Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/12/2019

Decàde

di Alessandra Daniele

Quest’anno il Movimento 5 Stelle ha celebrato il decimo anniversario della sua nascita suicidandosi.

Per andare al governo, s’è svenduto a tutti i Mattei che accusava d’avere distrutto il paese, portando Salvini al 33% dei votanti, e resuscitando Renzi.

Ha dato via libera a tutte le rovinose Grandi Opere che prometteva di bloccare.

Ha obbedito a tutti i diktat UE, USA, NATO, BCE, come il più diligente dei droni.

Ha occupato tutte le poltrone, poltroncine, seggiole, seggiolini e sgabelli che è riuscito a raggiungere.

Ha rifinanziato i lager libici.

Ha illuso i riders, i truffati dalle banche, i terremotati, i lavoratori di centinaia di crisi aziendali, per poi abbandonarli.

Ed ha ovviamente perduto tre quarti dei voti, riducendosi a cercare di ritirare la propria lista dalle elezioni regionali per eccesso di ribasso, come si fa coi titoli fallimentari in borsa.

Un vero e proprio record.

Ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo Economico, ministro degli Esteri, vicepremier, capo politico del M5S, anche la carriera di Luigi Di Maio è da record: in 18 mesi ha ricoperto ben cinque alte cariche, senza mai esercitarne davvero nessuna, perché totalmente privo delle capacità e delle competenze necessarie.

Era più qualificato il cavallo senatore di Caligola.

Al momento, Gigi il Fenomeno è commissariato da Grillo, che lo trattiene per un orecchio dallo scappare a iscriversi alla Lega insieme ai suoi “fedelissimi”.  ncapaci, strafottenti, voltagabbana, quelli della banda di Maiana condividono tutte le principali caratteristiche del loro capo corrente, e sono fra i peggiori parassiti che la politica italiana abbia mai prodotto, il che è tutto dire.

Con loro, il Movimento 5 Stelle è diventato l’infestazione che prometteva di debellare. La malattia di cui si fingeva la cura.

Grillo cerca adesso pateticamente di salvarne i resti riciclandoli come minions del PD, come d’alemiana “costola della sinistra”.

Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra.

E non è neanche equidistante, trasversale, ortogonale, post-ideologico, o qualche altra stronzata del genere.

Il Movimento 5 Stelle è di destra.

Il qualunquismo è di destra.

Ed è una truffa.

Un buco nero che ha inghiottito e neutralizzato più d’un decennio di proteste e speranze che altrimenti avrebbero potuto fare la differenza. Dieci anni nei quali l’Italia sarebbe potuta cambiare davvero.

Un’arma di distrazione di massa che quindi, invece di realizzare il cambiamento promesso, l’ha di fatto impedito.

Il Movimento 5 Stelle è di destra, ed è una truffa.

Quindi è l’alleato ideale del PD.

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Leonard Cohen - Thanks For The Dance

Non era sembrato vero a molti di noi ritrovarsi ad amare la musica di Leonard Cohen, quando dopo otto anni d’oblio discografico, che sembravano averne relegato la grandezza a un intoccabile passato d’artista, era apparso come un'epifania un disco intenso e ispirato come “Old Ideas”. Ad onor del vero, neppure il prevedibile “Ten New Songs” e lo sfarzoso intimismo di “Dear Heather” erano riusciti a intaccarne il mito, ma nessuno immaginava che l’artista canadese potesse marchiare a fuoco anche l’affollato terzo millennio.

“Old Ideas” è stato a tutti gli effetti un disco premonitore di una rinascita creativa: il tono lezioso delle ultime prove era scomparso, la forza della parola e del suono era di nuovo al centro della poetica di Cohen. Un’energia spirituale che non è stata né sminuita né intaccata neppure dalle sonorità più confortevoli e corpose del pregevole “Popular Problems”. Il futuro era ancora l’orizzonte verso il quale Cohen volgeva lo sguardo, pieno d’amore per una vita che gli stava sfuggendo dalle mani, ma che non gli impediva di stilare un prezioso testamento spirituale (“You Want It Darker”), ultimo/non-ultimo capitolo di un autore poco avvezzo a mettere la parola fine alla sua lunga e quasi biblica produzione discografica.

I titoli di coda che scorrevano sulle note di “String Reprise/Treaty” non avevano esaurito del tutto il dialogo di Cohen con il pubblico, era un addio in parte canonico, romantico, sofferto, ma era facile intravedere dietro quelle note uno spiraglio, una speranza, un ultimo colpo da maestro.

Spetta dunque a “Thanks For The Dance” la perfetta chiusura del cerchio, è un po’ come se il corpo di Cohen non avesse conosciuto il livor mortis, il cuore pur fermo ancora pompa sangue, e qualche lacrima, ma anche una sottile lieve speranza.

Non importa se alcune tracce erano già state parte di altri progetti, questo non è il canto del cigno, ma la storia di un brutto anatroccolo.

È un Cohen schietto e inaspettatamente felice quello che recita “Ho sempre lavorato stabilmente, non l'ho mai chiamata arte. Ho messo insieme la mia merda, ho incontrato Cristo e letto Marx”, mentre scorrono le note di un piccolo capolavoro (“Happens To The Heart”), che da solo giustificherebbe l’esistenza di questo album postumo, messo insieme dal figlio del cantautore scomparso tre anni fa, con l’aiuto di  numerosi musicisti, tra i quali Daniel Lanois, Jennifer Warnes, Javier Mas, Patrick Leonard e Beck.

Ancora una volta lo stupore prevale sulla ragione, la musica e la parola di Cohen abbattono di nuovo la Torre di Babele, l’universalità dell’arte si manifesta con romantico pudore, a volte sospesa a poche note che dialogano con il cantato/recitato di “It's Torn”, o trascinata dal passo di danza intonato a più voci (Jennifer Warnes, Leslie Feist), il cui fascino evoca le piovose calde note avvolte nel "famoso impermeabile blu".

