Tre anni di guerra civile, 150.000 morti, milioni di sfollati interni
e di profughi fuggiti all’estero non fermano la macchina elettorale
siriana. Infatti, il ministro dell’Informazione siriano, Omran Zoabi, ha dichiarato al giornale saudita Al-Hayat che le presidenziali non saranno rinviate e che le operazioni belliche proseguiranno anche a urne aperte. È
la “parodia della democrazia”, hanno tuonato i sostenitori
dell’opposizione che dal 2011 ha preso le armi per deporre il presidente
Bashar al Assad, ma adesso sono divisi in una galassia di
sigle tra cui si annoverano gruppi di stampo jihadista formati da
miliziani stranieri.
In Siria si muore di inedia, per le bombe barile lanciate
dall’aviazione governativa, per mano dei plotoni di esecuzione degli
jihadisti o dell’esercito fedele al regime, sostenuto militarmente dai
combattenti del movimento sciita libanese Hezbollah (Partito di Dio).
Le città sono devastate, le scuole e gli ospedali sono distrutti, come i
luoghi di culto e i palazzi del potere e la rappresaglia è continua. Il
Paese è diventato anche il terreno di uno scontro confessionale interno
all’islam che cela una lotta per la supremazia tra le potenze
regionali, in prima fila l’Iran sciita schierato con Assad, assieme a
Hezbollah e alla Russia, e le monarchia sunnite del Golfo che foraggiano
l’opposizione, sostenuta anche da molti Paesi occidentali.
In questo clima le dichiarazioni del governo sulle elezioni lasciano perplessi.
Come sarà possibile per i siriani esprimere liberamente il proprio voto
o semplicemente raggiungere i seggi, come potranno votare i profughi e
gli sfollati e chi saranno i candidati che sfideranno Assad non pare
essere una questione rilevante per Damasco e i suoi alleati
(Teheran, Mosca e il Partito di Dio) che cercano il sigillo del popolo
per riconfermare il presidente, in carica da 14 anni, alla guida di un
Paese martoriato dalle violenze.
Assad ovviamente non ha rivali, anche se al momento non ha
ufficializzato la sua candidatura. Lo confermano pure le dichiarazioni
dei vertici di Hezbollah, sebbene riferite all’andamento delle
operazioni militari: “Il presidente non rischia più di essere deposto”.
Assad ostenta sicurezza ed è parso già in campagna elettorale quando in
una dichiarazione riportata dall’agenzia stampa di Stato russa Itar-Tass ha parlato di “fase
attiva” del conflitto, assicurando che entro la fine dell’anno la
guerra finirà e il governo dovrà però continuare a combattere i
“terroristi”.
I colloqui di pace sono spariti dall’orizzonte siriano, dopo i due
round (Ginevra 1 e 2) chiusi con un nulla di fatto, cioè senza un
accordo tra governo siriano e opposizione, peraltro rappresentata in
maniera parziale al tavolo delle trattative, per la fine delle ostilità e
la formazione di un governo transitorio senza Assad, ipotesi rigettata
da Damasco sin da subito. La crisi ucraina, inoltre, ha fatto
salire la tensione tra Russia e Stati Uniti, le due potenze mondiali che
sostengono i due fronti contrapposti in Siria, con ripercussioni su un
negoziato che in realtà non ha mai aperto spiragli.
La battaglia per la Siria prosegue. Le truppe di Assad hanno perso il
controllo di una larga parte delle zone settentrionali e orientali del
Paese, in mano a fazioni ribelli e a gruppi jihadisti. Ma lungo il
confine con il Libano la situazione è diversa; con l’aiuto degli uomini
del Partito di Dio, i combattenti dell’opposizione sono stati ricacciati
dalle aree intorno a Damasco e dalle quelle centrali. Che i siriani
riescano a votare o meno, la partita non è chiusa e per alcuni analisti
la posta in gioco è la spartizione della Siria.
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