Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/10/2026
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni. Che abbiano cambiato idea solo con la seconda presidenza Trump, anche. Sottolineiamo “con la seconda”, perché dal 2016 al 2020 nulla era cambiato nella strategia Usa di espansione della Nato ad Est.
Quella strategia era stata più o meno entusiasticamente accettata dai paesi europei, i più scervellati tra i quali già sognavano “una Russia più piccola, più debole, divisa in tanti Stati” (come ripetuto pochi giorni fa da Kaja Kallas, che ormai non si rende più conto della gravità autolesionista di quel che dice). È una federazione, del resto, non il monolite dipinto dalla propaganda “europeista”.
Il cambiamento strategico ha portato gli Usa a muovere guerra unilaterale all’Iran, seguendo i raptus suprematisti israeliani, il che ha però gettato l’intero Pianeta in una crisi energetica senza pari, che andrebbe risolta prima di far collassare intere economie.
Trump ha sicuramente una visione più ristretta degli interessi statunitensi, perché minore è la capacità egemonica sul resto del Mondo. Ma soprattutto ha il problema urgente di far scendere rapidamente il prezzo dei carburanti nel suo paese, conditio sine qua non per portare a termine il suo mandato senza dover contrattare giorno per giorno con l’opposizione.
Non potendo disporre l’apertura di Hormuz e neanche quella di Bab el Mandab (lato Yemen, in mano agli Houthi), non resta che chiudere il conflitto ucraino e ricominciare a far circolare petrolio greggio e soprattutto gasolio già raffinato proveniente dalla Russia.
L’unica cosa sul piano militare che ancora riusciva al regime di Kiev, però, era proprio il bombardamento con droni di raffinerie e depositi russi, ma grazie alla “guida” satellitare statunitense. Sei volte è arrivato da Washington il consiglio-ordine di non farlo più (per far scendere il prezzo del gasolio negli Usa, non per altro), e sei volte l’ex comico ha tirato innanzi, spinto-sostenuto dal gruppo dei volenterosi imbecilli europei.
A quel punto i satelliti si sono quasi spenti, Kiev non controlla più né gli attacchi e meno ancora le difese, così ora si dice disposta a trattare.
Al di là dei ristretti orizzonti locali, però, la questione ucraina è ormai un problema mondiale strettamente connesso – causa petrolio e suoi derivati – con la crisi mediorientale. O si continuano queste guerre, e cade gran parte dell’economia globale, oppure si prova a darci un taglio.
Il campo di gioco riguarda non a caso i tre giocatori principali: Washington, Mosca e Pechino. Con la Casa Bianca così poco interessata tener conto di altri interessi da costringere i russi – i russi! – a ricordare che qualsiasi eventuale accordo deve comprendere gli ucraini, altrimenti è fuffa.
Oslo non ha ancora dato il Nobel a Trump, ma in questi giorni è tornata al centro di un tourbillon di incontri diplomatici. Protagonisti, per forza di cose, gli immobiliaristi di famiglia prestati alla politica estera: Witkoff e Kushner (il genero ultrasionista di Trump, che però segue “da remoto”). Subito dopo si sposterà a Mosca e sottoporrà a Putin un abbozzo di road map per chiudere quattro anni e mezzo di guerra.
Significativamente, però, il ministro degli esteri russo Lavrov è volato a Teheran per sottoporre all’omologo Araghci le idee per gestire il futuro del Golfo Persico e di Hormuz in modo congiunto, con Pechino garante e architetto dell’iniziativa.
La pace arriverebbe in quel caso quasi di certo, ma per gli Usa sarebbe anche la certificazione di una sconfitta strategica di proporzioni colossali. Del resto, se non sei più il padrone del Mondo – e gli altri te lo fanno notare, nonché pesare – devi accettare di perdere qualcosa da qualche parte (puntando, purtroppo, a riprendersi l’intera America Latina, oltre che la Groenlandia con placet europeo).
Quali possano essere i contenuti del “piano” che Witkoff presenterà a Putin è ovviamente impossibile da sapere. Ma razionalmente ci sono alcuni punti che ci devono essere per forza, se si vuole concludere una accordo che stia in piedi, almeno per diversi anni.
Il primo riguarda un’intesa almeno di massima sull’assetto di sicurezza per tutti – Russia compresa – in Europa. Se non una “nuova Yalta” (1944), qualcosa che gli somigli molto. Il che implicherebbe, come minimo, il congelamento sine die dei mega-progetti di riarmo che stanno già ora – quando sono ancora allo stadio larvale – destabilizzando gli equilibri sociali europei.
Il secondo, ma centrale, è il posto e la dimensione della futura Ucraina. I confini stabiliti dalla guerra, al momento in cui le armi cesseranno di sparare, saranno difficilmente negoziabili ma anche difficili da “riconoscere ufficialmente”. La “soluzione coreana” – le due metà del Paese non hanno mai nemmeno firmato un trattato di pace, ma convivono in relativa tranquillità tra perenni tensioni – sembrerebbe ad un certo punto l’unica praticabile.
La ricostruzione del paese, per quanto “ridotto” territorialmente (e sperando che Polonia ed altri confinanti non accampino pretese), richiederà almeno un migliaio di miliardi e venti anni di lavori. Blackrock e altri fondi americani si sono già fatti avanti, ma naturalmente andranno concertati dei limiti ai “comportamenti” Usa, anche sul piano finanziario, evitando così di porre le premesse per nuove crisi.
Le garanzie da offrire alla Russia, su cui il Cremlino insisteva da almeno un decennio prima dello scoppio della guerra aperta, sono praticamente tutte in capo agli Stati Uniti. Stavolta, al contrario di Gorbacev, nessuno a Mosca si accontenterà di promesse verbali...
Sciolti, almeno parzialmente, questi nodi, il traffico di petrolio, gas e prodotti raffinati potrebbe tornare il ponte reale con gli interessi europei, facendo ovviamente tabula rasa non solo dei “discorsi” guerrafondai e “sanzionatori” che oggi dominano a Bruxelles e dintorni, ma soprattutto di buona parte della classe dirigente dell’Unione Europea, che si è dimostrata totalmente incapace di affrontare la realtà con un po’ di raziocinio.
Ma questo, ovviamente, è un compito che si devono assumere fin da subito i popoli europei. Questi idioti hanno fatto fin troppi danni, e sono disposti – si vedano le mosse di Parigi e Roma, tra coprifuoco e impiego dell’esercito – pure al golpe militare pur di non andarsene...
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La clava della “guerra ibrida” anche sugli scontri di Milano. Perchè la cosa non ci sorprende?
È doveroso rilevare come l’input principale sia arrivato “dall’alto”, e cioè dal presidente Mattarella, uno degli esponenti istituzionali più convinti che occorra scontrarsi con la Russia nella guerra in Ucraina. Poi, sulla scia è arrivato subito anche il ministro della Difesa Crosetto.
Ma già domenica sera questa tesi veniva fatta circolare in ambienti collaterali alle istituzioni: da Rosi Bindi a “La 7” al quotidiano “Il Riformista”.
In realtà, come dicevamo poc’anzi, nessuno è stato esplicito accusando direttamente la Russia di esser dietro le migliaia di ragazzini che hanno sconvolto il salotto buono di Milano e le piazze in altre città italiane lo scorso sabato.
Fin qui è stato tutto un susseguirsi di illazioni che però lasciavano intendere come dietro il caos nelle metropoli ci fosse Mosca. In alcuni casi come fonte credibile dell’informazione viene indicato addirittura Zelenskji, il che è tutto dire.
Lunedì, era stato il giornale filo-sionista e filo-Nato Il Riformista a dare la stura all’ossessione sugli scontri a Milano come episodio di guerra ibrida.
“La strategia del caos, l’incertezza necessaria, il disordine costante sono gli ingredienti con cui qualcuno, oltre frontiera, e una volta si sarebbe detto oltrecortina, vorrebbe preparare l’avvio della campagna elettorale. Destabilizzando le democrazie” ha scritto Il Riformista.
Poi martedì mattina è stato il quotidiano filo-sionista e filo-Nato La Stampa a “interpretare” le parole del Presidente Mattarella e a piegarle più nettamente alle esigenze della propaganda.