Lievemente didascalico, il flavour latino (ad opera dei due chitarristi Carlos de Jacoba e Javier Mas) di “The Night Of Santiago” regala uno dei momenti più leggiadri dell’album, mentre Patrick Watson inietta un po’ del suo estatico pathos nella trascinante “The Hills”.

Gli arrangiamenti sono quasi sempre intensi eppur rarefatti, spesso vicini a quella sublimazione sonora che spetta solo alla parola, vera protagonista di questo prezioso imprevisto, forza motrice di intense narrazioni che corrispondono a titoli poco altisonanti (“The Goal”, “Puppets”, “Listen To The Hummingbird”), che conducono l’ascoltatore verso la fine del sogno, delle illusioni ma anche del dolore.

È quasi un invito a celebrare una resurrezione virtuale, per metà pagana e per metà biblica, un’ulteriore provocazione intellettuale di uno dei più grandi poeti dei nostri tempi, cantore delle umane debolezze e virtù mancate, un poeta innamorato del silenzio e del suo assordante fragore: "Ascolta il colibrì, ci implora di trovare la bellezza in Dio e nelle farfalle. Non ascoltare me".

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Disastro. Per le calli più nascoste di Venezia

di Alessandro Bresolin (intervista al poeta Francesco Giusti, 14 novembre 2019)

Il giorno del disastro, il giorno seguente all’inondazione della notte tra il 12 e il 13 novembre, è quello degli esperti e degli opinionisti. Ma come la guerra è troppo seria per lasciarla ai Generali, così Venezia è troppo importante per osservarla affondare nel cancan mediatico che si accapiglia discutendo di Mose o non Mose.

Per molti Venezia è ancora carne viva, una città che respira, non la retorica della grande bellezza. Penso ai molti buoni amici che ho in città, a Francesco Giusti e alla sua fragilità, a lui tremante che fa fatica a muoversi e allo spavento che deve aver provato. Se è vero che la vera poesia è merce rara, allora Francesco è una persona rara. Lo chiamo, e subito mi dice: “Te ‘speto, chiacchieriamo un po’ e andiamo a far l’aperitivo, ma vien coi stivai de goma!” Allora prendo il primo treno regionale e raggiungo Venezia Santa Lucia al binario 17, da sempre il mio punto d’accesso in città. Una volta Francesco accompagnandomi in stazione mi disse: “A Venezia il binario 17 è quello meno turistico di tutti, il più territoriale, da un lato collegava il quartiere popolare di Santa Marta alle fabbriche di Porto Marghera, dall’altro consentiva ai campagnoli di venire in città, un interscambio continuo e popolare”.

Per le calli l’atmosfera è spettrale. Pochi turisti smarriti, tanta gente incazzata e impaurita al lavoro, con gli stivali di gomma e con le pompe. Andando verso Campo San Giacomo, gruppi di studenti e ragazzi che ammassano sulle calli cataste di sacchetti neri: libri gonfi, scarpe, vestiti, macerie e oggetti di ogni tipo. Stavolta non era una semplice acqua alta, dicono: “È il mare che è entrato in città, onde grosse come cavalloni battevano sulle case come essere in mare aperto”. Un signore sostiene che i veneziani sono in via di estinzione. Due anni fa la soglia, che era anche psicologica, era ferma intorno ai 54 mila abitanti: “Ma ho un amico medico, e i medici di base hanno fatto una sorta di loro censimento, in base al numero delle persone assistite, perché solo le persone che hanno un’assistenza medica sono veri residenti, e siamo appena 44 mila!”

A Campo San Giacomo passo davanti all’Antico teatro anatomico de la vida, dove fino a qualche tempo fa c’era uno degli spazi occupati più vissuti dalla cittadinanza che abbia mai visto. Corsi per bambini, attività artistica e culturale, laboratori, seminari su come ripensare la città e il modo di viverla in forma partecipata, feste di quartiere. Alla Vida potevi vedere bambini correre e giocare tra mamme e animatori, mentre, in disparte, personalità come Giorgio Agamben e Francesco Giusti discutevano fitto fitto. Passo davanti alla Vida, ora buia, vuota, in abbandono come il resto del Campo, in attesa di diventare l’ennesimo hotel, albergo o ristorante. Attraverso il ponte dell’Anatomia, raggiungo Francesco a casa e mi accoglie in camera sua, dove ci sono due amici, Elenio e Nicoletta, che ci fanno compagnia durante la conversazione.

Classe 1952, Francesco è una figura storica della scena alternativa e creativa di Venezia. Ha al suo attivo una mezza dozzina di libri e collabora attivamente a riviste del settore. La sua è una poesia che segue i meandri dell’anima, prende nota di fatti e accadimenti. I suoi ultimi lavori sono Aicucù (Haiku con il singhiozzo) per Ossidiana edizioni e Quando le ombre si staccano dal muro per Quodlibet, con un’introduzione proprio di Agamben.

Come hai vissuto questa tragica notte del 12/13 novembre 2019?

È stato un esilio nell’esilio. Nel senso che ero chiuso in casa e non potevo fare nulla, non si poteva fare nulla.

Tu hai vissuto anche l’inondazione del 1966, che differenze trovi tra i due eventi?

Nel ’66 è stata una cosa impressionante ma lenta, che uno aveva il tempo di masticarla mentre accadeva. Questa volta è stata talmente violenta e immediata, che ti sentivi proprio sopraffatto da qualcosa di molto più grande, incontrollabile. Mentre nel ’66, dopo la disgrazia dell’acqua granda, si poteva pensare a un futuro e a come in futuro evitarla, stavolta non c’è la possibilità di ripensare a un momento di salvezza per la città e per chi la abita.

Qual è il tuo stato d’animo oggi rispetto a Venezia?

