprattutto, politico della lunga lotta di liberazione nazionale condotta dal popolo vietnamita il quale nel corso di un paio di decenni sconfisse prima il colonialismo francese e poi le forze di aggressione dell’imperialismo statunitense.

Nonostante decenni di criminali bombardamenti dal cielo da parte delle “fortezze volanti” USA sulle città del Vietnam del Nord, nonostante quasi 500.000 soldati americani che erano stati inviati a combattere sul terreno, nonostante l’evidente sproporzione di uomini, forze e mezzi la resistenza del Vietnam si impose a dispetto degli strateghi delle varie accademie militari americane e delle teste d’uovo di Washington.

Una grande impresa collettiva, costata sangue, sacrifici e lutti, che trionfò grazie alla lungimiranza, alla strategia e alla tattica del Partito Comunista del Vietnam, del suo segretario Ho Chi Minh e di veri e propri scienziati dell’arte della guerra come il Generale Giap.

Una grande epopea che ebbe il sostegno entusiasta da parte di un vasto ed articolato movimento di solidarietà internazionalista a scala globale e l’appoggio materiale di paesi come l’Unione Sovietica e la Cina i quali compresero perfettamente che l’aggressione al Vietnam era una tappa della più generale lotta tra “capitalismo versus socialismo” che si combatteva in tutto il continente.

Ricordiamo la liberazione di Saigon consapevoli che – ancora oggi – al di là della narrazione dominante circa l’ineluttabilità del capitalismo e dei suoi odiosi rapporti sociali – l’Imperialismo continua ad essere una tigre di carta e che il popolo, solo il popolo, è la forza motrice della storia!


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Affinità-divergenze tra la compagna Greta e noi

E l’acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi,
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.
Un’isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba,
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva.
Pierangelo Bertoli


Nelle ultime settimane si è imposto al centro del dibattito, in forme nuove e inedite, il tema dell’ambientalismo. Ci sono state enormi manifestazioni in tutto il mondo; di particolare rilievo anche quelle che si sono tenute in Italia, soprattutto se si considera la difficoltà di mobilitazione delle masse che attualmente affrontano i vari movimenti politici.

Il movimento ambientalista cova in sé valori e visioni del mondo condivisibili e ricchi di potenzialità. La battaglia per la difesa dell’ambiente è la nostra battaglia e deve essere una priorità per chiunque oggi faccia lo sforzo di provare a immaginare un’alternativa al sistema economico dominante. Al contrario, la particolare sfumatura di ‘radicalismo chiacchierone’, stando alla quale occuparsi dell’ambiente prima di avere abbattuto il capitalismo sarebbe un vezzo borghese, è semplicemente una stupidaggine, buona soltanto per fornire una giustificazione alla propria inutilità e marginalità.

Tuttavia, è importante individuare potenziali elementi contraddittori del movimento che in questi giorni ha riacceso i riflettori su una tematica così importante, elementi che, spesso contro la stessa volontà soggettiva di chi è impegnato in sacrosante battaglie, finiscono per rendere molte istanze pienamente compatibili con gli equilibri dell’ordine socio-economico costituito.

La principale grande contraddizione di alcuni movimenti ambientalisti, una parte dei quali convergenti nelle più recenti mobilitazioni di piazza, è quella di non individuare nel modo di produzione dominante la vera causa dell’inquinamento ambientale, della distruzione degli ecosistemi e dei paesaggi, nonché del fragile equilibrio che esiste tra natura e uomo. In secondo luogo, in molti movimenti ambientalisti – sorti a partire dagli anni ’80 come valvola di sfogo del riflusso che era seguito alla sconfitta dei movimenti della sinistra extra-parlamentare del decennio precedente – si è avuta la forte tendenza a sostituire alla critica dello sfruttamento del lavoro la critica dello sfruttamento dell’ambiente in quanto tale, come dinamica separata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Questa mancata considerazione della centralità del modo di produzione capitalistico ha tre immediate conseguenze:

- il richiamo a buone azioni individuali da parte del singolo come apparente e falsa soluzione del problema;

- un orizzonte di azione limitato, per cui l’obiettivo di fondo sarebbe risolvere le problematiche ambientali anche in un’ottica di piena compatibilità con il modo di produzione capitalistico;

- la non individuazione del fatto che, senza la messa in discussione delle basi del sistema economico dominante, forti interessi imprenditoriali sono perfettamente in grado di cavalcare l’onda ambientalista investendo, spesso sostenuti da lauti finanziamenti pubblici, in settori del cosiddetto ‘capitalismo verde’, con tutte le conseguenze distributive che ciò comporta.