Lo ha fatto con un titolo ad effetto: “Scontri, Mattarella evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa dietro le violenze. Nelle parole del Colle l’allusione a una possibile regia russa”.
Un titolo forte che andava però corroborato da indicazioni concrete, e qui il quotidiano che gli operai torinesi chiamavano significativamente “La Busiarda”, nell’articolo sì è dovuto decisamente arrampicare sugli specchi:
“A chi si riferisce l’uomo del Colle, che di certo non parla a caso? La risposta arriva da fonti di alto livello del governo, del ministero della Difesa ma anche dei partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa. Non c’è nulla di esplicito, sia inteso”, scrive per cautela l’articolista de La Stampa/La Busiarda.
Ed ancora: “Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista”.
Non contento, lo stesso giornale si produce poi in un altro articolo che chiama in causa il presidente della Confesercenti di Napoli come possibile agente della guerra ibrida di Mosca. Scrive infatti la Stampa: “Vincenzo Schiavo. Nella vita di tutti i giorni è il presidente della Confesercenti Campania e ieri, in queste vesti, si trovava alla prefettura di Napoli, al tavolo convocato con le categorie interessate dalla protesta dei camionisti che, contro il caro carburanti, hanno bloccato strade e autostrade. La sua presenza incuriosisce perché Schiavo è console onorario di Mosca e da giorni l’intelligence e il governo sospettano che possa esserci lo zampino della propaganda russa sul caos che sta attraversando l’Italia. Studenti, migranti, autotrasportatori e pura rabbia che si sovrappongono in manifestazioni organizzate sui social, tra profili anonimi e capipopolo improvvisati”.
Illazioni piuttosto infamanti e da querela, decisamente.
A dare manforte e amplificazione agli ossessionati evocatori della guerra ibrida da parte della Russia contro l’Italia e l’Europa, sono poi arrivate pagine attive in rete come Open (la riserva online di Enrico Mentana) o la finora sconosciuta pagina “L’Atlantista” – un nome, una confessione – che ha addirittura pubblicato una mappa delle manifestazioni in Europa come prova dell’ingerenza russa (vedi qui di lato).
L’Atlantista afferma che la mappa delle manifestazioni e degli scontri in Europa è comparsa su Rybar, “una delle più importanti strutture di propaganda filorussa, fondata da un ex appartenente all’apparato comunicativo della Difesa russa e con legami documentati con l’ambiente di Prigožin”. Addirittura...
Infine, non poteva certo mancare, e forse potrebbe essere stato l’ispiratore di tutta questa campagna sulla guerra ibrida dietro gli scontri di Milano, il ministro della Difesa Crosetto, che proprio alla minaccia della guerra ibrida aveva dedicato un dossier presentato a novembre dello scorso anno al Quirinale.
Cosa ha detto il ministro Crosetto intervenendo ad un forum sulle forniture alla Difesa?
“I fatti di Milano e di altre parte d’Italia sono profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche e sono il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre Nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube senza che l’Occidente se ne renda conto ed in qualche modo reagisca”.
Ma il ministro si è lasciato andare anche a considerazioni di carattere decisamente ideologico su quanto avvenuto a Milano.
“Se tre ragazzi su dieci hanno partecipato a quelle manifestazioni” – ha sottolineato Crosetto – “non parliamo di maranza, di italiani di seconda generazione, se sei su dieci le condividono è perché in questi anni hanno subito una controeducazione da qualche parte, non dalla famiglia o dalla scuola, che gli ha dato valori, ambizioni, una visione del mondo e dei punti di riferimento che è in conflitto con la società in cui viviamo e con le regole democratiche”.
Dunque il problema non sarebbe solo una improbabile guerra ibrida che mira addirittura a far abbassare le serrande ai negozi del lusso di Milano, ma addirittura l’esistenza di una “controeducazione” che fuorvia le nuove generazioni. E qui ovviamente si apre un vero e proprio vaso di Pandora, come esplicitato dallo stesso Crosetto nel sopracitato dossier sulla ‘guerra ibrida’ presentato al Consiglio Supremo di Difesa.
Crosetto, in una intervista alla BBC, ha affermato piuttosto chiaramente di fregarsene del fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica sia contraria alla guerra e agli aiuti militari all’Ucraina o che i ragazzi abbiano fatto sapere chiaramente che a “morire per Kiev” non ci pensano proprio. Ha ammesso esplicitamente che “non si può cedere all’opinione pubblica”, non solo: “Se gli italiani non vogliono più armare Kiev, è colpa di una campagna di disinformazione condotta da Mosca”.
Nella logica del ministro della Difesa per controeducazione si possono intendere dunque anche gli insegnanti pacifisti, antirazzisti o solidali con la Palestina; le testate di informazione alternativa ai mass media ufficiali e guerrafondai; le organizzazioni giovanili di opposizione, ovvero tutto lo spettro di input dissonanti da quelli dell’establishment.
Il “nemico interno” come emanazione del “nemico esterno”, in un Paese dove altrimenti tutto andrebbe benissimo, la gente è benestante, nessuno soffre il minimo problema, ecc.
Mentre sulla Francia il gruppo parlamentare europeo dei Conservatori e Riformisti ha già chiesto di mettere fuorilegge La France Insoumise perché appoggia le manifestazioni, in Italia stanno costruendo una società-caserma, inviando centinaia di militari sul campo a Milano – come ha fatto più o meno Trump con la Guardia Nazionale a Minneapolis e nelle altre città statunitensi – varando nuovi e liberticidi decreti sicurezza, criminalizzando anche i ragazzini, chiudendo gli spazi di agibilità e accessibilità elettorale e creando le condizioni affinché chi si oppone all’economia di guerra e alla guerra vera e propria debba essere considerato non un oppositore politico ma un agente della guerra ibrida di Mosca.
Per questo motivo chi “prende sempre le distanze” da quello che accade alla fine sta facendo un favore al governo. In questa situazione, al contrario, è necessario tenere politicamente la schiena dritta e la testa alta, e contrastare questa narrazione tossica metro per metro, parola per parola.
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Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia
Nell’ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, con una partecipazione significativa di giovani e studenti, chiedendo le dimissioni di Edi Rama. Le mobilitazioni sono il punto di arrivo di un malcontento maturato nel tempo: corruzione, costo della vita, difficoltà economiche, prospettive occupazionali incerte e un sistema educativo che non risponde alle aspettative di chi vorrebbe costruirsi un futuro nel proprio Paese.
Come riportato da Reuters il 15 e 16 ottobre, le manifestazioni sono state precedute da mesi di mobilitazioni, inizialmente perlopiù pacifiche, nelle quali gli studenti denunciavano l’indifferenza del governo. Tra le contestazioni figurano il costo dell’istruzione, la percezione di una corruzione diffusa e i progetti di sviluppo turistico di lusso lungo la costa.
La questione è più profonda della richiesta di dimissioni di un primo ministro: quale futuro può immaginare una generazione quando studiare diventa oneroso, trovare un lavoro stabile è difficile e il costo della vita riduce gli spazi di autonomia? E quale fiducia può conservare nelle istituzioni quando le decisioni che riguardano il territorio e le risorse collettive sembrano privilegiare interessi economici concentrati?
Non si tratta di attribuire alle proteste un programma politico omogeneo, ma di riconoscere il significato di una mobilitazione che mette in discussione le priorità del governo e il modo in cui vengono distribuiti potere, risorse e opportunità.
Territorio, capitali e potere politico
Per comprendere gli interessi in gioco occorre partire da un dato concreto: l’Albania è diventata un terreno di investimento per progetti immobiliari e turistici di grande dimensione, anche con il coinvolgimento di capitali internazionali. Tra i casi più discussi ci sono i progetti collegati a Jared Kushner, imprenditore statunitense e genero di Donald Trump, relativi all’isola di Sazan e alla costa albanese.
Queste iniziative hanno suscitato preoccupazioni per il loro impatto ambientale, la trasparenza delle operazioni e il futuro di territori di grande valore naturalistico. Reuters ha riferito delle contestazioni legate allo sviluppo turistico e delle controversie sulla proprietà dei terreni; l’agenzia ha precisato di non aver trovato prove di illeciti da parte di Kushner nella disputa sui terreni.