Mi sento esiliato in una città che non sento più mia come potevo sentirla una volta. È assalita da torme di turisti che la invadono ogni giorno, senza requie. Una volta d’inverno c’era un momento di pausa in cui la città poteva “decantare” tutta la massa di turisti che veniva d’estate. Adesso non esiste più questa possibilità di rinascita, di respiro per la città, perché è un continuum di gente. Qui dove abito io la chiamo la Via dei Trolley, una volta c’era un silenzio totale, si stava bene, si sentivano solo gli alberi fuori nel giardinetto stormire con il vento. Adesso alle cinque del mattino si sentono i turisti che partono con il trolley, tum-tum-tum-tum, e poi dopo neanche mezz’ora quelli che arrivano a sostituirli nelle case che sono diventate alberghi, o magazzini diventati alberghi. Perciò, dopo i fatti dell’altra sera, mi sono sentito due volte esiliato.

Venendo qua, ho trovato allo stesso tempo tanta solidarietà ma anche tanta rassegnazione.

Eh, rassegnazione... rassegnazione... la gente impegna tutta la vita su qualcosa, un lavoro, e si ritrova in un attimo senza più nulla, senza più niente per rialzarsi e rimettere in piedi un’attività. Per esempio qui in zona San Giacomo dall’Orio, ci sono molti giovani che hanno aperto associazioni, laboratori, e hanno perso tutto, come una mia amica, Vanessa, che ha fatto l’accademia e ha aperto un laboratorio di serigrafia che fa degli stage, e lavora con questo. In un ora è andato tutto sott’acqua. C’è una delle ultime tipografie qui vicino, a Santa Maria Mater Domini, con due bellissime macchine Offset molto vecchie e ancora funzionanti che sono andate sott’acqua e praticamente l’unica cosa che possono fare è chiudere, se non arrivano finanziamenti. Ma parlare di finanziamenti, quando per il Mose hanno speso 6 miliardi di euro da quando l’hanno messo su ad adesso, e quei 6 miliardi sono stati come dire, il campo dove sono andati a pascolare i politici per prendersi le mazzette... uno non ha neanche più fiducia nel chiedere finanziamenti allo Stato come dovrebbe essere. Cioè lo Stato è un ente che quando guarda alla gente e deve fare qualcosa per la gente diventa un’entità astratta rispetto alla realtà davanti alla quale ci troviamo a combattere.

C’è un immagine, un dettaglio, una situazione che ti ha colpito e che può simbolizzare la situazione che sta vivendo Venezia?

I topi morti dopo l’acqua alta. I veneziani che muoiono soffocati, annegati dall’acqua alta come i topi. Rat-man. Gli ultimi degli ultimi. Da oggi il futuro non mi sembra più come prima, vedo questo rotolare della città verso forme invasive di assalto alla vita quotidiana dei pochi rimasti come inarrestabile. Ciò non significa che non bisogna opporsi a questo andazzo, anzi, non rimane  che la nostra individualità, la coscienza di mettere in campo la nostra individualità, insieme a quella degli altri, per “rompere i coglioni” affinché finisca questa politica di invasione della città solo per interessi economici importanti, dove i più piccoli vengono esclusi. Dobbiamo opporci il più possibile con la nostra coscienza individuale, questo ci rimane e fa parte di noi, è l’arma che abbiamo in questa situazione ormai senza via di scampo.

Sono passati circa centodieci anni esatti da quando Filippo Tommaso Marinetti ha scritto Contro Venezia passatista e il suo Discorso futurista ai veneziani. Sono andato a rileggerlo, alcuni passaggi sono impressionanti riletti oggi: “Oh! non vi difendete coll’accusar gli effetti avvilenti dello scirocco! Era ben questo vento torrido e bellicoso, che gonfiava le vele degli eroi di Lepanto! Questo stesso vento africano accelererà ad un tratto, in un meriggio infernale, la sorda opera delle acque corrosive che minano la vostra città venerabile. Oh! come balleremo, quel giorno! Oh! come plaudiremo alle lagune, per incitarle alla distruzione!”

Marinetti nel momento in cui scriveva quel manifesto poteva anche essere una provocazione, però con il senno di poi si vede che sarebbe stato un disastro anticipato. Perché Venezia ha un suo senso incastonata nella laguna, nel mare, ha sempre avuto la sua storia legata, al Mediterraneo, all’Adriatico come rientranza del Mediterraneo, per cui tutta la sua cultura e il suo svilupparsi intellettuale è nei rapporti con l’oriente, diversamente sarebbe stata la fine. Quindi il futurismo è una cosa anche simpatica vista così, ma se lo si prende seriamente… meglio lasciarlo perdere. Quando negli anni Ottanta all’epoca di De Michelis si parlava della “città metropolitana”, volevano fare la metropolitana che passava per il Canale della Giudecca fino a Sant’Erasmo sotto la laguna! Abbiamo fatto battaglie enormi contro questa visione della città. E al momento abbiamo anche vinto, in un certo senso, se non fosse che poi lo stesso problema si ripresenta sotto altre forme, vedi con le grandi navi in laguna.

Come rispondi a quelli che dicono o pensano che ormai Venezia è una città di muri vuoti, una Disneyland disabitata, una città morta, perduta?

Che è uno sguardo superficiale, anche se in parte può essere vero. In realtà a Venezia si sono sviluppate lotte di comunità per mettere a confronto la gente con i bisogni sociali reali. Per esempio l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali. Qui a San Giacomo per esempio due anni fa abbiamo occupato La Vida, ed è stato un momento di crescita, di confronto e unità di una comunità, che è venuta a crearsi intorno al Teatro la Vida Occupato, con attività di discussione, di crescita comune, di presa di coscienza rispetto ai problemi. Quindi è sì una città di mura, ma sotto le mura, per le calli più nascoste di Venezia, c’è una comunità che vive e ha un cuore che batte, non si può nasconderlo.

Quando hai preso consapevolezza del tuo essere poeta e qual è stato il tuo percorso?

