Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/02/2015

Syriza si divide. Scontri ad Atene, oggi in piazza i comunisti

"Presentare una sconfitta come un successo è forse peggio della sconfitta stessa. (…) Da una parte perché si trasforma il discorso del governo in politichese, in una serie di luoghi comuni e banalità che hanno semplicemente lo scopo di legittimare a posteriori qualsiasi decisione, trasformando il nero in bianco; e dall'altra perché prepara il terreno, ineluttabilmente, per le prossime, più definitive, sconfitte, perché confonde i criteri attraverso i quali il successo può essere distinto da una sconfitta". Il duro giudizio di Statis Kuvelakis, professore di scienze politiche al King's College di Londra ed esponente del comitato centrale di Syriza, è condiviso da molti dei suoi compagni di partito. Non solo quelli della piccola ‘Tendenza Comunista’ (che chiedono di votare la proposta parlamentare del KKE di rifiutare in blocco il memorandum), ma anche dai militanti e dai dirigenti di Syriza appartenenti alla ‘Piattaforma di Sinistra’ e addirittura in alcune aree della maggioranza del partito, sempre più insofferenti.

Per ora, sembra, i critici sono comunque una minoranza, per quanto consistente. Al termine di una vera e propria maratona durata 11 ore, ieri la stragrande maggioranza dei deputati di Syriza eletti il 25 gennaio hanno approvato a maggioranza il modo in cui, insieme con il ministro delle Finanze Yannis Varufakis, il premier Alexis Tsipras ha gestito i negoziati con i cosiddetti partner europei per ottenere dall'Eurogruppo una proroga di quattro mesi del prestito in scadenza domani.

Ma la fronda interna è più che evidente, il dibattito di ieri è stato costellato da critiche a volte anche molto dure e dal voto contrario di un certo numero di parlamentari.

A dar voce al diffuso malcontento all'interno di Syriza sono stati il ministro dello Sviluppo Economico, Ambiente ed Energia Panagiotis Lafazanis e la presidente della Camera, Zoe Konstantopoulou. I due esponenti della sinistra interna del partito hanno contestato la lista delle “riforme” proposte da Varoufakis, sostenendo che in molti punti esse sono, in sostanza, un'estensione del pre-esistente Memorandum firmato tra i precedenti governi e la Troika (rimasta a decidere le sorti di Atene, seppur con un'altra denominazione). Un Memorandum che Tsipras aveva promesso di stracciare il giorno dopo la costituzione del governo, gli hanno ricordato i critici.

Quella delle opposizioni interne è di fatto la stessa accusa mossa a Varufakis dall’ex partito di governo di centrodestra Nea Dimokratia, secondo cui la lista delle misure proposte all'Eurogruppo dal ministro delle Finanze – che ha accettato varie correzioni da Bruxelles prima di presentare la versione finale del testo – "è una copia esatta del Memorandum" concordato dell'ex premier Antonis Samaras con Ue, Bce ed Fmi.

Secondo una "nota per uso interno" di 12 pagine dattiloscritte diffusa da Nea Dimokratia, diversi estratti dall'elenco di Varoufakis sarebbero stati letteralmente copiati dal precedente “accordo di salvataggio” concordato con la Troika.

Quando il segretario Tsipras ha chiesto ai suoi di votare a favore o contro l'accordo concluso dal suo governo con l’Eurogruppo per alzata di mano, un certo numero di deputati – 20 su 149 secondo alcune fonti, 35 secondo altre – avrebbero espresso parere negativo. Secondo un’altra versione invece i voti contrari sarebbero stati solo 5, ma solo perché ben 30 deputati avrebbero scelto di non partecipare al voto.

A preoccupare la dirigenza del partito sono soprattutto i "mal di pancia" del ministro Lafazanis (che si sarebbe astenuto, nonostante l’opposizione interna gli chiedesse di marcare il suo disaccordo in modo più netto) e della presidente della Camera Konstantopoulou. Quest’ultima e il deputato Dimitris Mitropoulos hanno inoltre espresso "grave preoccupazione" che il nuovo accordo implichi altri pesanti obblighi per la Grecia. Secondo il deputato Stathis Leoutsakos alcune delle proposte inserite nella lista di Varoufakis, nella loro formulazione, assomigliano agli antichi oracoli che "i creditori possono interpretare come vogliono". Anche le parlamentari Ioanna Gaitanis ed Eleni Psareas hanno votato "no" all'intesa con i creditori internazionali.

Tsipras ha tentato di placare gli animi promettendo che "Il risultato dell'accordo dipenderà e sarà giudicato dal modo in cui lavoreremo come governo. Faremo in modo che l'esecutivo lavori in maniera rapida e governeremo sulla base del mandato popolare che ci è stato dato". "Aspetteremo di vedere ciò che faranno i parlamenti degli altri Paesi e poi formuleremo una proposta politica nei due o tre giorni successivi", ha concluso il capo del governo.