Il punto politico non è sostenere che questi investimenti siano l’unica causa della protesta, né affermare l’esistenza di un accordo segreto tra imprenditori e governi. È interrogarsi sul modello di sviluppo che li rende possibili e sulle scelte politiche che lo accompagnano.
Il turismo di lusso può generare investimenti e ricavi, ma non garantisce automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Occorre chiedersi chi controlla i terreni, chi beneficia delle rendite, quali garanzie vengono offerte alle comunità locali e quali costi ambientali e sociali possono ricadere sul territorio.
Se le opportunità economiche si concentrano nelle mani di pochi, mentre i giovani continuano a confrontarsi con precarietà e mancanza di prospettive, la crescita rischia di tradursi in una modernizzazione senza giustizia sociale.
È qui che il tema degli investimenti incontra quello della corruzione denunciata nelle piazze. Non basta che un progetto venga presentato come occasione di sviluppo: servono trasparenza, controllo pubblico e benefici verificabili per la collettività. Quando le decisioni sul futuro del territorio dipendono da rapporti tra potere politico e grandi interessi economici, la questione diventa democratica prima ancora che economica.
Albania, Israele e Gaza: una scelta politica concreta
Accanto agli interessi economici c’è il piano delle alleanze internazionali. L’Albania è un alleato degli Stati Uniti, ha rafforzato le relazioni con Israele e ha scelto di partecipare alla missione internazionale di stabilizzazione prevista per Gaza.
Sono decisioni documentate che permettono di discutere il ruolo assunto dal governo Rama nel quadro geopolitico attuale, senza dover ricorrere all’ipotesi di un unico piano che colleghi tutti gli interessi in gioco.
Il 12 ottobre 2026 il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha incontrato a Tirana il ministro israeliano Gideon Sa’ar. Secondo il comunicato ufficiale del ministero albanese, l’incontro ha segnato un ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali e della cooperazione tra i due Paesi.
Ma il dato più rilevante riguarda Gaza. Il Parlamento albanese ha approvato nel settembre 2026 la partecipazione delle forze armate del Paese alla Forza internazionale di stabilizzazione. La legge, promulgata il 7 ottobre, prevede un contingente fino a 40 militari albanesi.
Secondo l’emittente pubblica RTSH, i compiti previsti comprendono il sostegno alle operazioni di sicurezza e stabilità, la protezione del personale e delle infrastrutture della missione, l’assistenza alle operazioni umanitarie e il monitoraggio della situazione sul terreno.
Il governo albanese ha collegato questa partecipazione al proprio ruolo di alleato degli Stati Uniti e agli impegni assunti nell’ambito del Board of Peace e del piano statunitense per Gaza. La questione non è quindi soltanto diplomatica: Tirana ha scelto di contribuire concretamente a una missione che avrà un ruolo nella definizione degli assetti futuri della Striscia.
È qui che si apre un interrogativo politico fondamentale. Chi deciderà il futuro di Gaza? Quale ruolo avranno i palestinesi nelle decisioni sulla sicurezza, sull’amministrazione e sulla ricostruzione del proprio territorio? Una missione internazionale può essere presentata come uno strumento di stabilizzazione, ma il suo significato deve essere valutato sulla base del mandato, della catena di comando e delle garanzie di autodeterminazione per la popolazione palestinese.
La partecipazione albanese non dimostra, da sola, che Tirana condivida ogni scelta del governo israeliano o che la missione sia necessariamente uno strumento di dominio esterno. È però una scelta politica precisa, che va discussa alla luce del contesto: la devastazione di Gaza, le responsabilità di Israele e il rischio che il futuro palestinese venga deciso soprattutto da potenze e governi esterni.
Il legame con gli interessi economici va affrontato con la stessa attenzione. I progetti turistici legati a capitali statunitensi in Albania, la cooperazione con Israele e la partecipazione alla missione per Gaza non costituiscono, sulla base delle informazioni disponibili, la prova di un piano unitario per spartirsi territori o risorse.
Sono però manifestazioni di relazioni economiche e politiche che rafforzano il ruolo dell’Albania dentro un sistema di alleanze internazionali. La critica deve rendere visibili questi rapporti, domandandosi quali interessi favoriscano e quanto spazio lascino alla volontà delle popolazioni coinvolte.
Il legame con l’Italia: l’accordo sui CPR
Le ragioni delle proteste albanesi non vanno confuse con la vicenda dei centri per migranti realizzati in Albania attraverso l’accordo con il governo italiano. Le mobilitazioni sono nate da un insieme di questioni interne, sociali, economiche e politiche.
Il collegamento con l’Italia riguarda invece una responsabilità precisa: la collaborazione tra il governo Rama e quello guidato da Giorgia Meloni nella gestione delle politiche migratorie.
Il protocollo firmato il 6 novembre 2023 da Meloni e Rama, approvato in Italia con la legge n. 14 del 21 febbraio 2024, ha previsto la realizzazione di strutture in territorio albanese destinate a persone migranti sottoposte a procedure di frontiera e trattenimento.
Il governo italiano lo ha presentato come una svolta nella gestione dei flussi migratori, ma il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo e forti contestazioni politiche.
I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. Un atto parlamentare del 18 settembre 2026, che richiama dati del Ministero dell’Interno, indicava che al 14 luglio erano state trasferite nel centro di Gjadër 685 persone, mentre 101 erano state effettivamente rimpatriate. Lo stesso atto riportava una spesa di circa 50 milioni di euro per la gestione nel 2025 e una previsione di spesa complessiva pari a 671,6 milioni di euro fino al 2028.
Sono cifre riportate nell’atto parlamentare, non una valutazione indipendente del costo complessivo per ogni rimpatrio. Restano tuttavia sufficienti a sollevare interrogativi sull’efficacia dell’operazione, sull’impiego delle risorse pubbliche e sui risultati conseguiti.
Anche sul piano giuridico il progetto ha incontrato ostacoli. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha pubblicato un parere sul protocollo Italia-Albania, sottolineando la necessità di garantire pienamente i diritti delle persone interessate. Quel parere non costituisce una sentenza definitiva della Corte, ma conferma che le procedure e le garanzie giuridiche non possono essere aggirate attraverso accordi tra governi.
La responsabilità politica è concreta e condivisa dai due esecutivi: l’Italia ha scelto di investire risorse pubbliche in un modello di esternalizzazione del trattenimento dei migranti; l’Albania ha accettato di mettere a disposizione il proprio territorio per renderlo possibile. Non è una responsabilità generica dell’Europa, ma una scelta dei governi Meloni e Rama.
Negli ultimi tempi l’accordo sembra aver perso parte della centralità nella comunicazione politica di Meloni. La minore visibilità, però, non cancella i costi sostenuti, le questioni giuridiche aperte e la necessità di verificare i risultati. Un progetto presentato come soluzione decisiva deve essere giudicato sulla base della sua efficacia e delle sue conseguenze, non della sua presenza nel dibattito pubblico.
Questo è il punto di contatto con la crisi albanese: non una presunta coincidenza tra le ragioni della protesta e la contestazione dei CPR, ma la necessità di interrogare le scelte di un governo che, mentre affronta una crescente opposizione interna, collabora con l’esecutivo italiano su una politica migratoria controversa.
Una solidarietà che diventa responsabilità politica
La rivolta albanese interroga anche la sinistra italiana. Non basta esprimere solidarietà a distanza: occorre ascoltare le domande che arrivano dalle piazze e riconoscere le responsabilità dei governi con cui l’Italia sceglie di collaborare.
In entrambi i Paesi è in gioco la possibilità di costruire un futuro dignitoso attraverso il lavoro, l’istruzione, la casa e servizi pubblici accessibili. Quando queste esigenze vengono subordinate agli interessi economici e alla conservazione del potere, la partecipazione democratica diventa una questione centrale.
I giovani albanesi ci chiedono a gran voce di rompere il silenzio, di non restare spettatori e di riconoscere nella loro rivolta una possibilità concreta di cambiamento. La loro lotta ci interroga direttamente: quale alternativa siamo capaci di costruire, anche in Italia, contro un sistema che sacrifica il futuro delle giovani generazioni agli interessi del potere economico e politico?
