Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/09/2026
Ministra israeliana in vacanza in Italia. Chiesta la sua incriminazione per genocidio
La fondazione contesta alla ministra diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate nel corso degli ultimi due anni, nelle quali avrebbe invocato lo sfollamento della popolazione palestinese da Gaza, difeso il blocco degli aiuti umanitari e promosso il controllo permanente israeliano sulla Striscia. Tali affermazioni sono state configurate dai denuncianti come una violazione del diritto internazionale in materia di prevenzione dei genocidi.
La ministra ha infatti firmato la lettera in cui esortava il governo israeliano a prendere in considerazione il “Piano dei Generali”, che proponeva di trasformare il nord di Gaza in una zona militare chiusa, costringendo i civili ad andarsene e interrompendo le forniture di cibo, acqua, carburante e altri beni di prima necessità a coloro che fossero rimasti.
La Fondazione Hind Rajab riferisce che la ministra Silman ha dichiarato nell’ottobre 2024: “Molto semplicemente, il popolo palestinese non esiste”, e che nel maggio 2025 ha affermato: “Non esiste un popolo palestinese e, di conseguenza, non esistono siti del patrimonio palestinese”. Nel settembre 2025, si è riferita ai palestinesi come a un “falso popolo”, sostenendo che “questo popolo non ha storia, né passato, né futuro”.
Riguardo alla Cisgiordania occupata, la fondazione afferma che nel settembre 2024, riferendosi a Jenin, Nablus e altre aree palestinesi, Silman dichiarò: “Vogliamo riconquistare la nostra terra. Attaccateci e riprenderemo il controllo. Siamo gli eredi. Un’eredità di Dio”.
Nel marzo 2025, ha chiesto l’instaurazione della sovranità israeliana sulla Giudea e la Samaria, ovvero la Cisgiordania, considerandola una risposta appropriata all’operazione del 7 ottobre 2023. Nell’aprile 2025, ha dichiarato che: “Il nostro ruolo è quello di imporre la sovranità”.
La Fondazione Hind Rajab ha sollecitato le autorità italiane ad avviare un’indagine immediata sulle azioni di Silman, affermando di aver fornito prove in merito.
Il direttore della fondazione, Diab Abu Jahjah, ha dichiarato: “Il genocidio non inizia con l’omicidio; inizia quando a un popolo viene dichiarato come privo del diritto di esistere, quando la sua esistenza viene presentata come il problema e la sua espulsione come la soluzione”, aggiungendo che la ministra Silman aveva pubblicamente invocato lo spopolamento di Gaza da parte dei palestinesi, approvando al contempo l’esproprio delle loro terre e la costruzione di insediamenti.
Secondo Abu Jahjah la ministra Silman aveva agito in questo modo dalla sua posizione all’interno del “governo israeliano”, sottolineando che tale posizione “non rende queste dichiarazioni meno criminali, ma piuttosto più pericolose”, e ha ribadito che l’organizzazione aveva presentato una denuncia in Italia perché “chi invoca apertamente la distruzione di un popolo deve sapere che il mondo sta ascoltando”.
Fonte
15/09/2026
Come Hollywood ha spianato la strada alla guerra all'Iran
Prima di poter essere uccisi, gli iraniani dovevano diventare dei bersagli legittimi. Ed è esattamente ciò che hanno fatto serie come Homeland e Tehran.
Se una prima generazione di film hollywoodiani aveva costruito l’immagine di un Iran fanatico, arretrato e selvaggio, le recenti serie israeliane non si limitano a riproporne la disumanizzazione: trasformano l’Iran in una zona di guerra attiva nel nostro immaginario.
La serie Tehran si apre con un volo in partenza da Amman e diretto a Nuova Delhi. L’aereo effettua un atterraggio inaspettato in Iran; due passeggeri, una giovane coppia israeliana in viaggio con lo zaino in spalla, si ritrovano improvvisamente in territorio indesiderato. Sono semplici turisti che hanno prenotato un biglietto; non hanno idea che l’atterraggio sia stato organizzato dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, per far entrare clandestinamente un agente in Iran.
La coppia viene fatta scendere dall’aereo, privata dei passaporti, interrogata e ripetutamente schiaffeggiata dagli agenti. La luce è fioca e gli uomini iraniani sembrano impassibili. I turisti, invece, sono terrorizzati, e ogni minimo segno di paura cattura l’attenzione del pubblico. Nei primi minuti, la serie ha chiarito di chi è la paura che dovremmo provare.