Il ministro Varoufakis, dal canto suo, ha annunciato che i risparmiatori greci hanno ripreso a depositare i loro soldi nelle banche elleniche dopo l'estensione di 4 mesi degli aiuti europei. Intervistato da Bloomberg TV, il ministro delle finanze ha detto che 700 milioni di euro sono stati depositati nelle banche elleniche nella sola giornata di martedì dopo che dall'inizio di dicembre circa 20 miliardi di euro sono usciti dalle banche di Atene e finiti all'estero.

Oltre all’esplicitazione delle divisioni interne al partito di governo – e che potrebbero emergere in misura maggiore nel corso del Comitato Centrale di Syriza previsto nel fine settimana – per la prima volta dal giorno delle elezioni ieri il governo ha dovuto fare i conti anche con una piazza ostile.

Durante la giornata di ieri alcune centinaia di persone, per lo più militanti e simpatizzanti della coalizione di sinistra radicale anticapitalista Antarsya e di alcuni collettivi anarchici, sono scese in piazza nella capitale ellenica contro “la reintroduzione dell’austerity da parte del nuovo governo”. Al termine della marcia diretta verso il parlamento una cinquantina di persone hanno iniziato a lanciare bottiglie molotov contro la famigerata squadra Delta della polizia greca; alcune auto bruciate, la vetrina di una banca sfondata e improvvisate barricate erette dai manifestanti nel quartiere di Exarchia per coprirsi la ritirata hanno concluso la giornata.

Oggi si replica, sicuramente con numeri assai più consistenti, visto che a protestare contro l’intesa rinunciataria raggiunta dall’esecutivo con la Troika che oggi verrà messa in votazione in parlamento è il Partito Comunista Ellenico. Il Kke ha accusato il presidente del Consiglio di essersi piegato alla Troika rinnegando le promesse elettorali.

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La proposta di Landini: parliamone


Maurizio Landini sostiene di essere stato frainteso nella sua intervista al “Fatto” e di non avere intenzione di fare un partito o una coalizione elettorale, ma di aver proposto una “coalizione sociale”, facendo un vago accenno all’esperienza di Podemos. Nell’intervista si è anche soffermato sui limiti del sindacato, così come è oggi, e sulla necessità di trovare nuovi strumenti e nuove forme aggregative. Bertinotti se ne è detto entusiasta (brutto segno!!!).

Va bene: può darsi che sia stato effettivamente frainteso e che non abbia intenzione di fare un partito o di partecipare alle elezioni o forse ha questa intenzione ma, per ora, non intenda dichiararlo, lasciamo perdere, ma cerchiamo di capire, in positivo, cosa vuol fare.

Partiamo però da una premessa: come sindacalista, non è che abbia brillato. La Fiom è isolatissima rispetto agli altri due sindacati metalmeccanici e dentro la Cgil, ha osservato una linea d’azione con forme di lotta tutte esterne alla fabbrica ed al ciclo produttivo, proclama scioperi che raccolgono adesioni al 2,5%, non si dimostra capace di incidere sulla contrattazione e di ottenere risultati. Personalmente detesto la Camusso ed il sindacato “collaborazionista” o “semi collaborazionista” di questi anni, però non posso fare a meno di osservare che, quando gli altri della Cgil lo accusano di astrattezza e inconcludenza non hanno tutti i torti. Poi io sono per il sindacato conflittuale, ma non è con i salotti televisivi che lo si fa, anche se è giusto andare in televisione. Il “sindacato d’opinione” non esiste. Soprattutto, la Fiom non è riuscita a dire niente sulla crisi, salvo la solita lagna sterile sulle diseguaglianze sociali, senza che questo si traducesse mai in una qualche indicazione concreta di lotta.

Ricordo un dibattito di alcuni anni fa alla Statale, qui a Milano, dove fu invitato un membro della segreteria nazionale; si parlava di crisi: fu una esperienza assolutamente imbarazzante, con il personaggio che non capiva un tubo di problemi finanziari e che, non sapendo cosa rispondere agli altri relatori (c’era il mio amico Massimo Amato, docente di economia), se la cavò con una penosissima uscita sul fatto che lui parlava di cose concrete come “le condizioni di lavoro in fabbrica, l’occupazione ecc.”, come se tutto questo non fosse in relazione alla finanza che, evidentemente, gli sembrava una cosa astratta e di cui non val la pena di parlare.

Landini me lo sono trovato personalmente davanti in un paio di trasmissioni televisive, dove si parlava della crisi economica (dovevamo essere nell’estate del 2010, era appena uscito il mio libro sul 2012), e devo dire che non gli ho sentito dire una parola sul merito della crisi e sugli obiettivi del movimento sindacale in essa. Se tanto mi dà tanto…

Detto questo, non si pensi che non sia interessato all’uscita di Landini che, al contrario, giudico promettente e da seguire con attenzione. Solo che vorrei capire di che si tratta: coalizione sociale fra chi? Personalmente sostengo da tempo che occorre una grande alleanza del lavoro (dipendente, precario ed autonomo) contro il potere finanziario. Landini che pensa? Con quali soggetti sociali e con quali nemici da battere? Si parla di una coalizione sociale contro il potere finanziario? Benissimo, ma allora cerchiamo di capire su quali obiettivi muoverci. Cosa pensa Landini della prosecuzione dell’Euro? Vogliamo fare la battaglia contro il Job Act: benissimo, ma come intendiamo proteggere le nostre aziende dalla concorrenza dei paesi emergenti? Come facciamo a contrastare Marchionne che minaccia di smontare le fabbriche in Italia e portarle in Polonia o Argentina? Che ne pensa della linea dell’auto imprenditoria giovanile?