Un’analisi più approfondita degli stretti legami tra modo di produzione e ambiente può invece contribuire a evitare alcune delle potenziali derive del movimento ambientalista, la cui nascita e crescita è sicuramente un’opportunità per migliorare il rapporto tra l’uomo e la natura. Proprio per rendere questo movimento più forte, e la sua azione più efficace, confidando che la critica sia costruttiva e che il movimento esca rafforzato dal dibattito interno, proviamo ad affrontare le tre questioni più analiticamente.

Le buone azioni individuali come apparente e falsa soluzione del problema

Nel recente dibattito sui cambiamenti climatici o sui problemi dell’inquinamento ambientale, spesso si sentono appelli generici all’adozione di comportamenti individuali virtuosi e rispettosi dell’ambiente, quasi fosse la via preferenziale per risolvere gli squilibri causati dalle azioni antropiche sugli equilibri naturali. Si tratta di un ambientalismo che potremmo definire ‘individualista’ nel metodo e nel merito. Stando a questo approccio, l’azione individuale, anziché quella collettiva, viene vista come mezzo per raggiungere gli obiettivi preposti. Da un lato, si tende a far ricadere le responsabilità sul singolo consumatore che utilizza troppa plastica, che non effettua la raccolta differenziata o che prende la macchina per andare al lavoro. Dall’altro, si pone l’attenzione su comportamenti del singolo individuo, spesso non controllabili, non verificabili o magari, in alcuni casi, neanche realmente inquinanti e allo stesso tempo si sorvola sulle gigantesche responsabilità delle grandi industrie che producono adottando tecnologie altamente inquinanti e devastando interi territori.

Peraltro, senza cambiare il sistema di produzione tramite regole, è difficile che il singolo modifichi i propri comportamenti: ad esempio, finché si confeziona in plastica ogni prodotto è molto difficile che il consumatore litighi con ogni commerciante per come viene impacchettata la merce acquistata. È possibile che qualcuno lo faccia, ma nei grandi numeri questo non avviene per ovvie ragioni (discorso simile si può fare per la delega al consumatore del controllo fiscale del commerciante mediante la richiesta dello scontrino).

Il ‘tipico’ ragionamento errato è il seguente: se io riuso il mio sacchetto della spesa, magari anche non di plastica, e lo dico ai miei amici e tutti i miei amici lo dicono ai loro amici, prima o poi non si userà più plastica, e (forse) questi sacchetti non saranno più prodotti. Un ragionamento diverso potrebbe, invece, essere il seguente: tramite un aperto impegno politico ottengo una legge che vieti l’utilizzo di sacchetti in plastica nei supermercati. Nel primo caso si ha un ragionamento autoassolvente – poiché è verosimile che la mia singola condotta tendenzialmente non cambierà niente – che appaga la coscienza senza che siano richiesti grandi sforzi. Nel secondo caso si può aspirare a ottenere il risultato sperato, ma è molto più faticoso: bisogna aderire ad un partito o fare pressione su un partito perché proponga e approvi la legge, oppure raccogliere firme, sensibilizzare l’opinione pubblica... in poche parole, occorre attivarsi realmente.

L’ambientalismo individualista produce, inoltre, un effetto di selezione avversa per cui l’ambientalismo stesso diviene un orpello dei ricchi o di chi può permetterselo, scatenando rabbia e invidia sociale nei poveri, spesso la maggioranza. Il caso dei gilet gialli è il più lampante, ma pensiamo a quanto sia difficile utilizzare biciclette anziché automobili da parte di chi non vive vicino al posto di lavoro e deve ogni giorno attraversare la città dalla periferia al centro e ritorno, con ogni condizione climatica: la colpa dell’inquinamento non può pertanto essere affibbiata al lavoratore che, oltre che essere sfruttato, dovrebbe sentirsi anche in colpa per l’inquinamento. Piuttosto, andrebbe considerato il fatto che il sistema non offre alternative efficaci a basso inquinamento, quali un sistema di mezzi pubblici funzionante e capillare.