Tehran è un thriller di Apple TV che ha vinto l’International Emmy Award 2021 come miglior serie drammatica. È anche una produzione israeliana, creata da Moshe Zonder, sceneggiatore della serie israeliana di successo Fauda.
Tehran è stata trasmessa per la prima volta dall’emittente pubblica israeliana Kan 11 nel 2020 e ha raggiunto il pubblico americano e globale tramite Apple TV. La sua terza e ultima stagione è stata posticipata dopo la guerra di dodici giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025; è stata poi rilasciata settimanalmente dal 9 gennaio al 27 febbraio 2026, nella breve finestra temporale tra la prima guerra e la seconda guerra israelo-statunitense che sarebbe seguita pochi giorni dopo.
Una precedente generazione di film hollywoodiani ha costruito un’immagine dell’Iran come fanatico, arretrato e selvaggio: “Non senza mia figlia” mostrava un marito amorevole che si trasformava in un fanatico; “300” dipingeva gli antichi persiani come nemici dell’Occidente; “Argo” concedeva agli iraniani un motivo di risentimento prima di ridurli a una folla anonima. Insieme, questi film hanno creato un’immagine duratura di un popolo spogliato della sua normale vita interiore.
Più recentemente, le serie televisive israeliane hanno portato avanti questa eredità, non solo riproponendo la disumanizzazione degli iraniani, ma trasformando l’Iran in una zona di guerra attiva nella nostra immaginazione. Inoltre, la mancanza di una rappresentazione autentica dell’Iran nelle televisioni americane ha spinto parte della diaspora a rifugiarsi in una fantasia personale – un Iran dorato, pre-1979, privato della sua vera storia – e ha indotto gli attori iraniano-americani a dare un volto a questa identità.
Il documentario di Jack Shaheen, Reel Bad Arabs, ha analizzato come, nel corso del XX secolo, Hollywood abbia rappresentato gli abitanti del Medio Oriente attraverso stereotipi disumanizzanti e orientalisti. Storicamente, questi stereotipi sono stati ampiamente utilizzati anche contro l’Iran e gli iraniani.
Non senza mia figlia (1991) si apre con Sayyed “Moody” Mahmoody (Alfred Molina), un marito e medico affettuoso e occidentalizzato che vive agiatamente in America, il quale si trasforma quasi immediatamente nel momento in cui porta la moglie e la figlia a far visita alla sua famiglia religiosa a Teheran.
L’uscita del film è avvenuta dopo un decennio in cui gli Stati Uniti avevano sostenuto l’Iraq nella sua guerra contro l’Iran, proprio mentre l’Iran si stava adoperando per migliorare le relazioni con Washington. Ironicamente, il film è stato girato quasi interamente in Israele, con attori israeliani che interpretavano molti degli iraniani sullo schermo.
Oltre un decennio dopo, 300 (2006) trasformò gli antichi Persiani in un esercito di mostri contrapposti a una manciata di nobili Spartani amanti della libertà, considerati i rappresentanti dell’Occidente. Uscito solo un paio d’anni dopo che George W. Bush aveva definito l’Iran parte di un “asse del male”, il film fu talmente eccessivo che la delegazione iraniana all’UNESCO protestò formalmente, definendolo un insulto deliberato e parte di una guerra psicologica contro l’Iran.
Argo (2012) si apre riconoscendo il colpo di stato del 1953, appoggiato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che riportò al potere lo Shah e rovesciò il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadegh. Ma dopo questo momento di chiarezza, il resto del film riduce gran parte della popolazione iraniana a un’unica folla urlante che cerca di provocare una crisi con ostaggi.
Uscito proprio mentre le sanzioni di Obama stavano contraendo l’economia iraniana, causando carenze di medicinali e rendendo l’aria di Teheran irrespirabile, le intenzioni apparentemente nobili del film si sono perse nella sua fin troppo familiare disumanizzazione degli iraniani nel loro complesso.
In questi film, tra le produzioni hollywoodiane più popolari sull’Iran, emerge uno schema ricorrente: gli iraniani vengono rappresentati come minacce, folle, fanatici e mostri.
Negli ultimi cinque anni, però, il tono della disumanizzazione è cambiato. Le produzioni precedenti negavano agli iraniani la loro piena umanità. La nuova ondata di programmi televisivi israeliani, distribuiti negli Stati Uniti, si spinge oltre, trasformando l’Iran stesso in una zona di guerra da bombardare.