Con quali forme di azione e di lotta dobbiamo procedere? Manifestazioni di piazza come gli indignados o come i forconi? Occupazioni di fabbrica? Forme di sciopero anomale? Discutiamone.

Ma, soprattutto, con che forme organizzative si esprime questa coalizione sociale? In una Cgil trasformata? Una federazione di associazioni, gruppi, ecc? Una coalizione elettorale?

In che rapporto dovrebbe essere questa coalizione sociale con la rappresentanza politica? Darsi una propria espressione elettorale o dialogare con le formazioni presenti (Sel, Rifondazione, sinistra Pd ecc.)? E, in questo secondo caso, pensa di poter evitare un confronto con il M5s che, piaccia o no, è la maggiore aggregazione di opposizione esistente?

E, poi, da dove cominciamo? Una campagna referendaria, uno sciopero generale, uno sciopero fiscale, una campagna d'informazione, la costruzione di un sito o di un giornale?

Insomma, per ora, la proposta mi sembra una scatola vuota e verrebbe da dire “fumo bertinottiano in salsa ingraiana”, ma preferiamo vedere il mezzo bicchiere pieno: Landini, se non altro, ha il merito di aver lanciato il sasso nello stagno agitando le acque e di averlo fatto scavalcando i soliti leaderini di Sel, Rifondazione ecc. Ed, allora, va bene, apriamo il dibattito trovando le sedi adatte e che Landini ci dia una prima traccia di discussione. Laicamente e seriamente.

Salvini e la Lega? “Cojoni a casa vostra”

Nella sua marcia della celebrità il leader della Lega Salvini, deciso a diventare capo di un movimento politico a carattere nazionale e magari il volto nuovo del centro-destra italiano, sembra essersi lasciato alle spalle più di qualche bomba a tempo. Mentre punta su Roma è proprio nel suo cortile di casa che si presentano problemi e divergenze che possono far male. Nella Padania dei “padroni a casa nostra”, sta riemergendo con forza la competizione, da sempre latente nella storia della Lega, tra i “lombardi” e i “veneti”. A tirare calci verso i progetti di Salvini è un personaggetto poco raccomandabile come il sindaco di Verona, Flavio Tosi, che si sta mettendo di traverso sulle scelte elettorali nella Regione Veneto, oggi governata dal leghista veneto Zaia appoggiato sia da Salvini sia da Maroni (governatore della Regione Lombardia). Lo scontro tra Tosi e la leadership lombarda della Lega non è roba di queste settimane, risale infatti all’epoca di Bossi che in un paio di occasioni tuonò contro “i fascisti nella Lega”. Il senatur, che aveva tanti difetti ma a modo tutto suo non era insensibile all’antifascismo, ce l’aveva proprio con Tosi e il suo entourage in Veneto.

Tosi infatti, mentre si è conquistato come sindaco di Verona una facciata di moderato e amministratore, non ha mai reciso, anzi ha continuato a coltivare, i suoi legami con l’estrema destra in quella che, pur essendo una bellissima città, rappresenta ancora il “cuore nero” del nostro paese. Verona è una città dove i fascisti hanno sempre potere e lo hanno esercitato come strapotere, anche con la violenza. Ma Verona, come emerso da numerose inchieste, è stata sempre al centro di tutte le reti fasciste e stragiste intessute drammaticamente nel nostro paese, dai prodromi della strage di Piazza Fontana ai Nar. E  Tosi è in questo ambiente che si è formato, cresciuto e poi proiettato nella Lega trascinandosi dietro tutta la “fascisteria pesante” del Nordest.