Ho un’immagine precisa, reale. Sono in divisa da autiere a Roma, faccio il militare, è il Primo maggio e sto seduto su una scalinata del quartiere africano. Scrivo immagini sul retro della copertina di un libro. In quel momento ho pensato di scrivere poesie, mettendo in contrapposizione il fatto di essere costretto a fare il militare lontano da casa, cosa di cui non avevo assolutamente voglia, e il trovarmi davanti a una città, il Primo maggio, in libera uscita, lontano dai cortei, in una parte della città vuota, a scrivere di un filo d’erba che cresceva tra le pietre di questi gradini bianchi sotto il sole di maggio. Da lì ho sempre preso appunti, ma solo più tardi, verso la fine degli anni Settanta, ho cominciato a scrivere con più assiduità. Sono andato a conoscere Carlo Marcello Conti delle edizioni Campanotto, che aveva uno dei più importanti archivi di poesia visiva d’Italia e non solo. Mi interessava quest’idea della poesia che andava al di là della parola, l’incontrarsi del segno con la parola.

Quali sono state le collaborazioni che ti hanno dato di più?

Franco Beltrametti è un poeta con cui ho avuto un rapporto molto stretto di amicizia e lo ritengo un maestro, il poeta inglese Tom Raworth, Corrado Costa, Patrizia Vicinelli e tanti altri, tutti legati al Gruppo 63, alla poesia che cercava di pungolare la ricerca poetica in Italia.

Come definiresti la tua poetica?

La mia poetica si è sviluppata progressivamente, per momenti. Ho cominciato a scrivere cose molto legate alla poesia orientale, e man mano dopo la morte dei miei genitori ho sentito il bisogno di ritrovare quei momenti dell’adolescenza. Mia mamma era di campagna, di Martellago, e da piccolo andavo sempre lì da mia nonna. Ho sentito la necessità di andare a fondo di quegli anni. E ho scritto molto su quel mondo che è un mondo relegato là nella memoria ma allo stesso tempo è il presente. Tutta l’ispirazione poetica la traggo da questo baule di ricordi.

Tu scrivi sia in italiano sia in dialetto. Che differenza provi?

Il dialetto è una lingua che ho sempre parlato e che uso, è una cosa naturale, ho pensato prima in dialetto che in italiano. In terza media non parlavo bene in italiano, è venuto dopo. Quando scrivo in dialetto la cosa nasce dal suono, da un sottofondo che ho nell’orecchio, da una cadenza che è quella lenta dell’acqua. In italiano è una cosa diversa, penso più alla sintassi, alla costruzione del linguaggio, è una cosa più tecnica.

Poesia e politica secondo te.

Poesia e politica nel senso che vita e poesia devono andare avanti di pari passo, non c’era una differenza, una valle messa tra le due cose. Politica proprio nel senso di mettere in pratica un’arte, un modo di essere e di vivere. Oggi le contraddizioni sono ancora più dirompenti rispetto agli anni Settanta, perché viviamo in un mondo in cui gli ultimi sono abbandonati. Quelli che vengono in Europa non tanto per lavorare ma perché hanno la necessità di vivere, hanno fame, fuggono le dittature, le guerre, o il cambiamento climatico... se non vedi tutte queste cose in un ottica di contraddizione tra capitale e classi sfruttate non riesci a risolverle, perché il capitalismo e il liberismo cercano di sfruttare tutto fino alla fine. La scrittura, la poesia, penso che di per sé dovrebbero essere una cosa politica, che si inserisce nella vita di tutti giorni. La poesia non crea profitto, quindi chi se la fila. Il fatto di scriverla è un impegno personale che va al di fuori della logica economica e di guadagno. Si scrive poesia perché ci si sente chiamati a scrivere poesia, per me è così. La poesia è aperta alla vita dal momento in cui tu la vivi e la dai agli altri perché la vivano in quanto tale. A me piace viverla insieme ai compagni e alla comunità con cui vivo e che lotta perché la città rimanga di tutti gli ultimi rimasti. Te ne leggo una, si chiama Disastro, l’ho scritta l’altra notte durante l’acqua granda:
Disastro

Falcidiati come i ricci ai bordi di una carreggiabile
conosciamo la paura di mettere fuori la testa nel disastro
siamo gli affastellamenti d’erba che marcisce nella pioggia
non cosa semplice svincolarsi dal disagio.
I liquidi percepiti essere messi in moto dalla luna
accesa dal guardiano del parco gioco in disuso
farsi marea e travolgere.
Una cosa più che seria, s’animavano fuochi verso il mare.
Una miriade di complicanze impossibili da controllare
se chiusi nelle case.
Poi il baule dei ricordi scorto già in braccio alla corrente
galleggiare solo nel fango del silenzio e del tormento.
La taccola della notte non aveva gronda dove stare
unico lido il gesto antico senza fine.
E la strada da indovinare.
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In margine al terzo Summit Continentale: la pace di sabbia di Niamey

Gli assenti al Summit Continentale di Niamey, perché non invitati, erano i poveri. I contadini e i figli dei contadini, la maggioranza del paese, gli sfollati, i giovani perduti nel deserto del futuro e le migliaia di bambini le cui scuole sono chiuse. Come opportunamente ricorda l’attivista Moussa Tchangari, più volte imprigionato dal potere eppure è proprio là, nei villaggi e nelle piccole città straziate che si gioca la questione della pace globale nel Sahel e nel Niger. Speriamo che i muri delle sale delle conferenze non siano né troppo spessi né troppo alti per fermare l’eco triste del dramma che vive a qualche chilometro da loro.

L’amico Tchangari opportunamente ricorda che, tra qualche giorno, si celebrerà l’anniversario della Repubblica del Niger in una delle zone del Paese più colpite dai gruppi armati terroristi. Malgrado gli incontri continentali, il nuovo aeroporto internazionale, qualche strada asfaltata in più, l’indice dello sviluppo umano del Paese è tristemente lo stesso: all’ultimo posto della lista.

Il Summit è stato proposto e soprattutto finanziato dalle Federazione per la Pace Universale, di cui il noto predicatore sud coreano Sun Myung Moon, ormai deceduto, fondatore della Chiesa dell’Unificazione, è stato il Presidente.