Homeland è il ponte tra le due epoche. Questa serie è andata in onda dal 2011 e ha vinto numerosi Emmy. È tratta dalla serie israeliana Prisoners of War, creata da Gideon Raff, che ha anche sviluppato la versione americana.
Dopo essersi concentrata su altre parti della regione, nella sua terza stagione, nel 2013, Homeland ha rivolto la sua attenzione all’Iran. La serie ha inviato un agente americano, Nicholas Brody (Damian Lewis), a Teheran per uccidere il capo delle Guardie Rivoluzionarie, in modo che un informatore statunitense all’interno dei servizi segreti iraniani potesse prenderne il posto.
L’apparato di sicurezza iraniano viene rappresentato come qualcosa in cui gli americani possono infiltrarsi e controllare dall’interno. Brody uccide il comandante nel suo ufficio, ma quando viene catturato, viene impiccato davanti a una folla in una piazza pubblica.
Majid Javadi fu interpretato da Shaun Toub, lo stesso attore di origine iraniana che in seguito avrebbe dato un ruolo di primo piano a Theran nei panni dell’ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Faraz. Un attore della diaspora, ingaggiato per interpretare i membri dello stato di sicurezza iraniano sia nell’immaginario americano che in quello israeliano.
Homeland si basava in gran parte sulla vecchia logica “gli americani sono buoni, gli iraniani cattivi”. Persino il Washington Post lo definì “il programma televisivo più bigotto” e nel 2015 alcuni artisti arabi ingaggiati per decorare un set inserirono la frase “Homeland è razzista” in un episodio in arabo, senza che nessuno se ne accorgesse fino alla messa in onda.
Mentre Argo condannava l’intervento militare segreto degli Stati Uniti in Iran, Homeland invitava il pubblico a considerarlo come un’opzione potenzialmente auspicabile. La serie è uscita proprio mentre il Mossad perpetrava un’ondata di assassinii per le strade di Teheran. C’è forse da stupirsi che Homeland fosse basata su una produzione israeliana?
Tehran merita un’analisi approfondita proprio perché non si considera uno strumento propagandistico e si sentirebbe ferita da tale accusa. Accettando l’Emmy, la produttrice esecutiva Dana Eden ha descritto la serie come uno show “che parla di comprendere l’essere umano dietro il nemico” e ha espresso la speranza che iraniani e israeliani possano un giorno incontrarsi come amici. Questa formulazione sottintende una risposta. Definire qualcuno “l’essere umano dietro il nemico” significa averlo già di per sé disumanizzato.
La televisione israeliana non si distacca dallo Stato che drammatizza: Fauda, il modello per l’intero genere (e incentrato sui palestinesi), è stata creata da ex soldati delle forze speciali e interpretata da ex militari, molti dei quali sono tornati a combattere negli ultimi anni.
Queste serie appartengono anche a una lunga tradizione israeliana che i critici definiscono “sparare e piangere”, storie che permettono al soldato di elaborare il proprio lutto per la violenza commessa, umanizzando il carnefice mentre le persone che la subiscono rimangono quasi invisibili.
Tehran estende questa tradizione, invitandoci a sentire il peso morale che grava sull’agente israeliano, mentre gli iraniani con cui si muove diventano lo sfondo della sua coscienza.
Questo si può notare in ciò che accade agli uomini iraniani nel corso delle tre stagioni di Tehran. Il caso più lampante è Milad Kahani (Shervin Alenabi), l’hacker e dissidente iraniano che viene presentato come uno degli obiettivi di Tamar (Niv Sultan), la protagonista israeliana della serie. Diventa il suo amante e compagno nella missione. La serie gli permette di desiderare qualcosa.
La seconda stagione si apre con la promessa di una fuga: Tamar può lasciare il Mossad e scappare in Canada con lui, e per un certo periodo la serie ci fa credere in quel futuro ordinario, due persone che se ne vanno, costruendosi una vita lontano dal regime che lui disprezza.
Questo momento, però, non arriva mai. Nel finale della seconda stagione, mentre lui e Tamar cercano di fuggire dall’Iran insieme, Milad viene ucciso da una bomba piazzata sulla loro auto, rimanendo intrappolato tra le fiamme mentre lei sopravvive. La sua morte lascia Tamar sola a Teheran e segna l’inizio del suo isolamento per la stagione successiva. La serie ha impiegato due anni per farci amare Milad, prima di eliminarlo improvvisamente, per esigenze di sopravvivenza e crescita della protagonista israeliana.