La svolta “nazionale” della Lega una volta partito della sola Padania, sta creando seri problemi anche nel mondo della fascisteria. Mentre Casa Pound si è arruolata come braccio armato di Borghezio e Salvini, altre organizzazioni fasciste come Forza Nuova e il filone tradizionalista soffrono la competizione della Lega buttata a destra che gli soffia iscritti, militanti e mazzieri. Tosi ha tra i suoi sostenitori proprio questa componente, forte storicamente nel Veneto cattolico e ultracattolico, con forti legami con il padronato locale e coperti ieri dalla Dc o oggi da Forza Italia. Tosi infatti vuole mantenere l’alleanza con il blocco berlusconiano nelle prossime elezioni regionali, mentre Salvini vuole far correre la Lega da sola e comunque con il proprio candidato alla presidenza regionale. “Tutti vogliono vincere in Veneto - afferma Tosi - però ci vogliono linearità, coerenza e rispetto per le persone”. La  “rogna” veneta  per  Salvini pare, insomma, sempre più difficile da risolvere. Lo si capisce anche da alcuni piccoli segnali: Tosi ha risposto che vedrà se è compatibile con i suoi impegni di sindaco la partecipazione o meno all’adunata fascio/leghista organizzata da Salvini a Roma sabato prossimo. La Lega ha organizzato la trasferta nella odiata “Roma ladrona” per sfondare nel centro-sud,  i mass media continuano ad alimentare il fenomeno Salvini offrendogli praticamente ogni palcoscenico televisivo (incluso quello contestato pubblicamente sulla piazza del Campidoglio a Roma) per poter ricreare lo spettro da cui proteggersi in futuro stringendosi intorno magari al “meno peggio” Pd. Dopo venti anni Berlusconi non funziona più in questo senso, soprattutto da quando l’osmosi di interessi con Renzi dà l’impressione di volergli regalare una dorata uscita di scena dalla politica ma una ricca presenza nel mondo degli affari. Insomma la rumorosa e xenofoba orda dei  “padroni a casa nostra” cerca di mettere il naso fuori dalla Padania cercando e arruolando soprattutto fascisti e gente pronta a indossare qualsiasi casacca pur di ottenere un scranno, un posticino, un benefit. Ma lo spettacolo che offre la Lega di Salvini più che una ipoteca sul futuro sembra aver mutuato lo slogan a loro caro, in uno slogan più romanizzato ma di indubbia efficacia: “cojoni a casa vostra” . Roma, nella storia, è una città dalla straordinaria “resilienza” e adattabilità, ma quando viene provocata oltre misura è stata sempre capace di trasformare la resilienza in resistenza.

Salvini a Roma non sei persona gradita.

Vedi il dossier: Verona. Tutta l'erba è un (s)fascio

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Turchia: voglia di Impero Ottomano e speculazione


Nella Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan anche in politica ormai 'ottomano é bello': cosi diversi candidati onorevoli alle politiche di giugno del partito islamista Akp appaiono già sui manifesti elettorali vestiti da sultani o visir, con tanto di baffi posticci a manubrio.

Il quotidiano Hurriyet ha riprodotto i manifesti elettorali di diversi candidati alle politiche - con il logo della lampadina dell'Akp di Erdogan - in posa con vestiti da dignitari della Sublime Porta. Psman Yavuz, candidato a Konya, ha scelto un colbacco di pelo di lupo, barba e pelliccia selgiudiche, sotto lo slogan "Hep Birlikte Yeni Turkiye", "Tutti insieme per la nuova Turchia", quella di Erdogan. Ad Ankara Cihangir Tahir ha scelto turbante e caffettano blu-shoking, e un enorme paio di baffi tradozionali. Ersin Karababa a Tokat, nel nord, ha optato per un abito rosso e oro da sultano del Seicento. Il virus ha contagiato anche le aspiranti onorevoli. Nalan Aktas a Istanbul appare semivelata, vestita da favorita del sultano. Le candidate per la prima volta dal 1923 possono presentarsi velate.

Erdogan, 'il Sultano', é un grande ammiratore del glorioso passato imperiale della Turchia. Non perde un'occasione per rendere omaggio alla 'grandeur' ottomana. E vuole riportare il paese a un ruolo di potenza regionale perduto con il crollo nel 1923 dell'Impero ottomano e islamico, sulle cui rovine Mustafa Kemal Ataturk costruì una repubblica nazionalista e autoritaria ma laica. Il presidente islamista predica per un ritorno ai 'valori' e all'ispirazione religiosa dei secoli ottomani, ha riprisitinato il velo islamico, consiglia pudore e almeno tre figli alle donne turche, "affidate da Dio all'uomo" ha detto di recente. Sotto Erdogan l'architettuitra neo-ottomana, o selgiudiche, cioé pre-ottomana, dilaga nell'edilizia pubblica. Il 'sultano' di Ankara si é fatto costruire in stile selgiudiche un faraonico nuovo palazzo presidenziale di 1.150 stanze costato quasi mezzo miliardo di euro e che solo di bolletta elettrica dilapida centinaia di migliaia di euro.

E' apparso nelle ultime settimane in mezzo ad una guardia d'onore costituita da 16 soldati vestiti come i guerrieri dei '16 imperi turchi' degli ultimi due millenni. E in stile selgiuchide sarà edificata la nuova città di mezzo milione di abitanti all'imbocco dell'ultimo 'progetto pazzo' lanciato da Erdogan, il canale artificiale che sdoppierà il Bosforo facendo della parte europea di Istanbul un'isola.

Per il 'sultano', accusato dall'opposizione di trasformare il paese in uno stato islamico autoritario, le prossime elezioni politiche sono cruciali. Vuole 400 deputati, i due terzi del parlamento, per cambiare la costituzione e istituire un regime presidenziale che gli dia pieni poteri. La deputata islamica Tulay Babuscu avverte, l'impero ottomano sta per tornare, grazie alla "sublime saggezza del nostro grande presidente". "La pausa pubblicitaria di 90 anni (di repubblica) per un impero di sei secoli - ha previsto - é finita".