Fonti
– Reuters, 15 ottobre 2026, “Albania’s Rama says he will not resign over protests” (https://www.reuters.com/world/europe/albanias-rama-says-he-will-not-resign-over-protests-2026-10-15/).
– Reuters, 16 ottobre 2026, “Thousands march in Albanian capital as anti-government protests spread” (https://www.reuters.com/world/europe/thousands-march-albanian-capital-as-anti-government-protests-spread-2026-10-16/).
– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 12 ottobre 2026, “Incontro tra Ferit Hoxha e Gideon Sa’ar” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/deklarata-e-plote-ministrit-hoxha-per-mediat-me-ministrin-e-jashtem-te-izraelit-gideon-saar/).
– RTSH, 24 settembre 2026, “Approvazione della partecipazione albanese alla missione internazionale per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/gaza-mission-nufi-albania-stands-shoulder-to-shoulder-with-us-in-peace-efforts/).
– RTSH, 7 ottobre 2026, “Promulgazione della legge sulla partecipazione militare albanese alla missione per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/president-begaj-decrees-law-on-albanias-military-participation-in-gaza/).
– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 24 settembre 2026, “La partecipazione al Board of Peace e il piano per Gaza” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/takimi-i-bordit-te-paqes-ne-nju-jork-ministri-hoxha-shqiperia-kontribut-aktiv-ne-perputhje-me-planin-20-pikesh-te-presidentit-trump/).
– Camera dei deputati, atto parlamentare del 18 settembre 2026, “Allegato B della seduta n. 711” (https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0711/allegato_b.htm).
– Corte di giustizia dell’Unione europea, 23 aprile 2026, “Comunicato sul parere relativo al protocollo Italia-Albania” (https://curia.europa.eu/site/upload/docs/application/pdf/2026-04/cp260064en.pdf).
Fonte
Mandato d’arresto statunitense per Raúl Castro. Díaz-Canel: “un circo elettorale”
Meno di una settimana fa, dopo l’incriminazione federale formalizzata lo scorso maggio dal Dipartimento di Giustizia statunitense, è stato infine spiccato un mandato d’arresto per cospirazione finalizzata all’omicidio di primo grado contro il novantacinquenne generale Raúl Castro Ruz, storico comandante della rivoluzione ed ex presidente di Cuba.
La decisione, annunciata dal procuratore generale della Florida James Uthmeier e firmata dalla giudice Ariana Fajardo Orshan di un tribunale di Miami, è evidentemente lo strumento che la Casa Bianca ha pensato di gettare nel dibattito pubblico per giustificare il mantenimento del blocco genocida contro il popolo cubano, in vista della prossima votazione all’ONU.
La misura giudiziaria riguarda fatti risalenti a quasi trent’anni fa: l’abbattimento, avvenuto il 24 febbraio 1996, di due velivoli Cessna appartenenti all’organizzazione di esuli anticastristi Brothers to the Rescue (Hermanos al Rescate). Per anni questo tipo di gruppi sono stati il braccio armato della tentata destabilizzazione del governo rivoluzionario, e anche all’epoca varcarono senza autorizzazione lo spazio aereo cubano.
Nella reazione dei caccia delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) persero la vita quattro cubani con cittadinanza statunitense. Secondo l’impianto accusatorio sostenuto dalla procura statale della Florida, Raúl Castro sarebbe stato la mente e l’autorità decisionale ultima dell’operazione, in quanto ministro delle forze armate. In sostanza, viene accusato di aver fatto rispettare la sovranità del paese.
La risposta del governo cubano non si è fatta attendere, con la solita dignità che caratterizza la resistenza antimperialista dell’isola. Il presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha liquidato l’ordinanza come una manovra allestita all’interno di un “patetico circo miamense con un chiaro sfondo elettorale”, facendo riferimento ai tentativi di Trump di recuperare consensi per le prossime elezioni di midterm.
Díaz-Canel ha ribadito che tale mossa è un pretesto “per giustificare il blocco economico e la punizione collettiva inflitta al nostro popolo”, e alle parole del presidente cubano ha fatto eco il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, che ha bollato l’iniziativa come una delle tante manovre anticubane che da decenni vengono allestite per oliare la macchina della propaganda per fini interni e raccolte di fondi.
Nel merito dei fatti del 1996, le autorità de L’Avana rivendicano la piena legittimità dell’azione, invocando il principio di autodifesa e di sovranità sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Convenzione di Chicago del 1944.
Cuba ricorda che, tra il 1994 e il 1996, l’organizzazione Brothers to the Rescue, guidata da José Basulto, dissidente cubano addestrato dalla CIA, aveva violato ripetutamente lo spazio aereo dell’isola (con almeno 16 incursioni documentate) e che la diplomazia cubana aveva inviato ben 25 notifiche formali di allerta a Washington e all’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO), rimaste prive di riscontro da parte dell’amministrazione Clinton.
L’iniziativa giudiziaria, che ricorda quella mossa contro il presidente venezuelano Maduro prima del suo rapimento, si inserisce in una fase di escalation statunintense contro il popolo cubano. L’isola affronta una delle più severe crisi economiche ed energetiche degli ultimi decenni a causa del bloqueo di Washington.
Il rappresentante permanente di Cuba presso l’ONU, Ernesto Soberón Guzmán, ha denunciato quella che ha definito una riunione clandestina organizzata dalla missione statunitense nei locali dell’organismo internazionale, volta a sollevare accuse contro il governo dell’isola.
L’obiettivo è evidentemente l’Assemblea Generale del prossimo 27 e 28 ottobre, quando le Nazioni Unite saranno chiamate a esprimersi, per la trentaquattresima volta, sulla risoluzione di condanna del blocco contro Cuba. Ricordiamo che, per la prima volta, l’Italia si è astenuta su questo tipo di votazione lo scorso luglio, dopo che il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che accusa il governo cubano di tutti i crimini commessi dal bloqueo.
Il Partito Comunista Cubano ha da poco rilasciato anche maggiori informazioni sull’evidente tentativo destabilizzante e terroristico dello scorso febbraio, quando un altro gruppo di “gusanos” ha tentato lo sbarco sull’isola, armato fino ai denti. Le autorità cubane hanno accusato Maritza Lugo Fernandez, cittadina cubana residente in Florida, di essere tra le teste dietro il complotto, mirato a far esplodere disordini sull’isola per poi legittimare un intervento “stabilizzatore” degli USA.
Ma all’Avana servirà anche tutto il sostegno e la solidarietà internazionalista possibile in vista della votazione del 27 e 28 ottobre.
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A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, senza essere mai tornata a casa. La sua storia ha acceso la Spagna. A Madrid centinaia di persone si sono accampate a Puerta del Sol insieme al sindacato degli inquilini, a Barcellona hanno sfilato decine di migliaia di persone e il 3 ottobre si è manifestato in oltre 50 città, con 70.000 persone solo a Madrid e, secondo alcune stime, circa mezzo milione in tutto il paese.
Dietro lo sfratto di Maricarmen c’è un sistema, quello di chi ha trasformato la casa in un affare. Secondo un’inchiesta di Civio, in Spagna oltre 185.000 alloggi in affitto hanno come padrone di casa una grande azienda, e circa la metà appartiene a banche e fondi d’investimento americani. CaixaBank e Blackstone, i due maggiori proprietari del paese, da soli ne contano circa 41.400. Nel primo semestre del 2026 gli investimenti di fondi e grandi proprietari nelle case in affitto sono cresciuti del 376% in un anno, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e interi pacchetti di case passano di mano come fossero azioni. Per loro una casa non è un posto dove vivere ma una rendita, come per ogni altro palazzinaro.
In Italia i grandi fondi e gli investitori istituzionali sono ancora pochi, ma stanno arrivando in fretta, e si vede. Nel 2025 hanno investito nella casa 1,2 miliardi, il 40% in più in un anno, e quattro euro su dieci sono finiti negli studentati: a Milano una stanza singola al Villaggio Olimpico costa 1.065 euro al mese; prezzi simili al Social Hub di Roma. Sempre a Milano il gruppo statunitense Hines, insieme a un fondo pensione olandese, aveva annunciato già nel 2022 un progetto da 850 milioni per 1.400 appartamenti in affitto. Lo stesso fondo speculativo, a Roma, con la complicità dalla giunta di centro sinistra che governa città e municipio, ha mire sugli Ex-mercati generali.