Che questo incontro si tenga nel Niger non è casuale viste le scelte ogni volta più neoliberali del ‘Rinascimento Culturale Nigerino’, nella cui capitale si è tenuto, tra l’altro, il ‘battesimo’ della Zona Africana di Libero Scambio (ZLECAF). L’insieme del vertice, al quale partecipano 2000 invitati, prevede al menu dei festival della famiglia, dei giovani, delle azioni di impegno cittadino come ad esempio piantare alberi, pulizia mirata, un concorso di canti e naturalmente un concerto allo stadio.

Quanto al tema scelto, non poteva essere più eloquente: ‘Costruire un’Africa pacifica e prospera, centrata su valori universali’. La Pace Universale a cui fa allusione la Federazione è quella dei mercati liberali, dell’anticomunismo come dogma e dei soldi che pensano ‘comprare’ la Pace all’ingrosso. Che ci sia inoltre un’allusione ai valori tradizionali della famiglia per un’Africa che vinca, non è che il complemento dell’operazione di marketing.

La cerimonia di apertura, giovedì scorso nel Palazzo dei Congressi di Niamey, è stata presieduta dall’attuale presidente della Repubblica Issoufou Mahamadou in compagnia della cofondatrice della Federazione per la Pace Universale, la signora Hak Ja Han Moon. Si è registrata la presenza di 6 capi di stato e di governo in funzione, 17 rappresentanti di governi, 25 anziani capi di stato e di governo, 22 presidenti e vicepresidenti delle Assemblee Nazionali, 125 ministri, 380 parlamentari, 330 capi religiosi, 350 capi tradizionali, 750 attivisti delle società civile, responsabili dei giovani e molti altri invitati.

Mancavano, perché non invitati o impossibilitati a partecipare: i poveri, i mendicanti, i bambini senza scuola, gli universitari dagli anni accademici senza fine, i lavoratori informali, i rifugiati, i migranti, gli sfollati e le donne che non figurano nella lista delle imprenditrici. Erano fuori concorso le centinaia di rapiti, i contadini dimenticati, le ragazze fatte sposare da bambine, i bambini ‘talibé’ delle scuole coraniche che percorrono le strade con la ciotola metallica, gli adolescenti che puliscono i vetri delle macchine contro la volontà degli autisti e i venditori di guinzagli per cani inesistenti.

Erano lontani dal palcoscenico i morti sul campo, i feriti, gli ammalati senza cura, i disoccupati, i prigionieri, le signore che mettono in vendita il loro corpo per far campare la famiglia, le adolescenti in cerca di modelli e coloro che spazzano la sabbia di notte dalle strade della capitale.

Non si saprà forse mai il costo finanziario dell’operazione montata dalla Federazione per la Pace che, in questo modo, non sarà mai Universale. Perché la pace trovi una casa degna di riceverla le condizioni da rispettare sono molteplici.

La prima, la più semplice è anche la più difficile: ripartire dal popolo, dai poveri, dal ‘basso’. Dall’alto non accadrà mai nulla di sostanziale. E poi la verità, la libertà e la giustizia sono ciò che, sole, assicurano la pace duratura.

Nessuna di queste è stata seriamente invitata al Summit. Questi soldi potevano servire a ospitare, nutrire, accompagnare le migliaia di bambini espropriati dalle scuole a causa del terrorismo. Si preferiscono, invece, i VIP e le inutili dichiarazioni finali. Si preferisce una pace di sabbia.

Niamey, 30 novembre 2019

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L’età dell’oro

Il 30 novembre 1930 fu proiettato per la prima volta a Parigi L’âge d’or (L’età dell’oro) di Luis Buñuel e Salvador Dalì. Il titolo, ironico, allude all’età terribile in cui tutti sono costretti a vivere nel mondo moderno, che non può davvero essere considerata Età dell’Oro e andrebbe chiamata, più propriamente, Età del Ferro. Si tratta del secondo film del regista spagnolo sceneggiato insieme a Salvador Dalí, come il precedente Un chien andalou (Un cane andaluso) del 1929.

Finanziato dal visconte Charles de Noailles, che rischiò di essere scomunicato per questo, fu proiettato per 6 giorni allo Studio 28 di Parigi. Poi il cinema fu attaccato da un gruppo di squadristi di destra che lo distrussero. Pochi giorni dopo, il prefetto Chiappe lo vietò e tutte le copie furono ritirate. Il film è sopravvissuto perché una copia fu nascosta dal visconte Charles de Noailles che, anni dopo, lo donò allo Stato. L’opera apparve di nuovo in pubblico solo nel 1950 a New York e nel 1951 a Parigi.

L‘âge d’or è una testimonianza esplicita del Manifesto del Surrealismo (per la precisione il cosiddetto “Secondo Manifesto del Surrealismo”) declinato nel linguaggio cinematografico. E al film collabora anche Max Ernst che, fra l’altro, interpreta il capo dei banditi.

Il montaggio – costruito sull’alternanza serrata di immagini nate da connessioni mentali e visive di Un cane andaluso – si stempera in una narrazione dall’apparenza scorrevole e lineare: l’opera, che non ha una vera e propria continuità, è comunque suddivisa in una specie di prologo, un corpo centrale e un epilogo.

Il film racconta la passione amorosa di un uomo (Gaston Modot) e di una donna (Lya Lys) il cui amore incontra continui ostacoli. Il rapporto violento e morboso dei due è l’allegoria narrativa e visiva della concezione dell’Amour fou teorizzata da André Breton: l’Eros nella sua dimensione istintuale, giudicato pura follia dai benpensanti, è invece l’essenza del rapporto fra gli esseri umani ed è la sola forza che può provocare il superamento del pessimismo e dell’isolamento dell’individuo. In accordo con questa teoria, Eros-Amore getta gli amanti l’uno nelle braccia dell’altra durante tutto il film. Ma dal momento che l’amour fou è un sentimento che non può essere accettato da chi finge di essere sano, i due amanti non potranno unirsi mai perché saranno sempre frustrati dagli altri.