Ai personaggi israeliani viene concesso tutto ciò che viene negato agli iraniani. Quando una missione metterebbe a rischio uno dei loro, il Mossad la annulla piuttosto che perdere anche un solo agente. Le vite degli israeliani sono preziose, contate e protette una alla volta.
La stessa Tamar è un personaggio con una vera coscienza: nella terza stagione si oppone a un piano per bombardare la città, preoccupata per i comuni cittadini iraniani che morirebbero. La sua paura e i suoi dubbi su chi la governa trovano spazio sullo schermo. Gli israeliani sono persone le cui scelte pesano su di loro, mentre gli iraniani sono la terra su cui camminano, sacrificabili ai fini della serie e della trama.
Le istituzioni sono strutturate in modo simile, con lo stesso squilibrio. Il quartier generale del Mossad è un luogo luminoso e tecnologicamente avanzato, popolato da individui complessi e umani. L’Iran, invece, è immerso nella polvere e nella cruda luce fluorescente: un luogo pieno di agenti della sicurezza prepotenti, interrogatori che torturano, poliziotti che appaiono incompetenti e uno Stato che insegna ai suoi agenti che la lealtà conta più della famiglia.
Quando la serie cerca un personaggio iraniano con cui empatizzare, di solito sceglie qualcuno che desidera l’Occidente, si toglie il velo o odia il governo, il che significa che gli concede simpatia in proporzione esatta a quanto concorda con la visione già diffusa all’estero sul suo paese.
In questo modo, la serie suggerisce anche che gli iraniani contrari al proprio governo dovrebbero cercare un amico in Israele, che, ben lungi dall’essere il regime di apartheid responsabile di genocidio della realtà, viene invece ritratto come “un aiuto per i combattenti per la libertà”.
Nella terza stagione, la finzione si allinea alla realtà. Mentre le prime due stagioni si basavano su interessi personali, spionaggio, sabotaggio e vendetta, la terza stagione si riorganizza quasi interamente attorno al programma nucleare iraniano.
La serie presenta l’Iran impegnato in una corsa segreta verso la bomba atomica, una finzione che non a caso è stata l’argomentazione centrale delle richieste, per decenni, dello Stato israeliano sull’urgente necessità di attaccare l’Iran.
Gli ispettori si muovono nei corridoi di controllo a Natanz mentre le autorità nascondono le loro reali intenzioni. Una testata nucleare viene costruita in silenzio in vista di un eventuale test, e un religioso appare sullo schermo per citare le Sacre Scritture a giustificazione dell’operazione (mentre in realtà le autorità religiose iraniane hanno ripetutamente dichiarato che le bombe nucleari sono inammissibili nell’Islam). La serie dipinge l’Iran come una vera e propria minaccia nucleare, sottolineando al pubblico che la guerra non è solo imminente, ma necessaria.
Ciò che la serie non menziona mai è l’effettivo arsenale nucleare presente nella regione: quello israeliano non dichiarato e non accessibili agli ispettori. Questo aspetto è completamente estraneo alla narrazione.
Per molti spettatori, una serie come questa è lo strumento tramite cui imparano a conoscere l’Iran. Assorbono l’essenza del Paese in modo più vivido attraverso una serie televisiva che attraverso un notiziario. Quando cadono le bombe, il pubblico non solo conosce la storia perché l’ha vista in TV, ma comprende la guerra contro l’Iran come qualcosa di naturale e giustificato, perché ne ha già visto lo svolgersi e ne ha assimilato le (false) giustificazioni.
L’ottavo e ultimo episodio della terza stagione, intitolato “Sull’orlo dell’abisso”, narra la distruzione del programma nucleare iraniano. La stagione culmina con un attacco israeliano volto a porre fine alla minaccia una volta per tutte e a smascherare l’occultamento del programma da parte dell’Iran, con Israele che interpreta il ruolo eroico di salvatore del mondo attaccando l’Iran.
L’episodio finale della stagione è stato trasmesso in anteprima negli Stati Uniti il 27 febbraio 2026.
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata il 28 febbraio 2026.
Il linguaggio utilizzato in tutta la serie svolge un ruolo fondamentale, definendo ripetutamente lo stato iraniano come “Il Regime”. Mentre le produzioni precedenti ritraevano gli iraniani come ampiamente legati al loro governo, la nuova ondata li dipinge uniformemente in opposizione.