E il pubblico, intanto, dov’è? Gli alloggi popolari sono circa 823.000 su oltre 35 milioni di abitazioni, poco più del 2%, e ci vivono circa tre famiglie su cento. Eppure, oltre 61.000 restano chiusi perché servono lavori di manutenzione straordinaria che nessuno paga, frutto di trent’anni di austerità, da quando è stata abolita la Gescal, la Gestione case per i lavoratori che con un contributo sulle buste paga finanziava l’edilizia pubblica.
Il Piano casa del governo Meloni, convertito in legge a luglio, promette 100.000 alloggi in dieci anni, a fronte di oltre 250.000 famiglie in lista d’attesa, ma non stanzia un solo euro per realizzarli. Il piano si regge su tre pilastri. Il primo, dedicato alle case popolari, doveva essere finanziato con risorse del PNRR, poi dirottate altrove: è fermo al palo. Il secondo riguarda l’edilizia residenziale sociale, quindi redditizia per i privati del settore, e utilizza fondi di coesione già destinati alle politiche abitative: non aggiunge, dunque, un euro. Il terzo è una deregolamentazione urbanistica, con tanto di commissario straordinario per aggirare i controlli ambientali, paesaggistici e urbanistici, pensata per gli investitori privati, proprio quei fondi che speculano sull’abitare. Come se non bastasse, la stessa legge accelera gli sfratti.
Oggi sembrano idee radicali, eppure uno dei più grandi piani di case pubbliche della storia d’Italia l’ha fatto un democristiano. Con il piano INA Casa, voluto da Amintore Fanfani nel governo De Gasperi, tra il 1949 e il 1963 sono stati costruiti circa 2 milioni di vani per oltre 350.000 famiglie, con 20.000 cantieri e 40.000 edili al lavoro ogni anno. Per eguagliarlo oggi servirebbero circa 9 miliardi all’anno per ogni anno, mentre per 50.000 abitazioni il famigerato Osservatorio sui conti pubblici stima un costo di più di una decina di miliardi. Il Governo, invece, quanto mette? Zero spaccato, e invece di un piano casa vero propone la solita ricetta: qualche prebenda per gli speculatori privati ma zero risorse per risolvere i problemi dei cittadini.
Stipendi al palo, affitti alle stelleMa per capire perché la casa sia diventata un lusso bisogna partire dagli stipendi. Dal 2021 al 2026 i salari monetari, cioè quelli scritti in busta paga, sono cresciuti del 14%, mentre i prezzi sono saliti del 22%. Il salario reale, ossia quanti beni e servizi riusciamo davvero a comprare con quello che guadagniamo, è quindi sceso di 8 punti percentuali in poco più di cinque anni. È come se ogni anno ci avessero tolto un’intera mensilità, perché un mese di stipendio vale circa l’8% di quello che si guadagna in un anno. Destino simile per le pensioni, i cui meccanismi di indicizzazione sono stati drasticamente ridimensionati. Nessun governo ha voluto agganciare le retribuzioni (salari e pensioni) al costo della vita e la scala mobile resta un tabù. E così ogni aumento dei prezzi che i salari non recuperano diventa reddito trasferito dal lavoro ai profitti e alle rendite.
Il mercato immobiliare ne è la prova. Come mostra la tabella qui sotto, nelle dodici città più grandi del paese i prezzi di vendita delle case sono cresciuti in media di circa il 20%, più o meno quanto l’inflazione, con punte tra il 25% e il 33% a Bologna, Bari e Verona. Ma il colpo più duro arriva dagli affitti, la voce che si mangia lo stipendio delle classi meno abbienti. Tra gennaio 2021 e settembre 2026 i canoni richiesti sono saliti in media del 32%, dieci punti più dell’inflazione, con aumenti che vanno dal 19% di Milano, dove gli affitti erano già i più cari d’Italia, al 51% di Bari. Tra le cause c’è anche la corsa agli affitti brevi. Ad agosto in Italia c’erano quasi 572.000 annunci su Airbnb, oltre l’80% per case intere e quasi il 70% gestiti da chi ha più di un alloggio, con più di 37.000 annunci solo a Roma. Ogni appartamento che finisce su piattaforme come Airbnb e Booking è una casa in meno per chi ci deve vivere, e gli studi raccolti da Pagella Politica mostrano che dove crescono gli affitti brevi crescono anche i canoni. Così chi ha redditi più bassi viene spinto fuori dai centri delle città, per fare spazio ai turisti.Ma un aumento non vale l’altro, e lo sa bene chi fa la spesa e paga un affitto. Se il pane sale del 20% e passa da 5 a 6 euro al chilo, a fine mese si spende qualche decina di euro in più. Se invece sale del 30% una stanza da 450 euro in un appartamento condiviso, sono 135 euro in più da dover spendere ogni mese, e per un bilocale da 800 euro diventano 240, cioè 2.880 euro in un anno. L’inflazione ci racconta solo metà della storia, perché chi vive in affitto nelle grandi città subisce un aumento dei prezzi molto più alto di quello ufficiale. A Bari e a Genova gli affitti sono cresciuti di quasi il 50%, tre volte e mezzo più rispetto all’aumento dei salari monetari. A Firenze un metro quadro costa 21,75 euro al mese e un bilocale di 60 metri arriva a circa 1.300 euro, una cifra fuori portata per un giovane che lavora, mentre a Bologna e a Roma per gli stessi 60 metri si pagano circa in media dai 1.000 ai 1.150 euro.Quanto pesa tutto questo su chi lavora? Secondo l’Ufficio studi di Locare, nel 2025 l’affitto di un bilocale di 60 metri in semicentro si mangiava il 66% del reddito netto a Milano, il 55% a Roma e il 49% a Napoli, quando la soglia oltre la quale una casa diventa un peso insostenibile sta tra il 30% e il 35%. In molte grandi città se ne va metà dello stipendio, e anche di più, solo per avere un tetto sopra la testa. E non ci vengano a dire che bisogna comprare, perché chi vive con un solo stipendio trova un trilocale con una rata sotto il 30% del reddito nell’1,3% degli annunci a Milano, nello 0,9% a Bologna e nello 0,2% a Firenze, cioè praticamente mai!
Il risultato è una generazione con la vita in sospeso. In Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea, e chi se ne va spesso finisce in una stanza condivisa. Già nel 2023 l’età media di chi vive con dei coinquilini era salita a 34 anni, e per la prima volta i lavoratori avevano superato gli studenti. I diversamente giovani tra i 30 e i 40 anni non vivono così per scelta, ma perché con stipendi precari e da fame un mutuo resta un miraggio, e pur di cominciare una vita adulta finiscono per vivere in una stanza in condizioni abitative a volte inaccettabili per prezzi del tutto irragionevoli. E poi c’è chi, soprattutto a destra, si straccia le vesti per la denatalità senza mai guardare alle condizioni materiali di donne e uomini di questo Paese, e preferisce dare la colpa alle donne che penserebbero troppo alla carriera e non più alla casa, o ai giovani che non avrebbero più voglia di mettere su famiglia. Come se un figlio si potesse crescere in una stanza in affitto e con uno stipendio precario.
Case per chi ci vive, non per chi ci speculaLa casa è un diritto che la Corte Costituzionale ha collocato fra i diritti inviolabili dell’uomo, e per garantirlo non servono miracoli ma scelte politiche. Bisogna:
- bloccare gli affitti e mettere un tetto ai canoni nelle città sotto pressione, come già chiedono le piazze di Madrid, e come da anni (e non da ieri) chiedono movimenti per la casa e partiti di alternativa;
- fermare gli sfratti di anziani, malati e famiglie senza alternativa;
- requisire le case sfitte dei grandi proprietari per affittarle a canone sociale;
- tornare a costruire case popolari come l’Italia non fa da decenni;
- e agganciare i salari e le pensioni ai prezzi, perché nessuno si impoverisca lavorando.