Ecco i due amanti scambiarsi effusioni su una spiaggia spagnola, vicino al rifugio dei banditi, unici abitanti del luogo, mentre sugli scogli pregano e cantano misteriosamente alcuni vescovi, che un attimo dopo con un effetto di violenta allucinazione, diventeranno scheletri. All’improvviso arriva un gruppo di signori in cilindro e di abitanti di Maiorca che vogliono fondare una città sugli scogli: in questa situazione surreale capiamo che la città è Roma, il simbolo della civiltà. I nuovi venuti scoprono gli amanti. Il loro comportamento è uno scandalo, intollerabile per la costruzione di qualsiasi civiltà (come aveva sostenuto Freud). L’uomo viene arrestato e portato via, mentre la donna viene allontanata.

Dopo una serie di disavventure, l’uomo e la donna si ritrovano in una festa di aristocratici e tentano ancora di accoppiarsi, abbandonandosi a baci che sono atti di cannibalismo; ma vengono di nuovo scoperti e separati. La frustrazione che ne deriva spinge i due a comportamenti sessuali devianti, veri e propri atti di violenza.

A questo punto lo spettatore non si meraviglia che venga fatto un riferimento al Marchese de Sade e al sadismo, che sarà il motivo conduttore della parte finale del film: nell’epilogo del film compare infatti, misteriosamente, il lugubre castello in cui sono commessi i delitti orribili descritti da Sade nelle 120 giornate di Sodoma e vediamo apparire il dissoluto duca di Blengis, protagonista delle 120 giornate, il quale in realtà ha la veste e il volto di Gesù Cristo. La scena finale rappresenta il rogo della Croce, alla quale sono appesi scalpi femminili e reliquie delle vittime dell’intolleranza.

Il film contiene in nuce tutti i temi tipici di Buñuel a cominciare dall’attacco alle istituzioni. La Chiesa, l’Esercito e lo Stato, sono considerati la negazione della natura e la fonte non solo della frustrazione, ma anche della violenza e della rabbia cieca che si impadronisce di chi è frustrato. Emblema di questo principio è il protagonista del film, che non potendo scaricare le proprie pulsioni le trasforma in aggressività pura, prendendo a calci un cane, picchiando un cieco e schiaffeggiando una nobildonna durante la festa degli aristocratici. Preoccupati più dal decoro sociale che dalla realtà che li circonda, i nobili dell’età d’oro sono profondamente scossi da quello schiaffo, mentre appaiono del tutto estranei all’incendio che scoppia nella cucina durante i festeggiamenti e all’omicidio di un bambino nel cortile.

Il film è una specie di pamphlet per immagini contro le colonne portanti della borghesia capitalista e dell’aristocrazia (appunto la Chiesa, lo Stato, l’Esercito) e a favore della forza sovversiva del desiderio, attraverso una ridda di immagini fondate sull’esasperazione, sulla provocazione, sull’assurdo.

A scatenare le ire dei borghesi e degli squadristi non fu comunque l’esaltazione dell’erotismo, sempre frustrato, ma piuttosto la raffigurazione dissacrante delle istituzioni, che tocca il vertice nell’immagine degna dell’Apocalisse dei vescovi ridotti a scheletri inchiodati sugli scogli. L’estrema destra riconobbe con chiarezza, anche se in chiave negativa, la violenza sovversiva dell’opera ma anche se cercò di reprimerla non riuscì a impedirle di manifestarsi ancora, attraverso la lunga carriera di Buñuel.

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Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini

La famiglia Agnelli-Elkann si prepara a ricevere una nave container di soldi. Infatti la vendita di FCA a PSA, frutterà alla famiglia ed in particolare alla sua finanziaria, la EXOR, diversi miliardi.

Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.

Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.

La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.

A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.

Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.

Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.

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La sanguinosa truffa del London Bridge

di Alberto Negri - il manifesto

Il vertice Nato si apre nella capitale britannica con il duello rusticano di London Bridge tra un pregiudicato jihadista, che aveva già ucciso due persone, e l’assassino di una disabile, entrambi in libertà vigilata. Una storia di Natale in un’atmosfera pulp e di ipocrisia piccolo borghese che mescola l’assalto alle vendite del Black Friday con l’acquisto da parte dell’Italia dei caccia americani F-35, come se di questo avesse bisogno un Paese che frana e va in malora. Altro che «valori cristiani», come scriveva ieri sul manifesto Tommaso Di Francesco richiamando l’appello del Papa contro gli arsenali atomici.

La tesi del «lupo solitario» appare confortante ma non convincente: più di una volta si è scoperto che un attentatore aveva dei collegamenti con altri estremisti anche soltanto via web. Soprattutto tende a rendere meno preoccupante il fatto che siano presenti in Europa cellule «dormienti» del terrorismo islamico non ancora individuate. E c’è anche dell’altro, molto altro.

La sconfitta dell’Isis ha significato pure la disfatta dei cosiddetti foreign fighters del Califfato, a migliaia in possesso di passaporti europei. L’allarme poi si è fatto ancora più acuto dopo l’operazione militare della Turchia contro i curdi siriani, abbandonati dagli americani, e che erano stati tra i combattenti più strenui dell’Isis.


La stessa Turchia, che ha occupato un pezzo di Siria del nord con soldati e milizie islamiste, ha cominciato a rimpatriare alcuni di questi combattenti nei Paesi di origine come la Gran Bretagna e la Germania. Il leader turco Erdogan non rinuncia mai a usare qualche arma di pressione e di ricatto, atteggiamento che dovrebbe fare riflettere l’Unione europea quando è il momento di avere a che fare con Ankara.

Vediamo qualche dato: il numero dei foreign fighters originari dell’Unione potrebbe ammontare intorno ai 5.000. La parte più consistente del flusso europeo proviene da quattro stati: Francia (1.900), Germania (oltre 900), Regno Unito (850) e Belgio (480).

L’aspetto più inquietante è che i Paesi europei hanno fatto finta di niente. I curdi siriani, molto prima che Erdogan li massacrasse e occupasse il loro territorio, avevano chiesto alla comunità internazionale che venissero processati i jihadisti rinchiusi nelle loro carceri. Ma l’Europa ha ignorato l’appello, tranne Macron che ha aveva già raggiunto un accordo ufficiale con l’Iraq dove i terroristi di origine francesi vengono processati e impiccati dalle autorità di Baghdad.