È evidente, del resto, che l’apparato di potere politico-mediatico che sostiene il sistema di relazioni economiche dominante lavora alacremente per alimentare il sentimento ambientalista individualista, rinfocolando il senso di colpa dei singoli individui consumatori, rei di praticare comportamenti non virtuosi, per assolvere indirettamente i veri protagonisti della distruzione del pianeta: le grandi imprese che devastano ogni giorno ambiente e territorio.

In sostanza, l’ambientalismo non può essere individuale o ‘a misura d’uomo’: per affrontare questi temi, anche coinvolgendo la comunità scientifica che già da anni pone questioni e soluzioni, criticità e risposte, occorre riconoscere che solo tramite la politica e l’azione collettiva si può cambiare il mondo. Il primo passo sarebbe, pertanto, comprendere che la causa prima dell’inquinamento non è una filosofica malvagità umana, ma piuttosto una pratica economica quale il capitalismo, e in particolare il liberismo e il progressivo arretramento dello Stato davanti all’avanzare del mercato.

La limitatezza dell’orizzonte di azione e la compatibilità con il modo di produzione capitalistico

A ciò si lega il secondo aspetto critico: è vacuo, contraddittorio o persino controproducente portare avanti una battaglia seriamente ambientalista senza combattere al contempo il sistema di produzione che danneggia l’ambiente, cioè il capitalismo in quanto tale. Il capitalismo in sé, un sistema basato sul mero incremento del profitto, tende, oltre a generare il sistematico sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ad un inevitabile sfruttamento delle risorse naturali. È davvero ragionevole sperare che un sistema che produce povertà e disuguaglianze possa essere limitato sulla base di sincere remore ambientali? Va, tuttavia, anche detto che una regolazione finalizzata quantomeno a limitare la devastazione dell’ambiente e delle risorse naturali è in via ipotetica pensabile (e da diversi paesi almeno in parte già attuata) anche dentro al modo di produzione corrente, tramite forme più o meno blande di tutele ambientali che non intaccano in modo rilevante gli interessi dei capitalisti. Il problema diventa allora capire su chi ricade, in termini di distribuzione degli oneri, il costo della salvaguardia dell’ambiente. Ecco che la questione ambientale non può essere in alcun modo disgiunta da quella sociale e distributiva, a livello nazionale e internazionale. L’uso di tecnologie meno inquinanti, la riconversione della produzione, la capacità di riciclare ciò che è riciclabile, sono azioni costose i cui costi possono essere variamente distribuiti a seconda di scelte eminentemente politiche. In paesi dove si vive con meno di un dollaro al giorno, e si muore di fame, non molti avranno a cuore l’ambiente, pressati da problemi più urgenti, e, se anche ci fosse la volontà, mancherebbero le risorse materiali. Laddove, invece, nei paesi ricchi vi siano risorse potenziali abbondanti per abbattere l’inquinamento, occorre chiedersi chi si stia davvero sobbarcando i costi della possibile transizione ecologica.

Non è quindi possibile scindere la critica allo sfruttamento dell’ambiente dalla critica allo sfruttamento dell’uomo. Credere che sia sufficiente una sensibilizzazione dei decisori di politica ambientale sui danni che il sistema economico arreca all’ambiente a beneficio della collettività, fuori da una più generale critica dei meccanismi capitalistici, è nel migliore dei casi una mera illusione, nel peggiore una concezione che non tiene conto in alcun modo dell’impatto distributivo della tutela dell’ambiente.