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Questi sono pazzi da legare.

Tav? Chiamate l’Anticorruzione!

Il presidente Matteo Renzi e il presidente d’oltralpe Francois Hollande si sono incontrati il 24 febbraio per decidere sull'Alta Velocità Torino-Lione. Il dubbio è: sanno davvero cosa accade intorno ai progetti AV in termini di dispregio della legge, sperpero del denaro pubblico, corruzione, attacco irreversibile all'ambiente e, corollario non certo minore, supporto di fatto alla criminalità organizzata in Toscana e in Piemonte?

In relazione all'AV Torino Lione il CIPE, che in data 20 febbraio ha approvato un progetto definitivo dell'opera che tale non è, avendo previsto esclusivamente la realizzazione e copertura finanziaria di soli 17 km contro i 235 dell'intera opera e 57 della tratta transfrontaliera, di recente risulterebbe aver violato la normativa sulla tranciabilità dei flussi finanziari necessaria alla lotta all'infiltrazione delle mafie nei lavori pubblici (“segui i soldi e troverai la Mafia”).

L'allarme lanciato dalla Commissione Europea un anno fa, il 3 febbraio 2014, sull'enorme costo dell'AV in Italia – 500% in più al km rispetto a Europa e Giappone – appare caduto nel nulla. Il “Sole 24 Ore” denunzia che “il costo della Tav in Italia sale a 12 miliardi” (24 mila miliardi di vecchie lire): "La tratta Torino-Lione, il cui costo era calcolato in 8.329 milioni nel 2012, richiederà un esborso  di 11.977 milioni di euro. L'Italia, su cui grava il 57,9% della spesa, dovrà garantire la copertura non di 4,8 miliardi, ma di 6,9 miliardi”.

Il CIPE, con l'ultima delibera sul Tav Torino Lione per soli 17 km ha definitivamente sancito che tale opera sarà la nuova “Salerno-Reggio Calabria”. Il costo dell'intera opera di 235 km – ad oggi indefinito – aumenterà a dismisura a scapito di lavoratori, giovani, disoccupati e non abbienti. Mentre piccole e medie imprese sane – come il caso Firenze insegna – vengono escluse dai lavori affidati, con la copertura dell’artificio contrattuale del general contractor e col concorso dei subappalti, anche a imprese criminali, o ad aziende finanziariamente impresentabili.

Intanto gli onesti cittadini della Val di Susa si vedono precluso l'accesso al proprio stesso territorio (il cantiere di Chiomonte è forse il più blindato d'Italia). Ma il titolare della società Toro S.r.l., legata alla ‘ndrangheta secondo il PM e oggetto di sequestro da parte del Tribunale di Torino, lavorava con arroganza proprio in quel cantiere in presenza delle Forze dell'ordine, come appare risultare da eloquenti intercettazioni.

Preoccupante è che la stessa Lyon Turin Ferroviaire abbia assegnato alla società della ‘ndrangheta il subappalto dei lavori per l'asfaltatura delle strade nel cantiere di Chiomonte! La capacità d'infiltrazione della ‘ndrangheta nel Consorzio Valsusa (nato per ripartire le titolarità dei lavori TAV Torino Lione) è stata accertata dal GIP di Torino, che ha pure registrato abituali estorsioni, minacce a imprenditori locali e traffico illecito di rifiuti speciali in luoghi non autorizzati a carico degli stessi soggetti destinatari della misura cautelare e operanti in Val di Susa.

Nel frattempo è stata emessa una dettagliata richiesta di rinvio a giudizio da parte del Tribunale di Firenze, in data 26 gennaio 2015, per imputazioni di associazione a delinquere formulate dal Procuratore della Repubblica a carico di 15 autorevolissimi soggetti. All’associazione a delinquere avrebbero solidalmente collaborato, secondo la Procura fiorentina, niente meno che il legale rappresentante della società vincitrice dell’appalto e general contractor, la presidente e il project manager di Italferr, un componente della Commissione VIA del Ministero dell'Ambiente, un funzionario e un consulente dell'Autorità di Vigilanza delle opere pubbliche, due dirigenti del Ministero delle Infrastrutture, e più dirigenti dell’aggiudicataria Coopsette.

Dulcis in fundo, il “Decreto sblocca Italia”, 7 Novembre 2014, non trascura di occuparsi di TAV, Mose ed Expo. Ma invece di salvare l'Italia dal dissesto idrogeologico e finanziario, consegna il Paese a chi ne perpetua il degrado, travestendo i costruttori della TAV in commissari arbitri assoluti di tutte le scelte, ed eliminando ogni forma di controllo pubblico. “Col silenzio assenso – sostiene Salvatore Settis – ogni richiesta si intende accolta. Anche se comporta la distruzione di un'area archeologica, lo sventramento di un palazzo barocco, la riconversione di una Chiesa medioevale in discoteca, l'edificazione di un condominio su una spiaggia, o come a Genova o a Torino, alla foce di un torrente”. Mentre leggiamo che l'ex Ministro dell'Ambiente è stato arrestato con ordinanza del GIP di Ferrara con l’accusa di avere intascato oltre un milione di euro che il governo italiano aveva concesso per un progetto in Irak. Il giorno dopo, lo stesso Ministro veniva accusato dalla Procura di Roma di far parte di una associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. A giugno 2014 arrivava l'accusa di riciclaggio di denaro, che viene contestata in Svizzera, per i soldi trovati in un conto cifrato alla Ubs di Lugano.