Ma Erdogan si prepara a scagliare altre frecce al vertice Nato. La Turchia si rifiuta, in caso di attacco russo, di appoggiare un piano dell’Alleanza per la difesa dei Paesi baltici e della Polonia fino a quando la Nato non offrirà ad Ankara un maggiore sostegno politico per eliminare i curdi siriani del Rojava. In poche parole Ankara prende in ostaggio la Nato intera.

Immaginiamo che Putin al Cremlino si stia facendo delle grandi risate: è riuscito a tenere in piedi Assad a Damasco e a infilare una mina vagante come Erdogan nella Nato, prendendo pure il posto degli americani nel Nord della Siria. Che cosa vuoi di più?

Ma ecco come salvare la Nato e spiegare quello che è avvenuto a London Bridge. Gli inglesi hanno sempre un latitante da tirare fuori quando le cose si mettono male, basta rivedersi «La grande truffa del rock’n’roll» (The Great Rock ‘n’ Roll Swindle), il documentario sui Sex Pistols dove un paio di canzoni sono interpretate da Ronnie Biggs, conosciuto per aver preso parte alla grande rapina al treno del 1963. I criminali sanno come riciclarsi quando la patria chiama.

Alla Nato, che celebra a Londra i suoi 70 anni, per cavarsela adesso è sufficiente tirare fuori un po’ di quattrini e acquistare armi da Trump a tutto spiano fino al mitico 2% del Pil per le spese destinate alla difesa richiesto dagli Usa. Ancora un paio di criminali in libertà e di attentati e ce l’abbiamo fatta. Se i turchi vogliono far fuori i curdi basta che acquistino, come abbiamo fatto noi, un po’ di caccia F-35, cui per altro partecipano già alla costruzione con le loro aziende. Apri i cordoni della borsa e tutto sarà possibile: “la politica Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militare-industriale“, diceva Frank Zappa. E da molto tempo è anche la nostra.

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Ex Ilva, sciopero generale a Taranto, gli operai: “Lavoro, salute, riconversione”


Il caso Ilva è solo la punta dell’iceberg di un progressivo processo di abbandono delle politiche industriali del nostro Paese. La chiusura del polo siderurgico di Taranto rischia di compromettere non solo l’occupazione di 10 mila famiglie più l’indotto, ma lo status dell’Italia come paese industrializzato.

Prende forma l’idea, non solo tra gli operai, che ArcelorMittal abbia sottoscritto l’accordo al fine di smantellare un concorrente e acquisirne le quote di mercato. Dall’altro lato si fa sempre più consistente l’idea di rimettere in campo lo Stato come amministratore.

Intanto a Taranto c’è un’emergenza ecologica e sanitaria, mentre gli operai continuano a lavorare con sempre meno sicurezza perché la società franco-indiana non avrebbe compiuto i risanamenti previsti dagli accordi. La fabbrica rischia la chiusura ma la gente muore.

Oggi il sindacato USB, in occasione dello sciopero generale, ha convocato una manifestazione nazionale a Taranto, preceduta da una serie di assemblee di fabbrica, per chiedere lavoro, diritti e un piano di riconversione e risanamento. Sputnik Italia ha raggiunto il segretario generale del sindacato, Pierpaolo Leonardi, per capire quali sono le istanze dei lavoratori dell’acciaieria e quali le prospettive di rilancio del settore siderurgico italiano.

Taranto: nella giornata dello sciopero generale di USB,e di quello globale di Friday For Future dopo i picchetti della mattina all'Ex-Ilva, il corteo attraversa la città. Abitanti, operai, studenti, chiedono la chiusura della fabbrica della morte e la sua riconversione.

Pubblicato da USB Unione Sindacale Di Base pag. nazionale su Venerdì 29 novembre 2019

Qual è l’obiettivo dello sciopero generale del 29 novembre?

L’obiettivo è quello di riportare alla centralità questioni come la condizione dei lavoratori e la condizione del Paese sul piano strutturale. Noi abbiamo individuato Taranto come punto centrale della nostra iniziativa di sciopero e quindi la vicenda ex Ilva/ArcelorMittal, perché è emblematica di un Paese che ha dismesso completamente ogni idea di sviluppo, lasciandolo in balia dello shopping delle multinazionali – sia italiane che estere – e di un capitalismo predatorio che sta spolpando il Paese producendo danni dal punto di vista della tenuta della capacità industriale dell’Italia ma anche della vita della gente, come si vede a Taranto.

Noi respingiamo l’idea che questo possa diventare un paese di turismo e piattaforma di servizi, come invece si va definendo e delineando, visto il modo in cui i governi degli ultimi decenni stanno interpretando il ruolo dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro che ci viene assegnata dentro il progetto dell’UE e non solo.

Riteniamo che oggi sia invece indispensabile rilanciare una forte capacità dello Stato di definire sul piano politico le scelte economiche, cioè che non sia l’economia a guidare la politica ma torni ad essere la politica a guidare l’economia e quindi anche a guidare i criteri di sviluppo e la tutela dei cittadini e dei lavoratori.

Lo scudo penale è una scusa? Il fallimento del contratto è stato causato da strategie sbagliate del governo o ritenete che l’intenzione della società fosse quella di eliminare un concorrente?

Entrambe le cose. Nel settembre 2018 l’azienda ha accettato un accordo, sottoscritto anche da noi, ha accettato condizioni che per noi costituivano una garanzia sufficiente per poter mantenere aperta la prospettiva di produzione. Il giorno dopo l’accordo ArcelorMittal ha smesso di ottemperare a quanto stabilito in tema di mantenimento dell’occupazione, di risanamento ambientale, di interventi a tutela dei lavoratori all’interno, di rinnovamento degli altoforni. Il che dà segnale del fatto che lì fosse più importante impedire che altri entrassero nel business dell’acciaio italiano, piuttosto che una reale intenzione di rilanciare la fabbrica.