Il ‘capitalismo verde’, ossia come gli interessi dominanti sono in grado di cavalcare l’onda ambientalista

Questo ragionamento ci porta in modo naturale alla terza considerazione e contraddizione. È ormai da diversi anni nota la capacità del capitalismo di fagocitare il tema ambientale, depotenziandolo e trasformandolo in occasione di profitto. Da almeno due-tre decenni si parla di ‘capitalismo verde’ in riferimento a tutto quel mondo, in rapida crescita, di imprese, spesso grandi multinazionali, dedite alla produzione di energie rinnovabili oppure che si fregiano di adottare tecnologie produttive ad un più basso tasso di emissioni inquinanti. Qui il problema è duplice.

Da un lato si pone una questione di direzione della ricaduta dei costi della riconversione ecologica. Sovente le imprese che producono energie rinnovabili ricevono fiumi di sussidi dai governi, pagati tramite la fiscalità generale che è sostenuta nell’essenziale dai lavoratori. A riguardo, il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli (una sorta di censimento dei sussidi statali curato dal Ministero per l’Ambiente) indica che, nel 2016, dei 41 miliardi di aiuti al sistema produttivo (che si sostanziano in sgravi fiscali e sussidi diretti), ben 16 sono stati considerati ‘ambientalmente favorevoli’, e pertanto assimilabili a varie realtà operanti nel variegato universo del capitalismo verde.

Dall’altro, ed emblematica è a riguardo l’attualissima vicenda francese, le misure proposte per ridurre l’inquinamento da parte dei governi passano per la maggior tassazione di beni inquinanti il cui uso ricade essenzialmente sulle fasce di reddito basse e medie (come l’automobile). Se si vuole avere come bussola un impatto distributivo non regressivo di una politica ambientale, il primo passo è rifiutare ogni delega della stessa al mercato. Politiche di tutela dell’ambiente e di riduzione dell’inquinamento non possono che passare per un intervento pubblico di pianificazione e controllo, che non rimetta nelle mani degli attori privati tramite gli incentivi di mercato la gestione dei processi e che non incida in modo iniquo sulla distribuzione del reddito, facendo pesare i costi della riconversione ecologica sulle fasce più deboli della popolazione tramite politiche fiscali di stampo regressivo. Tutto l’opposto insomma di quelle politiche ‘ambientaliste’ di stampo liberista che delegano al mercato la soluzione dell’inquinamento e che hanno fatto esplodere in Francia la sacrosanta protesta dei gilet gialli contro l’ultraliberista e ambientalista à la page Emmanuel Macron.

Per concludere

La cura dell’ambiente e della natura è una priorità assoluta per la stessa sopravvivenza dell’uomo e per una buona vita sana, equilibrata e rispettosa del contesto in cui l’uomo vive, ovvero il pianeta Terra. Se però si inverte la logica e la tutela della natura diviene un obiettivo quasi autonomo dalla tutela della dignità umana e dalla lotta contro ogni sfruttamento, si può finire risucchiati in un vicolo stretto e senza uscita. È per molti aspetti vero che l’economia di mercato non tollera alcun limite alla massimizzazione del profitto, ivi compreso il limite al libero sfruttamento dell’ambiente, della terra, dei mari e dell’aria; allo stesso tempo è anche vero che, alla lunga, lo sviluppo tecnologico potrebbe dar vita a tecnologie sempre meno distruttive dell’ambiente e sempre meno costose. E tuttavia, se anche questo mai accadesse, il capitalismo, per sua stessa definizione e tensione naturale, continuerebbe a perpetrare il quotidiano sfruttamento sistematico dell’essere umano. A quel punto, un ambientalismo che non parta dal presupposto della critica del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento del lavoro si potrebbe perfettamente conciliare con quel modo di produzione che pratica l’annichilimento dell’essere umano per la massimizzazione del profitto: una conclusione che demolirebbe lo stesso fondamento umanistico di ogni concezione solidaristica del mondo cui l’ambientalismo tuttavia si richiama.

In conclusione, ambientalismo ed ecologismo possono essere forze propulsive dell’emancipazione e della solidarietà, se inseriti in una visione più generale dei rapporti sociali che parta da una critica radicale del modo di produzione dominante e da una proposta radicale di trasformazione dei rapporti sociali. Bisogna rivendicare un mondo sano, un ambiente salubre e una Terra pulita per il miglioramento della qualità della vita umana in armonia con il contesto naturale. Del resto, di un mondo pulito dove vivono esseri umani in catene, cosa ce ne faremmo?