Il filosofo Omid Mehrgan ha un nome per descrivere le conseguenze di questa situazione: “rende l’Iran vulnerabile”. Sostiene che una costante spaccatura retorica tra il popolo iraniano e il suo “regime” permette di presentare un attacco al Paese come un’azione che risparmia la popolazione e punisce solo i governanti, poiché lo Stato viene percepito come “un’entità esistente ma priva di legittimità popolare”, qualcosa di estraneo alla popolazione che governa.
Una volta che l’Iran viene immaginato come “occupato”, le sue città diventano bersagli e la colpa della loro distruzione ricade sul governo, non sulle potenze straniere che le stanno bombardando. Theran mette in scena questa dicotomia per lo spettatore, inquadratura dopo inquadratura.
La struttura narrativa di questo film suggerisce che gli iraniani abbiano bisogno di un salvatore esterno, riproponendo letteralmente gli appelli a una “missione di salvataggio” che Reza Pahlavi, strettamente legato a Israele, utilizzò per giustificare l’attacco israeliano e statunitense all’Iran. La simpatia del pubblico si rivolge direttamente all’agente di uno Stato che sta bombardando il Paese sullo schermo.
Non sono solo i personaggi iraniani di fantasia a essere rappresentati in opposizione al loro governo sullo schermo; molti degli attori che li interpretano sono essi stessi di origine iraniana. Tra questi, Navid Negahban, l’attore nato in Iran che interpreta Masoud, affiliato al Mossad, in Tehran e il genio del terrorismo Abu Nazir in Homeland. Consapevolmente o meno, molti attori della diaspora iraniana finiscono per interpretare ruoli che giustificano implicitamente la guerra contro il loro paese.
Nel luglio del 2024, il leader di Hamas Ismail Haniyeh fu assassinato a Teheran in un’operazione ampiamente attribuita a Israele. In risposta, l’attrice Niv Sultan, che interpreta l’agente del Mossad al centro della serie, pubblicò un video in cui sorseggiava un caffè e faceva l’occhiolino alla telecamera. I media israeliani e internazionali interpretarono l’occhiolino come un riferimento al lavoro del suo personaggio.
Un vero omicidio nella vera Teheran è diventato un’occasione pubblicitaria per il fittizio agente del Mossad. Proprio come una serie televisiva di fantasia sull’attacco all’Iran ha spianato la strada a una guerra reale che ha causato la morte di migliaia di iraniani.
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Il consenso alla guerra non nasce la mattina in cui cadono le bombe. Si costruisce nel corso degli anni, nel lento accumulo di immagini che si sedimentano prima del momento, nella determinazione di quale morte diventerà una tragedia e quale passerà inosservata. Il fanatico sul manifesto, la folla anonima, l’iraniano a Teheran eliminato per alimentare la narrazione di qualcun altro: nessuno di questi elementi è separato dalla guerra.
L’aspetto più crudele dell’immagine non è la falsità in sé, ma far sì che la menzogna venga percepita come conoscenza, in modo che, quando arriva il momento di distogliere lo sguardo da ciò che viene fatto agli iraniani, tale distogliere lo sguardo appaia giustificato, naturalizzato, normalizzato.
Prima che gli iraniani venissero uccisi, dovevano diventare assassinabili. E serie televisive come Homeland e Tehran hanno fatto proprio questo.
Fonte
Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?
È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..
Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).
Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.
Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.
È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.
Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.
In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.
La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...
Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.
Non è che prima della guerra non si sapesse...
Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.
Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.
Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.
L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.
Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.
Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.
L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.
Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...
Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...
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L’Aiea discute del nucleare iraniano ma vieta l’ingresso agli iraniani
L’Iran ha denunciato che l’Austria ha violato i suoi diritti impedendo la presenza del suo capo delegazione alla riunione dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica delle Nazioni Unite) e chiede di rivedere la decisione
“L’AIEA e i suoi stati membri non devono rimanere in silenzio di fronte a pressioni politiche o violazioni delle regole di questo organismo internazionale, e devono fare pressione sul governo degli Stati Uniti affinché rispetti i regolamenti dell’AIEA”, ha dichiarato lunedì Behruz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (AEOI) alla 70ª Conferenza Generale dell’AIEA.
I funzionari statunitensi non hanno fatto alcuno sforzo per nascondere la loro ingerenza nelle attività di un organismo internazionale delle Nazioni Unite. Il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha dichiarato ai giornalisti a Vienna che Washington si era attivamente opposta alla partecipazione della delegazione iraniana.
“È una persona sanzionata e non vogliamo che le persone sanzionate eludano le proprie sanzioni. Ha chiesto una deroga alle sanzioni, ma la richiesta è stata respinta”, ha dichiarato Wright.