Noi siamo arrivati alla determinazione di ritirare la nostra firma dall’accordo e di chiedere la chiusura della fabbrica. In assenza di una volontà concreta degli imprenditori di fare il loro mestiere e dello Stato di fare il suo, cioè quello di controllare che gli accordi sottoscritti e gli impegni assunti vengano rispettati, noi non possiamo più renderci in alcun modo corresponsabili di uno sterminio di massa come quello che sta avvenendo a Taranto, dove i bambini muoiono come le mosche. Quindi pensiamo che ci sia una doppia responsabilità.

Lo scudo penale è sicuramente un fatto rilevante perché era una delle condizioni che ArcelorMittal conosceva perfettamente. Oggi l’utilizzo di questa formula, per cui se non c’è lo scudo penale l’azienda si ritiene libera dal non rispettare l’accordo, è una scusante utilizzata per cercare di ottenere maggiori possibilità di intervento e riprendere l’attività d’azienda con investimenti protetti dallo Stato con l’immunità.


A inizio novembre un sondaggio effettuato su un campione significativo di lavoratori Ilva, a ridosso dell’annuncio di ArcelorMittal di rescissione del contratto, ha mostrato come secondo gli operai l’azienda non abbia rispettato gli impegni e che l’ingresso della multinazionale abbia solo peggiorato la situazione dello stabilimento. Quali proposte arrivano dai lavoratori per il rilancio del polo siderurgigo? Si è esplorata la possibilità della nazionalizzazione o di altre forme di gestione dell’impianto?

Quello che noi stiamo proponendo e che sta viaggiando nelle assemblee di fabbrica in vista dello sciopero, è che questa fabbrica così com’è non possa essere neanche immaginabile il suo rilancio.

Serve uno strumento pubblico che sia una nuova Iri, così come l’ha definita Patuanelli sul Sole 24ore, che è la nostra proposta da tempo, o Invitalia o un soggetto pubblico che non versa soldi ad ArcelorMittal, che non entri in comproprietà con il privato per fornire soldi pubblici ad aziende private, ma che assuma davvero il ruolo di gestore della trasformazione di quel territorio e di quell’impianto in un impianto sicuro, sostenibile dal punto di vista ambientale, non inquinante, che abbia a cura sia la produzione ma anche il territorio.

Questa è la condizione che noi stiamo proponendo e su questo sono sempre di più i lavoratori dell’Ilva e i cittadini di Taranto che si stanno schierando con noi, tant’è che per la prima volta alle nostre mobilitazioni, hanno aderito e partecipano anche pezzi di comunità tarantina di soggetti sociali che da tempo chiedono lo smantellamento di quella fabbrica così come è costruita. Mi sembra che il ragionamento che noi avevamo proposto con l’inchiesta operaia che avevamo fatto in fabbrica portano a questa conclusione.

Basta con l’industrialismo a qualsiasi costo che non tiene conto della vita della gente, basta col fatto che si possa pensare che oggi il paese non abbia bisogno dell’industria. Il paese ha bisogno di un’industria sana, produttiva, competitiva sul mercato internazionale, perché l’acciaio è uno settore importante per la nostra economia.

Quali sono le criticità dell’impianto di Taranto in termini di impatto ambientale?

Una situazione critica. Da quando c’è stato l’ingresso di ArcelorMittal ogni manutenzione è stata assolutamente abbandonata. Questo è uno dei segnali più evidenti del fatto che ArcelorMittal non ha nessuna intenzione, nelle condizioni date dall’accordo che le ha consentito di subentrare all’ex Ilva, di far funzionare e crescere l’intervento produttivo di quel sito.

C’è un altoforno chiuso, l’altoforno 5, che doveva essere ambientalizzato e rimesso in funzione e invece è rimasto così com’è, quindi è pericolosissimo se rimesso in funzione. C’è l’altoforno 2, quello sub iudice della magistratura, che la magistratura chiuderà sicuramente, c’è la copertura dei parchi minerari, che è parzialmente stata effettuata ma ancora, col vento che c’è a Taranto è un rischio per la salute. Queste coperture sono dei capannoni senza sponde laterali, col tetto molto alto, in cui il vento si infila e porta le polveri sulla città. C’è una situazione interna di abbandono. Gli incidenti delle ultime settimane sulle colate hanno prodotto feriti, per puro miracolo non hanno prodotto vere e proprie stragi.

Queste sono le condizioni drammatiche in cui vive la gente. È una popolazione operaia giovane quella dell’Ilva, perché sull’accordo del settembre 2018 una quota consistente di personale più anziano è stato incentivato all’esodo e ha accettato l’incentivo all’esodo, una parte è stata messa in amministrazione straordinaria. La parte che è rimasta al lavoro è la parte giovane, una parte che soffre particolarmente una condizione di lavoro veramente inaccettabile a qualsiasi latitudine, non in uno dei paesi più industrializzati del mondo.

Alcuni giorni fa gli operai ArcelorMittal del resto d’Europa hanno annunciato una mobilitazione a sostegno dei loro colleghi italiani. Che significato attribuire a questo annuncio?

Noi abbiamo saputo che ieri i compagni dell’AB del Paese Basco, hanno lanciato una mobilitazione a sostegno dello sciopero del 29 e questo ci fa molto piacere. Una iniziativa in tutta la Spagna negli stabilimenti di ArcelorMittal.

Io credo che ci sia una necessità importante di ridare forza internazionale e internazionalista alle lotte dei lavoratori. È uno degli obiettivi che noi perseguiamo con la nostra presenza all’interno della Federazione Sindacale Mondiale. Come Usb siamo affiliati alla Federazione Sindacale Mondiale (WTUF) e stiamo sempre più lavorando affinché le vertenze centrali, quelle che riguardano i lavoratori che dipendono da multinazionali o che hanno un forte impatto siano comunque sostenute sul piano internazionale. Io mi auguro che questa mobilitazione a livello internazionale abbia un risultato.

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