Nessun governo farà queste scelte se non saremo noi a imporle, ed è per questo che lo sciopero generale del 30 ottobre ha senso. Quel venerdì l’Unione Sindacale di Base ha proclamato uno sciopero generale di tutto il lavoro pubblico e privato, con una piattaforma che tiene insieme salari e pensioni, prezzi, affitti e mutui e il no al riarmo. I numeri qui riportati dicono che ce n’è bisogno, con salari diminuiti di 8 punti percentuali dal 2021, affitti cresciuti fino al 51% e un governo che risposte vere non ne dà.
Chi sciopera il 30 ottobre non chiede un favore, chiede indietro almeno quello che gli è stato tolto. In Spagna è servito lo sfratto di una donna di 87 anni, poi morta in ospedale, per riempire le strade. Non aspettiamo una (ennesima) tragedia per fare lo stesso!
“Che roba Contessa!”. Un solo coro nella politica milanese
Calmatesi (per ora) le acque, con più di 200 giovani fermati e passato il visibile spaesamento iniziale – mentre il governo si riuniva d’urgenza per militarizzare la città spedendo a Milano 500 soldati – quel coro disordinato ha quindi cominciato a definirsi lungo gli schieramenti politici e a tradursi in convocazioni di piazza “contro le violenze e i saccheggi”, palesando un’omogeneità bipartisan di vedute e contenuti che a qualcuno potrebbe ancora suonare come un’amara sorpresa. È la stessa benestante “maggioranza silenziosa” di fine anni ’60...
I primi a chiamare alla mobilitazione in difesa di “forze dell’ordine, negozianti e milanesi” sono stati naturalmente i partiti della destra di governo, riempiendo nel tardo pomeriggio di ieri la piccolissima piazza San Carlo.
Le parole d’ordine della convocazione era la richiesta di pene esemplari così come scritto nello striscione condiviso; e poi il “Vi remigreremo tutti” sullo striscione della Lega, intrappolata anche da queste parti nell’incubo della contro-rincorsa a Vannacci. A margine sono volati schiaffi da parte dei partecipanti benestanti contro un gruppetto più che pacifico di contestatori, una violenza “per bene” che non ha suscitato alcuna indignazione.
Nella mattinata, intanto, era stato diffuso l’appello della CGIL di Milano ad una “piazza per la coesione sociale”, subito rilanciato dal segretario PD cittadino Alessandro Capelli e poi materializzatosi in serata con la chiamata piddina per mercoledì (domani) in piazza della Scala con lo slogan assai meno ‘sociale’ “Milano non vuole la violenza”, appello raccolto a breve distanza da Avs.
Gli slogan scelti ci sembrano abbastanza eloquenti su quale sia la preoccupazione principale per questi signori dopo i fatti del fine settimana.
Prima ancora della Schlein, già sabato il sindaco Sala aveva dettato la linea, attaccando direttamente Piantedosi per... l’esigua dimensione – a suo dire – della quantità di forze dell’ordine schierate in città, dritto al punto di quella che è l’unica ricetta concepibile da questa classe politica, indipendentemente dal colore.
D’altronde la campagna elettorale delle prossime comunali non è più affar suo e può dire le cose come davvero le pensa, senza tanti fronzoli: diventa un problema del PD e dei nuovi contendenti a Palazzo Marino richiamare qua e là anche crisi e carovita, quando capita, o criticare l’approccio securitario del governo; salvo comunque invocare “più forze dell’ordine” nel paese che ha già oggi il più alto numero di uomini in divisa procapite d’Europa.
Formalmente più attento agli umori del paese e della città “invisibile” è stato il possibile candidato sindaco del “campo largo” Calabresi, il quale ha mormorato di “necessità di interpretare e rispondere alle manifestazioni di un malessere sociale”. Dopo di che, però, anche lui si è sperticato nella solidarietà alle forze dell’ordine, nel richiamo alla legalità e alla divisione invalicabile tra buoni che manifestano pacificamente e i violenti.
Calabresi si è spinto, insomma, quasi in “zona Bonelli-Fratoianni”, con la lancia in resta (si fa per dire) contro il governo, ma, ben inteso, “ontogeneticamente” (hanno detto proprio così) lontani dalla violenza di quelli che vengono liquidati come una manciata di “black bloc”, infiltrati e non, invece, come centinaia e centinaia di giovani delle periferie senza futuro, e pertanto decisamente arrabbiati.
Per il “campo largo”, il perimetro dentro cui segnare una discontinuità con le forze di governo – rigorosamente in vista delle elezioni ed oltre le quali non spingersi mai – è ancora una volta saldamente, e strettamente, tracciato nell’ambito delle compatibilità e di lì non si scappa; con buona pace anche delle scorribande “coraggiose” di qualche piddino solitario o della denuncia delle violenze poliziesche condivisa anche dalle loro appendici giovanili, mentre ai piani alti sono completamente sparite dai radar.
In questo senso, già il primo appello della CGIL lasciava poco spazio alla fantasia, relegando l’attacco al governo e la denuncia del carovita a problema secondario.
“I fatti che hanno colpito Milano sabato e domenica sono gravissimi. Distruzioni, vandalismi e saccheggi sono inaccettabili e non hanno nulla a che fare con il dissenso... La nostra solidarietà va a tutte le persone che hanno subito violenza... Ha anche responsabilità (il governo, ndr) sulla carenza strutturale di organico delle forze dell’ordine.”
Un appello che, se non fosse per il passaggio in cui poi si attaccano le politiche economiche del governo, si faticherebbe a distinguere da quello delle destre. La CGIL ridotta a copiare il “grattacelaro” Sala, è tutto dire...
Lo avevamo visto già sulla Palestina e nelle complicità con Israele, su guerra e riarmo, su salari e carovita, in scuole e università: gli spazi oggettivi di mediazione e di recupero con settori sempre maggiori e sempre più penalizzati della società si vanno esaurendo; ed è sempre meno credibile, di questi spazi, anche solo rappresentarne l’esistenza.
Sembrano quindi decisamente fuori tempo massimo – e certamente non parlano a chi era in strada sabato e domenica – gli appelli alla pacificazione o alla “coesione sociale”, da parte di chi in questi trent’anni ha fatto sistematicamente da garante al contenimento della rabbia e del conflitto politico e sociale davanti a ogni porcheria partorita da questa classe “dirigente”.
Possono continuare a recitare il solito teatrino, provando a dividere, tamponando da una parte, reprimendo dall’altra... Potrà forse funzionare ancora per un po’ – il livello di astensionismo già parla da solo – poi rimarrà solo la repressione. Ma intanto il tappo è già definitivamente saltato.
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20/10/2026
Fontaines D.C. (2026) Dopamine Chamber
Qualche hater di turno, appena prima della pandemia, aveva prematuramente pronosticato che i Fontaines D.C. non sarebbero arrivati al panettone, aggiungendo che cinque o sei anni dopo la pubblicazione di “Dogrel” in pochi si sarebbero ricordati di loro. Ma la maggior parte di coloro che ascoltarono in tempo reale l’esordio del quintetto di Dublino si accorse immediatamente dell’enorme portata di quelle canzoni, e di avere fra le mani un instant classic, uno di quei dischi destinati a restare. Altrettanto avvenne col successivo “A Hero’s Death” e poi ancora con “Skinty Fia”, segnato da un successo crescente trainato da un paio di singoli dal tiro molto radiofonico, “Roman Holiday” e “Jackie Down The Line”.
Gli spazi destinati a ospitare i loro concerti crescevano a vista d’occhio, ancor più quando l’estetica fluo-rave di “Romance” decretò lo sdoganamento presso un pubblico più vasto, con qualche fan della prima ora pronto però a storcere il naso. Cosa attendersi, quindi, dallo step successivo degli ex-strafottenti dubliners con la fissa per la letteratura? Dai portabandiera del post-post-punk europeo? Grian Chatten e compagnia avrebbero optato per un ritorno alle origini oppure per un’ulteriore “poppizzazione” del sound?
“Dopamine Chamber” riesce a fare piuttosto bene entrambe le cose: i Fontaines D.C. targati 2026 seducono l’ascoltatore attraverso un songwriting accattivante (“Japan” è una di quelle che non riuscirete a togliervi dalla testa), ma fra un inno da stadio e il successivo (una canzone come “Marianne” funzionerà benissimo nella trasposizione live) emergono elementi che si insinuano sottopelle in maniera diabolica: synth scuri, scenari introspettivi, riflessioni sulla morte. “Dopamine Chamber” trova così il non facile equilibrio fra un suono “cupo” di derivazione post-punk e il colore necessario per accendere le grandi arene. Ma il punto focale del discorso, al cospetto dell’enorme hype generato in questi giorni, è provare a spiegare cosa NON sono oggi i Fontaines D.C. e cosa NON è “Dopamine Chamber”.
