Baghdad è sotto assedio. Un assedio anormale: circondata all’esterno,
a distanza, e colpita all’interno con le autobombe. L’Isis stringe il
controllo sulla provincia di Anbar, sulle strategiche città di Fallujah e
Ramadi, avvicinandosi minacciosamente alla capitale. Dentro ad essere
colpiti sono i quartieri sciiti, da giorni ormai target quotidiano di
attentati suicidi.
Gli ultimi ieri: almeno 50 persone sono rimaste uccise in una
serie d'esplosioni rivendicate dallo Stato Islamico nei quartieri di
Dolaie, Talibiyah, Hurriyah, Mahmoudiya e Shula. Sono 162 le vittime in meno di una settimana, dalla scorsa domenica, in attacchi perpetrati in tutto il paese.
All’avanzata dell’Isis – nonostante gli Stati Uniti
continuino a dire che Baghdad non è minacciata – si contrappone un
esercito governativo allo sbando. Nonostante abbia avuto oltre 4
mesi per abituarsi all’idea di dover combattere una forza disfunzionale
come quella del califfato, l’esercito iracheno pare incapace di
reagire. Dopo la presa della base militare di Heet – contenente
armi e munizioni di cui gli islamisti hanno fatto nuovamente incetta – e
dei villaggi circostanti, i comandi dell’esercito hanno preferito
ritirare alcune unità per dispiegarle fuori Anbar. Ieri si sono
limitati a imporre il coprifuoco su Ramadi, il capoluogo provinciale,
ormai per il 60% nelle mani dell’Isis: le bandiere nere sventolano su
stazioni di polizia e uffici governativi, mentre pattuglie islamiste
controllano le strade.
La città, attaccata su tre fronti, sembra essere stata abbandonata a se stessa. Al
posto dell’esercito sono scese in campo le milizie sciite informali, su
ordine di Baghdad, a coprire il gap delle forze ufficiali. Se Ramadi
cade, se Fallujah cade, all’Isis sarà garantito il controllo totale del
corridoio di territorio lungo il confine siriano – facilitando
ulteriormente il passaggio di armi e miliziani – e dell’anello intorno
la capitale, soprattutto dopo l’occupazione di Amriyat al-Fallujah,
comunità chiave perché a soli 50 km da Baghdad e vicinissima alla città
sciita di Karbala (considerata da Teheran la linea rossa che l’Isis non
può scavalcare).
L’altra strategia delle forze militari governative è il taglio dell’elettricità. Baghdad
ha optato per “massive riduzioni” di corrente elettrica nelle aree
controllate dall’Isis, così da creare danni economici allo Stato
Islamico. Si rischia però un effetto contrario: la maggior parte delle
comunità in questione sono sunnite e già da anni accusano il
potere centrale di discriminazione e marginalizzazione politica.
Abbandonarle al loro destino e “punirle” con un ulteriore taglio dei
servizi non farà che gettarle nelle braccia dell’Isis, inasprendo il
sentimento settario che insanguina l’Iraq.
Leggermente migliore la situazione a nord della Siria dove i
combattenti curdi, sostenuti dai raid mirati della coalizione, hanno
frenato l’avanzata islamista a Kobane, costringendo l’Isis a ritirarsi
da alcune aree a ovest della città curda. Oggi il Dipartimento
di Stato ha confermato quanto riportato due giorni fa dai funzionari
curdi, ovvero “conversazioni attraverso intermediari con il Pyd (il
Partito di Unione Democratica, vicino al Pkk)” e quindi un coordinamento delle attività militari anti-Isis.
Nonostante le piccole vittorie, i curdi chiedono però più armi e
munizioni. L’unica via di passaggio resta la Turchia che ha però chiuso
ermeticamente i confini. Non si passa, né per andare in territorio turco
né per entrare a Kobane. Ieri il premier turco Davutoglu ha
specificato che il passaggio è vietato ai cittadini turchi, “ma se i
siriani vogliono andare [a combattere a Kobane, ndr], per loro la frontiera è aperta”.
Si aprirà forzatamente anche a 150 curdi siriani arrestati in Turchia
per legami con il Pkk: il governo di Ankara sta valutando la
deportazione a Kobane.
Le mire turche sono ormai trasparenti: ieri il primo ministro
ha disegnato la zona cuscinetto che immagina al nord della Siria (da
Latakia a Jarabulus fino a Kobane, dal Mediterraneo alla frontiera con
l’Iraq) e insiste perché la coalizione guidata dagli Usa gli
conceda. Sarà “una zona umanitaria sotto il controllo
militare”, ha tenuto a precisare Davutoglu, ovvero un’area dove
concentrare i rifugiati siriani e magari anche addestrare le opposizioni
al presidente siriano Assad, il vero target turco.
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