Nella Somalia esposta agli attentati di al-Shabaab, l’organizzazione
fondamentalista collegata ad Al-Qaeda, che controlla l’area
centro-meridionale del Paese e che destabilizza l’intero territorio
dello Stato, si frantumano anche gli aiuti umanitari. Gran parte della
popolazione somala convive quotidianamente con denutrizione, malattie e
infezioni, il tutto gravate da duri cicli di siccità e carestie.
Il corridoio umanitario nella terra di Afghoy, costruito
sulle rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, e
i gremiti campi profughi di Mogadiscio, non sono bastati a scongiurare
nei due precedenti decenni, emergenze umanitarie di singolari
proporzioni. La carestia, causata dalla guerra tra fazioni nel 1992, ha
provocato la morte di oltre 220 mila persone. Secondo un rapporto delle
Nazioni Unite quasi 260 mila somali sono morti di fame durante la crisi
umanitaria che ha sconvolto il Paese nel biennio 2010-2012.
Oggi come vent’anni fa la guerra civile demolisce il Paese. Le città
appaiono come una guarnigione misera e trascurata. Lungo le strade
decine di posti di blocco a poche centinaia di metri l’uno dall’altro,
sprofondano nella gretta desolazione. Campi abbandonati all’incuria e
alla desertificazione. I villaggi sopravvivono a stento non potendo più
contare nemmeno sui raccolti agricoli. Ogni giorno scontri a fuoco e
attentati falliti.
Data la dispersione su tutto il territorio di una popolazione
prevalentemente nomade e seminomade, la Somalia non è mai stata preda
di un governo centrale. Questo delicato equilibrio fu alterato
dall’imposizione del dominio coloniale, di un sistema di egemonie
tribali. Il Paese continuò negli anni a rimanere ostaggio delle fazioni
armate, nonostante tregue e tardivi interventi ONU (missioni UNOSOM I e
UNOSOM II) e degli Stati Uniti (operazione Restore Hope), dagli esiti
manifestamente fallimentari.
Oggi come vent’anni fa, nel Corno d’Africa imperversano
siccità e carestie stagionali, giudicate normali dagli esperti. Il
numero delle vittime, incalcolabile. I profughi, decine e decine di
migliaia: verso il campo di Dadaab nel nord-est del territorio keniano,
che ospita ormai più di 450.000 rifugiati, e verso il sud dell’Etiopia.
Come vent’anni fa, sono continui i ritardi negli aiuti umanitari, dovuti
alle difficoltà di accesso in alcune aree del Paese e agli scarsi fondi
messi a disposizione dai donatori.
Attualmente circa 3 milioni di persone necessitano per sopravvivere
di immediati aiuti umanitari. Sono poche le possibilità di trovare
un’assistenza sanitaria di qualità, per l’inabilità di trasportare
medicine, come cibo, nelle aree controllate militarmente dalle milizie
estremiste islamiche. Le autorità sanitarie somale, con la
collaborazione di UNICEF, OMS e Fondo delle Nazioni Unite per la
popolazione, ha presentato un programma, che si concluderà nel 2016, per
il miglioramento dell’assistenza sanitaria di base. Progetto da 8
milioni di dollari.
Per il ritardo della stagione delle piogge, per l’aumento dei prezzi
sugli alimenti e per la persistente insicurezza nel Paese, più di
800.000 persone rischiano i danni di una incalzante carestia. La FAO
risponde con un progetto annuale da 12 milioni di dollari che prevede la
duratura pianificazione del programma alimentare e il dinamico sostegno
alla coltivazione locale.
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