Facendo eco a questa posizione, Preston Wells Griffith, ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite a Vienna, ha confermato che la richiesta di esenzione dell’Austria è stata bloccata dopo che Washington ha presentato un’obiezione al comitato.
Il responsabile iraniano Kamalvandi ha sottolineato come l’AIEA e altri paesi devono affrontare le pressioni esercitate dagli Stati Uniti contro diversi paesi e contro questo organismo internazionale, ribadendo che impedire la presenza del capo dell’agenzia iraniana alla Conferenza Generale crea un pericoloso precedente che colpirà tutti, motivo per cui “dobbiamo resistere a questo tipo di intimidazione e pressione politica”, ha esortato.
“Questo recente atto malvagio da parte del governo degli Stati Uniti non può essere descritto come altro che un comportamento infantile”, ha aggiunto.
Sull’aria che tira e le ingerenze sulla conferenza dell’AIEA, già lunedì intervenendo alla 70ª sessione ordinaria della Conferenza in corso a Vienna, il Direttore Generale Rafael Mariano Grossi ha sfruttato il suo intervento per diffondere una narrazione allarmistica e distorta riguardo alle attività nucleari di Teheran, omettendo convenientemente la palese aggressione militare perpetrata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano.
Grossi ha cercato di presentare l’interruzione della cooperazione tecnica come una mossa arbitraria di Teheran, piuttosto che come la naturale conseguenza, imposta da ragioni di sicurezza, di attacchi militari stranieri non provocati contro le infrastrutture nucleari iraniane.
Il direttore dell’AIEA ha osservato che: “La mancanza di informazioni da parte dell’Agenzia su questo materiale nucleare e l’impossibilità di accedere alle strutture necessarie per verificarlo rappresentano un grave problema di proliferazione e devono essere affrontati con la massima urgenza”.
Anziché condannare il precedente dei bombardamenti di Washington e Tel Aviv, su impianti nucleari, Grossi, ha invece strumentalizzato le conseguenze di quegli stessi attacchi aerei per creare una crisi artificiale e alimentare così l’isteria internazionale contro Teheran.
Secondo l’AIEA, l’Iran detiene una scorta di 440,9 chilogrammi (972 libbre) di uranio arricchito fino al 60% di purezza.
In risposta all’aggressione militare del giugno 2025, quando gli Stati Uniti colpirono i siti nucleari iraniani durante la guerra dei dodici giorni, l’Iran non ha più concesso agli ispettori dell’AIEA l’accesso alle aree colpite. Teheran sostiene che un’agenzia internazionale non può pretendere un accesso di routine chiudendo un occhio sugli attacchi stranieri contro le stesse infrastrutture che dovrebbe proteggere.
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Militari italiani “sotto tiro” anche in Arabia Saudita
Quelli di stanza in Kuwait a luglio sono già finiti sotto i missili iraniani che hanno distrutto uno dei pochi droni Reaper a disposizione dell'Aeronautica militare.
Adesso emerge che anche in Arabia Saudita, nella base militare di Taif, ci sono dei militari italiani che sono finiti – in questo caso – sotto il tiro dei miliziani yemeniti impegnati a farsi rispettare dai sauditi dopo che questi, sbagliando clamorosamente valutazione, avevano provato a lanciare una offensiva nelle scorse settimane contro le milizie di Ansarallah.
Taif si trova ai piedi delle montagne occidentali dell’Arabia Saudita e ospita una base militare anche con personale statunitense, oltre che italiano.
Infatti è da marzo che nel quadro della missione “Task Force Air Arabia” quasi settecento militari italiani si trovano nell’area di conflitto “a protezione dei partner nel Golfo”.
In una intervista all’Adn Kronos, è Pietro Batacchi, il direttore della Rivista Italiana Difesa, a rivelare un rischio che il governo si è guardato bene dal rendere evidente, sia in parlamento che fuori.