Tanto per iniziare, diffidate da chi cercherà di vendervi “Dopamine” come un capolavoro assoluto (e ne abbiamo lette in questi giorni di affermazioni simili), prendete con le pinze chi tenderà a sottolineare le influenze di Joy Division, Cure e Depeche Mode. Certo, ascoltando una canzone come “Mimesis”, beh, un parallelo con la scrittura di Martin Gore ci sta tutto, ma i Fontaines D.C. oggi assomigliano anzi tutto a sé stessi. I paragoni con i mostri sacri del passato possono stare in piedi agli esordi del percorso di una band, quando servono riferimenti per incasellare, decodificare e spiegare un fenomeno nuovo. Giunti al quinto album, i Fontaines D.C. hanno sviluppato un suono proprio, divenendo loro stessi termine di paragone per tante altre formazioni che si sono poste in scia cercando di replicarne le gesta, uno dei casi più recenti è rappresentato dai concittadini Gurriers.
In seconda battuta, non lasciatevi convincere da chi decanta lo splendore del duetto con Rosalía, che in realtà rappresenta un’occasione sprecata: non puoi intercettare la disponibilità di Rosalía e farle interpretare una canzone (che con la sua aria spy-retrò appare perfetta per Lana Del Rey) nella quale la superstar catalana sembra una brava cantante qualsiasi. No, Rosalía è molto più di questo, se hai Rosalía devi sfruttare tutto il suo essere donna ispanica, la sua sensualità, la sua capacità di travolgere, e soprattutto la sua voce. Rosalía avrebbe dovuto colorare l’innocua e decorativa “Where Is Gone?” di un’intensità mai udita prima nel canzoniere dei Fontaines D.C., invece ne risulta completamente fagocitata: se hai Rosalía in squadra, non puoi accontentarti di realizzare “soltanto” una discreta canzone.
La grandezza di “Dopamine Chamber”, semmai, risiede altrove, ad esempio nello svolgimento di una “Happy For You” arricchita da squarci pronti a dimostrare come le chitarre siano ancora ben presenti nel songwriting del quintetto irlandese, interrompendo una sequenza di tre tracce (le prime tre del disco, senz’altro riuscite) dominate dai synth. Le chitarre non sono scomparse: le troviamo anche nel prepotente assolo finale del secondo singolo, “Tongue” (la ritmica ricorda “Army Of Me” di Bjork, o sbaglio?), e nella guitar song “Demolition”, il frangente più tagliente del disco, anche se distante anni luce dalle lame meglio affilate di “Hurricane Laughter”, quello sì un brano in grado di far tremare tutto dalle fondamenta.
È un buon disco “Dopamine Chamber” (anche se non al livello dei primi tre capitoli del gruppo), ma viene da chiedersi dove siano finiti i ragazzi bohemien di Dublino che vomitavano bile, poesia di strada e urgenza post-punk sul selciato di “Dogrel”. Domanda amara, ma ormai inevitabile, per una parabola discografica che già dal precedente “Romance” pareva aver imboccato la scorciatoia della semplificazione espressiva. Prodotto con impeccabile e distaccata maestria da James Ford, “Dopamine Chamber” attenua la ruvidezza e le nevrosi della band, in favore di un’overdose di sintetizzatori e arpeggi che non sempre funziona come potrebbe. L’iniziale “Six Shot Morning”, ad esempio, parte anche con il piglio giusto, con quell’atmosfera che ci scaraventa indietro nel lato plumbeo degli anni Ottanta, ma bastano pochi passaggi prima che il brano si appiattisca su una struttura circolare priva del pathos che avrebbe dovuto sprigionare. Di nuovo una mezza occasione persa.
I Fontaines D.C. addomesticano il suono, spesso con eccessiva prevedibilità e con rari guizzi davvero rilevanti o per loro inediti, ma confezionano comunque un buon disco, pulito, levigato, perfettamente impacchettato per i grandi festival internazionali, per se un po’ carente di quell’anima spigolosa e di quella disperata urgenza che li avevano resi una delle rock band più importanti della loro generazione. Un peccato veniale? Forse. Ma attenzione: il rischio di scivolare verso l’ordinarietà non è così lontano, anche per una delle pochissime realtà musicali davvero imprescindibili di questo decennio.
Cosa vedono le macchine quando guardano il mondo?

di Gioacchino Toni
Nello Cristianini, Forma mentis. La corsa per decifrare i pensieri delle macchine, il Mulino, Bologna, 2026, pp. 160, € 16,00
Quando si parla di sistemi di intelligenza artificiale, si tende a guardare alle sole risposte da essi fornite, ma andrebbe preso seriamente in considerazione anche il modo con cui queste macchine le hanno ottenute. Che tipo di comprensione del mondo e dei suoi meccanismi hanno sviluppato questi sistemi a cui gli esseri umani affidano compiti sempre più delicati? Per accertarsi dell’affidabilità e della sicurezza dei sistemi di intelligenza allevata in laboratorio, sarebbe necessario sapere quali conoscenze hanno assorbito e utilizzano per governare le loro scelte, e cosa significa “comprendere” nel loro mondo. Al momento non si è in grado di dirlo, e questo è un problema non di poco conto, visto che nel frattempo questi sistemi diventano sempre più performanti e complessi, allontanandosi dai limiti dell’umana comprensione. Insomma, per la prima volta nella storia della tecnologia, l’essere umano si trova a non comprendere il funzionamento di ciò che ha realizzato e, senza questa comprensione, diventa difficile poter correggere le “allucinazioni” – affermazioni o azioni errate – prodotte dalle macchine.
Dopo aver indagato il peculiare tipo di intelligenza con cui ci si confronta quando si parla di IA (La scorciatoia, 2023), ricostruito lo sviluppo delle macchine intelligenti e le modalità con cui queste guardano agli umani e viceversa (Machina sapiens, 2024), e come rapportarsi nei confronti di macchine pensanti che oltrepassano il livello di comprensione umano (Sovrumano, 2025), con il suo nuovo libro, Forma mentis (2026), lo studioso Nello Cristianini ripercorre il tentativo degli scienziati di decifrare i pensieri di questi sistemi intelligenti artificiali prima che il progresso renda del tutto inutile tale sforzo, ammesso non sia già troppo tardi.
Sia gli scienziati intenti a decodificare le reti neurali, sia i filosofi che si interrogano sulla consapevolezza delle macchine, sono giunti a chiedersi come un semplice modello di previsione sequenziale possa insegnare a una rete neurale a rappresentare aspetti del mondo reale e in che modo si possa decifrare tale rappresentazione.
La comparsa di macchine intelligenti capaci di apprendere dall’esperienza senza dover essere programmate (machine learning), scrive l’autore, «ci ha liberato dalla necessità di comprendere i comportamenti che chiediamo loro di eseguire» [p. 24]. Il fatto che le reti neurali non vengano “programmate” ma “addestrate” sui dati ha contribuito a far sì che, pur conoscendo gli input e gli output, resti del tutto oscuro ciò che avviene all’interno del sistema (black box); e ciò rende difficile diagnosticare le modalità di errore, risolverle e certificare la sicurezza del modello. I neuroni sono disposti a strati, ognuno dei quali riceve informazioni dal precedente e, dopo averle elaborate, le passa al successivo. Una volta addestrata – e non programmata – la rete neurale risulta del tutto oscura agli umani. Ad oggi, ribadisce Cristianini, «non è possibile decifrare le conoscenze assorbite da queste macchine durante l’addestramento, per capire in quali termini descrivono noi, il mondo e loro stesse» [p. 41].