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Tragedia sfiorata all’ArcelorMittal: onda di acciaio liquido investe linea con operai al lavoro

Durante il turno di notte di domenica 28 aprile, alle ore 3.30, nel reparto colata continua 1 dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto si è verificato un grave incidente che ha posto a serio rischio la vita dei lavoratori.

Durante la fase di colata un’onda di acciaio incandescente ha investito tutta la linea coprendo il coperchio della lingottiera.

Per fortuna gli operatori in quel momento erano nel pulpitino ma solo qualche minuto prima effettuavano il cambio tubo (come da programma). Gli operatori prima dell’onda di acciaio hanno sentito un forte boato e hanno potuto mettersi in salvo.

Si è sfiorata una tragedia che poteva coinvolgere diversi lavoratori in maniera irreparabile. Questa tipologia di evento incidentale si è verificata diverse volte anche in passato, ogni volta i lavoratori escono incolumi per pura fortuna ed ogni volta puntualmente denunciamo l’accaduto.

Ancora più grave è il fatto che questa mattina i responsabili dello stabilimento hanno ordinato la ripartenza della linea senza aver compreso cosa è realmente successo e che cosa ha causato l’esplosione e la conseguente onda di acciaio liquido che ha investito la linea dove operano i lavoratori.

Torniamo quindi a giocare con la vita dei lavoratori e chi gestisce questi impianti non è in grado di garantire la sicurezza.

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PD, ossia gli “antifascisti” del “ma anche” un po’ amici dei fascisti

Oggi – riferiscono le agenzie di stampa – il segretario metropolitano del Pd di Milano, Silvia Roggiani, parteciperà alla commemorazione istituzionale in memoria “di due vittime della violenza politica, Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi”. Lo ha annunciato la stessa Roggiani in una nota nella quale condanna la scelta della destra milanese di sfidare (sempre lunedì, ma nel pomeriggio) il divieto di corteo imposto nei giorni scorsi dal prefetto.

“Estrema destra, criminalità organizzata e tifoserie sempre più legate in un groviglio di intrecci pericoloso. Tra loro ci sono quelli che alla vigilia del 25 Aprile hanno oltraggiato Milano con un omaggio al duce, e sono gli stessi che adesso si preparano a sfidare il divieto della Prefettura e sfilare in un corteo che inneggia a valori fascisti contrari alla nostra Costituzione”, ha sottolineato Roggiani.

L’esponente dem ha quindi spiegato che lunedì 29 aprile parteciperà “alla commemorazione istituzionale in memoria di due vittime della violenza politica, Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, mentre nel pomeriggio il Pd Milano Metropolitana sarà al fianco dell’Anpi e delle forze antifasciste, in piazzale Dateo, per ricordare un altro assassinio politico, quello di Gaetano Amoroso, e condannare chi vuole resuscitare l’ideologia fascista”, ucciso nel 1976 da militanti di estrema destra.

Vi ricorda qualcosa? È l’”equidistanza” di Veltroni, che da sindaco di Roma intitolava un parco pubblico a Valerio Verbano e contemporaneamente concedeva a Casapound il palazzo centralissimo – via Napoleone III, a cento metri dalla stazione Termini – per farne la base operativa dello squadrismo fascista.

E’ l’”equidistanza” di Luciano Violante, che nel discorso di accettazione della nomina a presidente della Camera, lanciò un pensiero nostalgico ai “ragazzi di Salò”, ossia ai repubblichini nazifascisti che collaboravano con le SS nella guerra contro i partigiani e gli Alleati.

Ecco, chi ritiene di dover essere “equidistante” tra i criminali contro l’umanità e i combattenti per la libertà è politicamente una barricata a difesa del fascismo. Sono questi quelli che lo hanno ri-legittimato, giustificandolo, proteggendolo, coccolandolo. Fino a consegnare al Salvini di turno un “senso comune di massa” su cui pasteggiare elettoralmente.

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