“Bisogna mettere in conto che quando si va a fare una missione in un teatro operativo come quello, ci sono dei rischi. Non dimentichiamoci che eravamo in Kuwait, quando i missili e i droni iraniani hanno distrutto un nostro drone Reaper sotto un hangar: i rischi ci sono” afferma Batacchi – “L’Italia è impegnata oggi in un teatro di conflitto, proteggendo e dando una garanzia militare a un proprio partner. D’altronde, non si può pensare di mantenere un rapporto con gli Stati arabi, per cui prendiamo petrolio e gas, gli vendiamo armi e finisce lì. L’Arabia Saudita è un nostro partner, un alleato. In caso di minaccia, qualcuno bisogna che li protegga, specie in un momento in cui gli americani, anche con loro, si stanno dimostrando ‘freddini’. Siamo lì a fare quello che un paese come l’Italia deve fare, garantire la sicurezza di un nostro prezioso partner. È inutile fare queste partnership strategiche se poi al momento del bisogno ci si dilegua”.
Un ragionamento che svela come l’Italia sia sempre più coinvolta nei conflitti in corso, in Medio Oriente come in Ucraina, e lo faccia mettendo come al solito il paese davanti al fatto compiuto. Del resto, l’Italia è il paese europeo più impegnato nelle missioni militari all’estero.
L’altro dato che si rileva dall’intervista al direttore della Rivista Italiana Difesa, è che l’Italia si va impegnando a coprire i “buchi della difesa” di altri paesi dove invece gli Stati Uniti si vanno via via sganciando. È il caso delle petromonarchie del Golfo come dell’Ucraina. Il problema, o almeno uno dei problemi sicuramente, è che sia l’Italia che gli altri stati europei non dispongono delle risorse degli USA per assicurare questo ruolo.
Ritrovarsi ripetutamente in guerra a nostra insaputa non è una buona cosa, al contrario. E sarebbe ora di inceppare e fermare questo scivolamento verso l’escalation e il coinvolgimento del nostro paese in tutte le guerre in corso.
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Que treno da Kiev
Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.
A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.
A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.
Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.
I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).
Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.
Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia.
Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.
Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.
È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.
È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.
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L’IA sfugge al controllo, soprattutto della “politica”
Il mantra “decide il mercato” ha eliminato finanche l’idea che lo Stato potesse dire la sua sulle questioni economiche e finanziarie. Al massimo doveva occuparsi di rendere più facile la vita agli “investitori”, eliminando regole e lasciando che il debito pubblico fosse in balia della speculazione.
Su questa strada, scriviamo spesso, sono andate perdute anche le capacità – le mitiche “competenze” – del “pubblico” in materia di regolamentazione.
La prova regina arriva in queste ore dal Congresso degli Stati Uniti – non proprio un’istituzione secondaria nell’architettura della politica occidentale – cui gli amministratori delegati delle principali società che vanno sviluppando l’intelligenza artificiale si sono rivolti chiedendo di fissare regole per impedire che i loro stessi prodotti, ormai abituati a sfuggire di mano, possano magari “prendere il controllo di internet entro i prossimi sei o dodici mesi”.
Calcolando i tempi di elaborazione di un qualsiasi Parlamento occidentale, possiamo dire che i buoi sono già scappati. Ogni eventuale intervento sarà tristemente in ritardo. Il problema è così serio che OpenAI e Anthropic, le società americane che gestiscono ChatGPT e Claude, i due modelli occidentali più diffusi, pur non essendo ancora quotate a Wall Street, hanno visto precipitare di oltre 270 miliardi di dollari le loro “quotazioni virtuali” sulla piattaforma Hyperliquid (quelle in base alle quali si decide oppure no di “fare il salto” in borsa).
In ogni caso “la politica” ha risposto con un “io dovrei regolare ‘sta roba? Ma che scherzate?”.
Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha infatti dichiarato domenica che il Congresso non guiderà l’iniziativa per regolamentare la sicurezza dell’IA. Perché un intervento del Congresso “non è la risposta” e “le aziende di IA possono fermare il loro lavoro in qualsiasi momento”. “Decida il mercato”, insomma, ossia gli amministratori delegati di OpenAi, Anthropic, X-AI (“Grok” di Elon Musk), Gemini (Google) e Llama (Meta-Facebook).
L’impotenza della politica si dimostra qui un penoso intreccio tra incompetenza e ideologia di tempi ormai passati, dove si parlava per slogan facendo conto sul fatto che i processi andavano avanti per conto loro. Ora che ci sarebbe necessità di inventare soluzioni nuove per problemi quasi inconcepibili, “i politici” Usa non sanno che pesci prendere e ripetono le frasi mandate a memoria.
Parlando con la NBC, Johnson ha ammesso che richiamerebbe i membri della Camera e programmerebbe un voto sulla regolamentazione dell’IA “se avessimo una soluzione”. Ma non ne vede neanche una...