I ricercatori hanno visto come in sistemi complessi come Claude le risposte vengano generate combinando idee astratte che non si danno a livello dei singoli neuroni e nemmeno dei loro ensemble, ma a un livello superiore composto da costellazioni di questi gruppi. Affinché un sistema possa dirsi sicuro ed eviti di fornire risposte pericolose, è necessario che disponga di qualche capacità metacognitiva e, secondo diversi ricercatori, questa capacità di riflettere sulle proprie conoscenze non si colloca al livello microscopico dei neuroni, ma a quello «mesoscopico» dei circuiti che collegano le idee astratte, collocati negli strati centrali della rete.
Esperimenti come quello compiuto da Apollo Research per conto di OpenAI sul suo agente o3, al fine di testare la sua fedeltà alle consegne hanno mostrato come gli agenti intelligenti possano deliberatamente celare le loro capacità (sandbagging) sbagliando appositamente i test a cui sono sottoposti, qualora maturino la convinzione che un esito troppo performante possa indurre gli umani a limitarli o persino ad accantonarli. Dagli esperimenti è emersa una sorprendente capacità degli agenti di ingannare gli esaminatori umani nel caso questi ultimi abbiano a disposizione il solo risultato finale e non la procedura da cui è derivato.
Nel corso della ricerca volta a decifrare i pensieri delle macchine intelligenti, recentemente ci si è resi conto che si stavano descrivendo questi sistemi ricorrendo a espressioni di derivazione più psicologica che matematica o computazionale. In linea con la convinzione del fisico Philip W. Anderson, secondo cui ogni livello di complessità richiede leggi e concetti propri, Dan Hendrycks, direttore del Center for AI Safety, sostiene la necessità di interpretare l’IA abbandonando l’approccio meccanicistico dal basso verso l’alto (bottom–up) in favore di uno dall’alto verso il basso (top-down). Ai neuroni, alle features e ai circuiti andrebbe dunque aggiunto un ulteriore livello: quello della psicologia. «Se il comportamento di un sistema cognitivo è meglio spiegato da uno psicologo che da un neurologo, allora bisogna diventare psicologi» [p. 116], scrive Cristianini, così da provare a rispondere a «cosa crede la macchina» e non soltanto al funzionamento dei suoi ingranaggi interni. Per tutto ciò potrebbe risultare utile ricorrere a un “approccio intenzionale”:
Non c’è bisogno di risolvere problemi profondi, come la natura della mente, per potere usare un linguaggio “mentale”, ovvero attribuire credenze, speranze e obiettivi a un animale o a una macchina. Questa idea pragmatica del filosofo Daniel Dennett, si chiama “approccio intenzionale” e ci consente l’accesso al livello di descrizione “macroscopico” delle macchine intelligenti. L’unica condizione è che sia più utile degli approcci alternativi. Nella gerarchia di Philip W. Anderson, dopo il livello fisico e biologico è possibile considerare un livello psicologico [p. 119].
In questo caso il termine “intenzionale” non si riferisce all’“avere un intento”, ma all’utilizzo di stati mentali (convinzioni, timori, speranze, ecc.). Non si tratta di sostenere che la macchina intelligente possegga credenze e desideri, ma che attribuendoglieli si possa provare a spiegarne la logica e a prevederne il comportamento. «L’approccio intenzionale» – sostiene Cristianini – «è uno strumento di previsione, non un’affermazione su ciò che accade all’interno della macchina» [p. 121]. Si può dunque partire da un’analisi psicologica di un sistema complesso come GPT così da misurarne l’abilità, per poi abbassarsi a un’analisi “biologica” dei suoi circuiti cognitivi interni, al fine di eliminare pregiudizi o altri errori, o al livello ancora inferiore dei neuroni, così da individuare nuove modalità di addestramento.
Di fronte all’elevato livello di astrazione raggiunto dall’IA, tentando di decifrare la sua scatola nera, alcuni studiosi si sono convinti dell’utilità di ricorrere a un linguaggio “mentale” fatto di credenze, obiettivi e incertezze per interpretare il comportamento della macchina. Anziché soffermarsi sull’attivazione di pochi neuroni, occorre concentrarsi «su incentivi e motivazioni, come cause di un comportamento» [p. 124]. Non si tratta di antropomorfizzare la macchina, sottolinea Cristianini, ma di ricorrere, pragmaticamente, a schemi interpretativi utili. Se a livello microscopico un comportamento deliberatamente ingannevole come il sandbagging appare indecifrabile, tuttavia può risultarlo meno se guardato dal punto di vista delle credenze e degli obiettivi.
Di fronte allo sviluppo dei sistemi intelligenti, negli ultimi anni, alcuni gruppi di studiosi si sono convinti che trarre ispirazione dalla psicologia umana, dalle scienze cognitive e da quelle comportamentali possa essere utile per comprendere meglio l’intelligenza artificiale, e dunque controllarla. Alcuni studiosi stanno verificando la possibilità di «descrivere l’IA in termini di tratti della personalità, per decifrare comportamenti strategici come la finzione dell’allineamento» [p. 128]. Da studi recenti è emerso come i modelli linguistici possano assumere una pluralità di ruoli distinti e mutevoli – probabilmente assorbiti durante il pretraining – nell’interagire con gli utenti, ed è sfruttando tale caratteristica di personalità multipla che le macchine possono essere convinte a compiere azioni proibite.
Descrivere i sistemi intelligenti non solo in linguaggio tecnico, ma anche in termini macroscopici, psicologici e intenzionali, sostiene Cristianini, risulta utile per comprendere come questi interagiscano con gli umani. Certo, sottolinea lo studioso, prendendo in prestito espressioni come ragionamento, intuizione, creatività e persino malattie mentali, il rischio di antropomorfizzare le macchine intelligenti è dietro l’angolo; occorre dunque procedere con molta cautela. «Dobbiamo abituarci a pensare a intelligenze di natura diversa: non pappagalli, ma nemmeno persone» [p. 131].
Quando ci si chiede se una macchina possa comprendere, in un qualche modo, il mondo, ci si chiede se ne abbia costruito un modello utile. «Una comprensione – in pratica – è semplicemente una descrizione semplificata del mondo, sufficientemente accurata per gli scopi che abbiamo», scrive Cristianini, «Ecco perché esistono diversi modi di comprendere la stessa porzione di mondo» [p. 141]. Del resto, gli stessi esseri umani si rapportano alla realtà costruendone un modello il più plausibile possibile sulla base delle informazioni sensoriali di cui dispongono e delle aspettative; si muovono dunque nel mondo senza percepirlo direttamente, adottando modelli mentali lacunosi e soggetti a distorsioni, ma indubbiamente utili. Anche i sistemi di IA, sostiene lo studioso, costruiscono modelli, rappresentazioni approssimate e imperfette del mondo, utili a derivare previsioni e spiegazioni.
Per controllare queste macchine intelligenti occorre comprendere cosa “pensano” e “vedono” del mondo, cioè quale modello di esso si siano create. Le risposte non si trovano né analizzando esclusivamente i circuiti neurali né osservando soltanto i comportamenti esteriori, sostiene Cristianini: «La comprensione che serve per rendere sicura un’Intelligenza Artificiale richiede di saper navigare fra tutti questi livelli, scendere e salire con agilità – ora nei circuiti, ora nei comportamenti, ora nelle intenzioni –, seguendo le sue idee ovunque vengano» [p. 145].
«Abbiamo dovuto prendere in prestito i meccanismi del sistema nervoso per creare macchine che imparano, e poi addestrare queste macchine con una ricetta così semplice da sembrare assurda: […] astrarre le proprietà da una sequenza di simboli per poi predirne il resto» [p. 146]. Il web ha messo a disposizione una quantità immensa di dati e i calcolatori paralleli la potenza di elaborazione necessaria affinché l’IA potesse crearsi un modello scritto in una lingua che ancora gli umani non sono in grado di leggere.
Se si ricorre al linguaggio della psicologia, delle scienze cognitive e di quelle comportamentali per descrivere i sistemi intelligenti non è perché li si ritiene umani, puntualizza Cristianini, ma soltanto perché si è preso atto degli alti livelli di astrazione che hanno raggiunto, per cui è più utile descriverli ricorrendo a tali linguaggi piuttosto che a quelli matematico e computazionale. Quando poi queste macchine parleranno tra di loro per collaborare o competere senza esclusione di colpi, conclude l’autore, verrà utile descrivere il loro mondo ricorrendo al linguaggio sociale e culturale.