Se quella descritta verrà provata essere la metodologia criminale di alti funzionari del Ministero dell'Ambiente, del Ministero delle Infrastrutture, dell'Autorità di vigilanza, tutti appartenenti, secondo la magistratura inquirente, alla medesima ‘associazione’, e se l'ex Ministro dell'Ambiente è accusato di gravi delitti, è più che sensato paventare che la stessa prassi di sperpero del denaro pubblico per pagare tangenti e finanziare il crimine organizzato in danno dei cittadini sia tuttora attiva e fiorente. Ecco perché Ferdinando Imposimato, Ivan Cicconi, Massimo Bongiovanni e Girolamo Dell’Olio, facendo seguito a un’istanza portata dall’associazione ecologista toscana Idra all’attenzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (che ha aperto al riguardo una poderosa istruttoria),hanno scritto a Raffaele Cantone chiedendo un intervento immediato atto ad arrestare lo scempio del territorio e lo sperpero, a danno dei cittadini, del denaro pubblico per la costruzione di un'opera – la Torino-Lione – inutile e illegittima, per aver violato l'accordo del 2001 tra Italia e Francia che prevedeva, quale condizione alla realizzazione, la saturazione – mai avvenuta o pronosticabile – della linea.

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26/02/2015

Tank Nato al confine con Mosca, Londra invia consiglieri militari a Kiev


La tregua raggiunta a Minsk, e che sembra a grandi linee funzionare nonostante alcune violazioni reciproche, sarà propedeutica ad una nuova pesante offensiva militare del regime ucraino contro le repubbliche indipendentiste dell’est? La quiete cova la tempesta? A scorrere gli eventi degli ultimi giorni in quel quadrante del mondo sembra proprio così.

Basta ascoltare le dichiarazioni di fuoco dei rappresentanti dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti per rendersene conto.
"Ogni estensione del territorio controllato dai separatisti ucraini costituirebbe una chiara violazione degli accordi di Minsk e sarebbe inaccettabile" ha affermato il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, chiedendo alla Russia di ritirare "oltre mille pezzi" di artiglieria pesante dalle zone orientali dell'Ucraina. "La Russia ha trasferito negli ultimi mesi oltre mille pezzi di artiglieria, carri armati e sistemi avanzati di difesa antiaerea: deve ritirare questi armamenti e cessare ogni sostegno ai separatisti" ha tuonato Stoltenberg, in visita a Roma, nel corso della conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi.

Anche il segretario di Stato Usa John Kerry ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di interventi diretti finalizzati a destabilizzare l'Ucraina, aggiungendo che né la Russia, né i “ribelli separatisti” stanno rispettando il cessate il fuoco deciso in Bielorussia. "A Debaltsevo i combattimenti sono continuati e questo rappresenta una violazione degli accordi - ha detto Kerry - ma in seguito si sono verificate anche altre violazioni. Quindi ora dobbiamo stabilire se gli accordi hanno ancora una possibilità di essere attuati o se c'è un tentativo di occupare Mariupol che meriterebbe una reazione immediata e molto più significativa".

In realtà non è verso Mariupol che i ribelli del Donbass si stanno dirigendo, ma a nord-ovest, aumentando la superficie del territorio sotto il loro controllo senza quasi sparare un colpo. Delle ultime ore la notizia che Svitlodarsk, a qualche chilometro di distanza da Debaltsevo, sarebbe stata liberata dalle truppe ucraine in rotta dopo la disfatta dei giorni scorsi. Questo mentre ieri formalmente nessuna vittima ha insanguinato la tregua come era accaduto nei giorni precedenti e le milizie indipendentiste, come da accordi sul cessate-il-fuoco, hanno iniziato il ritiro della loro artiglieria dal fronte.