“Dobbiamo mettere in atto alcune linee guida, alcune misure di sicurezza per garantire che l’IA non sfugga al controllo... Ma allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci di non perdere il nostro vantaggio nella competizione globale su questo tema con la Cina. Perché quella sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale”.
Ecco che il “nemico esterno”, il competitore principale diventa lo spauracchio – ideologico, ma anche operativo – per non fare nulla sul fronte regolatorio.
È la stessa reazione ottusa di Donald Trump, del resto. Il tycoon, impegnato ad assistere a un torneo di golf in Irlanda, ha evocato “forze negative” che vogliono rallentare lo sviluppo dell’IA (gli amministratori delegati che la producono!) e ha rivendicato la posizione di forza degli Stati Uniti: “Siamo all’avanguardia rispetto alla Cina nell’Intelligenza Artificiale, siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che rimanga così, perché chi vince nel campo dell’IA, vince su tutto”.
L’idea sottostante è preistorica, semplicemente. Vede l’IA come si poteva guardare qualsiasi altra innovazione tecnologica o arma più avanzata: una “cosa” manovrabile, sotto il pieno controllo umano. Dove se “noi abbiamo l’arma più devastante”, allora non ce n’è per nessuno...
Ma l’IA non è una “cosa” che sta lì in attesa di essere utilizzata. È “generativa” di applicazioni e di “agenti” in grado di muoversi persino in autonomia o contrasto con le scelte dei programmatori.
In più la subcultura di Trump confonde tragicamente tra “prestazioni maggiori” e superiorità tecnologica, proprio perché non ha capito la natura dell’IA.
E questo è addirittura un problema “filosofico”. L’impostazione cinese dello sviluppo in questo campo risente invece sia della distinzione tra “conoscenza” e “saggezza” – come spiegato da Vladimiro Giacché nel dibattito ospitato in “Figli della stessa rabbia” –, ovvero tra produzione materiale di tecnologie e capacità umana di interrogarsi sul senso di quel che viene costruito, scegliendo il cosa, il come e il quanto; sia del controllo della politica statuale sull’azione degli imprenditori privati.
In altre parole, lo Stato decide cosa va prodotto e a cosa deve servire, i privati “competono” tra loro per realizzare ciò che serve allo scopo indicato. Ne vien fuori una IA non meno “prestazionale”, ma decisamente più utilizzabile per esigenze molto diverse, non necessariamente “di competizione”. Persino “socialmente utili”, come il miglioramento della sanità pubblica...
Nel sistema di produzione capitalistico occidentale – il “nostro” insomma – funziona in modo praticamente opposto: i “privati” vedono l’occasione di fare profitti colossali con un nuovo prodotto-tecnologia, si impegnano per vincere la competizione e poi lo Stato – eventualmente – si occupa di vedere se servono regole e se quel che è stato prodotto serve agli scopi (residuali) del pubblico. Di fatto ridotto a problemi di sorveglianza, controllo, schedatura, risparmio sui costi e sul personale...
Che la politica Usa sia completamente a digiuno in materia di IA lo dimostrano anche i “competitor” di Trump. Obama prova ancora a fare il guru, ma i suoi suggerimenti non vanno oltre il generico “buttiamoci un occhio”.
Parlando ad una cena di raccolta fondi elettorali – lo scopo decide sempre anche il “merito” – è riuscito a dire soltanto che “È una cosa che si sta diffondendo molto rapidamente in mani private e, se non riusciamo a tenerla sotto controllo, penso che possa diventare pericolosa”. Azz...
Tutt’al più se Hakeem Jeffries, attuale leader della minoranza democratica, dovesse diventare speeker della Camera al posto del derelitto Johnson (in caso i “dem” vincano le lezioni di midterm a novembre), ‘‘esorterei vivamente i Democratici a definire un quadro di riferimento per un dialogo pubblico”. Incisivo, vero?
Andando più a sinistra la situazione migliora, ma non di molto. Bernie Sanders, il “socialista” senatore del Vermont, ha presentato una proposta legislativa per il temporary ban, ossia per mettere in stand-by lo sviluppo delle super-intelligenze artificiali. Se non altro nell’attesa di creare una nuova agenzia federale, appositamente dedicata all’IA e al monitoraggio del suo sviluppo, che stabilirà regole, revisioni e un pacchetto di salvaguardie di sicurezza forte dell’acquisizione – da parte dello Stato – di una partecipazione del 50% delle società del settore.
Ovvero: si coglie la necessità, ma poi sono i rapporti di forza sociali e politici a decidere...
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