Ma alle dichiarazioni bellicose di Stoltenberg e Kerry si accompagnano intanto alcuni preoccupanti fatti concreti e inquietanti provocazioni. Come definire altrimenti la sfilata di una colonna di carri armati della Nato, tra i quali alcuni blindati statunitensi con tanto di bandiere a stelle e strisce in bella vista, a 300 metri dal confine con la Federazione Russa, nelle strade della città estone di Narva, località dove la popolazione è in maggioranza russa? Un avvertimento mafioso a Mosca, nelle intenzioni di Washington e dei nazionalisti estoni filoccidentali. Ma anche un clamoroso boomerang per i nazionalisti in questione. "La storia ci ha insegnato che se non ci difendiamo da soli, nessuno lo farà per noi" ha dichiarato il capo di stato maggiore estone, il generale Riho Teras, affermando che gli avvenimenti in Ucraina "dimostrano molto chiaramente che noi, per primi, dobbiamo garantire la nostra sicurezza". Peccato che queste dichiarazioni il generale le abbia realizzate mentre al confine con la Russia sfilavano, nell’anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica dichiarata nel 1991, centinaia di soldati britannici, olandesi, spagnoli, lettoni, lituani e statunitensi a piedi e a bordo di alcuni veicoli corazzati, come i due ‘Us Stryker’ che hanno attirato maggiormente l’attenzione dei media. Come già scritto nei giorni scorsi, inoltre, in Lituania torna la leva obbligatoria maschile a partire dal prossimo settembre e per ora per i prossimi cinque anni. Il servizio militare durerà nove mesi e riguarderà un primo scaglione di 3mila uomini di età compresa fra i 19 e i 27 anni.

Il segnale inequivocabile lanciato dal settore nord-ovest dell’accerchiamento militare della Russia va sommato ad un altro, proveniente questa volta dalla Gran Bretagna. Il premier britannico David Cameron infatti ha annunciato che a breve alcuni istruttori militari di Sua Maestà verranno inviati a Kiev per sovrintendere all’addestramento delle forze armate ucraine. "Nel corso del prossimo mese invieremo personale militare britannico per fornire consigli e addestramento dall'intelligence tattica alle cure mediche" ha detto Cameron a una commissione parlamentare. "E noi - ha aggiunto - stiamo sviluppando un programma d'addestramento per la fanteria con l'Ucraina per migliorare in maniera durevole le loro forze. Questo comporterà la presenza di un numero di soldati britannici". Si sa che quando arrivano dei consulenti militari, al loro seguito portano attendenti, collaboratori, armamenti e apparati logistici.

Come se non bastasse il primo ministro britannico ha anche proposto di escludere la Russia dal sistema di pagamento interbancario SWIFT. "In caso di una nuova grande incursione delle forze appoggiate da Mosca o delle forze russe in Ucraina (...) io spero che l'Unione europea risponderà vigorosamente con nuove sanzioni che colpiscano duramente l'economia russa", ha detto Cameron, aggiungendo poi: "se questo non fosse possibile, allora naturalmente dovremmo guardare ad altre strade, ovviamente guardando alle questioni del sistema bancario SWIFT, che è una grande decisione ma che ha una logica". Un atteggiamento belluino di Londra che non contribuisce certo a stabilizzare la tregua raggiunta a Minsk e a raffreddare un conflitto che potrebbe riesplodere da un momento all’altro.

Al presidente Putin che due giorni fa affermava di essere convinto del fatto che sia “altamente improbabile” che scoppi un conflitto diretto tra Russia e Ucraina, la ‘Ministra degli Esteri’ dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha risposto affermando che il capo del Cremlino «sba­glia quando dice che è impro­ba­bile lo scop­pio di un con­flitto, per­ché il con­flitto è già in corso».

Intanto, nonostante le casse dello stato ucraino siano vuote, il presidente Petro Poroshenko era ad Abu Dhabi, ad una fiera internazionale di armi, e pare che abbia fatto uno shopping consistente.

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Grecia: l’Unione Europea è una ghigliottina in cui non infilare la testa

Nonostante la vittoria elettorale della sinistra greca e complessivamente delle forze politiche critiche nei confronti dell’austerity e dei memorandum imposti al paese negli ultimi anni che hanno prodotto un massacro sociale senza precedenti, le istituzioni e i governi dell’Unione Europea hanno continuato a tenere con Atene un atteggiamento improntato al ricatto e alla richiesta di mera obbedienza.

Di fronte all’evidente sconfitta dei diktat della troika, sia sul piano dell’efficacia rispetto alla riduzione del debito – obiettivo dichiarato ma non reale – sia su quello politico, le istituzioni dell’Unione Europea e i governi del suo nucleo duro non hanno fatto altro che ribadire al nuovo esecutivo quanto fatto finora, imponendo aut aut e ultimatum inaccettabili. Chiarendo così una volta per tutte che la democrazia e la sovranità hanno ancora un (minimo) senso solo per alcuni paesi ed alcune classi sociali, mentre tutto il resto è “a sovranità limitata” e non può fare altro che adeguarsi ai diktat, obbedire senza possibilità di appello. La gerarchia delle regole, dei trattati, l’architettura antidemocratica ed oligarchica sulla quale è stata fondata e si sta rafforzando l’Unione Europea prevalgono su tutto il resto: sul buonsenso, sulle richieste dei singoli governi, in fin dei conti sulla democrazia, il consenso, la partecipazione popolare alle scelte politiche ed economiche. Neanche quegli scarsi livelli di democrazia parlamentare e di mediazione tra interessi e classi diverse che hanno contraddistinto per decenni ‘il modello europeo’ sono oggi tollerabili per un meccanismo continentale votato alla costruzione di un polo imperialista all’altezza della competizione con i poli concorrenti.

In nome della competizione globale ogni debolezza – e la democrazia e il consenso popolare sono ritenuti tali – ogni contraddizione va rimossa o svuotata. Una corsa sfrenata che porta i popoli intrappolati all’interno dei confini della Ue verso il massacro sociale, in particolare quelli dei paesi designati come periferie interne, e che al di fuori dei propri confini diffonde instabilità e prepara la guerra come strumento di affermazione dei propri interessi, di rapina delle risorse, di controllo dei territori e dei corridoi.

Pensare di riformare, di democratizzare o di manipolare un meccanismo simile, lo abbiamo scritto più volte, è a nostro avviso impossibile, illusorio e velleitario. Quanto sta avvenendo in Grecia nelle ultime settimane conferma questa chiave di lettura. Utilizzando una metafora potremmo dire che l’Unione Europea è una ghigliottina, e che metterci la testa dentro pensando di bloccarne la lama appare una mossa autolesionistica votata ineluttabilmente al fallimento.

Il massimo che l’establishment e i meccanismi di governance dell’Unione Europea sembrano voler – e poter – concedere al governo e al popolo greco è una ‘rivoluzione semantica’ che cambia le etichette per lasciare immutato un meccanismo di dominazione che va mantenuto non solo per impedire alla Grecia di sottrarsi al tritacarne del debito e dell’austerità, ma soprattutto per evitare ogni eventuale effetto domino agli altri paesi sottoposti in questi anni a trattamenti simili. Perché l’Unione Europea che esiste e agisce in questo modo è l’unica possibile; una Unione Europea Imperialista nel senso più stretto della parola, pronta alla guerra sociale interna e alla guerra guerreggiata all’esterno.

A sinistra ci si chiedeva e si auspicava prima delle elezioni se fosse possibile intervenire sugli effetti delle politiche economiche europee – l’austerità, i tagli, le privatizzazioni – senza mirare a far saltare i meccanismi e le architetture che quelle politiche hanno generato, imposto e gestito. Allo stato dei fatti risulta evidente che non è possibile, e che approcciarsi ad una tale macchina da guerra senza mirare in maniera esplicita e spregiudicata a una rottura dell’Unione Europea e del suo sistema politico, economico ed istituzionale equivale alla rinuncia di ogni velleità anche solo riformista. Di fronte a un tale spietato meccanismo di dominazione non si può che puntare a far saltare il tavolo, e non certo a rispettare le regole del gioco pensando di ottenere risultati tangibili.

Oggi Syriza e l’intera sinistra ellenica si trovano davanti ad un vero e proprio bivio: prendere atto che la realtà dei fatti è assai peggiore di quella che si era immaginata, che non esistono spazi di mediazione possibili, che certi meccanismi sono immanenti e non possono essere modificati, e agire di conseguenza, oppure votarsi ad una sconfitta che avrà effetti tragici non solo per il popolo greco ma per tutti i popoli del Mediterraneo. Purtroppo ci sembra che il governo Greco si appresti ad una capitolazione tradendo la fiducia che il popolo greco aveva in esso riposto, come ha affermato nei giorni scorsi il novantunenne partigiano Manolis Glezos. A leggere i 12 punti della dichiarazione di intenti inviata da Tsipras ad Eurogruppo e Troika, frutto tra l’altro di un rimaneggiamento operato sulla base dei ricatti dell’Ue e del Fmi, appare chiaro che accanto ad alcune condivisibili misure di natura sociale dirette ad affievolire l’emergenza umanitaria ve ne sono altre improntate a quella che potremmo definire ‘austerity dal volto umano’, mentre altri provvedimenti promessi solo pochi giorni fa sono già stati sacrificati sull’altare della trattativa con i ‘creditori internazionali’.

Di fronte alle critiche, l’esecutivo ellenico chiede tempo per prendere fiato. Ma è oggi, sull’onda della recente vittoria elettorale, della legittimazione e del consenso popolare ottenuti che il governo di Atene e le forze di classe elleniche devono operare una rottura nei confronti dei paletti, delle regole, dei recinti fissati dalla controparte. Il rischio è che l’impasse, l’impossibilità di rispettare le promesse elettorali e di modificare sostanzialmente il quadro precedente di subordinazione della Grecia rispetto al meccanismo ‘prestiti contro riforme’ indebolisca, logori Syriza e il movimento popolare.

Alla strategia della controparte occorre rispondere con una propria strategia e non certo navigando a vista.

Occorre oggi, a partire dall’esperienza greca, attrezzarsi politicamente fomentando organizzazione e mobilitazione per impedire la stabilizzazione di un progetto europeo imperialista, autoritario e guerrafondaio.

Occorre riproporre anche qui in Europa una rottura che crei le condizioni per un’alleanza dei popoli del mediterraneo, costruendo una propria prospettiva alternativa – l’ALBA euro mediterranea – che ci sembra acquisti oggi maggiore necessità e credibilità a partire proprio dalle vicende elleniche.

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